I NOSTRI CD

Emanuele Coluccia – “Birthplace” – Workin Label
Emanuele Coluccia, pianista e multistrumentista, presenta “Birthplace”, cd edito da Workin Label in collaborazione con Puglia Sound.  Un disco in cui si relaziona ai validi Luca Alemanno al contrabbasso e Dario Congedo alla batteria, che ha come idea di partenza anzi di ritorno il rientro a casa dopo lo smarrimento del viaggio, l’approdo al luogo di nascita, inteso come proprio presente emotivo, vita interiore, come culla di sentimenti ed espressione creativa. Sono otto suoi brani, a parte “Azzurro” di Paolo Conte, che all’origine si configurano come semplici appunti, idee melodiche affiorate nei momenti più imprevedibili della giornata, non dunque come ci si potrebbe aspettare sollecitate davanti ad un pianoforte, un sax, una chitarra, ma fuori, in movimento, fissate in genere sul cellulare.  Schizzi che poi al momento opportuno vengono organizzati sul piano armonico e inquadrati seguendo una sintassi jazzistica all’interno di una cornice che è appunto quella stilistica del mondo musicale d’appartenenza, formatasi anche tramite la pluriennale esperienza artistica in Europa ed a New York.
L’album si presenta come note di un diario di note, genius loci di storia umana e artistica, in una narrazione fatta di temi (in uno dei quali, “Eagle’s Wish”, c’ė l’apporto della vocalist Carolina Bubbico) costruiti con attenzione al suono, al suo scorrere, resi con un pianismo immediato, dai riflessi coloristici mutevoli, fluido, come la placenta di un grembo materno, sia detto metaforicamente, per indicare quel luogo di provenienza e d’arrivo a cui l’album, tutto, protende.

Double Cut – “Mappe” – Parco della Musica Records
Il quartetto Double cut presenta “Mappe”, secondo album pubblicato da Parco della Musica Records. La formazione, abbastanza inusuale, annovera i due sassofoni di Tino Tracanna e Massimiliano Milesi, con una sezione ritmica composta Giulio Corini al contrabbasso e Filippo Sala alla batteria e affini. Ma perché mai Mappe? Proviamo ad immaginare un navigatore satellitare che non sia ben aggiornato e che porti, si, a destinazione ma attraverso un percorso frastagliato, più lungo, certamente più panoramico e variegato. È così che si passa da un brano alla Ornette Coleman (“Spiritual Legacy”) ad un omaggio a Jimmy Giuffre con la riproposizione della sua “The Train and The River” a mò di boogie-shuffle; dall’omaggio divertito a Tom Waits in “Love and Love Again” ai giochi infantili dell’onirico “Biglie e Castelli di Sabbia”, scritto dal batterista (le altre composizioni sono in alternanza di Milesi e Tracanna). Il sat nav ci porta su e giù per la carta geomusicale, fra esplosioni ritmiche (“Olii esausti”) e contrasti armonici (“Triads”), twist (“Charivari”) e improvvisazioni corali (“Settepersette”) fino a “Pow How”, l’indianino animato dei Caroselli di una volta che diventa titolo per un brano basato su una nota sola (no, la samba omonima non c’entra!) legata ad una sequenza ben ritmicizzata. Buon per Tracanna aver trovato un alter ego ideale in Milesi. C’era gente, nel jazz, come Roland Kirk che i due sax se li suonava da solo! I due musicisti, per quanto di personalità differente, lavorano, è il caso di dire, di concerto, impiegando energia e voglia di sperimentazione in congiunzione. Double Cut, Doppio taglio, allora, per I Due Tenori (ma anche soprano e strumentario vario) sta per questo approccio duplice al materiale da segnare durante il percorso: put on the map.

Marco Magnelli – “Dress Code” – Nusica.org
In diverso modo legata allo stato d’animo degli artisti è la proposta discografica del chitarrista trentaseienne Marco Magnelli, cosentino di nascita, bolognese d’adozione, che licenzia in Trio, per i tipi musicali di Nusica.org, l’album “Dress Code”. Titolo che dà l’idea di una musica che “veste” la nudità del vuoto, con una chitarra struccata che abbiglia il suono in modo circolare, lo avvolge di accessori funk e rock, lo avviluppa entro collane di note e si mostra, come in un fashion show, su una pedana dove una compiacente sezione ritmica ne sostiene il passo a volte felpato altre volte calcato con decisione. I modelli, in senso musicale, sono Brill Frisell e Esbjörn Svensson ma la trama del tessuto è di conio artigianale, preparata in team con Federico Gueci al contrabbasso e Simone Sferruzza alla batteria. Il “Dress Code” di Magnelli and partners è casual, nelle parti improvvisate; sofisticato, nei momenti più soft dell’esecuzione; a tratti di taglio semiformale. La scaletta si alterna fra “Ironic Smile” e “Piccoli Idilli” per trasformarsi infine in “Wild”, che è il brano in cui partecipa l’ospite Mariolino Stancati, musicista sperimentale conterraneo di Magnelli. Quasi come se il cerchio si facesse quadrato per occupare integralmente l’habitus entro cui i musicisti si son mossi fino a qualche momento prima.

Federica Michisanti – “Silent Rides“ – Filibusta Records
Stefano Bonnot di Condillac riconduceva le facoltà attive dell’anima alle sensazioni.
Le quali, secondo il filosofo, si trasformavano in azione attraverso fibre nervose e movimenti non essendo l’anima, senza il corpo, in grado di generare alcuno sviluppo. Questo è quanto ricordava, nel 1832, lo storico della filosofia Guglielmo Tennenmann nel suo manuale storico-filosofico. E questo è quanto è venuto in mente al cospetto dell’album “Silent Rides”, del Federica Michisanti Horn Trio, edito da Filibusta Records. In effetti la giovane contrabbassista romana potrebbe esser vista come una ideale continuatrice di Condillac per il rilievo che l’impulso delle sensazioni assume nella sua pratica musicale. Fatta di un jazz molto “a pelle” in cui lo strumento ė funzionale ad “animare” armonie attraverso contrappunti, fraseggi in sequenza, linee improvvisative… qualità che si vanno sempre più riscontrando nella consolidanda tradizione del contrabbassismo femminile. In questa direzione l’essere affiancata, nella suite in otto tracce, dal sax e clarinetto di Francesco Bigoni e dalla tromba di Francesco Lento, la affranca ulteriormente da quei compiti canonici che di norma vengono assegnati ai bassisti. Per girare o meglio viaggiare (Rides) verso territori espressivi già silenti, senza ostruzioni e paletti stilistici e, con tono discorsivo e tocco leggero, cesellare il proprio percorso ricucendone le trame creative unificandoci gli interessanti spunti dei due fiati, spesso intersecati, protagonisti per niente complementari del progetto.

Jazz e critica democratica, al tempo dei social media

“Stiamo uccidendo gli artisti con i social network”, ha dichiarato Vincent Lindon in un’intervista a “Vanity Fair”, misfatto che sarebbe consumato da quel mondo web che costringe lo spettatore ad una visione domestica dei film, per come lamentato dall’attore nell’imminenza dell’uscita di “L’apparizione”, del regista Xavier Giannoli. Concetti trasferibili alla musica?

C’è qualche dubbio, in proposito, constatato come il web, per quanto visto “dal divano”, contribuisca a render noti o famosi diversi artisti ed a mitizzare astri vecchi e nascenti delle sette note (e della celluloide). Sono tanti i musicisti che si giovano dei nuovi media per affermarsi e imporsi. Ci sono poi altri risvolti del cambiamento generato dai social in questo ambito.
Uno è che si sta assistendo ad una mutazione dei ruoli più consolidati. Prendiamo ad esempio quello del critico/giornalista o cultore della materia che dir si voglia.
Jazz, nel caso specifico. A vedere lo scarso spazio assegnatogli su grandi giornali e tv, insomma sui media generalisti, parrebbe un mestiere destinato all’estinzione, come i brontosauri e gli indios dell’Amazzonia. Son sempre più rari i contributi, almeno quelli laboriosi e attenti a cui firme di provata esperienza ci hanno abituati.
Vero è che, in generale, il peso della stampa tradizionale – e quindi delle stesse rassegne stampa dei festival – non è più quello di una volta. Per la concertistica jazz, con la riduzione di contributi e sponsor, prevale la logica del botteghino e, giocoforza, la promozione importa più della riflessione ponderata a fari spenti. E non mancano uffici stampa costretti a diventare “operatori mediatici” per adeguarsi ai tempi che cambiano puntando a far pubblicare un ritaglio del comunicato, una breve, un redazionale o un’intervista prima dell’evento, reale o supposto.

Ma ci sono anche, per spiegare tale trend, specifiche ragioni di contenuto.
A livello di festival una certa ripetitività dei nomi in cartellone ad alcune rassegne (non ispirate alle produzioni originali né rischiosamente innovative) non è che faccia bene alla categoria dei “giornalisti musicali” nel senso che diventa sempre più difficile recensire una performance di un artista accreditato (che si ripeta, ovviamente) del quale si è detto tutto, si conosce ogni piega, lo si venera a priori per cui che senso avrebbe sottoporlo ad un ulteriore giudizio?

E c’è poi una tendenza centrifuga, di una “critica” divenuta città aperta, accessibile, non più roccaforte depositaria delle pronunce di pochi eletti, slegata da linee editoriali.
Fenomeno che non andrebbe visto con sospetto, nel senso che se ci sono degli appassionati i quali, anche tramite il web, si avvicinano e partecipano al mondo della musica afroamericana, non solo con la fruizione passiva, ma anche con l’approfondimento vigile, che siano i benvenuti!  Va precisato, per inciso, che essendo questa una rivista on line va da sé che il giudizio sul web non può di certo essere negativo, nella convinzione che si tratti di uno strumento utile alla democratizzazione del sapere e della cultura, compresa quella musicale. Per quella jazzistica, poi, che è minoritaria, sì, ma ha un’estensione mondiale, l’ausilio della rete è più che vitale come mezzo utile alla circolazione delle informazioni e dell’ascolto sia di documenti storici (quanti 78 giri su youtube!) che alla visione di filmati di concerti anche in contemporanea (che piacere vedere e sentire in diretta fb Al Di Meola mentre si esibisce in U.S.A.!).

Ma la figura dell’esperto, in questo panorama mutante, allora risulta appannata?
Guardiamo ai dischi di jazz. Capita che ne vengano pubblicati senza le liner notes di un addetto ai “lavori”. La cosa non è scandalosa. Quanti libri escono senza prefazione? Siamo lì. Non è detto, avrà pensato l’editore, che il lettore, l’ascoltatore nel caso degli album, debba esser accompagnato per forza nel suo approccio al disco da un “tecnico”. Idea che non fa una grinza. Sarà più autonomo nell’auto/orientamento e nell’apprezzamento. Un tutor di se stesso. E poi se vorrà potrà approfondire altrove, magari sulle riviste specializzate cartacee o web, o sui social. Ed è qui il punto principale del discorso. È lì che potrà trasformarsi a sua volta in giurato popolare che sentenzia a base di like, di cittadino che conquistata la Bastiglia culturale occupata da un’élite, potrà finalmente sfornare pensieri, limare stime, compilare il riquadro “scrivi la tua recensione”. Più saranno le condivisioni, a vario titolo, e più il disco, il concerto, ma la cosa vale anche per altri prodotti artistici (cinematografici, letterari, pittorici etc.) sarà da intendersi “contattato” dai nuovi digitors, e quindi acquisire popolarità e, forse, prestigio. Il numero è potenza, diceva qualcuno. Ancor più vero, in quest’era massmediale in cui Shazam ha “rubato” il posto ad orecchi sopraffini perché in grado di decifrare da poche note il titolo di un brano. Intendiamoci. È positivo che la libertà di critica sia sdoganata, diffusa sui social dove basta un pollice alto o un pollice verso a decretare se il gladiatore che si cimenta nell’arena artistica debba essere osannato o divorato. L’artista che si espone al pubblico è consapevole del rischio che corre e ciò lo sprona a migliorarsi e a dare il meglio. Tutto ciò è positivo specie se significa maggiore partecipazione e attenzione anche nel caso del jazz.

Lo sarebbe meno se prevalesse l’idea che solo il Verbo collettivo fosse il Dogma. Lo scontro, su queste premesse, sarebbe duro per i critici, decimati dallo sfoltimento degli spazi disponibili al jazz, per l’impari confronto, tipo Termopili, contro le flotte e le frotte dei persiani in avanzata (l’apparato di comunicazione massiva che sostiene e premia non certo generi ancora di nicchia come il jazz). E ridotti anche da un ricambio generazionale che procede con lentezza. La speranza è che la riserva indiana sia in qualche modo protetta dai nuovi fondamentalismi. Anche perché la coesistenza è possibile, c’è spazio per tutti, dal mainstream alla controinformazione. E’ la libertà dell’informazione, bellezza, la bellezza dell’informazione a 360 gradi. Tanto più vasta quanto meno imbavagliata.

In conclusione.  C’era un paesino il cui assessore alla cultura fungeva anche da direttore artistico della locale rassegna jazz. Ecco. È quello che, parlando del nostrano jazz journalism, bisognerebbe evitare: la confusione dei ruoli. Nel presupposto che il commentatore jazz sia uno stakeholder, un portatore di interesse, culturale più che economico, che opera da una data postazione mediatica. Ma non è una cosa social, non necessariamente, senza per questo essere antisocial, anzi di norma partecipando alla vita della rete, leggendo, consultando, confrontandosi, postandovi immagini, foto, notizie…oltretutto il web gli fornisce il termometro degli umori e degli amori verso questa musica.

In politica si sbatte il tweet in prima pagina. Nel caso in esame non sarebbe possibile. Il jazz non guadagna in genere la ribalta della cronaca. Ma ci può stare l’aspirazione a rivendicare per chi lo analizza, e senza accampare difese corporative, un livello sindacale minimo di rispetto delle competenze quando si “mette in vetrina” la propria mercanzia professionale di fronte alla platea degli interessati; nella quale, c’è da giurarlo, potrebbe sempre annidarsi chi è pronto al crucifige ed a fare mucchio selvaggio a colpi di click.

Amedeo Furfaro

I nostri CD

I NOSTRI CD

Paolo Fresu Devil Quartet – “Carpe Diem” – Tûk Music.

Carpe Diem, se vogliamo, è il detto latino più jazz che ci sia. Nel senso che quel “cogli l’attimo” di oraziana memoria sintetizza il modo di essere e di operare istantaneo proprio della musica afroamericana. Ma “Carpe Diem” è anche l’album che il Paolo Fresu Devil Quartet licenzia per la Tûk Music all’insegna del tutto acustico. Una formazione rodata in tre compact e in una dozzina d’anni d’attività che, fra le varie situazioni e progetti del trombettista sardo, rappresenta uno dei fiori all’occhiello.
Saranno la sensibile manualità del chitarrista Bebo Ferra (che firma il brano ‘Enero’), il timing rarefatto del contrabbassista Paolino Dalla Porta (autore di ‘Ottobre’, ‘Lines’ e ‘Secret Love’), il raffinato gusto ritmico del batterista Stefano Bagnoli (sua è ‘Ballata per Rimbaud’) fatto è che l’insieme “diabolico”, sotto la navigata conduzione di Fresu, funziona come un miracolo di sinergie. La composizione che risulta esser più dentro “l’attimo fuggente” è ‘Dum loquimur Fugerit invida Aetas’ ovvero mentre parliamo il tempo invidioso (o avido) sarà già passato; dove il quartetto declina, nel significato di declinazione, la propria idea di musica omogenea e poetica, fatta di astrazioni sfumate e gradazioni armoniche, di chiaroscuri e slittamenti melodici, di pause e “pieni” strumentali. Tutto ciò mentre la tromba di Fresu, autore di 5 brani sui 14 del compact, investiga, intercetta, si autoriflette nel suono prodotto, esponendolo ai più.

Hobby Horse – “Helm” – Auand Records/Rous Records

Hobby Horse, nome del trio di Dan Kinzelman (sax), Joe Rehmer (bass) e Stefano Tamborino (dr.), non va tradotto in italiano ” fissazione” perché se no sarebbe stato scritto hobbyhorse. Epperò quest’ultimo termine in qualche modo torna utile nel definire la musica del gruppo nel nuovo album “Helm” editato per i tipi della Auand/Rous Records, il sesto in otto anni di attività. Ma nel senso che i musicisti “fissano” un proprio metodo di lavoro che è un misto di libertà e aggregazione per produrre quella mutante pulsazione musicale, ibrida di materiali tech e sorgenti musicali (minimale, cyber funk, rock, jazz) che prefigura a sprazzi una sorta di medioevo prossimo venturo sonoro di cui l’elmo in copertina è rappresentazione simbolica di difesa/offesa. All’interno del disco sei original di cui quattro scritti da Kinzelman (tre in solitudine e l’altro in collaborazione con Joe Rehmer), un quinto di Stefano Tamborrino e un sesto attribuito a Rehmer, Bosetti e Tamborrino; ma non basta ché ritroviamo anche i riferimenti poetici a Robert Wyatt in ‘Born Again Cretin’ e alla fine, nel brano n. 7, i versi di ‘Evidently Chickentown’ contenuto nell’album “Snap, Crackle & Bop” (1980) del poeta punk inglese John Cooper Clark, che paiono stigmatizzare come voce, testo, contenuti restino coinvolti nel progetto-non progetto. Il lungo bordone finale appare un pendolio fra sonorità arcaiche (mutetos/raga) e proprie di mondi alieni, in quella che è, per la formazione, un’avvincente odissea nello spazio interno al caotico panorama delle nuove espressioni artistiche dell’era multimediale.

Helga Plankesteiner – “Plankton, Lieder/Songs” – Jazzwerkstatt,

Ma Schubert è … jazzabile? A vedere anzi a sentire la sassofonista e vocalist altoatesina Helga Plankesteiner pare proprio di sì. Ci aveva già provato due anni fa col progetto “Schubert in love” dedicato ai lieder del grande compositore viennese.
Un’idea alquanto spregiudicata che nei fatti trova applicazione certa. Vero è che interpretare un autore classico col linguaggio del jazz, non è una novità. Ma perché proprio Schubert? Bill Evans lo amava, ma non può bastare. Sarà che la musica di Schubert ha un che di instabile e inesplorato, è ricca di invenzioni e rivelazioni, è complessa anche se semplice in apparenza. Adorno ne parla in termini di “the mimic par excellence” analizzandone i processi creativi. Questa indefinizione e magmaticità è carattere che può autorizzarne la rielaborazione come nel caso in esame.
Dei 603 lieder di Schubert la musicista ne ha selezionati alcuni per un album che si consiglia di ascoltare confrontando versione classica (anche su youtube) e jazzata per individuare le variazioni apportate all’originale. Un esempio: ‘Der Greise Kopf/ The old’s man head’ perde ogni seriosità e si trasforma in una sorta di Nouvelle Orleans in salsa teutonica. E così più avanti altre sorprese. Fino a delineare il lieder romantico come una possibile forma del jazz, songs, con buona pace dei puristi. Nella formazione figurano il trombettista Matthias Schriefl, il trombonista Gerard Gschlöbl, il chitarrista Enrico Terragnoli, l’autore degli arrangiamenti Michael Lösch all’hammond e Nelide Bannello alla batteria. Nell’album anche una lirica di Heine e una composizione di Bruhne.

Talos, un festival a sud-est del mondo

La musica ha una qualità: può migrare senza incorrere nel freno di frontiere, muri, fili spinati. Può cioè spostarsi liberamente ed, in alcuni casi, trovare l’accoglienza più calda.
Ecco. Il Talos Festival suggerisce quest’idea, di una rassegna aperta e inglobante per arti musica danza e in genere spettacolo. Il tema principale resta quello delle bande, grazie alla cui folta presenza, per citare Mascagni, la Puglia è una terra benedetta da Dio. E Pino Minafra, condirettore con suo figlio Livio della kermesse, da combattivo pronipote del mitico Talos qual ė, ha affermato che si sta finalmente concretizzando un importante traguardo legislativo regionale per la tradizione bandistica per come emerso nello specifico convegno interno alla manifestazione (che ha ospitato peraltro la presentazione del libro di Ugo Sbisá, “Puglia: le etá del jazz”).
Le bande hanno una tradizione forte nella regione – un paragone possibile le fanfare che eseguivano Sousa negli USA di inizio novecento – che risulterebbe di denominazione d’origine (non) protetta se non esistessero iniziative come quella ruvese la cui mission è tenerle in vita, consolidarle, rilanciarle.
Alle bande è stata, come da consuetudine, riservata un’ampia vetrina nella settimana di anteprima (1-5 settembre) a base di concerti, masterclass, flash mob, mostre fotografiche (Talosart a cura di Raffaele Puce), laboratori coreografici.
Talos è ancora La Melodia, La Ricerca, la Follia. Ma il tema sottotraccia rimane quello della rivendicazione della ricchezza artistica del territorio che si estende attorno a Ruvo verso varie latitudini e longitudini.

La notte della tammurriata offerta da Enzo Avitabile con i Bottari di Portico, che ha inaugurato a piazzetta Le Monache la sezione internazionale del Festival (6-9 settembre), va in tale direzione, in cui Suono Parola Danza si incontrano, per come statuito dal leader, profeta della ‘disamericanizzazione’, pur mantenendo l’influsso di black music (slang e tamburi compulsivi richiamano il rap); ed omaggiando, alla sua maniera, il Chain Of Fools di Aretha Franklin con lo stesso spirito devoto con cui rinnovare il canto accorato di Terra Mia di Pino Daniele. Il sassofonista di Soul Express ha maturato una propria poetica di “Paisá” che è sintesi profetica di linguaggi, come il griko, e ritualitá afro/mediterranee, rafforzate da collaborazioni come con la cantante palestinese Amal Murkus e col francese Daby Tourè, immortalato nel documentario ” Enzo Avitabile: Music Life” (2012) di Jonathan Demme: tutto nel segno della condivisione-senza/divisione e del recupero unitario e identitario di comuni radici ritmiche, sonore, idiomatiche.

Ed anche quando, poche ore prima, si esibiva, nello spettacolo Notturni, il trio italo-franco-austriaco composto da Livio Minafra al piano (degno di sviluppi il suo fischio che raddoppia le note della mano destra, alla Salis), Michel Godard a tuba e serpentone e Roland Neffe a vibrafono e marimba, la cifra stilistica era di quel taglio, con una musica leggera, variante, emotiva, inerpicantesi su immaginari Balcani con affacciata su New Orleans ma anch’essa radicata nella vasta area sull’asse tirreno/jonio/adriatica.
Sulla traccia dell’album Campo Armonico (Quinton) vi si è costruita la dimensione scenica dell’Adagio alla Finestra di giovani ninfe e mature driadi che, affacciate sulla corte della Pinacoteca d’Arte Contemporanea-ex Convento, gesticolano acclamano chiacchierano, bocche della verità e follia maldicente, tarantolata, mentre lasciano scivolar giù brandelli di carta, vox populi (o vox dei?) nella visione dell’ideatore Giulio De Leo che “ribalta il luogo comune teatrale e letterario del balcone come simulacro del femminile”.

Giorno 7 il vento dell’est ci porta in direzione Egeo, verso la Grecia di Xenakis e Vangelis, sulle ali del pianoforte di Sakis Papadimitriou, giá visto alla prima edizione del festival di Noci nel 1989. Ed ancora in spolvero nel prodigarsi nella ricerca modale di echi classici, agli albori del pensiero occidentale, fino al I secolo a.c., e riportare in vita aforismi, epitaffi, odi poetiche grazie al canto di Georgia Sylleou, incorniciato dalle figurazioni coreutiche di De Leo e Compagnia Menhir, con l’apporto di interpreti diversamente abili. Titolo della coreografia ‘Passionale’, dove il gesto, privo di illusioni estetiche, è strumento di relazione, vicinanza, ascolto.

Poi la zolla musicale indoeuropea tracima ancora verso oriente, sulle rotte di Marco Polo, fino all’India di Trilok Gurtu. Il percussionista, con un set strumentale che è un arsenale, si esibisce in un “solo” in cui prevalgono tablas e voce, in una congiunzione meditativa trasmessa agli spettatori che partecipano, a fine concerto, all’ esecuzione creando collettivamente un bordone tipo tampoura con un riff ripetuto ad accompagnare il musicista sul palco. Il cui sargam recita il ritmo, lo melodizza. E dà il meglio di sé quando si trasforma in un intona rumori concreti, creando vibrazioni da un secchio d’acqua, agitando oggetti, soffiando nel microfono per generare echi apocalittici, bacchettando cose per scovarne risonanze, in una sfida alle leggi dell’acustica quasi fosse un Cage venuto dall’Asia più tradizionale.

Est, est ancora est con The Bulgarian Voices “Angelitas”, polifonia di schietta matrice popolare, la loro, resa attraverso il sapiente gioco delle sezioni soprano-mezzosoprano-alto-contralto che si intrecciano e si riuniscono in accordi inconsueti per noi, talora misteriosi da decifrare, in cui pesa l’ utilizzo dei quarti di tono proprio della musica folklorica. Applauditi i canti a dispetto e quelli a risposta ma soprattutto bissata, su richiesta di un pubblico divenuto maggioranza bulgara, una originalissima versione di Bella Ciao.

Le due giornate finali hanno registrato la produzione La notte delle bande con Pino Minafra & La Banda, diretta da Michele Di Puppo, in repertorio Rossini, Bellini, vari autori fra cui compositori bandistici pugliesi, e con la partecipazione fra gli altri del poeta Vittorino Curci. Una formazione eccellente, sicuramente da “esportare”.

In pinacoteca poche ore prima era stato presentato il disco Sincretico (Dodicilune) del fisarmonicista Vince Abbracciante con Alkemia 4et nonché In The Middle, atelier coreografico curato da Sanna Myllylahti su musica del contrabbassista Giorgio Vendola oltre a Giardini famigliari, con commento sonoro affidato alla tromba di Giuliano De Cesare, con la danzatrice Mimma Di Vittorio in bella evidenza.
Nell’ultima serata la performance dei Fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso, seguita da Ciclopica, dei salentini di BandAdriatica diretta da Claudio Prima, con brani del nuovo album Odissea (Finisterrae), ha chiuso in bellezza il palinsesto dopo le sonorizzazioni di Nicola Pisani e Michel Godard sulle figure di Arcipelago.

È tutto, da Ruvo di Puglia, la cittå del “Jatta”, il Museo; la città del “Jezz”, meticcio con sponde a Levante oltre che con i Sud del mondo.

Amedeo Furfaro

Aretha Franklin, addio a Lady Soul

Aretha Franklin, Otis Redding, James Brown, Wilson Pickett… : la loro vocalitá nera, nei fab ’60 ed a seguire, invadeva con LP le stanze dei teenager italiani e con 45 giri i juke box delle piste da ballo, col proprio carico di soul e r&b.
Ma la Franklin era a suo modo speciale, lo si avvertiva sentendo la sua hit “Think” (1968) con quel grido Freedom che echeggiava il riff di Ritchie Havens a Woodstock. Era come se quel canto femminile contenesse i cromosomi di un popolo, in una narrazione racchiusa nelle modulazioni vocali, da paladina della minoranza nera. Ed era una artista che, nonostante i due figli avuti da adolescente, un marito violento, l’alcool in agguato, era riuscita, da pianista autodidatta e autrice, ad imporsi grazie ad un gran talento unito ad un’innata capacità di trasmettere energia, emozioni, immagini di un mondo che si affidava anche alla musica per riscattare la propria condizione e superare le situazioni di diseguaglianza ancora presenti negli U.S.A, specie a sud.
La regina del soul appariva già come icona comunicativa di un black heritage formatosi in più generazioni e non erano pochi i jazzofili che ne ne avrebbero apprezzato le tonalità gospel ed i blues contenuti, per esempio, in ‘Aretha’s Jazz’, inciso per la Atlantic nel 1984, appunto da Lady Soul, nipote di Dinah Washington.
L’avvento della discomusic non appannava evergreen come “I Say A Little Prayer” mentre, con il diffondersi dell’hip hop e del pop di fine secolo scorso, il suo repertorio si trasformava in una sorta di “classico”. Aretha era sempre pronta a esibirsi e a collaborare con Stevie Wonder, Ray Charles, Annie Lennox, George Michael mentre nel suo solco si andavano affermando altre ugole come Whitney Houston. A livello di critica la si sarebbe accostata, per qualità vocali, a Shirley Verrett e a Vanessa Amorosi (cfr. charmingvocals.org/Female Vocal Types All Over The Word).

Tra le numerose medaglie appuntate sul suo petto, figura anche la rivista Rolling Stone che l’ha collocata al primo posto fra i più grandi cantanti di ogni tempo, grazie anche ai 18 Grammy al proprio attivo, di cui due alla carriera, e una serie di singoli di successo a partire da “Respect” (1967) che condivide la maggior fama con “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”, “Chain Of Fools” e i brani già ricordati. Per la cronaca è stata la prima donna ammessa nella R’n’R’ Hall of Fame nel 1987.
Aretha, in greco antico, è il duale di aretè che sta per capacitá “di assolvere bene il proprio compito (…) di qui il successivo accostamento al tema semantico del latino virtus per designare il valore spirituale e la bravura morale dell’uomo” (cfr. Treccani, sub voce). Nomen omen anzi woman: perchè Aretha ha rappresentato l’eccellenza artistica non disgiunta dall’anelito alla libertà ed al rispetto dei diritti della propria gente.
Un mito, immortale già in vita!

Amedeo Furfaro

Livio Minafra e Simona Calipari le magie del piano, le suggestioni della voce

 

Cosenza, 5 luglio.

La cornice ė quella sontuosa di Villa Rendano, già magione di famiglia del grande Alfonso, compositore e concertista di livello europeo al quale ė dedicato il teatro lirico di tradizione bruzio. Pianista. E cosa di più azzeccato aprire la kermesse della Fondazione Giuliani che copre i giovedì di luglio, secondo tradizione consolidata, con un pianista? Magari non classico, come Livio Minafra, secondo la scelta del direttore artistico Rino Amato, fatta nel senso di premiare giovani artisti e innovazione. Peraltro in linea col sostegno di Siae e Mibact all’iniziativa.

Quella di Minafra ė una musica di scambio e contaminazione, ricca di echi orientali, di contenuti minimalistici, dai rimandi etnici, definirla jazzistica può starci ma per certi versi è definizione limitativa. Certo ė che l’improvvisazione, l’istantaneità ne rimangono le travi portanti. Nella serata, la brezza che stempera i 36 gradi all’ombra del dì, non fa che sollecitare e solleticare l’attenzione del numeroso pubblico disposto nelle due ali del giardino, divise da una palma che sembra un collo alla Modigliani.

Si parlava di innovazione. Bene. Il giovane Livio si è presentato armato di loop station, con lo scopo dichiarato di decuplicare i suoni della tastiera.

A partire dal brano Madre Stella, con un quattromani digitale, destinato e moltiplicare le armonie in modo graduale, con l’ausilio di ritmi elettronici. Il crescendo che ne risulta è uno stratificarsi di tracce che si sviluppano in progress, talora rientranti nel solco blues, talaltra sforanti nell’hard bop, mentre si adagiano, intrecciati sulle varie piste, accordi-melodie-riff che il loop sfodera ed itera a iosa.

C’è spazio nel set anche per un balafon del Burkina Faso che una volta imbracciato e “loopizzato” genera armonie popolari di grande suggestione min/africana.

A seguire, con la lira calabrese suonata da Gabriele Macrì, il clima musicale affonda le radici nelle onde del Mediterraneo; sono correnti indoeuropee, passate attraverso Persia, Grecia, Balcani, arabe soprattutto – come nel brano Le mille e una notte – fino a quella terra calabra che un tempo veniva chiamata Italia.

Infine appare, chioma da Medusa, Simona Calipari con un canto che arricchisce il grumo di cromatismi e atmosfere cangianti, quasi nuvole al vento, fra Sole/Luna (titolo del concerto) e raggi … di note dal palco.

Footprints di Shorter con lei diventa una sorta di nenia messapica che trova nell’approccio modale l’anello di congiunzione con il jazz contemporaneo, più netto nella interpretazione che la vocalist dà di Drake, ancora scritto dal pianista.

Ed è infine Cieli, fra le composizioni originali per piano solo, quella che meglio rappresenta l’eclettismo sintetico tipico del pianismo di Minafra.

Piace immaginare lo spirito di Alfonso Rendano che, svegliatosi di soprassalto prima della mezzanotte, scenda giù dalle stanze del Museo e appaia benevolmente incuriosito da questo strano musicista che ha osato portare nella sua residenza una mercanzia levantina di trucchi, scatole magiche e un sacco carico di diavolerie techno e strumenti arcaici di mondi lontani o forse vicini più di quanto non si immagini: per far musica sui tasti, ancora una volta, come una volta.

 

Amedeo Furfaro