L’artista si e’ esibito il 23 febbraio 2020 al Franco Parenti di Milano, per la rassegna “Pianisti di altri Mondi”

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Ne ’Il libro del jazz’’ uscito nel 1952 il giornalista Joachim Ernst Berendt esponeva una propria articolata definizione del termine jazz : “È un modo artistico di suonare la .” Così esordendo, trasportava il concetto sul piano operativo, pragmatico.
Secondo Berendt il jazz sarebbe in primis un modo, una pratica, un ‘come’ piuttosto che un ‘cosa’, gesto paralogico la cui sostanza si colloca al di là, o al di qua, del linguaggio.
Vi sarebbe poi un’idea di “artisticità”, un sentire iperbolico che ci trasporta verso una dimensione altra, non codificabile, percepita in modo chiaro, nelle sue peculiarità, dalla comunità degli artisti, meno chiaramente da parte di chi non sappia o non voglia cogliere la qualità della musica.
Si annida infine nel verbo “suonare” l’aspetto esteriore, plastico. La ricerca dell’effetto come manipolazione del sentimento dell’ascoltatore.
Il ‘jazz’ sarebbe allora musica di pancia più che di testa, sapere pratico prima che pensiero codificato su carta. Aspetti che andrebbero a dire il vero ben approfonditi, e fattori tutti decisivi quanto non esaurienti.
Comunque, simili concetti si affacciavano alla mia mente in ordine sparso domenica 23 febbraio dopo il concerto del pianista Yonathan Avishai al Teatro Franco Parenti di Milano nell’ambito della rassegna ‘Pianisti di altri mondi’, curata dall’ottimo Gianni Morelenbaum Gualberto in seno alla stagione della Società del Quartetto.


Trovare una definizione, infatti, per questo recital sotto il profilo del repertorio non era affatto semplice – e aggiungerei per fortuna.
Il timido e intelligente Avishai è noto jazzista e attualmente incide per l’etichetta ECM di Manfred Eicher. Il suo ultimo album, realizzato in duo con il trombettista Avishai Cohen, si intitola “Playing the room” ed è uscito nel 2019 (c.f.r. rubrica “I nostri cd” del 30 gennaio 2020). A Milano però egli non ha suonato il jazz che ci si aspetta ovunque, si è rivolto ad autori, oltre a se stesso, come il brasiliano Ernesto Nazareth, il cubano Ernesto Leucona e l’americano Scott Joplin, tutti apparentati alla musica concertistica più che all’idioma afro-americano. E li ha eseguiti ‘iuxta propria principia’. Scelta non consueta essendo il jazz un “mantram” che ritorna come riferimento obbligato ogniqualvolta si parli di musica improvvisata, quasi che l’improvvisazione non possa ormai articolarsi secondo approcci che non siano quello, sincopato e reattivo, inaugurato da James P. Johnson, che del jazz si autoproclamava il padre. Avishai ha saputo andare oltre, al cuore di linguaggi lontani e mondi paralleli, guidato da una personale linea espressiva. Il virtuosismo non sembra essere la dimensione che più gli si confà. Non è un difetto, anzi, egli punta su altro. Ascoltandolo, il nostro orecchio si è preso una vacanza da quegli aspetti protervamente muscolari che spesso infestano le esecuzioni pianistiche. La capacità maggiore dell’artista israeliano, domiciliato in Francia, è sembrata invece il saper avvicinare tali musiche non ‘mainstream’ con raffinatezza, lirismo, sconfinando in altri mondi sì, ma in punta di piedi, l’improvvisazione limitata allo stretto necessario. Perché una bella melodia la si può porgere anche in purezza, senza forzature e manierismi. Ci siamo ritrovati allora in una camera degli specchi dove non soltanto il pianista ritrovava sé medesimo negli autori proposti, ma gli stessi sembravano riconoscersi e stringersi in vicendevoli abbracci, gemelli di quelli tra pensiero e suono.
Ho apprezzato in modo particolare l’idiomaticità con cui è stato riletto Scott Joplin, specie sotto il profilo della scelta dei tempi.
Joplin, considerato “cheap” da qualche male informato, è in realtà difficilissimo da eseguire con proprietà. Non è raro sentire il rag-time, questa così delicata mistura musicale, violentato da esecuzioni sguaiate, perennemente troppo rapide (il rag non va suonato velocemente), irrispettose dei colori e del delicato connubio tra armonia e ritmo approntato da Joplin. Avishai ha saputo conferire ai dispositivi apparentemente semplici quanto in realtà complessi di questa musica lo spirito e il make-up necessari, proponendolo non alla lettera ma in azzeccatissime rielaborazioni personali. Ernesto Nazareth è in fondo – possiamo dirlo? – una sorta di Joplin brasiliano, armonicamente anche più ricercato: così come Lecuona era detto Chopin cubano (ma anche Liszt cubano, Gershwin cubano e via denominando). Siamo sicuri, in Italia, di essere così ricchi da poterci permettere di ignorare questi compositori di terre lontane?
Comunque sia, le loro opere sono state ritratte dal paesaggista Yonathan Avishai con perizia. Il pubblico ha colto il rapporto splendidamente interiore intessuto tra esecutore e autori e si è abbandonato alla musica, come il gatto, chiatton chiattoni, ci si apparecchia tra le ginocchia e cade in stato alfa.


Che Yonathan abbia letto André Gide: “Non si vuole la felicità già fatta, ma su misura” ?
Il concerto è stato introdotto da Roberto Zadik il quale, con entusiasmo, sottolineava quanto la musica israeliana, di cui in Italia si conosce poco, sia variopinta, intessuta di voci diversissime d’accento, meritevole di figurare in una nuova avanguardia. Ben detto. Ma ci vorrebbe un’avanguardia di segno nuovo, che respiri aria libera, sganciata da avalli accademici. Il tempo nostro, complesso, frammentato e decadente, sommerso da sonorità e clangori, attende ancora di venir musicato. Di certo, musicisti come Yonathan Avishai sono un acconto su questi tempi futuri, che speriamo di veder nascere presto.
Se la rassegna “pianisti di altri mondi” aveva tra i suoi obiettivi quello di riappropriarsi di un senso più vasto della musica, dei repertori, degli stili esecutivi direi che ci sta riuscendo bene. Simili programmi si pongono al di fuori del consueto per metterci in rapporto col mondo, anzi permettono di osservarne di nuovi, e Yonathan Avishai ha proposto una musica del senso più che del consenso.
Perciò il pubblico lo ha accolto, dopo l’iniziale circospetto pudore, con affettuoso entusiasmo.
Ecco la scaletta del concerto:

1. Carioca (Nazareth)
2. Maple leaf rag (Joplin)
3. Danza Lucumi (Lecuona)
4. Tango (Avishai)
5. Batuque (Nazareth)
6. Confidencias (Nazareth)
7. Danza del Nanigos (Lecuona)
8. La Comparsa (Lecuona)
9. Lya (Avishai)
10. Elite Syncopations (Joplin)

Bis: La Vie en Rose e Starting from Tomorrow (Avishai)

Massimo Giuseppe Bianchi

A Proposito di Jazz ringrazia Cesare Guzzardella per le immagini inserite nell’articolo.

Articoli scelti per te:

Ti è piaciuto l'articolo? Lascia un commento!

Commenti

commenti