Romolo Grano, un grande musicista per il piccolo schermo

Con “La grande magia”, scritta nel 1948, Eduardo De Filippo opera una frattura nel proprio repertorio passando ad una drammaturgia di solco pirandelliano. Rai 5 ne ha trasmesso, lo scorso 15 agosto per la serie “Stardust Memories”, la produzione TV del 1964, interpreti, fra gli altri, Giancarlo Sbragia, Antonio Casagrande, Lando Buzzanca, Enzo Cannavale.

La messinscena, ripresa con successo da Strehler nel 1985, è di taglio psicologico/psicoanalitico e si snoda su un intreccio in cui si guarda, fra pulsioni e cervello “indipendente”, alle varie forme di percezione del reale. La stessa offre anche una lettura più interna, quella musicale, che è opera di Romolo Grano, compositore e direttore d’orchestra nato a Cosenza alla vigilia del ferragosto 1929, noto per colonne sonore cinematografiche (“Ça ira”, “Il fiume della rivolta”, il documentaristico diario africano “Le montagne della luce” con Gianni Oddi, il cui album è stato ristampato nel 2019 da Four Flies), dischi per oltre 30 titoli fra cui “Messico” e “Tropical” del ’72, “Musica elettronica” del 1973, con effetti sonori ascoltabili anche nel suo famoso tema “Killimangiaro”, del 1975, stesso anno di “Sweet Dream” inciso con Oddi al sax per la RCA, nonché autore di sigle per trasmissioni come “Telefono giallo” e soprattutto di soundtrack per sceneggiati TV.

Non era semplice adattare suoni ad una rappresentazione eduardiana così amaramente dedicata all’illusione, dalla trama noire incentrata sulla sparizione, nel pieno dello spettacolo di un giocoliere, di una donna, con relative rimostranze del di lei marito, il geloso Calogero Di Spelta, destinato allo stralunamento per lo choc derivante dall’aver appreso della fuga dell’amata con l’amante. L’illusionista Otto Marvuglia (Eduardo) tratta le sue cavie con esperimenti dilettanteschi che mescolano verità e finzione, addentrandosi peraltro in questioni filosofiche come quella inconoscibilità del reale, adombrata da Pirandello in “Cosi è se vi pare”. Grano, all’inizio della pièce, utilizza una partitura che si può ascrivere alla musica contemporanea. La diretta conoscenza di Luigi Nono e la frequentazione della Scuola di Darmstadt, la padronanza esecutiva di brani di Bruno Maderna ma anche il rapporto con Diego Carpitella per le ricerche etno-musicali fanno parte del suo versatile curriculum artistico. Nel successivo sviluppo della commedia il musicista adopera toni bandistici dotati di andamento nostalgico alla Nino Rota, alternandone altri festosi, onirici o misterici, a seconda della situazione scenica da chiosare. Un musicista, Grano, che De Filippo ha modo d’includere nello staff dell’allestimento – giocato su due piani, realtà e magia illusoria di teatro e vita – riservandogli spazi che la prosa non sempre lascia alla musica. Successivamente Grano verrà chiamato a musicare sceneggiati come alcuni episodi di “Sheridan” (1967) e “Maigret” (1968), “Nero Wolfe” (1969), “Joe Petrosino”(1972), “L’amaro caso della baronessa di Carini” (1975), “Madame Bovary” (1978), Punto d’osservazione” (1981), “Buio nella valle” (1984) …

Un maestro del ramo, un Morricone delle colonne sonore televisive, alcune delle quali raccolte in un prezioso LP RCA del 1976 che il database Discogs cataloga nei generi “electronic, jazz, classical, stage & screen” con apertura stilistica a 360 gradi fra sperimentale ed “easy listening”.

E il binomio De Filippo/Grano – replicato nel ’64 in “Chi è cchiù felice ‘e me” – rende ancora più visibile la poliedricità di un musicista la cui opera andrebbe maggiormente valutata e rivalutata.

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Amedeo Furfaro

Riflettori su Mafalda Minnozzi e Francesco Di Giulio e i loro nuovi progetti

In attesa di pubblicare la solitamente corposa rubrica su “I nostri CD”, cosa che avverrà nei primi di settembre, vorrei sottoporre alla vostra attenzione due artisti che ritengo particolarmente interessanti: una, Mafalda Minnozzi, continua a proporre in giro per il mondo la musica italiana… e non solo, l’altro, Francesco Di Giulio, è un giovane artista abruzzese che meriterebbe ben altra considerazione.

Ma procediamo con ordine. Anticipato esclusivamente dalla pubblicazione di due singoli estratti dall’album – “A felicidade” (24 giugno) e “Once I Loved”D (9 luglio) – e da 8 concerti “première” realizzati a novembre con il quintetto americano, di cui 6 in Italia e 2 al Birdland di NYC (sold-out), il 20 luglio scorso è stato lanciato l’ultimo album di Mafalda Minnozzi, “Sensorial- Portraits in Bossa & Jazz”, distribuito su tutte le piattaforme digitali. Contemporaneamente è stata data la possibilità non solo di ascoltare i brani sulle piattaforme ma anche di vederli sul canale YouTube di Mafalda (disponibili 13 video realizzati durante la registrazione in studio a NY, uno per ogni brano) e di approfondirli con il podcast, per entrare nello spirito dell’artista. Al momento l’approfondimento con i podcast riguarda solo tre brani ma è intenzione dell’artista dedicare ad ogni pezzo la stessa attenzione. Insomma un’azione promozionale a tutto campo che ben si attaglia ad un album che presenta numerosi punti di forza.
Innanzitutto la ‘ricchezza’ dell’organico. A conferma della statura di artista internazionale, per quest’ultima impresa la Minnozzi è riuscita a raccogliere accanto a sé una pletora di musicisti di assoluto rilievo: al contrabbasso si alternano Harvie Swartz (classe 1948) a ben ragione considerato il bassista dei chitarristi avendo inciso tra gli altri con  John Scofield, Mick Goodrick, John Abercrombie, Gene Bertoncini, Mike Stern, Jim Hall, Leni Stern, e Essiet Okon Essiet già con Benny Golson, Johnny Griffin,  Cedar Walton; alla batteria Victor Jones, personaggio di assoluto rilievo nel panorama jazzistico internazionale come dimostrano gli oltre cento dischi cui ha partecipato sia come leader sia come sideman; alle percussioni Rogerio Boccato che può vantare collaborazioni con Maria Schneider, John Patitucci, Danilo Perez; al  pianoforte Art Hirahara già leader in trio e in quartetto con Linda Oh e Donny McCaslin; Will Calhoun  vincitore di decine di premi tra cui il ‘Buddy Rich Jazz Masters Award for outstanding performance by a drummer’ all’Udu nigeriano e shaker nel brano n. 7 (“Samba da Benção”) …e naturalmente quel Paul Ricci, alle chitarre sulle cui eccelse qualità mi sono già soffermato diverse volte su questi stessi spazi.
Secondo punto di forza, la bellezza del repertorio. In cartellone ben sette composizioni di Antonio Carlos Jobim tra cui le notissime “A Felicidade” che apre l’album, “Dindi”, “Desafinado” e “Triste”, mentre gli altri sei pezzi completano un magnifico affresco dei maggiori compositori brasiliani chiamando in causa Baden Powell (“Samba da Benção”), Chico Buarque (“Morro Dois Irmãos”), Toninho Horta (“Mocidade”), Filó Machado (“Jogral”), Alcyvando Luz e Carlos Coqueijo (“É Preciso Perdoar”).
In terzo luogo, ma non certo in ordine d’importanza, l’eccellente livello delle esecuzioni che come sottolinea lo stesso titolo dell’album non si limita ad una mera riproposizione della bossa-nova ma introduce ben individuabili elementi jazzistici nelle celebri melodie brasiliane (si ascolti a mo’ di esempio con quanta pertinenza le note del coltraniano “Lonnie’s Lament” vengano utilizzate per introdurre “É Preciso Perdoar”).

Il risultato è affascinante. La Minnozzi si conferma interprete sensibile, sorretta da una tecnica vocale di rilievo che le consente di ascendere senza difficoltà alcuna alle  note più alte, brava anche nello scat (la si ascolti in “Mocidade”) e cosa non proprio comune perfettamente in grado di esprimersi sia in perfetto portoghese sia in perfetto inglese; la sua voce, a tratti lievemente nasale, si staglia stentorea sul meraviglioso tappeto armonico-ritmico disegnato dai compagni di viaggio, sulla scorta di pregevoli arrangiamenti cui non è di certo estranea la mano di Paul Ricci. E di rilievo il modo in cui riesce a colloquiare con i compagni di viaggio: certo l’intesa con Paul Ricci è cementata da anni di fruttuosa collaborazione ma con gli altri no. Eppure l’intesa è perfetta: si ascolti come riesce a interloquire con le improvvisazioni di Hirahara in “Vivo Sonhando” (Jobim).
E le perle offerte dalla vocalist si succedono senza soluzione di continuità fino al conclusivo “Dindi” di Jobim impreziosito da un ispirato arrangiamento, di sapore blues.
Insomma un album di assoluto spessore, forse il migliore nella già prestigiosa carriera della Minnozzi.

Si ringrazia Chris Drukker per la photogallery di Mafalda Minnozi

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Trombonista abruzzese, classe 1983, Francesco Di Giulio è sulle scene jazzistiche oramai da parecchi anni.
Dopo la maturità scientifica conseguita nel 2002, si dedica interamente alla musica, al jazz. Così nel 2007 ottiene una borsa di studio presso i seminari estivi di Siena Jazz e successivamente partecipa ad un International Jazz Master a Siena. Nel 2009 ottiene il Diploma Accademico di primo livello in Jazz, Musiche improvvisate e Musiche del nostro tempo (Triennio Superiore Sperimentale di I livello) presso il Conservatorio di Musica “G. B. Martini” di Bologna. L’anno successivo vince una borsa di studio presso la New Bulgarian University in cui ha l’occasione di studiare, tra gli altri, con Glenn Ferris. L’attività professionale vera e propria inizia già nei primissimi anni 2000 e negli ultimi dieci anni si è notevolmente intensificata con la partecipazione, tra l’altro, a numerosi gruppi e orchestre sia come I trombone, sia come side-man, sia come compositore.
Per conoscerlo meglio ecco tre album, registrati in periodi diversi.
Cuneman – “Tension and Relief” UR Records è il secondo capitolo del progetto musicale Cuneman che in questa occasione cambia radicalmente pelle: non più il quartetto composto da sax, tromba, contrabbasso e batteria del primo disco del 2018 ma una formazione allargata a sei, con l’aggiunta del trombone suonato proprio da Francesco Di Giulio e del susafono nelle sapienti mani di Mauro Ottolini. Il risultato è eccellente in quanto il gruppo conserva le sue caratteristiche migliori, vale a dire una sapiente ricerca sulle armonie senza scivolare nel banale, con una giusta considerazione del passato ma con più di un occhio rivolto al free jazz. In quest’ambito particolarmente positivo l’inserimento di Di Giulio che riesce a ben dialogare con i compagni di viaggio (si ascolti il suo assolo in “Schifano”). Il gruppo sarà impegnato il prossimo 18 agosto alla Civitella di Chieti.

Completamente diverso il secondo album, “Mo’ Better Band” – “Li vuoi quei kiwi?”
La Mo’ Better Band nasce nel 2003 da un’idea di Fabrizio Leonetti, fondatore e sassofonista del gruppo: l’obiettivo era fondere la versatilità e l’organico tipici della classica banda italiana, con l’energia di un repertorio principalmente funky con “ammiccamenti” al jazz. Il tutto portato per le strade, in mezzo alla gente, per farla ascoltare anche a chi non è un appassionato di jazz.  Il nome della band proviene da ‘Mo’ Better Blues’, il brano eseguito, nell’omonimo film di Spike Lee del 1990, dal Brandford Marsalis Quartet. Di Giulio entra nella band nel 2007 nella duplice veste di strumentista e compositore ed in questo album firma il brano d’apertura (“Jam”) e quello di chiusura (“Soul In Da Hole”) a conferma di un apporto tutt’altro che marginale, come evidenziato anche dal convincente assolo nella title track.
Determinante è invece il ruolo di Di Giulio nel terzo album, “Re-Birth of The Cool” il cui contenuto musicale è già chiaramente espresso nel titolo. Si tratta, infatti, della rilettura dello storico album di Miles Davis pubblicato nel 1957 dalla Capitol Records che raccoglie le registrazioni effettuate tra il 1949 e il 1950 dal “nonetto”, capitanato da Miles Davis con gli arrangiamenti di Gil Evans. Come sottolineato dall’amico e collega Fabio Ciminiera “sulla scorta delle trascrizioni del trombonista Francesco Di Giulio e della sua conduzione e, va da sé, sulla scia delle registrazioni originali è stato costituito un nonetto fedele all’originale, con l’incontro tra musicisti jazz e classici e con alcuni dei solisti emergenti della scena abruzzese-marchigiana”. Confrontarsi con un’impresa del genere non era certo impresa facile e il trombonista-leader in questa occasione ne è uscito più che bene; sotto la sua conduzione il gruppo ha evidenziato un buon affiatamento generale e i musicisti hanno avuto modo di esplicitare appieno le proprie potenzialità data la scelta, effettuata allo stesso Di Giulio, di dare maggiore spazio agli assolo mantenendo inalterate per il resto le strutture architettate all’epoca. Ulteriore elemento che rende particolarmente riuscito l’album, il fatto che è stato registrato dal vivo il 21 giugno del 2012 durante un concerto alla Villa Comunale di Roseto degli Abruzzi.

Gerlando Gatto

Il complesso mondo di Rosalba Bentivoglio: il concerto della vocalist in apertura di “Milo Jazz&Wine”

Cielo stellato, calura estiva delle classiche serate siciliane, sedute distanziate, nelle gradinate dell’anfiteatro “Lucio Dalla” a Milo, piccolo paese alle falde dell’Etna, ricco di storia contadina, costruito  sulla pietra lavica di precedenti colate. Sentori di vini che restano nell’aria, dopo le vendemmie autunnali. Questo è un  luogo magico, dove scorrono fiumi rossi o bianchi nei bicchieri, perché bere in compagnia rende la vita più preziosa e interessante, ce ne siamo accorti ancor di più durante il lockdown… Ed è in questo luogo che Lucio Dalla aveva trovato il suo “buen retiro” e a cui oggi il Comune ha dedicato una targa e  dato il nome all’anfiteatro in cui adesso siamo, in attesa dell’inizio deel concerto di Rosalba Bentivoglio, artista che da tempo vive qui in questa Milo, che accoglie anche un altro personaggio, artista e poeta importante: Franco Battiato.

È il 2 agosto, giorno d’inizio del primo “Festival Jazz&Wine”, che vede in cartellone, in una veste quasi da madrina, un’artista importante per la Sicilia – regione che ha ben saputo rappresentare in Europa – Rosalba Bentivoglio, musicista compositrice, cantante jazz e docente di Canto al Conservatorio. La vocalist, con le sue composizioni, traccia oramai da anni un percorso nuovo nella musica, fuori dai soliti schemi. Il panorama musicale è impreziosito da artisti quali Norma Winstone, Sainkho Namtchylak, Greetje Bijma, Mejra Asher, Susanne Abbuehl che, affrancandosi dalla cultura e dalle radici afroamericane, hanno voluto percorrere strade innovative, avventurose, muovendosi lungo i confini, tra jazz ed espressioni musicali colte contemporanee. Tra queste voci, da diversi anni, si pone Rosalba Bentivoglio, che ci propone melodie di ampio respiro, linguaggi jazz personali, improvvisazioni d’impronta europea e seducenti e merlettati vocalizzi, ispirati all’insondabile profondità dell ’animo umano.
La sua voce, che a tratti, esplode in vortici di ricordi ancestrali, si libera in  performance improvvisative, ispirata e ben sostenuta da quattro bravi professionisti dei suoni  che, in perfetta sintonia con le composizioni della Bentivoglio, hanno modo di esprimere al massimo le loro personalità artistiche,

La cantante collabora anche con Paul McCandless (cofondatore, insieme a Ralph Towner, degli Oregon) con il quale ha inciso tre album, tutti a suo nome e con le sue composizioni, avvalendosi in uno di questi della collaborazione del pianista Art Lande.
In questo periodo sta incidendo “Sciroccu” con la Gateway Music / Subzonique di Copenaghen con Kim Kristensen al piano e  bass flute, Marilyn Mazur  alle percussioni e Klavs Hovman, al basso acustico.

A Milo l’artista ha presentato un progetto dal titolo: “La mia Musica, il mio Jazz  – ritratto di un’Artista, Musicista e Donna” con il suo ben affiatato Sicilian Jazz Quintet, completato da Valerio Rizzo al piano, Samyr Guarrera ai sax soprano e tenore, Gabrio Bevilacqua al contrabbasso e Carmelo Graceffa alla batteria; musicisti tutti siciliani, giovani ma dotati di grande talento e tutti in sintonia col sentire musicale della leader.
In apertura “Rememb’rin”, composizione della Bentivoglio che troviamo nel suo sempre attuale  album  “Transparences”, brano che inizia come una nenia o una preghiera per poi sfociare in una ballad che ben presto  passa in 5/4.
A seguire “Orange blossoms in summertime” (C. Landy/Kurt Elling) e una splendida “Tight “di Betty Carter; quindi altri due original della vocalist, al cui interno ritroviamo suoni che ci fanno ricordare con delicatezza il blu intenso del mare siciliano e i gialli odorosi di miele delle ginestre che si stagliano luminose in tutta la loro bellezza sul terreno vulcanico dell’Etna.

Ed è una musica estremamente evocativa che coinvolge pienamente gli spettatori.
“Cieli di marzo” è un’altra composizione della Bentivoglio che così illustra la genesi del pezzo:  «Questo brano l’ho scritto ispirandomi ai nostri cieli, azzurri, alti, profondi, cangianti come una stagione appena accennata, non ancora definita, con le nuvole veloci in cielo che ci chiudono o aprono… la vista del sole».
Lasciata sola sul palco dai suoi musicisti, Rosalba imbraccia la sua Takamine sei corde
acustica e propone un omaggio ad una grande compositrice, poetessa e cantante americana, Joni Mitchell, con due brani: “A case of you” e “Blue motel
room”; in conclusione di concerto la vocalist presenta “The sing of the white sea” (brano che troviamo nel suo cd “Only Light Blue” con un virtuosistico Paul McCandless ai fiati) e il mare bianco non è altro che il Mare Mediterraneo nell’antica lingua araba e turca, le cui popolazioni così indicavano questo mare.

Per il bis, chiesto a gran voce dal folto pubblico, un’altra perla delle sue composizioni: “I Luoghi di Eolo”, dove Il luogo è un non luogo.
La forma di questa musica è eterea e il «soffio» è corrente di vita, afflato di energia, filo conduttore che unisce il corpo umano all’universo; il linguaggio-canto implica una visione del mondo in cui non esiste più alcuna differenza tra microcosmo e macrocosmo. «I luoghi di Eolo sono i luoghi del mio immaginario, ed è anche così che io mi identifico con la mia Sicilia», spiega Rosalba.
Tutti brani molto intensi, che mettono in evidenza le sue non comuni doti compositive e vocali e che nulla concedono alla dimensione commerciale, facendone un prodotto di musica colta, raffinato per alcuni versi, che fa riaffiorare alla mente certa musica contemporanea nord europea (leggasi ECM), con sfumate suggestioni etniche e  non trascurabili riferimenti        jazzistici.
Insomma una musica originale, mai scontata o banale, carica di emozioni e di comunicatività, che certamente richiede un ascolto impegnativo ma proprio per questo con risultati assolutamente appaganti.

(MT)

Foto di Enrico Guarrera

“Tre per una” Rea – Golino – Moriconi: i fedeli moschettieri di Mina presentano l’album a Roma

“Tre per una” (Warner) è il titolo di un album uscito nell’autunno scorso. A inciderlo Danilo Rea (pianoforte), Massimo Moriconi (contrabbasso) e Alfredo Golino (batteria) negli studi della Pdu di Lugano, con in repertorio solo brani resi celebri dalla voce di Mina. I tre “moschettieri sonori” da alcuni decenni (dal 1996, in particolare per gli album acustici) costituiscono una sorta di nucleo-base per le registrazioni della cantante, curate dal figlio arrangiatore-produttore Massimiliano Pani, in un’intesa che si è affinata nel tempo “perché i fuoriclasse si assomigliano” afferma Pani.

Già nel novembre scorso l’album era stato presentato al Blue Note di Milano (e in Sicilia) ma nell’estate 2020 – con le restrizioni imposte dall’epidemia del Covid19 –  quel progetto ha ripreso a circolare, arricchito dalla presenza narrante di Pani e da una serie di documenti video di grande interesse.

La prima di “Tre per una” live si è tenuta il 21 luglio alla Casa del Jazz (per la rassegna “I Concerti nel Parco”), seguirà il 23 una data a Ravenna ed altre (tra cui il 17 agosto a Tagliacozzo, l’Aquila). Nell’esibizione capitolina il pubblico era numerosissimo e variegato, a testimonianza di come la fama e l’amore per Mina e la sua musica siano radicati e trasversali. La presenza di Massimiliano Pani, poi, rendeva l’appuntamento più interessante e lo spettacolo, in effetti, è stato all’altezza delle aspettative; forse solo l’alternanza delle sequenze narrate e suonate andrebbe messa a punto a favore di una maggiore integrazione, invece di una strutturazione a grandi blocchi.

Il produttore-arrangiatore – con l’aiuto del computer e di vari filmati – è stato molto efficace nel sintetizzare in apertura le peculiarità della carriera della cantante (nei suoi rapporti con la TV e con i grandi musicisti come Astor Piazzolla, con l’immagine, con il repertorio, con la produzione discografica). In questo ambito si è parlato – e si è visto – Gianni Ferrio, all’opera in sala di registrazione con Mina ed un’orchestra d’archi. Illuminante inoltre uno spezzone di un documentario del 2001 che ha fatto vedere come si lavora in studio con la cantante e introdotto la presenza di Danilo Rea, Massimo Moriconi e Alfredo Golino, la cui creatività e plasticità sonora è stata precocemente intuita da Mina e coltivata nel tempo.

A questo punto i tre jazzisti sono entrati in scena ed hanno eseguito “Sei grande, grande, grande”, “Io e te da soli”, “Amor mio”, “Insieme”, “La banda” nel loro primo set. Strategie sonore? Il trio ha agito sui parametri dell’armonia, del ritmo, del tempo e del timbro mantenendo intatta (godibile e “leggibile”) la melodia. Così, anche in sua assenza, Mina ha “cantato” mentre i suoi brani venivano trasformati come e più di standard jazz. Spazio al virtuosismo e al solismo senza, però, mai perdere il contatto profondo con il mood del brano anche se veniva, almeno in apparenza, stravolto.

Secondo intervento di Massimiliano Pani che, attraverso aneddoti e immagini spesso inedite e particolari, ha tracciato le biografie di Moriconi, Rea e Golino, vite intrecciate allo svilupparsi della canzone e del jazz in Italia.  Una cavalcata dai tardi anni Settanta, con personaggi evocati come Chet Baker e Massimo Urbani. Ritorna la musica con una “scala reale” di brani quali “E se domani”, “Non credere”, un medley di Lucio Battisti, “Vorrei che fosse amore”, “Tintarella di Luna”, “Che cosa sei (Parole parole parole)”. Le tecniche di trasformazione, ripeto, non sono mai le stesse: per “Tintarella di Luna” si rallenta il ritmo di twist e si accentua l’andamento soul della melodia, melodia che viene come trattenuta per essere, poi, rilanciata. Ne “La banda” il fondamentale ritmo di samba compare solo nella seconda parte del brano. A guidare è spesso il rapsodico Danilo Rea (la sua prima collaborazione con Mina risale al 1985, a 21 anni), la cui tecnica sublime è sempre in funzione dell’intento espressivo e la cui fantasia è instancabile e spiazzante.

A conclusione il filmato di Gianni Ferrio con Mina ed archi in studio cui si accennava, un direttore d’orchestra-compositore-arrangiatore di grandissima levatura a cui, giustamente, Massimiliano Pani ha voluto rendere omaggio (davvero lunga la sua collaborazione con Mina).

Né recital teatrale né spettacolo, “Tre per una” unisce le due tipologie restituendo la grandezza di una delle artiste più visionarie e più creative che la musica italiana abbia mai avuto declinandola in jazz; il jazz che – in quanto ad apertura mentale e sonora nonché capacità di improvvisazione – è profondamente nelle corde della cantante.

Luigi Onori

 

Jazz e diritto d’autore: il plagio musicale

In natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, secondo Lavoisier.
E in musica? Come avviene che l’ispirazione, attraverso la combinazione di note musicali, dia luogo a sonorità che si presume siano, fino a prova contraria, nuove?
Sono interrogativi che meriterebbero attente riflessioni. In questa sede ci si vuol solo soffermare sulla possibilità che la creazione artistica riproduca, in modo più o meno consapevole, delle «preesistenze». Col rischio che, superata una data soglia, si possa configurare il plagio musicale e cioè un’ «appropriazione indebita» del frutto dell’ingegno creativo di altri. Il che accade allorché, ad esempio, tra due canzoni «la cadenza della traccia solista sulla struttura degli accordi è uguale o molto simile» all’altra ( www.plagimusicali.net) .

La lesione, di tipo morale ed economico, va inquadrata nella tematica del diritto d’autore e riguarda principalmente quella larga serie di controversie inerenti in gran parte il campo della musica leggera rock e pop, in cui l’aspetto economico è prevalente. In Italia la disciplina, fondata su codice civile e legge sul diritto d’autore del 1941, si va assestando gradualmente grazie a dottrina e giurisprudenza, sia italiana che europea. Ma torniamo al plagio. «Anche Mozart copiava» è il titolo del volume edito da Auditorium nel 2004 di Michele Bovi, uno specialista della materia, che riconduce il fenomeno del «prelievo» già alla musica classica.
Meno toccato dal contenzioso appare il jazz anche se, per una tale musica di contaminazioni e sintesi di materiali diversi, è vitale a volte oltrepassare confini musicali con il rischio teorico di sconfinamento in «terra» altrui.
Ciò non avviene di norma con la semplice ‘citazione’, prassi diffusa nella musica neroamericana, che può assumere in genere un valore di ricordo, omaggio, tributo ovvero scherzo riguardoso o semplicemente richiamo a un qualcosa di già noto magari con ammiccante occhiolino all’ascoltatore o allo spettatore per meglio catturarne l’attenzione. Si tratta dunque di una pratica retorica e stilistica che trova fondamento nella propria dichiarata ed esplicita evidenza, ovviamente da contenere entro dovuti limiti.
Escludiamo poi dal novero delle ipotesi di possibile plagio la semplice ‘assonanza’ poiché, essendo 12 le note musicali, può capitare, e spesso capita, che fra composizioni ci sia un ché di assonante.


Altra situazione possibile si ha con il ‘camuffamento’. Nel servizio Tg2 Dossier «La musica in tribunale» del 2 marzo 2002, disponibile anche in rete, postato il 4 giugno 2019, è il ricordato Bovi a raccogliere una breve quanto illuminante intervista con Giorgio Gaslini. Nella stessa il Maestro spiega come il ‘camuffamento’, tipico nel dopoguerra del bebop, sia ben distante dal caso giuridicamente sanzionabile del plagio.
Al riguardo, con esempi al pianoforte, e partendo dal brano «How High The Moon», evidenzia come «depurando» il tema ma conservando la sequenza degli accordi, Charlie Parker abbia sovrapposto la sua «Ornithology», accelerandone il tempo, al sopraddetto standard di Morgan Lewis.


La stessa Ella Fitzgerald, in una splendida versione di «How High the Moon», ha costruito su quegli stessi accordi delle linee di canto in cui ripete di pari passo il tema di «Ornithology».

È, questo, un gioco di innesti che si presta a mille opzioni. Ma attenzione! Pur essendo i primi accordi di «There’ll Never Be Another You» uguali a quello di «Bluesette», gli sviluppi rispettivi seguono percorsi assolutamente differenti.
E poi se prendiamo «At Last» di Warren, costruita su un comune giro armonico, sono quelle note bluesy in 7 a renderne originale la traccia principale.
È assodato allora come sia il nucleo melodico di un brano – la Siae chiede di segnare otto battute sul bollettino di deposito della Sezione Musica – la chiave per individuare un eventuale magari inconsapevole «copia e incolla», con possibile strascico di contestazioni.
Esiste in materia un’ampia letteratura. James Newton denunciò i Beastie Boys per violazione di copyright avendo il gruppo rap effettuato un campionamento di sei secondi di un brano del flautista nel proprio «Pass the Mic». Non era sufficiente per il jazzista aver incassato una quota di diritti rapportata allo spezzone di musica prelevato, e sostenne infatti la tesi che gli fosse dovuto un ammontare proporzionato all’intera durata del brano. La nona corte d’appello di San Francisco nel giugno 2005 gli diede torto reputando i sei secondi non bastevoli a configurare l’intera composizione (cfr. dirittodautore.it).
Nel blues ha fatto epoca il caso del famoso hit «Whole Lotta Love» dei Led Zeppelin per le parti identiche a «You Need Love» interpretata da Muddy Waters ( rollingstone.it 1 agosto 2018).

A fare il punto della situazione è oggi ancora una pubblicazione di Bovi, già apprezzato di recente in «Note segrete. Eroi spie e banditi della musica italiana» (Graphofeel, 2017). Lavoro, quest’ultimo, che conteneva spunti di storia (parallela) del jazz come nel capitolo su Il fascino recondito del night club: «se l’elegante Green Mill Jazz Club di Chicago fu per i primi quarant’anni del secolo scorso uno degli originari ritrovi della storia del night club e insieme salotto di svago per Al Capone e tutti i suoi accoliti d’epoca proibizionismo, così l’esclusivo Copacabana di New York, diretto (dietro le quinte) da Frank Costello e Joe Adonis, ne fu il degno successore»: locali che ospitarono artisti come Ellington, Sinatra, la Holiday, Dean Martin…
Il nuovo libro «Ladri di canzoni. 200 anni di liti musical-giudiziarie dalla A alla Z» (Hoepli) si presenta come un’indagine a tutto campo ricca di notizie e chicche («Yesterday» dei Beatles con l’antenata nel repertorio napoletano del settecento per esempio) che tocca diversi musicisti nel ruolo sia di attori che di convenuti processuali.
Il jazz vi compare in diversi casi. Come Beppe Mojetta, pioniere del jazz di casa nostra, oggetto nel 1954 di una sentenza sfavorevole per la sua «Una canzone e quattro lacrime» in una causa intentatagli da Giuseppe Fugazza. Ed era stato il jazzista Avo Uvezian ad accusare per primo di plagio la famosa «Strangers in The Night» del direttore d’orchestra Bert Kaempfert, cavallo di battaglia di Frank Sinatra.
Nel libro compaiono altri nomi altisonanti di protagonisti della musica americana come Burt Bacharach, menzionato per la sua crociata contro i criteri abituali di trattare il plagio musicale in una messe di vertenze giudiziarie.
Nello specifico la proposta è una commissione di artisti super partes esterna alle aule giudiziarie.
Altri nomi noti alle cronache jazzistiche sono quelli di Bing Crosby, Judy Garland, Kyle Eastwood…

Il problema resta quello di sempre: la chiara delimitazione di ciò che è lecito e ciò che non lo è, e come soppesare il valore artistico del riutilizzo e del «riconfezionamento» .
Che Gaber e Luporini abbiano ripreso il «Voyage» di L. F. Celine non può far scandalo se si pensa che gli autori di «Far finta di essere sani» sono gli inventori del Teatro Canzone, hanno cioè dato forma a un inedito mix artistico. Maneggiare materiali già in circolazione non è dunque pratica riprovevole, tutt’altro. Le biografie di Bach e Haendel, Leoncavallo e Lloyd Webber (di cui si parla nel libro ampiamente) ne sono a riprova. Johann Mattheson asseriva che i prestiti sono ammissibili, e si era in quell’epoca barocca che ha altre analogie col jazz, come l’improvvisazione.
Sul piano giuridico la sentenza della Cassazione 3340/15 ha fra l’altro individuato, a proposito di plagio, la interessante figura del «cuore» di un testo poetico-letterario.
Un elemento di valutazione in più, a livello musicale, potrebbe essere il Plus Valore, concetto clonato dalle categorie economiche, in quanto elemento che caratterizza l’innovatività di una composizione, il suo di più rispetto a precedenti «affinità».
Questi e altri concetti radicati nello «stare decisis» potrebbero convergere in possibili linee guida nell’attività dei periti in questa materia sempre più internazionale e sempre più «internautica».
Da segnalare, infine, sulla tutela dei diritti nel web della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la sentenza C-264/19, del 9 luglio, attinente a violazioni del diritto d’autore (cfr. Guida Rapida 1 «Il Sole 24 Ore», 13/7/20) in cui si demanda fra l’altro agli stati membri la facoltà di prevedere più ampi strumenti di collaborazione a favore dei titolari di proprietà intellettuali. La palla dunque passa a chi ha il potere/dovere di intervenire, raccogliendo un segnale di alto indirizzo giurisprudenziale che non va lasciato cadere nel vuoto.

Amedeo Furfaro

Claudio Angeleri racconta Italo Calvino

Claudio Angeleri ci racconta il rapporto tra la scrittura combinatoria di Italo Calvino e la composizione musicale attraverso il suo nuovo progetto portato in scena al Piccolo Teatro, al Blue Note e a Bergamo.

“E la mia storia non c’è? Non riesco a riconoscerla in mezzo alle altre, tanto fitto è stato il loro intrecciarsi simultaneo.” Italo Calvino

Italo Calvino

L’idea di realizzare un nuovo progetto intorno alla letteratura di Italo Calvino scaturisce da un invito del MIT Jazz Festival di Musica Oggi al Piccolo Teatro di Milano nello scorso novembre 2019. Lo spettacolo è stato poi replicato a gennaio al Blue Note, per essere messo in scena a luglio alla rassegna che ha significato la ripresa dal vivo dopo il lockdown nella mia città a Bergamo.
Non si tratta della mia prima frequentazione di Calvino in quanto nel 2004 avevo già composto le musiche di uno spettacolo ispirato alle “Città Invisibili”, uno dei libri cult della letteratura del XX secolo. Tuttavia, il rapporto con Calvino ha radici ben più lontane e profonde, che molti “giovani” della mia generazione hanno condiviso durante gli anni Settanta, il periodo in cui lo scrittore aveva pubblicato “Il castello dei destini incrociati”, il libro di racconti a cui mi sono riferito per questo nuovo lavoro.

Un periodo contraddittorio per molti versi, ma estremamente creativo, fecondo e portatore di numerose trasformazioni sociali, politiche e culturali. Scuola, arti, letteratura, teatro, cinema rappresentavano per i ventenni di allora un reale bisogno individuale e collettivo, un modo per trovare risposte ai tanti interrogativi, spesso drammatici, della società di quegli anni. Nei libri e nella musica si potevano trovare risposte immediate, plurali, sintetiche e al tempo stesso profonde.
Calvino nei suoi racconti mette infatti in gioco un’attitudine di pensiero e metodologica che riduce il reale a coordinate essenziali e fondamentali: mente, spazio, tempo. Si tratta della traduzione letteraria di alcuni concetti molto diffusi e condivisi negli anni Settanta: in altre parole, il  «less is more» di Mies van der Rohe in architettura e, per quanto mi riguarda, l’estetica di molti esponenti del jazz, Thelonious Monk e Duke per primi.
Calvino è riuscito perciò a sbrogliare alcuni nodi di natura filosofica tutt’altro che semplici da spiegare e a renderli comprensibili a tutti. Concetti che richiederebbero studi e approfondimenti complessi e una consapevolezza profonda della storia del pensiero contemporaneo e che, invece, trovavano in narrazioni brevi o brevissime, formulazioni molto intuitive.

La narrazione di Calvino ci indica invece la possibilità di scoprire mondi paralleli e di decifrare la complessità e le difficoltà della vita in un modo molto immediato. Calvino è tutto questo e molto di più. Lo fa con leggerezza, ironia, rigore e una padronanza quasi “classica” della scrittura. È il periodo della scrittura combinatoria, un nuovo modo di fare letteratura, attraverso alcuni artifici tecnici che vengono espressi e dichiarati al lettore che diventa parte attiva dell’atto compositivo letterario.

Ne “Il castello dei destini incrociati”, prima opera di Calvino scritta completamente con questa tecnica, i racconti dei diversi personaggi che si incontrano casualmente in un castello dopo varie peripezie, sono determinati dalla combinazione delle carte dei tarocchi miniati quattrocenteschi. Le carte sono le stesse ma le storie che ne scaturiscono sono tutte diverse. E così Calvino racconta di Orlando pazzo per amore o di Astolfo che va sulla Luna per recuperarne il senno, e ancora di alchimisti, amanti e cavalieri sgangherati. Personaggi connotati apparentemente da una comune collocazione medioeval-rinascimentale dei racconti, eppure, ad una attenta lettura, appaiono estraniati dal tempo e dallo spazio e, per questo motivo, estremamente attuali.
C’è da notare che il mazzo dei tarocchi a cui fa riferimento Calvino è in gran parte conservato all’Accademia Carrara di Bergamo, la pinacoteca d’arte della mia città, e alla Morgan Library di New York. Proprio questo riferimento mi ha convinto ancor di più nella scelta del nuovo progetto.

Claudio Angeleri

In questa ardita ricerca metodologica ho trovato il contatto con il linguaggio musicale. La musica è l’arte infatti di combinare i suoni e i silenzi. Questa pratica combinatoria avviene attraverso regole e procedure scritte, oppure orali o ancora “audiotattili”. La storia e gli studi musicologici delle musiche occidentali ed extra-occidentali ce ne hanno fatto conoscere molte: dalla modalità alla tonalità, dalla serialità alla politonalità e così via, includendo anche le tecniche diffuse in altri continenti. Tra le esperienze musicali del XX secolo il jazz riveste un ruolo centrale non solo per la sua genesi in terra americana con il contributo africano, europeo – Spagna, Inghilterra, Italia – ebraico e orientale, ma anche per come ha saputo definire ​un linguaggio sincretico originale e innovativo.
“Jazz is not a what, jazz is a how” rispondeva il grande pianista Bill Evans a chi gli chiedeva di definire il jazz. In poche parole, Evans ne sintetizza l’essenza, cioè la modalità attraverso cui questa musica riesce ad essere plurale e unica al tempo stesso, accogliendo una molteplicità di influssi culturali metabolizzandoli con una propria estetica. La composizione è senz’altro uno degli aspetti caratteristici della musica jazz intesa sia in termini “lenti”, cioè la composizione a tavolino passibile di ripensamenti, modifiche e riscrittura, sia la composizione estemporanea: in altre parole l’improvvisazione.

Il Quartetto

Da qui deriva il ruolo attivo, propositivo e dialogante del musicista di jazz sia con il materiale sonoro a disposizione, sia con gli altri musicisti con cui interagisce. Queste riflessioni mi offrivano ulteriori punti di contatto con l’opera e le tecniche di Calvino.
L’idea è stata quindi quella di raccogliere la sfida per elaborare nuove storie attraverso il linguaggio dei suoni e realizzare quella parte terza incompiuta, attraverso il racconto musicale.  I personaggi e i luoghi raccontati da Calvino qui si trasformano attraverso la combinazione dei 12 suoni sia nella parte composta a tavolino sia in quella estemporanea interpretata dai sette musicisti coinvolti. Oltre ai sedici racconti che compongono il Castello, otto per ogni parte, ne ho composti ancora otto secondo un criterio assolutamente soggettivo lasciando spazio agli stimoli creativi del libro, come dice Calvino: “Mi sono applicato soprattutto a guardare i tarocchi con attenzione, con l’occhio di chi non sa cosa siano, e a trarne suggestioni e associazioni, a interpretarli secondo un’iconologia immaginaria”.
Mi affascinava ad esempio la tecnica con cui lo scrittore incrociava le storie con riferimenti antichissimi, come l’Iliade, o con l’Orlando il furioso visto però in una prospettiva femminile. Alcune parti possono persino essere lette al contrario. Ho quindi composto un contrappunto affidandolo ai diversi strumenti che rappresentano, per il loro carattere sonoro specifici personaggi: il violino, il flauto, la chitarra elettrica (distorta), la voce, il piano, il basso (elettrico), le percussioni. La specularità del racconto viene tradotta invece da due serie dodecafoniche. Ho lavorato quindi sull’armonizzazione interna delle voci per portare le tensioni e le dissonanze in un territorio ancora diverso, a metà strada tra l’affermazione della tonalità e la sua negazione.

Si trattava ancora del dualismo suggerito da Calvino?
Mi rendevo conto che mi stavo muovendo su un terreno scivoloso e discutibile, sotto un profilo compositivo. Non usavo fino in fondo né le tecniche dodecafoniche né quelle tonali, politonali o modali.
C’era poi l’aspetto ritmico e timbrico che portava la musica ancora altrove oltre alle variabili dell’improvvisazione e dell’azione-reazione dei musicisti rispetto agli stimoli scritti.
Si trattava di un bel guazzabuglio creativo che più si faceva intricato più diventava appassionante.
In un’altra composizione ho scelto invece una strada apparentemente più facile perché si basava su una melodia semplicissima. L’idea era quella di proporre al pubblico di cantarla in loop nella parte finale mentre i musicisti abbandonano gradualmente il palco fino a lasciare il canto collettivo. Dicevo apparentemente facile perché la linea melodica utilizza diversi metri: prima in 7 poi in 4 e in 3 per tornare in 7. È il classico esempio in cui la musica è più difficile leggerla dallo spartito che eseguirla a memoria in quanto ciò che “comanda” è la melodia. È infatti ciò che cattura l’attenzione per prima e viene subito memorizzata. Basta infatti seguire il discorso melodico e automaticamente si “esegue” una partitura polimetrica molto complessa. Ho testato l’esperimento durante alcuni laboratori con i bambini della scuola primaria. È stato un successo a riprova che la musica si impara, e si insegna, con tutto il corpo. È ancora quell’ how  di cui parlava Bill Evans, un aspetto che dovrebbe farci riflettere anche sulla didattica della musica oggi.

Un aspetto fondamentale alla riuscita del progetto è stato il contributo dei musicisti coinvolti. Il loro ruolo è più da co-compositori che di esecutori di una partitura molto scritta che lascia spazi ben definiti all’improvvisazione. Le qualità sonore e il background di ognuno di loro fanno la differenza e restituiscono una musica sempre molto in divenire e diversa. Giulio Visibelli al sax soprano e al flauto è l’esempio di un rigore classico che si fonde con la “follia” creativa degli anni Settanta, Paola Milzani è una tra le poche vocalist in grado di “suonare” in sezione le voci interne dell’arrangiamento e al momento giusto di essere solista. La giovane violinista Virginia Sutera possiede uno tra i più bei suoni strumentali in Italia che associa a un linguaggio jazzistico bruciante. Anche il batterista Luca Bongiovanni appartiene alla schiera dei musicisti under 30 in possesso di un quattro “alla vecchia” che alterna a diversi groove attualissimi estendendo la batteria ad ambiti più rumoristici e percussivi.

La parte elettrica del gruppo è interpretata dal bassista Marco Esposito, un musicista con cui collaboro da anni che conferisce solidità alla ritmica con ostinati ritmici già ​sperimentati a lungo nelle formazioni di Gianluigi Trovesi. Michele Gentilini è il secondo musicista elettrico del gruppo. Ho voluto espressamente un suono distorto e filtrato da diversi effetti per dare un colore hendrixiano alla musica pur in ogni contesto, tonale modale o free.

Claudio Angeleri