Enzo Zirilli , o Zirobop

ENZO-ZIRILLIS-ZIROBOP

UR records

Enzo Zirilli, drums, cajon, percussion, whistle
Alessandro Chiappetta, guitar
Misha Mullov – Abbado, bass
Rob Luft, guitar

Enzo Zirilli ama la sua batteria.  Enzo Zirilli ama la musica al di là dei generi. Lo ha detto lui stesso: “ Il mio animo artistico è sempre a cavallo tra “Blues & Roots” (di Mingusiana memoria) e ricerca, non convenzione, rigore, rischio e provocazione, essendomi io formato ascoltando a casa contemporaneamente John Coltrane e i Beatles, Miles, Mingus e i Genesis, i Pink Floyd e gli Yes, Jimi Hendrix, Crosby Stills Nash & Young o Simon & Garfunkel e Joao Gilberto, Jobim, Frank Zappa o James Taylor, senza chiedermi minimamente che musica suonassero, ma semplicemente godendone.”
Zirobop, edito da UR records, è il suo primo album da solista e colpisce da subito proprio la sua gioia di poter suonare ciò che ama al di là di ogni “rigore tematico” o “progetto” sotteso ad una preformata coerenza.
Il progetto che c’è dietro questo album è la musica che piace ad Enzo Zirilli, che piace, ad ascoltare la coesione del gruppo, anche ai musicisti prescelti per questa avventura: Alessandro Chiappetta e Rob Luft alle chitarre e Misha Mullov – Abbado al contrabbasso.
L’organico è particolare. Mica facile, per una batteria rimanere acusticamente nei limiti di una simile compagine… ma Zirilli ama la sua batteria. La ama, dicevamo, e ama la musica. E dunque riesce a quadrare il cerchio arricchendo i suoi battiti più che di volumi deflagranti, di mille suoni, di timbri, dando ovviamente ritmo ma dando soprattutto atmosfera, in una sequenza di brani che ti tengono incollato all’ascolto per la loro morbidezza, eleganza, ironia persino, e intensità.

Il suo omaggio al Jazz è divertito, affettuoso e grato, “grateful” direi (Zirilli è a Londra fisso oramai da anni, purtroppo per noi), e lo troviamo in “Straight no seven” e in “Thank You very Monk: I mean You – Bye ya”. Una batteria dal groove intenso, con il rullante che prevale e si toglie molte soddisfazioni, cantando abbracciata insieme alle chitarre, spesso omoritmicamente. Soli di chitarra impeccabili, arrangiamento jazzistico puro, e un bel solo  di contrabbasso inarrestabile. “Zio Masi” , dello stesso Zirilli, è un jazz quasi ironicamente retro, forte di una batteria swing in maniera iper classica, divertente nel suo progressivo inarrestabile accelerare.
L’amore di Enzo Zirilli per il Brasile, che è emerso in lavori bellissimi come “Contigo oen la distancia” e “Floricanto” , e la sua passione per il suonare in formazione con la chitarra, emergono chiari in “Cancion Brasilena” (brano originale di Luft), in cui le percussioni sono suggestive, e rievocano il mare, il vento. E il vento è anche la batteria che soffia, ricchissima di spunti, che già da sola crea un suo tema e il suo sviluppo. La melodia centrale è pulita, l’impianto armonico e tematico delle due chitarre sono bossanova pura. Gli assoli di chitarra e contrabbasso sono pregevoli.
Ma c’è anche Jobim, con una delle sue più belle canzoni, “Olha Maria”, che viene suonata preservandone il tema con amore, lasciandone intatto il profondo struggente lirismo: la batteria è quasi solenne, l’accompagnamento dolce, e le dinamiche, che ne arricchiscono l’impatto emotivo, in alcuni tratti persino toccanti.  C’è un po’ di Brasile anche in “Personised”: negli accordi, nell’ arrangiamento, nella scelta dei suoni della batteria. Il contrabbasso di Mullov esegue un assolo bellissimo, tranquillo, placido ed intenso, senza cedere alla tentazione di esibirsi in virtuosismi inutili. Ed è questo proprio il virtuosismo, molto utile: quello di non cedere. Alla Charlie Haden. La batteria lo esalta, e così le due chitarre.
Uno dei brani più accattivanti del cd è dell’ indimenticato Andrea Allione, chitarrista virtuoso piemontese scomparso prematuramente nel 2013: Vostok 9. Un omaggio in cui traspare anche una sincera nostalgia, coinvolgente ed intenso. Parte con effetti e rumori ed entra nel vivo con la chitarra che espone il tema in modo soft, dolce. La progressione del brano è pensata con una grande cura al particolare che, attenzione, è tutt’ altro che cerebrale: piuttosto è frutto di una severa ricerca espressiva che guidi il sentire emotivo in modo che arrivi dritto al cuore di chi ascolta. I crescendo dinamici e di spessori armonici e ritmici avvinghiano fino alla fine, e sono dense di suggestioni rock mai didascaliche, sempre congrue.
“Wu Wey” (di Alessandro Chiappetta) è una indovinata progressione armonica in 3/4 percorsa dolcemente dalla chitarra che ne sottolinea l’andamento.
E poi troviamo Pino Daniele, in “Maggio se ne va”: anche in questo caso il tema principale viene “custodito” gelosamente, ed esaltato dal fraseggio, dalle dinamiche, dalla morbidezza quasi lirica della batteria e dalle progressioni delle due chitarre, belle, molto belle.
Il cd si conclude con un brano avveniristico, un po’ lounge, evocativo, di atmosfera, quasi una colonna sonora, che mostra quanto Zirilli abbia l’ inclinazione ad un proficuo continuo cambiamento di stile, senza mai perdere la propria forte personalità.
Un disco, Zirobop, felice. Per le sonorità, per la libertà con cui è stato concepito, per l’ afflato tra i musicisti. Per la felicità e l’emozione, evidenti, con le quali è stato concepito e realizzato. Morbido, intenso, divertente, nostalgico, e in molti tratti emozionante. Da ascoltare con gioia.

Massimo Barbiero: “Mantis” ed “Odwalla – Uomo invisibile”

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Massimo Barbiero, Mantis, autoproduzione 2016
Massimo Barbiero: batteria, marimba, vibrafono, glockenspiel, timpani, bodhrán, gong, percussioni, electronic drums

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Odwalla, Uomo invisibile, autoproduzione 2015
Massimo Barbiero: marimba, vibrafono, percussioni
Matteo Cigna: vibrafono, percussioni
Stefano Bertoli: batteria
Alex Quagliotti: batteria, percussioni
Doudù Kwateh: percussioni
Doussu Tourrè: djembè
Andrea Stracuzzi: percussioni
Israel Varela: percussioni
Marta Raviglia, Sabrina Oliveri, Gaia Mattiuzzi, Manuel Attanasio: voce

Quando si ascolta Massimo Barbiero, specie se lo si ascolta in solo, bisogna far precedere all’ ascolto una manciata di secondi di concentrazione sul silenzio.
E’ importante dire questo, perché Barbiero sembrerebbe ascoltare prima di tutto proprio il silenzio, che diventa parte fondamentale della sua profonda e continua ricerca di suoni. Una ricerca prima di tutto emotiva, una ricerca di significati tutt’altro che solo estetizzanti. Ma è anche una ricerca che vuole essere espressiva, che vuole arrivare a chi ascolta, colpirlo, renderlo empatico.
Barbiero suonando insegue se stesso e cerca di arrivare a chi ascolta. E’ un flusso di suoni che respirano anche di rarefatti silenzi che diventano suoni anch’essi, incorniciando, sottolineando, sfumando e parlando intrecciati ai metalli, ai legni, alle pelli.
Mantis è composta da una suite, ” La via di Morgana“, che si dipana in tredici brani ma che si può decidere anche di ascoltare senza soffermarsi sulla sua segmentazione, facendo diventare musica anche i silenzi che separano un brano dall’ altro.

Perché il bello è passare dai metalli che tintinnano e si contrappongono alle pelli nel registro grave, come due facce della stessa medaglia (Cerchi), fatte di domande e risposte con incursioni reciproche, all’atmosfera sospesa ed onirica di Nausicaa, che ti culla con la sua struttura pentatonica. Passare dagli intervalli di quarte e di quinte e i timbri a contrasto di Circe alla marimba, così congeniale a Barbiero, del Canto di Ismene, con il suo incipit lieve ed il suo progressivo intensificarsi e di nuovo diradarsi, tanto da apparire come un continuo riflettere su idee musicali che nascono e vengono amorevolmente accudite, mai dilapidate subito. Dai battiti così melodici de L’ Ultima Strega, accompagnati dal ritmo incalzante della batteria, all’ atmosfera fiabesca de La Rete, con un glockenspiel tutt’ altro che tonale, ma piuttosto indefinito e magico. E così trasportati dal Bodram, dai Gong, dai metalli che prevalgono sulle pelli in Yavonna al vibrafono di Tempus Fugit, si approda alle note prima potenti poi rarefatte, ma anche alla ricerca continua degli armonici nelle note lunghe, in quegli “strascici” indefiniti di suoni che sono essi stessi musica, come il silenzio che li separa l’ uno dall’ altro. In meno di un’ ora che potrebbe essere un minuto come un giorno, ti ritrovi al leit motiv della musica di Barbiero, quel Cristiana che hai sentito in ogni suo disco e che pure è così cangiante, ogni volta.

Barbiero in solo è intimista eppure fortemente espressivo.
Barbiero con Odwalla, ovvero con la sua formazione più nutrita di musicisti, strumenti, suoni, arti, voci, movimenti è espressivo eppure fortemente intimista.
Odwalla è il contrario del solo. Ascoltare “Odwalla uomo invisibile”, ispirato nei testi recitati da Marta Raviglia al romanzo “Uomo invisibile” di Ralph Waldo Ellison, è compiere un altro viaggio, diverso, deflagrante, che non puoi solo sognare da solo nel silenzio ma che devi anche guardare, nel quale ti devi sdoppiare – e non basta – tra musica, testi (e se hai assistito allo spettacolo) danze, musicisti, perché è quasi un urlo collettivo che scuote da quel sentirsi invisibili. Collettivo eppure così intimo, anch’esso. Ognuno è uomo singolo, e quell’ invisibilità è solitudine: si torna al solo, al bisogno di esprimersi, di uscire da se stessi e comunicare.
Ecco cosa rende l’ ascolto della musica di Massimo Barbiero un’ esperienza che avvince e frastorna, e scuote, anche: è il suo bisogno, contagioso, di fermarsi a riflettere ma è anche il suo desiderio urgente di incontrare gli altri per comunicare. Da solo con i suoi battiti e con le sue melodie, o con tutti i suoi strumenti e musicisti e danzatori e voci: ma il suo è un richiamo, al quale è quasi impossibile non rispondere, e per il quale è impellente trovare una risposta esistenziale.

 

 

Nat King Cole rivive con la voce di Hugh Coltman

Hugh Coltman

Bella serata quella offertaci da Hugh Coltman il 25 aprile scorso al Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, a conclusione dell’applaudita tournée italiana
Qualche settimana fa, avevamo presentato ai nostri lettori “Shadows – Songs of Nat King Cole”, il nuovo progetto di Coltman dedicato al grande pianista e vocalist, per cui non ci siam fatti sfuggire l’occasione di ascoltarlo dal vivo. Ed è stata una scelta felice.
Abbiamo ascoltato circa due ore di bella musica, rilassante, evocativa, lontana da ogni forma di sperimentazione e soprattutto che non ci impegnava nel tentativo, spesso vano, di capire cosa il musicista sul palco volesse comunicarci. L’intento del vocalist, inglese di nascita e parigino di adozione, era chiaro, semplice: rendere omaggio ad un idolo della sua infanzia e nello stesso tempo ricordare la madre che aveva perso all’età di sette anni e che gli aveva fatto conoscere, attraverso i dischi, la musica di Nat King Cole.
Ben coadiuvato da Thomas Naim alla chitarra elettrica, Fabien Marcoz al contrabbasso, Raphael Chassin alla batteria, Paul Lay al pianoforte con il sassofonista Stefano di Battista ai sassofoni e il vocalist Walter Ricci in veste di ospiti d’onore, Coltman ha sfoderato quelle che sono le sue doti migliori: una convincente presenza scenica, una voce allo stesso tempo vellutata e roca, un profondo radicamento nel blues come evidenziato nell’ultimo bis impreziosito da un suo assolo all’armonica e già in passato ampiamente dimostrato con la sua band blues-rock “Hoax” fondata nel 1991. (altro…)

Quando la Kulturskola di Gällivare è il motore culturale dell´Artico

Liten liten…due parole svedesi che voglion dire piccolo piccolo. Ho preso spunto dal titolo, in lingua Danese, di un disco di Stefano Bollani, Småt Småt appunto. Piccolo davvero il luogo da cui racconto gli ultimi eventi organizzati dalla Kulturskola e dal comune di Gällivare nella Lappomia svedese. L´essere piccoli, appena qualche decina di migliaia di abitanti sparsi in una terra immensa, nel nostro caso il piú delle volte é sinonimo di fattivo impegno nel realizzare progetti, godendo a pieno delle ricchissime risorse a disposizione. Un lusso per molti aspetti.
Il 2016 si é aperto con una manciata di eventi degni di nota. La contea del Norrbotten, in stretta collaborazione con le singole istituzioni comunali, puó contare su una programmazione di eventi fitta e variegata, di carattere culturale e di sano intrattenimento senza che “culturale” diventi per forza qualcosa di concettualmente tirato per le lunghe, e né tanto meno che l´ “intrattenimento” si riduca necessariamente a vuoto ridacchiare.
Poche sale consiliari, cravatte e drappi, ma persone che si riuniscono intorno ad un tavolo e pianificano eventi, consapevoli di avere i mezzi, le strutture ed un budget che verrá speso fino all´ultimo centesimo…o corona che sia, per la comunitá.
La Polar Vinter Natten si presenta con un calendario fitto di concerti. Tre giorni, l´ultimo week-end di gennaio, che offrono un ventaglio di spettacoli musicali che spaziano dal quintetto classico di archi, al death metal, il folk, il jazz d´annata, l´elettronica, il rock e intrattenimento per i piccolissimi, ed altro ancora. In tutto una ventina di eventi disposti in diverse location coinvolte. Porte aperte quindi del Museo di Gällivare, la Sjöpan Skola, la meravigliosa Nya Kyrka (la Chiesa centrale), ma anche il foyer del Quality Hotel ed il centro commerciale…tutta la cittadina é coinvolta a vele spiegate. Varietá nella programmazione vuol dire non esasperare un solo tipo di evento e dare a tutti la possibilitá di incuriosirsi a piú generi, magari conoscere qualche cosa di nuovo, di diverso dai propri quotidiani interessi. Come spesso accade in Scandinavia, poco rumore, poco autorefenzialismo, ma concretezza, e magari stai a vedere che dopo tutto quello che conta è l´aver fatto e non l´aver detto…ah, ingresso libero a tutti gli eventi.

Eventi di Gennaio e Febbraio a Gällivare

Nell´immagine sopra la pianista e compositrice Italiana Alessandra Bossa che si é esibita il 29 Gennaio proponendo in anteprima il suo progetto solista AnDRA: voce, pianoforte ed elettronica. Un concerto di brani originali e canzoni organizzato nella suggestiva cornice della Nya Kyrka, chiesa appartenente al patrimonio Unesco, spesso adibita a sala concerti.
Di seguito una panoramica del Museo di Gällivare dove si sono esibiti i Gruvkonserten ( Lars Andersson-voce, Hannes Suopanki Lakso-voce e chitarra, Tommy Lakso-chitarra, Gert Dahlström-contrabbasso e Jerker Johansson-batteria). Ottimo e coinvolgente folk cantautoriale, racconti di questa gente e della sua storia fatta di stretto legame con la natura e le miniere.

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Venerdi 28 Gennaio il centrale Quality Hotel si é fatto palco per una lunghissima serata di Jazz. Abbiamo iniziato con l´orchestra Jazz dei giovanissimi allievi, i Gummibandet, accompagnati dagli insegnanti alla ritmica.
Il palco poi si é reso disponibile per una lunga jam session fino a tarda sera.

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Nicola Mingo a Roma all’Alexanderplatz il 27 aprile

Nicola Mingo 6

 

Nicola Mingo SWINGING Quartet il 27 aprile prossimo sarà all’Alexanderplatz Jazz Club di Roma.

Il progetto Swinging rievoca un modo di fare jazz che si usava negli anni Cinquanta e Sessanta ed in particolare rappresenta un omaggio allo swing di quel periodo storico e, più nello specifico, un tributo al big sound dei grandi chitarristi dell’epoca come Wes Montgomery, il tutto filtrato alla luce della contemporaneità, con riferimenti al sound di chitarristi come George  Benson.

La scaletta prevede l’esecuzione integrale del suddetto CD: 10 composizioni originali del chitarrista in chiaro stile modern mainstream e alcuni celeberrimi standard quali SO WHAT, MOODY’S MOOD FOR LOVE, BAYOU e ROAD SONG.

Il chitarrista, compositore ed arrangiatore napoletano, si avvale di uno straordinario trio  del Jazz Italiano ed internazionale formato da Giorgio Rosciglione al Contrabbasso Gege’ Munari alla Batteria e Andrea Rea al pianoforte

Chitarrista, compositore e arrangiatore nato a Napoli nel 1963, Nicola Mingo è uno dei maggiori esponenti europei della chitarra modern mainstream jazz. Diplomato al Conservatorio S. Pietro a Maiella nel 1985, si perfeziona attraverso stage e seminari con i più importanti esponenti della chitarra jazz (Joe Pass, Jim Hall, Joe Diorio), suonando anche con Bill Pierce, Terence Blanchard, Cedar Walton, Billy Higgins e Paul Jeffrey. Inizia la sua attività discografica in qualità di leader e produce nel 1994 “Walking” (Pentaflowers), con Flavio Boltro, Dario Deidda, Amedeo Ariano, Valerio Silvestro, presentandolo all’Umbria Jazz Festival ’94. Nel 1996 produce il suo secondo album da solista: “Modern age” (Pentaflowers), inciso con il Nicola Mingo Quartet, presentandolo al Festival Jazz di Iseo. L’anno successivo è inserito nell’album “Blues for Bud” (CDpM Lion), che raccoglie il meglio del panorama jazz italiano.

Nel 2001 per la Red Records pubblica “Talkin’ jazz”, un omaggio ai musicisti che hanno reso grande la storia del jazz, ponendo l’accento sul lavoro dei chitarristi. Nel 2004 esce il suo quarto lavoro “Guitar Power” edito da (Philology), tributo a Wes Montgomery. Nel giugno 2007 pubblica “Parker’s Dream” (Rai Trade). Nello stesso anno Mingo collabora ad un progetto didattico, il dvd “Suonare nello stile di Wes Montgomery”. Nel 2009 il suo brano “Blues for Grant Green” è inserito nella compilation “Guitares Jazz”, edita dalla casa discografica francese Wagram Music. Con “We remember Clifford” (2011) giunge alla sua sesta esperienza discografica in qualità di leader, la prima su etichetta EmArcy, la stessa su cui Clifford Brown ha inciso più di mezzo secolo fa una storica serie di capolavori. Il 13 maggio 2014 esce “Swinging” , presente su Spotify e sulle maggiori piattaforme streaming.

La buona musica che viene dalla Puglia

I NOSTRI CD

di Amedeo Furfaro

Puglia Jazz Factory – “African Way” Parco della Musica Records

African Way “African Way”, il titolo non inganni, non è un disco etnico. E’ che è ispirato dal tour effettuato dal gruppo in quel continente. Musicalmente parlando, l’album che Puglia Jazz Factory licenzia per Parco della Musica Records potrebbe anche esser definito Afroamerican Way perché trattasi di jazz, piacevolmente mainstream, comunque musica neroamericana che con l’Africa ha un’ascendenza, certamente, anzitutto storica. E storico/geografica se pensiamo che i fenici dalle coste della Siria si insediarono in Apulia ben prima dei Greci. Regione che, nell’immaginario odierno, viene vista talora a estive tinte afro/mediterranee: “è una terra / d’incroci dritti / come lame arroventate/ da un sole / che le dona / una speciale luce” (Silvana Palazzo, Poesie di un’estate, Manni). Ma, al di là delle associazioni di idee e rinvio a retaggi, veniamo al cd dei jazzisti “featuring” del collettivo PJF. Una selecao levantina di eccellenti solisti gemellati in quella FabbricaDiMusica/OfficinaDiSuoni che e’ la Factory. La formazione è invitante: una line up con due sassofonisti, Raffaele Casarano e Gaetano Partipilo – esiste tutta una letteratura di jazz duets for two saxophones – che insieme rafforzano certe caratteristiche di nitidezza “nordica” del proprio strumento; ancora Mirko Signorile, a piano e tastiere, destro nei dosaggi, nei saliscendi armonici, e nell’amalgama col resto della sezione ritmica che vede Marco Bardoscia a basso e contrabbasso e Fabio Accardi alla batteria, forse le componenti più “nere” della formazione per forza e precisione percussiva. Del 5et si era apprezzato il precedente album “From The Heel”, del 2012, registrato per la stessa label capitolina; del resto Puglia Jazz Factory era nata l’anno prima come produzione del Roma Jazz Festival promosso dalla Fondazione Musica Per Roma. Una “missione” all’Auditorium Parco della Musica che si era rivelata beneaugurale anche a livello di apprezzamento generalizzato del relativo disco. In questo caso va all’occhio anzi all’orecchio il come la successione degli otto brani paia seguire un’alternanza forte/piano nel senso che sono sistemati in modo da metterne in evidenza la varietà e variabilità. Ed ancora qui piace pensare alla diversità interna della Puglia, alle chiese di Nardò e al mare di Vieste, a Gravina sotterranea ed a Bari vecchia, alla cattedrale di Trani e a quella di Ruvo, al Gargano e al Salento, alle Murge e al Tavoliere. In fondo il sentire un disco è fatto pure di visioni che afferiscono al personale vissuto di ognuno. E questo album si presta a stimolarle. Il jazz lavora sull’inconscio. Socraticamente maieutico, può condurre l’ascoltatore verso la riconoscibilità di sé stesso. (altro…)