L’architettura minimalista della natura nel pianoforte di Marco Ballaben

di Marina Tuni

Il recentemente restaurato Salone delle Poste di Trieste è stato l’affascinante scenario, sabato 11 marzo scorso, della presentazione, ad invito, di “Conchiglie e stelle”, il primo progetto discografico interamente a firma del pianista giuliano Marco Ballaben, per piano solo e, in alcuni brani, in trio con Giovanni Toffoloni al basso e Paolo Muscovi alla batteria (uno dei più talentuosi drummer del panorama nazionale: Neffa, Steff Burns, Al Castellana ecc.). Nella composizione che da il titolo all’album e in “L’infinito più infinito” ha collaborato ai testi la cantautrice Mariangela Di Michele (Marydim), protagonista anche delle versioni cantate (di entrambi i brani è presente sia la traccia strumentale sia quella cantata).

Il disco, realizzato con la consueta cura e riconoscibilità dei suoni nello studio Artesuono di Stefano Amerio, a Cavalicco, è la prima prova come compositore di questo poliedrico artista che ha attraversato la scena musicale del Friuli Venezia Giulia, suonando in diverse formazioni e navigando a vista tra jazz, rock, fusion, pop. Con questo lavoro, infine, Marco trova la sua giusta collocazione e una maturità artistica che lo porta inevitabilmente, per affinità sonora, ad approdare sulle sponde tranquille di una delle sue antiche passioni, quella per la musica da cinema.

“Conchiglie e stelle” ha, infatti, la struttura narrativa tipica della partitura musicale di una colonna sonora cinematografica, a partire dal motivo conduttore, che potrebbe senz’altro essere il riff della versione strumentale di “L’Infinito più infinito”, mentre la title track “Conchiglie e stelle”, anche nella versione cantata, potrebbe essere il main theme che accompagna i momenti topici della pellicola.

La musica di Marco è evocativa, evanescente, eterea, sospesa… ha la stessa architettura minimalista della natura e parla il suo stesso, semplice linguaggio, povero di metafore ma ricco di tracce mnestiche che fanno parte della sua sfera emozionale e affettiva.

A Trieste – ma anche ascoltando il disco – questo è il respiro che ho introiettato, guidata quasi ipnoticamente dalle mani di Ballaben, che sulla tastiera descrivono rapide traiettorie curvilinee, come di stelle cadenti.

Ho trovato spettacolare il lavoro della sinistra, anche perché non si tratta di mero esibizionismo virtuosistico né di necessità, leggasi Wittgenstein, ma di una scelta che a Marco riesce in modo naturale per passare di balzo dal grave all’acuto senza sforzo alcuno.

I brani presentati dal vivo non hanno seguito pedissequamente la tracklist del cd, tranne all’inizio del concerto, allestito con la collaborazione della Casa della Musica di Trieste, guidata dall’infaticabile Gabriele Centis, nella cui struttura Ballaben insegna pianoforte. Per la cronaca, la performance è stata ripresa da un rilevante numero di telecamere mobili e fisse – finanche una crane camera che riprendeva dall’alto – ed è imminente l’uscita di un dvd a cura di Kleva Films (che ringrazio per avermi fornito le immagini che completano questo articolo).

Dopo l’avvio, con la splendida “L’infinito più infinito”, brano di ampia liricità con una forte connotazione espressiva e dallo spirito neoromantico, il pianista esegue un’ispiratissima “Il prato dove giocavamo”, seguita dalla briosa “Festa di paese”, le cui atmosfere virano, subito dopo l’intro, marcatamente verso il jazz. Queste composizioni aprono finestre di tempo nel mondo più intimo di Marco, sono le sue emozioni, sensazioni che restano impresse nella memoria e che ogni tanto affiorano sotto forma di ricordo.

La percezione del tempo è un mistero e ognuno di noi ha una personale concezione del suo trascorrere. Certo è che per quanto la vita possa essere breve o lunga, il tempo dato ci appartiene sempre. Sta a noi avere cura di non sprecare ogni singolo e prezioso istante. Non so se Marco abbia pensato a questo nel comporre “10 minuti, forse 15”, ma sicuramente è lì che la mia immaginazione mi ha portato, nell’ascoltare questa poetica traccia, delicatamente intrisa di una leggera malinconia.

Della bellezza di “Conchiglie e stelle” ho già parlato in apertura, posso solo aggiungere che ascoltata dal vivo ha una forza irresistibilmente trascinatrice. Il pezzo inizia e termina con una sequenza di accordi ripetuti, sui quali si apre il tema, con una serie di essenziali passaggi melodici che si intrecciano circolarmente alla struttura iniziale; poco più di due minuti ma un tale condensato di grazia e soavità che ti sembra di essere nel punto esatto dove finisce il mare per lasciare spazio al cielo… immaginando che forse le conchiglie non sono altro che frammenti di stelle cadute…

E dopo tanti celebri notturni pianistici, da Field ai più famosi Chopin, Debussy, Liszt, Beethoven e, nel ‘900, Fauré o Satie, Marco Ballaben s’inventa un “Diurno”, che porta il numero 1 ed è in tempo di valzer. Visto lo splendido luogo in cui mi trovo, il Palazzo delle Poste, costruito fra il 1890 e il 1894 dall’architetto Friedrich Setzt sotto l’Impero Austro-Ungarico, verrebbe da alzarsi dalla poltroncina per volteggiare aristocraticamente seguendo la musica… 1, 2, 3… 1, 2, 3… retaggi culturali della Mitteleuropa!

Ad un caro amico argentino, maestro di tango, scomparso qualche anno fa, è dedicata “Carlos”, che Marco ricorda come una persona piena di vita e di carisma. E queste sono anche le caratteristiche del brano, che racchiude una matrice latin-jazz e un gioco intrigante di fughe repentine nel tango.

Tra le infinite declinazioni del tempo c’è anche l’attesa. Cesare Pavese scrisse che “aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettare niente che è terribile”. Ne “L’attesa” composta da Ballaben c’è il sapore della speranza che qualcosa di buono possa ancora accadere; è una ballad morbida ed ariosa, piena di luce, un dipinto sonoro dai delicati arpeggi.

“Tutto intorno a te” è una composizione dalla geometria dinamica, che esprime la spontanea continuità del movimento mentre “Un viaggio”, brano dalla struttura melodica semplice, ti fa chiedere che cosa ci sia accaduto e perché non riusciamo più ad osservare ciò che ci circonda con gli occhi di un bambino, lavorando di fantasia, di poesia e riempiendoci ancora di stupore.

Marco ci saluta con un inedito, ancora senza titolo, invitandoci a trovargliene uno. Beh… un po’ influenzata dall’aria che si respira nel  palazzo che ci ospita, già sede delle Poste, un po’ per il potere evocativo di questa musica che, non so spiegare il motivo, mi catapulta in paesaggi incantati alla ricerca dell’aurora boreale, uno degli spettacoli più affascinanti della natura, il titolo a cui ho immediatamente pensato è “La nave postale”. Anche un po’ per ricordare un ieri non troppo lontano, quando esistevano ancora le lettere “vere” e le comunicazioni lente… molto lente… tanto quanto un viaggio su una nave postale, che si fa strada a fatica tra i ghiacci.

Quale altro bis avrebbe potuto concederci Marco Ballaben se non una delle variazioni del tema tratta dalla colonna sonora dell’epico film “L’ultimo imperatore” (diretto da Bernardo Bertolucci nel 1987) e composta da Ryuichi Sakamoto?

“Le parole sono sempre importanti. – Perchè? –  Bisogna saper usare le parole per poter dire ciò che si pensa”

Si. Però, talvolta basta anche solo la musica.

“Conchiglie e Stelle” è disponibile online per l’ascolto e per l’acquisto sui maggiori network web quali iTunes, Spotify, Apple Music, ecc.. di seguito il link

https://open.spotify.com/user/11101570482/playlist/7ILHCR1KLo926xQdA2s44s

Lelio Luttazzi rivive con Donatella Luttazzi e Riccardo Biseo

 

Proseguono con successo le Guide all’Ascolto presso “Officine San Giovanni” in Largo Brindisi.

Martedì 21 marzo sarà la  volta del duo composto dalla vocalist Donatella Luttazzi e dal pianista Riccardo Biseo . I due saranno impegnati in un omaggio al grande Lelio Luttazzi, padre di Donatella.

La vocalist ha da poco inciso uno splendido album, “I Love You Chet”, con Amedeo Tommasi (piano), Giovanni Tommaso (basso) e Marco Valeri (batteria). Ma la sua voce era già ben nota al pubblico degli appassionati anche perché ha dato vita ad un gruppo che ha ottenuto un gran bel successo: le “Zebre a pois”. Nato come quartetto femminile anche a cappella, il gruppo, che si avvale soprattutto degli arrangiamenti della stessa Donatella e della pianista Cinzia Gizzi, nonché di arrangiamenti originali del Maestro, ama rivestire la canzone d’autore in genere, di swing, ironia e piacevolezza. Di qui un modo di affrontare le canzoni di Lelio Luttazzi, non sempre giustamente valutate, con prospettive e arrangiamenti nuovi, sì da riportare alla generale attenzione pezzi di indubbia valenza.

Riccardo Biseo è pianista quanto mai eclettico; in possesso di una solida preparazione di base, si è nel tempo affermato come solista in grado di affrontare partiture assai diversificate sia di jazz sia di pop, avendo collaborato, tra l’altro,  alla realizzazione di numerosi dischi di musica leggera (Mina, Califano, Mietta, il disco del papa “Abbà Pater”…). Il tutto senza trascurare musiche per film, di scena per il teatro…numerose partecipazioni a programmi radiotelevisivi come “Fantastico, Canzonissime, RadioUno Jazz Sera, Indietro tutta, International DOC club, Scommettiamo che? , Mille lire al mese”.

Da qualche tempo la Luttazzi e Biseo hanno costituito un duo di grande interesse in quanto sul palco si assiste ad un continuo interplay, una sorta di gioco tra i due musicisti che si divertono a inventare in continuazione evidenziando anche un non comune senso ironico.

Il repertorio scelto per martedì prossimo alle Officine San Giovanni   contiene alcuni omaggi di Donatella a suo padre Lelio, alcuni brani originali nonché standard americani e brasiliani,

 

Dino Betti Van Der Noot allo Spazio Teatro No’hma

 

Mercoledì 22 e giovedì 23 marzo Dino Betti Van Der Noot dirigerà la sua orchestra allo Spazio Teatro No’hma di Teresa  Pomodoro, via Orcagna 2, Milano, nell’ambito della Stagione 2016-2017, dedicata all’Energia.

Nei due concerti (che avranno lo stesso programma) saranno eseguite  le composizioni dell’artista di Rapallo che faranno parte di un album in uscita la prossima estate, oltre ad un paio di brani del passato.

Il titolo del disco sarà anche quello dei concerti: “Où sont les notes d’antan?”.

L’orchestra sarà ad organico completo e i principali solisti saranno (li citiamo in ordine strettamente alfabetico): Gianluca Alberti (contrabbasso), Luca Begonia, (trombone), Stefano Bertoli (batteria),  Niccolò Cattaneo (organo Hammond), Sandro Cerino (sax), Luca Gusella (vibrafono), Gianpiero LoBello (tromba), Alberto Mandarini (tromba), Tiziano Tononi (percussioni), Giulio Visibelli (sax e flauto), Vincenzo Zitello (arpa).

Vista l’importanza che Dino Betti riveste nel panorama jazzistico non solo nazionale, questi concerti si preannunciano di estremo interesse in quanto sarà possibile ascoltare , per la prima volta, i brani che formeranno il nuovo album che, come si accennava, uscirà in estate. Album che sicuramente sarà di eccellente livello in quanto nel corso della sua carriera Dino Betti mai ha sbagliato un colpo, immettendo sul mercato delle produzioni discografiche sempre originali e di grande impatto… e c’è da scommettere che anche questa volta la regola non conoscerà eccezioni.

I concerti inizieranno alle 21; l’ingresso sarà gratuito, ma necessaria la prenotazione

Due concerti in Turchia per Sonic Latitudes Four Elements, la formazione guidata da Marco Di Battista e Franco Finucci

Sonic Latitudes Four Elements
Franco Finucci: chitarra
Marco Di Battista: pianoforte
Giorgio Vendola: contrabbasso
Roberto Desiderio: batteria

Istanbul, Teatro della Casa d’Italia – mercoledì 22 marzo 2017, ore 19
Ankara, Metu Art Festival – giovedì 23 Marzo 2017, ore 20

Sonic Latitudes Four Elements, il gruppo di estrazione jazz fondato dal pianista Marco Di Battista e dal chitarrista Franco Finucci, sarà impegnato in una breve e importante tournée in Turchia nel mese di marzo.

I palcoscenici che vedranno protagonisti i quattro musicisti sono di assoluto rilievo. Il primo concerto si terrà mercoledì 22 marzo ad Istanbul, presso il Teatro della Casa d’Italia, e si prosegue poi, il giorno successivo, con l’esibizione nell’ambito del prestigioso Metu Art Festival di Ankara, giunto alla sua diciottesima edizione. Il breve ciclo musicale del gruppo è stato promosso dal CIDIM in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Istanbul. (altro…)

C’è cover e cover. La rivelazione della U.T. Gandhi & Coleto Blues Syndicate

Foto di Elisa Caldana

 

Foto di Elisa Caldana

Agriturismo Tonutti, Tavagnacco, Udine
25 febbraio 2017, ore 1330

Patrizio Forgiarini Coleto voce
Emiliano Visentini basso.
Paolo Rovere chitarra.
Stefano Natali chitarra
U.T. Gandhi batteria

Questa storia comincia con un gentile invito rivoltomi da alcuni amici romani e friulani a partecipare alla festa che l’Agriturismo Tonutti, a Tavagnacco, in provincia di Udine, ha organizzato per festeggiare i primi dieci anni di attività. Tonutti ospita, come se stessero in famiglia, musicisti, produttori, addetti ai lavori durante i loro soggiorni mentre si registra nell’ormai leggendario studio di Artesuono di Stefano Amerio.
L’atmosfera è di certo quella giusta, vini deliziosi e squisitezze gastronomiche locali ci sono tutti e in abbondanza. Si attende l’arrivo della band che allieterà il festeggiamento con musica dal vivo, come in ogni festa che si rispetti.
U.T. Gandhi, notevole batterista che gli appassionati di Jazz conoscono molto bene ammonisce: tra poco si comincia, ma il cantante, Patrizio, deve aspettare il suono della campanella, dato che fa il bidello nella scuola del paese, il chitarrista, Paolo, fa il falegname e deve finire un lavoro, e arriva al più presto. Un chitarrista manca, Stefano: lui fa l’elettricista, oggi lavora e non può svincolarsi dai suoi impegni. Il bassista, Emiliano, è arrivato. Lui fa “anche” l’ingegnere in regione Friuli. II leader è lo stesso Gandhi, alla batteria, ovviamente: lui si autodefinisce “batterista piastrellista”, per l’attività principale di famiglia, si intende.
Penso tra me, beh carina questa cosa, dai, un bel sottofondo musicale per di più con un batterista così (io lo conosco come musicista più che come piastrellista, n.d.r.) sarà piacevole, chissà cosa suoneranno.
Poi, non ci penso più di tanto, fino a che non li vedo comporsi nel loro spazio preposto.
Il cantante Patrizio Forgiarini Coleto arriva e stende davanti alla propria postazione un tappeto colorato: a vederlo è un personaggio, certamente. Esordisce sibilando “aspettiamo che monti il vino”, mentre si accordano gli strumenti. Stefano Amerio in persona sistema i microfoni. Si fa un brindisi prima della performance. Io chiacchiero un po’ con Elisa Caldana ed Ermanno Basso, Cam Jazz, anch’essi tra gli invitati di Marzia Tonutti, fino a quando non parte la musica.
All’attacco salto immediatamente sulla sedia: una voce incredibile, funky come non mai, mi aggancia irrimediabilmente da quel momento e per quasi tre ore. E con la voce la chitarra, il basso e, naturalmente la batteria: ora capisco perché Gandhi suona con loro, e con quella che non posso che definire “felice allegria”, ma anche con quella evidente, cristallina sincerità che contraddistingue un musicista quando si diverte a suonare e lo fa con tutta la passione di cui è capace.
Un repertorio di mostri sacri del blues, del funky, del rock, del rythm& blues: Jimi Hendrix, James Brown, B.B.King,  e molti altri ancora, interpretati da una band pazzesca, carica di energia, di personalità. Cover? Sì cover, certo. Ma raramente capita di ascoltare cover così trascinanti, convincenti, vive di una forza così deflagrante.
Quante volte avviene, davanti a situazioni simili, di compiere, per forza di cose, un confronto che risulta impietoso, sia nel caso la band replichi pedissequamente l’originale, sia nel caso ci sia l’intento un po’ presuntuoso di “rileggere” “reinterpretare” geni della musica che sono non replicabili né superabili?
La voce di Patrizio Forgiarini Coleto è una voce che rimane impressa, dal timbro graffiante, potente, personalissima. Il suo senso ritmico impeccabile, così come l’intonazione, del resto. Per non parlare di come riesca a tenere il palco: è bravo, ed è ironico, per di più. Non si tratta solo di essere un personaggio: Forgiarini Coleto è assolutamente inimitabile come interprete. Il trio che lo accompagna ha una tale musicalità, una tale carica di energia che non si è potuto far altro che ascoltare elettrizzati quasi tre ore di musica, ballando, godendo oltretutto della gioia dei musicisti, contagiosa, così come accade quando sul palco ci sono professionisti della musica.
Tanto che a fine concerto ho detto a me stessa: oggi sono stata fortunata. Ho ascoltato un gran batterista, UT Gandhi, un cantante strepitoso, un bassista e un chitarrista coesi e pieni di energia che hanno non solo accompagnato ma creato il groove giusto… quello che fa ballare.
Tutti insieme hanno suonato con il cuore. Ecco il segreto: suonare con il cuore, poiché non basta essere bravi. A dire il vero non basta nemmeno il cuore da solo, perché comunque per fare un concerto simile bisogna essere molto bravi.
E allora mi rivolgo ai puristi che storcono la bocca di fronte al termine “cover band”, a prescindere,  – e spesso lo sono stata io per prima, dunque mi rivolgo anche a me stessa –   e dico a tutti noi come si dice a Roma: “Viecce te”. Viecce te a suonare come la U.T Gandhi & Coleto Blues Syndicate.
E soprattutto dico anche “Viecce te” a fare il bidello alla scuola elementare del tuo paese quando hai la musica nel sangue come ce l’ha Patrizio Forgiarini Coleto, e con quella gioia, per di più.  E a suonare in quel modo facendo “anche” il falegname come Paolo Rovere, l’elettricista come Stefano Natali, l’ingegnere in regione Friuli come Emiliano Visentini, e (passiamogliela, va)  il piastrellista, come U.T. Gandhi.
Auguro a tutti i miei lettori di ascoltare almeno una volta la U.T. Gandhi & Coleto Blues Syndicate. E la cosa sarà possibile, perché sono talmente convincenti e trascinanti che Artesuono, ovvero Stefano Amerio, li registrerà live in giugno, per realizzare un cd. Ogni tanto le fiabe si avverano.