OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL IVREA

Tutte le foto sono di Carlo Mogavero

Il tema del Festival Open Papyrus 39 edizione quest’anno è stato ispirato al direttore artistico Massimo Barbiero dalle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
“Giudicando la propria vita di uomo e l’opera politica, Adriano non ignora che Roma finirà un giorno per tramontare e tuttavia il suo senso dell’umano, eredità che gli proviene dai Greci, lo sprona a pensare e servire fino alla fine”.
Questo si legge nel depliant del festival, in cui Barbiero spiega che l’Adriano delle Memorie è paragonabile a quell’Adriano Olivetti che ha lasciato a Ivrea un’eredità culturale che è doveroso mantenere viva, invece che abbandonarsi ad un nostalgico declino. E non si può certo dire che l’Open Papyrus non stia mantenendo vivo l’humus culturale del territorio. Il festival non è solo musica. C’è un’interesse per le eccellenze del territorio (vedi i vini, vedi i formaggi, ad esempio, che sono protagonisti degli aperitivi a Santa Marta, tra una presentazione e un concerto). C’è, da sempre, un interesse per la diffusione di libri che trattano di musica: in questa 39sima edizione sono stati presentati “I giorni della Musica e delle Rose“, Ed. Stampa Alternativa, di Franco Bergoglio, e “Il suono ruvido dell’innocenza” di Davide Ielmini, ed. Gallerie del Libro.  C’è, da sempre, la valorizzazione di realtà locali come le importanti scuole di danza di Ivrea: in questa edizione non sono mancate performance in piazza e flashmob, oltre che la bella interazione sul palco del Giacosa con Odwalla, di cui si parla di seguito. In scena le tre scuole Baobab, Arabesque e Accademia di Danza e Spettacolo. Da molte edizioni sono state organizzate mostre di pittura e mostre fotografiche: quest’anno da ammirare c’era a Santa Marta la mostra di gigantografie/ritratti di Odina Grosso, Sguardi Africani, mentre a via Palestro, al Caffé del Teatro, sette artisti (Tony Muroni, Susanna Clarino, Alfredo Samperi, Lanfranco Costanza, Umberto Pettene, Ennio Marzano, Daniela Borda) hanno esposto le loro opere per la mostra Arte in Fuga.

Barbiero dunque come sempre imposta un Festival Multiculturale, e resiste alle mille difficoltà che inevitabilmente incontra chi ancora ha il coraggio e la forza di occuparsi di cultura. Difficoltà economiche, resistenze di vario tipo, nonché le conseguenze di indifferenza e anche sottovalutazione di un lavoro oramai quasi quarantennale. Eppure ogni anno il Festival va in scena. E come ogni anno A proposito di Jazz è presente per documentarlo.

Il pomeriggio a Santa Marta non è possibile documentarlo poiché siamo arrivati in tempo per lo spettacolo serale al Teatro Giacosa.

Oltre alla presentazione del libro di Franco Bergoglio, citato più su, e la degustazione, ha preso posto sul palco il Quartetto E-Volution, con il progetto 7Dreams: the Voice of an Albatros. Un quartetto composto da Luis Zöschg: guitar, efx, Christoph Zöschg: drums, percussions, Norbert Dalsass: bass, efx e special guest:
Martin Ohrwalder: trumpet, efx.  Il viaggio di un albatro alla ricerca di cibo in veste di sogno, diviso in 7 movimenti.

Teatro Giacosa, ore 2130

Elliott Sharp e Maurizio Brunod
Special project for Ivrea

Elliott Sharp, guitar
Maurizio Brunod, guitar

Un incontro quasi fortuito a Ny, un pomeriggio passato insieme a parlare di musica e la promessa di rivedersi per suonare insieme: “quel suonare insieme è stasera” dice Maurizio Brunod presentando Elliott Sharp.
Dalle due chitarre si materializzano note che si incrociano e sembrano piccole gocce di qualcosa di più denso dell’acqua, fino a quando Sharp non dà il via al tema, che emerge su quelle gocce sonore e non su accordi armonici.


Fino a quando Brunod non comincia l’interazione vera e propria. Si procede con varianti timbriche, effetti, dialoghi, tra due chitarre che hanno un suono diverso tra loro e dunque si mischiano rimanendo perfettamente distinte, Brunod con il suo suono quasi perfettamente liscio e non privo di eco, Sharp più vibrato e terreno. La loop station aumenta le possibilità di combinazione. Ogni tanto si affaccia del blues, e poi si torna al “non suonato prima di ora”.
In alcuni momenti le due chitarre atterrano su unisoni inaspettati che durano un po’, fino a quando uno dei due musicisti improvvisa lasciando l’altro a quelle note scritte e viceversa.

Sonorità avveniristiche, improvvisazione pura, temi melodici che si stagliano improvvisi su impasti armonici densi di effetti. E poi vibrazioni, urli, glissando, e suoni che sembrano quasi uncini che si agganciano su un ricco e suggestivo tramestio di fondo, scuro eppure molto percettibile nei particolari.
Appaiono reminiscenze di tango, piccoli cenni di country, addirittura, ma sono attimi. Per il resto è tutto un procedere cercando, e trovando, suoni e dialoghi del tutto improvvisati e nuovi.

L’ IMPATTO CON CHI VI SCRIVE

Un concerto particolare, suggestivo, quasi del tutto improvvisato.  Due musicisti che comunicano tra loro con un linguaggio inusuale, che diventa anche il modo di comunicare con il pubblico, fatto di atmosfere cangianti, di contrasti improvvisi e di improvvisi lineari unisoni, e che nonostante in comune abbiano anche lo strumento riescono a tramutare in ricchezza di colori sonori la loro differenza, intrecciando fraseggi, timbri in contrasto, dinamiche, temi melodici, sfondi gravi e pastosi o cristallini e leggeri. Al termine, il silenzio improvviso ha riportato chi era presente in sala sulla terra.

Teatro Giacosa, ore 22:15
Odwalla e Baba Sissoko
Concerto del trentennale

Massimo Barbiero: marimba, vibes, percussions
Matteo Cigna: vibes, percussions
Stefano Bertoli: drums
Alex Quagliotti: drums, percussions
Andrea Stracuzzi: percussions
Doudù Kwateh: percussions
Daouda Diabate: djembè kora e dance
Cheikh Fall: djembè kora
Gaia Mattiuzzi: vocal
Baba Sissoko: vocals e tamà
Giulia Ceolin, Gloria Santella, Barbara Menietti: dance

Per fortuna ad Open Papyrus Jazz Festival trovo quasi sempre Odwalla.
Perché è molto difficile poter assistere a questo spettacolo altrove o in altra occasione. E’ un concerto emozionante, mai uguale, dalle sonorità potenti. E’ visivamente una festa, la danza enfatizza la musica e viceversa.
Ho già scritto molto di questo gruppo composto quasi esclusivamente di strumenti a percussione. Della bellezza degli scambi tra la marimba di Massimo Barbiero e il vibrafono di Matteo Cigna, dei rumori infiniti e magici di Doudù Kwateh, del suono avvolgente delle kora di Daouda Diabate e Cheik Fall , della voce versatile e coinvolgente di Gaia Mattiuzzi e di quella evocativa e potente di Baba Sissoko. Della travolgente interazione tra le due batterie di Stefano Bertoli e Alex Quagliotti e le percussioni di Andrea Stracuzzi.
Le danzatrici, Giulia Ceolin, Gloria Santella, Barbara Menietti, hanno tramutato i suoni in movimento emozionando e incantando il pubblico.
E’ una meraviglia di colori, di varietà di battiti e di note.
E’ un fondamentale esempio di civiltà, di meravigliosa convivenza tra culture diverse, tra arti diverse, tra Uomini Donne Africa Europa India Italia. E’ la terra come potrebbe e dovrebbe essere. E’ la prova che tutto è possibile.

La voce, la vitalità di Baba Sissoko spazzano via ogni barriera.

Parlano le foto di Carlo Mogavero, a colori, perché non vi perdiate nulla se non il suono: ma la musica si ascolta anche guardando



 

PEREZ, PATITUCCI, CARRINGTON all’ Auditorium Parco della Musica

Tutte le foto sono di Adriano Bellucci

Roma, 18 marzo 2019

Auditorium Parco della Musica, sala Petrassi

Children of the light

Danilo Perez, piano
John Patitucci, contrabbasso
Terry Line Carrington, batteria

Children of the light nasce come omaggio a Wayne Shorter, musicista del quale Patitucci e Perez sono la meravigliosa sezione ritmica: è corretto però parlare di ispirazione, più che di omaggio o tributo. Non siamo davanti, infatti, ad una riproposizione esatta della sua opera, ma piuttosto assistiamo ad una nuova composizione talvolta fiabesca, talvolta ironica, talvolta onirica (che di ironica forse non a caso, è l’anagramma). Sonorità dunque non scontate in un trio che ha mostrato sul palco una coesione notevolissima.

Il concerto lo apre Patitucci con una intro di contrabbasso, pianissimo: solo in un secondo momento il pianoforte di Perez comincia a dialogare con quelle note sussurrate, componendo frasi spezzate, che entrano in scena ma subito si ritraggono. Il contrabbasso accarezza un veloce e leggerissimo ostinato. La batteria della Carrington si aggiunge delicatamente, e i piatti sfiorati dai mallets producono suoni morbidi, tondi, affascinanti.
Tutto è sospeso, accennato. Il pianoforte azzarda qualche accordo, ci sono echi pentatonici: Patitucci passa all’arco. Contrabbasso e pianoforte si cercano in un gioco di domande e risposte, c’è un intensificarsi del suono, che poi di nuovo subisce una rarefazione, fatta di echi reciproci, di spunti che circolano da uno strumento all’altro.
Il tutto è uno straniante, raffinato, diventa un mescolamento di musica scritta fin nei minimi particolari ma anche di subitanee digressioni libere. L’ambito armonico è complesso e indefinito, chi guida il gioco sembra essere Perez, che in alcuni momenti fluidifica le note in altri le comprime. Le dinamiche sono curate ed efficaci, espressive, e talvolta sorprendenti.

Appare una progressione di accordi ascendenti per quarte, sulla quale Danilo Perez improvvisa: si va avanti così per molto, anche quando lo spessore sonoro si assottiglia, il tempo da 4/4 si tramuta in 3/4, fino al tornare all’arco sul contrabbasso e ai mallets sui piatti.

L’atmosfera cambia e diventa giocosa con Sunburn and Mosquito: in una piccola, divertita boutade Patitucci simula il ronzio di un insetto. Appena il suono cambia, Perez risponde con il suo pianoforte. Improvvisamente i volumi crescono, gli strumenti dialogano tra loro come fossero personaggi di una storia, ognuno con una sua caratteristica. Il pianoforte propone, il contrabbasso risponde, la batteria crea il groove giusto: a volte si atterra in episodi omoritmici, poi si ritorna al rimpallo di frasi, poi a stop improvvisi, poi si ricomincia, in un gioco continuo intenso ma divertente. Il pianoforte conduce sempre di più il gioco, propone temi, andamenti, dinamiche.
Quando i tre procedono insieme, moltissime sono le note, e i battiti, ma il volume è sottile: un flusso costante, veloce e leggero in cui si improvvisa contemporaneamente per creare un unico suono composto da tre strumenti. La ricerca timbrica è continua, anche da parte della batteria.
Sia nelle parti scritte che nell’improvvisazione c’è una grande cura dei particolari, e il concerto è un continuo susseguirsi di suggestioni sempre diverse. Dalla rarefazione più eterea alla densità armonica più vischiosa, dagli ostinati di contrabbasso più martellanti alle mutazioni quasi melodiche della batteria, dai temi melodici più dolci agli accordi gravi e martellanti del pianoforte, dai cromatismi all’andamento diatonico agli stop improvvisi, la musica è costruita (ma anche improvvisata) in modo da essere quasi sempre evocativa e suggestiva. Spesso gli accordi al primo impatto sembrano essere quelli che il tuo orecchio si aspetta, ma dopo pochi secondi emerge un sottofondo armonico che a ben ascoltare non era quello che ti sembrava all’inizio: è un rebus cui ancora adesso sto cercando di dare una soluzione. E ancora, melodie presentate e subito trasposte o presentate e subito nascoste dentro accordi possenti, talvolta andamento dei brani circolari altre volte invece il trio procede in avanti senza guardarsi indietro.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Ho assistito a un concerto divertente, intenso, a tratti stralunato, concepito ed eseguito da grandi musicisti in vena di giocare, raccontare, stupire e dialogare tra loro. Un sapiente equilibrio tra rigore e audacia, tra partiture scritte nei minimi particolari e improvvisazione libera.
Danilo Perez, John Patitucci e Terry Lyne Carrington hanno saputo creare una musica deliziosamente immateriale usando sia la fantasia che tutto il loro prezioso pregresso di grandi musicisti: mattoncini di mille forme e colori assemblati in modo inusuale per una costruzione di suoni davvero fascinosa, ironica la cui cifra, in tutta l’ora e più di spettacolo, è stata la naturalezza che può esistere solo tra artisti legati da anni di amicizia, di esperienza e di musica suonata, come Perez e Patitucci, con il prezioso contributo creativo di una batterista pazzesca.



Elina Duni, Rob Luft ed Enzo Zirilli al Folk Club di Torino


Tutte le foto sono di CARLO MOGAVERO

Torino, Folk Club, 13 dicembre 2018, ore 2130

Rassegna RADIO LONDRA
ELINA DUNI, ROB LUFT, ENZO ZIRILLI

Elina Duni, vocals
Rob Luft, chitarra elettrica
Enzo Zirilli, batteria e percussioni

Radio Londra è la rassegna organizzata al FolkClub di Paolo Lucà da Enzo Zirilli, che dalla Gran Bretagna “esporta” temporaneamente artisti inglesi ospitandoli sul palco dello storico club torinese. Siamo al decimo anno di successi, e in questo freddo dicembre torinese salgo a Torino per assistere ad un evento che prevede la performance di una cantante da me molto apprezzata, Elina Duni.
Albanese di nascita e a 11 anni trasferitasi con la famiglia in Svizzera, Elina ha una formazione classica, ma un forte legame con la musica del suo paese.
Rob Luft è un chitarrista ventiquattrenne talentuosissimo che suona oramai da lungo tempo (sic!) con Enzo Zirilli, che è un nostro batterista quotatissimo volato a Londra un bel po’ di anni fa, dove ha trovato il successo che meritava e che si è dunque ancora più amplificato qui in Italia. 
Molti dei brani ascoltati provengono dal nuovo cd di Elina Duni, PARTIR, registrato per ECM
Qui mi fermo con le informazioni biografiche perché chi mi legge sa che non sono solita fornire informazioni sui musicisti – che si trovano agevolmente in internet – ma vado subito al cuore, e il cuore di tutto è la musica che ho ascoltato.

E’ suggestivo l’incipit del concerto, con Zirilli e i suoi effetti di mare, e vento, e Luft, che con la sua chitarra elettrica e i suoi pedali asseconda l’ evocare quasi nostalgico di luoghi lontani. La voce di Elina Duni irrompe, intensa, nel primo brano: siamo nel Nord dell’Albania e questo è un canto tradizionale, una ninna nanna che parte quasi in sordina, ma che via via si fa più intensa nelle dinamiche, nei timbri, nel pathos.

Dal Nord dell’ Albania Elina ci porta nel Kosovo, con il canto d’ amore rivolto alla luna da una donna al suo uomo perduto: tutto prende vita da un iniziale ostinato di chitarra, che indugia su intervalli di seconda eccedente e su sistemi scalari lontani, eppure così vicini. La batteria e il cajon riempiono l’aria esaltando senza coprire nemmeno una nota della voce. La chitarra ricostruisce un’atmosfera di festa popolare, albanese, o balcanica, italiana, o mediterranea, o mediorientale. Si ritrova molto di altre culture, molto della nostra.


I tre musicisti fluttuano tra parti più libere ed obbligati intensi, come l’unisono tra la voce di Elina Duni e la chitarra di Rob Luft, che sono momenti di virtuosismo imperniati sugli stilemi della musica tradizionale (che, ricordiamolo, non è mai scevra dal virtuosismo). La voce di Elina Duni è intensa, duttile, fortemente evocativa.
Ed è una voce versatile, tanto che alla chanson di Serge Gainsbourg, Coleur Cafè, si tramuta, e la nostalgia intensa diventa leggerezza, brio, ritmo. Ci troviamo in un altro mondo sonoro, il groove creato da Zirilli con la sua batteria è un latin ricco di sfumature, in cui il volume fortissimo è perseguito con le spazzole, il cajon è un altro rullante e gli spunti scambiati con la chitarra di Luft sono quasi infiniti.
Il repertorio non è univoco.

La scelta dei brani spazia tra la musica albanese, kosovara e quella della tradizione del Meridione d’Italia. Sono terre confinanti, e i canti d’amore e di desiderio provengono anche dal Canzoniere Grecanico Salentino, come Bella ci dormi sui cuscini:  la voce di Elina Duni è potente per intensità, non per volume. La chitarra di Rob Luft, incredibilmente, riesce a sostenere l’atmosfera di un mondo di suoni apparentemente a lui lontano, persino nell’assolo dolce, quasi amorevole, che precede la conclusione del canto. E quello di Elina Duni è struggente, e quanto mai dà a chiave della vicinanza tra le due terre di  Puglia e Albania.

Ma ci sono anche canti di coscienza civile, come quello scritto più di cento anni fa e che narra di pastorelle che vogliono liberarsi dal maschilismo che le relega a non godere di elementari diritti civili e culturali: una intro in vocalese viene poi supportata da percussioni al minimo e da un ostinato della chitarra, per poi aumentare di volume, di spessore, di intensità fino a divenire sanguigna e potente.
E ancora il canto kosovaro dalla complessità ritmica pazzesca e che viene snocciolata da Zirilli e Luft con una disinvoltura e una fluidità da nativi, un flusso morbido e travolgente che al termine ti lascia quasi disorientato.



Tra introduzioni dolci di chitarra, una voce struggente, la batteria che diventa soffio di spazzole e sole mani, ecco le canzoni dell’esilio, tra le quali la bellissima Amara Terra Mia, che ti verrebbe di cantare con Elina ma non osi, tanto centrato è, con i suoni, il tema letterario della nostalgia: espressività efficace ottenuta con il timbro vocale, con l’intenzione, con le dinamiche, ma anche con l’ andamento della chitarra, che mantiene il legame con il tema iniziale principale, quasi come fosse un ricordo. Come? Trasponendone piccole cellule melodiche durante tutto lo svolgersi del brano.

Il bis ci porta ad uno standard amatissimo, I’m a fool to want you: dolce, distante, a volume basso, intenso. Zirilli anche qui entra in punta di piedi per poi avvolgere il brano. Luft decora con pedale ed effetti. Il pubblico applaude un concerto intenso e inusuale,  e io con il pubblico: ma questo riguarda il breve capitolo che segue.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Stavolta qualcosa è trapelato anche dalle righe precedenti, che dovrebbero essere deputate alla descrizione il più possibile asettica di ciò che è accaduto sul palco.
Ma scindere ciò che ho ascoltato da ciò che ho provato emotivamente non è facile. Un concerto questo particolarmente intenso, ed emozionante già nei presupposti. Una cantante albanese, anche se svizzera di adozione, un chitarrista inglese, un batterista italiano. La loro musica è un miracolo di espressività “a prescindere” dalle origini culturali dei tre componenti del trio: in un periodo sociale e politico davvero tragico, in cui le differenze diventano invece che attrazione irresistibile, fonte di paure e di aggressività, chi ha assistito alla performance di Elina Duni, Rob Luft ed Enzo Zirilli ha toccato con mano ciò che accomuna non solo tre artisti ma gli esseri umani.
La poetica della nostalgia, della lontananza, del viaggio per emigrare dalla propria terra, dell’amore, raccontati in un’ora di musica emozionante, sono arrivate potenti non solo in quanto emozioni in sé, risvegliate in noi da tre musicisti che hanno saputo toccarci con i loro suoni e la loro sensibilità, ma anche in quanto categorie che questi tre artisti ci hanno mostrato come comuni alla vita di ogni essere umano, al di là di cultura e provenienza.
I canti albanesi e kosovari di Elina Duni, quella scala minore armonica di riferimento, con quegli intervalli di seconda aumentata sono così simili e vicini alla musica del Canzoniere Grecanico Salentino, o anche ad Amara Terra Mia, di Domenico Modugno: questo ci parla di culture vicine. Ma durante questo concerto si è andati al di là di questo: la chitarra di Robert Luft ha suonato non limitandosi a replicare un tipo di musica dalla provenienza connotata (musica balcanica, albanese, jazz, latin), ma ha cantato insieme ad Elina Duni forti sentimenti umani. La batteria di Enzo Zirilli ha soffiato dolcemente e ha tuonato impetuosa un qualcosa che appartiene a tutti noi.

Non mi piace mai parlare di contaminazioni, quando parlo di musica. Amo ascoltare nei suoni reminiscenze di culture a me vicine o lontane, ma la musica, quella vera, ha un che di universale, che mi colpisce intensamente  quando incontro artisti che come in questo caso, hanno una così potente carica espressiva. Gli applausi del pubblico del Folk Club erano emozionati e colmi di gratitudine. Forse solo l’arte, se fatta da artisti veri, potrà salvarci dalla miseria umana da cui siamo nostro malgrado circondati, svelandoci ciò che ci accomuna (compreso il dover partire per poter vivere) e anche ciò che ci differenzia, le nostre usanze, i nostri costumi: che dovrebbe essere ciò che di più attraente e magnetico esista sulla terra. 

Qui di seguito altri scatti del grande Carlo Mogavero





 

 

Ajugada Quartet

 Le prime quattro foto sono di FABRIZIO SODANI. La foto di Juan Carlos Albelo Zamora è di VICTOR SOKOLOWICZ.

Solitamente le produzioni discografiche risultano superiori alle esecuzioni live, per cui quando accade il contrario è davvero una sorta di piccolo evento. Piccolo evento che si è verificato venerdì 30 novembre al Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.
In programma la presentazione dell’album “Hand Luggage” (Filibusta Record)  da parte dell’ “Ajugada Quartet” al secolo Antonella Vitale voce, Gaia Possenti piano, Giulia Salsone chitarra, Danielle Di Majo sax e flauto, special guest Juan Carlos Albelo Zamora violino e armonica.

Conosco Antonella Vitale da molto tempo ma non mi era accaduto di sentirla live in un contesto così strutturato; ebbene, è stata una bellissima sorpresa. Antonella è dotata di una voce molto duttile che sa padroneggiare con estrema disinvoltura ed è altresì capace di praticare uno scat tutt’altro che banale. Di qui la possibilità di adattarsi compiutamente alle esigenze musicali espresse dal quartetto nella sua globalità.
In effetti mentre di solito la presenza di una voce fa sì che tutto il gruppo ruoti attorno alla stessa, nell’Ajugada Quartet il discorso è completamente diverso. La Vitale – si potrebbe dire – è uno strumento al pari degli altri, niente di più niente di meno, e così la sua voce, usata spesso in funzione strumentale, contribuisce in maniera determinante al sound particolare del combo, che non risente della mancanza di una sezione ritmica tradizionale composta da batteria e contrabbasso.

Determinante, al riguardo, l’atmosfera che promana dal palco; le quattro artiste si intendono a meraviglia frutto di un idem sentire declinato compiutamente attraverso le capacità strumentali ed espressive delle stesse. Così Gaia Possenti, di chiara formazione classica, sfoggia un pianismo ora materico ora assolutamente etereo in grado sia di prendere convincenti e lunghi assolo sia di tessere un tessuto sonoro su cui si innestano gli interventi di Danielle Di Majo che soprattutto al sax alto sfoggia un sound vigoroso e personale e di Giulia Salsone chitarrista tecnicamente ferrata e dalla forte espressività.

Il tutto è stato impreziosito, nella seconda parte del concerto, dalla presenza del cubano Juan Carlos Albelo Zamora violino e armonica, superlativo soprattutto all’armonica con cui ha toccato davvero il cuore del numeroso pubblico.

Foto: Víctor Sokolowicz

Il gruppo ha presentato, ovviamente, quasi l’identico repertorio dell’album composto in massima parte da original delle quattro artiste, cui si affiancano riletture di brani di estrazione moderna, come “Kind of Folk” del grande Kenny Wheeler e “A Rã” di João Donato.
Alla fine meritati e prolungati applausi coronati da un sentito bis.

 

Innarella, Gallo, Baron e la musica di Albert Ayler


Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI

Jazz in Cantina, 22 novembre, ore 21:30

Ayler’s Mood

Pasquale Innarella, sax tenore e soprano
Danilo Gallo, basso semiacustico
Ermanno Baron, batteria

Come molti lettori sanno, a volte mi allontano dal circuito “ufficiale” del Jazz, e vado in posti un po’ defilati, dove si può ascoltare musica live in un contesto inusuale.
Così vengo a sapere da un evento fb che Pasquale Innarella, sassofonista da me molto apprezzato da sempre, annuncia un suo concerto a Jazz in Cantina, zona Quarto Miglio, Roma. Musica improvvisata, ispirata ad Albert Ayler. Al basso Danilo Gallo, alla batteria Ermanno Baron. E’ curioso, non è la prima volta che incontro Danilo Gallo e Ermanno Baron in posti come questi: li avevo ascoltati infatti in un laboratorio di riparazione di pianoforti, zona Pigneto, insieme ad Enrico Zanisi, con il progetto EDE. Una nota a margine su cui (positivamente) riflettere.

Entro in uno scantinato ampio, accogliente, caldo, con le pareti in mattoncini e le foto dei Jazzisti alle pareti, qualche locandina, un piccolo banco bar, un palco con le sedie allineate davanti e improvvisamente mi sembra di essere a New York, non a Roma .
Il proprietario di questa piccola cantina, Roberto Scarabotti, è un appassionato di quelli che traducono la loro passione in tangibilità. Un locale dove ascoltare musica, ingresso libero, offerta libera (che al termine delle performance sei felicissimo di lasciare, per gratitudine ). Al termine del concerto la moglie di Roberto offre un piatto caldo per gli ospiti della serata . Un posto assurdo, a sé stante, uno di quei posti che ti riportano alla musica dal vivo con i musicisti ad un palmo, e che hanno concorso, a suo tempo, a farti innamorare del Jazz.

E il Jazz, inteso come proposizione di musica nuova, estemporanea, improvvisata, è ciò che ho ascoltato a Jazz in cantina.
Albert Ayler è lo spunto. L’ispirazione dicevamo, e lo spiega Innarella parlando di un ascolto alla radio fulminante, da ragazzino, evento quasi fortuito che ha visto nascere l’inizio del suo Jazz come musicista: ma questo geniale sassofonista non viene riproposto in forma di “standard” o “cover”. In realtà Ayler emerge a tratti durante un flusso di musica improvvisata in cui di volta in volta a guidare è il sax, o il basso, o la batteria, o in cui i tre si compattano in un unico suono, cangiante e intenso.
Cosa è accaduto durante questo concerto? Centinaia di cose, di cui alcune provo a dire, basandomi sulle pagine di appunti che ho preso freneticamente, senza fermarmi mai.

Si parte proprio da una intro di Innarella. Il basso di Gallo entra come un pendolo sonoro, la batteria è soffice, Baron sceglie i mallets per percuotere pelli e metallo.
L’armonia che ti immagineresti sottesa al sax viene scardinata implacabilmente dalle note del basso, che a tratti ti illude di rientrare in canoni usuali toccando dominante e tonica: ma sempre per molto poco. E soprattutto è il timbro grave, pastoso, vibrante dello stesso basso a destabilizzare, a creare l’elemento espressivo che determina la direzione del flusso. L’assottigliamento armonico lascia spazio ad un inspessimento timbrico che regala un senso di pienezza: non si rimpiangono, dunque, gli accordi mancanti.

Innarella, Gallo e Baron alternano momenti corali particolarmente intensi ad episodi in cui è uno solo a reggere quel filo di musica che non smette mai: in questi casi il basso può inaspettatamente tramutarsi in chitarra, e dialogare con la batteria, la cui cassa fa le veci di una ulteriore corda nel registro grave. Oppure può capitare che il sax emetta note lunghe, ruvide su un ostinato di basso che fa da sfondo, magari insieme alla batteria che lo doppia (o è il basso che doppia la batteria? )
Si passa da momenti minimali e tenui, ad ondate sonore poderose, e ancora a soste quasi silenziose, quasi come a riprendere fiato dopo una corsa disperata, per poi ritornare al clima evocativo di una melodia malinconica, in cui le note del basso, nel loro avvicendarsi, rimangono tenute a lungo, sovrapponendosi in una infinita e suggestiva serie di armonici. Innarella usa il suo sax come una vera e propria voce, parlando, cantando, urlando, battendo il tempo. Baron usa conchiglie, spazzole, mallets, bacchette e crea effetti di ogni tipo. Gallo usa ogni centimetro del suo basso, compreso il legno, e ottiene qualsiasi tipo di suono occorra a creare un’atmosfera inaspettata.

E se un attimo prima l’aria era colma di armonici, tutto era soffuso e senza spazio e tempo, improvvisamente i singhiozzi del basso, l’incalzare delle bacchette sui ride e le frasi spezzate del sax riportano tutto ad un qui e ora che non permette straniamento, e che è il prologo ad una nuova esplosione di volumi e di suono, che si concretizzano in una Marsigliese polemica, ironica, giunta chissà perché e chissà da dove nel sax di Pasquale Innarella. Parte una rumba giunta chissà perché e chissà da dove negli accordi del basso di Danilo Gallo ( e nella batteria di Ermanno Baron ) , e all’inizio tutto sembra tonalmente regolare, fino a quando quegli accordi non diventano atonali e destrutturanti.

Anche nel secondo set Danilo Gallo comincia con giri armonici noti lasciando gradatamente l’usuale dietro di sé, espandendo, comprimendo le strutture. Anche nel secondo set Pasquale Innarella gioca con citazioni, reminiscenze, contrasti tra registro grave e acuto. Anche nel secondo set Ermanno Baron è cangiante, propositivo, adattabile e assertivo, tutto e il contrario di tutto.
Questo significa che tutto il concerto è un susseguirsi di svolte inaspettate. Ma niente è casuale: improvvisare non significa certo suonare quello che capita.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

I concerti basati quasi interamente sull’improvvisazione libera possono avere su di me effetti molto differenti.
Spesso ho cercato di capire perché a volte io ne rimanga entusiasta mentre altre (senza mezzi termini) mi annoi a morte. Dipende certamente anche da me, dal mio background. Può dipendere dai musicisti, dal loro modo di porsi e di comunicare con il pubblico, o con me in particolare.

Però, andando un po’ a scavare nelle mie sensazioni, posso dire che amo l’improvvisazione quando essa non è dettata dal caso (suoniamo come ci pare a prescindere da tutto) o mera dimostrazione di forza, ma è invece frutto di un istinto molto intenso, guidato da una musicalità altrettanto forte, armonizzati entrambi dalla volontà di comunicare qualcosa di profondo, o sentito, o pensato e reso percettibile con la musica. Il che può avvenire inconsapevolmente: però avviene. E’ un’urgenza espressiva cui il musicista risponde.

Quando mi pare di riconoscere queste caratteristiche? Quando mi accorgo che tutto ciò che accade sul palco è armonioso, equilibrato, pur negli apparenti squilibri di un urlo o di una asprissima dissonanza.
In questo omaggio ad Albert Ayler, artista che trapela nell’energia, nella sistematica ricerca di sprazzi melodici – nonostante essi vengano poco dopo costantemente destrutturati – i musicisti hanno sempre ottenuto un affascinante bilanciamento del flusso sonoro. Il placarsi quasi onirico di un suono travolgente e adrenalinico arriva al momento opportuno, come per una tregua benefica.
Un ostinato di basso appare quando il sax corre freneticamente con fraseggi funambolici, esaltandolo ma non sovrapponendosi ad esso.
Una raffica tribale di battiti della batteria è sottolineata ad arte da una nota lunga del sax e da un vibrare potente del basso.
Tutto questo non è studiato strategicamente a tavolino né buttato lì come viene, ma improvvisato da chi sa fare musica avendo come fine la musica. Non l’esibizione muscolare con l’unico fine di stupire il pubblico, o del contraddire per partito preso qualcosa di già ascoltato e ritenuto dunque aprioristicamente banale.
E’ molto probabile che gli artisti sul palco di Jazz in Cantina mi riterranno un po’ squilibrata leggendo la descrizione che ho fatto della loro musica: loro suonavano estemporaneamente, io ascoltavo con attenzione, cercando un senso a ciò che accadeva. E sono uscita da Jazz in Cantina con la convinzione, ancor più rafforzata  di prima, che bisogna saper improvvisare: per farlo occorre istinto, poi serve lasciarsi andare, ascoltarsi reciprocamente, non ultimo saper suonare (e sì, bisogna essere bravi, le mani devono saper tradurre in suoni gli impulsi, le idee) … bisogna, in una parola, essere Musicisti nel senso più profondo del termine.
Spero in un disco di questo progetto. Anzi, lo caldeggio.

Qui di seguito potete ammirare gli scatti di Adriano Bellucci, che testimoniano l’atmosfera di una serata notevole, in un posto notevole, con un notevole trio sul palco.





 

 

 

 

IL DUO BOSSO – BIONDINI AL TEATRO VASCELLO


Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI

Teatro Vascello, Roma, 6 novembre 2018, ore 21

FLAUTISSIMO 2018 – 20ma edizione
“Camminando a vista”

FACE TO FACE

Fabrizio Bosso, tromba
Luciano Biondini, fisarmonica

Il Teatro Vascello con la rassegna FLAUTISSIMO 2018, Camminando a vista, direttore artistico Stefano Cioffi, apre al Jazz e si rivela, per chi vi scrive inaspettatamente,  uno spazio davvero eccellente per ascoltare musica.

Tromba e Fisarmonica, ovvero Fabrizio Bosso e Luciano Biondini sul palco.
Reciprocamente preziosi e totalmente paritari tra loro, cominciano con Pure Immagination. E’ la tromba a presentare il tema, mentre la fisarmonica disegna il tessuto armonico ritmico del pezzo: ma ben presto i ruoli si invertono, la melodia passa a Biondini, e prelude ad un lungo e variegato domanda / risposta denso di idee e di sfumature dinamiche continue.
La tromba è il Jazz, la fisarmonica è la musica tradizionale.
L’ambito armonico, quello tematico, sono spesso ispirati al repertorio tradizionale della musica da fisarmonica.
La struttura dei brani è spesso Jazzistica (presentazione del tema, improvvisazione, scambi ogni otto battute tra i due musicisti, ripresa del tema, conclusione). Spesso, ma non necessariamente.

C’è una precisa distinzione tra due mondi, verrebbe da pensare… eppure non è esattamente così, perché in questo terreno di incontro la tendenza dei due musicisti è quella ad amalgamarsi, dando origine ad un flusso sonoro del tutto nuovo. E’ una dualità di generi che si percepisce dunque solo concentrandosi razionalmente per capire, facendo il mestiere di chi scrive di musica.


Il tema melodico è sempre oggetto di grande cura sia che emerga piano piano da una intensa introduzione di Biondini (come in Bringi) sia che invece venga esposto in maniera molto netta da subito, come ad esempio in In Lembra de Win, presentato dalla tromba, e reso con delicatezza, esaltato dalle circonvoluzioni poetiche della fisarmonica.

Le dinamiche sono ampie e legate fortemente all’andamento armonico (vedi la tensione che si crea negli accordi di settima di dominante, resi o con potenti forte o con sottili e poetici pianissimo, che sottolineano con poetica efficacia l’urgenza del risolvere alla tonica) .
I due strumenti sono complementari sempre, qualsiasi ruolo decidano di intraprendere (ad esempio la funzione ritmica delle note ribattute da Bosso in Stagione, o il tramutarsi degli accordi della fisarmonica di Biondino in melodie struggenti, come in Nuovo Cinema Paradiso).

Molti gli episodi di improvvisazione libera, ondate sonore potenti non scevre da dissonanze, complice anche il loop elettonico della tromba. E gli obbligati che li incorniciano e su cui risolvono godono, a contrasto, di attacchi e conclusioni ineccepibili, l’entrata in acqua perfetta dopo un tuffo triplo carpiato.
Rumba for Kampei è trascinante, ed evidenzia l’innegabile virtuosismo di Bosso e di Biondini che sfruttano tutte le possibilità dei propri strumenti (anche gli urli laceranti della tromba in African Friends supportati dalla eccezionale densità del tessuto armonico della fisarmonica non sono da meno). Tre bis dimostrano la capacità comunicativa di un duo che si può definire, in tutta onestà, eccellente. Giudizio che è l’anticipazione del piccolo capitolo successivo di questo scritto.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE (considerazioni personali)

Un concerto coinvolgente, emozionante, in cui i molti richiami armonici e tematici tradizionali dettati dalla fisarmonica, o le strutture e i fraseggi tipicamente jazzistici dettati dalla tromba hanno la particolarità di essere percepiti come inediti e nuovi, poiché… lo sono. Il fondersi di questi due mondi vive di un impulso creativo molto netto, di un’urgenza espressiva anch’essa molto netta sia di Bosso che di Biondini. Questa urgenza espressiva, e questa creatività estemporanee diventano Jazz, in quanto improvvisazione non certo di maniera. Non ci sono trucchetti acchiappa applausi, c’è un flusso sonoro in divenire, in cui l’impianto armonico è magari ben definito, ma all’interno del quale avviene di tutto. E così la benefica tensione che si prova all’ascolto non è dovuta solo alle leggi armoniche – melodiche che regolano innegabilmente l’andamento dei brani, ma anche e soprattutto alla irresistibile urgenza creativa dei due musicisti che rifugge da ogni cliché predeterminato.
Un dialogo serratissimo, una empatia incredibile, permettono dunque di tramutare la bravura tecnica in espressività trascinante. Pathos, lirismo, fantasia, una forbice ampia dal brano placido, o nostalgico, a quello più sanguigno, o dispari, a velocità incredibile: Face to Face, tromba e fisarmonica danno vita a Musica.

La galleria che segue delle bellissime foto di Adriano Bellucci può dare idea dell’atmosfera della serata al Teatro Vascello: per guardare ciò che vi ho descritto con le parole.