L’UOMO ALBERO: Dino Betti van der Noot al Teatro Franco Parenti di Milano

Un po’ Prospero, mago saggio severamente bonario o bonariamente severo, un po’ Ariel, spirito dell’aria, l’altra sera Dino Betti solcava a passo svelto e dinoccolato il palcoscenico, nonché il traguardo degli 83 anni, festeggiatissimi come diremo poi. Uno a uno, i musicisti della sua orchestra venivano invitati ad accomodarsi sulle loro sedie, dove trovavano ad attenderli impassibili gli strumenti. Un cenno svelto del Maestro e la musica cominciava a piovere dal soffitto del “Franco Parenti” gremito di pubblico. Si dice, del jazz, che questa musica ha raggiunto ormai ‘un’età’. Ricordarlo non sembri mancanza di rispetto. L’arte sonora afroamericana, infatti, dalle prime esperienze rupestri fino al chill-out che sprizza dalle stazioni radio alla moda, passando per il radicalismo integrale e le contaminazioni più singolari, quest’arte, dicevo, ne ha viste di cotte e di crude e oggi il ‘jazz’ è un bel signore in doppiopetto che porta con disinvoltura, a guisa di ombrello al braccio, un secolare bagaglio i cui princìpi vengono impartiti oramai nelle scuole insieme ai capitoli dei “Promessi Sposi”.

La musica di Dino Betti, però, il “suo” jazz, somiglia al suo creatore: non invecchia e non è interessato a farlo. Betti, da buon milanese, quantunque nato in Liguria, a Rapallo, ha troppe cose da organizzare per occuparsi di inezie come le ingiurie del tempo. Come non capirlo? La sua ricerca, come tutti sanno, si indirizza verso la dimensione del gruppo allargato, o big band. A cadenze regolari l’incessante suo percorso creativo viene fotografato e stampato in opere discografiche che sono altrettanti mattoni di una casa sonora il cui completamento, per fortuna, è di là da venire.

La predilezione per l’organismo collettivo di improvvisatori non deve stupire, essa è l’amplificazione più naturale, direi l’unica possibile, della mente di questo musicalissimo uomo- albero ossigenante, mente dotata di molti rami frondosi dai quali si dipanano variegati frutti ognuno con un sapore, un profumo e una consistenza diversi, molteplici foglie, radici avventizie. Pertanto un sol musicista, o due, o tre, o quattro, non potranno restituire la multiforme attitudine alla vita dei suoni di questo musicista ‘plurale’. Per errore di battitura avevo scritto “altitudine alla vita” e, forse, avrei dovuto lasciare il termine sbagliato come più adatto all’uomo ‘stratosferico’ che qui si racconta. Nulla mai di basso, di infimo, di sporco, di irragionevole alberga infatti nell’universo di questo musico. Ma a differenza del Paradiso cattolico, nel quale solo il meritevole viene eletto, la sua musica è uno spazio aperto a tutti: sofisticata ma transitiva, accessibile e lontana dalle trite consuetudini. A voler tenere un discrimine puramente musicale nel parlare del concerto dello scorso 18 settembre, che poi era una presentazione del nuovo CD “Two ships in the night” (Audissea Records) diremo per sommi capi che i suoi brani sono architetture ampie e strutturate. Gli episodi vengono fusi e fatti funzionare all’interno di un preciso meccanismo lirico, che, per usare le parole del suo autore “deve evocare, non descrivere”.

Il cielo coloratissimo, delle sue composizioni, è ricco di un armonismo avvolgente nel quale si ritrovano molti accordi ‘puri’ accanto a fusioni armoniche più ricercate. In questo panorama, che rassicura l’ascoltatore facendolo sentire a proprio agio, gli interventi dei solisti veicolano le istanze più problematiche, più ‘rischiose’ della musica… la creatività è lasciata a briglia sciolta e non mancano, nelle sortite individuali, suggestioni ‘free’ e ombreggiature rock, cioè a dire le tendenze più evolute di un tempo, il nostro, così avaro di coraggio musicale. La dialettica tra solisti/figli e orchestra/madre (non mi è possibile declinare la musica di Dino Betti al genere maschile, non riuscendola a concepire diversamente da una Cerere generosa dalle mani paffute cariche di doni della terra) funziona egregiamente, questa a tenere per mano quelli, mentre scalpitano, corrono a coppie, si abbracciano. Simile al tripode delfico, l’orchestra poggiava, caso non frequente, su tre piedistalli ritmici: la batteria, ricca di colori e ammirevole, di Tiziano Tononi, i tabla del virtuoso Federico Sanesi e la batteria, esattissima, di Stefano Bertoli. Questo sincretismo, spiegava l’autore, rimanda alle stratificazioni culturali e ai debiti contratti dalla musica ‘afro-americana’ con altre culture.

Limitato e gustoso l’uso dell’elettronica, mentre ingegnosi sono parsi svariati allacciamenti timbrici, ad esempio tra violino e tromba. Tutti i solisti sono stati straordinari e all’altezza del compito e vanno citati senza esclusioni : Gianpiero LoBello, Alberto Mandarini, Mario Mariotti, Paolo De Ceglie, trombe; Luca Begonia, Stefano Calcagno, Enrico Allavena, Gianfranco Marchesi, tromboni; Sandro Cerino, Andrea Ciceri, Giulio Visibelli, Rudi Manzoli, Gilberto Tarocco, ance; Luca Gusella, vibrafono; Emanuele Parrini, violino; Niccolò Cattaneo, pianoforte; Filippo Rinaldo, tastiere; Vincenzo Zitello, arpa bardica; Gianluca Alberti, basso elettrico; Stefano Bertoli, batteria; Tiziano Tononi, percussioni; Federico Sanesi, tabla. A loro molte lodi. Colpisce in modo speciale nella musica di Dino Betti la costruzione delle melodie che, rispolverando l’antica locuzione wagneriana, si direbbero ‘infinite’: cerimoniali, intense, mutevoli, un pò alla Rachmaninov, ieratiche a volte, cantabili sempre, leggermente destabilizzate ritmicamente. Un melodismo in perfetto equilibrio sulle proprie gambe, che non sente il bisogno di saturazioni d’armonie, polifonie ed atonalità per procedere a testa alta, con sonnambulistica intelligenza. Melodie “pensanti”?

Negli applausi, lo accennavamo all’inizio, c’era un sottinteso. Non si celebrava infatti solo un’occasione musicale ma anche di vita: l’ottantatreesimo genetliaco del maestro Dino Betti. Ognuno sarebbe concorde nell’affermare che gli anni li portano benissimo sia lui sia la sua musica. Ci attendono quindi nuove avventure. Lunga vita ad entrambi. Dopo il concerto, tra il pubblico, felicità e molti sorrisi, a suggellare una festa bella per tutti.

Massimo Giuseppe Bianchi

 

 

Francesco Branciamore: dalla batteria al piano solo

Francesco Branciamore si è affermato, nel corso degli ultimi anni, come uno dei più originali e preparati batteristi del pur variegato panorama jazzistico nazionale. Non a caso il suo curriculum è ricco di prestigiosi riconoscimenti e di preziose collaborazioni con artisti di assoluto livello internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Lee Konitz, Evan Parker, Barre Philips, Ray Mantilla, Keith Tippet, Pier Favre, Paul Rutherford, Michel Godard,  Enrico Rava, Gianluigi Trovesi, Enrico Intra, Eugenio Colombo, Paolo Fresu… Senza trascurare le numerose musiche scritte per spettacoli teatrali e cinematografici nonché i tanti album registrati a partire dal 1987.

Insomma quel che si dice un artista maturo, completo, capace di esprimersi compiutamente. Eppure questa dimensione evidentemente stava stretta all’artista siciliano che, abbandonata l’oramai comoda veste di drummer, fa il gran salto e si presenta al pubblico e alla critica cambiando strumento: eccolo quindi incidere in piano solo «Aspiciens pulchritudinem» per la Caligola.

In repertorio nove pezzi, tutti scritti da Francesco, di durata variabile dal minuti e mezzo a tre minuti, con una ottima presa di suono che esalta lo splendido Steinway a disposizione dell’artista.

Nove brani ispirati dalle parole di Charlie Haden sull’essenza della musica riportate nella copertina dell’album “Voglio allontanare le persone dalla bruttezza e dalla tristezza che ci circondano ogni giorno e portare musica bella e profonda a quante più persone posso”.

Ed in effetti ascoltando l’album si avverte una precisa sensazione: il desiderio dell’artista di lasciarsi trascinare dalle emozioni, di camminare ad occhi chiusi sulla strada suggerita dagli stati d’animo del momento. Di qui un’atmosfera soffusa, profondamente intimista; di qui un pianismo oserei dire delicato, senza alcuno sfoggio di tecnica, ma funzionale all’espressività; di qui una ricerca della linea melodica che caratterizza tutti i brani, alcuni soffusi da una evidente melanconia (“Saudade”).

Particolarmente apprezzato, da parte del vostro cronista, il pezzo dedicato al trio EST del compianto Esbjörn Svensson (“Thinking to EST”).

Questa nuova impresa di Francesco Branciamore sarà presentata il 20 settembre nella sala concerti dello splendido Palazzo Nicolaci di Noto, a metà novembre presso la Libreria Feltrinelli di Messina e quindi all’Auditorium della sede Rai di Palermo.

Gerlando Gatto

 

 

Una nuova recensione del libro “L’altra metà del Jazz” di Gerlando Gatto

Continua il percorso del secondo libro del nostro direttore, Gerlando Gatto, “L’altra metà del Jazz”, tra presentazioni in tutta Italia e recensioni. Pubblichiamo con grande piacere l’ultima di esse, scritta dal filosofo e critico musicale Neri Pollastri, pubblicata su All About Jazz, che ringraziamo.

L’altra metà del jazz
Gerlando Gatto
255 pagine
ISBN: 978-88-97705-81-9
Kappa Vu, Udine
2018″Circa un anno dopo il suo Gente di Jazz (clicca qui per leggerne la recensione) Gerlando Gatto torna a pubblicare un nuovo libro di interviste. La novità—come annuncia il titolo parafrastico—sta nel tipo di protagonisti delle interviste: L’altra metà del jazz sono infatti le interpreti femminili di questa musica, quelle “voci di donne nella musica jazz”—come recita il sottotitolo—spesso trascurate in misura perfino maggiore rispetto a quanto già non avvenga in altri ambiti della società e ciononostante—come ben mostra l’ampiezza del libro—tutt’altro che marginali sia numericamente, sia qualitativamente.

Altra cosa che differenzia il presente lavoro dal suo antecedente è che le interviste siano state in larga misura realizzate appositamente per questa raccolta, quindi quasi tutte piuttosto recenti. Con qualche eccezione, talvolta eccellente—l’intervista a Tiziana Ghiglioni unisce un’intervista del 1990 con una del 2013, così da integrare momenti diversi della sua vita, mentre quella a Karin Krog è del 1991—talvolta anche dolorosa—come nel caso di due artiste oggi scomparse, la cantante norvegese Radka Toneff, suicidatasi nel 1982, e la pianista catanese Dora Musumeci, brillante pioniera del nostro jazz investita da un ignoto pirata della strada nel 2004.

Tra le ben trenta artiste intervistate—delle quali undici sono straniere—troviamo figure di primo piano accanto ad altre meno conosciute, scelta che permette da un lato di vedere più da vicino musiciste delle quali già si apprezza la produzione, dall’altro di venire a conoscenza di artiste ignote ai più. Per tutte, comunque, le interviste toccano tanto il versante artistico, quanto quello personale, per provare a comprendere in che modo le donne vivano un mondo popolato perlopiù di uomini e anche in come questi ultimi si relazionino con loro. Da questo punto di vista, la buona notizia è il fatto che le intervistate alle quali venga richiesto (non tutte, ma molte) se si siano imbattute in più o meno pressanti “richieste indecenti,” rispondono nella quasi totalità negativamente e anche le poche che non lo fanno affermano di essersi liberate con un semplice diniego. Ma ovviamente l’esplorazione fatta da Gatto del rapporto tra femminilità e attività artistica in ambito jazz non si limita a questo e tocca molteplici temi, intrecciandosi con quelli relativi all’attività artistica.

Anche la selezione delle artiste è piuttosto varia sia per tipo di interpretazione, sia per genere: molte, ovviamente, le cantanti, da Dee Dee Bridgewater a Youn Sun Nah, passando per Karin KrogSarah Jane Morris e molte delle migliori voci nostrane; diverse le pianiste, con Myra MelfordIrene Schweizer, e Hiromi Uehara, senza dimenticare Rita Marcotulli e appunto la Musumeci; ma non mancano giovani sassofoniste come Giulia Barba, contrabbassiste come Silvia Bolognesi, fino all’arpista Marcella Carboni.

Lo spessore delle singole interviste dipende ovviamente dall’interlocutrice. A nostro personalissimo giudizio sono sembrate particolarmente interessanti quelle della Melford e della Schweizer, mentre tra le italiane quelle di Petra Magoni e Ada Montellanico. Una nota particolare meritano tuttavia le interviste a Enrica Bacchia, vocalist dallo straordinario percorso di ricerca, e a Donatella Luttazzi, figlia di Lelio, per lo spessore umano che vi traspare. Ma, con pochissime eccezioni, tutte le interviste sono interessanti, vuoi per quanto le artiste hanno da comunicare, vuoi per il garbo con cui sono realizzate.

Un bel libro, che Gatto confessa di aver messo in cantiere dopo alcune critiche ricevute per l’assenza di figure femminili nel suo lavoro precedente. In effetti, da questo punto di vista si tratta di un libro che si può a buon diritto definire necessario.” (Neri Pollastri)

courtesy: All About Jazz

 

Adam Pieronczyk Quintet al Civitafestival 31 edizione

Le foto sono di LAURA GIROLAMI

CIVITAFESTIVAL

Forte Sangallo, Cortile Maggiore

Venerdì 12 luglio 2019

Ore 21:30

Adam Pieronczyk Quintet

Adam Pieronczyk, sax tenore e soprano
Ramberto Ciammarughi, pianoforte
Jacopo Ferrazza, contrabbasso
John B. Arnold, batteria

guest Fabio Zeppetella, chitarra elettrica

Trentunesima edizione del Civita Festival: una volta di più il direttore artistico Fabio Galadini riesce a portare a casa un Festival denso di eventi di ogni genere, quest’ anno senza alcun contributo pubblico, ma solo con sponsor e incassi di biglietti di ingresso a prezzi popolarissimi, che si svolgono per la maggior parte nello stupendo Cortile Maggiore del Forte Sangallo. Teatro, Danza, Musica, Reading, una varietà di spettacoli davvero notevole, un successo di pubblico altrettanto notevole: un pubblico variegato di esperti, appassionati, ma anche di curiosi, a riprova che se si investe nella cultura in maniera intelligente la gente risponde eccome. Anche quest’anno, come ogni anno.

Tra gli eventi il concerto del quintetto di Adam Pieronczyk. Un gruppo inedito, formatosi per l’occasione, con la regia del batterista John B.Arnold. Una regia attenta che ha messo insieme cinque musicisti portatori di personalità musicale alquanto spiccata. Questo è ciò che è accaduto al Forte Sangallo, o meglio, ciò che io ho visto e ascoltato accadere dal mio punto di vista (e di osservazione)

Adam Pieronxczyk apre il concerto con un assolo di sax: una intro libera che dopo qualche minuto svela il tema portante del brano, che viene doppiato dalla mano sinistra di Ramberto Ciammarughi al pianoforte, e dal contrabbasso di Jacopo Ferrazza. John B. Arnold entra con la batteria, senza toccare il rullante, insistendo sui tom e sui ride. La chitarra di Fabio Zeppetella comincia ad incalzare ed elegge ad alter ego, in un dialogo serrato, il pianoforte. Il suono potente del contrabbasso tira le fila della tessitura complessiva, fino all’ assolo di Ciammarughi.

Un assolo in cui idee estemporanee si intrecciano con frammenti del tema principale, mai buttati via. La mano destra e la mano sinistra sono totalmente indipendenti tra loro, è come ascoltare l’esecuzione di due strumenti, due linee complementari, non linea principale e accompagnamento.
Segue l’improvvisazione di Pieronxczyk: un fraseggiare legato, melodico, denso di idee ma aperto alle sollecitazioni degli accordi pieni del pianoforte e del procedere instancabile del contrabbasso.

Al rientro in scena della chitarra elettrica, con una nota ribattuta ostinata, il volume si intensifica fino ad un massimo che poi gradualmente si assottiglia: si torna al sax che rimane solo, come all’inizio, e che sussurra, fino all’ultimo armonico.

Il secondo brano comincia con sax e contrabbasso all’unisono: la batteria colora con suoni sospesi. Il pianoforte interviene con tocchi sporadici. Si unisce all’unisono anche la chitarra, unico suono non acustico. A un breve silenzio, suggestivo, segue il tintinnare del ride e una sezione in quartetto. Il (doppio) pianoforte di Ciammarughi, la batteria di Arnold, il contrabbasso di Ferrazza e la chitarra di Zeppetella procedono insieme in un dialogo serrato, fino a quando non entra Pieronxczyk. Tacciono chitarra e piano, e un nuovo trio entra in scena: contrabbasso, batteria e sax.
Su giri armonici semplici si imperniano idee suggestive. La composizione dei musicisti sul palco cambia continuamente dando adito a una ricerca sonora e timbrica costante.

Quando il dialogo è tra Pieronxczyk e Ciammarughi, in alcuni brani che prevedono questo inizio, il sax accenna il tema e il pianoforte prende corpo lentamente, passando da una leggera scansione armonico – ritmica ad una interazione paritaria. Niente è mai ripetuto, ma, allo stesso tempo, nessun “mattoncino sonoro” viene prematuramente abbandonato. Una cellula melodica, o ritmica, può nascere dal sax, passa alla chitarra elettrica, rimbalza sul pianoforte, viene ripresa dal contrabbasso, mentre anche la batteria riesce a cantarla. Il tutto veleggiando tra momenti adrenalinici ed episodi intimisti, passando per molte sfumature possibili.
Dimenticavo di scrivere che tutta la musica suonata, bis compreso, è stata musica originale.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un quintetto, come accennavo, che – poste precedenti collaborazioni tra alcuni di loro, come quella lunghissima tra Ramberto Ciammarughi e Fabio Zeppetella, o quella tra John B. Arnold e Adam Pieronxczyk, si è costituito per la prima volta proprio in occasione del Civitafestival.
I musicisti, come spesso accade in questi casi, hanno provato poco prima di suonare: le possibilità di solito sono due. Si può assistere a una Jam Session, magari anche di altro livello, o si assiste a un concerto in cui non si improvvisa su schemi prevedibili, ma si compone estemporaneamente qualcosa di nuovo e, chissà, anche irripetibile.
Ho assistito alla performance di un quintetto affiatato, composto da cinque musicisti capaci di dare forma comune e suggestiva alla spiccata personalità di ognuno, estemporaneamente.
Ho notato i dialoghi serrati tra Fabio Zeppetella e Jacopo Ferrazza: chitarra elettrica e contrabbasso intrecciati in una trama base fondante della pienezza, della compiutezza del sound complessivo. E protagonisti di assoli interessanti e intensi.
Ritengo una fortuna quella di aver avuto la possibilità di ascoltare Ramberto Ciammarughi, artista tanto defilato quanto originale, capace di essere delicato e vulcanico, ovvero dall’espressività sanguigna, torrenziale, ma anche improvvisamente intimista. Consiglio a tutti di non perdere i pochi concerti cui cede: è un pianista originale, dallo stile del tutto particolare.
Non conoscevo Adam Pieronxczyk: è stato una bella scoperta, ho trovato il suo modo di suonare singolarmente in equilibrio tra una spiccata vena melodica e una istintiva propensione alla sperimentazione, con fraseggi inusuali che spiccano durante le parti in solo o l’esposizione dei temi ma anche la capacità di intrecciarsi con il resto del gruppo diventando parte di un voicing interessante anche quando le sequenze armoniche sono costruite su schemi semplici.
John B. Arnold fa parte di quel voicing: con la sua batteria spesso va oltre l’accompagnamento ritmico e si inserisce armonicamente nel tessuto complessivo. Davvero un bellissimo suono.

 

Krall, Galliano, Lloyd, Kidjo Quattro artisti di classe per l’estate romana

Diana Krall, Richard Galliano, Charles Lloyd, Angelique Kidjo: questi gli artisti che ho ascoltato nel corso delle ultime due settimane a Roma.

Le motivazioni che mi hanno condotto a questi concerti sono piuttosto diversificate e forse vale la pena spendervi qualche parola.

La Krall non è mai stata in cima alle mie preferenze: l’ho sempre considerata una brava musicista, ma non un fenomeno, anche perché il suo canto non mi prende, non mi commuove. Ma allora, mi si potrebbe chiedere, perché sei andato a sentirla? La risposta è semplice: mi intrigava la formazione portata qui a Roma. Non a caso un amico, che come me ha visto il concerto del 14 luglio alla Cavea dell’Auditorium – e del quale non farò il nome neanche sotto tortura – mi ha detto scherzando ma non troppo, “certo, se mi fossi presentato con quel gruppo anch’io avrei avuto successo”.  In effetti l’artista canadese si è presentata con una formazione davvero stellare comprendente Joe Lovano al sax tenore, Marc Ribot alla chitarra ed una ritmica di sicuro spessore con Robert Hurst al basso e Karriem Riggins alla batteria. Ora, con una front-line composta da uno dei migliori tenorsassofonisti oggi in esercizio e da un chitarrista che viene unanimemente considerato un vero e proprio genio dello strumento, tutto diventa più facile. Ed in effetti a mio avviso i momenti più alti della performance si sono avuti quando la Krall ha dialogato con i suddetti jazzisti e quando sia Lovano sia Ribot si sono prodotti in assolo tanto entusiasmanti quanto lucidi e pertinenti. Intendiamoci: la Krall ci ha messo del suo; ha cantato e suonato con la solita padronanza impreziosita da quella presenza scenica che tutti le riconoscono. In un frangente ha accusato anche una piccola defaillance canora, superata con disinvoltura, e il concerto è stato sempre costellato dagli applausi del pubblico. Anche perché il repertorio era di quelli che non possono non piacere; abbiamo, quindi, ascoltato, tra gli altri, “I Can’t Give You Anything But Love”, “I Got You Under My Skin”, “Just Like A Butterfly That’s Caught In The Rain” (con un toccante assolo di Ribot, forse una delle cose migliori della serata), “The Boulevard Of Broken Dreams (Gigolo And Gigolette)” e “Moonglow”. Alla fine un bis e lunghi applausi per tutti.

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Il 16 luglio eccomi alla Casa del Jazz per ascoltare Richard Galliano nell’ambito de “I concerti nel parco”. Per lunga pezza ho considerato Galliano un artista assolutamente straordinario, forse l’unico capace di ricreare le atmosfere care a Piazzolla. Negli ultimi tempi non mi aveva però convinto data l’ansia di suonare sempre troppo durante i concerti. Ricordo una serata di qualche anno fa in cui Galliano si esibì in duo con Gonzalo Rubalcaba: ebbene, in quella occasione il pianista cubano si trovò in evidente difficoltà dinnanzi ad uno straripante Galliano. Anche in questo caso, quindi, sono andato a risentirlo perché mi interessava il contesto, vale a dire la presenza del flautista Massimo Mercelli e dei “Solisti Aquilani Quintet” con Daniele Orlando e Federici Cardilli violini, Gianluca Saggini viola, Giulio Ferretti violoncello e Alessandro Schillaci contrabbasso.

E le mie attese non sono andate deluse in quanto Galliano ha suonato con misura, adeguandosi al gruppo e soprattutto al repertorio scelto che comprendeva musica classica, jazz e qualche tango. Insomma una serata assolutamente eccezionale: in effetti l’intesa tra Galliano, il flautista e il quintetto d’archi è apparsa assolutamente perfetta dando vita ad un’ora e mezza di musica sempre eseguita su altissimi livelli tecnici e interpretativi, in grado, perciò, di soddisfare anche l’ascoltatore più esigente, al di là di qualsivoglia barriera stilistica.

Il concerto si è aperto con “Contrafactus per flauto e archi” del musicista siciliano Giovanni Sollima, eseguito da Massimo Mercelli e i solisti aquilani. Il titolo – come ha spiegato lo stesso Mercelli – si riferisce alla prassi medioevale della contraffazione e il brano è basato su un frammento della venticinquesima variazione delle Goldberg di Bach, una delle più difficili. Il brano ha dato quindi la misura di quello che sarebbe stato l’intero concerto, vale a dire una sorta di incontro tra classico e contemporaneo, nell’intrecciarsi di note, di situazioni che svariavano dall’Argentina di Piazzola alle Venezia del ‘600 di Antonio Vivaldi, alla Germania barocca di Bach.

Dopo il brano di Sollima, è comparso Galliano accolto da un fragoroso applauso. Il fisarmonicista ci ha deliziato con le interpretazioni di “Milonga del Ángel per violino e archi”, di Astor Piazzolla, cui ha fatto seguito una nuova composizione, “Jade concerto per flauto e archi”. Evidentemente dedicata a Mercelli, la suite si compone di tre parti, la prima – illustra Galliano – è un valzer new musette, tinto di jazz e di swing, la seconda una pavana che esplora il suono soave del flauto basso, la terza un movimento perpetuo alla maniera dello chorinho che mette in luce tutti i possibili dialoghi tra il flauto e gli archi”.

Dopo la versione per fisarmonica di un concerto di Bach, ecco “Opale concerto per fisarmonica e archi” dello stesso Galliano; avviandosi alla conclusione, Galliano esegue, tra l’altro, “Primavera Porteña per fisarmonica e archi” di Vivaldi nell’arrangiamento del fisarmonicista, per chiudere con il celebre “Oblivion” di Piazzolla.

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Il 19 luglio ancora alla Casa del Jazz per ascoltare un mio idolo di sempre. Era il 1968 quando, in occasione della mia laurea, un amico già esperto di jazz, mi regalò “Forest Flower: Charles Lloyd a Monterey”, un album dal vivo registrato al Monterey Jazz Festival nel 1966 dal Charles Lloyd Quartet con Keith Jarrett, Cecil McBee e Jack DeJohnette. E fu innamoramento al primo ascolto, innamoramento che dura tutt’oggi. In effetti “Forest Flower” resta uno dei miei dischi preferiti, sicuramente quello più ascoltato e quindi più rovinato.

Tra i tanti meriti di questo straordinario artista mi piace ricordare il fatto che nelle sue formazioni si sono messi in luce alcuni dei più grandi pianisti che il jazz abbia mai vantato, quali Keith Jarrett nel biennio 1966-1968 e Michel Petrucciani all’inizio degli anni ’80.

A Roma si è presentato con una nuova formazione “ Kindred spirits” che unisce i talenti chitarristici di Julian Lage e Marvin Sewell e la sua fedele ritmica composta da Reuben Rogers batteria e percussioni  ed Eric Harland contrabbasso. Il gruppo è certamente ben affiatato, con una forte impronta quasi funky, ma non del tutto originale. In altre parole mi sembra che il modern mainstream si vada sempre più caratterizzando per una sorta di connubio tra jazz e rock in cui, non a caso, la chitarra assume un ruolo di assoluto primo piano. Così è in questo nuovo gruppo in cui Julian Lage e Marvin Sewell sono sempre in bella evidenza; comunque, il perno resta lui, Charles Lloyd, che, ad onta dell’età (81 anni), si fa ammirare per la straordinaria energia creativa e per l’indefessa volontà di cercare nuove vie espressive sia al flauto sia al sax tenore che ancora oggi lo caratterizzano. Non a caso egli stesso si definisce “un cercatore di sound. Quanto più mi immergo nell’oceano del sound – ama ripetere – tanto più sento l’esigenza di andare sempre più in profondità”. Certo, il tempo non è passato invano, i segni dell’età si sentono, si avvertono nel suono non più corposo come prima, si avvertono nel fraseggio fluido ma non come un tempo, egualmente quel passare con disinvoltura dalle tonalità più alte a quelle più basse è sempre lì ma si nota qualche indecisione prima assolutamente impensabile. Ma il fascino resta sempre quello di un tempo, straordinario, immarcescibile!

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Il 24 luglio eccomi ancora alla Cavea dell’Auditorium per Angelique Kidjo che avevo ascoltato il 25 novembre scorso sempre all’Auditorium in chiusura dell’edizione 2018 di RomaEuropa Festival.

Purtroppo la serata non è andata nel verso giusto… almeno per me. In effetti gli organizzatori hanno deciso di far aprire la serata al trio della vocalist Eva Pevarello che nulla ha aggiunto alla mia voglia di sentire buona musica… anzi mi ha costretto a lasciare il concerto prima della fine in quanto la Kidjo ha cominciato a cantare una mezz’ora dopo rispetto a quanto avevo previsto e muovendomi io con i mezzi, correvo il rischio di perdere l’ultima metro. Per non parlare della poca gentilezza – per usare un eufemismo – di un addetto alla sicurezza che si è rifiutato di fornirmi le sue generalità dopo che io avevo fornito le mie. Peccato ché episodi del genere non fanno bene ad una struttura per altri versi condotta bene.

Ciò detto ho trovato la performance della Kidjo piuttosto ripetitiva: in repertorio come l’altra volta il nuovo disco “Remain in Light”, l’album dei Talking Heads registrato dal gruppo insieme a Brian Eno nel 1980 e contaminato dalla poliritmia africana (esplicito il richiamo a Fela Kuti), dal funk e dalla musica elettronica. Introducendo dei testi cantati in lingue del suo paese d’origine (Benin, stato dell’Africa occidentale) e percussioni trascinanti, la vocalist ha realizzato un album più africanizzato rispetto all’originale e più accessibile. E il gradimento del pubblico non è mancato. Nella seconda parte del concerto il pubblico si è accalcato sotto il palco rispondendo così ai ripetuti inviti della Kidjo a cantare, ballare senza comunque dimenticare i molti problemi dell’oggi, dal rispetto dovuto a tutte le donne, all’invito ad apprezzare le diversità (“Se mi guardo allo specchio – ha detto la Kidjo – e vedo sempre un viso uguale al mio, dopo un po’ che noia”)… sino alla denuncia contro la pratica molto diffusa in Africa dei matrimoni combinati tra uomini adulti e bambine di dodici, tredici anni. Non potevano altresì mancare due classici della musica africana come “Mama Africa” e il celeberrimo “Pata Pata” portato al successo da Miriam Makeba. E intonando questi pezzi la vocalist si è immersa nell’abbraccio del pubblico prima scendendo in platea e poi invitando molti giovani a raggiungerla sul palco per chiudere con una sorta di festa collettiva.

Gerlando Gatto

I NOSTRI LIBRI

Camilla Poesio – “Tutto è ritmo, tutto è swing”- Quaderni di storia – Le Monnier – pgg.175 – € 14,00
Mai volume fu più attuale, forse al di là delle stesse intenzioni dell’autrice. In un momento storico in cui si parla tanto di fascismo, come se le camice nere fossero nuovamente in agguato alle porte di Roma, Camilla Poesio, Dottore di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in cotutela con la Freie Universität di Berlino, ci ricorda in poche pagine cos’era realmente il fascismo. Un regime liberticida, in cui nessuna forma di dissenso era tollerata, un regime che invadeva pesantemente ogni aspetto della vita del cittadino, decidendo per lui cosa fare, quali divertimenti scegliere, con quali restrizioni e quali permessi. Un regime che pretendeva addirittura di comandarti quali canzoni ascoltare e quali no, che censurava anche i titoli dei pezzi americani…arrivando al ridicolo di italianizzare “St. Louis Blues” in ” La tristezza di San luigi”.
Ebbene la Poesio incentra la sua analisi su quale fu, in quegli anni, la sorte del jazz nel nostro Paese, e lo fa con lucidità e precisione. Il jazz era giunto nel nostro Paese con i transatlantici di ritorno da New York, con gli emigrati, le grandi orchestre in tournée, i balli ma soprattutto la radio e il cinema. Per non parlare del fatto che alcuni illustri esponenti della nuova musica, quali Cole Porter, soggiornarono per un certo lasso di tempo, in alcune località italiane quali Venezia.
Ecco quindi uno scenario per lo meno contraddittorio al cui interno le autorità dominanti da un lato cercano di impedire la diffusione del jazz come musica proveniente dagli States, dall’altro, però, si rendono conto che questa musica fa presa sugli ascoltatori italiani, specie i più giovani, e cercano quindi di limitare i danni. Cosa fare, dunque? Giocando di sponda anche con la Chiesa che cannoneggia un giorno sì e l’altro pure contro i nuovi ritmi considerandoli amorali e pericolosi, il regime fascista cerca di incorporare nel suo seno anche queste nuove espressioni artistiche ma non ci riesce ché anche sotto le spire di una censura sempre più opprimente, il jazz conserva una propria identità con cui poi giunge sino ai nostri giorni.
Tutto ciò lo trovate ben illustrato nel libro in oggetto che caldamente raccomandiamo a chi segue queste vicende. Il volume è corredato da una ricca bibliografia e da un utile indice analitico
Un’ultima notazione di carattere metodologico: bisogna una volta per tutte mettersi d’accordo sulle note. Sono importanti o no? Se un autore le mette, e in gran quantità come in questo caso, è perché ritiene che debbano essere lette. Allora perché riunirle tutte alla fine del volume costringendo il lettore volenteroso ad un avanti e indietro con le pagine che alla fine ti stanca e lasci perdere? Non sarebbe molto più opportuno collocarle a piè di pagina?

Neri Pollastri – “Riccardo Tesi – Una vita a bottoni” – Squilibri – pgg 306 con CD – € 22,00

Ho conosciuto Riccardo Tesi nel 1994 a Sassari mentre stava registrando un disco, per altro molto bello, “Islà”, con un gruppo comprendente tra gli altri, Enzo Favata, Marcello Peghin, Federico Sanesi e Salvatore Maiore. Ne ebbi subito un’ottima impressione non solo del musicista, straordinariamente bravo ed originale tanto da essere considerato già allora il migliore organettista italiano, ma anche dell’uomo, aperto, cordiale, simpatico, che se aveva qualcosa da dire te la comunicava senza tanti orpelli.

Devo dire che questa impressione mi è stata confermata tutte quelle volte – in realtà non moltissime – in cui ci siamo successivamente incontrati. Ed in tutti questi anni Tesi si è costruito una solida reputazione affermandosi come uno dei musicisti più autorevoli della scena world europea, un musicista capace di far dialogare le sonorità “contadine” dell’organetto con il rock e con i più sofisticati linguaggi del jazz, della musica colta. Il tutto impreziosito dalle numerose collaborazioni con musicisti di assoluto livello internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Caterina Bueno, Patrick Vaillant, Kepa Junkera, Gabriele Mirabassi e Gianlugi Trovesi. Ed è lo stesso Tesi a spiegare questo suo percorso: “ho studiato la musica del centro-sud Italia, quella sarda, ma poi ho capito che non sarei mai potuto diventare un musicista tradizionale. Ed è allora, quando mi sono messo a cercare la mia strada, che sono riaffiorati anche tutti i ricordi delle tante musiche che avevo ascoltato in passato: il rock, il jazz, la canzone d’autore, musiche distanti ma unite da un denominatore comune, il Mediterraneo, inteso come pensiero e come sensibilità”.

E’ quindi con grande piacere che mi sono accinto a leggere questo volume di Neri Pollastri sicuro di ritrovarvi tutte quelle caratteristiche umane e artistiche che ai miei occhi avevano caratterizzato Riccardo Tesi. E le mie attese non sono andate deluse.

Con quello stile essenziale e chiaro che lo contraddistingue, Neri Pollastri racconta la carriera di Tesi. Il volume è articolato in ben 30 capitoli che corrispondono grosso modo ad altrettanti momenti della vita artistica del musicista. Si parte, così, dai “primi passi con Caterina Bueno” per chiudere con un contributo di Ezio Guaitamacchi, critico musicale. In mezzo le varie tappe della carriera di Tesi raccontate con dovizia di particolari, impreziosite da un canto da interventi dello stesso Tesi, dall’altro da testimonianze di vari personaggi che con lui hanno collaborato. Ma non basta ché spinto dalla necessità di argomentare al meglio i contenuti del volume, Neri Pollastri illustra brevemente la storia dell’organetto, mentre Tesi ci racconta la bontà degli strumenti costruiti dalla ditta Castagnari, sul mercato da generazioni.

Prima del già citato contributo di Guaitamacchi, il volume contiene una interessante intervista dello stesso Neri Pollastri a Riccardo Tesi nel tentativo, all’approssimarsi del sessantesimo compleanno dell’artista, di “capire meglio l’uomo e il musicista rivolgendogli alcune domande dirette non solo su questioni artistiche ma anche personali e umane”.

Il volume è completato dagli spartiti di “Fulmine” e “Pomodhoro”, due brani di Riccardo Tesi, una ben articolata discografia (comprendente anche le collaborazioni), un ricco corredo fotografico e soprattutto un cd di brani selezionati che illustrano assai bene l’arte di Riccardo.

Gerlando Gatto