John Abercrombie ad ARMONIEDARTEFESTIVAL

Abercrombie Quartet

Il 30 luglio il gruppo di John Abercrombie si esibirà nell’ambito di ARMONIEDARTEFESTIVAL, presso il il Parco archeologico Scolacium, in un’area ad alta vocazione turistica e a 20 minuti da Lamezia Terme, più importante snodo aeroportuale e ferroviario della Calabria

John Abercrombie  è stato definito uno dei chitarristi jazz e post jazz  più importanti del ‘900.  Strumentista  musicalmente versatile, legato alla tradizione jazz, di cui ha esteso e ampliato  i confini seguendo il suo istinto di fine improvvisatore, creatore di emozionanti melodie, ma anche di spigolose e argute composizioni è tuttora considerato uno dei più significativi chitarristi presenti sulla scena internazionale, Abercrombie è un artista che è riuscito a coniugare l’evoluzione delle tecniche sonore e strumentali con il significato più  autentico dell’espressione jazzistica, da lui attraversata con consumata sapienza.  (altro…)

Richard Bona incanta la platea

IMG_3013

Spesso nelle cronache musicali si legge “musicista completo”, “artista a 360 gradi”; ma quali sono le caratteristiche per cui un jazzista potrebbe essere considerato in tal modo? A nostro avviso un musicista completo dovrebbe: innanzitutto possedere una più che solida preparazione tecnica; avere una fertile capacità compositiva e progettuale; saper arrangiare; ed eventualmente saper anche cantare… ultimo elemento, ma non certo per ordine di importanza, avere una buona presenza scenica, cioè saper stare sul palco, saper intrattenere il pubblico senza scadere nel banale o peggio ancora nella volgarità.
Ecco, per quanti hanno assistito domenica 17 luglio alla serata di apertura del 17° Sant’Elpidio Jazz Festival sarà stato facile riscontrare tutte queste doti nel protagonista del concerto, il bassista, multistrumentista e vocalist camerunense Richard Bona con “Mandekan Cubano” ovvero Osmany Paredes al piano, Dennis Hernandez alla tromba, Rey Alejandro al trombone, Luisito e Roberto Quintero alle percussioni e Ludwig Afonso alla batteria. L’ensemble ha presentato l’ultimo lavoro discografico , “Heritage”, che è anche il settimo album registrato da Bona a suo nome. Un album il cui senso è ben spiegato dallo stesso Bona laddove afferma che “La musica abbraccia le differenze e riunisce le genti cosa che non riescono a fare la politica e la religione. Gli schiavi, quando hanno potuto, hanno salvaguardato le musiche dei loro Paesi familiarizzando con gli strumenti di fattura europea dei loro padroni”.   (altro…)

Jean Ruaz e Nic Lee feat. Marco Pandolfi mar. 26 luglio al TrentinoInJazz

Trentino Jazz
Fondazione CARITRO
Provincia autonoma di Trento
Regione Autonoma Trentino Alto Adige

presentano:

TRENTINOINJAZZ 2016
…il percorso del jazz…
8 giugno – 27 novembre 2016

Martedì 26 luglio 2016

ore 13.00
Col Rodella
Campitello di Fassa (TN)

JEAN RUAZ & BAND

Jean Ruaz: voce e chitarra
Francesco Dallago: basso elettrico
Loris Dallago: batteria
Matteo Cuzzolin: sassofono

ore 21.00
Piazza del Municipio
Pergine Valsugana (TN)

NIC LEE & THE JINGE FELLAS
FEAT. MARCO PANDOLFI

Stefano Nicli: chitarra e voce
Christian Stanchina: tromba
Marco Pisoni: Sax
Giorgio Beberi: Sax
Marco Stagni: basso
Andrea Polato: batteria
Special guest Marco Pandolfi: chitarra e armonica

ingresso gratuito (altro…)

Il pianista polacco Pawel Kaczmarczyk alla decima edizione di “Fara Music Festival”

Fara-Music-2016-717x1024 Pawel

Si svolgerà dal 25 al 31 luglio la decima edizione di “Fara Music Festival”. La manifestazione è riuscita a raggiungere un sua precisa fisionomia grazie ad un’intelligente operazione condotta nel tempo: scegliere ogni anno un Paese europeo con cui instaurare una partnership declinata attraverso una serie di incontri, scambio di opinioni, idee per giungere all’atto conclusivo del concerto al Festival di un gruppo del Paese partner scelto di comune accordo.

Quest’anno il Paese in oggetto è la Polonia per cui, non a caso, la conferenza stampa di presentazione del Festival si è svolta mercoledì 20 luglio presso la sede dell’Istituto Polacco di cultura a Roma; il gruppo che a nome della Polonia si esibirà a Fara in Sabina il 29 luglio è il Pawel Kaczmarczyk Audiofeeling Trio & Mr. Krime. Capitanata dal talentuoso pianista e improvvisatore Pawel Kaczmarczyk la formazione è completata da Maciej Adamczak al contrabbasso e Dawid Fortuna alla batteria con la speciale partecipazione di Wojciech Długosz all’elettronica, nel ruolo di Mr Krime DeconstructiON. E’ un progetto visionario che fonde il jazz con la musica elettronica, dedicato a Henryk Wars e Bronislaw Kaper musicisti e compositori polacchi che hanno lavorato a Hollywood contribuendo in maniera determinante al successo del cinema americano nei suoi anni d’oro. In particolare Kaper è stato il primo polacco ad aver vinto, nel 1953, il premio Oscar per la colonna sonora del film “Lilli”; è inoltre l’autore di noti standards tra cui “On Green Dolphin Street” e “Invitation” interpretati tra gli altri da Miles Davis e John Coltrane. Il progetto è stato presentato in prima mondiale il 26 maggio scorso a Cracovia nell’ambito del Film Music Festival ed è stato registrato e pubblicato dall’etichetta Hevhetia. Abbiamo ascoltato il disco e ne abbiamo ricavato un’ottima impressione: l’album è ben costruito, ben arrangiato con la classica formazione piano-batteria-contrabbasso che si integra alla perfezione con gli interventi destrutturanti del dj.

Ma non è questo il solo gruppo internazionale presente a Fara: così il 27 luglio sarà di scena in quartetto la talentuosa vocalist Kadri Voorand che quest’anno ha vinto il premio come miglior jazzista di Estonia; il giorno dopo sarà la volta di un duo d’eccezione composto dai chitarristi Jonathan Kreisberg nativo di New York, presente quest’anno anche come insegnante, e Nelson Veras di origini brasiliane. Il 30 si potrà ascoltare un omaggio alla tradizione brasiliana porto dal chitarrista brasiliano Robertro Taufic, dal clarinettista Gabriele Mirabassi e dalla vocalist Tosca  mentre la serata di chiusura, il 31 luglio, sarà appannaggio del trio statunitense, composto da Kelvin Sholar al pianoforte, Josh Ginsburg al contrabbasso e Marlon Browden alla batteria. Importante anche la presenza degli italiani: ad aprire la manifestazione sarà, infatti, lo “Zaden Trio” vincitore del “Premio Fara Music Jazz Live” nell’edizione 2015. Il 26 altro concerto da non perdere con il Trio di Roberto Gatto (batteria) con Dario Deidda al basso e Sam Yahel al pianoforte.

I concerti proseguiranno ad agosto con la rassegna “Farfa Voice Festival” che si terrà presso il chiostro dell’Abbazia di Farfa dal 5 al 7 agosto e con “Sabina Music Summer” in programma dal 12 al 14 agosto.

Antonio Sanchez ed Migration al Summertime 2016

sanchez

Casa del Jazz
Summer Time 2016
mercoledì 20 luglio 2016, ore 21

Antonio Sanchez and Migration

Antonio Sanchez, batteria
Seamus Blake, sassofoni acustico ed elettrico
John Escreet, pianoforte e Rhodes
Matt Brewer, contrabbasso
Thana Alexa, voce

Antonio Sanchez  sale sul palco ed avverte che “Migration” è un progetto in forma di suite, come avviene nella musica classica, e che dunque  non ci saranno interruzioni  per tutta la durata del concerto. Ma rassicura il pubblico sul fatto che potrà avere un comportamento rilassato,  applaudire liberamente e  persino tossire. Il che dà sollievo, beninteso, almeno a chi vi sta scrivendo: la suite, nel Jazz mi porta a cercare una concentrazione particolare, condita con una piccola ma necessaria dose di rassegnazione preventiva.
Però bisogna dire che “Migration” è un progetto variegato, energico ed intenso,  e vive oltre che dell’ estro compositivo di Sanchez, del suo particolare, personalissimo e travolgente drumming.
Il quintetto poi mostra una coesione perfetta. Tanto che i momenti che riportano alle difficili parti “scritte” di questo lavoro imponente, fluiscono in maniera talmente naturale da sembrare improvvisati, e le parti improvvisate sono svolte con tale interplay che paiono scritte: specie nel dialogo tra sax e batteria e pianoforte e batteria.
Non è Jazz semplice quello di questo progetto: ma la cosa è evidente solo quando, ascoltando, cerchi di analizzare a fondo come è scritto, quali sono i ruoli reciproci durante tutta la performance, quali le scelte timbriche e armoniche. Ascoltando senza quell’analizzare quello che si percepisce è un Jazz di impatto, sanguigno, coinvolgente: la trama fittissima che c’è dietro porta ad un risultato che non esito a definire “impressionista”.
La batteria è l’elemento trainante. Ma non l’elemento prevalente: le varie sezioni della suite si aprono con un protagonista diverso. Il tema melodico dell’incipit iniziale è presentato dal sax di Blake, doppiato dalla voce di Alexa, e ritorna circolarmente nel finale ripresentato nel pianoforte. La quantità di suggestioni  che si susseguono in più di un’ora di musica è enorme: episodi, come nella prima parte, in cui d’ improvviso i volumi si assottigliano e il trio indugia su tonalità indefinite, con la batteria che diventa morbida, piena di armonici. Salvo poi ritornare travolgente e dalla ricchezza timbrica infinita. Per non parlare della capacità creativa di Sanchez di  assecondare con precisione millimetrica persino nei respiri la libera improvvisazione del sax.
Nella seconda parte  il pianoforte disegna una introduzione lenta, essenziale, dall’incedere severo, sottolineata fedelmente dalla batteria: che però dopo qualche battuta comincia a disturbare quella regolarità, con battiti di cui si percepiscono intense anche le pause, e i silenzi, e che ricama anticipi e ritardi apparentemente fuori tempo “voluti” ed efficaci: creando tensione, viene costruita un’atmosfera surreale. Poi, mano a mano, il quintetto cambia versante. Il pianoforte si tramuta in Rhodes, il Sax e il contrabbasso diventano elettrici: un altro mondo sonoro.
Fino all’episodio successivo, introdotto da un assolo di batteria potente, che interagisce con rapide spennellate distorte del Rhodes di Escreet e si concretizza in un 7/4 poderoso, coinvolgente, quasi concitato nella sua perfezione, in cui il basso mostra tutta la sua granitica funzione armonico ritmica.  Poi il flusso sonoro si assottiglia, rimane in campo il trio elettrico. Seguirà poi un morbido ¾, dall’ atmosfera soffusa, dolce, in cui Sanchez comincia con i mallets per poi passare alle bacchette , leggerissime, che indugiano sui piatti. Si estrapola il trio stavolta acustico, e stavolta siamo su un Jazz dolce, raffinato, impalpabile ma intenso.
Una piccola nota di colore: quando si arriva alla fine, con la ripresa del tema iniziale, si aggiunge una cicala che frinisce perfettamente a tempo.
Unico piccolo appunto -confutabile naturalmente- è da farsi al ruolo della voce femminile. Non a Thana Alexa come vocalist, che anzi è parsa musicalmente preparatissima, assolutamente adeguata a seguire l’innegabile complessità della composizione da tutti i punti di vista (armonico, ritmico in particolare). Non è emersa però con chiarezza, musicalmente, la funzione della voce nella compagine complessiva: pressoché impercettibile timbricamente più che come volume, non abbastanza connotata, semplicemente non ha fatto la differenza, nonostante la sua bravura.
Pubblico in piedi, bis a grande richiesta e un Jazz di altissimo profilo,  Sanchez conferma ancora una volta di essere musicista, compositore, strumentista spettacolare. E con lui i suoi musicisti: non vi perdete, se potete, questo concerto.

I nostri CD. Dal minimalismo di Bärtsch alla fusion degli Yellow Jackets

a proposito di jazz - i nostri cd

Nik Bärtsch’s Mobile – “Continuum” – ECM 2464
ContinuumProva impegnativa questa del pianista svizzero Nik Bärtsch alla testa del suo gruppo “Mobile” con Sha clarinetto basso e clarinetto contrabbasso, Kaspar Rast e Nicolas Stocker batteria e percussioni, e il quintetto d’archi Extended costituito da Etienne Abelin e Ola Sendecki violini, David Schnee viola, Solme Hong e Ambrosius Huber cello. E già dall’organico si capisce abbastanza bene in quale orbita si muova il gruppo: una ricerca che cerca di coniugare il jazz da un lato con la musica colta contemporanea europea, dall’altro con il minimalismo di marca statunitense. In effetti Nik Bärtsch può vantare approfonditi studi di Conservatorio, anche se, ad onor del vero, in questo “Continuum” l’influenza predominante sembra essere quella del minimalismo americano. Di qui una musica incentrata sovente sulla reiterazione di minuscole celle melodiche che mutano pelle in modo quasi impercettibile. Il tutto sorretto da un robusto impianto ritmico che dimostra come Nik conosca assai bene anche il linguaggio jazzistico. Elemento, questo, che si riscontra anche nel brano conclusivo, “Modul 8_11”, che a tratti – ma solo a tratti – sembra quasi virare verso un andamento ritmico funky, Di impronta più nettamente cameristica sono, invece, “Modul 12”, “Modul 18” e “Modul 60” ; “Modul 44” – il brano più lungo dell’ album – è introdotto da un bel gioco di spazzole per poi svilupparsi su un ostinato eseguito dal pianoforte mentre in “Modul4” il gruppo insiste troppo sulla riproposizione del medesimo gruppo di note. Tra gli esecutori, oltre il leader, una nota particolare la merita Sha, compositore, sassofonista e clarinettista ; classe 1983, Sha ha studiato presso la Jazz School di Lucerna avendo come insegnanti Don Li, Sujay Bobade , Bänz Oester e lo stesso Nik Bärtsch; in questo album suonando con perizia il clarinetto basso, non ha minimamente fatto rimpiangere l’assenza del contrabbasso. Insomma un album ben costruito, ben studiato e altrettanto ben suonato… anche se alle volte il gioco della reiterazione può indurre nell’ascoltatore una certa stanchezza, cosa che andrebbe assolutamente evitata.

Carla Bley – “Andando el Tiempo” – ECM 2487
Andando El TiempoDi recente ci siamo occupati degli ottanta anni di questa straordinaria e geniale artista che torna a stupire il mondo del jazz con questa sua ultima produzione. Coadiuvata da
Andy Sheppard al sax tenore e soprano e dal compagno di vita e di musica Steve Swallow al basso, Carla evidenzia ancora una volta quanto sia ampia la sua capacità compositiva e come sia ancora fresco ed entusiasmante il suo pianismo. E la cosa , ad onor del vero, non stupisce più di tanto ove si tenga presente che i tre collaborano oramai da tanti anni nulla perdendo dell’originario entusiasmo, anzi aggiungendo sempre qualcosa in termini di empatia. Per averne conferma basta riascoltare “Trios” inciso qualche anno dalla stessa formazione e confrontarlo con questo “Andando el Tiempo”: i tre, se possibile, dimostrano di conoscersi ancora meglio e di saper dialogare su livelli di quasi perfezione, anche perché questa volta le composizioni sono tutte nuove. In effetti l’album ha una genesi particolare dal momento che la Bley ha scritto la musica rispondendo al preciso invito di Manfred Eicher , patron della ECM, di realizzare un disco che raccontasse una storia. Ecco quindi ‘Sin Fin’, ‘Potacion de Guaya’ e ‘Camino al Volver’ (i tre brani attraverso cui si articola la suite che da il titolo all’album) a fotografare il recupero dalla dipendenza dalle droghe di un amico della Bley. Di qui l’uso del ritmo di tango, come espressione di pathos, per evidenziare la caduta e la lotta. ‘Naked Bridges/Diving Brides’ è il regalo di nozze per il matrimonio di Andy Sheppard, influenzato – ammette la stessa Bley – dalla poesia di Paul Haines, librettista di Carla per opere precedenti tra cui ‘Escalator Over The Hill’, e dalla musica di Mendelssohn la cui marcia nuziale viene esplicitamente richiamata . Infine ‘Saints Alive!’ racconta la Bley – è ‘un’espressione usata da vecchie signore sedute sotto il portico nel fresco della sera, mentre si scambiano pettegolezzi particolarmente succosi’, clima reso perfettamente dal dialogo raffinato ed elegante tra Steve Swallow e dapprima il piano della Bley e successivamente il sax di Andy Sheppard. Ma, come si accennava in precedenza, è tutto l’album ad essere caratterizzato da questo dialogo fra i tre che producono un jazz da camera in cui il pianismo così misurato, quasi minimale si coniuga alla perfezione con il lirismo dei sassofoni di Sheppard mentre Swallow si incarica di cucire il tutto con l’enorme carica di swing, alle volte sotterranea ma sempre ben presente che scaturisce dal suo basso elettrico. Il tutto senza che minimamente si avverta la mancanza della batteria.

Wolfert Brederode Trio- “Black Ice” – ECM 2476
Black IceWolfert Brederode al piano, Gulli Gudmundsson al contrabbasso e Jasper van Hulten alla batteria sono i protagonisti di questo interessante album registrato nel luglio del 2015 all’Auditorium dello Studio RSI di Lugano. In effetti si tratta di un trio abbastanza atipico in quanto è costituito da due olandesi (il pianista-leader e il batterista) e un islandese (il contrabbassista); la collaborazione tra Brederode e Gudmundsson data oramai da molti anni passando dal free alla musica per teatro mentre l’innesto del batterista è piuttosto recente, non a caso “Black Ice” è il primo album inciso da questa formazione dopo i due precedenti CD in casa ECM registrati da un quartetto sempre guidato dal pianista ma comprendente Claudio Puntin (clarinetti), Mats Eilertsen (contrabbasso) e Samuel Rohrer (batteria). Quali le differenze tra i due contesti? A nostro avviso la formula del trio valorizza meglio le raffinatezze del pianismo di Wolfert, la sua capacità di delineare un’atmosfera facendo ricorso solo a poche note, il suo controllo della dinamica, il suo senso melodico ben supportato da una capacità di armonizzazione non comune, il suo tocco così delicato e deciso allo stesso tempo: non a caso ha conseguito i masters degree sia in piano classico sia in piano jazz al Royal Conservatory dell’Aia. Prima avevamo accennato alla lunga collaborazione tra Brederode e Gudmundsson e se ne ha l’ennesima dimostrazione già a partire dal brano d’apertura, “Elegia”, in cui il contrabbasso sottolinea al meglio le invenzioni melodiche di Wolfert mentre Jasper van Hult si dimostra innesto quanto mai felice riuscendo a trovare immediatamente una felice intesa con i compagni di viaggio. In repertorio 13 brani scritti da Brederode eccezion fatta per “Conclusion” di Gudmundsson, tutti intrisi di un profondo lirismo; difficile citarne qualcuno in particolare anche se particolarmente ci ha colpiti “Cocoon”, impreziosito da uno splendido assolo di Gulli Gudmundsson.

Greg Burk – Clean Spring” – SteepleChase 33124
clean-springStatunitense di nascita ma italiano (romano) d’adozione, Greg Burk è artista le cui doti, a nostro avviso, non sono state ancora valorizzate come meriterebbero. E che si tratti di un fior di musicista lo evidenzia a tutto tondo quest’album registrato dal vivo al Teatro Marchetti di Camerino per la prestigiosa SteepleChase nel marzo del 2015. Greg affronta la prova del piano-solo declinandola attraverso quattordici tracce tutte di sua composizione ad evidenziare anche una felice vena compositiva. Greg conosce a fondo lo strumento e lo utilizza in tutta la sua ampiezza con una perfetta indipendenza tra le due mani e un fraseggio fluido, scattante sorretto sempre da pertinenti armonizzazioni. Il tutto guidato da una forte idea di base: ricercare la modernità attraverso l’improvvisazione e la sperimentazione restando, però, in qualche modo ancorato alla tradizione. Di qui una ricerca affatto personale che lo ha portato ad ottenere quei brillanti risultati che si possono apprezzare in quest’ album. Ecco quindi l’omaggio contemporaneamente ad uno dei suoi grandi maestri e alla forma blues in “Blues For Yusef Lateef” mentre in altre tracce come, ad esempio, “A Simple Question” , “Four Reasons”, “Ionosphere” appare evidente la prevalenza dell’improvvisazione. La vena melodica emerge forte in brani quali “Solo una camminata”, “Serena”, “Amore trovato”, lo splendido “Tonos” mentre la title tracke è un delizioso bozzetto caratterizzato da una forte carica ritmica. “Escher Dance” è una sorta di enciclopedia di tecnica pianistica con una continua serie di variazioni tonali e con la mano destra di Burk che vola velocissima sulla tastiera. Il disco si chiude con “Not Forever” un brano di largo respiro in cui si ascolta, tra l’altro, una citazione di “NatureBoy”.

Danielsson, Neset, Lund – “Sun Blowing” – ACT 9821-2
sunblowingIl trio composto da sax tenore, basso e batteria non è certo una novità nel mondo del jazz ma è una formula sempre vincente soprattutto se ad interpretarla sono musicisti quali Marius Neset al sax tenore, Lars Danielsson al basso e Morten Lund alla batteria a costituire una sorta di internazionale scandinava essendo rispettivamente norvegese, svedese e danese. L’idea della registrazione è stata di Morten Lund che ben conosceva gli altri due anche se in realtà il trio si è trovato a registrare in studio senza mai aver suonato assieme. Insomma una scommessa vera e propria che è stata vinta grazie alla brillantezza strumentale di tutti e tre i musicisti e di quell’alchimia che alle volte si crea senza una specifica ragione se non la gioia di suonare assieme. In effetti alle prese con un repertorio di otto brani scritti dai tre con l’aggiunta di “The Cost Of Living” di Don Grolnick, i tre dimostrano di trovarsi a meraviglia: il disegno degli spazi è ottimale così come le improvvisazioni dei singoli che ben si inseriscono nel tessuto complessivo disegnato da batteria e contrabbasso. Comunque, a nostro avviso, una menzione particolare la merita il sassofonista Marius Neset, a suo agio in tutti i brani, e in grado di elaborare un linguaggio, un fraseggio che pur prendendo le mosse dal connazionale Jan Garbarek riesce poi a risultare personale e caratterizzato da un sound ricco, pieno, a tratti potente a tratti dolcemente espressivo: lo si ascolti particolarmente in “Salme” una sua composizione e a nostro avviso uno dei brani meglio riusciti dell’intero album.

Jack DeJohnette/Ravi Coltrane/Matthew Garrison (NO) – “In Movement” – ECM 2488
inmovementQuesto album, almeno per il celebrato batterista, ha una valenza che va ben al di là del fatto squisitamente musicale e che viene esplicitata dallo stesso DeJohnette in una breve nota di copertina: “Matthew – spiega Jack – è il mio figlioccio e ha trascorso molti anni con la mia famiglia durante la sua fanciullezza e Ravi l’ho conosciuto sin da quando era un bambino così lo considero come se fosse un mio figlio”. Senza contare che Jack , nel passato, ha avuto modo di suonare con i padri di ambedue questi giovani musicisti. Non è quindi un caso che l’album si apra con “Alabama” un celebre brano di John Coltrane. Ma non è questa la sola dedica dell’album: ecco quindi “Blue In Green” di Miles Davis e Bill Evans, “Serpentine Fire”, in onore di Maurice White, fondatore degli Earth, Wind and Fire (e ancora una volta Jack ha suonato con tutti e tre questi artisti), “Two Jimmys” in onore di Jimi Hendrix e Jimmy Garrison, mentre “Rashied” è dedicato al batterista Rashied Ali. Insomma un repertorio ricco di riferimenti storici che non possono passare inosservati. Occorre sottolineare come questo trio sia enormemente migliorato nel corso degli anni: lo avevamo ascoltato in concerto nel 2014 e fu una serata insoddisfacente, tanto per usare un eufemismo. I tre apparivano completamente sconnessi, come se mai avessero provato prima di quella serata. E’ stato, quindi, un vero piacere sentire questo album in cui, viceversa, i tre evidenziano un’empatia straordinaria. Il leader, impegnato sia dietro i tamburi e percussioni elettroniche sia al pianoforte, detta i tempi delle esecuzioni e Matthew Garrison al basso elettrico è in grado di seguire gli input del laeder a disegnare un tappeto armonico-ritmico in cui si inserisce perfettamente Ravi Coltrane, positivo con tutti e tre i sassofoni utilizzati: tenore, soprano e sopranino. Il risultato è notevole: DeJohnette è quel grandioso musicista che non ha certo bisogno di ulteriori presentazioni; qualche parola in più è necessaria per i suoi partners: Garrison dimostra di avere un senso compiuto dello spazio entro cui muoversi mentre Ravi ha elaborato un sound molto personale anche al sopranino. I brani sono tutti notevoli con una menzione particolare per le due ballad composte da DeJohnette, “Lydia” dedicata alla moglie e “Soulful Ballad” in cui DeJohnette suona il suo primo strumento, vale a dire il pianoforte. Per chi, viceversa, predilige i climi infuocati, il pezzo forte è costituito da “Rashied” un duetto al fulmicotone tra batteria e sopranino.

Duke Ellington – The Complete Newport 1956 Concert – Essential Jazz Classics 55687 – 2 CD
Thew complete newportRecensire questo doppio CD è impresa quanto mai facile: sarebbe sufficiente dire che si tratta di uno dei migliori jazz festival mai organizzati (basti confrontarne i programmi con quelli odierni; oltre Ellington c’erano Louis Armstrong e Buck Clayton) e che l’orchestra registrata il 7 luglio del 1956 è una delle migliori in assoluto che mai abbia calcato i palcoscenici del jazz. In effetti in quegli anni la big band del Duca era in forma smagliante, impreziosita da solisti che davvero hanno fatto la storia del jazz quali, tanto per fare qualche nome, Clark Terry, Quentin Jackson, Jimmy Hamilton, Johnny Hodges, Paul Gonsalves, Harry Carney, per non parlare della straordinaria sezione ritmica costituita dallo stesso Ellington al piano, Jimmy Wood o Al Lucas al contrabbasso e Sam Woodyard alla batteria. Così abbiamo l’opportunità di riascoltare alcune interpretazioni che sono rimaste memorabili come ad esempio l’assolo con 27 chorus di Paul Gonsalves al sax tenore in “Diminuendo and Crescendo in Blue”. Ma il pregio di questa nuova edizione non consiste solo nel riproporre la versione integrale dello storico concerto del ’56. Sono aggiunte le tracce registrate in studio due giorni dopo lo show e l’intera session realizzata in studio nel marzo dello stesso 1956 nonché alcune tracks molto rare tratte da una trasmissione radiofonica a New York tre mesi prima del concerto a Newport.

Fats O – “On Tape” – jazzhaus 123
OnTapeDisco divertente e curioso questo “On Tape” che vede protagonista ‘fatsO’, un ensemble colombiano la cui musica trae evidente ispirazione dal blues così come dal jazz e dall’hard rock: Disco curioso, dicevamo, ed in effetti da musicisti provenienti dalla Colombia, e in modo specifico dalla sua capitale Bogotà, ci si aspetterebbe musica latina nell’accezione più completa del termine. Ed invece ecco questo settetto capitanato da Daniel Restrepo bassista dalla buona tecnica ma soprattutto vocalist dotato di una voce roca e suadente al tempo stesso; accanto a lui una ricca front line con i clarinettisti e sassofonisti Daniel Linero, e Elkin Hernandez, Cesar Daniel Caicedo al sax alto , Pablo Beltran al sax tenore, mentre la sezione ritmica è completata da Santiago Jiménez, chitarrista di formazione classica e Cesar Morales alla batteria con l’aggiunta, quale special guest, dell’alto-sassofonista Daniel Bahamon in “Crying Out”. In repertorio dieci tracce tutte firmate, parole e musica, da Daniel Restrepo che, alla già citata sapienza interpretativa, accoppia una felice vena compositiva. In effetti le sue creazioni disegnano atmosfere molto variegate: così, ad esempio, si passa dallo swingante e allegro “Hello” che apre l’album alla più dolce “It’s Getting Bad” a evidenziare le doti di Santiago Jimenez alla chitarra; dal clima vagamente fusion e malinconico di “Crying Out” in cui il leader duetta con un clarinetto (onestamente non sappiamo da chi imboccato) strumento tipico della tradizione boliviana e chiuso da un bell’assolo di Daniel Bahamon al sax alto, al rock-blues spigoloso e piuttosto duro di “Out of control”; “Pimp” è forse il brano più jazzistico dell’intero album con in bella evidenza la batteria di Cesar Morales e la front line di fiati cui fa seguito il blueseggiante “Movie Star”. “Oye Palo” si caratterizza per essere l’unico brano in cui Restrepo ha fatto ricorso alla lingua spagnola e di conseguenza a stilemi che si rifanno chiaramente alla musica folkloristica boliviana. L’album si chiude con “I’ll Be Fine” , ancora un saggio di bravura di Restrepo come vocalist che in questa occasione richiama, almeno a parere del vostro cronista, il Joe Cocker dei tempi migliori; significativa anche la performance del chitarrista Santiago Jimenez.

Michael Formanek, Ensemble Kolossus – “The Distance” – ECM 2484
TheDistanceImpresa davvero colossale, tanto per citare il nome dell’ensemble, questa intrapresa dal bassista californiano Michael Formanek alla testa di un vasto organico di ben diciotto elementi tra cui non mancano nomi di spicco quali Ralph Alessi , Kris Davis , Oscar Noriega, Chris Speed, Mark Helias che dirige la band anche nei concerti e qualche sorpresa come ascoltare Tim Berne al sax baritono. Insomma un ensemble davvero stellare per una musica che senza dubbio costituisce uno dei non molti capolavori registrati in questi ultimi anni. Le composizioni di Formanek sono di ampio respiro, illuminate da variabili colori orchestrali, da una certa carica di swing anche se alle volte sottotraccia, da un alternarsi di tensione e distensione, da una struttura solida al cui interno i vari solisti trovano la possibilità di esprimere le proprie potenzialità. E’ il caso dello stesso leader sempre straordinario al contrabbasso, ma altresì di molti altri musicisti che con le loro performances riescono a caratterizzare alcuni momenti della lunga suite, “Exoskeleton”, attraverso cui si articola l’album aperto dai sei minuti della title tracke , inusuale preambolo della suite stessa: così, ad esempio, il trombonista Ben Gerstein e la chitarrista Mary Halvorson costituiscono il fulcro su cui ruotano, rispettivamente, la terza e la quinta parte della suite. Ma i momenti più interessanti sono quelli in cui l’orchestra si esprime a pieno organico , compatta, solida…fino al pirotecnico finale in cui ascoltiamo un’improvvisazione collettiva straordinaria per inventiva e allo stesso tempo rispetto della forma: un equilibrio davvero difficile da raggiungere in situazioni del genere.

Allan Harris – “Black Bar Jukebox” – Love Records 233921
Black Bar JukeBoxNato il 4 aprile 1956 a Brooklyn, il vocalist, chitarrista, e compositore Allan Harris può vantare, tra l’altro, numerosi awards tra cui il New York Nightlife Award for “Outstanding Jazz Vocalist” – vinto per ben tre volte – il Backstage Bistro Award for “Ongoing Achievement in Jazz,” e l’ Harlem Speaks “Jazz Museum of Harlem Award.” Il titolo di questo nuovo album è quanto mai esplicativo: attraverso la menzione del jukebox, Harris intende rendere omaggio a tutta una serie di grandi artisti del passato più o meno recente, anche modificando in qualche modo i suoi punti di riferimento. In effetti prima Harris veniva considerato una sorta di straordinaria sintesi di Nat King Cole, Frank Sinatra e Tony Bennett mentre in quest’ultima realizzazione, sotto la guida del produttore Brian Bacchus (lo stesso di Gregory Porter) allarga il suo raggio d’azione includendo in repertorio brani jazz, R&B, country, blues, soul, e musica latina, sia con pezzi originali sia con composizioni di James Moody, Lester Young, Elton John e Bernie Taupin, Rodgers e Hart, Kenny Rankin e John Mayer a disegnare un mosaico tanto variegato quanto affascinante. Alla testa di un sestetto con il batterista Jake Goldbas, il bassista Leon Boykins, il pianista/tastierista Pascal Le Boeuf, con l’aggiunta in veste di special guests del percussionista Samuel Torres e del chitarrista Yotam Silbersteinadd, Allan Harris evidenzia come il suo talento sia rimasto immutato nel corso degli ani. La bellezza della voce caratterizzata da un registro che oscilla tra tenore e baritono e la capacità di interpretare con assoluta padronanza e pertinenza brani tra loro così diversi sono doti proprie solo dei grandi artisti: si ascolti con quanta disinvoltura Allan passi da pezzi quali “I Got A Lot Of Livin’ To Do”, o “Lester Leaps In” un classico di Lester Young trasformato da Eddie Jefferson nel vocalese “I Got The Blues”, o lo swingante “Love’S The Key” tutti di chiara impostazione jazzistica, a “Catfish” di impronta latineggiante, al funky-soulful di “Take Me To The Pilot” un hit di Elton John e Bernie Taupin…fino al sorprendente “Daughters” di John Mayer in cui Allan suona la chitarra acustica disegnando atmosfere che in qualche modo si riallacciano alla mitica Motown.

Stan Kenton – “The Stuttgart Experience” – SWR 457
The Stuttgart ExperienceLa leggenda del cosiddetto progressive jazz, Stan Kenton, guida una delle più celebri, innovative ma allo stesso tempo controverse formazioni che abbiano illuminato le scene jazzistiche internazionali. L’orchestra è qui registrata durante un concerto tenuto a Stoccarda il 17 gennaio del 1972: La band è infarcita di nomi importanti quali, tanto per citarne qualcuno, Ray Brown, Fred Carter, Richard Torres, e soprattutto il batterista John van Ohlen… oltre naturalmente allo stesso leader al piano. In quel periodo la band attraversava un momento particolarmente felice e aveva introdotto in repertorio alcuni nuovi brani che si possono ascoltare nell’album in oggetto quali il latineggiante “Malaga” di Bill Holmann , un nuovo arrangiamento della “Rhapsody in Blue” ad opera dello stesso Holmann e il brano portante della colonna sonora del film “Love Story” scritto da Francis Lai . Ebbene, a distanza oramai di molti anni, forse si possono abbandonare le polemiche e riconoscere che, al di là dei gusti personali, Stan Kenton fu un grande musicista e che le formazioni da lui dirette erano organici di grande spessore, in grado di interpretare anche le partiture più ostiche senza alcuna difficoltà apparente. Anche la band che si ascolta a Stoccarda è semplicemente poderosa: Kenton , come al solito, ama agire sulle masse sonore, sovrapponendole o allineandole nel tentativo, rivelatosi comunque utopistico, di fondere in un unicum jazz e musica classica. Di qui un flusso sonoro imponente, costante che si riversa sull’ascoltatore con un sound che è divenuto un vero e proprio marchio di fabbrica delle orchestre kentoniane. Tra i brani presenti nell’album due ci hanno particolarmente colpiti soprattutto per la bontà degli arrangiamenti e la qualità degli interventi solistici: “Rhapsody in Blue” arrangiato da Bill Holman e impreziosito da Chuck Carter nell’occasione al sax baritono e “Intermission Riff” con un centrato assolo del bassista John Worster.

Golfam Khayam, Mona Matbou Riahi – “Narrante” – ECM 2475
NarranteDue straordinarie artiste iraniane, Golfam Khayam alla chitarra e Mona Matbou Riahi al clarinetto, hanno formato il “Naqsh Duo” decidendo di proseguire all’estero i propri studi musicali ma restando in qualche modo legate alle proprie tradizioni. Di qui una musica davvero personale, sotto molti aspetti affascinante, raffinata anche se di non facilissima lettura per un pubblico occidentale poco abituato ai microtoni, ai ritmi, ai cicli improvvisativi propri della musica orientale. Questo “Narrante” costituisce il loro debutto in casa ECM ed è la prima volta che un album prodotto da Manfred Eicher viene edito contemporaneamente in Europa e in Iran. Il repertorio è declinato su nove tracce originali delle due musiciste alla ricerca di un contatto tra oriente e occidente. Evidentemente qui siamo ben lontani da quel che si intende per jazz anche se, ascoltando con attenzione l’album, sembra potersi rinvenire qua e là una pratica improvvisativa certo non sconosciuta alle due. In effetti dal punto di vista tecnico-strumentale Golfam e Mona sono preparatissime, tanto per usare un eufemismo, per cui possono benissimo abbandonare la pagina scritta per addentrarsi in territori sconosciuti ed uscirne senza problema alcuno. Il loro tocco è straordinario, la visione musicale sempre coerente, l’intesa profonda: basta ascoltare un qualsiasi brano per rendersi immediatamente conto di come le due si conoscano alla perfezione intrecciando le loro voci strumentali in un dialogo fitto, incessante. In precedenza accennavamo a come il duo non intenda distaccarsi completamente dalle proprie tradizioni e lo dimostra il fatto che alcuni dei brani si richiamano esplicitamente a tale passato: così, ad esempio, la title tracke trae ispirazione dal Guati , una cerimonia di guarigione del Baluchistan caratterizzata da figure ritmiche ripetitive e scale pentatoniche mentre “Lacrimae” evidenzia l’influenza delle tradizioni improvvisative canore del Kurdistan. (altro…)