Trio Bobo dal vivo all’Elegance, quando il jazz incontra il progressive

“Pepper Games” è l’ultimo studio album del Trio Bobo, prodotto da Nadir Music e distribuito da Egea. Il Trio Bobo, in ormai più di quindici anni di intensissima attività live dalla punta al tacco dello stivale, ha ormai acquisito una solidissima fanbase, conquistando via via una sempre più vasta platea di “aficionados” che ne segue instancabilmente tutti i movimenti sia in Italia che all’estero. Miscelando sonorità tipicamente jazz a rock/progressive e ritmiche afro e brasiliane, il sound della band è assolutamente unico e personale, ormai davvero inconfondibile per chi lo ama. Un mix costituito da brani originali e cover, costruito in anni di collaborazione e crescita tra i tre super musicisti: Faso e Christian Meyer da un lato, che costituiscono da sempre l’ossatura ritmica degli Elio e le Storie Tese e Alessio Menconi dall’altro, uno dei chitarristi jazz più apprezzati in circolazione. “Pepper Games” è un album realizzato lentamente (come il pane buono che deve lievitare con il lievito madre, insomma) con grande dedizione e amore in tutte le sue fasi. Tantissime prove per comporre i brani, concerti per testarli, giornate per fare una buona pre-produzione, controlli sugli arrangiamenti e modifiche varie. “Solo allora siamo entrati in studio registrando tutto in soli tre giorni e scegliendo la migliore tra due o tre take al massimo. In seguito abbiamo trascorso molte serate nelle nostre rispettive case ad ascoltare e a fare overdub di basso, chitarra e percussioni perché volevamo un prodotto davvero “succulento” e pieno di speziate note musicali. Quindi sono intervenuti nel mix due grandissimi tecnici del suono: Foffo Bianchi e Andrea Pellegrini che hanno dato all’album un suono unico, potente, presente e spazioso. Un lavoro moderno ma realizzato come negli Anni ’70 di cui siamo assolutamente orgogliosi”.
Sul palco Faso (basso), Christian Meyer (batteria) e Alessio Menconi (chitarra).

Sabato 27 ottobre
ore 21 e ore 23.30 (doppio set)
Elegance Cafè Jazz Club
Via Francesco Carletti, 5 – Roma
Euro 25 (concerto e prima consumazione)
Infoline +390657284458

Stefano Maltese: l’avanguardia è spontaneità

Siciliano di Palermo ma siracusano d’adozione, classe 1955, pittore, compositore, arrangiatore polistrumentista – saxofoni, clarinetti, flauti, pianoforte, chitarra, basso, mandolino, percussioni – Stefano Maltese è oramai da anni artista di punta della scena jazzistica non solo italiana. Giovanissimo inizia l’attività artistica nel campo delle arti visive, esponendo già dal 1969. La pittura lo tiene impegnato fino al 1977, quando decide di dedicarsi esclusivamente alla musica sviluppando strutture compositive in cui scrittura e improvvisazione si bilanciano sì da creare un mix di grande originalità. Parallelamente sviluppa come strumentista un linguaggio assolutamente personale che mette al servizio delle molte formazioni da lui create: dal quartetto di sassofoni al duo, dal trio al quartetto, all’orchestra, cui si affiancano numerose solo performance. E proseguire elencando i moltissimi successi ottenuti da Stefano sarebbe davvero inutile in questa sede: basti dire che la sua fama va ben oltre i confini nazionali e che suoi estimatori sono e sono stati artisti di assoluto livello quali, tanto per fare solo qualche nome, Marilyn Crispell, Steve Lacy, John Tchicai.

L’ho incontrato in occasione della recente visita in Sicilia per la presentazione del mio volume “L’altra metà del jazz”.

-In Sicilia ci sono tanti eccellenti musicisti jazz; come te lo spieghi?

“Credo che una certa formazione antropologica del siciliano gli consenta di interessarsi ad una musica sicuramente di derivazione afro-americana.  Forse sarà banale ma le nostre radici che sono di varie provenienze, ricordando le varie invasioni e le tante “visite” di svariate popolazioni che abbiamo avuto nei secoli scorsi, probabilmente ci danno la possibilità di avvicinarsi a questa musica con una certa disinvoltura. Credo poi che il lavoro di alcuni di noi che hanno iniziato negli anni ‘70 può aver influito nel coinvolgere più giovani in questa espressione musicale. Sicuramente posso testimoniare, per quanto mi riguarda, che molti giovani, provenienti dalle più svariate esperienze, dalla musica classica, dalla musica da banda… e così via non hanno avuto difficoltà ad inserirsi soprattutto in quel tipo di jazz che erroneamente viene definito d’avanguardia”.

-In che senso erroneamente?

“Perché vorrei dare un certo valore alle parole. ‘Avanguardia’ mi dà l’idea di qualche drappello, di un manipolo di soldati che si lanciano oltre le linee per essere decimati dal nemico e così poter fare avanzare le retrovie… qualcosa di chiuso in una stanza dove si fa ricerca. Invece per quanto mi riguarda è sempre stata una musica del tutto spontanea e molti dei musicisti che fanno questo tipo di musica e che conosco provenire da varie parti del mondo lo fanno con estrema naturalezza, non si sono messi lì a sbattere la testa sul muro e a chiedersi ‘adesso cosa facciamo?”.

-La cosa sorprendente nella realtà siciliana è che nonostante esistano sostanziali differenze tra la parte orientale e quella occidentale dell’Isola, questa abbondanza di musicisti la trovi ovunque…

“E’ vero così come è vero che esistono quelle differenze cui tu accenni. Io credo che determinante sia il lavoro svolto o dai musicisti nelle varie zone geografiche della Sicilia o da associazioni quali il Brass Group a Palermo che per anni è stato molto presente anche a Catania e quindi ha contribuito a formare in queste due città musicisti in modo un po’ più tradizionale. Insomma, giusto per capirci, non ho nulla contro la tradizione, anzi tutto il contrario, ritengo solamente che ogni musicista dovrebbe esprimersi intanto nel modo a lui più congeniale; poi credo anche che bisognerebbe cercare di cogliere quel che gira intorno a noi e stare al passo con i tempi. Se un musicista oggi si trova a proprio agio suonando hard-bop io non ci trovo alcunché di strano. Nelle città dove non ci sono state istituzioni di un certo genere, dove c’è stata una certa maggior libertà di pensiero è successo che si sono formati musicisti maggiormente portati ad una musica più contemporanea, più attuale: è quello che è successo nella provincia di Siracusa fino a Lentini, in alcune parti dell’agrigentino… insomma nei posti meno frequentati dal mainstream”.

-Tu appartieni ad una folta schiera di musicisti che, ad onta di una notorietà non solo nazionale ma anche internazionale acquisita sul campo, hanno deciso di rimanere in Sicilia. Come mai?

“Probabilmente è qualcosa di più forte di noi che ci ha legati a questa terra perché io stesso devo ammettere che più volte ho tentato vivere fuori dalla Sicilia, mi  sono trasferito diverse volte… mi ha anche fatto bene stare in ambienti diversi… chessò negli anni ‘70 , all’inizio degli anni ’80 vivevo a Roma, ho provato anche con Milano ai tempi in cui c’erano più scambi fra musicisti ed era possibile suonare nei club non pub come adesso e  c’è una bella differenza come tu sai benissimo; questo avveniva anche in Inghilterra, ho provato anche a Parigi su consiglio di Steve Lacy che mi diceva sempre ‘tu devi stare a Parigi non a Londra, Parigi è il posto giusto’;  sai, lui viveva lì, ma Steve Lacy era un caso a parte, lui poteva vivere in ogni parte del mondo. In ogni caso ricordo che ogniqualvolta andavo via da qui, e partivo non vedendo l’ora di lasciarmi dietro le spalle questa terra piena di contraddizioni, poi quando ero fuori non vedevo l’ora di tornare perché mi mancava tutto quello che c’è qui”.

-In questo tipo di scelte quanto hanno contato gli affetti?

“All’inizio niente perché essendo molto giovane non tenevo in considerazione nulla, come purtroppo fanno tutti i giovani, si pensa solo a fare ciò che si vuol fare. Io volevo suonare, qui non era possibile e allora era meglio andare fuori. Poi gli affetti sono vari nel senso che per me c’è l’affetto anche per il luogo dove vivo, per le strade che percorrevo di notte ad Ortigia, per esempio, fra l’altro in compagni di artisti di una generazione precedente la mia: per mia grande fortuna, passeggiavo con pittori, poeti, scultori, galleristi… sembra strano ma la Sicilia era così negli anni ’70”.

-Tu hai iniziato come pittore; è un’attività che hai completamente abbandonato o qualche volta ti capita di riprendere in mano i pennelli?

“E’ vero, ho iniziato come pittore giovanissimo, ho anche raggiunto un certo successo fin troppo presto e ho abbandonato proprio perché essendo troppo giovane e idealista non volevo stare in certi ambienti in cui bisognava per forza stare al servizio dei grandi mercanti d’arte. Così ho mollato, ho smesso di dipingere o comunque di occuparmi di arti visive per tanti anni ma poi ho ricominciato e devo ammettere che da diversi anni mi chiedono di mettermi ad esporre con delle personali e in passato qualche critico d’arte abbastanza conosciuto anche in ambienti internazionali mi ha spinto molto in questo senso. Credo comunque che tornerò ad esporre perché di lavori ne ho abbastanza”.

 -Il jazz è nato come musica di protesta; in questo momento nel mondo e quindi anche nel nostro Paese viviamo un momento particolarmente delicato. A tuo avviso quale dovrebbe essere, nell’attuale contesto, il ruolo del musicista, e nello specifico del musicista jazz?

“Io non sono mai riuscito a prendere posizioni politiche con la musica; per intenderci non ho mai titolato un disco in un modo che potesse richiamare qualcosa di politico. C’è chi l’ha fatto, in buona fede, in mala fede non lo so… ti ricorderai cosa andava di moda in un certo periodo…”

-E come no. Bastava presentarsi sul palco col pugno chiuso e l’applauso scattava automaticamente senza alcun riferimento al lato artistico della performance…

“Esatto! Fra l’altro negli anni ’70 ho suonato in un gruppo di musica etnica ed in effetti qualcuno del gruppo, essendo del partito comunista di allora, aveva un certo seguito e quindi ‘hasta siempre’, ‘hasta la victoria’ e il successo era assicurato. Io ho preferito sempre esprimermi in un’altra maniera. Io credo che la musica, la bellezza in genere, quindi non solo il musicista di jazz ma ogni musicista o artista che riesca ad esprimere delle opere d’arte che possano fa riflettere, coinvolgere, al di là di qualsivoglia titolo possiamo dare a queste opere, ha già fatto un percorso. Poi io credo particolarmente nella musica, nella forza della musica – è qualcosa che sostengo da molti anni –; nei miei concerti non c’è soluzione di continuità tra i vari brani, perché voglio esplorare una certa dimensione che è al di fuori di quella che conosciamo, una dimensione che viene conosciuta in certe popolazioni tribali in cui con la trance si riesce a guarire, si riesce a dimenticare tutto quello che esiste. Ed in realtà, durante un concerto, se la musica è molto coinvolgente, i musicisti per primi, non dovendo girare foglietti per capire dove si è arrivati, ma eseguendo musica a memoria riescono ad entrare in questa dimensione e riescono ad interagire con il pubblico trasmettendo la forza di questa musica. Così succede che in questo teatro dove ci sono questi musicisti sul palco, si crea tra artisti e pubblico un flusso tale per cui è come se ci fosse una sorta di bolla e così la realtà del momento non esiste più. Questa è un’esperienza che succede non solo con il jazz di un certo tipo, ma anche con la musica contemporanea, con la musica classica di un certo tipo… e se ci riflettiamo questa è un’esperienza collettiva di abbandono della realtà. In quel momento non ci ricordiamo alcunché di ciò che esiste nella realtà vera. Ecco: questo è uno dei miei obbiettivi. Quindi, tornando alla tua domanda, da un punto di vista politico credo che portare le persone ad avere consapevolezza e riuscire a comprendere ciò che può lasciarci un segno nell’anima sia un passo molto forte da fare, un’esperienza da vivere…quasi un dovere, oserei dire, per un musicista, un compositore che opera in questa società. Quanto alla situazione politica che viviamo, io prendo delle posizioni che vanno al di là della musica: lo dico da decenni e quindi te lo ripeto senza difficoltà alcuna, penso che il nostro Paese, così come tanti altri Paesi, siano rovinati dal potere economico che va ben oltre il capitalismo. Il capitalismo è ancora qualcosa di accettabile rispetto a quanto ci sta accadendo. E non è certo solo quest’ultimo governo ad aver creato una tale situazione: la cultura è il primo obbiettivo dei nostri governanti, ma nel senso che vogliono cancellarla”.

-Ti do perfettamente ragione; ma c’è un elemento di disturbo in quello che tu dici. Quanto da te auspicato con riferimento agli artisti, nel campo musicale avviene molto, molto raramente.

“E’ perfettamente vero. Molti, troppi musicisti oramai da tanto tempo tendono sempre più– e forse esclusivamente- ad ottenere consenso. Scrivono i pezzi, congegnano le scalette pensando ad ottenere l’applauso del pubblico o per vendere quelle dieci, venti copie del disco in più secondo me mortificando la propria creatività. Tra l’altro mi è capitato di avere musicisti nelle mie orchestre, nei miei gruppi, con grande talento che però hanno preferito seguire la strada del successo ovviamente cambiando il modo di suonare.  Intendiamoci: il denaro non fa schifo a nessuno, nessuno lo disprezza; io voglio guadagnare, voglio guadagnare bene… tu sai benissimo che negli anni ’80 io e Giorgio Gaslini ci siamo battuti perché i musicisti avessero dei compensi proporzionati alla loro caratura artistica”.

-Cosa che però è caduta nel vuoto…

“Più assoluto. Dopo una decina d’anni credo che la situazione sia addirittura peggiorata. Dai tempi in cui la mia manager mi mandava all’aeroporto la Mercedes con autista ad adesso c’è un abisso totale. Adesso i musicisti quasi pagano…”

-No quasi. Io conosco delle situazioni a Roma per cui se un concerto non raggiunge un certo numero di spettatori tale da coprire le spese – vere o presunte –  che il club sostiene per l’apertura del locale, la differenza deve essere coperta dal musicista…

“E’ tremendo. Non so, però, quale sia il livello dei musicisti che accettano tutto ciò”.

-Anche musicisti di calibro medio-alto, ti assicuro…pur di suonare…

“Francamente continuo a non capire. Con Antonio Moncada, un vero poeta delle percussioni, abbiamo deciso negli anni passati di organizzare anche dei concerti a invito: non voglio neanche un centesimo se voglio far sentire una cosa mia. Inoltre ti segnalo che Antonio ha organizzato anche dei concerti ad abbonamento: chi è veramente interessato si fa una piccola stagione e viene ad ascoltare i concerti. Ma decidiamo noi di non essere pagati e ovviamente la situazione è completamente diversa. Ma se io vado in un festival voglio essere pagato per quello che merito, per quello che merita la mia carriera. Invece vengo a sapere che ci sono delle rassegne in cui i musicisti vanno gratuitamente, viaggio compreso, si accontentano dell’alloggio e vitto. Questo per me è assolutamente inaccettabile”.

-Circa quel discorso stilistico che si faceva prima, quale credi possa essere la responsabilità delle scuole di musica?

“Sì, credo che le scuole di musica abbiano una grossa responsabilità. Ci sarà pure un motivo per cui oggi tutti suonano alla stessa maniera e prima no. Per quanto concerne i musicisti della mia generazione nessuno suonava uguale all’altro…Eugenio Colombo, Roberto Ottaviano…quelli di prima come Trovesi, Enrico Rava ognuno ha un proprio stile ben identificabile, nessuno suona come un altro. Abbiamo passato il tempo sugli strumenti, non dietro le scuole, e consumato centinaia di LP per capire come suonare certe cose. Quindi, sì le scuole hanno una pesante responsabilità ma potrebbero ancora fare un buon lavoro lasciando maggiore libertà agli insegnanti, non dettando un programma che è più o meno uniforme per tutta l’Italia. E poi organizzare più seminari con musicisti che però abbiano qualcosa da dire. Ed è inutile che ancora si parli di progressioni – secondo, quinto, primo – queste cose si imparano alla scuola elementare, le sappiamo tutti. E l’espressività? Il suonare lo strumento in un altro modo? Tutto ciò non si insegna ma si può imparare”.

-Come

“Stando gomito a gomito con i musicisti più bravi, più esperti che, ripeto, abbiano qualcosa da dire”.

-Poco fa mi dicevi che quando suoni in concerto preferisci presentare i brani senza soluzione di continuità, in una sorta, quindi, di suite. Ecco tutto ciò presuppone qualche prova o andate sul palco a improvvisare totalmente secondo quanto vi detta la sensibilità del momento?

“Io lavoro su tre fronti diversi. Primo: il livello orchestrale; io compongo, dirigo l’orchestra e all’interno delle composizioni introduco delle ‘conduction’ – oggi si chiamano così ma io e i musicisti della mia generazione queste cose le facciamo dagli anni ’70…- insomma all’interno dei pezzi cerchiamo di stravolgere le cose e ci facciamo capire tramite segni. Il secondo fronte è quello della musica totalmente improvvisata ma è una pratica che frequento solo con musicisti che conosco molto bene e con cui so di poter trovare un’intesa in ogni momento; per esempio la settimana scorsa ho registrato un disco in duo con Alex Maguire totalmente improvvisato e l’anno scorso ho realizzato un box di quattro CD con Antonio Moncada di musica improvvisata,  nel passato con Marilyn Crispell, Evan Parker etc… Infine, con i gruppi più piccoli, trii o quartetti – specialmente il Sonic Mirror quartet, con Roberta Maci sax soprano, alto e tenore, flauto, Alessandro Nobile contrabbasso e Antonio Moncada batteria e percussioni – studiamo le mie composizioni, suoniamo senza spartiti e quasi sempre non dico neanche la scaletta, cioè saliamo sul palco, io comincio a suonare, si capisce a quale pezzo mi sto riferendo e lo suoniamo come va suonato in quel preciso momento, con quello che sentiamo in quel momento; dopo di che si passa ad un  altro pezzo ma non è previsto come”.

-Come avviene il tuto processo creativo?

“Se ci fosse Antonio Moncada accennerebbe un sorriso perché spesso finisco di scrivere i pezzi quando siamo già in studio di registrazione… nel senso che quando so che mi servono dei pezzi, mi seggo e li scrivo, non aspetto l’ispirazione. Però ho sempre con me un quadernetto di musica perché nelle pause scrivo sempre musica”.

-Tocchiamo un altro tasto dolente: le case discografiche. Oramai i musicisti, nel jazz, se si escludono quattro o cinque nomi, tutti gli altri per fare i dischi pagano…così come per pubblicare un libro si paga. Scusami se colgo l’occasione ma vorrei ringraziare ancora una volta il mio editore, la Kappa Vu di Udine, con cui per pubblicare due volumi non ho dovuto sborsare un euro…anzi sono stato retribuito.

“E’ una cosa allucinante. Io sono stato molto fortunato in quanto nel corso della mia carriera ho sempre avuto dei produttori che hanno creduto in me quindi i dischi mi sono stati prodotti e sembrerà strano sentirlo adesso ma i produttori pagavano lo studio di registrazione, il fotografo, chi scriveva le note di copertina e mi davano un acconto sugli utili. Quindi prima che entrassimo in studio avevo già in tasca somme più o meno considerevoli e poi si andava a registrare. Ripeto: non sono venale, ma è il lavoro, il mestiere… se di mestiere si può parlare trattandosi di musica. Come sai ho inciso per diverse case tra cui la Splasc(H), la BlackSaint, la LeoRecords… e anche quest’ultima mi ha prodotto gli album. Adesso le cose sono cambiate e la responsabilità è anche degli americani. Ho saputo da alcuni produttori che negli anni ’90 i musicisti americani hanno cominciato a dare alle case discografiche i master già pronti e allora anche qui si è cominciato a dire ‘ma perché se i mitici americani danno i master già pronti, voi no?’ e la situazione ha cominciato a degenerare. Fatto sta che io, ad un certo punto, per la precisione nel 2006 – dopo tanti anni che ci pensavo – sono giunto alla determinazione di costituire una mia etichetta discografica che si chiama ‘Labirinti sonori’ come il nostro festival proprio perché non voglio più avere a che fare con le etichette discografiche. In linea di massima sono sempre stato trattato bene ma alle volte mi è capitato di incidere qualcosa e di vederla pubblicata dopo due, tre anni cosa assolutamente inaccettabile…. Una volta ci son voluti addirittura dieci anni…quindi diventa un archivio non più una testimonianza di attualità. Con questa nuova etichetta non ci limitiamo a pubblicare i miei dischi… abbiamo pubblicato album di Steve Lacy, di Keith Tippett, John Tchicai… e così via e devo dire che nel corso degli anni mi son trovato anche a non voler pubblicare molti master. Non voglio offendere alcuno ma non capisco perché anche musicisti che mi conoscevano bene mi mandavano master con musica lontana mille miglia da ciò che io amo. Così mi proponevano jazz-rock anni ’70 pur suonato egregiamente o musica brasiliana che non è in cima ai miei pensieri..oppure il cosiddetto mainstream. Lo ripeto: tutta musica rispettabilissima ma che non ha alcuna attinenza con il nostro catalogo”.

-Tu hai collaborato con tantissimi artisti di livello assoluto. Qual è il musicista che ti è rimasto particolarmente nel cuore?

“Tra quanti mi hanno particolarmente colpito c’è Marilyn Crispell con la quale abbiamo inciso due dischi in due pomeriggi consecutivi con la solita modalità di suonare i pezzi uno dopo l’altro senza interruzione e improvvisando dal principio alla fine – uno si chiama ‘Red’ e l’altro ‘Blue’ per la Black Saint- e abbiamo scritto ‘instant compositions’ perché in effetti c’è anche una architettura, cui tengo sempre;  il suo modo di suonare è straordinario: nella mia vita mai ho visto un musicista suonare con tale intensità e tanta spiritualità. Keith Tippett è un altro con cui ho fatto tante cose e anche con lui c’è uno scambio fortissimo. Un’altra emozione fortissima è stata quando sono stato gomito a gomito suonando con John Tchicai, soprattutto quando abbiamo registrato in duo (“Men From Windy Land” Labirinti Sonori 2015 n.d.r.) piuttosto che in orchestra; ecco accanto a lui sentivi il respiro della grande musica, sentivi che lui aveva suonato con Coltrane, con Roswell Rudd… insomma con tanti di quegli artisti che hanno fatto la nostra musica, che l’hanno sviluppata portandola sempre più avanti”.

-Guardandoti indietro c’è qualcosa che non rifaresti e qualcosa che, viceversa, rifaresti?

“A livello discografico rifarei assolutamente tutto in quanto, anche se nella registrazione di qualche disco c’è stato un qualche problema, comunque superato, ogni album è la testimonianza di ciò che ero in un determinato momento storico…per cui, mi ripeto, rifarei assolutamente tutto. Per tutti i primi anni della mia carriera discografica mi sono concentrato soprattutto sull’aspetto compositivo tralasciando il momento improvvisativo che frequentavo prevalentemente durante i concerti e soprattutto non ho registrato alcun disco con il mio quartetto di sassofoni che nacque nel ’77 e quindi non c’è alcuna traccia se non in alcune registrazioni amatoriali. Ecco, se potessi tornare indietro non commetterei questi che ora considero errori”.

-Tu insegni?

L’ho fatto ma adesso non più. Mi piace molto condurre i seminari, questo sì.

-Quindi tu sei uno dei pochissimi musicisti jazz che vive solo di musica?

“Fino a qualche anno fa sì, Ma da quando è nato mio figlio, l’amato Leonardo, sono cambiato. Forse ti sembrerà strano ma ho molto diradato l’attività concertistica perché non volevo allontanarmi da lui… per lo stesso motivo ho rifiutato molti ingaggi all’estero e mi sono dedicato più all’attività di produzione ma adesso che è più grande sto riprendendo appieno l’attività di musicista”.

E sulla mia considerazione di quale effetto possa avere un figlio sulla tua vita, si chiude questa lunga e a tratti toccante conversazione.

Gerlando Gatto

Luca di Luzio Globetrotter project ft. Jimmy Haslip a Corinaldo.

 

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Dagli Stati Uniti all’Italia per presentare in anteprima “Globetrotter”: Jimmy Haslip, bassista fondatore degli Yellowjackets, vincitore di numerosi Grammy Awards, l’ultimo nel 2018, si unisce al chitarrista Luca di Luzio per il lancio dell’album di esordio, prodotto e interpretato dallo stesso Jimmy Haslip.

Fa tappa a Corinaldo, venerdì 2 novembre presso il Teatro C.Goldoni dalle ore 21 ,il minitour italiano del Luca di Luzio Jimmy Haslip Quintet che vede insieme il chitarrista Luca di Luzio, il bassista statunitense Jimmy Haslip, il sassofonista Alessandro Fariselli, il pianista Alessandro Altarocca e il batterista Fabio Nobile uniti per il lancio di un nuovo progetto musicale.

Il tour rappresenta infatti l’anteprima del lancio dell’album di esordio del chitarrista Luca di Luzio, intitolato “Globetrotter”, un viaggio nel mondo del Jazz contemporaneo dove Funk, Blues, Jazz e Musica Latina si uniscono in un percorso musicale comune. Luca di Luzio è un chitarrista che ha approfondito la conoscenza di diversi stili per distillare la propria visione musicale fondata su due caratteristiche: melodia e groove. La scelta di una sezione ritmica di altissimo livello composta da Jimmy Haslip al basso elettrico e Fabio Nobile alla batteria diventa quindi la chiusura perfetta del cerchio di questo progetto musicale che si completa per l’occasione con la presenza di Alessandro Fariselli al sassofono e Alessandro Altarocca al pianoforte.

Il lavoro discografico di Luca di Luzio, “Globetrotter”, frutto della collaborazione tra Luca e Jimmy Haslip che ne è il produttore, sarà disponibile entro il mese di novembre e contempla la presenza di molti ospiti illustri come Dave Weckl, George Whitty, Max Ionata e Alessandro Fariselli.
Il concerto è realizzato dall’Associazione Culturale Jazzlife in collaborazione con l’Associazione Round Jazz di Corinaldo e il sostegno del Comune di Corinaldo e della Proloco di Corinaldo. L’appuntamento è per venerdì 2 novembre dove alle 21.00 presso il Teatro C. Goldoni.

Luca di Luzio è un chitarrista versatile che ha approfondito diversi linguaggi musicali, dal jazz al funk e al R&B studiando con Garrison Fewell, Dean Brown, Tuck Andress, Les Wise. Suona stabilmente con il suo LdL Blue’(s) Room Trio insieme a Sam Gambarini (H) e Max Ferri (D) e collabora con la cantante canadese Lauren Bush con cui sta registrando un CD prodotto da Tuck and Patti. Si è esibito in numerosi Festival sia in Italia che all’estero come Umbria Jazz, Comacchio Jazz, NAMM Show, San Severo Winter Jazz festival, Jazzit Festival, Mottola International Guitar Festival.

Ha suonato con Paolo Fresu, Fabrizio Bosso, Max Ionata, Xavier Girotto, Roberto Spadoni, Lauren Bush. Da alcuni anni ha iniziato inoltre ad esibirsi con la chitarra a 7 corde. E’ endorser della Benedetto Guitars, D’Orazio Strings, DV Mark amps.

Jimmy Haslip è conosciuto soprattutto per essere uno dei membri fondatori del gruppo fusion Yellowjackets e per essere stato uno dei primi bassisti ad utilizzare un basso a 5 corde. Bassista mancino, ha inoltre la particolarità di suonare il basso con le corde invertite, cioè con la corda più acuta in alto e la corda più grave in basso.

Oltre agli Yellowjackets, Haslip ha collaborato o collabora con numerosi altri artisti importanti quali: Bruce Hornsby, Rita Coolidge, Gino Vannelli, Kiss, Tommy Bolin, Allan Holdsworth, Marilyn Scott, Chaka Khan, Al Jarreau, Donald Fagen e Anita Baker.

Ingresso 12 €.

Dopo il concerto Jam session Ai 9 Tarocchi (www.ai9tarocchi.it)

Info e biglietti: 3351340537 – info@jazzlife.it
Ufficio Turistico di Corinaldo: 071 7978636

(Cinzia Sabbatini – Responsabile della Comunicazione-Corinaldo Jazz)

T&nCò @ Rossini Jazz Club, Faenza

Giovedì 18 ottobre 2018, la stagione del Rossini Jazz Club di Faenza presenta T&nCò, il progetto di Alan Bedin dedicato alla musica di Luigi Tenco. Il trio è composto da Alan Bedin alla voce e all’elettronica, Marco Ponchiroli al pianoforte e Luigi Sella ai sassofoni, al clarinetto e al flauto barocco. La rassegna è diretta da Michele Francesconi e in questa stagione si presenta con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

T&nCò è il progetto creato dal cantante e performer Alan Bedin per fare risaltare la figura poetica e musicale di Luigi Tenco. Un approfondimento musicale curato insieme al pianista Marco Ponchiroli e al sassofonista Gigi Sella che analizza sotto diversi punti di vista il cantautorato, la primigenia formazione e l’ambizione jazz dell’artista Tenco. I tre musicisti provenienti da sfere musicali profondamente diverse creano una miscela esplosiva e intensa in grado di esaltare l’universo musicale del cantautorato italiano con l’aspetto più nobile e libero del jazz intrecciando magistralmente una voce eclettica, un’ancia di esperienza e un pianoforte ispirato. Dal soffio sonoro del fiato alla voce potente ed istrionica accompagnata dal piano che trasforma le parole di Tenco in poesia armoniosa, sonora. Un progetto made in Italy con un’identità molto marcata che si allarga fino ad arrivare ad altre composizioni di altri contemporanei dell’artista, come Fred Bongusto o Lucio Dalla, e alle collaborazioni più rinomate della canzone italiana. Il linguaggio del Jazz per oltrepassare la musica leggera e far brillare i testi dei grandi autori sessanta, ancora oggi invalicabili. Un progetto svolto con classe ed eleganza e con una giusta dose di ironia.

In T&nCò, Alan Bedin fa incontrare Luigi Tenco con Demetrio Stratos: un paragone iperbolico, utile per riassumere l’essenza di un progetto realizzato senza la minima soggezione. Il canto di Alan Bedin si arrampica e scava tra le note, mentre i suoi compagni di avventura carezzano la sua voce con un risultato emozionante, complesso e coraggioso. Dal cantautorato al jazz, fino alle derive più moderne e contemporanee.

Cantante, autore, performer, insegnante, ricercatore e promoter. Dopo una fortunata esperienza pop, Alan Bedin decide di dedicarsi alla ricerca e all’utilizzo della voce sia in ambito artistico-performativo, che di ricerca. Dal canto difonico al canto indiano per esprimersi diversamente nel canto moderno e contemporaneo. Ha lavorato come direttore artistico per l’etichetta Cramps Records. Dirige e collabora in diversi progetti musicali utilizzando la sua vocalità in diversi stili: dal jazz al progressive, dalla declamazione futurista del primo decennio al cantautorato più ricercato. Inventa e segue come direttore la prima scuola di musica e danza indiana, Hanuman. Insegna e realizza laboratori sull’utilizzo ed il perfezionamento vocale.

Come Steve Lacy, Gigi Sella ha da tempo scelto di dedicarsi totalmente ad un unico sassofono, il soprano – ed i risultati si fanno sentire – pur non disdegnando pregnanti escursioni con il clarinetto, suo strumento di nascita. Il suo suono è unico: tra sogno e realtà. Personaggio musicale chiamato in orchestre e gruppi alternativi tra jazz e fusion. Riconosciuto nel panorama musicale nazionale come Gigi, che per la sonorità e il fraseggio del suo sax ricordano però più Wayne Shorter che Lacy.

Marco Ponchiroli, eclettico artista veneziano, si diploma con lode in pianoforte presso il conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. Intraprende ben presto un percorso di ricerca che lo porta a contaminare tra loro vari generi musicali e varie forme di esperienza artistica. Conosce il blues, il pop, il reggae, collabora a vari progetti discografici, collabora e compone la musica per lo spettacolo teatrale “ Il Grigio” di Giorgio Gaber. Mantiene viva la passione per il jazz, il suo principale genere di riferimento, e suona con musicisti noti nel panorama jazzistico italiano.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, cambia sede e si sposta al Bistrò Rossini che diventerà, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si passa appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Resta invece immutato lo spirito che anima l’intero progetto: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si unisce, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini e l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

Giovedì 25 ottobre, sempre alle 22, il Rossini Jazz Club ospita il nuovo progetto di Michele Francesconi e Francesca Bertazzo, dedicato al SongBook di Jimmy Van Heusen. Il quartetto è formato da Michele Francesconi al pianoforte, Francesca Bertazzo alla voce, Stefano Colpi al contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria.

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.

Alessandro D’Anna Trio nel tributo a John Taylor

Il progetto “Tribute To John Taylor” nasce dall’idea del batterista Alessandro D’Anna dopo l’esperienza vissuta a Siena Jazz con il maestro John Taylor. Dopo diversi anni il batterista trova per caso in una vecchia borsa gli spartiti che Taylor gli aveva regalato e decide di inserirli in un progetto in suo onore. Il concerto presenterà diverse composizioni di Taylor, Wheeler e alcuni standard della tradizione jazz americana.
Sul palco Vittorio Solimene (piano), Giuseppe Romagnoli (contrabbasso) e Alessandro D’Anna (batteria).

Martedì 16 ottobre
Ore 21.30
Elegance Cafè Jazz Club
Via Francesco Carletti, 5 – Roma
Euro 15 (ingresso e prima consumazione)
Infoline +390657284458

I NOSTRI CD. Dalle ristampe musica senza tempo. Dalle novità la conferma del made in Italy

Oscar Brown Jr. – “Between Heaven And Hell” plus “Sin & Soul” – Soul Jam 600912
Nel corso degli anni Oscar Brown Jr. è diventato famoso non solo e non tanto per le sue grandi capacità di vocalist quanto per l’aver assunto determinate posizioni politiche che sarebbero divenute patrimonio di tutta la musica nera al di là di ogni distinzione tra jazz, funk, rap, R&B. In effetti considerare Brown solo come jazzista è piuttosto riduttivo dal momento che lo stesso si è affermato anche come poeta e drammaturgo. Questo album ci restituisce, comunque, Oscar Brown Jr. nella sua veste di eccellente jazzista quale lo si ritrova in due LP, “Between Heaven And Hell” del 1962 e “Sin & Soul” del 1960 con l’aggiunta di tre bonus tracks sempre dei primissimi anni sessanta. Si tratta, in buona sostanza, dei primi due LP incisi da Oscar Brown e che anche per questo assumono una precisa rilevanza storica. In “Sin & Soul” Oscar Brown ha scritto parole e musica della maggior parte dei brani in repertorio; da segnalare come in tre pezzi la musica sia opera di altrettanti personaggi all’epoca emergenti ma che in breve sarebbero diventati celebri: “Work Song” di Nat Adderley, “Dat Dere” di Bobby Timmons e “Afro-Blue” di Mongo Santamaria. Ma è proprio nelle composizioni ascrivibili in toto al vocalist che troviamo i motivi di maggiore interesse con brani emblematici quali “Bid’em In” e “Humdrum Blues” che rappresentano in toto la poetica dell’artista così complessa e così calata nella realtà degli afro-americani.
Nell’altro LP – “Between Heaven And Hell” – possiamo ascoltare dodici brani di cui ben dieci scritti totalmente dal vocalist e due in cui Oscar Brown ha composto la musica su testi di poeti quali Gwendolyn Brooks e Paul L. Dunbar. Notevoli in questo caso non solo l’interpretazione del leader ma anche i preziosi arrangiamenti di Ralph Burns e, in due brani “Mr. Kicks” e “Hazel’s Hips”, di Quincy Jones. Altresì notevoli gli apporti dei solisti quali, ad esempio, il trombettista Joe Newman e il pianista Patti Bown.

Miles Davis – “In Person Friday and Saturday Nights at the Blackhawk” – Poll Winners 27373 2 CD
E rimaniamo negli anni ’60 con queste straordinarie registrazioni di Miles Davis. Questo doppio cd ripropone, infatti, lo storico concerto registrato dal trombettista il 21 e 22 aprile del 1961 al Blackhawk di San Francisco, originariamente pubblicato come “Miles Davis in Person at the Blackhawk Vols. 1 & 2” (Columbia CS8469/CS 8470).
Anche in questo caso sono molti i motivi di interesse. Innanzitutto, dal punto di vista storico, si tratta di una delle pochissime registrazioni di Miles Davis con Hank Mobley al sax tenore (le altre due registrazioni di questo quintetto furono “Someday My Prince Will Come” e “Miles Davis at Carnegie Hall”). In secondo luogo si tratta delle prime performances e relative registrazioni che Miles, alla testa di questo gruppo, abbia effettuato in un club. Inoltre è possibile ascoltare una delle migliori sezioni ritmiche che la storia del jazz possa vantare, vale a dire Wynton Kelly al piano, Paul Chambers al contrabbasso e Jimmy Cobb alla batteria che non a caso hanno suonato e registrato spesso come un trio a sé stante. Dal punto di vista squisitamente musicale non credo siano necessarie molte parole per illustrare la valenza di questa musica e ne era convinto lo tesso Miles che rispondendo ad alcune domande di Ralph J. Gleason, incaricato di scrivere le note di copertina, affermò che non c’era alcunché da scrivere sulla musica dal momento che la stessa parlava da sé. E parlava un linguaggio allo stesso tempo moderno ma legato alle tradizioni, con una front-line in cui Hank Mobley riusciva a dialogare con grande intensità con Miles in uno dei suoi giorni migliori. Il tutto supportato da una sezione ritmica, come si diceva, di assoluta eccellenza. Tutti i brani sono da godere nella loro interezza anche se personalmente ho apprezzato in modo particolare “Walkin’” e “Softly As In A Morning Sunrise”.

Bill Evans – “New Jazz Conceptions” – Poll Winner 27364
Durante questa rassegna di ristampe mi leggerete usare spesso l’aggettivo ‘storico’ ma in taluni casi è davvero indispensabile. Ad esempio come meglio definire questo CD di Bill Evans dal momento che si tratta dell’album d’esordio dell’allora ventisettenne pianista come leader (prodotto da Orrin Keepnews per la Riverside Records RLP-12-223) riprodotto nella sua interezza e comprendente quindi un’alternate take di “No Cover, No Minimum” che chiude la session. Originariamente l’lp, registrato nel settembre del 1956, conteneva undici tracce di cui otto in trio con Teddy Kotick al basso e Paul Motian alla batteria, e tre in piano solo tra cui la prima registrazione del capolavoro di Evans, “Waltz for Debby”. Basterebbero queste poche note per far capire come si tratti di un album che ogni appassionato di jazz dovrebbe possedere e ascoltare con attenzione. Quell’attenzione che evidentemente non prestarono gli ascoltatori dell’epoca dato che il primo anno della sua uscita l’album vendette appena 800 copie. In effetti, anche se Evans stava ancora mettendo a punto il suo stile che avrebbe dato una svolta imprescindibile alla concezione del piano-trio, tuttavia non era certo difficile cogliere le potenzialità di questo straordinario artista. E le possibilità di comparazione erano lì, sotto gli occhi di tutti, dal momento che in questo specifico album Evans poneva il focus della sua ricerca ancora sul grande song book americano proponendo solo poche sue composizioni – “Five” , “Displacement”, oltre ai già citati “No Cover, No Minimum” e “Waltz for Debby”. Quasi inutile sottolineare come a distanza di oltre sessanta anni queste incisioni conservino intatta tutta la loro freschezza, originalità a conferma che la grande musica non conosce confini di spazio o di tempo. Magnifica, in particolare, l’interpretazione di “My Romance” di Rodgers-Hart. L’album è completato da altri sei brani provenienti da due session dello stesso periodo in cui Evans suona con Dick García chitarra, Jerry Bruno basso e Camille Morin batteria nei primi tre, e con Eddie Costa vibrafono, Joe Puma chitarra, Oscar Pettiford basso e Paul Motian batteria negli altri tre. Da leggere, infine, la recensione scritta per Down Beat da Nat Hentoff e fedelmente riportata nel libretto che accompagna l’album unitamente alle note originarie di Orrin Keepnews e ad un ulteriore contributo di Mel Parson redatte per la riedizione del disco.

Maynard Ferguson – “The Birdland Dream Band” – RCA Victor 88985407092
Ancora una ristampa di grande importanza storica e artistica. Siamo a metà degli anni ’50, per la precisione nel 1956, e Maynard Ferguson ha l’opportunità di formare una orchestra stellare significativamente chiamata “Birdland Dream Band” con cui effettua numerose tournée e incide qualche album come quello presentato in questo CD, impreziosito dalla presenza di altri nove alternate tracks non comprese nell’originale LP. Le registrazioni, effettuate alla Webster Hall di New York nel settembre del 1956, evidenziano tutta la potenza interpretativa dell’orchestra. In effetti grazie agli arrangiamenti di personaggi quali Al Cohn, Bob Brookmeyer, Jimmy Giuffre, Ernie Wilkins, Bill Holman, Marty Paich, Willie Maiden, Johnny Mandel, Herb Geller, e a solisti del calibro del trombonista Jimmy Cleveland, dell’altista Herb Geller, del tenorista Al Cohn, del trombettista Nick Travis, del pianista Hank Jones la band raggiunge un successo strepitoso e costituisce di fatto la base di lancio per la prestigiosa carriera da band-leader che avrebbe contrassegnato la vita di Ferguson. Successo, intendiamoci, del tutto meritato come avrete modo di constatare ascoltando l’album. La musica è serrata, lo swing intenso, trascinante, il sound orchestrale compatto, gli interventi solistici perfetti con il leader sovente in primo piano; i brani si susseguono senza un attimo di tregua a declinare un repertorio di assoluto livello in cui figurano, in veste di autori, Al Cohn, Bill Holman, Bobby Brookmeyer, Jimmy Giuffre, Marty Paich, Manny Albam e John Mandel, come a dire una piccola enciclopedia del jazz.

Ella Fitzgerald – “Sings the Cole Porter Song Book” – Poll Winners 27363 – 2 CD
Rimaniamo negli anni cinquanta; Lady Ella è in piena attività, oramai riconosciuta come una delle più importanti vocalist jazz; così si esibisce in tournée attraverso l’Europa e il Nord America, accompagnata dall’orchestra di Duke Ellington e instaura una proficua collaborazione con Louis Armstrong documentata da tre indimenticabili album: “Porgy and Bess”, dedicato all’omonima opera di George Gershwin, e due incisioni di standard jazz, “Ella and Louis” e “Ella and Louis Again”. In questo stesso periodo incide per l’etichetta discografica Verve Records una serie di Songbooks, prodotta da Norman Granz, contenenti le canzoni scritte dai più grandi compositori americani. Questo doppio CD, registrato nel 1956, ci presenta per l’appunto Ella Fitzgerald impegnata nella interpretazioni del song book di Cole Porter. Questa volta l’aggettivo “storico” è quanto mai opportuno: in effetti l’album già nel 2000 entra a far parte del Grammy Hall of Frame e nel 2003 è uno dei 50 dischi scelti dalla Libreria del Congresso per far parte del “National Recording Registry”. In effetti l’album è semplicemente straordinario: Ella è in gran forma, la sua voce è fresca, caratterizzata come al solito da un’ampia estensione e da una perfetta intonazione, sorprendente il suo scat che avrebbe poi costituito parte integrante della sua cifra stilistica, grande la capacità di improvvisazione jazzistica. Assolutamente pertinente l’accompagnamento fornito dalla big band di Buddy Bergman in cui spiccano solisti come i trombettisti Pete Candoli, Harry “Sweets” Edison, Maynard Ferguson, i sassofonisti Herb Geller, Bud Shank, Bob Cooper, il chitarrista Barney Kessel, il contrabbassista Joe Mondragon e il batterista Alvin Stoller. A ciò si aggiunga la bellezza dei temi firmati da Cole Porter: brani come “In The Still Of The Night”, “I Get A Kick Of You”, “Just One of Those Things”, “Begin the Beguine”…tanto per citare qualche titolo, vengono lumeggiati nelle pieghe più remote e riproposte in tutta la loro valenza. Il doppio album contiene come bonus track “Love For Sale” registrato il 29 aprile del 1957 con Don Abney piano, Herb Ellis chitarra, Ray Brown basso e Jo Jones batteria. Ad impreziosire il tutto un ampio libretto con interventi di Alan Guntry, Don Freeman, Norman Granz, Fred Lounsberry.

Oliver Nelson – “The Blues and the Abstract Truth” – The Stereo & Mono Versions – Green Corner 100894 – 2 CD
Oliver Nelson nasce a St.Louis, Missouri, nel 1932 e comincia a suonare il pianoforte all’età di sei anni per passare al sassofono ad undici. Nel 1947 le prime scritture professionali con diverse band nei dintorni di St.Louis, finché nel 1950 entra nella big band di Louis Jordan suonando il sassofono contralto ed occupandosi altresì degli arrangiamenti. Il grande successo arriva nel 1961 quando, dopo sei album come leader, incide per l’appunto “The Blues and the Abstract Truth” (che contiene tra gli altri il famoso “Stolen Moments”, poi diventato uno standard); accanto a lui una serie di musicisti eccezionali quali George Barrow al sax baritono, il trombettista Freddie Hubbard, il sassofonista e flautista Eric Dolphy (alla sua ultima collaborazione con Nelson dopo una serie di registrazioni per la Prestige), Bill Evans al piano (nel suo unico album con Nelson), Paul Chambers e Roy Haynes rispettivamente basso e batteria. L’album ci viene proposto nella duplice versione mono e stereo e la cosa non deve stupire più di tanto ove si consideri che nei primissimi anni sessanta le case discografiche erano solite pubblicare nella duplice versione dato che ancora la stereofonia non era molto diffusa. Dal punto di vista squisitamente musicale, l’album è una vera e propria perla nella discografia di quegli anni; dall’alto della sua perizia di arrangiatore e compositore, Nelson, pur non rispettando la canonica struttura delle 12 battute, si lancia in una profonda esplorazione del blues di cui ci propone una sua particolarissima e brillante visione, in ciò perfettamente assecondato da quei grandiosi musicisti cui prima si faceva riferimento. Il brano più noto e probabilmente il migliore è “Stolen Moments”; dopo una introduzione collettiva è Freddie Hubbard a prendere un convincente assolo, seguito dal flauto di Dolphy e dal sax tenore di Nelson. L’assolo di Bill Evans e la riproposizione corale del tema chiudono il brano. Un’ultima non secondaria notazione: il doppio CD contiene altri due album, “Trane Whistle” (1960), della big band del sassofonista Eddie “Lockjaw” Davis con arrangiamenti di Oliver Nelson e Ernie Wilkins, e “Straight Ahead” (1961) dello stesso Nelson.

Art Pepper – “Smack Up” – Poll Winners 27360
Anche questo album ha una sua precisa caratterizzazione storica: si tratta, infatti, della penultima registrazione effettuata dal sassofonista e clarinettista Art Pepper come leader prima che lo stesso fosse incarcerato a S. Quentino per motivi di droga e tornasse a registrare solo nel 1964. Purtroppo la frequentazione con le droghe fu una costante nella vita di Pepper condizionandolo in maniera decisiva e riducendo in maniera sostanziale le sue possibilità espressive. In altri termini Pepper avrebbe potuto dare molto di più se avesse avuto una vita regolata. Chiaramente influenzato da Charlie Parker all’inizio della carriera, Pepper riuscì a trovare una sua strada nel corso degli anni, specie nel periodo che va dal 1957 al 1960. Ed in effetti questo “Smack Up” venne registrato a Los Angeles nell’ottobre del 1960 in quintetto con il trombettista Jack Sheldon, il pianista Pete Jolly, il bassista Jimmy Bond e il batterista Frank Butler. Nelle note di copertina originarie, scritte da Leonard Feather e riportate nel libretto che accompagna il CD, si può leggere come le doti principali dell’altosassofonista vadano ricercate nella passionale eloquenza anche se chiaramente influenzata da Parker e nell’assoluta originalità del suo sound che lo rendono immediatamente riconoscibile. Molti anni sono trascorsi da quando Feather formulò tali valutazioni ma non si può non essere d’accordo con lui ascoltando questo splendido album in cui Pepper evidenzia appieno la sua complessa personalità, ben coadiuvato da eccellenti compagni d’avventura tra cui in primissimo piano il trombettista Jack Sheldon e il pianista Pete Jolly. Come bonus track l’album contiene l’unico brano della colonna sonora del film The Subterraneans in quintetto co-guidato da Pepper e Sheldon, ed una sessione completa del 1959 in nonetto, con Jack Sheldon e Chet Baker alla tromba, Art Pepper e Herb Geller al sax alto, Stu Williamson al trombone a valve, Harold Land al sax tenore, Paul Moer al pianoforte, Buddy Clark al basso e Mel Lewis alla batteria.

Sonny Stitt, Hank Jones – “Cherokee” – Phono 2 CD
Ecco una ristampa imperdibile per chi ama Sonny Stitt e per chi, più in generale, ama la buona musica. Questo doppio cd riunisce, infatti, quattro sessioni complete nella loro interezza da cui sono scaturiti gli album “Sonny Stitt with The New Yorkers”, “Now!”, e “Salt and Pepper”, così come l’album “Stitt in Orbit” (comprendente altri due brani, non inclusi qui, poiché tratti da una sessione con una formazione diversa) registrati tra il 1957 e il 1963. In tutte queste registrazioni il sassofonista ha al suo fianco il pianista Hank Jones con il quale aveva già collaborato nel 1953 come membri del Buddy Rich Quartet, e, dopo le session qui presentate, non avrebbero registrato insieme fino al 1972 nell’album “Goin’ Down Slow” in quartetto con George Duvivier basso e Idris Muhammad batteria. In tutti i brani qui proposti Sonny Stitt e Hank Jones suonano in quartetto o con Wendell Marshall al basso e Shadow Wilson alla batteria o con Tommy Potter basso e Roy Haynes batteria o ancora con Al Lucas basso e Osie Johnson batteria. Nell’album “Salt and Pepper”, si aggiunge Paul Gonsalves, per la sua unica collaborazione registrata con Stitt mentre la sezione ritmica è affidata a Milt Hinton e Osie Johnson. Dal punto di vista musicale i brani che possiamo ascoltare in queste registrazioni sono un valido esempio del migliore jazz che si suonava in quel periodo. Stitt è in gran forma ed ha già intrapreso la strada che man mano lo porterà a distaccarsi dal suo modello d’ispirazione, Charlie Parker, come dimostrano, tra l’altro, le registrazioni effettuate nel ’60 con Miles Davis. Dal canto suo Hank Jones è nel pieno della maturità espressiva e proprio negli anni sessanta costituisce un suo quartetto, assieme al batterista Osie Johnson, al chitarrista Barry Galbraight e al bassista Milt Hinton che ottiene un clamoroso successo di pubblico e di critica. Come avrete modo di ascoltare il suo pianismo si integra perfettamente con le linee bop tracciate da Stitt per una musica che davvero non conosce l’usura del tempo.

Kai Winding – “Solo + Kai Olé” – Phono 870284
Quella di Kai Winding è stata una sorte piuttosto strana: nonostante nessuno metta in dubbio le sue qualità, tuttavia lo si ricorda soprattutto per le registrazioni effettuate durante gli anni ’50 con Jai Jai Johnson e viene assolutamente trascurata tutta la produzione successiva. Invece questo cd riunisce due album completi degli anni ‘60, che compaiono per la prima volta su CD: “Solo” (Verve V6-8525) e “Kai Olé” (Verve V6-8427). Il primo album, registrato tra gennaio e febbraio del 1963, vede il trombonista alla testa di un combo con Ross Tompkins al piano, Dick Garcia chitarra, Russell George basso, Gus Johnson o Tommy Check batteria. Nel secondo, registrato nel 1961, il trombonista di Aarhus, Danimarca, guida una grande orchestra di dodici elementi arrangiata e condotta da Al Cohn e dal collega trombonista Billy Byers. Nella band spiccano solisti come Phil Woods, Clark Terry, Joe Newman e lo stesso Byers. Dal punto di vista squisitamente musicale, “Solo” si caratterizza per il fatto che Winding, contrariamente a quanto era solito fare in quel periodo, abbandona la formazione con più tromboni e si presenta come unico fiato in quartetto o in quintetto. In tali contesti ha modo di esprimere appieno tutte le proprie potenzialità tanto che ancora oggi l’album viene considerato uno dei migliori registrati da Winding negli anni ’60. Anni in cui Kai incide soprattutto anche album jazz-pop per la Verve Records con il produttore Creed Taylor. Tornando a “Solo”, lo si ascolti particolarmente in “Days Of Wine And Roses”. Diverse le atmosfere ricercate in “Kai Olé” che può essere considerato un album di latin jazz; non a caso in repertorio figurano brani come “Manteca”, “Caribe” e “Besame Mucho”. Winding e compagni esplorano questo linguaggio e trovano piena libertà espressiva servendosi al meglio delle percussioni latine nella mani dell’eccellente Willie Rodriguez. Ma il protagonista è sempre lui, il trombonista danese, che mette in vetrina una sonorità ancora una volta splendida ed un fraseggio sempre fluido e preciso.

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Ajugada Quartet – “Hand Luggage” – Filibusta 1813
Quattro donne per questo Ajugada Quartet al suo debutto discografico: Antonella Vitale voce, Gaia Possenti pianoforte, Giulia Salsone chitarra e Danielle Di Maio sax alto e soprano, con l’aggiunta, in veste di special guest, di Juan Carlos Alberto Zamora armonica, Neney Santos percussioni e Stefano Isola synth. Costituitosi recentemente, il gruppo ha già potuto riscuotere l’interesse del pubblico nei concerti tenutisi alla Casa del Jazz di Roma, al Festival R-Esistenza Jazz presso l’Acrobax a Roma, al Festival del Jazz Teatro di Ostia Lido, Teatro Palladium di Roma Festival delle Compositrici e a “L’Aquila Jazz per le Terre del sisma edizione 2018”. Quindi, se, come si dice, il buongiorno si vede dal mattino non c’è dubbio che sentiremo ancora parlare di questa formazione. Senza alcuna pretesa di sperimentazione né di stupire l’ascoltatore, con molta umiltà e onestà intellettuale (merce oltremodo rara di questi tempi), le quattro artiste si muovono alla ricerca di belle melodie, senza per questo disdegnare la scrittura, con la presenza, quindi, in repertorio di ben sette original. In altre parole il gruppo prende per mano l’ascoltatore e lo conduce in un affascinante viaggio musicale attraverso stili e input differenti: così partendo da un brano di grande jazz come “Kind Folk” di Kenny Wheeler si arriva al Brasile di Egberto Gismonti e a Fito Paez, grande personaggio della scena artistica argentina. L’intesa è notevole: la voce si integra perfettamente in un contesto strumentale in cui piano e chitarra non fanno avvertire la mancanza di una sezione ritmica canonica (basso e batteria) mentre gli interventi degli ospiti appaiono quanto mai centrati e pertinenti. Si ascolti, al riguardo, Juan Carlos Albeto Zamora ne “Il regalo” e in “Livingstone”.

Enrica Bacchia – “E ritorno a casa” – Accordo BGZ/001
Spesso, parlando del mio recente volume “L’altra metà del jazz”, ho detto che una delle interviste che mi aveva maggiormente colpito per la capacità dell’interlocutore di mettersi a nudo era stata quella con Enrica Bacchia. E la capacità di questa straordinaria artista di andare dritta al cuore si manifesta sì con le parole… ma ancor meglio con la musica. Non è certo un caso che la Bacchia sia considerata una delle massime espressioni del canto europeo e se ce ne fosse stato ulteriore bisogno questo album è lì a dimostrarlo. Perfettamente coadiuvata da Massimo Zemolin (chitarra 7 corde), e Stefano Graziani (chitarra) cui si aggiungono in alcuni brani Luigi Sella al sax soprano, Francesco Pollon al pianoforte, David Boato alla tromba e Stefano Panizzo come arrangiatore nel brano di chiusura, la Bacchia affronta un repertorio all’apparenza “leggero” ma proprio per questo difficile da tradurre in qualcosa di completamente diverso dalla pop-routine. Ma la vocalist ci riesce perfettamente aderendo al titolo dell’album. E di un ritorno a casa in effetti si tratta dal momento che dopo aver declinato repertori americani, sudamericani ed europei, questa volta si rivolge a melodie di stampo italico che tutti conosciamo perfettamente. Particolarmente toccante l’apertura affidata a “Se io fossi un angelo” di Lucio Dalla, cantautore in cima alle preferenze del vostro cronista; Enrica affronta il brano con sincera partecipazione e grande trasporto nel raccontare ciò che Dalla voleva dirci con i suoi testi tutt’altro che banali. E l’attenzione ai testi è una costante di tutto il CD sottolineata dal fatto che la vocalist è accompagnata, per quasi tutto l’album, solo dalle corde di chitarra all’interno di un’architettura sonora semplice ma efficace. L’album si chiude con un brano strumentale scritto da Stefano Graziani con il trombettista David Boato in bella evidenza.

Maurizio Brunod – “Nostalgia progressiva” – Caligola 2241
Album di notevole interesse questo firmato da tre fra gli artisti più innovativi del panorama musicale italiano: il chitarrista Maurizio Brunod, il vocalist Boris Savoldelli e il trombettista Giorgio Li Calzi. Più volte ho espresso la mia avversione nei confronti di un uso eccessivo dell’elettronica nella musica; in questo caso, viceversa, siamo di fronte a tre artisti che sanno molto bene come padroneggiare le nuove tecnologie sì da offrire una musica allo stesso tempo moderna ma non slegata dal passato, una musica che suona estremamente attuale ma che allo stesso tempo guarda – con “nostalgia progressiva” – alla stagione d’oro del rock progressivo e della psichedelia. Insomma non un nostalgico ritorno al passato ma una rivisitazione originale di un patrimonio caro a noi tutti. Di qui un repertorio di dieci brani in cui ci sono i King Crimson, i Beatles, Elvis Costello, i Nucleus di Ian Carr… insomma alcuni di quei musicisti che hanno dato vita alla straordinaria stagione che ha caratterizzato l’Inghilterra di fine anni ’60… fino ai Kraftwerk banda tedesca pioniera della musica elettronica e alle italianissime Orme di cui viene riproposto “Gioco di bimba”. I tre si integrano alla perfezione e potendo contare su un tappeto ritmico-percussivo di grande efficacia, affrontano con estrema disinvoltura anche i passaggi più ardui, senza alcuna preoccupazione di andare oltre il limite, di assecondare un facile ascolto lasciandosi andare all’ispirazione del momento. Prova ne sia che l’album, nonostante la sua complessità, è stato realizzato in un solo giorno. Notevole l’equilibrio raggiunto tra le citazioni quasi filologiche di queste immortali melodie e la capacità di improvvisare che riguarda sia il singolo musicista sia il trio nella sua totalità.

Kulu Sé Mama – “Nécessaire de Voyage” – Dodicilune 380
Album gradevole e interessante questo “Nécessaire de Voyage”, primo lavoro discografico del quintetto Kulu Sé Mama. Diretto da Gabriele Rampino (sax tenore e soprano, sound design) e completato da Maurizio Bizzochetti (chitarre), Maurizio Ripa (piano), Maurizio Manca (basso elettrico) e Daniele Bonazzi (batteria). In repertorio 7 brani originali (firmati da Rampino e Ripa) che non difettano certo quanto ad originalità e valenza di scrittura. Ma quel che forse maggiormente colpisce è l’empatia che evidenziano questi musicisti, la facilità con cui si cercano, si trovano e riescono a dialogare su un canovaccio spesso non banale. E la cosa non stupisce più di tanto ove si consideri che il gruppo nasce verso la fine degli anni ’80 ospitando diversi musicisti fino a giungere alla formazione attuale in cui ritroviamo due tra i cofondatori del gruppo vale a dire Gabriele Rampino e Maurizio Bizzochetti. Dal punto di vista musicale, il gruppo si muove lungo direttrici non particolarmente nuove in quanto il suo stile raccoglie input provenienti da diversi generi musicali che oggi vanno per la maggiore, ivi compresi, ovviamente, il jazz. Ma lo fa con originalità e con una certa raffinatezza timbrica. A ciò si aggiunga la buona scrittura e si avrà un quadro completo del perché l’album merita attenzione. Tra i brani vi consigliamo di ascoltare “To the Forgotten” e “Endless Mirror”, ambedue impreziositi dagli assolo di Gabriele Rampino sia al sax tenore sia al sax soprano, mentre nel brano di chiusura – “They Say It’s A Ballad” a mettersi in evidenza è la chitarra di Maurizio Bizzochetti.

Late Sense Quartet – “Meetings” – Improvvisatore Involontario 054
Altro disco d’esordio; a presentarsi al pubblico del jazz è il Late Sense Quartet ovvero Gaetano Santoro al sax, Edoardo Ponzi al vibrafono e marimba, Francesco Marchetti al basso e Mauro Cimarra alla batteria cui si aggiunge in veste di ospite speciale il trombonista Massimo Morganti e un non meglio identificato N2B all’elettronica, probabilmente responsabile della ghost track a chiusura dell’album. Il quartetto si muove lungo direttrici certo non nuove ma percorse con sicurezza cementata da una profonda intesa, dato che il gruppo nasce come trio nel 2015 cui l’anno successivo si aggiunge Gaetano Santoro. Di qui il titolo dell’album che vuole significare la profonda importanza degli incontri e proprio “Meetings fanno notare i musicisti – rappresenta l’incontro fra sensibilità e vite diverse alla ricerca di un minimo comun denominatore che sia il trampolino per creare una musica davvero condivisa”. Ed è proprio grazie a questa intesa che il gruppo riesce a ben districarsi tra atmosfere bop ed un linguaggio che vuole essere più libero, più moderno. Risultato raggiunto appieno soprattutto quando il quartetto diventa quintetto con l’aggiunta di Morganti che si fa ascoltare nella suggestiva “Ballad for my Valentine”, in “Come una rima semplice” (con in bella evidenza anche il vibrafono di Edoardo Ponzi) e nel più movimentato “Broken blue” pezzi firmati i primi due da Marchetti e Ponzi, e il terzo da Gaetano Santoro. Quest’ultimo evidenzia un bel timbro ed una facilità di fraseggio specie quando si trova a dialogare con l’altro fiato. Precisa, mai invadente ma sempre propositiva la sezione ritmica. Insomma un gruppo da cui aspettiamo belle sorprese.

Ugo Moroni – “Pinturas” – Dodicilune 408
Registrato nel giugno del 2017 l’album presenta il chitarrista e compositore campano di adozione bolognese alla testa di una formazione piuttosto ampia (quattordici elementi) ad interpretare cinque brani di cui tre originals cui si affiancano “A Foggy Day” di George Gershwin e “Demon’s Dance” di Jack McLean eseguita in ottetto. Come sottolinea lo stesso Moroni, i titoli dei brani sono ripresi dalle opere di Francisco Goya mentre la copertina è stata realizzata da Korvo appositamente per questo lavoro. Devo confessare che ho dovuto ascoltare diverse volte l’album in oggetto per realizzare un’opinione compiuta. In effetti ai primi ascolti l’album scorreva bene, con la band ottimamente rodata e alcuni brani particolarmente gradevoli… ma c’era qualcosa che non girava a dovere; successivamente ho realizzato che i pezzi in cui a mio avviso la band si esprimeva meglio erano i due standard ben arrangiati e altrettanto ben eseguiti. Ciò significava, quindi, che erano le altre tre composizioni a non convincere pienamente. In altri termini se Moroni evidenzia una certa maturità sia come strumentista sia come band-leader, probabilmente deve ancora approfondire l’elemento compositivo. Certo nessuno si aspetta che i nostri musicisti sfornino capolavori alla Porter o alla Nelson (per citare due autori di cui ci occupiamo in questa stessa rubrica) ma delle composizioni ben strutturate, equilibrate e in cui parti scritte e improvvisazione si integrino senza sforzo almeno apparente, questo sì. Ecco in alcuni passaggi dei pezzi di Moroni mi è parso di percepire qualche forzatura, qualche sbavatura che sono sicuro saranno superati nei prossimi lavori. Un’ultima considerazione: come ho detto centinaia di volte, queste mie notazioni non hanno la pretesa di essere verità assolute, costituendo un punto di vista assolutamente personale.

NovoTono – “Overlays” – ParmaFrontiere 04
Conoscevo già i NovoTono per l’album “Wanderung” registrato nel 2007 in quartetto dai fratelli Ferrari con Federico Cumar al trombone e Luca Serrapiglio al sax soprano.
Adesso ritroviamo il combo che si identifica, però, solo con il duo costituito dai fratelli Ferrari, Adalberto (clarinetto basso, clarinetto, sax soprano, clarinetto contralto) e Andrea (clarinetto basso). L’album, registrato nell’aprile di questo 2018, contiene dodici tracce di cui ben undici originali firmate ora da uno ora dall’altro fratello, e una breve medley costituita da “Odwalla” e “Lonely Woman” scritti rispettivamente da Roscoe Mitchell e Ornette Coleman. Praticamente nudi dinnanzi alla musica, senza il supporto di strumenti armonici e ritmici, i due fratelli se la cavano egregiamente grazie ad un’empatia che si avverte, prepotente, sin dalle primissime note. Senza alcuno sforzo apparente, clarinetto e sassofono si accarezzano, si scontrano, si inseguono in un perfetto equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione; il dialogo è fitto, complesso, ma sempre coinvolgente e soprattutto mai banale; le personalità dei due musicisti sono diverse ma riescono ad integrarsi nel proporre una musica assolutamente personale. Un’ultima notazione tutt’altro che secondaria: splendida la copertina opera di Cristina Crippa, regista e fotografa, che ha immortalato i due artisti in un luogo magico quale la Città Fantasma di Consonno, il borgo che nel 1976 vide naufragare a causa di una frana il tentativo del conte Bagno di costruire in Brianza una Las Vegas nostrana.

Enzo Pietropaoli Wire Trio – “Woodstock Reloaded” – Jando Music Via Veneto 123
E’ il 1969 e dal 15 al 18 agosto si svolge a Bethel, una piccola città rurale nello stato di New York, una manifestazione che sarebbe stata ricordata come la “tre giorni di pace e musica rock”: è il festival di Woodstock che richiama circa 400.000 giovani e a cui partecipano trentadue musicisti e gruppi, fra i più noti del tempo. Quanto sia stato importante questo evento lo dimostra il fatto che è rimasto indelebilmente scolpito nella mente e nel cuore di noi tutti che amiamo la musica. Ad ulteriore conferma ecco questo nuovo album del bassista Enzo Pietropaoli in trio con Enrico Zanisi al piano e tastiere e Alessandro Paternesi alla batteria. In programma otto brani tratti da Woodstock 1969 cui si aggiunge, in chiusura, un original dello Stesso Pietropaoli significativamente intitolato “Back Home”. Ecco quindi “Soul Sacrifice” di Carlo Santana, “With A Little Help From My Friends” magnificamente interpretato allora da Joe Cocker, “Seel Me Feel Me” che ci riporta ai Who… e via di questo passo in una sorta di immaginaria galleria in cui incontriamo Janis Joplin, Joan Baez, Creedence Clearwater Revival, Sly And The Family Stone, Jimi Hendrix… Ma, attenzione, non si tratta di una semplice ripresentazione di cover ché Pietropaoli è musicista troppo bravo ed esperto per cadere in simili banalità. Il progetto è completamente diverso e la stessa struttura dell’organico lo dimostra: Enzo vuole rileggere questi celebri brani alla stregua di un linguaggio più moderno che, nel rispetto assoluto delle valenze originarie, abbia comunque assorbito quanto in campo musicale è avvenuto nel corso di questi decenni. E il risultato è perfettamente raggiunto: i tre si muovono con grande disinvoltura ed empatia evidenziando come si possa fare grande jazz anche rifacendosi ad un repertorio che poco o nulla ha a che vedere con la musica afro-americana.

Sonia Spinello – “Café Society” – abeat 182
Una bella voce perfettamente intonata, giocata prevalentemente sul registro medio, eccellenti capacità interpretative, una spiccata personalità nel riproporre un repertorio assai impegnativo come quello scelto per questo album. La Spinello è andata, infatti, a ripescare alcune perle del songbook americano, brani incisi più e più volte da stelle di primaria grandezza con cui è difficile confrontarsi. Ma la vocalist non è certo tipo da impressionarsi come dimostra l’originale rilettura contenuta nel “Billie Holiday project” (abjz 545) e “Wonderland” (abjz 162), in cui va a rivisitare brani di Steve Wonder e Sting. E lo fa con tale originalità da meritare da parte di “critique award magazine” in Giappone il riconoscimento di miglior disco voce femminile dell’anno 2016. E forse ricorderete che anche il sottoscritto era rimasto particolarmente colpito dall’album tanto da aver votato la Spinello come miglior nuovo talento nell’annuale “Top Jazz” Ma torniamo a questo “Café Society” in cui Sonia è inserita in un quintetto completato da Fabio Buonarota alla tromba (con il quale aveva già collaborato in “Wonderland”), Lorenzo Cominoli alla chitarra, Attilio Zanchi al contrabbasso e Gianni Cazzola alla batteria, come a dire una delle migliori sezioni ritmiche che sia possibile ascoltare nel nostro Paese. Ben coadiuvata da cotanti compagni d’avventura, la Spinello sfodera una prestazione maiuscola; così proseguendo nella linea stilistica che la contraddistingue, la vocalist ancora una volta ha voluto rispettare le melodie originarie sì da farle vieppiù risaltare. E in questo senso particolarmente apprezzabile le interpretazioni di “Love for Sale” di Cole Porter e “Our Love Is Here to Stay” di George e Ira Gershwin impreziosito da una brillante intro di Attilio Zanchi.

Gerlando Gatto