Lee Konitz: dopo Charlie Parker il più grande altosassofonista. Il musicista è venuto a mancare a 93 anni a causa del Coronavirus

Stanno cadendo come i birilli: uno dopo l’altro i grandi vecchi del jazz ci lasciano per andare a riposare in un altrove sicuramente meglio del mondo in cui stiamo vivendo queste terribili giornate.

Ultimo, in ordine di tempo, Lee Konitz; nato a Chicago il 13 ottobre 1927, il sassofonista è venuto meno mercoledì 15 aprile al Lenox Hill Hospital New York stroncato dal Coronavirus, che ha trovato poca resistenza in un organismo di 93 anni, anche se, ad onta dell’età, Lee era ancora molto attivo suonando spesso e volentieri.

Lee Konitz

Io non credo che ci sia un solo appassionato di jazz che non abbia ascoltato almeno qualche brano di Konitz o su disco o live; certo l’uomo non era dei più facili, ma l’artista aveva raggiunto vette inimmaginabili essendo a ben ragione considerato il più grande alto-sassofonista del jazz dopo Charlie Parker. Il quale, come ricorda l’amico Claudio Sessa, lo gratificò con la famosa frase “Sei l’unico che non mi imita”.

E non v’è dubbio alcuno che Konitz nell’arco di una lunghissima carriera seppe elaborare un suo stile assolutamente personale, frutto di studi molto approfonditi e di una carica inventiva illimitata. Certo i suoi punti di riferimento più evidenti si ritrovano nel cool jazz, ma ciò non toglie che nella sua musica siano ben percepibili input provenienti tanto dal bebop quanto dal jazz d’avanguardia, influenzando altri sassofonisti come Paul Desmond e Art Pepper. Di qui il fatto che ritroviamo Konitz in moltissime registrazioni sia a nome altrui con artisti di impronte assai diversificate, sia sotto suo nome.

Non è il caso di ripercorrere in questa sede le tantissime tappe della sua carriera, soffermandoci, piuttosto, su quelle che riteniamo gli eventi più significativi. Eccolo, quindi, ancora giovanissimo, abbandonare l’originario clarinetto per dedicarsi esclusivamente al sax contralto; eccolo quindi studiare a fianco del pianista di origini italiane Lennie Tristano che lo avvicina in maniera sostanziale sia alla musica colta sia all’intera storia del jazz, con in primo piano sempre l’urgenza di una esecuzione quanto mai rigorosa.

Successivamente nel 1948 Miles Davis lo chiama a far parte di un gruppo che avrebbe cambiato le sorti del jazz, uno straordinario nonetto di cui fanno parte oltre all’arrangiatore canadese Gil Evans, anche Gerry Mulligan, John Lewis, Max Roach…

Negli anni a venire il sassofonista collabora con alcuni dei più grandi artisti del jazz quali, tanto per fare qualche nome, Michel Petrucciani (in “Toot Sweet”), Charles Mingus, Bill Evans, Ornette Coleman, Dave Brubeck, Bill Frisell, Bud Powell, e Stan Kenton.

In tale quadro non vanno dimenticate le collaborazioni con artisti europei e anche italiani; ricordiamo, al riguardo, il duetto con Glauco Venier immortalato nell’album “Ides of march” (artesuono – 2000), “Velvet Soul” (Splasc (H) 1986) con il gruppo di Guido Manusardi; l’album dedicato a Billie Evans di Davide Santorsola (Philology – 1997); la partecipazione ad alcune registrazioni della Jazz Class Orchestra; accanto a Enrico Pieranunzi, Enrico Rava e Roberto Gatto rispettivamente in “Ma l’amore no” (Soul Note – 1997), “Note necessarie” del 1960 e “Sul lungotevere” del 1993.

Konitz è tra i pochi a incidere per solo sax: ecco quindi l’ottimo “Lone-Lee” registrato per l’etichetta danese Steeple Chase il 15 agosto 1974 che consta di due soli brani “The Song Is You” (Jerome Kern, Oscar Hammerstein II) lungo oltre 38 minuti e “Cherokee” (Ray Noble) vicino ai 18 minuti. Straordinaria anche l’intuizione di valorizzare una formula assai rischiosa come quella del duo: ecco quindi “Suite for Paolo” con Stefano Bollani (Philology – 2012), “Live-Lee” con il pianista Alan Broadbent (Fantasy – 2003); nel 2001, insieme a Franco D’Andrea incide l’album “Inside Rodgers”, mentre del 2007 è “The Soprano Sax Albums: Standards” (Philology) con il pianista Riccardo Arrighini.

Insomma un artista assolutamente straordinario che, sicuramente, in questo periodo di forzato riposo (chiamiamolo così), vi invito a riascoltare e riscoprire così uno degli aspetti più coinvolgenti e affascinanti della nostra musica.

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Per sottolineare quanto sia stato terribile per il mondo del jazz questi primi mesi del 2020 ricordo che, oltre agli artisti di cui ci siamo già occupati, sono venuti meno il 1 aprile il chitarrista Buck Pizzarelli a 94 anni e Ellis Marsalis a 85 anni, il trombettista Wallace Roney a 59 anni il 31 marzo, il bluesman Bill Withers il 30 marzo a 81 anni, il batterista Franco Del Prete 76 anni il 13 febbraio.

Gerlando Gatto