Sarah-Jane Morris e Antonio Forcione a Madame Guitar: una Musica senza compromessi per riscoprirsi comunità…

A Madame Guitar, Festival della chitarra acustica che si svolge a Tricesimo (Ud), c’ero stata nel 2015, per seguire e raccontare i concerti della decima edizione; ci sono ritornata nel 2019 e ho ritrovato gli stessi, incantevoli elementi “scenici”: tanta musica di qualità – 24 concerti in tre giorni – e un borgo dalla storia antica, con un importante patrimonio di chiese, castelli e case contadine dal fascino sempiterno, tracce di un passato che racconta di insediamenti risalenti niente meno che all’epoca preistorica.

In mezzo a tante perle, ho scelto di recensire il concerto che più mi ha coinvolta, dal punto di vista musicale ma anche emotivo e, se vogliamo, sociale.

Sto parlando del duo composto dal chitarrista Antonio Forcione, molisano d’origine che vive a Londra da quasi quarant’anni e che il Guardian inserisce nel gotha dei chitarristi acustici, e da Sarah-Jane Morris, una voce multi-ottave sbalorditiva, in grado di esprimere uno spettro infinito di colori primari, secondari, terziari… e di contrasti policromi che neppure il cerchio cromatico di Johannes Itten riuscirebbe a circoscrivere!

ph: Angelo Salvin ©

Sul palco del Teatro Garzoni, nella giornata di apertura del festival (venerdì 20 settembre) Morris e Forcione sono stati preceduti da un talentuoso duo di chitarristi provenienti dall’Umbria, i Fingerprint Project, ovvero Michele Rosati e Rachele Fogu, che hanno fatto vibrare la platea con virtuosismi, eseguiti sempre in souplesse, così come il fingerstyle, il tapping, gli arpeggi, con ottimi arrangiamenti e, soprattutto, con un’impronta stilistica un po’ fuori dai canoni.

Il secondo set ci ha riservato una sorpresa inaspettata: l’americano Trevor Gordon Hall e il suono trascendente della sua ‘kalimbatar’, uno strumento da lui stesso inventato che riunisce chitarra e kalimba, corde e denti metallici, in un’unica cassa armonica. I suoi pezzi sono vere e proprie sculture sonore che regalano nuove prospettive di ascolto e arcane sensazioni uditive… Non ci credete? Provate a cercare su Youtube la sua versione di “Clair de Lune” di Claude Debussy, arrangiata per kalimbatar…

Il penultimo concerto della lunga serata è stato quello del  maestro sardo Marino De Rosas, che ha da poco pubblicato un album prezioso «Intrinada» (anche perché ne pubblica uno ogni dieci anni!).

Un set dal forte carattere stilistico, intenso: chitarra con accordatura alternativa, scale arabe, stratificazioni sonore, mood che mutano dal malinconico crepuscolare alle solari melodie mediterranee e ibridazioni culturali tra la penisola iberica e la Sardegna. Tutto ciò senza dimenticare che la sua anima, un tempo, era decisamente più orientata verso il rock… da qui lo splendido medley finale con, in sequenza, “Eleanor Rigby”, “Paint it Black” e “Jump”.

Marco Miconi, patron di Madame Guitar, fatica non poco a quietare l’entusiasmo del pubblico che lo reclama per un altro bis, “Cannonau”, dall’album «Meridies».

In questa notte infinita – ma che sta per finire – manca solo l’ultimo set, il più atteso: il palco è tutto per Sarah-Jane Morris e Antonio Forcione.

Sarah-Jane sembra uscita da un quadro preraffaelita di Dante Gabriel Rossetti, la “Ghirlandata”, con i suoi capelli rossi e l’elegante l’abito a fiori dalle sfumature autunnali, verde cinabro, ardesia e borgogna; Antonio con il suo cappellino nero pare un filibustiere, un freeboter, libero predatore di note.

Il primo brano, “Awestruck”, parla di una donna dagli amori compulsivi e ci proietta subito in una dimensione alta, dove ritrovi Billie Holiday, Nina Simone, Sarah Vaughn e Janis Joplin, timbri sabbiati e graffianti, ironia e un raffinato latin sound, con un ritornello immediatamente cantabile anche da chi non conosce la canzone.

Un sottile fraseggio di Antonio apre “Comfort zone”, un ricamo delicato che si contrappone alla drammaticità del testo che è pura poesia, pur parlando di violenza sulle donne, ed è dedicata alle 5 prostitute inglesi di Ipswich che nel 2006 vennero trucidate da un serial killer. Sarah la propone in una sorta di Sprechgesang, una forma di recitazione cantata. Molto toccante.

“All I want is you” è un pezzo, come i primi due, scritto dalla Morrris e da Forcione e tratto dal loro più recente album «Compared to what» (senza il punto interrogativo perché – dicono i due artisti – “non è una domanda, non cerchiamo confronti. È il nostro modo di affermare che noi siamo noi!”). Lo ascolto con pensosa leggerezza, immaginando, senza nulla togliere alla splendida interpretazione di Sarah-Jane, che il brano si attaglierebbe perfettamente alla vocalità dell’indimenticato Al Jarreau, inarrivabile, a volte, come in “Roof Garden”, che sento affine a “All I want is you”. E ne rimango affascinata.

Sul fronte delle cover, una “Superstition” di Stevie Wonder versione stripped down che, spoglia della sezione fiati, poteva anche non funzionare e invece è pazzesca! La quintessenza del funk in una chitarra e in una voce… che qui sprigiona tutta la sua energia e potenza soul mentre Antonio, con la sua chitarra acustica, riempie il suono come se sul palco ci fosse un’intera band. “Message in a bottle”, capolavoro dei Police, viene presentato da Sarah usando un ossimoro: loneliness together, solitudine insieme… e la metafora del naufrago è un messaggio che arriva forte attraverso la voce della vocalist inglese, che riesce ad esprimere pienamente il senso di disagio e di emarginazione dell’essere umano nella società moderna. L’ultima cover (il bis), un’evocativa e ieratica “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan, inizia con una intro di Antonio dal languore malinconico… suoni delicati e un graffiare le corde che ricorda, grazie all’effetto delay, il soffiare del vento. La voce di Sarah-Jane, in certi momenti sussurrata, ha la dolcezza di una ninna nanna… e suona meravigliosamente strana, perché da lei ti aspetteresti sempre un approccio più “muscolare”… alla fine lei emette un suono che simula una folata improvvisa e noi ci chiediamo se prima o poi le risposte ai tanti interrogativi delle nostre anime inquiete arriveranno portate da un alito di vento.

In una scaletta che affronta con profondità e partecipazione temi sociali di attualità non poteva mancare l’immane tragedia dei migranti nel mar Mediterraneo, raccontata in “The Sea”, un blues che inizia con un recitativo e una frase ripetuta in loop : “not in my name, not in my name…” che ci fa ricordare come, dopo anni e anni di lotte, ci sia ancora molto da lavorare sul fronte dei diritti civili. Purtroppo…

Nell’ultima parte di questa viscerale performance ascoltiamo anche “All of My Life”, in cui la cantante racconta l’esperienza del divorzio (è stata lungo sposata con David Coulter dei Pogues N.d.R) e “Compared to what”, un brano scritto nel 1966 da Gene McDaniels come denuncia contro la guerra nel Vietnam e reso famoso da Roberta Flack, sebbene per noi jazzofili rimanga memorabile la versione del pianista Les McCann e del sassofonista Eddie Harris al Montreux Jazz Festival del 1969.

Antonio lo ripropone con un incisivo stile slap funk, scelta perfetta per la splendida voce di Sarah-Jane che ti sconquassa l’anima con una tempesta emotiva e passionale.

“Tryin’ to make it real — compared to what?” – recita un efficace ed ossessivo riff –   e alla fine la vocalist sciorina una sequela di personaggi che, ognuno nel proprio campo, per il coraggio e l’unicità delle azioni compiute, che sembravano utopie, hanno reso possibile l’impossibile: Marthin Luther King, Madiba (Nelson Mandela), Stephen Biko, Carl Marx, Leyla Hussein, il Dalai Lama, Indira Gandhi ma anche Oscar Wilde, John Lennon, Woody Guthrie, James Brown, Robert Wyatt e molti altri… tutti mossi dalla stessa enorme passione e dalla voglia di rendere il mondo un posto migliore.

Io esco dal teatro, dopo aver parlato un po’ con Sarah e Antonio, con l’idea che dobbiamo riscoprire una nuova dimensione sociale, un nuovo èthos, un tempo di bellezza, di passione, di impegno, ritrovando il senso della comunità…

Marina Tuni

Si ringrazia Angelo Salvin per le immagini e il direttore artistico, assieme allo staff di Madame Guitar.

 

Parlano Sarah Jane Morris e Antonio Forcione

Come annunciato, dopo il podcast pubblichiamo la trascrizione dell’intervista a Sarah Jane Morris e Antonio Forcione, raccolta poche ore prima dell’applaudito concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma su cui vi abbiamo riferito in questo stesso spazio. Come forse noterete, le prime domande e risposte non figurano nel podcast in quanto abbiamo iniziato a conversare a microfoni spenti con Antonio Forcione nell’attesa che giungesse anche Sarah Jane. Gli scatti sono di Beniamino Gatto.

– Antonio, quale programma presenterete questa sera?

“Attualmente siamo in tour per presentare la nostra fatica discografica “Compared To What”.

– Come è stato accolto questo album?

“Molto bene, direi, anche perché, come ben sapete, Sarah Jane è bravissima sia come vocalist sia come autrice”.

– Come vi siete conosciuti? Come è nata la vostra collaborazione?

“Io e Sarah Jane sapevamo dell’esistenza l’uno dell’altra da tanto tempo ma non avevamo avuto l’occasione di suonare assieme. Qualche anno fa, una comune amica, la cantante e chitarrista Sarah Gillespie, ci invitò come special guest alla serata organizzata per la presentazione del suo nuovo disco. Essendo arrivati in anticipo, ci mettemmo a parlare e scoprimmo molte affinità sia musicali sia più in generale di vita. Allora ci siam chiesti: perché non provare a fare qualcosa assieme?”.

– E di qui è nato “Compared To What”?

“Esattamente. Dopo qualche giorno Sarah Jane è venuta a casa mia con un pacco di fogli, di appunti, di storie che prendevano spunto da fatti reali, magari dolorosi. Abbiamo scelto le storie che ci sembravano le migliori ed io le ho rivestite con una musica che è nata facile, spontanea. E’ stata davvero un’esperienza straordinaria perché abbiamo fatto tutto in un giorno e come ho già detto in altre occasioni è stato come scrivere musica per un cortometraggio”.

A questo punto ci raggiunge Sarah Jane Morris; accendiamo il registratore e le rivolgiamo la prima domanda

– Come ci si sente ad essere considerata una delle migliore vocalist al mondo?

S.J.M. “Accidenti. Non so chi può considerarmi tale!”

– Molta gente.

S.J.M. “Veramente? Bene, io non so com’è che fate i paragoni. Credo che dipenda molto dall’ascoltatore. L’unica cosa che so è che amo quello che faccio. Lo amo con passione. Lo amo ogni giorno di più. So quanto io sia fortunata a poter fare quello che faccio e spero di essere in grado di poterlo fare ancora per molto tempo, perché non do mai per scontato il fatto di poter continuare a cantare e a scrivere quello che vedo nel mondo, a esprimere me stessa attraverso le canzoni. Non lo do mai per scontato. Mi godo il viaggio”.

– Quindi è questo il motivo del suo successo.

S.J.M. “Non sono una grande notorietà in quel senso. Ma credo che il vero successo sia, come dicevo prima, di poter fare quello che amo fare”.

– Lei spesso viene in Italia dove è sempre molto bene accolta. Cosa le piace del nostro paese?

S.J.M. “L’Italia è la mia seconda casa. Mi piace tutto. La cosa principale è il fatto che l’Italia mi permette di essere me stessa. In Italia non mi si giudica, mi si accetta, mentre nel mio Paese, in Inghilterra, non trovo la stessa accettazione: a volte vengo considerata troppo politica… Per quanto concerne il lato artistico, sono vista ora come una cantante pop ora come una cantante jazz, non sono accettata soltanto per quello che faccio. Mentre in Italia tutto quello che tiro fuori viene ben accolto: insomma è Sarah Jane che viene ben recepita semplicemente per quello che fa. Inoltre adoro il cibo italiano, è la miglior cucina al mondo, veramente. È la più salutare al mondo. Il problema per noi inglesi è che quando veniamo in Italia, mangiamo ogni portata come se fosse tutto il pranzo e quindi ingrassiamo. Gli inglesi ingrassano con la cucina italiana perché non accettano il fatto che ci siano piccole porzioni. La cosa migliore è il fatto che voi coltiviate molto del vostro cibo. La luce del sole è una cosa di cui non sappiamo molto in Inghilterra. La cultura, la storia, ma prima di tutto l’accettazione da parte della gente nei miei confronti, ecco quello che mi affascina del vostro Paese”.

– Lei, Sarah, ama tanto l’Italia, Lei invece, Antonio, l’ha lasciata per andare a Londra…

A.F. “Per me succede esattamente il contrario, gli inglesi mi stanno abbracciando e mi dicono di non andare via, me lo chiedono proprio per email di non andare via perché sono un patrimonio per loro, quindi è un po’ strano, proprio oggi ne parlavamo con Sarah in macchina. Molto strano, perché lei si sente a casa qui, io invece sono accolto tanto bene in Inghilterra, in Italia ho qualche problema a tornare, come si dice, siamo un po’ esterofili noi, di più noi degli inglesi, gli inglesi sono un poco più aperti alle cose nuove, diverse…”.

– Lei da quanto tempo sta là?

A.F. “Da 34 anni. Una vita. Infatti i festival li ho fatti tutti là. Io ho girato più in Inghilterra che in Italia, conosco molto di più l’Inghilterra. Avendo detto questo, l’Italia a me piace tantissimo, vengo qua volentieri, però, per amor di Dio, c’è dell’ironia nel fatto che questo duo mi faccia tornare in Italia un po’ di più. È ironico anche che Sarah sia venuta con me anche in Scozia al Festival di Edimburgo… io lo faccio da 23 anni mentre lei non lo faceva da molto tempo. E’ tutto un po’ paradossale”.

– Sarah, se non mi sbaglio, Lei è venuta in Italia per la prima volta per cantare con un gruppo vocal blues chiamato I Panama nel 1980. Quindi è stata al Festival di Sanremo dapprima nel 1990, affiancando Riccardo Fogli, e poi nel 1991 quando ha vinto con la canzone “Se stiamo insieme” con Riccardo Cocciante. Come ricorda queste esperienze?

S.J.M. “Allora, la prima volta che sono venuta in Italia, per unirmi al gruppo, sono arrivata a Pisa e sono andata a vivere a Firenze; avevo bisogno di un luogo dove stare in Italia. È stato molto bello. Il primo concerto fu in occasione dell’apertura del Piper a Roma, che era stato ristrutturato, ed è stata una bellissima esperienza. Inoltre avevo un fidanzato italiano che aveva una Vespa. Ero giovane, sai? Era perfetto. Perfettamente romantico. Ricordo bene San Remo perché tutti i cantanti vorrebbero cantare con una orchestra e là era possibile; era la prima volta che cantavo con una orchestra ed è stato, come lei ricordava, con Riccardo Fogli. Il secondo anno, quando ho scritto insieme a Riccardo Cocciante la canzone che poi avrebbe vinto, ho raggiunto il grande successo in Italia arrivando ad un pubblico di fan molto vasto, dai più giovani ai meno giovani. Ero pazza di gioia perché ho capito che si stava aprendo una porta e mi piaceva l’idea che un paese festeggiasse la sua canzone. L’ho trovata una fantastica idea. Noi non lo facciamo abbastanza in Inghilterra, lo fanno in Francia ed è una grande idea di collaborazione ma il massimo è, come dicevo prima, esibirsi con una orchestra. Ho dei bei ricordi. In seguito, sono tornata al Festival nel 2006 per cantare con Simona Bencini e mi sono esibita anche con Noemi più di recente, credo quattro volte, forse un’altra… chi lo sa”.

– C’è qualcuno cui Lei sente di dover ringraziare in qualche modo per essere stato particolarmente importante nella sua vita di artista?

S.J.M. “Oh, ci sono tantissime persone da ringraziare. Ho tratto molta ispirazione da Nina Simone che era un’artista emotiva, una scrittrice e cantante fortemente combattiva; ho tratto grande ispirazione da Janis Joplin che era un’altra outsider e che non fu mai accettata in vita, lo fu soltanto dopo la sua morte. Sono stata ispirata musicalmente, anche se indirettamente, da Stevie Wonder perché anche lui ama scrivere di quello che accade nella vita, con tutte le sue mille sfaccettature. Sono stata molto ispirata dalle parole di Bob Dylan. Credo che sia uno dei più grandi poeti viventi nella musica. Ce ne sono troppi per poterli nominare tutti, veramente, tanta, tanta gente che devo ringraziare per le loro indicazioni”.

– Sarah ha parlato di Nina Simone, la quale si rifà molto all’Africa, lei, Forcione, ha dimostrato di essere particolarmente affezionato a questo continente avendo intitolato un suo album proprio “Sketches of Africa”. Come mai?

A.F. “All’Africa mi sono affezionato negli ultimi 7, 8 anni, comunque se dovessi ringraziare degli artisti, io non mi rifaccio soltanto all’ambito musicale, Charlie Chaplin è stato quello che mi ha inspirato di più perché mi ha fatto capire che con la creatività ci si può far tutto. È una delle doti che l’essere umano ha e la deve usare. Ovviamente ci sono musicisti come John McLaughlin, Egberto Gismonti, cui devo tantissimo… hanno fatto dei capolavori. John McLaughlin mi ha sempre affascinato come uomo, come persona che rompe le barriere musicali; negli anni settanta faceva Jazz Rock e quando tutti volevano imitarlo, lui prende, lascia tutto, va in India, studia musica indiana e torna con un gruppo Shakti stupendo; queste personalità a me interessano molto. A me non interessano i musicisti, mi interessano gli artisti come persone, quindi ho dei nomi anch’io da menzionare, Pat Metheny fa delle belle cose, John McLaughlin, Ralph Towner che ha scritto delle composizioni stupende, poetiche. Come dicevo a me interessa la creatività, la poesia”.

– Sarah, se lei dovesse scegliere un brano che la caratterizza particolarmente, quale sarebbe? Voglio dire, ogni volta che penso a Lei, non posso non pensare a “Me and Mrs. Jones”…

S.J.M. “Si, credo che “Me and Mrs. Jones” sia stato il brano che mi ha fatto conoscere al pubblico italiano, è stato un successo qui e trovo interessante il fatto che sia diventato un successo in Italia mentre in Inghilterra è stato bandito dalla radio per paura che io fossi lesbica, una clamorosa lesbica! È ridicolo, qui nessuno mi ha mai posto la domanda mentre in Inghilterra a Radio 1 ogni volta mi chiedevano “Lei è lesbica? Lei è lesbica? Lei è lesbica?”. Quando, quattro anni dopo, esplose il fenomeno Katie Lang, che era una lesbica di grande successo, tutti quanti mi volevano lesbica e ancora una volta non lo ero, quindi due volte amareggiata. Non ho nessun problema sul fatto di essere lesbica, semplicemente io non lo sono, non al momento… tutto può succedere nella vita. Chi lo sa… Ma la canzone di cui vado più fiera l’ho cantata prima di “Me and Mrs. Jones”. In Inghilterra ero molto coinvolta nello sciopero dei minatori del 1984 ed alla fine dello sciopero ho scritto con Kay Sutcliffe una canzone intitolata “Coal not dole”, che poi è diventata l’inno dei minatori: questa è stata la mia prima canzone di protesta ed ero molto coinvolta, emozionalmente coinvolta. Ero distrutta, alla fine, quando il governo Thatcher vinse, le miniere furono chiuse e le comunità furono distrutte; quindi, quella è la canzone di cui vado più fiera, avendo anche collaborato alla sua scrittura, nonostante “Me and Mrs. Jones” sia probabilmente uno dei miei maggiori successi”.

– Qual è la collaborazione artistica alla quale pensa con più piacere o più soddisfazione?

S.J.M. “Attualmente mi sto divertendo moltissimo con Antonio e stiamo crescendo insieme, sapevamo dell’esistenza l’uno dell’altro ma non ci conoscevamo quando abbiamo cominciato a scrivere insieme. È stato un viaggio che ha impiegato diversi anni ma adesso abbiamo molta fiducia l’uno nell’altro, ci conosciamo, siamo amici, amici veri, quindi ci capiamo a vicenda e la scrittura diventa ancora di più una gioia. Direi che questa è, al momento attuale, una collaborazione importante ma in passato credo di aver trascorso un’intera settimana vivendo accanto a Pino Daniele e in quella occasione ho scritto tre canzoni con lui. Quello è stato un momento molto speciale; ma io sono una persona che vive il momento e, indipendentemente da quello che faccio, do sempre il 150%. Oggi questa è la nostra creatura, ne parliamo molto, ci piace pensare che questa sia la prima tappa di un lungo viaggio. Antonio fa molti lavori da solo ma poi torniamo sempre a lavorare insieme. Tutto il lavoro che abbiamo fatto, l’abbiamo completato in due giorni. È stato velocissimo il modo in cui ci siamo capiti e come lui abbia compreso i miei testi. Non abbiamo avuto bisogno di parlare, è successo e basta, quindi sono pronta a continuare questa collaborazione”.

– Lei si muove facilmente dal Pop al Jazz. C’è un campo in cui si sente più a suo agio?

S.J.M. “Ho come una sorta di doppia personalità: nel jazz e nel pop. Non ho istruzione musicale, non ho mai studiato musica, quindi in qualche modo sono libera di esplorare qualsiasi genere perché non appartengo a nessuno e non ho nessuna conoscenza teorica, l’unica cosa che ho è il mio orecchio, che adesso è molto sviluppato, ed il mio istinto. Ho sentimento… e siccome sono una cantautrice, i testi per me sono molto importanti. Io racconto delle storie alla gente, forse il rifugiato che ho appena incontrato ed al quale ho dato il mio telefonino… io scrivo sulla vita, storie umane. Tornando più specificamente alla sua domanda, credo che il mio ascolto negli anni settanta del Rhythm and Blues, ma intendo dire l’originale R&B  per cui adoravo Sly and the Family Stone, i Metres, Bobby Womack, Bobby Bland… tutta questa gente ha avuto influenza su di me. Dopo è venuta la Motown ed anch’essa ha avuto su di me una grandissima influenza dal punto di vista musicale. Io sono un amalgama di tutto quello che ho ascoltato. Non appartengo a nessuno, sono come un pulviscolo”.

– Forcione, tra i personaggi con cui lei ha collaborato ce n’è uno che è molto, molto celebrato nel mondo del jazz; Charlie Haden. Come ricorda questa esperienza?

A.F. “Con affetto, ovviamente ascoltavo – e ancora oggi ascolto – la musica di Haden, album fantastici che per me sono come la Bibbia, ricordo ad esempio il magico “Folk songs” del 1979 con Haden, Egberto Gismonti e Jan Garbarek. Quando la casa discografica mi ha telefonato dicendomi ‘guarda che Charlie Haden ti sta cercando’ io pensavo fosse uno scherzo, poi lui la sera mi telefona e mi dice: ‘io voglio fare un disco con te, degli standard’, io gli rispondo ‘perché non facciamo cose tue che a me piacciono tantissimo e qualche brano mio se ti piace’; così  gli ho inviato un mio pezzo e abbiamo deciso la registrazione. Sono poi andato a Los Angeles e successe un fatto strano: quando bussai alla porta di Charlie Haden, uscì un cagnolino che appena mi vide cominciò a scodinzolare. Charlie mi disse ‘vedi, piaci al mio cane, questo vuole dire che hai energia positiva’. E da lì e nata una collaborazione costruttiva che è stata una lezione di musica ma anche di vita. Quell’uomo non aveva solo un paio di orecchie straordinarie, aveva qualcosa di eccezionale. Una volta gli ho fatto una domanda mentre ero a casa sua: ‘cosa cerca lei nella musica?’ Lui si ferma un attimo e poi mi dice: la bellezza. Non so se serve ma mi è rimasta così, la bellezza… nel senso più ampio del termine. Lo ricordo con tanto affetto Charlie Haden”.

S.J.M. ”Sì, in effetti l’hai detto oggi in treno che questa era stata una delle tue più importanti collaborazioni.”

– Sarah, e lei cosa cerca nella musica?

S.J.M. “Il mio viaggio nella musica spero che continui. Quello che cerco è di espandermi, non cerco mai la sicurezza, sono felice di essere portata in luoghi dove a volte devo lottare per la mia sopravvivenza; questo è stato il mio viaggio attraverso la vita e credo che quando sono sul palco, quando canto, vado altrove, sono attenta a ogni persona nel pubblico. E’ come se fossi in un precipizio e tentassi di tenermi con le unghie, sperando che siano abbastanza forti, ed allora, in qualche modo torno. Vado in questi luoghi pericolosi, non ne posso fare a meno. È quello che succede quando salgo sul palco”.

– Com’è la sua routine quotidiana?

S.J.M. “Nessuna routine. Non faccio mai riscaldamento. Non faccio mai pratica di musica. Quindi, questo non fa parte delle mie consuetudini quotidiane. Abbiamo un cane e adoriamo portarlo a passeggio per il bosco. Faccio Pilates quando posso. Per me è impossibile avere una routine perché viaggio sempre quindi sono abituata ad alzarmi alle tre di notte, andare in aeroporto alle cinque, prendere un aereo alle sette, arrivare, fare il check-in in albergo, prepararmi per il sound check, fare un concerto, volare altrove… questa è la mia routine, veramente. Abbiamo comunque un momento nella vita in cui ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di essere più semplici. Ci troviamo inglobati tutto il tempo in orari. Spegni e accendi una volta, e un’altra ancora per ricaricarsi. Fino a quando ero più giovane ero sempre pronta ad andare e via, via, via, e si, si, si; ma adesso mi rendo conto che ogni tanto ho bisogno di un mese in cui non salire sugli aerei, perché la mia vita è prendere sempre aerei…”.

– Ha mai pensato di aver dedicato troppo tempo al suo lato artistico trascurando il lato “normale”?

S.J.M. “No, mai. Da quando mio figlio è nato, l’ho sempre portato con me ovunque … almeno fino a quando ha compiuto cinque anni e quindi doveva andare a scuola. L’ho portato con me attorno al mondo; pagavo un’amica che veniva con noi e prima di andare sul palco lo tenevo in braccio; poi salivo sul palco con dei dolori qui (indica il seno) ma ci mettevo il tempo di una canzone per trasformarmi Sarah Jane Morris, non la mamma, ma non ho mai pensato di averlo trascurato perché lo coinvolgevo tantissimo nella mia vita. Gli ho chiesto se si sentiva trascurato e ha risposto di no. Se non potevo stare con lui, mi assicuravo che la persona che mi sostituiva fosse fantastica e la cosa meravigliosa è che la donna che si prendeva cura di lui quando io non c’ero è diventata la sua seconda madre… lui la tratta proprio come la sua seconda madre. Lei non ha mai avuto figli e c’è tra loro un meraviglioso rapporto; sono felice di poter condividere mio figlio con lei. Come cantante, ho avuto una lunghissima relazione con suo padre, un musicista anche lui, è stata una relazione molto complicata; è molto difficile per due musicisti stare insieme, perché è raro che entrambi abbiano successo contemporaneamente. Questo causa diversi problemi, indipendentemente da quanto importante sia la relazione. Sono stata fortunata, ero leader di una band e lui era un musicista nella band di altri, questo ha creato dei problemi. Forse lui direbbe che si è sentito trascurato ma eravamo tutti e due dei musicisti e sappiamo come è fatto il mondo degli artisti. Mi piace pensare che non ho dei rimpianti. Non mi guardo indietro perché quello che fatto è fatto”.

– Molti artisti sono sempre alla ricerca di nuovi suoni, differenti approcci alla musica. Pensa di appartenere a questa categoria?

S.J.M. “Sì assolutamente. Non sono il tipo di artista che ha successo con una canzone e poi la ripete ancora e ancora perché molta musica è così e credo che Antonio la pensi come me. Noi siamo sempre alla ricerca. Non pianifichiamo. Antonio è un musicista completo. Lui è completamente indipendente, come chitarrista lui non avrebbe bisogno di vocalist, succede, tuttavia, che ci sia tra noi una fantastica combinazione, ma io ho bisogno di Antonio, ho bisogno di qualcuno con cui lavorare. Io non suono nessuno strumento, non bene in ogni caso, quindi adoro queste forme di collaborazione. Chiunque può apportare cose diverse e questo è il mio eterno viaggio: la collaborazione con altre persone. Adoro questa sfida”.

– Moltissime grazie.

S.J.M. / A.F. “È stato un piacere”.

Sarah Jane Morris, Antonio Forcione: un duo che emoziona e trascina

Le collaborazioni tra vocalist e chitarristi non sono certo un fatto nuovo nel mondo del jazz. L’apice è stato raggiunto dal celeberrimo duo Ella Fitzgerald-Joe Pass che ha dato vita ad album oramai storici come “Take Love Easy” del 1973, “Fitzgerald and Pass…Again” del 1976, “Easy Living” del 1986. E tutti giocati su un repertorio costituito in massima parte da standard riproposti in veste minimale, con voce e chitarra acustica. Ma Ella e Joe non sono stati gli unici. Nell’arco degli anni ricordiamo Tuck and Patty, Sammy Davis Jr protagonista di due album oramai classici, uno con  Mundell Lowe per la Decca negli anni ’50 e l’altro alla fine dei ‘60 con Laurindo Almeida, Julie London accompagnata da Barney Kessel o Howard Roberts, Sheila Jordan con Barry Galbraith … fino a giungere ai giorni d’oggi con il duo “Empathia” costituito da Mafalda Minnozzi e Paul Ricci.

In questo glorioso filone si è inserito, oramai da qualche tempo, un altro duo di straordinaria valenza: Sarah Jane Morris e Antonio Forcione.

I due si sono esibiti di recente all’Auditorium Parco della Musica di Roma ottenendo uno strepitoso successo, per altro assai meritato.

In effetti si tratta di due musicisti di eccezionale livello: Sarah Jane Morris, (Southampton, 21 marzo 1959) è una cantante, compositrice, attrice britannica capace di interpretare con egual classe musica jazz, rock e R&B. Particolarmente legata al nostro Paese, che lei stessa definisce la sua seconda casa, non perde occasione per esibirsi dalle nostre parti trovando sempre un’ottima accoglienza.

Antonio Forcione (Montecilfone in Molise 1960) è un compositore, chitarrista, produttore che, dopo alcune esperienze nel nostro Paese, nel 1983 si trasferisce in Gran Bretagna dove ottiene unanimi riconoscimenti tanto da essere considerato, dagli stessi inglesi, uno dei musicisti più vitali ed originali dell’attuale scena musicale britannica; nel luglio 2012 inizia a collaborare ed esibirsi con Sarah Jane Morris.

Illustrate per somme linee la personalità dei due musicisti, si capisce bene il perché i due stanno ottenendo ovunque grandi consensi e il perché ogni loro concerto si concluda con una prolungata ed entusiasta standing ovation. Così alcuni critici hanno avvicinato il loro stile, l’intensità che mettono nelle loro interpretazioni, il modo in cui sanno raccontare in musica le proprie esperienze a veri e propri geni quali Janice Joplin, Tom Waits e Jimi Hendrix.

A Roma hanno presentato la loro ultima fatica discografica, “Compared To What”, album tutto giocato su un repertorio originale (ben otto brani scritti da Sarah Jane Morris, Antonio Forcione e Johnny Brown) cui si aggiungono altri quattro pezzi: “Blowin in The Wind” di Bob Dylan, “Message in a Bottle” di Sting, la title-track di Gene McDaniels e “Superstition” di Stevie Wonder. Il filo conduttore sia del disco sia del concerto è la precisa volontà di affrontare tematiche sociali di attualità e quindi di grande impatto; il tutto coniugato con arrangiamenti moderni e originali. Così ecco “Comfort Zone” che parla di violenza sulle donne, dedicato alle prostitute uccise a Ipswich nel 2006 da un serial killer, che evidenzia tutte le straordinarie capacità attoriali della Morris, in grado di calamitare l’attenzione degli spettatori senza minimamente alcunché forzare e pur tuttavia riuscendo a toccare l’animo di chi l’ascolta; ecco “The Sea” sul dramma dei profughi nel mar Mediterraneo, “I Bare My Soul” sull’incertezza del futuro. Accanto a queste tracce di impegno sociale, ci sono anche canzoni d’amore (“Awestruck” che apre l’album), d’ironia (“All I Want Is You”) e quelle tre cover cui abbiamo già fatto riferimento: “Message in a Bottle”, “Superstition” e “Blowing in the Wind”.

Per quanto concerne la modernità degli arrangiamenti, l’esempio migliore è costituito da “Blowing in the Wind”; ma l’essenzialità che caratterizza questo brano, il basarsi quasi esclusivamente sulla semplicità dell’esecuzione e dell’interpretazione, ha costituito la cifra stilistica dell’intero concerto romano. Chitarra e voce dialogano in modo convincente: Sarah Jane canta con la sua voce possente, ma allo stesso tempo calda, sensuale e avvolgente, dando un senso preciso ad ogni singola parola del testo; il suo stile, che la rende così personale, coniuga perfettamente una sensibilità pop con quella flessibilità che le deriva dall’amare e dal frequentare territori prettamente jazzistici. Dal canto suo Antonio Forcione crea una sorta di straordinario tappeto che mai si sovrappone alla voce, dando anzi alla Morris la capacità di far emergere la valenza del testo. La chitarra è quindi essenza musicale allo stato puro, mai una nota fuori posto, mai un fraseggio che non sia funzionale al discorso interpretativo, mai sfoggio di bravura ‘inutile’. Pochissime volte durante il concerto Forcione si è lanciato in spericolati assolo ma ogni volta – come ad esempio in “All I Want Is You” – è stato un tripudio di applausi.

Insomma una serata da incorniciare.

Gerlando Gatto

A Proposito di Jazz ringrazia Michele Stallo per la concessione delle immagini