Paolo Fresu e Massimo Martinelli: doppia intervista, dal Teatro dell’Opera di Roma, al grande trombettista sardo e al Direttore della Banda dei Carabinieri

Il 27 maggio 2019 si è tenuto, al Teatro dell’Opera di Roma, il concerto della Banda Musicale dei Carabinieri, in occasione del 205° annuale di Fondazione dell’Arma.

La formazione di oltre cento elementi, diretta dal M° Massimo Martinelli, ha ospitato due musicisti straordinari: la virtuosa violinista americana Caroline Campbell e uno tra  i trombettisti più conosciuti e amati in Italia e nel mondo, Paolo Fresu.

A Proposito di Jazz ha ricevuto dal Comando Generale il gradito invito, per il secondo anno, a partecipare per raccontare la prestigiosa serata (questo il link alla mia recensione: http://www.online-jazz.net/2019/06/03/la-banda-dei-carabinieri-a-roma-con-paolo-fresu-e-caroline-campbell-le-affascinanti-contaminazioni-sinestetiche-della-musica/ ).

Nell’occasione, il direttore Gerlando Gatto ed io abbiamo intervistato Paolo Fresu, che ci parla anche della 32esima edizione di Time in Jazz, il festival sardo di cui è direttore artistico e che si svolgerà a Berchidda dal 7 al 16 agosto, e il M° Massimo Martinelli, che dirige la Banda dell’Arma da quasi vent’anni.

Marina Tuni

Paolo Fresu

 -Tu hai cominciato a suonare da ragazzo con la Banda Musicale “Bernardo De Muro” di Berchidda, tuo paese natale. Che ricordi hai di quel periodo e quanto è stata importante questa esperienza?

« Ho iniziato a suonare a 11 anni e il mio universo musicale era la Banda di Berchidda – a quell’epoca non c’era internet o youtube – che vedevo passare in tutti i momenti significativi della vita, una ricorrenza speciale, un matrimonio, un funerale, la festa del paese… Ricordo ancora l’odore e la luce particolare della sala dove sono entrato per la prima volta, ricordo gli strumenti appesi ai muri… la mia crescita musicale e umana è imprescindibilmente legata alla banda di Berchidda, della quale porto ancora la divisa quando mi capita di suonarvi! La banda è una scuola di vita, non solo di apprendimento della musica, e io le devo molto, al punto che senza di lei non sarei diventato un musicista ma, con ogni probabilità, un tecnico della Sip! Un altro ricordo legato a quei tempi è il gruppo che formammo per suonare alle feste e ai matrimoni, che a Berchidda si festeggiano per giorni… ed è di quell’epoca il mio primo approccio al jazz. Uno di noi, il pianista, aveva in casa una notevole collezione di dischi e fu così che oltre alla musica tradizionale provammo ad inserire in repertorio alcuni pezzi dei Nucleus (band prog-jazz-rock inglese fondata nel 1969 dal trombettista Ian Carr – N.d.R) però la gente si fermava stupita, smettendo di ballare, e quindi dovevamo correre ai ripari, ritornando al liscio!”

(Courtesy: timeinjazz.it)

 -Dunque dopo questa esperienza bandistica sei approdato al Conservatorio ma lì le cose non sono andate molto bene

“Sì e no; innanzitutto per entrare in Conservatorio ho faticato perché dovevo fare l’esame di ammissione; era un esame banalissimo ma egualmente mi cacciarono dicendo che non ero musicale. Evidentemente in quel momento avevano bisogno di altri strumenti, di altre cose… io me la presi parecchio e testardamente riuscii poi ad entrare in Conservatorio, anche se non è stata effettivamente un’esperienza straordinaria. Ciò perché ho incontrato un insegnante poco flessibile… erano gli anni in cui il jazz veniva ancora visto da alcuni – non da tutti – come una musica del diavolo; gli allievi che facevano jazz erano visti come un po’ diversi e gli insegnanti ci dicevano di non suonare il jazz e cose di questo genere”.

-In che anni siamo?

“Siamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Io mi sono diplomato, credo, nel 1981, ’82. Contemporaneamente frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale a Sassari, mi sono diplomato come perito elettrotecnico e l’ultimo dei cinque anni della scuola frequentavo contemporaneamente il Conservatorio di Musica. Poi, come ho ricordato prima, non accettai un posto di lavoro che mi era stato offerto dalla Sip perché mi ero diplomato con il massimo dei voti (erano gli anni in cui le aziende si informavano dalle grandi scuole professionali e assumevano immediatamente). Presi poi il diploma di teoria e solfeggio, cominciai a insegnare nelle scuole medie per tre anni e questo mi diede la possibilità di essere autosufficiente. Nel frattempo avevo formato il mio primo gruppo con Roberto Cipelli, Bonati, Roberto Billi Sechi, che era un batterista sardo, e andavo un po’ in giro a suonare… sia a Cagliari, dove avevo degli amici che avevo conosciuto… sia nel continente, dove suonavo in vari posti, ad esempio al Capolinea di Milano o in altri luoghi; poi insegnavo e quindi avevo già una certa autonomia che mi permetteva di gestire la mia vita senza gravare sulle spalle  dei miei genitori”.

-Quand’è che hai cominciato a vivere professionalmente di musica?

“Nel 1982, ’83; in quel periodo venni a Roma per partecipare ad un programma con Bruno Tommaso che si chiamava “Un certo discorso”, con Pasquale Santoli in via Asiago; quello fu il primo ingaggio professionale serio… era un’orchestra di giovani che fu costruita ad hoc; nello stesso ’82 feci anche una cosa a Cremona, abbastanza importante, si chiamava “Recitar cantando” che era una rassegna di musica soprattutto contemporanea; formammo un’orchestra con Bruno Tommaso, Renato Geremia, Albert Mangelsdorff, c’erano Schiaffini, Eugenio Colombo, Filippo Monico… Tutti quelli della creatività, insomma! Mi trovai quindi, nell’arco di poco tempo, a fare “Recitar cantando”, che era un progetto più sul free, diciamo così, e contemporaneamente suonavo con Bruno Tommaso delle cose molto raffinate, che avevano a che fare con la musica barocca, con Pergolesi… Sempre in questo stesso periodo iniziai a suonare anche col mio gruppo che poi nacque nel 1983, perché il primo disco dell’84 è proprio del quintetto, quello storico. Suonavo con Paolo Damiani in un progetto mediterraneo dove c’erano anche Danilo Terenzi, Julie Goell una cantante argentina, Giancarlo Schiaffini, Ettore Fioravanti. Il secondo disco della mia vita l’ho registrato a Roma, si chiama “Flashback” ed è un disco della Ismez; in questa produzione figurano molti dei musicisti cui prima facevo riferimento e questa è stata in assoluto la mia prima registrazione in studio. Poi, con Paolo Damiani si formò il quintetto “Roccellanea” in cui c’erano sempre Ettore Fioravanti e Giancarlo Schiaffini, con l’aggiunta di Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto basso. Nel 1984 pubblicai il mio primo disco come leader, “Ostinato”, e vinsi il premio come miglior talento del jazz italiano, indetto da Adriano Mazzoletti per RadioUno Rai. Lì, in occasione della premiazione, conobbi Flavio Boltro che suonava con i “Lingomania” di Maurizio Giammarco: fino ad allora ero convinto di essere l’unico nuovo giovane trombettista jazz! Non perché fossi il più bravo ma perché non ce n’ erano, o almeno tutti dicevano che non ce n’erano. In effetti in quegli anni, tolti quelli della vecchia generazione come Valdambrini, Fanni, Nunzio Rotondo, non è che i giovani trombettisti abbondassero, tutt’altro! C’era la generazione di mezzo, quella, per intenderci, di Enrico Rava che in qualche modo aveva spazzato via gli altri; Enrico è stato il primo musicista italiano ad essere conosciuto all’estero e ad essere andato a vivere a New York e a Buenos Aires… e quindi si attendeva qualche giovane; c’erano giovani jazzisti in tutti gli strumenti ma non c’erano trombettisti. Io quindi ebbi molta fortuna, non perché fossi particolarmente bravo ma perché altri non ce n’erano e quindi mi chiamavano di frequente. Comunque, come accennavo, a Roma scoprii che di trombettisti giovani ce n’erano almeno due, entrambi, guarda caso, nati nel 1961. Poi ovviamente ne son venuti molti altri, bravissimi…

-L’ attività didattica quanto ti è servita, se ti è servita, nell’essere musicista?

“Mi è servita moltissimo anche perché me la sono costruita in autonomia. Un po’ sulle spalle degli allievi, diciamocelo, perché allora si faceva così, non essendoci ancora una metodologia didattica del jazz che fosse già matura. Ripeto, in quei primi anni ‘80 ognuno si costruiva un suo metodo funzionalmente a quello che aveva appreso. Io, considerandomi per il jazz un autodidatta – non dimenticare che io vivevo in Sardegna, non ho mai studiato jazz in particolare, sentivo dei dischi, apprendevo dai dischi e poi suonavo con gli altri – tutto quello che facevo, le frasi, le idee erano cose che mi venivano in automatico, che si erano sedimentate in me da qualche parte. Quindi, nel momento in cui andai a Siena, nel 1980 e nell’82 come allievo – un allievo che non sapeva nulla… – e poi dal 1985 come insegnante, ho dovuto crearmi un metodo, ho dovuto studiare me stesso in qualche modo, per non dover dire agli altri “guardate che quello che faccio lo faccio perché ho imparato dai dischi” e quindi evitare che qualcuno dicesse “sì va be’, ho capito ma  noi che abbiamo pagato 500 mila lire e veniamo dalla periferia più profonda e ci siamo fatti un mazzo così, allora perché siamo venuti fino a Siena?”. Ho sentito quindi il dovere di costruirmi una metodologia che permettesse, per lo meno a loro, di arrivare più velocemente ad un risultato; così ho fatto un’indagine su me stesso: suonavo delle cose e mi chiedevo: “perché le suono, qual è il motivo per cui metto una nota prima e una nota dopo?” E poi cercavo di trasferire tutto ciò ai ragazzi. Tornando a quel che dicevo prima, quando andai a Siena, nell’80, non c’era ancora il corso di tromba; quando tornai nell’82 il corso esisteva ed era affidato a Enrico (Rava N.d.R);  però Enrico era un insegnante sui generis, lui diceva sentite quello che faccio ed entrate; saremmo stati una decina di allievi, ebbene nove  andarono via molto scontenti e io invece fui l’unico felice perché avevo orecchie grandi e stavo a sentire; in realtà quella fu per me un’esperienza preziosissima, però mi rendevo conto che non poteva essere quella la metodologia migliore da offrire a dei ragazzi che venivano lì, facendo anche molti sacrifici. Quindi, pur mantenendo quella idea quasi poetica, diciamo così, di creatività e di immediatezza, con la musica che sta per aria… eccetera eccetera… sentivo anche il bisogno di dare delle certezze; come vi dicevo mi sono creato un metodo per spiegare cos’è lo swing, oppure per spiegare che cos’è una cadenza di secondo quinto primo, che era un’introspezione rispetto a me stesso. Ecco, io cercavo di capire come facevo le cose in modo spontaneo e una volta compreso cercavo di raccontarlo agli allievi”.

-Sempre sulla base di quello che ci siamo detti, secondo te che cosa andrebbe fatto per valorizzare meglio il ruolo delle bande, di cui poche realtà si interessano?

“Ma intanto credo che si sia tutti d’ accordo sull’importanza e sul valore delle bande”.

-A parole si. Ma con i fatti?

“Le bande continuano ad esistere. Forse sono meno di prima ma vedo che al sud ce ne sono di fiorenti; l’anno scorso ho fatto una bellissima esperienza con la banda di Montescaglioso, che è una fantastica banda da giro, divenuta anche famosa perché Chet Baker suonò con loro molti anni fa. Ho avuto modo, diciamo così, di conoscere un po’ la realtà delle bande da giro, che sono delle bande che sviluppano, peraltro, anche un meccanismo di professionalità importante: girano per mesi e mesi, hanno tutto un sistema estremamente organizzato di vita, oltre che di musica. Comunque, per rispondere alla tua domanda, le bande vanno finanziate perché se sono sostenute possono vivere, se non hanno i denari per andare avanti, non ce la fanno. Per cui bisogna che in quella che oggi è la nuova legge sullo spettacolo dal vivo e nei decreti attuativi ci sia più attenzione verso le bande, perché sono una straordinaria scuola che mette insieme molti contesti diversi, quali la musica, la capacità di suonare con gli altri, l’improvvisazione… la banda effettivamente è la più importante scuola della musica italiana, perlomeno per ciò che riguarda i fiati”.

-Come sei arrivato al concerto di questa sera?

“Perché, appunto, essendo appassionato di bande, sempre di più in questi ultimi anni mi viene offerta la possibilità di fare un concerto con questi organici ed io accetto molto volentieri. Ne ho fatto uno due anni fa per i suoni delle Dolomiti con la musica di Pozza di Val di Fassa ed è stato bellissimo; l’anno scorso ho fatto questa esperienza a Montescaglioso, di cui ti ho parlato. Il Maestro Martinelli già dall’anno scorso mi ha offerto l’opportunità di partecipare al classico concerto che la Banda dei Carabinieri dà in città, ma prima proprio non potevo; me l’ha riproposta nuovamente quest’anno e stavolta ci siamo riusciti”.

Dal programma di sala leggiamo che suonerai tra l’altro un pezzo della tradizione sarda, “No photo reposare”, pezzo che sappiamo hai suonato spesso anche con jazzisti. Come sarà eseguirlo adesso con la Banda dei Carabinieri?

“Tutto torna … credo che sarà molto emozionante; devo dire che con le big band, con le quali mi esibisco meno, dopo aver suonato Porgy and Bess e aver approfondito tutto il repertorio di Miles e di Gil Evans… insomma, dopo aver suonato con quei suoni lì, ovvero i suoni di Gil Evans che vestiva Miles Davis, devo dire che a suonare con altre big band ti manca l’aria, perché lì c’è proprio la poesia che esce, il canto della tromba… Gil Evans è come un bravissimo sarto che appena ti vede, senza chiederti alcunché, senza prendere alcuna misura, sa perfettamente cosa metterti addosso. Quando suono con le altre big band sento che c’è poco spazio, non per l’egoistico assolo ma per l’innesto della tua voce. Devo dire, invece, che quando suono con una banda c’è ancora quella cosa lì, perché questa idea dei legni, degli ottoni è molto più simile alla concezione di Gil Evans, per certi versi, in quanto quella scrittura viene dal ‘900 europeo… insomma nella banda ritrovo di più quella libertà di spazi e anche quei suggerimenti un po’ poetici e di atmosfera che la big band tende a toglierti. Ovviamente la banda non è jazzistica come lo è un’orchestra, non credo tuttavia che qui si stia parlando di jazz o non jazz ma semplicemente di musica. Credo che non ci si debba porre più di tanto il problema della qualità dello swing di una banda rispetto ad un’orchestra jazz”.

-Hai mai pensato di inserire nel catalogo della tua casa discografica – la Tuk – un’incisione con una banda?

“No non l’ho mai pensato però… “why not?” e penso che non sarebbe male, visto che abbiamo una serie di sezioni dedicate a mondi diversi; quello delle bande è molto interessante, peraltro, e non so se ci sia in Italia una una label che ha un catalogo espressamente dedicato alle bande. Comunque constato che mi arrivano pubblicazioni al riguardo da varie nazioni, vedo che ci sono persone che scrivono, che arrangiano ed una buona prerogativa delle bande è che spesso si suona musica originale, nuova, cosa che in Italia, purtroppo, accade poco anche negli altri generi musicali. Quindi effettivamente la banda non è  importante solamente perché mette insieme i musicisti e perché ti insegna a suonare da piccolo ma perché c’è anche un aggancio con la contemporaneità che, come vi dicevo, spesso manca in altri generi musicali e in altri organici”.

 -Abbiamo dato un input e speriamo che si realizzi e se effettivamente accadrà spero ci penserai.

“Perché no!”

-Di chi sono gli arrangiamenti dei pezzi che suonerai al Teatro dell’Opera con la Banda dei Carabinieri?

“Credo che la maggior parte degli arrangiamenti siano di Massimo Martinelli, che è il direttore della banda, mentre il mio “Fellini” è stato riarrangiato da Daniele Di Bonaventura, che ne aveva fatto una versione per archi; poi questa versione è stata a sua volta riadattata da Agostino Panico, che è colui che arrangiò “Fellini” per la banda di Montescaglioso, con la quale abbiamo eseguito più pezzi miei; in questo caso ce n’è uno solo”.

-Poi ci sarà il tuo festival di Berchidda, dal 7 al 16 agosto, con un sacco di musicisti jazz ma anche artisti di altri generi…

“Certo, ci saranno, ad esempio, Mirko Casadei e Ornella Vanoni e poi quest’anno, in particolare, c’è una marea di musicisti italiani giovani che si aggiungono a quelli dello scorso anno, che sono sempre di più. Berchidda secondo me – e lo dico con piacere – è uno dei pochi festival che può permettersi oggi di programmare anche le cose meno conosciute, diciamo, perché la gente viene, e viene perché si fida di quello che facciamo e accorre sempre più numerosa, indipendentemente da quello che troverà. E quindi questo è un dato molto importante perché ci permette di spingere non necessariamente sui grandi nomi… certo, ogni tanto ci sono anche dei grandissimi ma non è fondamentale”.

-Non deve esserlo perché se un festival non valorizza i talenti locali, a che serve?

“Assolutamente; l’esperienza con i musicisti italiani, ovviamente, c’è sempre… però in questi tre anni è molto cresciuta perché proprio tre anni fa, in occasione dell’anniversario dei trent’anni, sette musicisti italiani che negli anni precedenti avevano suonato da noi, rimanendo estasiati da Berchidda (come quasi tutti i musicisti che arrivano), mi dissero che sarebbero tornati anche come volontari. Dunque, inizialmente un po’ per scherzo, ho chiesto loro di venire non solo per suonare, regolarmente pagati, ma anche come volontari. In che modo? Magari vendendo le magliette ai concerti dei colleghi… ed è stata un’esperienza straordinaria anche perché loro si sono divertiti moltissimo a contatto diretto con la gente; quella stessa gente, che il giorno prima li aveva visti sul palco per un concerto straordinario, il giorno dopo li vedeva al banchetto a misurare le magliette! Inoltre, quegli stessi sette musicisti, nell’edizione dei trent’anni, li abbiamo mischiati tra loro ed è quindi nata una serie di progetti estemporanei e degni di nota. Dall’anno scorso, invece, abbiamo deciso di continuare ad avere dei musicisti che si fermano qualche giorno per stare con noi, diciamo così, a fare i volontari e a dare una mano; ma adesso ognuno viene con il proprio progetto e poi magari il giorno dopo fa anche un’ospitata con un altro musicista; questo dà l’idea di un festival che prova a fotografare il presente attraverso i molti concerti che propone: quelli degli italiani (c’è anche Gegè Munari), quelli dei giovanissimi, in una mescolanza di tutti gli stili musicali perché credo che sia importante, in questo momento soprattutto, poter raccontare che cos’è il jazz italiano senza necessariamente dover fare né le quote nazionali né le quote rosa… queste cose non fanno parte della nostra concezione di musica… più semplicemente disegniamo dei programmi che crediamo debbano essere sviluppati con musicisti italiani, non per il mero fatto che siamo italiani ma perché i musicisti italiani valgono. Valgono, raccontano delle cose straordinarie e la gente rimane sconvolta; quelli che non li conoscono dicono “ma come è possibile che uno suoni così bene?” e quindi penso che questo sia molto importante per sviluppare ancora di più la musica. Comunque ci sono anche i grossi nomi, Omar Sosa oppure Nils Petter Molvær e, con un po’ di follia, apriremo il parco centrale con la produzione teatrale “Tempo di Chet”, che è un’impresa molto impegnativa. Dal continente arrivano appositamente due TIR, con otto attori, le scene, sarta, macchinisti… Berchidda, almeno per un giorno, diventa una sorta di piccola Edimburgo. Faremo una sola replica, però ci sembrava bella l’idea di proporre lo spettacolo, ecco. Quest’anno siamo giunti alla 32°, edizione – che ha come emblematico sottotitolo “Nel mezzo del mezzo” – e oltre all’omaggio a Fabrizio De André, a cui Time in Jazz, nel ventennale dalla scomparsa, dedica la serata inaugurale a L’Agnata (la tenuta nei pressi di Tempio Pausania che fu la dimora del cantautore genovese – N.d.R.), c’è una novità molto importante, a cui io tengo moltissimo: un festival parallelo dedicato all’infanzia. L’iniziativa si svolge attraverso sei appuntamenti, che sono progetti legati al jazz, alla musica improvvisata e che sono destinati proprio al pubblico dei bambini. Anche questa è una cosa per noi molto importante, che vogliamo abbia un seguito in futuro e speriamo che venga accolta da altri festival, visto che in seno alla Federazione è nata anche l’associazione ‘Il Jazz va a scuola’, che vuole spingere sul bisogno che si ha di portare la musica improvvisata in seno alla scuola, a partire da quella dell’infanzia. Per cui quello che vorremmo fare è proprio suggerire a tutti i festival italiani di dedicare sempre spazi per i bambini, il che fuori dall’Italia si fa da tempo. Basti vedere cosa accade nei paesi scandinavi o in Germania… in Italia devo dire un po’ meno… sì qualche festival lo fa, però è sempre lasciato un po’, diciamo così, ad una casualità mentre questa proposta potrebbe e dovrebbe essere incanalata meglio e ridisegnata su scala nazionale”.

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Colonnello Massimo Martinelli, direttore della Banda dei Carabinieri

Maestro Martinelli, data la natura della nostra testata, partiamo dal Jazz! Già lo scorso anno scrivemmo con piacere del concerto per i 204 anni di fondazione dell’Arma, alla Nuvola di Fuksas, rimanendo piacevolmente sorpresi del fatto che, oltre al repertorio classico ed “istituzionale”, lei inserì quelle che noi definimmo “pennellate di jazz”. In quella performance avvenne attraverso le note di Benny Goodman, suonate da una delle ospiti, la bravissima pianista Gilda Buttà e anche con una sua composizione d’ispirazione jopliniana; quest’anno c’è Paolo Fresu, forse il più importante trombettista jazz italiano (e non solo). Ci racconta le sue frequentazioni con il jazz?

“Mi sono avvicinato al jazz in maniera graduale, essendo un musicista di formazione classica. Gli studi al conservatorio, con il mio primo diploma in Musica corale e direzione di coro, mi ha consentito di allargare i miei orizzonti in più direzioni… anche in quella della popular music. Un’innata predilezione per Bernstein e i compositori americani che hanno assorbito gli stilemi jazzistici, rileggendoli e inserendoli in un loro stile personale, sono stati il tramite per avvicinarmi ad un linguaggio della contemporaneità in cui il jazz risulta sempre presente. E poi la curiosità per la musica di Scott Joplin e i ritmi sincopati, che ho assorbito suonandola per la danza, quando ero accompagnatore al pianoforte presso l’Accademia Nazionale di Danza nella mia città natale, Roma. Come ricordava lei, la mia formazione professionale ha influenzato sicuramente la composizione da cui è tratto il Ragtime che abbiamo suonato lo scorso anno alla Nuvola di Fuksas: “Jazzman Swinging”, dedicato a Corrado Troiani, primo Flicorno soprano della Banda dell’Arma; si tratta di 5 pezzi brevi per solista e banda alcuni dei quali di notevoli difficoltà virtuosistiche.”

-Nelle vostre esecuzioni è lasciato un qualche spazio alle improvvisazioni?

“L’improvvisazione, che ho praticato dopo il diploma (classico) in pianoforte, è stata per me un modo assai utile per sperimentare un livello sconosciuto di profondità musicale, attraverso il quale esprimere me stesso. Qualcuno pensa che la libertà espressiva che c’è nell’improvvisazione è un qualcosa che va oltre qualsiasi schema, formale, melodico e armonico; è vero l’esatto contrario: non è il sentirti libero da schemi a farti improvvisare, è l’improvvisazione che ti fa sentire libero, ma all’interno di schemi formali, armonici, tonali o modali o su qualsiasi altra scala (nel caso del jazz, blues o pentatonica che sia) che bisogna conoscere e praticare con disinvoltura. Non è la libertà musicale che ti fa improvvisare bene ma la conoscenza di un patrimonio musicale estremamente variegato; per questo è così difficile improvvisare bene: bisogna conoscere la struttura del pezzo, l’armonia, l’altro o gli altri con cui improvvisi, un dialogo continuo in cui ci si scambia un flusso continuo di informazioni tra individui a volte di formazione musicale totalmente diversa e che hanno seguito percorsi altrettanto diversi; ecco perché mi piace incentivare nei miei musicisti, tra l’altro bravissimi anche in questo, il gusto e il piacere per l’improvvisazione, che ho inserito quest’anno nel mio arrangiamento di “Moonlights”, una serie di brani ispirati alla luna che ha visto protagonisti Caroline Campbell e Paolo Fresu in un’esecuzione strabiliante dal punto di vista sia tecnico che espressivo.”

-La matrice di parecchi musicisti proviene dalle bande tradizionali o da quelle militari. Quale potrebbe o dovrebbe essere il ruolo di queste formazioni nell’attuale panorama socio-culturale del nostro Paese?

“Come ho scritto in un mio libro dal titolo “La Fedelissima”, che parla dei musicisti con le stellette, vi è una continua osmosi di strumentisti a fiato che transita dalle bande musicali di piccoli o grandi centri italiani per approdare alle bande militari; queste rappresentano un punto di arrivo professionale che consente ai più bravi neo laureati in discipline musicali di trovare una stabilità economica e un coronamento alle loro aspettative professionali. Nel tessuto sociale italiano le bande hanno sempre rappresentato innanzitutto un luogo di aggregazione e di socializzazione e allo stesso tempo di apprendimento della musica; tale ruolo è venuto sempre meno negli ultimi anni, poiché i giovani vengono ‘distratti’ da internet e dai social media, che rappresentano un tramite immediato al raggiungimento degli stessi obbiettivi: la conoscenza tra individui e la conoscenza della musica. Ma come si sa, la strada più breve non sempre è quella migliore e le nuove generazioni rischiano di perdere una serie di passaggi importanti nella formazione personale, fatta di contatti umani diretti e non mediati dal computer, da esperienze musicali vissute in prima persona e condivise con altri più o meno esperti, in grado comunque di avviarti alla professione in maniera naturale e talvolta appassionata.”

-Lei dirige la banda da quasi venti anni. Quali sono stati, in questo periodo, le trasformazioni, i cambiamenti che ha apportato?

“È stato un processo lento ma continuo quello di ampliare il repertorio in ogni direzione, non trascurando nessuna delle opzioni che consentono alla banda di esprimersi al meglio; ho cercato di incentivare le occasioni di far esprimere i musicisti della banda come singoli musicisti o in piccoli gruppi strumentali, in tal modo tutti si sono sentiti protagonisti di un progetto musicale di lungo periodo che ha portato nella banda stimoli positivi e confronti costruttivi all’insegna del far musica con lo spirito giusto, quello della condivisione di emozioni positive. Anche dal punto di vista strumentale, l’entrata in banda del fagotto, l’utilizzo sempre più massiccio del pianoforte, della batteria, delle cornette e di strumenti rari, quali il saxofono sopranino, ha consentito al complesso musicale di sperimentare sonorità nuove e più moderne. Infine una maggiore attenzione data alla registrazione e alla comunicazione audio-visiva ha permesso alla Banda dell’Arma di farsi ulteriormente conoscere rendendosi ‘visibile’ a un pubblico sempre più vasto di appassionati e non.”

Interviste realizzate “a quattro mani” da Marina Tuni e Gerlando Gatto

 

A Proposito di Jazz ringrazia il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Maestro Direttore della Banda, Colonnello Massimo Martinelli, l’Ufficio Cerimoniale e Paolo Fresu per la collaborazione.

Photo courtesy: Fototeca Ufficio Cerimoniale Arma dei Carabinieri

La Banda dei Carabinieri a Roma con Paolo Fresu e Caroline Campbell: le affascinanti contaminazioni sinestetiche della musica

L’arte e le emozioni rappresentano un connubio inscindibile e potrebbe sembrare quasi un’ovvietà dire che, tra tutte le arti, la musica è forse quella che più riesce ad indurre ciò che Aristotele definiva gli “accadimenti dell’anima”.
Di qualunque genere le emozioni siano, nella paletta di colori della musica non ne manca nessuna!

Certo, la musica mette in moto la Mnemosine (figura della mitologia greca, madre delle Muse e personificazione della memoria) che è in noi ed accende i nostri ricordi, evocatori primari di emozioni, ma non sempre.
Accade, a volte, che ciò avvenga per una sorta di misteriosa, quanto affascinante contaminazione sinestetica, che si compone sullo spartito della nostra psiche.

Lunedì 27 maggio 2019, nello splendido e neo-rinascimentale Teatro dell’Opera di Roma, in occasione del concerto che la Banda Musicale dell’Arma dei Carabinieri, diretta con la consueta, energica verve dal M° Massimo Martinelli, le emozioni sono giunte da più fronti. Quando parlo di contaminazioni sinestetiche, infatti, non mi riferisco soltanto a quelle di genere, avendo il repertorio spaziato dalla classica, al jazz, dalle marce militari alle colonne sonore da film, dal pop (si, avete letto bene!) alla musica tradizionale sarda, grazie anche ai contributi di due musicisti di vaglia quali la violinista americana Caroline Campbell e il “nostro” – ma di levatura altrettanto internazionale – trombettista Paolo Fresu; ciò di cui desidero rendervi partecipi è il mio percepire le emozioni della serata attraverso impulsi sensoriali inusuali, propri della sinestesia, come vedere il suono, sentire i suoi colori, assaporare l’emozione estetica delle forme…

Kandinsky, nel 1911, presenziò a Monaco ad un concerto di Arnold Schönberg, tra i padri della musica del Novecento. Il “Quartetto per archi op.10” e i “Klavierstücke op.11” divennero, il giorno dopo, un quadro: “Impressione III” o “Konzert”. Kandinsky aveva visto la musica, trasformandola in colore.

La ricchezza dei colori sinfonici di Rossini apre, dunque, la serata, presentata con eleganza dalla giornalista e conduttrice Rai Barbara Capponi, con l’esecuzione della Sinfonia dell’Otello, opera che il compositore amava più di ogni altra. Un bel duello a colpi di virtuosismo, dei legni soprattutto, che hanno sfoderato un gran carattere timbrico e ritmico; la musica rossiniana è un turbinio di rosso, il colore della passione, il cui eccesso sfocia ineluttabilmente nella gelosia, e che si fonde con quello dei pennacchi e delle strisce delle uniformi degli strumentisti e dei tanti carabinieri presenti in sala.

Purtroppo ancora oggi, quando si parla di “banda”, il pensiero corre immediatamente ad una musica che sta a metà strada tra le melodie popolari e le marcette militari. Ma la verità è molto più complessa, più articolata… e non sempre facile da decifrare. Per non parlare di quanto le bande siano state determinanti per la nascita e lo sviluppo del jazz!
Identica importanza rivestono le bande militari, che nel nostro Paese godono di un grande prestigio per aver mantenuto, nel tempo, un eccelso livello artistico. In particolare la Banda dell’Arma dei Carabinieri si è fatta apprezzare in tutto il mondo con svariate esibizioni e tournée, la prima nel 1916 a Parigi.
Attualmente è composta da 102 elementi, secondo i dettami della riforma varata nel 1901 dal maestro Alessandro Vessella, il quale prevedeva tre differenti organici a seconda che si trattasse di piccola banda (35 esecutori), media banda (54 esecutori) e grande banda (per l’appunto 102 esecutori). A dirigerla, dal 2000, è il Maestro Massimo Martinelli al quale va dato atto di saper imbastire un programma variegato ed interessante e di invitare, di volta in volta, degli ospiti di assoluto livello internazionale.

Tornando alla serata romana, lo stretto rapporto tra immagini e suoni ritorna con il medley dedicato al genio del M° Nino Rota, del quale ricorre il quarantennale della scomparsa, il cui talento ha dato vita a capolavori sempervirens e ad un vero e proprio genere, non catalogabile banalmente come “musica da film”. Nella mente, grazie al magico potere evocativo e di suggestione della musica, si affacciano a forti tinte le gelsomine, i clown, le angeliche, le saraghine, le gradische, le cabirie e tante altre figure create dai grandi Maestri del cinema italiano e mondiale.

La prima ospite internazionale, la violinista americana Caroline Campbell, irrompe sulla scena di rosso vestita e con la sua fisicità scultorea. Dotata, oltre che di straordinaria tecnica e squisita sensibilità, anche di una completa padronanza scenica, la Campbell si è fatta conoscere soprattutto come primo violino del Sonus Quartet, un quartetto d’archi costituito a Los Angeles nel 2003. Se non l’avete mai ascoltata, come primo approccio vi consiglio un inizio soft ma molto intenso: “Oblivion”, stupendo brano di Astor Piazzolla, in duetto con il trombettista Chris Botti. Nell’esiguo spazio del proscenio, concessole dalla mastodontica presenza dell’orchestra che riempie tutto il palcoscenico, la Campbell propone “America” di Leonard Bernstein, da “West Side Story”. L’intro è affidata al suo violino, e sono subito fuochi d’artificio multicolori!
Coinvolgenti, come sempre, i ritmi frammentati, d’ispirazione stravinskijana e intrigante l’hand clapping di parte dei musicisti.

Quanto a Paolo Fresu, credo che per i lettori di “A proposito di Jazz”, come si diceva una volta, “basta la parola!”. Eppure, nella mia particolare lettura pluri-sensoriale della serata, mi sento di dire che Paolo è riuscito a trasportarci, con la sensibilità che gli è propria, in un emozionante sorvolo sulla sua Sardegna, terra dai sorprendenti contrasti cromatici che vanno dalle gradazioni di azzurro del cielo e del mare a quelle del verde della macchia mediterranea, con gli ocra delle rocce a fare da sfondo. Bastava chiudere gli occhi e attraverso la musica si sentiva anche il profumo degli oleandri.

In “Sardinia Incanto”, arrangiata dal M. Martinelli, le anime dell’orchestra – più classica – e quella di Paolo – più jazz – si sono amalgamate in una sequenza di brani della tradizione popolare: “Deus ti salvet Maria” (più celebre come Ave Maria sarda), “Ballo sardo” e la toccante “A Diosa” (No Potho Reposare). Fresu termina l’esecuzione con il suo flicorno che emette una nota prolungata, una corona… un suono meccanico e ipnotico al contempo. Poesia jazz per cuori curiosi (calza alla perfezione il titolo del recente libro di Paolo!)

Dalla Sardegna alle cascate dell’Iguazù ci si arriva in un attimo, in una piovosa serata romana!
Per “Gabriel’s Oboe” di Morricone, la main track del film “Mission”, ritorna sul palco la bionda violinista statunitense, che duetta con Francesco Loppi, 1° oboe della Banda dei Carabinieri. Performance impeccabile, come lo stile della Campbell, la sua intonazione e l’abilità negli incroci di corde con il suo strumento.

E’ di nuovo la volta di Fresu con un suo classico: “Fellini”, arrangiato per banda (e non so quanto sia stato facile)… eseguito in versione ballad, dolce, onirica. Il brano ha come sottotitolo “Elogio alla lentezza” e ascoltandolo comprendiamo che abbiamo bisogno anche del silenzio per apprezzare di più la musica, e di lentezza per riappropriarci del nostro tempo. Suggerimenti poetici.
Il sogno non finisce qui. Nel teatro spunta la luna, l’astro più celebrato dai poeti, la musa, per definizione, degli innamorati. Con “Moonlights”, una compilation dedicata al simbolo del romanticismo ma anche ai 50 anni dal primo sbarco dell’uomo sulla luna, con la Banda, il suo 1° Trombone tenore, Massimo Panico, il 2° Sax Baritono, Alessio Porcello, la Campbell e Fresu  ascoltiamo in successione: “Moonlight Serenade” di Glenn Miller, “Blue Moon” di Rodgers e Hart, “Tintarella di Luna”, portata al successo nel 1959 da Mina, l’incantevole “Moon River” di Mercer e Mancini, dal film “Colazione da Tiffany” e, dulcis in  fundo, la magnificamente ricca di significato e di metafore “La settima luna” di Lucio Dalla. Il teatro non è più un luogo ma un altrove opalino… sospeso tra la luna e il tempo.

Il tempo è ora quello della Csárdás, celeberrimo brano di Vittorio Monti, che inizia con un mood struggente e prosegue in un crescendo rapsodico di grande tensione emotiva, dove la talentuosa Campbell avrebbe potuto farci saltare sulle poltrone per il suo virtuosismo; invece l’ha “solo” suonata bene, con grande pulizia ma senza quelle ardite digressioni che fanno la differenza e che lei, peraltro, sarebbe stata in grado di eseguire. Colore associato? Kandinsky l’avrebbe inserita nella sua opera sperimentale “Der Gelbe Klang”, il suono giallo!
Prima della chiusura con “La Fedelissima”, ovvero la marcia d’ordinanza dell’Arma dei Carabinieri, scritta nel 1929 dal maestro Luigi Cirenei, cui è seguito il sempre emozionante inno di Mameli, intonato da tutto il pubblico in piedi a celebrare l’omaggio alla Repubblica… ma anche alla bella musica offertaci dal maestro Martinelli e dalla sua Banda, è salito sul palco il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, il Gen. di C.A. Giovanni Nistri.

Il massimo vertice dell’Istituzione, con il suo solito forbito e brillante eloquio, ha ringraziato le varie Autorità militari e civili presenti, un vero e proprio parterre de roi, congratulandosi con i musicisti e, soprattutto, richiamando alla memoria i valori dei Carabinieri ed il loro ruolo, citando momenti tristi, come il sacrificio dei tanti uomini caduti nell’espletamento delle proprie funzioni, e quelli felici. Tra questi, il salvataggio dei 51 studenti della scuola media di Crema, tenuti in ostaggio su uno scuolabus dirottato e incendiato e le parole del Presidente Mattarella, che nel suo discorso di fine anno ha ricordato l’anziana signora che la notte di Capodanno ha chiamato i carabinieri, presenza capillare e amica, per lenire la sua solitudine.

Come bis, una musica che è entrata nel cuore di tutti, il tema di “Nuovo Cinema Paradiso” di Ennio Morricone. Il bianco, che racchiude in se l’intera gamma delle frequenze cromatiche, è il colore perfetto, il colore della fiducia e dei sentimenti nobili.

Se siete arrivati fino a qui, leggendo il racconto di una giornalista “sinesteta” in balia di flussi sensoriali mutevoli, sperando non vogliate bollare questa esperienza come una sorta di antropoformismo musicale, sappiate che i confini della sinestesia si fanno sempre più ampi e che le emozioni più profonde e viscerali e gli accadimenti dell’anima più intensi vengono percepiti attraverso l’ascolto; tanto da farne materia di studi scientifici che hanno permesso di sviluppare tecnologie che consentono ai non vedenti di “guardare” un’opera d’arte associando i suoni ai colori, per rendere visibile l’invisibile.

Marina Tuni

A Proposito di Jazz ringrazia il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Maestro Direttore della Banda, Colonnello Massimo Martinelli, l’Ufficio Cerimoniale e l’Ufficio Stampa per la collaborazione.

Photo courtesy: Fototeca Ufficio Cerimoniale Arma dei Carabinieri

 

 

Talos, un festival a sud-est del mondo

La musica ha una qualità: può migrare senza incorrere nel freno di frontiere, muri, fili spinati. Può cioè spostarsi liberamente ed, in alcuni casi, trovare l’accoglienza più calda.
Ecco. Il Talos Festival suggerisce quest’idea, di una rassegna aperta e inglobante per arti musica danza e in genere spettacolo. Il tema principale resta quello delle bande, grazie alla cui folta presenza, per citare Mascagni, la Puglia è una terra benedetta da Dio. E Pino Minafra, condirettore con suo figlio Livio della kermesse, da combattivo pronipote del mitico Talos qual ė, ha affermato che si sta finalmente concretizzando un importante traguardo legislativo regionale per la tradizione bandistica per come emerso nello specifico convegno interno alla manifestazione (che ha ospitato peraltro la presentazione del libro di Ugo Sbisá, “Puglia: le etá del jazz”).
Le bande hanno una tradizione forte nella regione – un paragone possibile le fanfare che eseguivano Sousa negli USA di inizio novecento – che risulterebbe di denominazione d’origine (non) protetta se non esistessero iniziative come quella ruvese la cui mission è tenerle in vita, consolidarle, rilanciarle.
Alle bande è stata, come da consuetudine, riservata un’ampia vetrina nella settimana di anteprima (1-5 settembre) a base di concerti, masterclass, flash mob, mostre fotografiche (Talosart a cura di Raffaele Puce), laboratori coreografici.
Talos è ancora La Melodia, La Ricerca, la Follia. Ma il tema sottotraccia rimane quello della rivendicazione della ricchezza artistica del territorio che si estende attorno a Ruvo verso varie latitudini e longitudini.

La notte della tammurriata offerta da Enzo Avitabile con i Bottari di Portico, che ha inaugurato a piazzetta Le Monache la sezione internazionale del Festival (6-9 settembre), va in tale direzione, in cui Suono Parola Danza si incontrano, per come statuito dal leader, profeta della ‘disamericanizzazione’, pur mantenendo l’influsso di black music (slang e tamburi compulsivi richiamano il rap); ed omaggiando, alla sua maniera, il Chain Of Fools di Aretha Franklin con lo stesso spirito devoto con cui rinnovare il canto accorato di Terra Mia di Pino Daniele. Il sassofonista di Soul Express ha maturato una propria poetica di “Paisá” che è sintesi profetica di linguaggi, come il griko, e ritualitá afro/mediterranee, rafforzate da collaborazioni come con la cantante palestinese Amal Murkus e col francese Daby Tourè, immortalato nel documentario ” Enzo Avitabile: Music Life” (2012) di Jonathan Demme: tutto nel segno della condivisione-senza/divisione e del recupero unitario e identitario di comuni radici ritmiche, sonore, idiomatiche.

Ed anche quando, poche ore prima, si esibiva, nello spettacolo Notturni, il trio italo-franco-austriaco composto da Livio Minafra al piano (degno di sviluppi il suo fischio che raddoppia le note della mano destra, alla Salis), Michel Godard a tuba e serpentone e Roland Neffe a vibrafono e marimba, la cifra stilistica era di quel taglio, con una musica leggera, variante, emotiva, inerpicantesi su immaginari Balcani con affacciata su New Orleans ma anch’essa radicata nella vasta area sull’asse tirreno/jonio/adriatica.
Sulla traccia dell’album Campo Armonico (Quinton) vi si è costruita la dimensione scenica dell’Adagio alla Finestra di giovani ninfe e mature driadi che, affacciate sulla corte della Pinacoteca d’Arte Contemporanea-ex Convento, gesticolano acclamano chiacchierano, bocche della verità e follia maldicente, tarantolata, mentre lasciano scivolar giù brandelli di carta, vox populi (o vox dei?) nella visione dell’ideatore Giulio De Leo che “ribalta il luogo comune teatrale e letterario del balcone come simulacro del femminile”.

Giorno 7 il vento dell’est ci porta in direzione Egeo, verso la Grecia di Xenakis e Vangelis, sulle ali del pianoforte di Sakis Papadimitriou, giá visto alla prima edizione del festival di Noci nel 1989. Ed ancora in spolvero nel prodigarsi nella ricerca modale di echi classici, agli albori del pensiero occidentale, fino al I secolo a.c., e riportare in vita aforismi, epitaffi, odi poetiche grazie al canto di Georgia Sylleou, incorniciato dalle figurazioni coreutiche di De Leo e Compagnia Menhir, con l’apporto di interpreti diversamente abili. Titolo della coreografia ‘Passionale’, dove il gesto, privo di illusioni estetiche, è strumento di relazione, vicinanza, ascolto.

Poi la zolla musicale indoeuropea tracima ancora verso oriente, sulle rotte di Marco Polo, fino all’India di Trilok Gurtu. Il percussionista, con un set strumentale che è un arsenale, si esibisce in un “solo” in cui prevalgono tablas e voce, in una congiunzione meditativa trasmessa agli spettatori che partecipano, a fine concerto, all’ esecuzione creando collettivamente un bordone tipo tampoura con un riff ripetuto ad accompagnare il musicista sul palco. Il cui sargam recita il ritmo, lo melodizza. E dà il meglio di sé quando si trasforma in un intona rumori concreti, creando vibrazioni da un secchio d’acqua, agitando oggetti, soffiando nel microfono per generare echi apocalittici, bacchettando cose per scovarne risonanze, in una sfida alle leggi dell’acustica quasi fosse un Cage venuto dall’Asia più tradizionale.

Est, est ancora est con The Bulgarian Voices “Angelitas”, polifonia di schietta matrice popolare, la loro, resa attraverso il sapiente gioco delle sezioni soprano-mezzosoprano-alto-contralto che si intrecciano e si riuniscono in accordi inconsueti per noi, talora misteriosi da decifrare, in cui pesa l’ utilizzo dei quarti di tono proprio della musica folklorica. Applauditi i canti a dispetto e quelli a risposta ma soprattutto bissata, su richiesta di un pubblico divenuto maggioranza bulgara, una originalissima versione di Bella Ciao.

Le due giornate finali hanno registrato la produzione La notte delle bande con Pino Minafra & La Banda, diretta da Michele Di Puppo, in repertorio Rossini, Bellini, vari autori fra cui compositori bandistici pugliesi, e con la partecipazione fra gli altri del poeta Vittorino Curci. Una formazione eccellente, sicuramente da “esportare”.

In pinacoteca poche ore prima era stato presentato il disco Sincretico (Dodicilune) del fisarmonicista Vince Abbracciante con Alkemia 4et nonché In The Middle, atelier coreografico curato da Sanna Myllylahti su musica del contrabbassista Giorgio Vendola oltre a Giardini famigliari, con commento sonoro affidato alla tromba di Giuliano De Cesare, con la danzatrice Mimma Di Vittorio in bella evidenza.
Nell’ultima serata la performance dei Fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso, seguita da Ciclopica, dei salentini di BandAdriatica diretta da Claudio Prima, con brani del nuovo album Odissea (Finisterrae), ha chiuso in bellezza il palinsesto dopo le sonorizzazioni di Nicola Pisani e Michel Godard sulle figure di Arcipelago.

È tutto, da Ruvo di Puglia, la cittå del “Jatta”, il Museo; la città del “Jezz”, meticcio con sponde a Levante oltre che con i Sud del mondo.

Amedeo Furfaro

La potenza sonora della Banda dell’Arma dei Carabinieri… racchiusa in una “Nuvola”

Novantadue professori d’orchestra (ma l’organico completo ne conterebbe 102), di cui sei alle percussioni e il resto ai fiati, una potenza di suono di grande impatto, anche emotivo, ricco di colori e sfumature, un repertorio vasto e un curriculum di assoluta eccellenza, impreziosito da numerose tournée in ogni parte del mondo a partire dalla prima, nel 1916 a Parigi. Stiamo parlando, l’avrete già capito, di una banda… ma non di una qualsiasi banda quanto di una delle migliori formazioni del genere che il mondo musicale possa vantare: la Banda dell’Arma dei Carabinieri, ottimamente diretta, da ben 18 anni, dal Colonnello Massimo Martinelli.

Il 28 maggio scorso l’imponente formazione ha tenuto un concerto all’Auditorium della “Nuvola” di Fuksas, nel quartiere Eur a Roma, nell’ambito delle celebrazioni per il 204° annuale di fondazione del Corpo.

A questo punto alcuni dei nostri lettori si staranno chiedendo cosa c’entri la Banda dei Carabinieri in un blog dedicato al jazz. Ebbene le risposte sono molteplici. In generale, parlare semplicemente di jazz, oggi come oggi, è decisamente limitativo, si può – e si deve – invece ampliarne la visione immaginando la musica come un’arte dei suoni, senza dover necessariamente erigere steccati, con inutili distinguo di rango, tra generi. Infatti, come abbiamo più volte detto, è vero che “A proposito di Jazz” è una pubblicazione dedicata al jazz, ma non lo è però in maniera esclusiva. In secondo luogo, sempre in queste stesse pagine, abbiamo più volte dedicato spazio alle bande, nella giusta considerazione che si tratta di formazioni di estrema importanza per la crescita musicale dell’intero Paese. Ma non basta: proprio con riferimento al jazz, molti musicisti – soprattutto statunitensi – si sono formati suonando nelle bande militari che, ancora oggi, introducono nei loro repertori brani di estrazione jazzistica.

La stessa cosa ha fatto anche la Banda dei Carabinieri, inserendo nel proprio repertorio alcuni brani riconducibili al jazz.

Il concerto, presentato da Veronica Maya,  inizia con una delle partiture meno “battute” di Claude Debussy, “Il Martirio di San Sebastiano”, scritta dal compositore francese come musica di scena per l’omonimo melodramma dannunziano. Segue una marcia dei Carabinieri Reali, composta da Luigi Cajoli, che fu il primo Maestro della Fanfara della Legione Allievi Carabinieri di Roma, nel 1887, l’embrione dell’attuale Banda dell’Arma, che egli stesso diresse dal 1910 al 1925. Piccola curiosità per i jazzofili: Cajoli è citato anche nel volume “Il jazz in Italia: dalle origini alle grandi orchestre”, del critico e storico Adriano Mazzoletti, pietra miliare, assieme ad Arrigo Polillo, del giornalismo dedicato a questo genere musicale.

Le prime pennellate jazzistiche della serata ci portano nelle strade di una New York anni ’50,  in balia delle bande giovanili. Da West Side Story, di Leonard Bernstein, ascoltiamo “Mambo” e “America”, due brani di cui l’orchestra ci restituisce intatta la grande forza comunicativa e “Ragtime” composto dal Maestro Direttore della Banda, Massimo Martinelli, forse ispirato da colui che venne definito il re del genere, Scott Joplin.

Nella “Rapsodia Americana”, della prolifica compositrice pugliese Teresa Procaccini (presente in sala), prima donna ad essere nominata direttore di un conservatorio di musica, e in “Bugle Call Rag” e “Sing, Sing, Sing”, brani portati al successo da un maestro della swing era, Benny Goodman, abbiamo avuto il piacere di ascoltare una straordinaria pianista che risponde al nome di Gilda Buttà.

Siciliana di Patti, Gilda frequenta la musica classica sin da giovanissima, tanto da diplomarsi con lode, a soli sedici anni, sotto la guida di Carlo Vidusso. Successivamente si costruisce una solidissima reputazione sia attraverso una fitta serie di concerti in tutto il mondo sia collaborando con il Maestro Ennio Morricone, con il quale ha inciso varie colonne sonore (su tutte “La leggenda del pianista sull’oceano”). Ed è stato davvero un bel sentire, dal momento che la Buttà è una concertista di assoluto livello: le sue dita volano letteralmente sulla tastiera ed esprimono al meglio le concezioni dei compositori, padroneggiando gli aspetti ritmici, armonici e melodici delle esecuzioni nonché il gioco delle dinamiche, così importante quando si suona avendo alle spalle una formazione granitica come quella della Banda dei Carabinieri.

Ma la Buttà non è stata la sola presenza femminile importante; in effetti, come ha sottolineato il Comandante Generale dell’Arma, Giovanni Nistri, sono oltre quattromila, ad oggi, le donne che portano la divisa da carabiniere, ed anche nella Banda ci sono varie esponenti del gentil sesso. Va infatti ricordato che la serata era altresì dedicata all’universo femminile; di qui l’invito ad altre due soliste: la violinista Anna Tifu e l’arpista Micol Picchioni.

Di origini rumene ma nata a Cagliari nel 1986, la Tifu è considerata in senso assoluto una delle migliori violiniste apparse sulla scena negli ultimissimi anni. Attualmente ha l’onore di suonare uno Stradivari del 1716, già posseduto da Napoleone e a lei affidato dall’Associazione Canale di Milano. La Tifu si è esibita, evidenziando una perfetta commistione di tecnica (straordinaria) e sentimento, nel “Concerto per Violino op. 26 n. 1” di Max Bruch, compositore romantico a mio avviso molto sottovalutato. Quest’opera è un capolavoro di simmetria tra elementi stilistici e formali: un incantesimo melodico commovente.

La vibrazione dell’ancia dell’oboe di Francesco Loppi, che ha duettato con la Tifu nel celeberrimo “Oblivion” di Astor Piazzolla, ha fatto vibrare tutta la platea, riuscendo a ricreare, in tutta la sua valenza, il pathos insito nelle note del musicista argentino. Del resto, come non essere piacevolmente vittime di un estatico coinvolgimento verso uno strumento, il violino, che proprio Bruch così descriveva: “può cantare una melodia, e la melodia è l’anima della musica…”

Il gineceo strumentistico si completa con la giovane arpista genovese Micol Picchioni. Diplomatasi col massimo dei voti nel 2004 al Conservatorio F. Morlacchi di Perugia, Micol è stata allieva di Catherine Michel (prima arpa dell’Opera di Parigi), Paloma Tironi, Susanna Bertuccioli e Patrizia Bini (prima e seconda arpa del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino).

L’altra sera si è fatta ammirare in un particolare arrangiamento per arpa e orchestra di “Stairway to Heaven”, dei Led Zeppelin, stratificato brano, sicuramente tra i più conosciuti della musica rock, pubblicato nel 1971. La “scala” che ci ha portato al paradiso (letteralmente!), così come gli altri brani proposti, è suonata da Micol con una straordinaria arpa celtica elettroacustica, dotata di un supporto che le consente di suonare in piedi.

Questo meraviglioso strumento polivoco rivela tutta la sua bellezza nel barocco “Canone” di Johann Pachelbel, brano sulla cui datazione, tuttavia, non si hanno ancora certezze; l’unica che si possiede in merito a questa composizione è che quella manciata di note, originariamente scritta per tre violini e basso continuo, è tra le più copiate della storia della musica, con centinaia di canzoni realizzate sulla sua celebre melodia. Una su tutte? Rain and Tears degli Aphrodite’s Child.

Come spesso accade in ambienti di grandi dimensioni, e come accaduto all’Auditorium della Nuvola, l’eccessiva riverberazione ha inficiato talora un ascolto ottimale, nonostante il suo progettista, l’architetto Fuksas, abbia dichiarato di aver studiato luce e acustica in modo maniacale. Per quanto riguarda la luce dell’intera struttura, non vi sono dubbi: è spettacolare! Nondimeno, ci attende una piacevole sorpresa. Verso il finale, la Banda si scompone: metà rimane sul palco e l’altra metà si posiziona nella parte più alta della platea. Questo effetto surround ci permette di ascoltare perfettamente e nella pienezza dei suoni il poema sinfonico di Respighi “I Pini di Roma”.

Dopo i saluti delle varie autorità presenti, la chiusura rituale di ogni concerto di questa Banda, vera eccellenza della musica italiana, prevede l’esecuzione della “Fedelissima”, composta dal Maestro Luigi Cirenei, marcia d’ordinanza dell’Arma dei Carabinieri e del “Canto degli Italiani”, ovvero l’inno nazionale, in un’interpretazione corale da parte di tutti gli spettatori che hanno gremito l’auditorio. Il concerto verrà trasmesso da Rai 5, in uno speciale realizzato da Rai Cultura, il 5 giugno, data in cui ricorre la giornata nazionale di questa prestigiosa istituzione.

Marina Tuni

A Proposito di Jazz ringrazia il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Responsabile Relazioni Esterne e Comunicazione, Generale di Brigata Maurizio Stefanizzi, il Maestro Direttore della Banda, Colonnello Massimo Martinelli e l’Ufficio Cerimoniale.

Photo courtesy: Arma dei Carabinieri

 

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL edizione 38, la seconda giornata

VENERDI’ 23 MARZO, SECONDA GIORNATA

La seconda giornata di Open Papyrus Jazz Festival è tradizionalmente quella più corposa e ricca di eventi, che anche quest’anno si sono svolti nella Sala Santa Marta, per la prima parte, e poi al Teatro Giacosa.

Già molta gente in Sala per la presentazione del libro Il Michelone, Nuovo dizionario del jazz. 1200 dischi jazz in 100 anni di Guido Michelone. Le recensioni dell’autore di 1200 dischi di Jazz usciti in 100 anni, che diventa un nuovo dizionario del Jazz. Il pubblico non si è sottratto al fitto dibattito che ne è conseguito.

Alle 19, dopo l’ Aperitivo – Degustazione Consorzio Vini Canavese comincia il concerto di Oba Mundo Project.

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Per mia scelta i commenti sui concerti saranno, per tutte e tre le serate, divisi in due parti, delle quali la seconda è intitolata ” L’impatto su chi vi scrive” ed è il mio commento personalissimo e dichiaratamente non ammantato di alcuna pretesa obiettività. A prescindere dalla competenza, la musica impatta diversamente a seconda della personalità, della formazione, dei gusti di ognuno.

Foto di Carlo Mogavero

Sala Santa Marta, ore 19
Oba Mundo Project
Loris Deval: chitarra classica
Anais Drago: violino
Viden Spassov: contrabbasso
Gilson Silveirapercussioni

Quattro musicisti ineccepibilmente bravi, un progetto nuovo non nell’intento (non è certo la prima volta né sarà l’ultima che si decide di reinterpretare temi famosi da film), ma nuovo nella resa. La presenza di Gilson Silveira indica già che i brani passano per una rilettura in termini ritmici ma anche timbrici e armonici “latin” (ma non manca l’Ucraina e la musica balcanica).
Non è certo un latin da cartolina: suonano benissimo questi tre ragazzi.
Gilson Silveira non è un ragazzo e quasi li tiene a battesimo, lui che è un poeta delle percussioni.
Suonano benissimo, gli Oba Mundo, con la cura di chi la musica l’ha non solo studiata ma  fatta propria e metabolizzata, e di chi il proprio strumento lo padroneggia tecnicamente in maniera perfetta e si può dunque permettere di farne praticamente tutto. Gli assoli della Drago sono ineccepibili e straripanti di energia, il contrabbasso di Spassov è intenso, granitico, offre continui spunti al quartetto non limitandosi all’ accompagnare, la chitarra di Deval è cangiante, i suoi fraseggi connotati da una inesauribile vena creativa. Silveira è una fonte continua di suoni, battiti messi in relazione tra loro con maestria.
I brani abbracciano una bella fetta della storia del grande cinema (da La vita è bella, all’ Orfeo Negro, a Mediterraneo).
La parte tematica è lo spunto per dare il via alla bravura indiscutibile di un quartetto di musicisti fantasiosi e preparati. Le dinamiche sono raffinate, l’interplay impeccabile e la verve improvvisativa notevolissima. Non capita spesso di poter ascoltare ad un festival giovani artisti talentuosi, che cominciano a farsi conoscere al di là delle loro realtà locale. Non capita nemmeno spesso di vedere un musicista affermato mescolarsi così beneficamente e generosamente a musicisti nuovi e dar loro appoggio, fantasia, che sottolineino il loro innegabile estro.


L’impatto su chi vi scrive

Un concerto scoppiettante, pieno di energia, divertente, costruito su musiche molto amate e giustamente molto applaudito.
Il limite del progetto l’ho trovato un po’ nell’applicare, a prescindere, una veste predeterminata  a temi molto diversi tra loro. La Canzone di Geppetto dal film televisivo di Comencini, per fare un esempio, mi è apparsa un po’ più travisata che riletta, mentre se ne sarebbe potuto fare un lavoro bellissimo di interpretazione interiore anche estrema, volendo. I temi vengono utilizzati essenzialmente come mero spunto per le evoluzioni virtuosistiche che seguono. Tra i due estremi della cover e del tema usa e getta preso solo per la sua struttura e poi  ingabbiato in una veste jazzistica preformata ed infilata a qualsiasi costo, c’è tutto un mondo espressivo che può essere infinitamente fecondo. Non a caso, una volta dimenticatami del suddetto tema, ho molto apprezzato le improvvisazioni e le belle introduzioni, che ne erano completamente avulse.
I ragazzi sono più che pronti, io credo, a scrivere e, se lo stanno già facendo, promuovere musica propria,  o a interpretare quella preesistente evitando di decidere “a tavolino” in che modo interpretarla. Lasciandosi andare piuttosto al loro flusso creativo interiore, che è lì che si affaccia prepotentemente e si percepisce vedendoli ed ascoltandoli suonare. Che queste considerazioni li incoraggino perché sono davvero molto bravi.

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Teatro Giacosa, ore 21:30

Helga Plankensteiner and Plankton

 

Helga Plankensteiner: baritone sax, clarinet, voice
Michael Lösch: hammond organ, piano
Enrico Terragnoli: guitar, banjo

Il primo dei concerti al Teatro Giacosa è anche il più interessante e stralunato di tutto il festival, in linea con il tema “Elogio della Follia” voluto dal direttore artistico Massimo Barbiero. Un sestetto dalla poderosa sezione fiati, ma anche con una sezione ritmica in grado di  cambiare registro con disinvoltura e di certo non in maniera didascalica. Helga Plankensteiner ne è la leader, e l’ideatrice, dalla personalità dirompente: eclettica suonatrice di sax baritono, clarinetto e corde vocali, suona per un’ora ed oltre musica originale, in tutti i sensi, intrecciando generi musicali in maniera così creativa che ogni genere viene trasfigurato anche quando sembrerebbe essere replicato fedelmente. Il batterio della creatività si impadronisce del Blues, o dello Swing, o di qualsiasi altra suggestione, modificandoli quasi geneticamente.
Questo è possibile con improvvisi cambi di rotta, di dinamiche, ma anche con una attento studio delle timbriche, appaiando le voci in maniera sempre diversa e quasi sempre a contrasto- il sax baritono con l’hammond, i fiati con il banjo, la voce con la tromba. Ma anche alternando unisoni possenti a improvvisi assottigliamenti che precedono la deflagrazione totale di tutto il sestetto. Matthias Schriefl e Gerhard Gschlössl alle trombe e al trombone sono il controcoro e l’alter ego imprescindibile della Plankensteiner. Enrico Terragnoli è infaticabile e prezioso con i suoi Banjo che ammorbidiscono e armonizzano le digressioni dei fiati. Nelide Bandello lavora come uno strumento armonico oltre che come generatore di battiti. Michael Lösch con l’hammond o con il pianoforte delinea e asseconda l’atmosfera dei brani introducendo anche una bella dose di rigore che, dato il clima sul palco, rende ancora più bizzarro il risultato finale.









L’impatto su chi vi scrive

E’ quel concerto che in un Festival, in mezzo ad altre proposte, mi aspetterei sempre di vedere: nomi meno di richiamo e un palcoscenico che permetta loro di farsi conoscere un po’ di più.
Musica divertente, diversa da quella che si incontra nei circuiti soliti, eppure con un livello di complessità notevole. Giocosa, circense, teatrale, stramba, intensa, energica, totalmente originale, con ampi stralci di improvvisazione che non si limita però ad assoli che si alternano ordinatamente, ma che esplode in momenti anche collettivi imponenti, di cui l’impatto è notevole. Ma anche apprezzabili “cornici” di musica scritta che contrasta mirabilmente con le parti più libere. Un concerto curioso e attraente.

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Teatro Giacosa, ore 22:30
Enrico Rava New 4ET

Enrico Rava: flicorno
Francesco Ponticelli: contrabbasso
Enrico Morello: batteria

Il concerto di Enrico Rava in quartetto è l’evento del Festival, il nome celebre capace di attrarre anche il pubblico meno avvezzo al Jazz. Ed Enrico Rava non delude nemmeno stavolta.
Solo brani originali: “Inutile che ve li annunci, sono tutti brani originali”, dice lui stesso.
Brani originali, e il timbro inconfondibile del flicorno di Rava, i suoi fraseggi essenziali (in quanto a “numero di note” usate) e anche in virtù di ciò ricchi per intensità, dinamiche, efficacia espressiva. Con il suo trio Rava  si mette continuamente in gioco: dialoga moltissimo con Diodati, quasi un alter-ego elettrico, lascia molto spazio a chitarra, contrabbasso, batteria lasciando che si apra una finestra su un gruppo di per sé notevolmente interessante: un concerto nel concerto, in pratica. La batteria di Morello passa agevolmente dal soffio alla potenza massima,  sempre modulata da un controllo totale che ne rende intellegibile ogni istante di ogni successione ritmica, anche la più ardita. Il contrabbasso di Ponticelli è in continua proficua interazione ritmico – armonica con chitarra e batteria. Diodati è un chitarrista dalla personalità musicale ben spiccata, che padroneggia il suo strumento non smettendo mai di sperimentare.










L’impatto su chi vi scrive

Non si può che dire bene di un concerto come questo. Mai nulla di musicalmente scontato. Un musicista pressoché leggendario, che da sempre continua a rimettersi in gioco con musicisti nuovi – giovani – o semplicemente diversi da altri con cui ha interagito in precedenza. Il suo carisma e la sua personalità artistica ne escono sempre rafforzati. Il tre giovani artisti sul palco con lui sono tre talenti del Jazz oramai giustamente affermati,con un loro linguaggio ben riconoscibile e una creatività in continuo divenire. Il dialogo tra i quattro è fitto, è un dialogo tra pari.
In alcuni momenti ho personalmente percepito un certo sbilanciamento tra quella sintesi (intensa) di Rava di cui parlavo sopra, spesso incentrata sul suono in sé,  e la musicalità traboccante di note e battiti del trio con lui sul palco. Quasi certamente questa dualità è cercata e voluta,  e sono consapevole dunque che il contrasto che io sento in alcuni casi come sporadico squilibrio potrebbe per altri rappresentare il valore aggiunto del progetto.

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La nottata è andata avanti fino a notte inoltrata al Caffè del Teatro con i bravi, giovani  e infaticabili The Essence 4tet ( Sara Kari: sax, Emanuele Sartoris: pianoforte, Antonio Stizzoli: batteria e Dario Scopesi: contrabbasso) che hanno animato la nottata con il loro Jazz vitale ed energico

Sara Jane Ghiotti Group @ Zingarò Jazz Club, Faenza

Sara Jane Ghiotti Group @ Zingarò Jazz Club, Faenza

Sara Jane Ghiotti Group
(apertura Fiato al Brasile 2018)
Sara Jane Ghiotti. voce
Andrea Taravelli. basso
Simone Migani. pianoforte
Pasquale Montuori. batteria

Mercoledì 7 febbraio 2018. ore 22
ingresso libero

Zingarò Jazz Club
Faenza. Via Campidori, 11
social: www.twitter.com/zingarojazzclub ; www.facebook.com/zingaro.jazzclub

La stagione dello Zingarò Jazz Club di Faenza prosegue, mercoledì 7 febbraio 2018, con il Sara Jane Ghiotti Group, composto da Sara Jane Ghiotti alla voce, Andrea Taravelli al basso, Simone Migani al pianoforte e Pasquale Montuori alla batteria. Il concerto fa parte anche del cartellone di Fiato al Brasile 2018. La serata è ad ingresso libero con inizio alle 22.

Sara Jane Ghiotti affronta in questo sua nuova formazione la musica di tre grandi compositori – Edu Lobo, Milton Nascimento e Guinga – per un vero viaggio nella Musica Popolare Brasiliana, dallo Choro, alla Bossa Nova e al Samba. Ne risulta un suono jazzistico che non snatura l’anima popolare del progetto e ne rivela la chiave della contaminazione, vero cuore vibrante di questa musica.

La cultura musicale del Brasile è il risultato di un melting pot stratificato nel corso dei secoli: una terra che ospita un popolo variegato trova altrettante sfumature nella sua musica. Gli arrangiamenti dei brani, interamente curati da Sara Jane Ghiotti, riflettono in modo naturale questa varietà di stili e accenti espressivi.

Il concerto del Sara Jane Ghiotti Group fa parte anche del cartellone di Fiato al Brasile 2018, il festival dedicato alla musica e alla cultura del Brasile, fortemente voluto dalla Scuola di Musica Sarti di Faenza. Anche quest’anno, inoltre, la rassegna si concluderà allo Zingarò Jazz Club con il Concerto Finale in programma lunedì 12 febbraio 2018.

Mercoledì 14 febbraio 2018, la stagione dello Zingarò Jazz Club prosegue con “Schubert In Love” il nuovo progetto di Plankton, la formazione guidata dalla sassofonista Helga Plankensteiner. Il progetto è sovvenzionato dalla Provincia Autonoma di Bolzano. Plankton è un sestetto composto da Helga Plankensteiner al sax baritono e alla voce, Matthias Schriefl alla tromba, Gerhard Gschlössl al trombone, Michael Lösch all’organo Hammond e al pianoforte, Enrico Terragnoli alla chitarra e al banjo e Nelide Bandello alla batteria.

Lo Zingarò Jazz Club è a Faenza in Via Campidori, 11.