Jazz e diritto d’autore: il plagio musicale

In natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, secondo Lavoisier.
E in musica? Come avviene che l’ispirazione, attraverso la combinazione di note musicali, dia luogo a sonorità che si presume siano, fino a prova contraria, nuove?
Sono interrogativi che meriterebbero attente riflessioni. In questa sede ci si vuol solo soffermare sulla possibilità che la creazione artistica riproduca, in modo più o meno consapevole, delle «preesistenze». Col rischio che, superata una data soglia, si possa configurare il plagio musicale e cioè un’ «appropriazione indebita» del frutto dell’ingegno creativo di altri. Il che accade allorché, ad esempio, tra due canzoni «la cadenza della traccia solista sulla struttura degli accordi è uguale o molto simile» all’altra ( www.plagimusicali.net) .

La lesione, di tipo morale ed economico, va inquadrata nella tematica del diritto d’autore e riguarda principalmente quella larga serie di controversie inerenti in gran parte il campo della musica leggera rock e pop, in cui l’aspetto economico è prevalente. In Italia la disciplina, fondata su codice civile e legge sul diritto d’autore del 1941, si va assestando gradualmente grazie a dottrina e giurisprudenza, sia italiana che europea. Ma torniamo al plagio. «Anche Mozart copiava» è il titolo del volume edito da Auditorium nel 2004 di Michele Bovi, uno specialista della materia, che riconduce il fenomeno del «prelievo» già alla musica classica.
Meno toccato dal contenzioso appare il jazz anche se, per una tale musica di contaminazioni e sintesi di materiali diversi, è vitale a volte oltrepassare confini musicali con il rischio teorico di sconfinamento in «terra» altrui.
Ciò non avviene di norma con la semplice ‘citazione’, prassi diffusa nella musica neroamericana, che può assumere in genere un valore di ricordo, omaggio, tributo ovvero scherzo riguardoso o semplicemente richiamo a un qualcosa di già noto magari con ammiccante occhiolino all’ascoltatore o allo spettatore per meglio catturarne l’attenzione. Si tratta dunque di una pratica retorica e stilistica che trova fondamento nella propria dichiarata ed esplicita evidenza, ovviamente da contenere entro dovuti limiti.
Escludiamo poi dal novero delle ipotesi di possibile plagio la semplice ‘assonanza’ poiché, essendo 12 le note musicali, può capitare, e spesso capita, che fra composizioni ci sia un ché di assonante.


Altra situazione possibile si ha con il ‘camuffamento’. Nel servizio Tg2 Dossier «La musica in tribunale» del 2 marzo 2002, disponibile anche in rete, postato il 4 giugno 2019, è il ricordato Bovi a raccogliere una breve quanto illuminante intervista con Giorgio Gaslini. Nella stessa il Maestro spiega come il ‘camuffamento’, tipico nel dopoguerra del bebop, sia ben distante dal caso giuridicamente sanzionabile del plagio.
Al riguardo, con esempi al pianoforte, e partendo dal brano «How High The Moon», evidenzia come «depurando» il tema ma conservando la sequenza degli accordi, Charlie Parker abbia sovrapposto la sua «Ornithology», accelerandone il tempo, al sopraddetto standard di Morgan Lewis.


La stessa Ella Fitzgerald, in una splendida versione di «How High the Moon», ha costruito su quegli stessi accordi delle linee di canto in cui ripete di pari passo il tema di «Ornithology».

È, questo, un gioco di innesti che si presta a mille opzioni. Ma attenzione! Pur essendo i primi accordi di «There’ll Never Be Another You» uguali a quello di «Bluesette», gli sviluppi rispettivi seguono percorsi assolutamente differenti.
E poi se prendiamo «At Last» di Warren, costruita su un comune giro armonico, sono quelle note bluesy in 7 a renderne originale la traccia principale.
È assodato allora come sia il nucleo melodico di un brano – la Siae chiede di segnare otto battute sul bollettino di deposito della Sezione Musica – la chiave per individuare un eventuale magari inconsapevole «copia e incolla», con possibile strascico di contestazioni.
Esiste in materia un’ampia letteratura. James Newton denunciò i Beastie Boys per violazione di copyright avendo il gruppo rap effettuato un campionamento di sei secondi di un brano del flautista nel proprio «Pass the Mic». Non era sufficiente per il jazzista aver incassato una quota di diritti rapportata allo spezzone di musica prelevato, e sostenne infatti la tesi che gli fosse dovuto un ammontare proporzionato all’intera durata del brano. La nona corte d’appello di San Francisco nel giugno 2005 gli diede torto reputando i sei secondi non bastevoli a configurare l’intera composizione (cfr. dirittodautore.it).
Nel blues ha fatto epoca il caso del famoso hit «Whole Lotta Love» dei Led Zeppelin per le parti identiche a «You Need Love» interpretata da Muddy Waters ( rollingstone.it 1 agosto 2018).

A fare il punto della situazione è oggi ancora una pubblicazione di Bovi, già apprezzato di recente in «Note segrete. Eroi spie e banditi della musica italiana» (Graphofeel, 2017). Lavoro, quest’ultimo, che conteneva spunti di storia (parallela) del jazz come nel capitolo su Il fascino recondito del night club: «se l’elegante Green Mill Jazz Club di Chicago fu per i primi quarant’anni del secolo scorso uno degli originari ritrovi della storia del night club e insieme salotto di svago per Al Capone e tutti i suoi accoliti d’epoca proibizionismo, così l’esclusivo Copacabana di New York, diretto (dietro le quinte) da Frank Costello e Joe Adonis, ne fu il degno successore»: locali che ospitarono artisti come Ellington, Sinatra, la Holiday, Dean Martin…
Il nuovo libro «Ladri di canzoni. 200 anni di liti musical-giudiziarie dalla A alla Z» (Hoepli) si presenta come un’indagine a tutto campo ricca di notizie e chicche («Yesterday» dei Beatles con l’antenata nel repertorio napoletano del settecento per esempio) che tocca diversi musicisti nel ruolo sia di attori che di convenuti processuali.
Il jazz vi compare in diversi casi. Come Beppe Mojetta, pioniere del jazz di casa nostra, oggetto nel 1954 di una sentenza sfavorevole per la sua «Una canzone e quattro lacrime» in una causa intentatagli da Giuseppe Fugazza. Ed era stato il jazzista Avo Uvezian ad accusare per primo di plagio la famosa «Strangers in The Night» del direttore d’orchestra Bert Kaempfert, cavallo di battaglia di Frank Sinatra.
Nel libro compaiono altri nomi altisonanti di protagonisti della musica americana come Burt Bacharach, menzionato per la sua crociata contro i criteri abituali di trattare il plagio musicale in una messe di vertenze giudiziarie.
Nello specifico la proposta è una commissione di artisti super partes esterna alle aule giudiziarie.
Altri nomi noti alle cronache jazzistiche sono quelli di Bing Crosby, Judy Garland, Kyle Eastwood…

Il problema resta quello di sempre: la chiara delimitazione di ciò che è lecito e ciò che non lo è, e come soppesare il valore artistico del riutilizzo e del «riconfezionamento» .
Che Gaber e Luporini abbiano ripreso il «Voyage» di L. F. Celine non può far scandalo se si pensa che gli autori di «Far finta di essere sani» sono gli inventori del Teatro Canzone, hanno cioè dato forma a un inedito mix artistico. Maneggiare materiali già in circolazione non è dunque pratica riprovevole, tutt’altro. Le biografie di Bach e Haendel, Leoncavallo e Lloyd Webber (di cui si parla nel libro ampiamente) ne sono a riprova. Johann Mattheson asseriva che i prestiti sono ammissibili, e si era in quell’epoca barocca che ha altre analogie col jazz, come l’improvvisazione.
Sul piano giuridico la sentenza della Cassazione 3340/15 ha fra l’altro individuato, a proposito di plagio, la interessante figura del «cuore» di un testo poetico-letterario.
Un elemento di valutazione in più, a livello musicale, potrebbe essere il Plus Valore, concetto clonato dalle categorie economiche, in quanto elemento che caratterizza l’innovatività di una composizione, il suo di più rispetto a precedenti «affinità».
Questi e altri concetti radicati nello «stare decisis» potrebbero convergere in possibili linee guida nell’attività dei periti in questa materia sempre più internazionale e sempre più «internautica».
Da segnalare, infine, sulla tutela dei diritti nel web della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la sentenza C-264/19, del 9 luglio, attinente a violazioni del diritto d’autore (cfr. Guida Rapida 1 «Il Sole 24 Ore», 13/7/20) in cui si demanda fra l’altro agli stati membri la facoltà di prevedere più ampi strumenti di collaborazione a favore dei titolari di proprietà intellettuali. La palla dunque passa a chi ha il potere/dovere di intervenire, raccogliendo un segnale di alto indirizzo giurisprudenziale che non va lasciato cadere nel vuoto.

Amedeo Furfaro

I nostri CD. I colori del piano jazz

Giovanni Ghizzani – “Lost in the Supermarket” – Dodicilune
“Lost in the Supermarket” è l’album che il giovane pianista e compositore toscano Giovanni Ghizzani ha inciso per la label Dodicilune. Il lavoro prende spunto dal senso di vertigine da smarrimento che si può avvertire in un centro commerciale davanti ai tanti colori della merce esposta. Colori e musica. Val la pena ricordare che la sequenza classica di sette colori era stata associata da Newton alle sette note musicali. Il jazz, se vogliamo, è una sorta di arcobaleno di sottogeneri con vaste venature di suoni. In questo caso, anziché perdersi, Ghizzani esce dal dedalo di corridoi ancor più ispirato nel portare avanti il progetto di un quartetto “over the rainbow” che propone proprie composizioni su testi in inglese scritti dalla cantante Anaïs Del Sordo, supportato da una ritmica che vede schierati il trentino Kim Baiunco al contrabbasso e il siciliano Giuseppe Sardina alla batteria. I musicisti, il cui retroterra curricolare si situa fra blues, funk, rock e free, hanno al proprio attivo ottimi piazzamenti in concorsi fra cui il recente premio della giuria popolare al Conad Jazz Contest. Al versatile team si affianca, nello swing d’apertura (“Claps of Thunder”) il clarinettista Daniele D’Alessandro, presente anche in “Daydream”, omonimo del famoso hit dei Lovin Spoonful; più avanti è la volta del chitarrista Alain Pattitoni in “Living for Tomorrow” e “New Horizons”. Il palinsesto prevede in tutto dodici brani, tre dei quali – “Flows”, “Escape the Wreck”, “30 Ways (to confuse your mind)” – divisi in due parti, in cui risulta centrale, a fini di fluidità dei temi, pur su basi armoniche complesse, lo strumento della voce. In questo, la frontwoman calabrese riesce capacemente “colorando i pezzi di una tinta sonora inconfondibile” per come rileva lo stesso Ghizzani nella nota interna alla cover. È un ‘melodiare’ flessuoso, il suo, in ballad romantiche tipo “Hope” e “Renewal”, che sa spiccare voli felini nei momenti giusti dei pezzi più “metropolitani”. Senza più smarrirsi, il 4et, fra i colori dei prodotti sugli scaffali di un ipermercato della loro Bologna.

Mirco Mariottini, Stefano Battaglia – “Music for Clarinets and Piano” – Caligola
Ernst Ferand, nel volume “L’improvvisazione in nove secoli di musica occidentale”, annota che “non è possibile trovare un solo settore della musica che non sia stato influenzato dall’improvvisazione e neppure una sola tecnica o forma musicale che non abbia avuto origine dalla pratica improvvisativa”. Se si parte da questo assunto l’album di Mirco Mariottini e Stefano Battaglia “Music for Clarinets and Piano” (Caligola) appare una sorta di guida musicale all’agire intenzionale tramite processi improvvisativi in tutte le musiche. Guardando già agli albori della storia della musica, non a caso la prima traccia è dedicata a Ildegarda di Bingen, prima donna a comporre. E senza che manchi il jazz, improvvisativo per definizione, il cui influsso si condensa nelle Impro II e III intitolate, nell’album, a “Jimmy Giuffre” e “Paul Bley”. Poi il percorso abbandona la strada più breve e diviene panoramico. Già nella track su “Igor Stravinsky” emerge il gioco pianistico di cromatismi, policromie, discromie mentre il clarinetto delinea in modo astratto il profilo di un grande contemporaneo in “Bruno Maderna”. La piramide musicale che i due musicisti scalano presenta ulteriori ed impreviste sfaccettature, estranee all’avanguardia novecentesca. Si ritrovano melodie da chanson in “Charles Aznavour”, echi arcaici nel bordone del clarinetto basso nel “ritratto” di “Rosa Balistreri”, ipnotici crepuscoli mediterranei nell’ossessività del flamenco in “Camarón de la Isla”. Scorrono le note come se tastiera ed ancia creassero immagini per una galleria, un’expo di suoni inattesi sparsi nel tempo e nello spazio, che circumnavigano il mondo dall’Ucraina di “Valentin Silvestrov” alla Polonia di “Krzysztok Komeda”, dalla Russia di “Sainkho Namtchylak” fino ancora agli Stati Uniti di “Elliot Carter”. 12 improvvisazioni in totale dove il tema dato è una spiccata personalità musicale su cui l’interpretazione del duo sviluppa possibili esiti alle distinte estetiche e poetiche delle figure di cui sopra. Modelli identitari che si evolvono, come tutta la musica, “con il placido moto che è proprio di un fiume, con l’ininterrotta evoluzione che è propria di un albero di sequoia” (Menuhin).

Giulio Scaramella – “Opaco” – Artesuono
I colori del jazz nella vulgata più diffusa sono il bianco e il nero, come i tasti del pianoforte. Ma ciò è alquanto riduttivo! Ci sono tanti esempi che sconfessano tale stereotipo. L’album del pianista-compositore Giulio Scaramella, “Opaco”, della Artesuono, sta a dimostrare come le tinte di questo gene(re) di espressione musicale possano configurarsi persino in un dimensione coloristica non netta, né trasparente, talora nebulosa, volutamente priva di lucentezza. Che però è capace di trasmettere all’esterno il proprio suono interiore stimolando in chi ascolta i due effetti di cui parla Kandinskij, fisico e psichico, insomma soma e psiche. Il suo trio senza batteria con Federico Missio ai sax e Mattia Magatelli al contrabbasso ne ovatta il guscio ammorbidendolo già dal primo brano che battezza il disco e nella successiva “Musica Ricercata VII” di Ligeti, di minimale raffinatezza. Sarà perché stimolati dal discorso relativo alla “tavolozza” tonale ma il terzo brano in scaletta, “Know Your Knots”, evoca l’idea di un blu opacizzato che implica lento movimento laddove “Over the bar” pare virare, fra il giallo e l’arancione, in sospensione fra energia e instabilità, ambedue ad alta vibrazione metrica. “Time flies (and so do changes)” è uno swing in cui prosegue l’esplorazione “politonale” con “lotte di toni” del trio mentre, dopo “Frammento” e l’omaggio a Coltrane in “Naima”, ecco un “The Wall”, composto stavolta da Magatelli, reso palpitante dalle curate atmosfere impressionistiche replicate in chiusura in “Petite Fleur” di Sidney Bechet. È, quella di Scaramella, una rilettura di orizzonti allargati a più segmenti autoriali – Bach, Bartók, Bill Evans, Ethan Iverson e Mark Turner – beninteso smaltati di opaco.

I NOSTRI CD. Le forme del duo

Daniele Di Bonaventura, Michele Di Toro – “Vola Vola” – Caligola Records.
Nel jazz la coppia scoppia … di salute. È il caso di “Vola Vola”, l’album, edito da Caligola Records, in cui il bandoneon di Daniele Di Bonaventura sposa il pianoforte di Michele Di Toro nel mettere le ali a dieci brani esemplari dell’estetica musicale della partnership. Diceva Horacio Ferrer che “il bandoneon è una fatalità del tango”. Non solo tango, verrebbe da aggiungere ascoltando questo lavoro intitolato ad una delle canzoni abruzzesi più famose reinterpretata, fra le altre, su arrangiamento dello stesso bandoneonista. Perché un tale strumento dal suono struggente, se accostato ad una tastiera ispirata, anche quando fuoriesce dal ventre latino, amplia la gamma di possibilità espressive, per aprirsi ad una varietà sconfinata di opzioni.
Con Di Bonaventura e Di Toro la musica “trasvola”, scivola via in modo aeriforme, non imbocca false piste né infila uscite tortuose. E se può sembrare che il giusto grembo per quelle note sia il Piazzolla di “Jeanne y Paul” e i Gardel-Le Pera di “Soledad” e “Sus Ojos se cerraron”, la eccentricità del duo risalta quando è alle prese con “Blossom” di Keith Jarrett. Non c’è, intendiamoci, nessuna “slatinizzazione” del repertorio semmai si è all’approdo verso nuovi mondi sonori. Sono quelli per cui i due musicisti si fanno attori di spirali armoniche, propulsori di sintesi calde fra dimensioni tecnica ed artistica, addensatori colto-popular in pezzi quali “Touch Her Soft Lips And Part” di William Turner Walton. I due solisti si destreggiano inoltre in partiture proprie – Di Bonaventura in “Sogno di primavera”, Di Toro in “Corale” e in “Ninna nanna” – e quando si cimentano con la poesia insita in un brano altrui tipo “One Day I’ll Fly Away” applicano al meglio i propri elegiaci modi al lirismo vibrante di questa intensa composizione di Nils Landgren e Joe Sampler.

Alice Ricciardi, Pietro Lussu –“Catch A Falling Star” – Gibigiana Records.
Come zumare insomma inquadrare dei soggetti musicali tramite la macchina da presa uditiva? Facciamo l’esempio del canto femminile: qual è il contesto strumentale più idoneo a focalizzarne le doti? La soluzione proposta con il disco “Catch A Falling Star” della vocalist Alice Ricciardi col pianista Pietro Lussu è più che idonea: la voce, semplicemente cruda, affidata alla “cura” della tastiera, elettrica in questo caso. Beninteso la materia prima, quella canora, ed il contorno armonico della tastiera devono essere di prim’ordine perché il risultato sia adeguato alle aspettative.
Ed è quanto avviene con la Ricciardi, artista di stile e raffinatezza non comuni, che propone nell’album tredici brani sia di propria scrittura (fra cui spiccano “Clues Blues” a firma anche del pianista e”Y-Am”con i testi di Eva Macali) che standards di Berlin, Vance (vedansi il titolo del cd), Rodgers-Hammerstein, Gershwin, Van Heusen, Porter, Ellington ed una originale immersione nel pop d’annata con “Good Vibrations” dei Beach Boys. La forza del lavoro sta ulteriormente nella capacità di Lussu di inseguire in punta di piedi le di lei giravolte sui registri più acuti, nell’orchestrarla di ornamenti ed arabeschi, nell’abilità di rarefarne le atmosfere swing, nella discrezione nel defilarsi al momento opportuno e lasciare che la cantante segua il proprio filo d’Arianna, jazzisticamente proteso, con l’orientamento deciso che le è proprio.

Josh Deutsch, Nico Soffiato – “Redshift” – Nusica.org
Sembra alquanto inusuale la struttura binomica del piccolo gruppo formato dal trombettista John Deutsch – Grammy Award 2019 per il miglior album latin jazz – con Nico Soffiato alla chitarra baritona. Il duo, artisticamente nato a Boston, nel terzo disco, Redshift appena edito da Nusica.org, si arricchisce di loop, sinth e sovratracce, e si “rinforza” in diversi brani grazie alla presenza “extra” di due batteristi come Allison Miller alternato a Dan Weiss. Dunque un duo plus se si considera il featuring degli ospiti citati che vanno a ben incidere sulla tenuta ritmico-percussiva delle esecuzioni senza per questo minimizzare la validità del costrutto sonoro impastato dalla coppia leader. Il sodalizio ultradecennale di Josh e Nico si basa su una “bilancia” musicale, in bilico fra acustica ed elettronica, su due creste, estetica jazz/rock/pop ed anima classica (“44.2” è un riarrangiamento da Robert Schumann mentre “John My Beloved” è la nota cover di Sufjan Stevens laddove con “Paul” siamo nell’indie rock degli statunitensi Big Thief). Le composizioni di Soffiato si distinguono per scelta sussequenziale di accordi funzionali allo sviluppo melodico ed ad impro contenute (“Endnote”, “Remember”) con qualche deviazione funky (“Tooch Taach”). Dal canto suo il Deutsch autore si caratterizza per l’ondeggiare gravitazionale della tromba che va ad illuminare di rossastro gli antri sonori di “Time Lapse” o le luci basse di “Arrival” mentre in “Triad Tune” e nella stessa “Consolation Prize”, scritta a quattro mani col chitarrista, dà sfogo ad un eloquio modulato e intenso, istintivo e profondo, per rimanere a descrizioni “dual”. Il tutto viene shakerato avendo sullo sfondo la skyline di New York, metropoli in cui i nostri eroi si sono da tempo trasferiti assorbendone in pieno lo spirito innovativo. Da precisare che Redshift, oltre ad essere il nome della storica band inglese fondata da Mark Shreeve, sta ad indicare la maggiore lunghezza d’onda di un qualcosa che si allontana. Da qui il richiamo subliminale al gioco più/meno di frequenze del duo in questione.

I NOSTRI CD. Miatto, Piccioni, Scandroglio, Bardoscia: quando il basso vola alto.

Lorenzo Miatto – “Civico 19” – Caligola Records
Si può dire “il volare del basso” se un basso “vola alto”? Sì, probabilmente.
È quando, in altri termini, uno strumento come il basso elettrico rifugge dal ruolo di mero accompagnatore per librarsi improvvisativo e liberarsi in canto solistico per, appunto, “volare alto”. Questo espediente retorico è utile per meglio connotare il debutto discografico del giovane bassista veneto Lorenzo Miatto con l’album “Civico 19” (Caligola). Gli è a fianco il chitarrista Nicola Privato nell’attuare una coppia aperta agli scambi di ruolo, melodico e di sfondo armonico, per una sezione bass/guitar sorretta dalla bacchetta-misurino di Niccolò Romanin.  L’atmosfera, all’inizio di fusion sericea, si fa man mano più pastosamente sostanziosa. Il contesto è di un jazz non scevro da echi pop e rock in cui le composizioni del leader sono arrangiate in modo da esaltare la cantabilità tipica del basso elettrico, in un certo senso più opalescente rispetto allo strumento che ne è il fratello maggiore, quantomeno per stazza, il contrabbasso. Oltretutto un mirato uso di reverberi e vibrati ne rafforza l’affinità elettiva con la chitarra in una giostra di suoni variopinti e tempi sempre cangianti quasi uscissero imprevisti e insoliti dal compact, porta girevole di dodici tracce, emotive prima ancor che musicali.

Dario Piccioni – “Limesnauta” – Caligola Records
Ancora un debutto a marchio label Caligola col contrabbassista Dario Piccioni.
Il suo disco,”Limesnauta” è un neologismo che riassume un’autodefinizione della personalità del Nostro, cioè un navigatore del confine; verrebbe da aggiungere che è un esploratore del suono, un ‘traversatore’ di stili (nel cd appaiono le tablas di Daniele Di Pentima e l’oud di Stefano Saletti) un condensatore di ricami e richiami (a Renaud Garcia-Fons, per i sapori spanish dell’orchestrare e forse a Gary Peacock per il gusto nel ‘modaleggiare’). La bellezza del jazz è anche questa: il divagare dell’immaginazione di chi ascolta e intravede legami col proprio archivio mnemonico per confrontarli con chi oggi li maneggia e rimaneggia il processo di trasformazione e fusione di materiali preesistenti e nuovi, da solista o in gruppo. Già perché la fucina di Vulcano ha propri aiutanti! E così Piccioni si avvale del timone pianistico di Vittorio Solimene e col motore ritmico del batterista Ivan Liuzzo veleggia su una musica between/on/no borders in cui il contrabbasso si installa senza brontolii contando fra gli altri dell’ausilio “navigato” di Eugenio Colombo al sax e della voce, carezzevolmente erratica, di Veronica Marini.

Michelangelo Scandroglio – “In The Eyes of the Whale” – Auand
La Auand ci regala, con “In The Eyes Of The Whale”, ancora un contrabbassista in bella evidenza. Si tratta del ventitreenne toscano Michelangelo Scandroglio, reduce dall’affermazione del Conad Jazz Contest ad Umbria Jazz 2019 e vincitore del bando Mibac “Nuova generazione jazz” che si propone, prima facie, in veste di compositore dei 7 brani originali in scaletta oltre che come virtuoso. Verrebbe da capovolgere il motto “dimmi con chi suoni e di dirò chi sei” in “dimmi chi sei e ti dirò con chi suoni” nel senso che la scelta dei partners è quanto mai in linea con l’amalgama sonoro prefigurato da Scandroglio dalla sua collodiana “balena” che accoglie e lascia passar fuori, dal proprio grembo, elettrici spruzzi di energia.  Militano infatti nella formazione il pianista Alessandro Lanzoni, il trombettista Hermon Mehari e il batterista Bernardo Guerra. Come dire un fior fiore di musicisti di nuova generazione, in tutto (magnifici) sette se vi si considerano gli ospiti Michele Tinto e Logan Richardson (alto sax) unitamente al londinese Peter Wilson (chitarra). Si avverte, nel suo background, la mano del didatta Ares Tavolazzi in un collocarsi fra rock pop e jazz contemporaneo che ne costituisce la specifica distintiva cifra artistica. In Scandroglio Mente (compositiva) e Cervello (bandlearistico) si coniugano alla Technè ovvero ad un tocco sapiente e sicuro sullo strumento. Cosa che nel jazz non guasta mai!

Marco Bardoscia – “The Future is A Tree” – Tûk Music
“The Future Is A Tree” (Tûk Musik) è l’interessante album del contrabbassista salentino Marco Bardoscia inciso con il collaudato trio completato dai corregionali William Greco al pianoforte e Dario Congedo alla batteria. Il lavoro si incentra sul Tempo inteso come cronologia ma anche frazione, scansione, struttura organizzata per lo zampillio dell’espressione musicale. La suite iniziale, divisa in Estate-Autunno-Inverno-Primavera, pur non essendo una rivisitazione vivaldiana, presta il fianco a possibili analogie: il respiro dell’atmosfera estiva, le mezze tinte autunnali, la chiusa pensosità invernale, la leggerezza primaverile. Ma la sua “quattro stagioni” non è né bucolica né arcadica a causa della costante contaminazione di terra mare e natura nel mondo odierno.L’artista scevera in jazz le proprie preoccupazioni sull’emergenza climatica del pianeta mentre guarda alle prospettive future delle nostre comunità, dei nostri figli. È dunque il suo un non-viaggio che lo porta ad enucleare, da fermo, i propri moti d’animo attraverso la musica, che è lirica, ispirata all’albero, quello che nella cover è costruito con rustiche matite dalla punta rossa, una pianta che rinvia idealmente a quella di Tranströmer che “prende vita dalla pioggia come un merlo in un frutteto”. I successivi cinque brani sviluppano in varietà di note la riflessione sulla gravità degli effetti del cambiamento climatico che l’uomo, dopo averli causati, non intende anzi non riesce ad arginare, come lo stregone che non sa esorcizzare gli spiriti del male che ha evocato.
Un jazz dunque impregnato di contenuti, quello di Bardoscia, che è anche un’ulteriore rivendicazione ed “espropriazione” del ruolo di prim’attore che il contrabbasso si è saputo conquistare sulla scia di Mingus, Pastorius ed altri capostipiti.
Insomma jazz bass e doublebass, dopo decenni in retrovia, son sempre più alla ribalta anche nel contemporary jazz di casa nostra. Come l’anatroccolo che finalmente può brillare di luce propria e pavoneggiarsi con gli altri per la propria avvenenza.

Jazz sì… ma col fischio! Cenni di whistling story

Risentendo alla radio le risposte di fischiettio collocate nel brano sanremese “Viceversa” di Francesco Gabbani, son venuti in mente frammenti di passato e presente di questo “strumento” un po’ Cenerentola che è il fischio.

All’inizio risalendo mnemonicamente, a proposito di favole, al ritornello di “Impara a fischiettar”, la “Whistle While You Work” del film “Biancaneve e sette nani” del 1937,
confluito poi – come “Someday My Prince Will Come” della stessa pellicola – in contesti “maggiorenni” quale ad esempio il 45 giri del 1961 di Piero Umiliani, seguendo cioè la scia di tante canzoni disneyane, già patrimonio dell’umanità giovanile, divenute adulte, “Whistle While You Work” assumeva nel titolo finalità didattica e divulgative a favore di questo strumento non costoso, facile da trasportare e, come la voce, tipicamente umano (In parallelo a quei virtuosi che hanno la capacità di produrre suoni da parti del corpo, Nana Vasconcelos con la cassa toracica, Demetrio Stratos con il canto difonico, in grado di articolare armonici composti di due o tre note).
Il fischio, forse per una strana “triste” leggiadria non scevra dai richiami “aulici” degli antichi aulos, ha un proprio indiscusso fascino. Si associa ad altri contesti come lo yodeling ed è tipico di musiche etniche anche primitive oltre che di musicisti e gruppi contemporanei, vedansi in Italia Vasco Rossi (“Vivere”), Litfiba (“È il mio corpo che cambia”), Lucio Dalla (“Com’è profondo il mare”), il mitico Lucio Battisti (“Umanamente uomo: il sogno”); e, a livello internazionale, gli Scorpions (“Wind of Change”), Bob Sinclair (“World, Hold On”), OneRepublic (“Good Life”), Maroon 5 (“Moves Like Jagger feat. Christina Aguilera”), Flo Rida (“Whistle”) e persino nell’attacco di “Sofia” di Alvaro Soler.

Lucio Dalla

Il fischio ha avuto risalto nel cinema con la colonna sonora di “Per un pugno di dollari”, di Sergio Leone, simbolo maximum del fischio-western e grazie alla Whistle Song resa celebre da Kill Bill di Quentin Tarantino, rielaborata di recente dalla sassofonista salernitana Carla Marciano nell’album “Psychosis”, della Challenge, dedicato al compositore Berhard Herrmann.

Altri esempi-modello la marcetta militare fischiettata, soundtrack del film “Il ponte sul fiume Kway” di David Lean del 1957 e la più recente performance, in “Loro 2” di Sorrentino, di Elena Somaré, una eccellenza italiana e al femminile della “disciplina”, degna erede di Alessandro Alessandroni, storico maestro del fischio in spaghetti-western. E, dato che la Somaré è nell’Italia del jazz, la migliore ‘fischiatrice’, vale forse la pena dedicarle qualche parola in più.

Elena Somaré

Nata a Milano in una famiglia in cui l’arte è di casa, dopo aver studiato fotografia dal 2007 inizia a dedicarsi alla musica per fischio melodico e studia per due anni armonia e ritmica con il maestro Lincoln Almada. Dal 2007 al 2011 collabora con l’orchestra di Massimo Nunzi Nel 2011 incide il suo primo CD, colonna sonora della Mostra multimediale “Il Fischio Magico” alla Casina di Raffaello di Roma. In questi anni avviene l’incontro con il jazz per merito – come racconta la stessa Somaré – di Ada Montellanico che la invita sul palco dello storico Alexanderplatz di Roma a fischiettare qualche brano. Nell’aprile 2016 esce il suo secondo disco, “Incanto”, dedicato alla melodia napoletana dal 1500 ad oggi. Nell’aprile del 2018 ecco il suo terzo album “Aliento” distribuito da Audioglobe e dedicato alla musica sudamericana.

Insomma anche l’Italia, con la Somaré, fa parte di tutto un mondo che ruota attorno a questo settore “sibilante”. Basta guardare i video disponibili su youtube di varie World Whistling Championships per rendersene conto. Lì si trova una forte presenza di materiali classici.

Elena Somaré

E il jazz whistling? Intanto il blues offre vari esempi possibili a partire dal fischio corposo del pianista nero Whistlin’ Alex Moore a quello “orchestrato” in “Whistler’s Blues” di Milton Orent con Mary Lou Williams e la Frank Roth Orchestra (archive.org/details/78). Nel campo della soul/black music svetta l’inarrivabile Otis Redding in “Sittin’on The Dock of the Bay”.

Uno specialista del fischio jazz è stato Ron McCroby unitamente al clarinettista Brad Terry ed è da segnalare il melodioso canto di Muzzy Marcellino. Gran successo fra i jazzisti ha raggiunto Bobby McFerrin con “Don’t Worry, Be Happy”, precisando che il fischio è solo un esempio del suo vasto repertorio vocale (speech, trumpet like, falsetto, scat, body percussion, beatboxing, twang, qualità operistica; cfr. Marco Fantini, “Le voci di McFerrin”: magia o prestigio? vocologicamente.blogspot.com – vocologicamente.blogspot.com).

BobbyMcFerrin

In Europa vanno citati il vocalist francese Henry Salvador, quello di “Siffler en travaillant” (“Whistle While You Work”) e l’armonicista belga Toots Thielemans, inimitabile nella sua “Bluesette”, unitamente agli italiani Antonello Salis e Livio Minafra i quali spesso sogliono usare il fischio concatenato al tema od alla impro di tastiera o fisarmonica. La procedura è grossomodo quella di Keith Jarrett che doppia con la voce il pianoforte, di George Benson che si sovrappone come un octaver alla chitarra e, in passato, di Slam Stewart che soleva duplicare con la voce la linea del contrabbasso: il “comando” dal cervello, nel prevedere i suoni prodotti, li sdoppia su due binari e cioè strumento e voce (o fischio) che diventa una sorta di eco sincronizzata, un secondo canto unisonico.

Toots Thielemans

L’effetto, anche col fischio, è piacevole. Del resto Giacomo Puccini, in “Madama Butterfly”, ha dimostrato che persino a bocca chiusa si può intonare musica di grande bellezza! Chissà, forse sta arrivando la rivincita di questo strumento “di dentro”, che non va preso in mano come una conchiglia, un fischietto, un sonaglio, un’ocarina, un piffero, strumenti più accreditati causa la loro materialità. In un’epoca di tecnologie di alterazione canora tipo vocoder et similia il recupero esteso di questa tecnica vocale potrebbe valere come occasione per un più generale imparare a fischiettar. C’è infatti un ritorno abbastanza diffuso a tale forma flessibile di comunicazione primordiale che risale a San Francesco d’Assisi, ai crociati che diramavano ordini per gli arcieri, agli abitanti di La Gomera, nelle Canarie, che usano il silbo gomero, antico linguaggio fischiato tipico di quest’Isola dei fischi celebrata dal film di Corneliu Porumboiu del 2019. Darwin insegna. Si confida che il fischiettare continui a fiorire, come uno spontaneo “fenomeno” di normalità, da sorgente sonora che nasce dalla congiunzione delle labbra, massa fluida che diventa tono, suono dal cortile di casa, come quello di mio padre che chiamava i familiari fischiando le prime note di “Summertime”. Un suono cangiante che può dar l’idea di nullafacente, malinconico, malandrino e tentatore, approvazione, buonumore, meraviglia, allegria, aiuto, fatica, utile ai pastori erranti per ordinare al gregge il percorso così come per i mandriani nella prateria nell’orientare le bestie affidate loro. Il fischio è dunque un forte segnale comunicativo, chi sta sulle sue e se ne infischia è colui che “non fa il fischio”. E se il fischio nelle orecchie è stridio fastidioso, il fischio melodico è invece sentimento incantatore, sibilo che diventa musica, jazz quando va oltre la melodia e inventa note che tagliano in tutta libertà l’aria col proprio soffio leggero.

Amedeo Furfaro

I NOSTRI CD. Chitarristi alla ribalta

a proposito di jazz - i nostri cd

Fabrizio Bai Trio –“Comunque sia…” – Dodicilune
Sursum corda, citarae! Su con i cuori … chitarre! E chitarristi (jazz). Parrebbe un loro buon momento, a giudicare dagli album in circolazione curati dagli specialisti delle sei corde. Sette corde, è bene precisare, nel caso del musicista toscano Fabrizio Bai che si presenta con un disco che non potrà che deliziare gli aficionados dell’unplugged.
Ovviamente è un contrabbasso acustico ad accompagnarlo, quello di Raffaele Toninelli, in veste anche di corista in alcune delle 7 (come le corde) tracce del cd, oltre alla batteria e alle percussioni di Emanuele Pellegrini. Comunque sia…il titolo del compact è lo stesso del brano più delizioso, una ballad da cui traspare l’odore del legno di una chitarra che lascia andar via suoni di una nudità a cui non si è ormai abituati.
Chitarrista dall’animo a tratti sudamericano – per esempio in “Milonga d’Autunno” e nella “Quebecoise Maracatù” – Bai fa pensare in qualche flash a Toninho Horta per lirismo ed in qualche segmento di note al Ralph Towner più intriso di spirito world, e non è scevro di classici barocchismi. Da segnalare, infine, che la label è Dodicilune, from Puglia, non a caso terra della famiglia Piazzolla.

Antonio Colangelo – “Tabaco y Azúcar” – Dodicilune
Ancora Dodicilune. Ed ancora chitarra con Antonio Colangelo.
Ma stavolta il clima(x) è differente. Elettrico anzitutto. A maggior tasso jazz. E funky. Basti vedere chi gli è a fianco (Vincenzo Maurogiovanni al basso, Pierluigi Villani alla batteria, Mirko Maria Matera al piano, Cesare Pastanella alle Percussioni) per capirne le ragioni. Tutta gente che ha a che (arte)fare con un sound gagliardo e sincretico. Il che rientra in pieno nel progetto colangeliano secondo cui in musica l’ibrido premia, un po’ come nelle automobili. Ma il “sistema in movimento” che il Nostro ha in mente, nelle nove composizioni, non è altro che il Mare, Atlantico e Mediterraneo, sulle cui rotte esplorare, sperimentare, elaborare, cercare di costruire una identità artistica individuale e collettiva. Operazione che, da nocchiero armato della propria chitarra sfuggevole e curvilinea, conduce egregiamente fino alla direzione prevista.

Maciek Pysz – “A View” – Caligola Records
A chi, in questi tempi in cui tutto pare caduco, volesse investire nell’acquisto di un disco-rifugio dallo stress che abbia, come l’oro, la prospettiva di implementare il proprio valore (estetico in questo caso) negli anni, consigliamo “A View”, album di solo chitarra del musicista polacco Maciek Pysz, edito da Caligola.
In cui si narra di Trieste e del quartiere Barcola ma La Veduta dell’interprete potrebbe fare da sfondo sonoro a tanti paesaggi, reali e immaginari, del mondo, vero e fantastico.
Un CD che è esempio di fusione dei ruoli di compositore ed interprete, di consonanza melodia-accordi, di concordanze armoniche che si succedono secondo un’idea coerente di partenza, per una musica che par scorrere liquida tanto è cristallina e fluida.
Oltre ai dieci pezzi a sua firma segnaliamo il classico “Sous les ciel de Paris” di Giraud reso stemperando le tinte gipsies a cui tante chitarre ci hanno spesso rimandato . E “Cinema Paradiso – Love Theme” di Andrea Morricone, in cui Pysz fornisce una propria versione, di una delle colonne sonore più intense della storia del cinema che Pat Metheny con Charlie Haden ha reso patrimonio di jazzisti. E lo fa come sempre col proprio tocco composto, che allude ad una ritmica virtuale, con quel tono bluesy che ritroviamo più spiccato nel brano “Sea Blues” e che, alla fine, riesce a trasmetterci la sensazione del suo sguardo che, imbracciando la chitarra, si posa su A View.

Martino Vercesi 4et – “New Thing” – Music Center
Chiamare un disco “New Thing” per omaggio all’incisione storica di Archie Shepp e John Coltrane a Newport? Ma c’è anche “New Thing” di Sun Ra, Art Ensemble of Chicago etc. In realtà il chitarrista Martino Vercesi ha dedicato il suo quinto album, appunto “New Thing”, al figlio appena nato. Un “tributo” di natura affettiva e domestica che comunque non ci toglie dalla testa l’assonanza con quella new thing sinonimo di free jazz (a dir il vero il termine rimanda anche alla rock band Enuff Z’Nuff ed al titolo di un famoso libro di WuMing 1, uno dei cinque scrittori che compongono il collettivo letterario Wu Ming!) In concreto comunque va detto che ciò che suona Vercesi in 4et (Rudi Manzoli al sax, Danilo Gallo al basso e Matteo Rebulla alla batteria) è alquanto “informale” nel senso che comunemente si intende nel linguaggio jazzistico. Perciò il titolo non è fuorviante per chi non sapesse che “la nuova cosa” a cui ci si riferisce è il piccolo Marcellino. Sono sei brani in tutto, avvolgenti, corali, di pari dignità strumentale, il che tradisce la discrezione del chitarrista nell’evitare personalismi anzi aprendo ampi varchi al sax e consentendo alla sezione ritmica di mettersi in buona, e meritata, evidenza. Insomma un trust di cervelli dal pensare collettivo dove i “sidemen” intercettano e coniugano disinvoltamente il canovaccio predisposto dal leader di gruppo.

Andrea Infusino – “Amarene nere” – Emme
Amarene nere è il secondo disco da leader del chitarrista cosentino Andrea Infusino, dopo “Between 3 & 4” della Emme Records. Prodotto dalla stessa etichetta discografica, questo nuovo lavoro costituisce una interessante tappa nella evoluzione del musicista che per l’occasione affida l’esecuzione di otto propri brani ad una formazione di organ-trio plus, ovvero con una base di organ trio alla Wes Montgomery arricchita dal sassofono, tenore o soprano a seconda delle situazioni, a volte con funzione di raddoppio del tema chitarristico. Quella che vien confezionata è una sorta di musica “ratafià”, come il liquore di amarene, un jazz dolceamaro, gradevole al palato musicale, che esibisce in vetrina una variegata gamma di chiaroscuri nel prendere a riferimento più modelli stilistici, tradizionali e contemporanei, da coagulare pur lasciandoli oscillare in equilibrio come su una corda tesa. Particolari salienti di Amarene nere che è fa l’altro il titolo della prima composizione: il fraseggio fra spinto (“Angela’s Wistle”) e accelerato (“Exit”) del leader, il suono smagliante a tratti “americano” (“Goldfinch”) del sax di Andrea Marco Rossin, la congrua tessitura armonica dell’organo di Fabio Guagliardi (da segnalarne il “tappeto” per “Slow Baritone”) e la batteria di Manolito Cortese, pervasiva ed intrigante specie in swing (“Minor Cliff”, “Tavern”) e latin (“Sambat”). Insomma nell’insieme un buon esempio di nuovo jazz Made in Sud.