Il ricordo del direttore Gerlando Gatto

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Non si può certo dire che questo 2020 sia iniziato sotto i migliori auspici per il mondo del jazz: dopo la recente scomparsa a 66 anni del Lyle Mays, il 17 febbraio ci ha lasciati Jon Christensen uno dei più grandi batteristi degli ultimi anni.

Per chi scrive, Christensen è legato ad una delle stagioni più entusiasmanti della sua vita: a cavallo tra l’82 e l’83 abitavo a Stavanger ed ero divenuto amico del gestore del locale jazz club, Terry Nilssen-Love, pittore di vaglia nonché padre del celebre batterista Paal Nilssen-Love (classe 1974) che ho quindi conosciuto sin da bambino. Ebbene, “approfittando” di questa amicizia, quasi ogni sera ero lì, al jazz-club di Stavanger dove ho avuto l’opportunità di conoscere moltissimi musicisti norvegesi e non. Tra questi c’è stato anche Jon Ivar Christensen, personaggio straordinario tanto sul palco quanto al di fuori di esso.

Nato a Oslo il 20 marzo del 1943, Jon è stato uno degli artefici di quel movimento non solo musicale che ha completamente cambiato il volto del jazz europeo…e probabilmente anche di quello internazionale. La sua carriera inizia presto quando nel

1961 è membro prima del quartetto di Arild Wikstrøm e quindi del trio di Egil Kapstad e Karin Krog; particolarmente fruttuoso il periodo dal 1962 al 1965 quando incontra e suona con parecchie star di carattere internazionale quali Bud Powell, Don Ellis e Dexter Gordon. Negli anni a venire particolarmente importanti il 1964 quando ha inizio la collaborazione con Jan Garbarek, il 1975 quando viene eletto “Drummer of the Year” dalla “European Jazz Federation”, il 1976 quando esce il primo e se non erro unico album sotto suo nome, “No Time for Time”, con Arild Andersen al basso, un giovane Pål Thowsen alla seconda batteria e Terje Rypdal alla , album che gli vale lo “Spelleman award” premio conferito agli artisti musicali norvegesi, equiparabile ai Grammy Awards.

Per tutto il periodo successivo, Christensen è rimasto sulla cresta dell’onda e non c’è anno in cui non abbia prodotto qualcosa di interessante, imponendosi come il batterista preferito in casa ECM…ma in questa sede sarebbe assolutamente inutile ripercorrere passo dopo passo quella che è stata una carriera semplicemente straordinaria, e mai come in questo caso l’aggettivo è pertinente. Mi limito a ricordare solo le sue collaborazioni con musicisti italiani: nel 1993 incide con Rava “L’Opera Va”, per la Label Bleu, dedicato a una rivisitazione del melodramma italiano nonché le incisioni con Rita Marcotulli e Paolo Fresu che su Facebook ha ricordato con parole commosse l’amico scomparso “È venuto a mancare prematuramente Jon Christensen, uno dei più innovativi e raffinati batteristi jazz della scena contemporanea. Più volte presente a ‘Time In Jazz’, ho avuto l’onore di condividere con lui i palcoscenici europei con il gruppo Heartland assieme a David Linx e Diederik Wissels. Un pezzo di storia che se ne va ma che lascia il testimone a tanti musicisti contemporanei. Un pensiero va alla moglie Ellen Horn e alla sua famiglia oltre che all’amico Palle Danielsson, con il quale formava una delle sezioni ritmiche più elastiche e fantasiose della storia recente”.

Probabilmente, quindi, è più importante chiedersi quale sia stato il contributo che il batterista norvegese ha dato allo sviluppo del jazz. Ebbene, sotto questo profilo io credo che la lezione di Christensen sia paragonabile a quella di alcuni batteristi afro-americani come Jack DeJohnette, Tony Williams e Roy Haynes. Non è certo un caso che dal suo modo di suonare abbiano preso spunto altri due eccezionali batteristi norvegesi quali Audun Kleive e il già citato Paal Nilssen-Love. Personale la sua concezione del ritmo, concepito in maniera ‘elastica’ ed eseguito in termini di ‘ondate sonore’, il tutto impreziosito dal secco del piatto vero e proprio suo marchio di fabbrica. Come sottolinea acutamente Massimo Giuseppe Bianchi, non solo eccellente pianista ma anche attento ascoltatore e critico musicale, Jon Christensen “non si limitava a delineare i ritmi, ma estraeva colori dalla batteria, strumento timbricamente poverissimo, che sotto l’effetto delle sue bacchette si trasformava nella tavolozza di un pittore manierista”.

Ma i riconoscimenti nei confronti di Jon non vengono solo adesso che se n’è andato; sono stati molti, negli anni scorsi, i giornalisti e i critici che si sono espressi in maniera lusinghiera nei suoi confronti; così ad esempio Ken Micallef, batterista egli stesso nonché critico musicale, sulla rivista “Modern Drummer” nell’agosto del 1995  scriveva che Christensen “ha contribuito a lasciare un’impronta unica e originale nel jazz, un’impronta che nel corso dei suoi quarant’anni di carriera, ha solo potuto approfondirsi. In Norvegia e all’estero, la sua informale ed elastica interpretazione del tempo, e lo stile straordinario con i piatti, hanno contribuito alla definizione del suono della musica ECM”.

Insomma un’altra grave perdita per la comunità del jazz, una perdita con non sarà facile rimpiazzare.

Gerlando Gatto

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