Intervista raccolta da

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Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Enzo Favata, sassofonista

-Come stai vivendo queste giornate?
“Potrei dirti come tutte le persone di questo mondo, vivo le giornate con apprensione e sospensione, paura non solo del nemico invisibile, ma soprattutto del futuro incerto. Detto questo, cerco di usare questo periodo sospeso in maniera differente dal solito e di darmi un organizzazione rigida del tempo e delle cose da fare nell’immediato. Naturalmente un po’ spaventato dal fatto che alla ripresa dei “ giochi”, data la mia condizione di musicista geograficamente lontano dai centri di diffusione della musica, sarà molto difficile che tutto ritorni alla normalità in tempi brevi, ho deciso di riorganizzare il mio tempo, dandomi uno schema rigido alle mie lunghe giornate, suddivise con orari ed impegni precisi: la mattina la passo in studio cercando di fare come tutti i musicisti, pratica con lo strumento, la composizione di nuove idee ecc… ho anche preso in mano il mio archivio con 30 anni di lavori, registrazioni live, colonne sonore, lavori per cinema teatro, album mai usciti, performance e concerti live, un lavoro davvero imponente dato che ci saranno più di 400 ore di registrazione, non voglio lasciarle in un cassetto e le cose più interessanti le sto rimasterizzando e mettendo online, sarà un lavoro che continuerò anche finiti i tempi del coronavirus, per ora ci sono 22 album digitali già pubblicati https://enzofavata.bandcamp.com/  La seconda parte della giornata, dato che per scelta di vita da dodici anni ho deciso di abitare in campagna, il pomeriggio lo dedico alla terra che ho intorno a casa e cerco di fare seriamente un lavoro completamente diverso che richiede devozione e cura come la musica, lavoro a volte sin quando è buio. So che avere queste possibilità di poter non essere incollati ad un divano o reclusi in una piccola casa di 40 mq, di questi tempi può essere una grande fortuna, quindi porto grande rispetto alla condizione degli altri e spero che l’emergenza finisca presto”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso
“Il lavoro stava avendo un profondo cambiamento anche prima di questo sconvolgimento, vivo la scena musicale da davvero tanto tempo e la situazione per i musicisti è precipitata già da tempo, sin dall’avvento di alcune mode digitali che ne ha sconvolto il mercato, appiattendolo su di un concetto davvero restrittivo rispetto al ruolo della musica e del musicista. Personalmente lavoro molto e soprattutto all’estero e non sto a dire quanti concerti e tournée ho perso. Credo che il futuro non sarà più  lo stesso, ma lo vedo in positivo, dopo le grandi tragedie ci sono stati sempre epocali cambiamenti, credo che questa esperienza farà nascere  collaborazioni, nuovi network ed  una maggior coscienza anche da parte dei musicisti e della filiera dello spettacolo, compreso il pubblico: ci sono segnali già evidenti di una consapevolezza e riorganizzazione nel nostro mondo, basta iniziare ad avere più coraggio, a mettersi in gioco anche nella vita associativa, dare qualcosa anche agli altri per ottenere di più tutti e su questo la filiera del jazz italiano ha ancora da lavorare molto”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Sto riprendendo con più costanza la mia attività di colonne sonore, dove ho fatto molto negli anni, alternandola all’attività concertistica; non nascondo che è un momento difficile, ma vedendo il bicchiere mezzo pieno ho deciso di utilizzare i materiali  risorti dal mio archivio e li sto mettendo online. Credo  che  promuovere la tua musica su piattaforme come bandcamp stia iniziando a dare risultati non solo per me, all’estero è uno standard usato ed ha successo, in Italia impera Spotifly che, con tutto il rispetto per la musica per tutti, a noi del jazz fa arrivare qualche euro, per questo lancio un’idea alla stampa specializzata: sarebbe una bella cosa che anche la critica musicale, i media internet i blog e riviste, si dedicassero con più convinzione a questo modo di concepire la produzione musicale diretta tra musicista e fruitore della musica, per semplificare è un po’ come fa la Coldiretti in Italia, che promuove i prodotti  a chilometro zero”.

-Vivi da solo o con qualcuno. E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia famiglia e naturalmente in questo momento è importate, ma lo è sempre stato”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e   professionali sotto una luce diversa?
“Credo che l’isolamento aiuti a capire meglio il valore dei rapporti umani di una volta anche con i contatti diretti, chi non è della mia generazione non conosce il valore di una cartolina di una telefonata, di andare a far visita ad un conoscente, l’era degli sms e poi delle chat hanno appiattito tutto ad un messaggio uguale per tutti da spedire alla tua rubrica telefonica. Meno male che la tecnologia oggi, con le video-chiamate, ci aiuta a ridurre la distanza tra le persone che conosciamo e spesso riduce il noioso susseguirsi di messaggi, in questo periodo le video-chiamate sono aumentate visibilmente e questo modo visivo di dedicare più tempo, a mio parere cambierà notevolmente in meglio il rapporto tra le persone. Io lo sto sperimentando questo trend, conosco persone in tutto il mondo, ma mai come ora ne ricevo segnali e comunicazioni da tutti, credo che sia il leitmotiv che accompagna l’umanità tecnologica   ed è una bella cosa che tutti vogliono sapere degli altri. Anche nel lavoro si usano sempre più video-chiamate anche in gruppo per condividere qualche minuto insieme, guardarsi in faccia, oppure chiedere consigli su certe cose, parlare di problematiche comuni. Tutto questo prima di febbraio era molto più raro, oggi anche se distanti siamo più vicini perché ci accomuna un dramma e la voglia di superarlo”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica aiuterà tutti ad affrontare questo momento, mai come al giorno d’oggi la musica è facilmente raggiungibile ed è facilmente fruibile. La musica influisce molto sul modo in cui pensiamo, in cui ci comportiamo, in cui sentiamo. La musica è un mezzo davvero molto potente che lavora direttamente sulle emozioni. Per noi che la produciamo è una ragione di vita e non da oggi. Per me ora è un momento di grande immersione interiore, come ho detto prima sia nel passato con oltre 30 anni di  archivio dentro cui scavare e riscoprire, sia nel futuro con una  grande la voglia di creare a cui ho iniziato a dedicare più tempo proprio in questi giorni. Il lavoro della riscoperta di mie radici musicali ed anche il lavoro in campagna mi stanno dando la forza non solo di superare, ma anche di creare qualcosa di nuovo, come finalmente la realizzazione di un mio album in solo e la composizione di nuovi materiali per la realizzazione e registrazione del nuovo album con il mio attuale gruppo “The Crossing” con Pasquale Mirra, e Marco Frattini di cui esiste un album live recording su bandcamp  https://enzofavata.bandcamp.com/album/enzo-favata-the-crossing-live”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Chi ama la musica e la crea difficilmente pensa ad altro, ma nel concreto a mio avviso la forza per superare questo momento è l’unione il non sentirsi soli anche nel nostro mondo artistico, partecipare socialmente come ho detto prima, essere presenti , non solo con il dito sulla tastiera di un social, ma sentirsi parte di una comunità, far valere i propri diritti, ma anche i nostri doveri” .

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Devo dire che se da un punto di vista bisogna essere assolutamente ottimisti nonostante la banale, ma necessaria retorica di: “ce la faremo, andrà tutto bene, gli italiani sono un grande popolo… ecc…”, bisogna comunque iniziare a raccontare un po’ di verità su cosa è la nostra nazione, non dimentichiamo che l’Italia era già un paese scassato da prima con sei milioni di disoccupati, nove milioni di sommerso (tra cui anche molti musicisti danno il loro piccolo contributo lavorando in nero) cinque milioni di poveri. Insomma l’unità va bene ma anche la coscienza di essere sull’orlo di un baratro e che le risorse che verranno impiegate per la ripresa saranno dei conti salatissimi che dovremo pagare, non dimenticandoci che gli Italiani complessivamente evadono per 150 miliardi all’anno e questo non è un esempio di unità. Su questa domanda vorrei divagare un poco prendendo ad esempio dei post che in questi giorni vedo sul mondo dello spettacolo a proposito di iniziative virtuose come quelle del governo tedesco. Secondo voi possiamo paragonarci? Oppure post “l’Italia è il paese della cultura e dell’”.  Ma si ha in mente quanto i governi “cattivi” del Nord investano in cultura? Chi ha frequentato i palcoscenici della Germania, Norvegia, Svezia ma anche dell’Olanda si rende conto di quanto i governi spendono e di quanto il pubblico sia presente e spenda i soldi di un biglietto, anche per andare a vedere musicisti non conosciuti; esiste insomma più senso di unità nel vedere la gente che conduce una vita sociale legata alla cultura, al ritrovarsi per un evento che non sia di natura commerciale o nazional-popolare; speriamo che cambi qualcosa che non sia l’unità dei flashmob dai balconi, e di tante altre iniziative che lasciano il tempo che trovano. Finisco il concetto dicendo che il mondo della musica ha sempre risposto al concetto di unità andando in aiuto sempre per le cause dei più deboli”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“Il mondo del jazz, come è noto, per una parte si è associato in Federazione del Jazz Italiano, che riunisce l’associazione dei Musicisti, quella dei Festival ecc… (conoscete già chi ne fa parte) si tratta comunque di un buon inizio e credo siano stati fatti passi importanti, dato che prima non esisteva nulla; detto questo si ha la necessità di dare un’accelerazione vista la situazione contingente, lasciando da parte certi atteggiamenti garantisti solo per una piccola parte del jazz italiano, siamo una filiera e se una parte soffre, ne soffre l’intera catena. La mia non vuole essere una critica bensì un suggerimento attivo: AMJ, di cui faccio parte e che riunisce i musicisti di jazz, per avere più massa critica deve riuscire ad accogliere più musicisti non solo della fascia “giovanile” e per far questo deve riuscire a dare più fiducia a chi sarebbe intenzionato ad aggregarsi, ma non lo fa perché comunque non si sente rappresentato; è un duro lavoro, credo che l’attuale dirigenza stia facendo anche oltre il possibile, ma bisogna superare questo stallo e gli strumenti necessari si hanno basta metterli in atto. I-Jazz in questo momento, almeno per la fine del 2020 e credo per buona parte del 2021, dovrà essere cosciente del “capitale artistico“ che sono i musicisti di jazz Italiani ed imparare a valorizzarlo maggiormente, anche con importanti azioni di promozione, sviluppare azioni comuni per quanto riguarda il fundraising e mettere in campo, anche aiutati dal Governo, tutte quelle azioni che permettano di promuovere i Festival, Teatri, Rassegne, per riportare a loro il pubblico anche con una visone diversa,  prendendo spunto, come ho spiegato prima, dal pubblico dell’Europa del Nord”.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Il Governo ha iniziato un piccolo dialogo con la Federazione del Jazz ed “a bellu a bellu” ( traduzione dal sardo: a piccoli passi) sta iniziando un percorso. Nella Fase 3 post Coronavirus e con la riapertura delle frontiere chiederei: una disposizione finanziaria maggiore sia nelle attuali risorse per il Fus, sia meccanismi di avvicinamento per quei Festival e realtà importanti (e ce ne sono) che non hanno avuto la fortuna di aver accesso al Fondo Unico per lo Spettacolo; creare incentivi almeno per un quinquennio  per I Festival ed i Palinsesti che ospitino musicisti Italiani di Jazz (di qualsiasi età); creare una campagna di promozione di riavvicinamento del pubblico, anche reintroducendo e incentivando le iniziative statali e private, la programmazione della musica jazz e dei concerti com’era una volta. Infine, ma non meno importante, attivare l’Export Office, una Istituzione di promozione governativa, attiva con successo in tantissime nazioni, che in Italia deve dipendere dal MIBACT , con un modello a struttura aperta ed a sportello, con due call annuali che finanzino i viaggi dei musicisti che ne abbiano diritto, ovvero con dei contratti firmati da Festival ed Organizzazioni straniere, lo stesso Export  Office che andrà a promuovere il jazz Italiano nelle Fiere”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Diciamo che dopo quello che ho detto, consiglio a tutti di andare a scoprire la musica su Bandcamp, è un buon modo per essere uniti e solidali con i musicisti che non stanno lavorando in questo momento e naturalmente, una volta ascoltati i brani, scaricate gli album; trovate anche le più importanti etichette, digitate un genere ed andate a scoprire. Libri? “Logo Land” di Max Barry, per capire in un romanzo del 2003 la società attuale. “In Patagonia” di Bruce Chatwin, per comprendere un mondo in cui la distanza sociale è usuale. “Peggio di un Bastardo” autobiografia di Charles Mingus. Ed infine per chi volesse angosciarsi di più, ma con un libro straordinario “La Peste” di Albert Camus.

Gerlando Gatto

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