Jed Distler e il Monk rivelato

Alcuni musicisti hanno la capacità di travalicare i generi. Leonard Bernstein, oltre che sommo direttore d’orchestra, fu compositore sinfonico e di ‘musical’. Andrè Previn, direttore e compositore assai attrezzato, ed apprezzato, fu un favoloso pianista jazz. Figure come Joseph Schillinger, Gunther Schuller, e prima di loro Ernst Krenek, Erwin Schuloff e soprattutto Kurt Weill (ci fermiamo qui per non appesantire) hanno saputo creare mondi che inglobano contenuti e valori stilistici diversi, spesso eterogenei e, per così dire, intercambiabili.

Non avevo mai pensato, però, di inserire Thelonious Monk (1917-1982) in tale novero.

Non prima, almeno, di aver ascoltato “Fearless Monk” (TNC Jazz) di Jed Distler.

È opportuna una distinzione tra il Monk improvvisatore e il Monk compositore (non molti, in realtà poche decine, i temi da lui congegnati). Il Monk improvvisatore lo potremmo paragonare a un bambino che trae suoni da un giocattolo. Il fascino delle sue improvvisazioni non consiste, credo, nel magistero, nella virtuosità esibita quanto nella capacità di ricreare un ‘ur-ton’, una nuova verginità, oltre che nella gioia che ne scaturisce. Non solo il pezzo eseguito al momento, quindi, ma la Musica stessa sembra ricrearsi quando Monk suona. Come Apollo il sole, Monk porta la musica sul suo carro.

Si sente affermare di quando in quando, da parte di alcuni pedagoghi, che l’artista originario di  Rocky Mount al pianoforte aveva “un brutto suono”. Sorridiamo. Cosa è “brutto” nell’ arte? Dirò invece che possedeva un suono “perfetto” poiché in completo accordo con la sua estetica, scabra e fanciullesca. Il Bill Evans, per fare un esempio, non aveva un “bel” suono in sè, giacché questo non esiste in senso assoluto, ma uno adatto alla poetica che egli veicolava attraverso le dita. Questa era la sua magia. E i pianisti che oggi ripropongono il repertorio di Monk, si osservi, sono giustamente refrattari ad allontanarsi da certe asprezze timbriche tipiche del loro patriarca. All’atto di eseguire “Bemsha Swing”, o “Friday the 13th” li si vede letteralmente ’monkizzarsi’, almeno un poco, farsi spigolosi, apodittici, per risultare non sepolcrali. Tanto si è detto circa l’improvvisazione.

Il Monk compositore invece squaderna tale bellezza di temi, ma verrebbe da dire saggezza di temi, un’armonizzazione tanto sofisticata, da librarsi facilmente oltre il recinto pur confortevole dell’idioma jazzistico del suo tempo per approdare a quello della musica “classica”. Proprio da qui muovono le esecuzioni di Jed Distler. Il loro merito principale? Con arrangiamenti e improvvisazioni di alta qualità, esse rivelano il Monk autore in una luce originale. Nelle sue strabilianti perfomance Distler modella ogni tema come recipiente di foggia via via diversa, nel quale il pianista e compositore di New York riversa lo ‘stream of consciousness’ del proprio sconfinato immaginario musicale. Confluisce di tutto in questo fiume: dalla musica euro-colta di Aaron Copland e William Schuman a George Gershwin, da Olivier Messiaen a Cole Porter, da Beethoven allo swing, dallo stride a La Monte Young. Ciò che colpisce naturalmente non è l’accumulo, ma la naturalezza con cui questo materiale viene integrato, la plausibilità con cui leghe differenti sanno coesistere, la capacità del contenitore – Monk, simile alle tasche di Eta Beta, di accogliere tutto.

Non semplici citazioni, parodie o fuochi fatui, ma un periplo oceanico illuminato da molte isole, rischiarate dal sorriso della perpetua immaginazione musicale di Distler. La musica racchiusa in questo album si discosta dalla logica tema-improvvisazione-conclusione per approdare all’universo della composizione più pura, libera dai crismi di genere. E forse, almeno per me, il ‘vero’ Monk è qui. Dobbiamo ringraziare Distler, quindi, non già per

averci riproposto Monk, ma per avercelo fatto riconoscere. Definirei il suo un Monk scatenato nel senso letterale del termine, ossia libero da catene, convenzioni, sovrastrutture. Scatenato e piacevolissimo. Ascoltare “Fearless Monk” è stato per me come scoprire un padiglione nuovo, lussuoso e confortevole, nella casa dove avevo sempre abitato e i cui spazi credevo di padroneggiare. Era lì da sempre e non lo sapevo. Sono grato a questo disco e al suo artefice, che attendiamo a nuove prove.

Massimo Giuseppe Bianchi

I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 6)

UR Records

Ecco una nuova etichetta discografica in ambito jazz e musica d’autore. UR, “tu sei” – spiegano i responsabili dell’etichetta – “è il manifesto della volontà di mettere la musica e l’artista al centro della produzione, di porre la qualità del lavoro prima di tutto. Tu sei la musica, il pensiero, l’energia, il valore. In tal senso, “tu sei” non è più riferito solamente all’artista, ma a tutti, perché l’ascolto è la forma più autentica di partecipazione e di collaborazione”.

A.B. Normal – “Out Of A Suite”
“Out Of A Suite” è il primo disco da leader di Andrea Baronchelli, trombonista e tubista classe 1989, in possesso di una solida preparazione di base sia in campo classico (diploma al Donizetti di Bergamo) sia in Jazz (diploma al Verdi di Milano). Accanto a lui Michele Bonifati chitarra, Danilo Gallo basso elettrico e Alessandro Rossi batteria, cui si aggiunge Stefano Castagna all’elettronica nel brano “Cortex”. L’album si compone di due parti. La prima, intitolata “A Suite” consta di cinque brani tutti composti dal leader. La seconda parte, “Out”, presenta due brani, “Starting with a Cherry”, di Michele Bonifati, e “Syriarin” ancora di Baronchelli, ispirato da una delle stragi compiute in Siria. Il gruppo si qualifica, a nostro avviso, soprattutto per una attenta ricerca timbrica: ottimamente sostenuto da una poderosa sezione ritmica sempre in primo piano (li si ascolti ad esempio in “Outro”), chitarra e fiato si muovono con grande libertà andando ad esplorare terreni tutt’altro che usuali. Ecco quindi un sapiente ricorso all’elettronica e a sonorità spesso di matrice rock, la ricerca di una timbrica particolare, il mutare completamente di atmosfere senza che ciò incida sull’omogeneità della proposta musicale. Esemplare, al riguardo, “Cortex” che dopo un’intro quasi in punta di piedi si risolve in un tema coinvolgente mentre “The Crown” è una malinconica ballad caratterizzata da un fitto dialogo fra trombone e chitarra.

Archipelagos – “In Your Thoughts”
10 brani. Che appaiono nei pensieri quali sagome fluttuanti di isolette, scogli, faraglioni, disposti a forma di J come jazz, generando visioni di mare calmo e mosso, vento e tempesta, albe e tramonti, scorci e landscapes. Questo è quanto suggerisce l’album “In Your Thoughts”, a cura del 4et Archipelagos, per i tipi musicali della UR Records. C’è un consiglio riportato all’interno della cover “tutto ciò che può fare l’ascoltatore è lasciarsi trascinare in questa traversata senza porsi troppe domande su quello che potrebbe incontrare in prossimità della prossima isola”. Seguire la marea di suoni, ok, ma pensando in alcuni brani – l’iniziale ‘Intro’ o la finale ‘Outro’ (The Big Vedra In The Sky) – ad un’erranza su di una dorsale di natura vulcanica che preme con intermittenti esplosioni di energia della batteria “condotta” da Marco Soldà ed in altri che la musica eroda cavità di conchigle sedimenti il fondo del mare depositandole, tanto è insinuante il gesto pianistico di Francesco Pollon (ad esempio in ‘Mr. mcFallen Waltz’) mentre il contrabbasso di Simone Di Benedetto veleggia sicuro nell’assecondare la mano sinistra nel ritmico “remare” del piano (‘Sabba’) e il sax di Manuel Caliumi detta la rotta armonico/melodica da seguire: a partire dalla sua ‘Nemesi’ per continuare con i tracciati indicati dai compagni di peregrinaggio (‘Sara’, ‘A Smile’, ‘From A Magic Pillow Dream’ …) . Nessun uomo è un’isola, ha scritto Thomas Merton. Ma insieme possono formare un Arcipelago. (Amedeo Furfaro)

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Via Veneto Jazz / Jando Music

La Via Veneto Jazz nasce nel 1993, quasi per caso, dall’incontro fortuito del produttore Biagio Pagano con alcuni musicisti e alcuni fonici uniti dall’esigenza comune di voler valorizzare il lavoro e la musica di molti musicisti e compositori per lo più sconosciuti fuori dell’ambiente degli addetti ai lavori. Man mano la Via Veneto conquista la stima di pubblico e critica specializzata sì da imporsi come une delle più qualificate Etichette di Musica Jazz Italiana. Purtroppo il 28 settembre 2004 l’amico Biagio Pagano lascia questa vita, cosicché la guida dell’etichetta passa al fratello Matteo Pagano che già lavorava con lui e che si è adoperato nel migliore dei modi per raggiungere gli obiettivi cui prima si faceva riferimento. Nel 2011 si verifica un evento a dir poco imprevisto ed inusuale nel mondo discografico in genere, l’inizio di una collaborazione tra la VVJ ed una etichetta nascente, la Jando Music di Giandomenico Ciaramella, personaggio eclettico e veramente appassionato, che porta nella partnership un entusiasmo e possibilità nuove, trovando in cambio una realtà che offre una storia, un prestigio e un know-how già immediatamente disponibili per conservare un riconosciuto ad alto livello, anche all’estero. Questa collaborazione ancora dura, e permette alle due etichette di costituire una delle realtà discografiche indipendenti più interessanti del Paese, conosciuta e presente anche nei mercati esteri.

Doctor 3 – “Canto libero”
Probabilmente non c’è un solo appassionato di musica al quale, in Italia, l’espressione “canto libero” non richiami alla mente il celebre pezzo di Mogol-Battisti. Ed in realtà questo CD è un nuovo, appassionato omaggio ad uno dei più grandi esponenti del cantautorato nazionale. A firmarlo un gruppo i cui fan vanno ben al di là della purtroppo ancora ristretta cerchia del jazz, i “Doctor 3” ovvero Danilo Rea al pianoforte, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Fabrizio Sferra alla batteria. Per i tanti, tantissimi che ben conoscono il trio probabilmente non ci sarebbe da aggiungere altro se non il fatto che anche questo album si iscrive di diritto nella loro migliore produzione. Viceversa per quei quattro o cinque che ancora non avessero mai ascoltato i “Doctor 3” sarà forse interessante sapere che si tratta di un gruppo tra i più celebrati del nostro panorama jazzistico degli ultimi 20 anni. Un gruppo che forte della solidissima preparazione dei suoi componenti, può permettersi il lusso di affrontare qualsivoglia partitura e di piegarla alle proprie esigenze espressive senza perdere alcunché dello spirito originario. E ovviamente la stessa cosa si ripete con questo repertorio, in cui, eccezion fatta per tre composizioni del Trio significativamente intitolate “Doctor 01”, “Doctor 02” e “Doctor 03”, ritroviamo tutti i brani più celebrati di Lucio, da “Pensieri e parole” a “Il mio canto libero”, da “Emozioni” a “29 settembre” da “Mi ritorni in mente” a “Fiori rosa fiori di pesco”…fino a chiudere con un pezzo meno noto ma di una struggente bellezza “Umanamente uomo: il sogno”.

Rosario Bonaccorso – “A New Home”
“Da quando vivo in questa “Nuova Casa”, le sensazioni che ho avuto la fortuna di poter esprimere attraverso la musica di questo nuovo cd, rappresentano un omaggio alla vita, questo grande regalo che ci viene offerto di vivere”: sono le parole con cui Rosario Bonaccorso, bassista sessantenne, chiarisce il senso di questa nuova produzione discografica realizzata in quintetto con Fulvio Sigurtà tromba e flicorno, Enrico Zanisi pianoforte, Alessandro Paternesi batteria e Stefano Di Battista sax soprano e sax alto, compagno di mille avventure. In effetti Bonaccorso e Di Battista vantano una intesa più che ventennale avendo suonato assieme fin dal 1997 in collaborazione con artisti del calibro di Lucio Dalla, Michael Brecker, Joe Lovano, Ivan Lins e avendo inciso alcuni CD per la Blue Note con altre star del jazz come Vince Mendoza, Kenny Barron, Elvin Jones, Jacky Terrasson e Herlin Riley. Varcata la soglia dei 60, Bonaccorso, rispondendo alla sua indole di uomo gentile e riflessivo, si trova a riconsiderare gli anni trascorsi e a guardare al futuro con una nuova consapevolezza. Certo, queste sono sensazioni assai difficili da esplicitare in uno o più brani ma gli undici pezzi, contenuti nel CD tutti a firma del leader, contengono questa forte carica suggestiva sì da immaginare una sorta di filo rosso, una non banale narrazione che accompagna l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota. Il tutto porto con grande naturalezza, calore e sensibilità doti che, come si sottolineava, appartengono non solo al Bonaccorso musicista ma anche al Bonaccorso uomo.

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We Insist! Records

WE INSIST! Records nasce a giugno del 2018 da un’idea di Maria Borghi, Nino Locatelli, Gianmaria Aprile e Pietro Bologna, con la volontà di dare spazio a progetti musicali fortemente improntati alla sperimentazione, alla ricerca e all’improvvisazione. Un progetto che si richiama al titolo dello storico album del 1960 di Max Roach: We Insist! Max Roach’s Freedom Now Suite. Il messaggio dell’etichetta è quello di insistere in tempi di crisi, di andare controcorrente, puntando sempre sulla qualità e sulla musica. Di qui la volontà di promuovere un gruppo di musicisti che pur trattando generi differenti possiedono una visione comune del fare musica; musica fatta con dedizione e pazienza, a cui dedicare tempo, scavando, ricercando. La linea editoriale della WE INSIST! non è indirizzata ad un preciso genere musicale, non è pro o contro questa o quella musica, l’ambizione è di unificare ciò che all’apparenza può sembrare diverso. Inoltre l’incontro con le altre arti è per We Insist linfa vitale, stimolando a ideare e realizzare progetti di ampio respiro, all’interno dei quali creare nuovi sodalizi. Si procede, quindi, per piccoli passi, con l’obiettivo di crescere mantenendo uno spirito di continua ricerca.

Pipeline 8 – “Prayer”
Giancarlo Nino Locatelli – “Situations”
I protagonisti di questi album, offerti in duplice versione – cd o lp – sono il clarinettista Giancarlo Nino Locatelli nella veste di esecutore e Steve Lacy in quella di autore.In effetti la quasi totalità del repertorio contenuto nei due album è dovuto alla penna del grande sassofonista scomparso nel 2004. Tuttavia c’è una differenza fondamentale tra “Prayer” e “Situations”: nel primo Locatelli suona inserito nel gruppo dei “Pipeline 8” completato da Gabriele Mitelli al flicorno contralto e alle percussioni, Sebastiano Tramontana al trombone, Alberto Braida al piano, Gianmaria Aprile alla chitarra, Luca Tilli al violoncello, Andrea Grossi al contrabbasso e Cristiano Calcagnile a batteria e percussioni, mentre in “Situations” Locatelli suona in splendida solitudine. Ad onor del vero è proprio questo secondo album che ci ha particolarmente colpiti: Locatelli evidenzia non solo una grande padronanza tecnica ma soprattutto una profonda conoscenza della musica di Steve Lacy. Qui non siamo di fronte ad una semplice interpretazione quanto ad un vero e proprio riappropriarsi della musica di Lacy facendola, in qualche modo, parte del proprio io, del proprio modo di sentire la musica. Operazione tutt’altro che semplice data la complessità dell’universo sonoro del musicista statunitense. Così non è certo un caso che nel brano “Absence” di Tom Raworth si ascoltino sullo sfondo le campane delle mucche ed i grilli, pratica non estranea alle concezioni di Lacy, che in alcuni suoi solo ha inserito in sottofondo rumori ‘altri’ come una radio che gracchiava. L’LP è corredato da tre belle foto di Steve Lacy opera di Roberto Masotti.
Ciò detto nulla toglie alla valenza dell’altro album “Prayer”, registrato dal vivo nell’ambito di Pisa Jazz nel novembre 2016. Le nove tracce evidenziano come i “Pipeline 8” siano attualmente una delle formazioni più innovative e interessanti del pur variegato panorama nazionale. Il gruppo si muove su coordinate non convenzionali, alla ricerca costante di una lettura della musica di Lacy che sia allo stesso tempo fedele all’originale ma dotata di vita propria. Di qui l’alternarsi di atmosfere notturne ad improvvisi slanci melodici, il tutto impreziosito dalla bravura dei singoli tra cui in particolare evidenza si pongono Andrea Grossi al contrabbasso e Cristiano Calcagnile alla batteria e percussioni. Anche in questo caso la musica di Lacy viene esaminata, esplorata fin nei più reconditi meandri avendo come riferimento tutto l’arco della produzione di Lacy, comprese quindi le collaborazioni con Thelonius Monk o Charles Mingus, fino agli Area di Demetrio Stratos con cui lavorò negli anni settanta.

Andrea Grossi Blend 3 – “Lubok”
Nato a Monza nel 1992, il contrabbassista Andrea Grossi guida ‘Blend 3’ un trio completato da Manuel Caliumi al sax alto e Michele Bonifati alla chitarra elettrica. L’album nasce dalle sensazioni ricavate dal leader dall’osservazione dei ‘lubok’ ovvero un tipo di stampa popolare russa diffusa nell’Ottocento, caratterizzata da una colorazione a mano con accesi colori che sovrapposta alle scene creavano una sorta di sovra-struttura astratta. Ciò per indicare come Grossi intenda riferirsi, con la sua musica, al tutte le tradizioni musicali del ‘900 alla ricerca di uno stile comunque personale. Ed in effetti i tre dimostrano di volersi addentrare su un terreno impervio avendo scelto di suonare senza batteria: quindi da un lato la mancanza di un più preciso e puntuale sostegno ritmico, dall’altro, però, la possibilità di svariare senza limite alcuno, agendo a fondo sulle dinamiche ed esplorando le sonorità del trio in un equilibrio ricercato e trovato tra pagina scritta e improvvisazione. Non a caso nelle note che accompagnano l’album viene esplicitamente detto che “Blend3 non sa quanti brani suonerà o quanto improvviserà, conosce soltanto il suo bisogno primario: prendere nuovamente vita ricercando un costante senso di unicità “. Obiettivo raggiunto? In questo album sì ma attendiamo il trio ad altre prove, ancora più impegnative. Ultima notazione tutt’altro che secondaria: molto curato e raffinato il confezionamento degli LP.

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 5)

Leo Records

(di Luigi Onori)

L’etichetta inglese Leo Records ha da poco festeggiato il suo quarantesimo anno di esistenza: il 6 giugno 2019 al londinese Cafe OTO si sono esibiti alcuni artisti che hanno, nel tempo, collaborato con Leo Feigin: Carolyn Hume, Paul May, Phil Minton, Roger Turner, Charlie Beresford, Peter Marsh. Sono una piccola rappresentanza di quanto la Leo Records ha documentato nel tempo; saltatore in alto russo – ai tempi dell’Unione Sovietica – Leo Feigin chiese ed ottenne asilo politico in Inghilterra negli anni ’70 ed iniziò a lavorare per la BBC. Nel 1979 non trovò alcun produttore per la musica che, clandestinamente, riceveva dall’Urss e decise di fondare una propria etichetta, con lo slogan “music for inquiring mind and the passionate heart”. Da allora Feigin non ha mai smesso di dare spazio ad artisti d’avanguardia americani, europei, giapponesi…in un catalogo vastissimo; fondamentale – negli anni ’80 e ’90 – fu l’opera di diffusione da parte della Leo Records dell’avantgarde jazz sovietico, che accompagnò la fine del regime e fornì un “luogo”, non solo sonoro, per molti oppositori. Un’idea della vastità, a volte entropica e dispersiva, di orizzonti dell’etichetta inglese ce la offre una delle ultime uscite del 2019, forte di cinque album.

Perelman-Maneri-Wooley, “Strings 3”
Il sassofonista tenore Ivo Perelman è uno degli artisti-pilastro nella produzione della Leo Records, almeno nell’ultimo decennio. A questo straordinario e prolifico improvvisatore di origine brasiliana, Feigin ha concesso di documentare gli incontri con tanti artisti, da cui sono scaturite alcune consolidate collaborazioni. Quella con il solista di viola Mat Maneri (altro “campione” dell’etichetta) è particolarmente solida, anche perché Perelman era da giovanissimo un virtuoso del violoncello, nella natìa San Paolo, ed ha molto registrato con strumenti ad arco. Ecco il senso della serie “Strings”, il cui terzo episodio vede anche il coinvolgimento del promettente trombettista Nate Wooley. I cinquantatre minuti di musica sono articolati in undici tracce semplicemente numerate, frutto della totale improvvisazione-esplorazione di registri sonori, intrecci polifonici, campi sonori nel senso più vasto e “contemporaneo” del termine.

Perelman-Maneri-Wooley-Shipp, “String 4”
La registrazione è posteriore di alcuni mesi, rispetto alla precedente, sempre ai Parkwest Studios di New York. Il trio si amplia a quartetto con l’importante presenza del pianista Matthew Shipp, uno dei ricercatori sonori più interessanti degli ultimi decenni, da qualche tempo un po’ in ombra. I suoi interventi accordali e solistici rendono meno aereo l’intreccio tenore/viola/tromba e Shipp porta, nella libera improvvisazione, un apprezzabile senso della forma e della misura; quasi cinquantacinque i minuti di musica, anche in questo caso suddivisi in nove parti numerate. Perelman è coproduttore della serie “strings” e suo è il “cover artwork” su opere di Tom Beckam. La libertà di esplorazione delle relazioni tra ance e “corde” si coniuga, così, con un attento controllo del prodotto discografico.

Christof Mahnig & Die Abmahnung, “Red Carpet”
Trombettista, leader e compositore di tutti i nove brani, Mahnig si muove su coordinate quasi antitetiche a quelle di Ivo Perelman. La storia-tradizione del jazz è per lui motivo di studio e creazione, recuperando elementi di carattere formale e linguistico senza, però, un processo mimetico né derivativo. La parte centrale del Cd è costituita dalla suite “Three Pictures” (circa quindici minuti) ed il trombettista dialoga in tutte le tracce con il chitarrista Laurent Metéau, il contrabbassista Rafael Jerje ed batterista Manuel Künzi. Il risultato è un album che unisce godibilità e innovazione, sfruttando il ristretto organico in modo magistrale. Il cd è stato prodotto con il supporto economico di istituzioni culturali svizzere (Lucerna).

Blazing Flame Quintet/6, “Wrecked Chateau”
La parola, la poesia (tutti i testi nel booklet) sono al centro di questo lavoro discografico che si potrebbe definire polistilistico: l’ascolto dell’iniziale “Back Into The High Tide We Go” è piuttosto esemplificativa. Tutti le liriche sono del “vocalist” (la sua è una “song poetry”, in realtà) Steve Day, supportato talvolta da Julian Dale che è anche contrabbassista e violoncellista. Il gruppo prevede inoltre Peter Evans (violino elettrico a cinque corde), David Mowat (tromba), Mark Langford (sax tenore, clarinetto basso), Marco Anderson (batteria, percussioni). Non mancano sfumature e accentazioni rock, atmosfere teatrali e riferimenti jazzistici anche nei versi (“Flaming Gershwin”). Musica aperta, porosa, mutevole, visionaria, libertaria, di artisti non più giovani ma ancora “utopistici”.

Oogui, “Travoltazuki”
Feigin riesce a spiazzarti, sempre. Il produttore definisce il gruppo un “disto-disco-trio” ed il lavoro discografico “un laboratorio di sorprese musicali che mettono insieme jazz, disco, progressive rock e improvvisazione”. Il tramite con l’etichetta d’avanguardia inglese è stato il chitarrista svizzero Vinz Vonlanthen (ha inciso più volte per la Leo, nell’ambito della musica improvvisata): ha creato un trio con il pianista/tastierista Florence Melnotte ed il batterista/percussionista Sylvian Fourier (all’occorrenza tutti usano la voce) per rileggere il sound della disco anni ’80 in una chiave assolutamente personale (“Shitimogo”; nell’interno del cd c’è anche un John Travolta “mascherato”). Operazione riuscita? In ogni caso bisogna dar atto a Leo Feigin di una grande apertura, il che non è poco per i suoi ottantuno anni (è nato nel 1938 in quella che si chiamava Leningrado).

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Parco della Musica Records

La Parco della Musica Records è l’etichetta discografica della Fondazione Musica per Roma che dal 2004 pubblica i migliori progetti registrati all’Auditorium Parco della Musica di Roma o proposti da artisti profondamente legati ad esso. Le linee editoriali seguono la stessa ricerca e selezione che caratterizza la programmazione musicale dell’Auditorium. La Parco della Musica Records è riuscita a raggiungere in pochi anni una posizione di prestigio nel mondo discografico guadagnando consensi sempre più positivi da parte della critica nazionale e internazionale e ottenendo numerosi premi e riconoscimenti.

Franco D’Andrea – “Intervals I”, “Intervals II”, “A Light Day”
Franco D’Andrea è artista di caratura mondiale cosicché ogni suo album viene giustamente considerato un evento. Figuratevi quando di album, a distanza pochi mesi, ne escono addirittura tre. Attivo sin dai primi anni Sessanta, il pianista di Merano, come si diceva in apertura, è oggi considerato una punta di diamante del jazz globalmente inteso grazie alla sua classe, alla sua originalità e soprattutto alla sua ansia di ricerca che non conosce pause ad onta dei 78 anni suonati. D’altro canto chi lo conosce personalmente sa benissimo quanto Franco sia ancora fresco nel suo entusiasmo, gentile, disponibile, capace, suonando, di entusiasmarsi, di emozionarsi come un ragazzino alle prime armi. I primi due CD, significativamente intitolati «Intervals», evidenziano appieno quell’ansia di ricerca del pianista che si esercita sull’intervallo, ossia sulla distanza che separa due suoni, intervallo che può essere melodico o armonico. In questa puntigliosa e trascinante disamina D’Andrea è accompagnato da un ottetto di cui fa parte il suo sestetto ormai storico (Andrea Ayassot ai sassofoni, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria), ai quali si aggiungono la chitarra elettrica di Enrico Terragnoli e l’elettronica di Luca Roccatagliati, in arte DJ Rocca, elementi che risulteranno determinanti per arricchire la tavolozza timbrica del gruppo. “Intervals I” contiene la registrazione integrale del concerto tenuto il 21 marzo 2017 all’Auditorium Parco della Musica di Roma, mentre “Intervals II” contiene brani registrati durante le prove per il concerto del 21…Descrivere la musica contenuta nei due album è impresa praticamente impossibile (e forse anche inutile) data la varietà di situazioni e combinazioni che l’artista propone. Comunque una qualche differenziazione – non facile da cogliere – tra i due CD esiste nel senso che il primo volume è più strutturato, in cui è abbastanza facile scorgere i diversi input che hanno contribuito a rendere così particolare e articolato il linguaggio di D’Andrea (si ascolti, al riguardo ‘Intervals 3 / Old Jazz’ e ‘Traditions N.2’). Meno omogeneo il secondo volume, ancora più aperto in quanto, come spiega lo stesso D’Andrea, contiene situazioni estreme sperimentate durante le prove ma poi non confluite nel concerto. Altro aspetto importante che viene in primo piano e che accomuna ambedue i CD è la ricchezza della tavolozza timbrica, arricchita da una sorta di “sezione elettronica”, che contribuisce notevolmente a creare un nuovo suono di gruppo.
A differenza degli altri due album, “A Light Day” è un doppio CD in cui ancora una volta Franco D’Andreea affronta la dimensione, per lui assai congeniale, del piano-solo. In programma parecchie composizioni dello stesso D’Andrea, affiancate a riletture di alcuni storici brani Dixieland. Il risultato è ancora una volta entusiasmante. Come su accennato il piano solo è per D’Andrea un contesto che lo ha già visto indiscusso protagonista. Questa ulteriore produzione discografica ci restituisce un artista semplicemente sontuoso dal punto di vista sia esecutivo sia compositivo. Chi conosce il musicista di Merano sa bene quanto lo stesso sia legato al jazz del passato pur rinnovandolo e rivisitandolo alla luce della sua sensibilità di musicista moderno. Di qui un jazz originale, in cui la ricerca sul materiale si combina perfettamente con quella sul suono e sulla combinazione di elementi derivati sia dal primo jazz sia dal free; e non crediamo di esagerare affermando che D’Andrea è uno dei pochissimi artisti al mondo capace di operare una tale sintesi giungendo a risultati sempre – e sottolineamo sempre – di assoluta originalità e di grande valore artistico.

Riccardo Del Fra – “Moving People”
“Per me, comporre vuol dire trasmettere un significato”; cosí il contrabbassista Riccardo Del Fra inizia la breve presentazione del compact “Moving People”. Trattasi di una suite che il medesimo compositore non esita a definire basata sui canoni di “motion and emotion”, movimento ed emozioni che ne determinano lo sviluppo, l’andamento, le sequenze armoniche. C’è una sottotraccia, nel lavoro commissionatogli dalla Fondazione Genshagen di Berlino, un mandato ispirato all’amicizia fra i popoli: il genere umano in marcia, il suo moto perpetuo, visto nell’attuale momento storico in cui incalza il problema dell’immigrazione con i conseguenti nodi politici da sciogliere. Del Fra assembla per l’occasione una formazione cosmopolita, in rappresentanza di cinque Paesi: ” mette insieme e dirige diversi background stilistici creando un risultato sorprendente” annota Ted Panken mentre Jen Paul Ricard, sempre all’interno della cover, ne sottolinea la bellezza del mondo melodico. Caratteristica del resto tipica anche del precedente disco “My Chet My Song”, inciso per la stessa label, in cui la componente “motoemotiva” era già presente nelle prestazioni di questo contrabbassista lirico, abituato a lavorare in profondità sulle corde per estrarne l’anima, alimentare la fantasia, impregnare in concreto l’interpretazione. La scelta dei partners pare misurata per realizzare al meglio le dieci composizioni dell’album sulla base di quanto programmato, lasciando ampio spazio ora all’improvvisazione (‘Ressac’, ‘Street Scenes’), ora all’immaginazione (‘The Sea Behind’, ‘Around The Fire’), ora alla percezione effimera (‘Ephemeral Refractions’) ora alla spinta ritmica (‘Children Walking Through A Minefield’), al dialogo fra strumenti (‘Wind On An Open Book II’), infine ad ampie aperture (‘Cieli sereni’); in un progetto che i (sette) jazzisti, artisti in cammino e musicisti “d’incontro” per definizione, applicano doviziosamente. Sono il trombettista polacco Tomasz Dabrowski, il sassofonista tedesco Jan Prax, i francesi Rémi Fox al baritono e soprano e Cart-Henry Morisset al pianoforte, e gli americani Jason Brown alla batteria e l’ospite Kurt Rosenwinkel alla chitarra. Il tema principale, “Moving People”, è di quelli che ritornano in mente per merito di una melodia delicata ed iterata che penetra, lasciando una sensazione indefinita di viaggio, intrisa di pathos intenso ed intime suggestioni. (Amedeo Furfaro)

Martux_m – “Apollo 11 Reloaded”
La musica elettronica non ci entusiasma: di qui lo scetticismo con cui ci siamo posti ad ascoltare questo album. Per fortuna le cose sono andate meglio del previsto. Intendiamoci: non è che ci abbia entusiasmato, ma siamo riusciti ad ascoltarlo sino alla fine senza problema alcuno, anzi apprezzando particolarmente i due brani in cui figura Francesco Bearzatti. Ciò perché Martux_m è artista maturo, consapevole delle proprie possibilità, che usa l’elettronica come linguaggio, come mezzo di comunicazione al di là di qualsivoglia intento edonistico. Come si può facilmente evincere dal titolo, il progetto nasce in occasione delle celebrazioni dei 50 anni dello sbarco del primo uomo sulla luna. Assecondando la sua straordinaria fantasia, Martux_m ha inteso, attraverso la sua musica, descrivere le varie fasi della missione Apollo 11, dalla partenza con il primo brano “Lift Off”, al rientro sulla terra con l’ultimo brano “Return”. In mezzo, tra l’altro, due brani particolarmente legati a quello specifico periodo storico: “Us and them” dei Pink Floyd tratto dall’indimenticabile “The dark side of the moon” e “Space Oddity” di David Bowie. In apertura accennavamo alla maturità artistica di Martux_m e a conferma di ciò da segnalare la validità dei collaboratori che il musicista ha scelto per questa nuova impresa discografica: sul piano dell’organico ecco inseriti Giulio Maresca all’elettronica in tutti i brani e il sax di Francesco Bearzatti in “Us And Them” e “Space Oddity”. Ma non basta ché ritroviamo Danilo Rea in veste di compositore dell’ultimo brano “Return”, e arrangiatore (nei due brani in cui si ascolta Bearzatti), il compositore cinematografico Pasquale Catalano (autore di “Sightseeing on the Moon”). Il risultato è, come si accennava, più che soddisfacente, in grado, cioè, di farsi ascoltare da un pubblico che va al di là dei soli appassionati di elettronica.

Fabrizio Sferra, Costanza Alegiani – “Grace in Town”
Conosciamo Fabrizio da qualche decennio, da quando cominciò ad interessarsi di jazz suonando nel ‘West Trio’ assieme al fratello Aldo, eccellente chitarrista. E siamo stati tra i primissimi giornalisti a notarlo e farlo conoscere al popolo del jazz. Di qui il nostro stupore quando ci siamo trovati fra le mani questo album in cui Fabrizio ha abbandonato bacchette e spazzole per reinventarsi compositore e interprete canoro di dieci nuove composizioni da lui stesso scritte con i testi della compagna di viaggio Costanza Alegiani (cui si è aggiunta nel brano di chiusura Sarah Victoria Barberis). Ma perché questo cambio di rotta così radicale? L’album, spiega Sferra in una recente intervista “nasce dalla voglia di riprendere una pratica abituale della fanciullezza e dell’adolescenza (prima cioè di cominciare a dedicarmi, all’età di diciotto anni, allo studio della batteria e all’avventura del jazz, sviluppata poi in questi ultimi quarant’anni), quella cioè del cantare e scrivere canzoni. Quindi è nato, a livello musicale, come un gioco: il ritrovarsi intimo con una vecchia, semplice passione: mettere insieme il canto di una linea melodica con degli accordi, e lasciarsi trasportare nello sviluppo di una forma”. Risultato: un album delicato, a tratti coinvolgente, in cui l’anima jazzistica di Fabrizio Sferra si fonde con la voce di Costanza Alegiani a disegnare un’oretta di buona musica impreziosita da un organico orchestrale di tutto rispetto con Alessandro Gwis al piano e tastiere, Francesco Diodati alla chitarra elettrica, Francesco Ponticelli al basso e Federico Scettri alla batteria in sei dei dieci brani in programma (negli altri alla batteria torna Sferra). Ben calibrato è anche il ricorso all’elettronica che conferisce al progetto un sound assolutamente attuale attraversando territori i più svariati: dal rock al blues, dal moderno allo sperimentalismo, il tutto mantenendosi ad una certa distanza da quel linguaggio jazzistico da cui Sferra proviene.

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Poll Winners Records

E’ un’etichetta specializzata nelle riedizione in CD di molti titoli che possiamo considerare dei veri e propri classici della storia del jazz, titoli che si sono meritati le ‘cinque stelle’ nelle recensioni di “Down Beat”. Caratteristica di queste riedizioni l’aggiunta, oltre all’album originale, di contenuti extra.

Duke Ellington – “Ellington Uptown • The Liberian Suite • Masterpieces By Ellington”
Ancora un doppio cd di grande valore storico; vi ritroviamo tutte le registrazioni effettuate durante le sessioni da cui sono stati tratti gli album di Duke Ellington: “Ellington Uptown” (Columbia ML4639 / CL830), “The Liberian Suite” (Columbia CL848) e “Masterpieces by Ellington” (Columbia ML4418). In particolare “Ellington Uptown” era stato originariamente pubblicato in due diverse versioni, la prima contenente anche “The Harlem Suite” e la seconda con al posto della “Harlem Suite” la “Controversial Suite”. “The Liberian Suite” è stata prima pubblicata come un LP 10 pollici e poi come LP 12 pollici con l’aggiunta di “The Harlem Suite”. Tutte queste registrazioni sono riunite qui con l’aggiunta di un brano (“Come on Home”) che completa le sessioni di “Ellington Uptown”, e quattro rare versioni alternative de “The Liberian Suite” registrate nel corso della stessa sessione. Come ulteriore bonus una versione del brano “The Tattooed Bride” registrato dal vivo alla Carnegie Hall il 13 novembre del 1948. Chi conosce la musica del “Duca” sa che ci troviamo dinnanzi ad una delle migliori formazioni assemblate da Ellington, con tutti i migliori solisti in primo piano, da Cat Anderson a Clak Terry, da Juan Tizol a Britt Woodman, da Russell Procope a Johnny Hodges … tanto per citarne alcuni. La musica è semplicemente straordinaria: non a caso su questi pezzi di Ellington sono stati versati fiumi di inchiostro. Si pensi solo a “The Harlem Suite” ovvero “A Tone Parallel To Harlem” una composizione di 14 minuti in cui Ellington supera i confini del jazz propriamente inteso per assurgere a livelli di assoluta grandezza, al di là di qualsivoglia genere.

Dizzy Gillespie, Charlie Parker – “Diz ‘n’ Bird. The Beginning”
L’album “Diz ‘n’ Bird – The Beginning” (Roost-SK-106) venne pubblicato nel 1959, cinque anni dopo la morte di Charlie Parker, e conteneva rare registrazioni degli albori del bebop. L’album riuniva alcune registrazioni provenienti da un concerto in quintetto del 1947 di Parker e Gillespie alla Carnegie Hall (con John Lewis al piano, Al McKibbon al basso e Joe Harris alla batteria), e da un concerto del quintetto di Gillespie del 1953 alla Salle Pleyel di Parigi (con Bill Graham sax baritono, Wade Legge piano, Lou Hackney basso, Al Jones batteria, Joe Carroll e Sarah Vaughan voce) accoppiandole con registrazioni di Bird per la Dial del 1947 (con Miles Davis, J.J. Johnson trombone, Duke Jordan piano, Tommy Potter basso e Max Roach batteria). Questa nuova edizione in doppio cd include il concerto completo alla Carnegie Hall del 1947, più l’intero concerto alla Salle Pleyel, insieme alle tracce di Dial incluse nell’LP originale; come bonus sono state aggiunte delle registrazioni radiofoniche effettuate al club Birdland nel 1951 dai due in sestetto con Bud Powell piano, Tommy Potter basso, Roy Haynes batteria e Symphony Sid Torin alla conduzione radiofonica). Basterebbero queste semplici elencazioni per capire che si tratta di un album che tutti gli appassionati di jazz dovrebbero possedere. In effetti, oltre al valore storico, si tratta di registrazioni che illustrano tutta la carica dirompente di questi straordinari musicisti che a metà degli anni ’40 irruppero in un panorama jazzistico fino ad allora dominato dalle orchestre swing. Ed è davvero opportuno, consigliabile un ascolto attento soprattutto da parte dei più giovani che si avvicinano al jazz saltando a piè pari i primi 50 anni di questa straordinaria musica.

Django Reinhardt – “Djangology”
Django Reinhardt fu non solo uno dei più grandi jazzisti del secolo scorso, ma per lunga pezza l’unico musicista europeo in grado di competere ad armi pari con i colleghi d’oltre oceano. Il suo stile chitarristico, in effetti, era influenzato molto più dalle correnti europee che non dagli input che avevano formato e fatto crescere il jazz statunitense. Ricordiamo, al riguardo, il celeberrimo quintetto dell’Hot Club di Francia costituito nel 1934 da Django con il violinista Stephane Grappelli, anch’egli europeo. Tutto ciò risalta evidente anche da questo album che contiene innanzitutto il completo lp “Djangology” registrato nel 1949 da Reinhardt e Grappelli a Roma con una sezione ritmica locale con Gianni Safred al piano, Carlo Pecori al contrabbasso e Aurelio De Carolis alla batteria. L’album venne pubblicato dalla RCA Victor nel 1961, quindi dieci anni dopo la scomparsa del chitarrista. Adesso questo CD riporta in luce il “vecchio” lp con l’aggiunta, come bonus, di dodici tracce tratte dalle stesse sessioni del 1949. Quanto alla qualità della musica c’è veramente poco da aggiungere. Anche se accompagnati da una sezione ritmica con cui non avevano molta dimestichezza, chitarrista e violinista esplicano appieno la loro arte con una intensità e una passione che ancora oggi colpiscono a 70 anni dalla loro registrazione. Ritroviamo, così alcuni capolavori assoluti quali “Minor Swing” che non a caso apre il CD, “The Man I Love” che altrettanto non casualmente lo chiude, e poi in mezzo “Lover Man”, “Swing 42”, “Daphné”…Insomma un album che sicuramente non stupirà chi già conosce questo straordinario artista ma che aprirà orizzonti fin ora sconosciuti a quei tanti giovani che mai hanno ascoltato qualcosa di Django Reinhardt.

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 4)

CNI

La Compagnia Nuove Indye viene fondata all’inizio degli anni ’90 da Paolo Dossena, storico produttore musicale, paroliere e compositore italiano. Nel corso della sua attività la Compagnia Nuove Indye ha avuto una particolare attenzione verso la musica etnica e dialettale, lanciando artisti come gli Almamegretta o gli Agricantus, senza comunque trascurare altri artisti di assoluto rilievo come Sud Sound System, Enzo Avitabile, Nidi d’Arac, A3 Apulia Project, Maurizio Capone, Bandorkestra, Alessandro Gwis.

Agricantus – “Akoustikòs Vol.I”
Agrigantus è uno dei gruppi in assoluto più significativi che abbiano attraversato la storia della musica italiana negli ultimi decenni. Siamo alla fine degli anni settanta, quando un gruppo di ragazzini di grande talento sperimenta suoni nuovi che non somigliano a niente di conosciuto in quanto coniugano i canti e gli strumenti della tradizione siciliana con le tradizioni africane, dando corpo tangibile alla teoria della musica quale ‘linguaggio universale’. Linguaggio che viene man mano arricchito con riferimenti non solo alla tradizione mediterranea ma anche a quella sudamericana, asiatica e mediorientale. Da quest’inizio il gruppo con gradualità si fa conoscere ottenendo unanimi consensi di pubblico e di critica anche al di fuori dei confini nazionali. Pur vivendo numerose trasformazioni, Agricantus ha comunque conservato una propria precisa identità non scalfita neanche dal fatto che per alcuni periodi ha osservato un rigoroso silenzio da cui sono riemersi solo mesi fa con questo eccellente album. Identità che si sostanzia, come si accennava, nella grandissima capacità di convogliare in un unicum input provenienti dalle più diverse realtà. Non è quindi un caso che la storia discografica di Agricantus abbia oggi un nuovo inizio con la CNI, che, come si diceva, si è da sempre contraddistinta per dare spazio alle più importanti band di world music che il nostro paese abbia prodotto. Questo nuovo lavoro vede nel rinnovato gruppo la splendida voce di Anita Vitale, accanto a musicisti che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni quali Mario Rivera al contrabbasso, Giovanni Lo Cascio batteria e percussioni e il sempre toccante contributo degli strumenti arcaici di Mario Crispi (a cui “A proposito di jazz” ha dedicato una lunga e illuminante intervista). Risultato: un album di assoluta originalità, modernità, degno di essere ascoltato con grande attenzione.

Bandorkestra – “Best Seller”
Ogni volta che mi accingo ad ascoltare un nuovo album di Bandorkestra mi sorge un dubbio: riuscirà anche questa volta la band di Marco Castelli a trasmettermi le stesse emozioni, la stessa straordinaria energia, la ventata di sano ottimismo dell’ultimo ascolto? Questa volta il dubbio era ancora più forte in quanto l’album è stato concepito e realizzato per celebrare i quindici anni di attività artistica del gruppo, una ricca antologia, quindi, in cui sono stati raccolti quindici brani – compresi alcuni inediti – che, nel loro insieme, compendiano efficacemente il percorso artistico di Castelli e soci. Percorso artistico declinato attraverso una concezione musicale assolutamente originale, in grado di transitare da un terreno all’altro senza la minima difficoltà sì da affrontare un repertorio quanto mai variegato: dal jazz allo swing, dallo ska al boogie-woogie, dal latin al reggae… e via di questo passo. Il tutto riuscendo a ben coniugare scrittura e improvvisazione, arrangiamenti istantanei e logica organizzazione. E se ascoltando gli album di Bandorkestra si riesce a mala pena a stare fermi, figuratevi qual è il clima che questa straordinaria band riesce ad instaurare nelle esecuzioni dal vivo. Quindi anche in questo “Best Seller” ritroviamo la solita possente sezione di fiati sorretta da una ritmica tritatutto, senza però tralasciare qualche residua finezza nell’esposizione dei temi e nel dipanarsi degli assoli. I brani, come avrete capito, sono tutti assai godibili anche se ci piace segnalarvi uno degli inediti, il medley “Lotta Love Medley” in cui “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin sfuma in “Come Togheter” dei Beatles e poi in “Happy” di Pharrel Willams. Dal punto di vista solistico, da ascoltare con attenzione l’assolo di Pietro Tonolo in “Anelli” che dimostra, se pur ce ne fosse bisogno, il perché Tonolo sia a ben ragione considerato uno dei migliori sassofonisti e non solo a livello nazionale.

Alessandro Gwis – “#2”
Alessandro Gwis è pianista completo nell’accezione più vera del termine in quanto coniuga una tecnica eccellente con uno stile personale determinato dalle influenze derivanti dalla musica classica, dal rock, dal tango, dal jazz fino alla musica elettronica. Si è fatto le ossa soprattutto con gli “Aires Tango” ma poi ha intrapreso una sua strada finora ricca di successi. Nel 2006 pubblica il suo primo album da leader intitolato semplicemente “Alessandro Gwis” con Luca Pirozzi al contrabbasso e basso elettrico e Andrea Sciommeri alla batteria e percussioni. Ed è con questa stessa formazione (con l’aggiunta di Luciano Biondini all’accordion) che il pianista romano si ripresenta al pubblico del jazz: “#2” propone tredici brani tutti a firma dello stesso Gwis (da solo o con gli altri componenti del trio) che testimonia in modo inequivocabile la raggiunta maturità del pianista anche come compositore. Le composizioni originali sono tutte ben scritte, equilibrate, ottimamente eseguite e soprattutto con un perfetto equilibrio tra parti scritte e parti improvvisate. Equilibrio talmente ben raggiunto che cinque brani (“The Blessed Sadness Of Fall”, “The Baloonatic”, “Ibo”, “The Flood”, “Wind Rose Glitches”) sono esplicitamente indicati come “free improvisations recorded in studio” ma nell’economia generale dell’album si fa fatica a distinguerle dalle altre. I tre si muovono all’insegna di un’empatia frutto di una intensa e fruttuosa collaborazione fra i tre. Così, anche quando il pianista introduce elementi “elettronici”, o al trio si aggiunge l’accordion di Luciano Biondini (“Don’t blame Gwis”) il clima generale non cambia e la musica scorre fluida, libera – se mi consentite l’espressione – sempre caratterizzata da una linea melodica perfettamente riconoscibile.

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Emme Record Label

Il marchio nasce nel 2010 ma ha alle spalle oltre un decennio di esperienze professionali legate all’organizzazione, direzione artistica, Management & Booking. Emme Produzioni Musicali si caratterizza per il fatto di essere una delle pochissime realtà europee capaci di fornire tutti i servizi produttivi, discografici e manageriali, necessari a diffondere nel miglior modo un progetto artistico.

Bonora – “Enkidu”
“Enkidu” è l’album d’esordio di Bonora, un sestetto composto da giovani musicisti provenienti da Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Marche: Francesco Giustini (tromba, flicorno), Leonardo Rosselli (sax tenore, sax soprano), Daniele Bartoli (chitarra elettrica), Alberto Lincetto (pianoforte, tastiere), Alberto Zuanon (contrabbasso), Stefano Cosi (batteria). Se dal punto di vista del repertorio (composto interamente da composizioni originali) il gruppo si muove su terreni non proprio nuovi, viceversa dal punto di vista esecutivo si nota una certa originalità. In effetti il sestetto evidenzia una buona conoscenza del mondo musicale riuscendo a enucleare elementi sia dal jazz più tradizionale, sia dal free, sia dal rock (soprattutto per quanto concerne la sezione ritmica), elementi che confluiscono in una visione unitaria andando così a costituire un linguaggio personale che costituisce l’elemento caratterizzante il gruppo. Così mentre i fiati sembrano rifarsi più esplicitamente al mondo del jazz, batteria e contrabbasso forniscono, come già sottolineato, un supporto che sottende una profonda conoscenza del rock. Il tutto si sposa tranquillamente, senza alcuna discrasia ad ulteriore dimostrazione che linguaggi diversi possono fondersi in un unicum di livello a patto che i musicisti siano all’altezza della situazione. E non c’è dubbio che questi giovani artisti, di cui sentiremo spesso parlare, all’altezza della situazione lo siano già.

The Sycamore – “Seamless”
Album d’esordio per il collettivo Sycamore, band nata nel 2015, dall’unione di sei musicisti di origine umbra, ovvero Andrea Angeloni al trombone, Leonardo Radicchi al sassofono, Alessio Capobianco e Ruggero Fornari alla chitarra, Pietro Paris al contrabbasso e Lorenzo Brilli alla batteria. Il loro primo EP, registrato nel novembre 2016 e ottimamente accolto dalla critica internazionale, ha consentito loro di partecipare al Conad Jazz Contest 2017, esibirsi a Umbria Jazz e vincere il primo premio della Giuria Popolare. Questo “Seamless” si lascia ascoltare per almeno due buoni motivi: la linea melodica che caratterizza tutti i brani e la bravura dei musicisti considerati sia singolarmente sia nel collettivo. In effetti, pur essendo al loro esordio discografico, i sei musicisti evidenziano un buon interplay che li porta a interagire con fluidità. Di qui un colloquio costante, una ripartizione degli spazi equa ed equilibrata. Intendo dire che non c’è un solista che svetta sugli altri, ma è un gioco collettivo in cui si inseriscono di volta in volta gli assolo dei sei musicisti. I quali si fanno apprezzare anche come autori dal momento che tutti gli otto brani in programma sono scritti dagli stessi componenti il sestetto, comunque legati da un idem sentire che contribuisce non poco all’omogeneità dell’album. Tra le varie composizioni degna di menzione l’apertura, “La spinara”, ottimo esempio di quell’interplay cui prima si faceva riferimento e “Dark Lights” una suggestiva ballad tutta giocata sul dialogo tra chitarra acustica e clarinetto basso.

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Green Corner

Ecco un’altra etichetta che si è imposta sul mercato grazie ad una scelta precisa: riproporre alcuni capolavori del passato con un catalogo assai vasto in cui figurano artisti di assoluto livello: da John Coltrane a Duke Ellington, da Miles Davis a Bill Evans… e via di questo passo.

Duke Ellington & John Coltrane
Questo doppio album contiene le registrazioni effettuate da Ellington e Coltrane a Englewood Cliffs il 26 settembre del 1962 nella duplice versione stereo e mono. Si tratta delle uniche incisioni realizzate assieme da Duke Ellington e John Coltrane. Per l’occasione, i due “giganti del jazz” sono accompagnati dal bassista e dal batterista dei rispettivi gruppi (che si sono alternati sulle tracce), Aaron Bell e Sam Woodyard (dalla sezione ritmica di Duke), e Jimmy Garrison e Elvin Jones (dalla sezione ritmica di Trane). A ciò si aggiungono, come bonus, quattro brani correlati a Ellington, eseguiti da piccoli gruppi guidati da Coltrane in diverse sessioni, cinque altre versioni di Ellington dei brani dell’album e una versione in quartetto di John Coltrane di “Big Nick”, la sua unica composizione originale dell’album. Ciò premesso, non credo ci sia molto da aggiungere sulla qualità della musica. Si tratta, come nel costume della Green Corner, di grande musica al di là di qualsivoglia etichetta, una musica che pone in evidenza non solo la grandezza esecutiva di due straordinari giganti, ma anche la qualità compositiva di Ellington, uno dei più grandi musicisti che il secolo scorso abbia annoverato. Dal canto suo Coltrane stupisce per la maturità con cui si confronta con un artista già grande: non dimentichiamo che nel 1962 Ellington è già un grande della musica mentre Coltrane solo nel 1960 ha costituito il suo primo gruppo da leader dopo aver militato nei gruppi di Thelonious Monk e Miles Davis. Insomma Coltrane è ancora considerato una promessa… ma che ha già al suo arco una quantità infinita di frecce che nell’arco di pochi anni lo condurranno nell’Olimpo del jazz.

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Labirinti sonori

L’etichetta discografica Labirinti Sonori – Music for Heart and Mind – è stata creata nel 2006 da Stefano Maltese. L’intento è quello di gestire la propria musica con il maggior controllo possibile e allo stesso tempo dare spazio alle produzioni musicali di musicisti che si esprimono con linguaggi personali, lontani dai cliché che mortificano la creatività. A parte i dischi realizzati dallo stesso Maltese e dai musicisti a egli più vicini, il catalogo di Labirinti Sonori annovera anche John Tchicai, Keith Tippett, Steve Lacy.

Roberta Maci – “I’m On The Way”
La multistrumentista Roberta Maci (sax soprano, sax tenore, sax alto, flauti, percussioni, voce) nonostante la giovane età (classe 1992), ha già raggiunto notevoli risultati che si sostanziano in questo primo album da leader alla testa del NBS Quartet, con Stefano Maltese (sax, flauto e percussioni), Giovanni Arena (contrabbasso) e Antonio Moncada (batteria e percussioni)
cui si aggiunge il pianista inglese Alex Maguire conosciuto per le sue collaborazioni con alcuni musicisti attivi nell’ambito del free jazz quali Elton Dean, Sean Bergin et Michael Moore. In questo album d’esordio la Maci evidenzia anche le sue capacità compositive dal momento che sugli undici brani in programma ben sette sono suoi con accanto due composizioni di Stefano Maltese e una a testa per Alex Maguire e Roscoe Mitchell (la ben nota “Odwalla” a chiudere il CD). L’album è apprezzabile da diversi punti di vista. Innanzitutto come strumentista la Maci è artista matura, ben consapevole dei propri mezzi espressivi e perfettamente in grado di maneggiare l’enorme percorso musicale che ha condotto il jazz dalle origini fino alle più moderne espressioni dei nostri giorni, senza dimenticare le musiche della propria terra, la Sicilia. Anche dal punto di vista compositivo le valutazioni non possono che essere positive: le sue creature sono ben costruite, equilibrate, con un filo logico che risulta ben individuabile nella ricerca di un linea melodica a tratti suadente a tratti più sfuggente.

Stefano Maltese – “Redder Level”
Questo doppio album racchiude le registrazioni effettuate il 7 gennaio 2018 durante il “Labirinti Sonori Siracusa Jazz Festival”. Il multistrumentista siciliano è alla testa del suo “Sonic Mirror Quartet” completato da Roberta Maci di cui abbiamo parlato in precedenza, Fred Casadei al contrabbasso e il fido Antonio Moncada batteria e percussioni. In programma 12 pezzi tutti scaturiti dalla penna del leader. Conosciamo Stefano Maltese oramai da tanti anni e non abbiamo alcuna difficoltà ad affermare che si tratta di uno dei jazzisti più originali, genuini, consequenziali e coerenti che il mondo del jazz possa vantare. Da quanto è apparso sulle scene nazionali e internazionali è rimasto sempre fedele al suo modo di essere, alla sua musica che nulla a che fare né con il facile ascolto, né con le mode passeggere, né tanto meno con inutili sperimentazioni fini a sé stesse. Il suo linguaggio è rigoroso, frutto di studi intensi e di una concezione “corale” della musica per cui l’esecuzione è sì frutto di una straordinaria intesa e di uno sviluppo complessivo senza però trascurare le capacità dei singoli che vengono esaltate attraverso il giusto spazio dato ad ogni assolo; si ascolti ad esempio la Maci al sax soprano in “Endless Circless” e al sax alto in “Way To Nowhere” dedicato a John Tchicai con il quale Maltese ha avuto modo di collaborare (registrando tra l’altro in duo nel 2010 l’album “Men From Windy Land”) mentre la sezione ritmica si fa particolarmente apprezzare in “We Everywhere”. Dal canto suo Maltese è l’anima pulsante del gruppo, il leader che impronta di sé ogni brano sia con la sicura conduzione sia con assoli sempre particolarmente centrati.

I NOSTRI LIBRI:

Paolo Ceccarelli – “Roberto Nicolosi – Un grande maestro del jazz” – Zona Music Books – pgg.127 – € 17

Quando mi trovo a leggere un libro del genere, mi stupisco sempre di come l’autore sia riuscito a raccogliere una così grande massa di dati e soprattutto di come abbia fatto ad organizzarli in modo acconcio sì da rendere la narrazione gradevole.

Oggetto del volume in questione è la storia e la carriera di Roberto Nicolosi (Genova 1914 – Roma 1989), grande maestro del jazz, che ho avuto la fortuna e il piacere di conoscere quando lavoravo a RadioUno occupandomi sempre di jazz.

Nel mondo del jazz sono molti i musicisti che nel corso degli anni non hanno avuto i riconoscimenti che meritavano. A questa nutrita schiera appartiene sicuramente Roberto Nicolosi cui questo libro rende finalmente giustizia.

Dotato di una solidissima preparazione di base, Nicolosi, laureato in medicina e diplomato al conservatorio, ha attraversato alcuni decenni della storia musicale italiana lasciando segni indelebili a testimonianza di un talento genuino. Il suo eclettismo gli ha permesso di spaziare tra diverse attività: da arrangiatore e compositore a conduttore di trasmissioni radiofoniche, da autore in riviste specializzate a giudice in concorsi jazzistici. Per non parlare del fatto che dal 1956 al 1972 ha scritto straordinarie colonne sonore, la cui fama ha valicato i confini nazionali per approdare negli Stati Uniti.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che ha suonato con molti dei grandi del panorama musicale internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Frank Rosolino, Conte Candoli, Tony Scott.

Dopo un breve excursus sulle origini famigliari, il lavoro si sviluppa su tre direttrici principali che corrispondono ai tre principali momenti della vita di Nicolosi, legati ad altrettante città: Genova, dove passa l’infanzia e l’adolescenza e coltiva la prima passione per il jazz; Milano, dove emerge come musicista, critico, arrangiatore e compositore; Roma, dove inizia l’attività di compositore di colonne sonore e trascorre il resto della vita.

Ad ognuno di questi periodi l‘autore dedica grande attenzione cercando di storicizzare ogni avvenimento e di collocarlo nella giusta cornice storico-sociale. Ecco quindi che, parallelamente alla carriera di Nicolosi, il lettore attento può crearsi un’idea di quel che accadeva nel mondo musicale… e non solo.

Particolarmente interessante la parte in cui viene lumeggiata l’attività di Nicolosi quale autore di colonne sonore, aspetto che, ne siamo sicuri, era rimasto finora misconosciuto alla gran parte degli appassionati seppur attenti.

Il volume è completato dall’analisi tecnica di due brani del jazz italiano d’avanguardia negli anni cinquanta; dalla trascrizione di due interventi dello stesso Nicolosi e di Renzo Nissim, tratti dal programma radiofonico “50: mezzo secolo della Radio italiana” 19° puntata; da affettuose testimonianze di altri musicisti; dall’elenco delle incisioni discografiche delle colonne sonore ovviamente di Nicolosi; da una esauriente bibliografia; pertinente il corredo iconografico.


Guido Michelone – “Il jazz e le arti” – arcana – gg.350 – €23,50

Guido Michelone, studioso ben noto ai cultori della musica afro-americana, ha da poco dato alle stampe un suo nuovo volume dal titolo quanto mai esplicativo: “Il jazz e le arti”.

L’argomento è di quelli che intrigano solo a parlarne: in effetti il jazz, già per sua natura costitutiva, è musica “meticcia” essendo nata dall’incontro tra diverse culture anche geograficamente assai lontane; nel corso degli anni si è poi caratterizzato per la capacità di intrattenere stretti rapporti con le altre espressioni artistiche anche al di fuori degli ambiti strettamente musicali.

Michelone esamina tutti questi ambiti “altri” in una carrellata a tratti entusiasmante di paragoni, raffronti, esempi, consequenzialità.

In particolare il volume si divide in 20 capitoli, ognuno dedicato ad un’arte diversa con cui il jazz è venuto a contatto dando e ricevendone linfa vitale. Ed eccole, una per una, le venti “arti” esaminate dall’autore: si parte con l’abbigliamento, per passare alle “pitture fra astratto e avanguardia” e quindi, in successione, l’architettura, i cartoon, il cover design, la danza, il documentario, il dvd, la fiction, la fotografia, il fumetto, la graphic novel, la jazz-poetry, la musicazione, la pittura, il rito, i soundies, il soundtrack, il teatro, la televisione.

Ora se i rapporti tra jazz e ad esempio la danza, il cinema, la televisione appaiono chiari e ben documentati, il lettore si chiederà sicuramente quali possano essere le connessioni tra jazz e altre arti ad esempio l’architettura. Ebbene, nella sua accurata analisi Michelone evidenzia come i linguaggi musicali non solo possiedano i propri luoghi di appartenenza, ma giungono persino a stabilire un parallelo tra suono e architettura intesa nel senso più ampio del termine (dall’arredamento all’urbanistica). Ebbene anche in quest’ambito il jazz conserva una sua precisa identità, peculiarità dal momento che occupa ambienti diversi rispetto sia alla musica classica sia al rock. Si parte così dai grandi spazi all’aperto in cui nascono e si sviluppano spiritual e blues, per passare alle case chiuse di Storyville, ai night club…fino ai grandi teatri, alle sale da concerto. E questo è solo un esempio dell’accuratezza, dell’acume con cui Michelone affronta ogni singolo argomento sì da condurre per mano il lettore in questo viaggio straordinario alla scoperta dei tanti, tantissimi legami che uniscono il jazz al mondo delle arti globalmente inteso.

Insomma un volume ricco di sorprese la cui lettura consigliamo anche a chi non si occupa prioritariamente di jazz.

Gerlando Gatto

 

Carlo Rebeschini: le lezioni del Maestro

di Enrica Bacchia

Valdobbiadene 6 agosto 2019. Il tempo uggioso non promette certo bene quando sale sul palco accompagnato per l’occasione dai suoi amici: Gianni Fantuz alla batteria e Massimo Vanzan al basso. Visibilmente debilitato, ma nulla lo può trattenere e per oltre due ore e mezza manda in visibilio il suo pubblico giunto per l’occasione da mezza Italia. Ha regalato una ricca panoramica di brani jazz, rock, prog, funk, blues, quasi estraendo il succo vitale di ogni fraseggio e di ogni accordo, mischiando passione, padronanza della tecnica, cuore e anni di esperienza per farci gustare cocktail di ritmi e di note sapientemente filtrati dalla forte personalità artistica e umana.

È stata l’ultima esibizione del grande Artista Maestro Carlo Rebeschini deceduto il 25 settembre 2019.

Dicembre. Fine anni ’70. Ospitata dai fasci di luce puntati sui musicisti, la densa foschia fluttua con un ritmo decisamente opposto allo swing che ad ogni brano ti sta penetrando sempre più sotto pelle. Un impulso impossibile da tenere a freno: file di scarpe più o meno sincronizzate scandiscono il due e il quattro alternandosi allo snap delle dita. Stasera sembra che anche la fitta nebbia di questo gelido dicembre stia cercando un posto a sedere nel locale gremito di gente che assiste al concerto. Ma gli strati di nebbia che ti arrivano alle narici, trasformati in piccoli vortici danzanti ad ogni passaggio delle cameriere, odorano solo di sigarette. Un odoraccio di fumo che graffia gli abiti, gli spartiti, perfino il mio nuovo microfono, mischiandosi incontrollato ai gin tonic che scorrono nelle vene.

Questa sera, oltre al chitarrista Alberto Negroni, proprietario del primo mitico jazz club in provincia di Treviso, mi sto esibendo con un giovane pianista che incontro per la prima volta, un ragazzo che ad occhio e croce dovrebbe avere più o meno la mia stessa età. Lo sto studiando dall’inizio del concerto: le dita affusolate sanno come ottenere dalla tastiera le sonorità volute con una maestria che, quasi in contrasto con la giovane età, già sottintende una conoscenza rigorosa della tecnica musicale. Riesce a passare dal sound del jazz più tradizionale alla fusion e al rock con grande scioltezza. Senso del ritmo impeccabile, sostituzioni spinte, idee originali. L’assolo che sta eseguendo in “La Fiesta” di Chick Corea apre un portale che, per qualche istante, mi concede di accedere a quel suo fare (o almeno così immagino).

L’impressione è paragonabile a un’arrampicata in solitaria che libera il piacere di tastare appigli e appoggi, osa e al contempo scopre istante dopo istante il passaggio che porta, musicisti e pubblico, sempre più in alto, sempre più nell’emozione liberando la magia della musica… su, su fino alla vetta.

I lunghi capelli sciolti alle spalle, lo sguardo proiettato in una dimensione quasi onirica che osserva senza mettere nulla a fuoco, la presenza totale nella consapevolezza di ogni passaggio mai lasciato al caso e il perfetto interplay che intercorre tra i musicisti: con estrema naturalezza, il pianista sembra lasciarsi trasformare in un tramite e quindi permettere che sia lo stesso standard ad interpretare se stesso. È il primo pianista con cui collaboro che non si sta limitando alla perfetta – e troppo spesso arida – esecuzione tecnica della song. Sa come mantenersi bambino ispirato che scopre con meraviglia ciò che si fa da sé. Ne sono entusiasta: ecco un sognatore, un co-creatore di questo mondo.

Mi sto quasi innamorando del personaggio quando sulle note rarefatte dell’assolo del bassista – le dita sempre saggiamente piantate sulla tastiera – lo vedo chinarsi e bisbigliare qualcosa all’orecchio di un suo vecchio amico pigiato in prima fila, quasi di fianco al palco. Non ci posso credere: gli sta chiedendo i risultati della finale di calcio!

Dopo l’ultima jam, prendo tutto il coraggio che mi ritrovo e mi avvicino a questo sorprendente pianista. Desidero congratularmi per le emozioni di cui ci ha resi partecipi ma allo stesso tempo voglio chiedergli – con un briciolo di presuntuosa sorpresa – come abbia potuto far coesistere così spudoratamente la dimensione tanto coinvolgente dell’Arte con quella più ordinaria del calcio in uno spettacolo tanto coinvolgente come quello di stasera. …E quella sera ricevetti la mia prima lezione dal Maestro.

Con una semplicità quasi confidenziale Carlo iniziò a limare la presunzione tipica di chi, come la sottoscritta, pensava che il solo fatto di ritenersi creativo, bastasse a conferirgli uno status di distacco verso le piccolezze del mondo reale. La mia visione del mondo, a differenza della sua, mi autorizzava a ritenermi una vera Artista (si badi bene, di quelle con la A maiuscola). Un ideale avvalorato dal fatto che allora subivo il fascino, seguendoli sul campo mentre erano intenti alla preparazione del “Prometeo”, di personaggi del calibro di Luigi Nono ed Emilio Vedova (uno dei miei insegnanti all’Accademia di Belle Arti di Venezia); oppure duettavo con Bob Stoloff o Mark Murphy nei locali di mezza Italia ed ero ospite di Giorgio Gaslini e Renato Sellani: insomma, una botta di ego da paura!

Le parole scambiate con Carlo dopo quell’assolo connesso alla partita del campionato di calcio, parole che ricordo ancora a distanza di quarant’anni e che hanno marcato tanto profondamente il mio canto, rimangono quale testimonianza della profondità del suo stile consolidatosi nel tempo: come se si limitasse ad essere un semplice testimone del gioco, nella bilancia della vita aveva contrapposto il peso della musica a quello del calcio facendo rimanere i piatti in perfetto equilibrio. Per usare le parole toccanti di Padre Francesco Rigobello nel rendergli l’ultimo saluto nella splendida Abbazia di Follina gremita di persone fino all’inverosimile, per il Maestro “il valore di ogni singolo aspetto della vita era ed è rimasto sempre grande: sapeva vivere la perfezione dell’Universo” con uno stile empatico, inclusivo, incantato davanti a tutte le forme dell’esistenza.

Settembre 2019. WhatsApp. “È Carlo Rebeschini – dico a mio marito nell’altra stanza – Ha pronto il brano. Ti ricordi… quello che aveva promesso di scrivere per me la sera del Pan e Vin in cui è venuto a cena da noi. Ah… Però mi dice che dobbiamo andare noi da luiCi vieni anche tu?

Il suo bel appartamento di Follina che odora sempre di una fragranza antica, fresca e pulita. Nel tardo pomeriggio settembrino il salone vive di una luce solare brillante. Siamo accolti dal dolce sorriso della moglie Carla ma allo stesso tempo avverto un po’ di sommessa animazione data da una singolare complicità amorevole di tutte le donne di casa.

Ciao Carlo… Eccoci finalmente! – gli dico porgendogli una rosa rossa colta in giardino – Glauco ti ha portato una bottiglia di vino speciale” Un istante di imbarazzo: mi rendo subito conto che vino e morfina non possono andare certo d’accordo.

Il suo solito sguardo presente e solamente un paio di frasi quasi a giustificare la malattia, ancora una volta buttate lì come una confidenza che avesse poco a che fare con il motivo della nostra visita. Non una parola di autocommiserazione. Poi subito la carrozzella si sposta alle tastiere già accese per farmi ascoltare il brano affrescando, con grande trasporto, il significato del titolo abbozzato a matita sullo spartito: “Abbraccio l’Albero”.

Ci stavamo confrontando discorrendo beatamente su tonalità, ritmo, sound, testo della canzone e per una frazione di secondo vidi il personaggio con cui avevo la fortuna di parlare: avevo di fronte colui che era stato docente al Conservatorio di Castelfranco, pianista e clavicembalista dell’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia per 36 anni, direttore dell’Orchestra di Padova e del Veneto, dell’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza e di altre da lui stesso formate, il prezioso collaboratore e arrangiatore a fianco dei grandi come Eddy Busnello, Vinicio Capossela, Marco Paolini, Mango, Ruggeri, Boris Christoff, Sting – solo per citarne alcuni – e ancora l’amico del grande musicista Don Mansueto Viezzer, di cui era stato esecutore e direttore d’orchestra delle principali opere. Riprovavo gli stessi brividi di emozione vissuti nelle cattedrali gremite di pubblico quando le voci dei numerosi coristi che ha diretto centinaia di volte, si facevano trasportare quasi ipnotizzate da quella sua direzione paradossalmente ricca di un’umile autorevolezza.

Avvertivo come in quel paio d’ore stesse scrivendo per noi, nel copione dell’esistenza, una nuova improvvisazione, libera ma connessa al tutto, in un intimo dialogo col mistero stesso della vita e della morte. Ancora una volta lo stavo studiando: sembrava non temesse di accogliere come naturale il semplice pensiero della fine dell’esistenza terrena. A testimonianza di questo avevo notato che, come spesso accade quando l’umano si lascia trasportare dal grande dolore, non aveva permesso che l’essenza negativa dell’infermità intaccasse le stanze, gli oggetti e perfino i suoi cari. La sua volontà appariva così forte che il pensiero della morte (tabù per la nostra cultura) si stava traducendo in una vitalità quasi affrettata che si esprimeva con la mobilità particolare degli occhi o con il massimo disappunto verso la tecnologia che non gli permetteva di trovare il file corretto da passarmi in chiavetta, ma anche con la voglia di suonare ancora e ancora quasi a trovare una sorta di solidarietà benigna con l’ignoto.

Nel viaggio di ritorno verso casa, per parecchi minuti tra me e mio marito non ci fu dialogo. Era evidente che ci sentivamo toccati nel profondo e, tacitamente, non volevamo cedere alla tentazione di esternare qualsivoglia banale commento su ciò che avevamo percepito. Nonostante la gravità della malattia dalle sue labbra non era uscita una sola parola di rammarico, neanche la più piccola lamentela, dimostrando come in questo inevitabile frangente fosse consapevole di trovarsi sul ciglio della scoperta suprema. Per dirottare lo spauracchio del dolore, mi misi a verificare la qualità delle foto dello spartito che avevamo scattato col cellulare, apprezzando la fiducia che Carlo mi aveva dimostrato lasciandomi libera di re-interpretarne sia il testo che la melodia con la promessa che l’avremmo incisa quanto prima.

A distanza di pochi giorni risalivo la bella gradinata di marmo che portava al piano superiore del suo appartamento. I contorni grigi degli amici e parenti più stretti, in attesa di assistere alla cerimonia funebre che si sarebbe tenuta di lì a poco contrastava con l’energia leggera e ancora una volta ricca di luce che si diffondeva in quello che era stato il salone/studio di Carlo Rebeschini, stranamente libero da persone. Rimasi da sola per qualche minuto e respirai a fondo quell’essenza brillante fatta di tutto l’amore di quella famiglia, di musica e soprattutto del grande Maestro.

Enrica Bacchia