Carla Bley : ottant’anni e non sentirli

Carla Bley

Le ricorrenze anagrafiche forniscono talvolta l’occasione per illuminare la parabola artistica di un(a) jazzista. Nel caso della pianista, tastierista, compositrice, arrangiatrice e band-leader di Oakland ci si accorge che la sua carriera – iniziata nel 1959 – non è ancora finita, anche se molti frutti sono maturati dai semi che ha saputo coltivare. Per evitare un semplice riassunto della vita e delle opere, proverei a parlare di quest’eclettica e singolare artista seguendo – dopo una breve introduzione – un ipotetico programma radiofonico con l’ascolto (purtroppo immaginario ma facilmente realizzabile, anche attraverso la rete web) di sue composizioni, differenti per organico e data d’esecuzione.
Piena di mille impegni la sua vicenda fin dall’inizio: arrangiamenti per cantanti folk, lavori nei piano-bar, venditrice di sigarette nei jazz club, costumista in teatro, compositrice, cantante, tastierista… Trasferitasi a New York dalla natìa California, incontra il pianista Paul Bley che ventunenne sposa, incrementando il lavoro di scrittura: i suoi brani iniziano a piacere a musicisti di valore come Art Farmer, Jimmy Giuffre e George Russell. La musica diverrà il suo unico lavoro dal 1964, quando aderirà al Jazz Composer’s Guild creato dal visionario trombettista e compositore Bill Dixon. Insieme ad un altro trombettista – Michael Mantler – diventa codirettrice della Jazz Composer’s Orchestra Association, l’anomala big-band autogestita dai musicisti della fervente scena d’avanguardia newyorkese. E’ in questa temperie artistica “alternativa”, dove il free incontra la musica europea ed in cui i jazzisti più creativi incrociano i propri linguaggi, che si collocano l’esistenza e l’opera di Carla Bley. La jazzista sposa Mantler in seconde nozze e si getta nel magmatico progetto di “Escaletor Over the Hill” (1968-1972).
“Hotel Ouverture” da “Escaletor Over the Hill” (JCOA Records, 1971). E’ il fiammante prologo di un’opera su testo di Paul Hines, musica della Bley, coordinamento e produzione di Mantler. Tre album per una ciclopica esecuzione registrata in varie sedute tra il 1968 ed il ’71. Un orchestra di diciassette elementi (da Jimmy Lyons ad Enrico Rava) si muove su scuri fondali, illuminati da due strumenti che saranno basilari nella poetica della compositrice: il trombone (Roswell Rudd) ed il sax tenore (Gato Barbieri). Altre parti solistiche sono per l’aspro clarinetto di Perry Robinson e per il plastico contrabbasso di Charlie Haden. Preludio dagli accenti ora epici ora strazianti di un’opera complessa e visionaria anche per il rapporto tra testo e musica.
“Liberation Music Orchestra” (Impulse, 1969). Tra Haden e la Bley c’era già una forte empatia sonoro-politica. Nella foto con striscione rosso che campeggia sulla copertina dell’album i due sorreggono, da lati opposti, quella sorta di coraggiosa bandiera. Gli arrangiamenti sono dell’artista di Oakland come tutti i brani che connettono le riletture da pagine della guerra civile in Spagna e le composizioni del contrabbassista e di Ornette Coleman. Nell’orchestra spiccano Barbieri e Rudd, Dewey Redman, Don Cherry e Sam Brown: una vera “all stars” del free unita da un impegno politico nettissimo e sincero (siamo nel 1969). E’ il primo di una lunga serie di album della Liberation Music Orchestra di fatto codiretta con Charlie Haden, formazione a cui Carla Bley darà costantemente, e creativamente, il suo apporto: tra i più recenti “Dream Keeper” (1994, Polydor) e “Not in Our Name” (2005, Universal France) in cui l’artista è anche direttrice. Perché l’orchestra era e sarà la sua dimensione preferita ed il suo vero strumento.
“Ad Infinitum” da “Dinner Music” (Watt, 1976). L’etichetta nasce nel 1973 perché la Bley e Mantler vogliono documentare la propria musica in totale libertà. Il brano ha un semplice tema e vede l’artista all’organo – sua grande passione alla testa di un tentetto ricco soprattutto di ottoni (elemento che la avvicina a Gil Evans) e con due chitarre. Su un lungo pedale c’è vasto spazio per il trombone di Roswell Rudd in una temperie sonora a cavallo tra jazz e progressive rock, una “terra di mezzo” molto frequentata negli anni ’70 (del resto la Bley nel 1974-’75 suona con il gruppo del bassista inglese Jack Bruce, conosciuto ai tempi di “Escletor…”).
“Musique Mecanique III” da “Musique Mecanique” (Watt, 1978). Solo un paio d’anni separano le due partiture ma qui la big-and di tredici elementi (tra cui la figlia Karen al glockenspiel e Steve Swalow al basso elettrico che diventerà il compagno musicale ed esistenziale della sua vita) evoca altri mondi sonori. Ci sono riferimenti all’Europa e il brano alterna un tema onirico e inquieto (con sfumature circensi) a sezioni in cui l’organico si impunta come se la puntina di un giradischi non andasse avanti, con uno straordinario effetto straniante. Tromba, trombone (Rudd), corno (John Clark) e tuba (Bo Stewart) appaiono fondamentali nella policromia dell’orchestra, come l’organo suonato con originalità dalla leader. (altro…)

I nostri libri

Enzo Boddi – “Uri Caine – Musica in tempo reale” – Sinfonica Jazz, pgg.241, 
€ 20

Uri CaineEccellente lavoro questo del musicologo fiorentino Enzo Boddi che dedica le sue attenzioni ad una delle personalità più sfaccettate e poliedriche che il mondo musicale ci abbia offerto negli ultimi decenni: Uri Caine. L’artista è ben noto al pubblico italiano sia per le numerose apparizioni in festival e concerti sia per le collaborazioni con musicisti italiani. Di qui un ulteriore motivo per leggere con curiosità ed interesse le oltre duecento pagine del libro.
E devo dire che la lettura viene ampiamente ripagata: Uri Caine è lumeggiato in tutti i suoi aspetti, a partire dalla Philadelphia anni ‘50, fino alle opere più recenti, a disegnare un mosaico complesso di cui le varie influenze cui Caine è stato sottoposto e le molteplici direzioni che la sua arte ha seguito nel corso degli anni rappresentano gli imprescindibili tasselli.
Ecco quindi i primi forti legami con Don Byron e Dave Douglas, l’importanza del piano-trio, il fattore soul nella sua musica .. per approdare ad un primo e importante punto fermo: la forza delle radici ebraiche che diventano fonte di ispirazione.
Raggiunta questa consapevolezza, Caine si muove su altri fronti: sperimenta con la canzone pop, sperimenta con alcuni grandi della musica classica quali Bach, Beethoven, Mozart, Schumann, Mahler, Verdi, si inoltra nei sentieri tortuosi della musica contemporanea…mantenendo comunque intatta la sua cifra stilistica. 
Boddi ci guida con mano sicura in questo zig zagare tra stili, epoche, suggestioni pure assai diversi e lontani tra di loro evidenziando quel filo rosso che lega il tutto e che è rappresentato dall’arte di Caine. Questo perché l’autore, nella sua analisi, non segue tanto un percorso cronologico quanto una via che si snoda attraverso i differenti contenuti della musica di Caine.
Il volume è inoltre scritto in maniera semplice ma non banale ed è corredato da discografia e biografia.

Peter Erskine – “No Beethoven – La mia vita dentro e fuori i Weather Report” – Arcana Jazz pgg.305 più un’appendice fotografica – € 25,00

No BeethovenI Weather Report non esistono più da tempo, Joe Zawinul è venuto meno nel 2007 eppure questi musicisti continuano a calamitare l’attenzione degli appassionati. Di recente vi abbiamo presentato quella splendida realizzazione della Legacy contenente inediti del gruppo. Adesso è la volta dell’autobiografia di Peter Erskine che, guarda caso, è anche l’estensore delle note che accompagnano la citata raccolta discografica. E la cosa non stupisce più di tanto ove si tenga presente da un lato la straordinaria carriera artistica di Erskine, batterista giustamente annoverato tra i più grandi di sempre, musicista e compositore di rilievo che ha collaborato con artisti di estrazione pure assai diversa quali, tanto per fare qualche nome Stan Kenton, Maynard Ferguson, Michael Brecker, Joni Mitchell, gli Steely Dan, Elvis Costello, Pat Metheny, dall’altro il ruolo che il batterista ha giocato all’interno del gruppo fondato da Joe Zawinul e Wayne Shorter. Un ruolo che andava ben al di là del semplice partner per assurgere a quello di vera e propria colonna portante della migliore edizione del gruppo, vale a dire quella con Wayne Shorter, Joe Zawinul e Jaco Pastorius; Erskine rivive quel periodo  che va dal 1978 al 1986, con cinque album, tutti di straordinario livello. Ma, come racconta lo stesso Erskine, c’è un prima e un dopo Weather Report. Ecco quindi i 63 capitoli in cui è diviso il volume, veri e propri frammenti di vita vissuta in cui l’artista esprime le proprie opinioni circa gli accadimenti della vita quotidiana di un musicista e quindi, tanto per fare qualche esempio, i rapporti con l’industria discografica, la musica per il cinema, le registrazioni ECM, i voli in Giappone e via di questo passo in una galleria affascinante di fatti e personaggi. Il racconto non si sviluppa, tuttavia, su un canovaccio temporale ma trova il suo preciso punto di riferimento nei Weather Report, ossia nel periodo che precede la sua entrata nel gruppo, negli anni vissuti assieme e nell’imperituro ricordo che accompagna il batterista dopo essere uscito dal gruppo. Non a caso l’autobiografia si chiude con una toccante “Ultima lettera di Joe” in cui il tastierista austriaco ringrazia Peter per la sua amicizia e soprattutto ricorda il grande amore che per tanti anni lo ha legato alla sua Maxine, “il centro del suo universo”.
Il volume è corredato da due appendici: la prima dedicata alle «persone che appaiono in questo libro, ma che non hanno avuto spazio sufficiente, oppure le persone che mancano del tutto dalla narrazione» (p.245); la seconda a cinquanta album, compresi tra il 1974 e il 2010 e selezionati da una discografia di seicento, «che per qualche motivo meritano una discussione separata» (p.279). (altro…)

Chiude la stagione Candiani Groove, con quattro concerti

CANDIANI GROOVE GIUGNO 2016

Giovedì 9 giugno, ore 21.00

New Landscapes
Not just a soundscape
Silvia Rinaldi (violino barocco)
Luca Chiavinato (liuto barocco, oud)
Francesco Ganassin (clarinetto basso)

Daniele Vianello Quartet
Lunaria
Stefano Gajon (clarinetto)
Dario Zennaro (chitarra elettrica)
Daniele Vianello (contrabbasso)
Davide Michieletto (batteria)

Giovedì 16 giugno, ore 21.00

Venice Connection Quartet
Acrilico
Tommaso Troncon (sax tenore e soprano)
Paolo Garbin (pianoforte)
Vincenzo della Malva (contrabbasso)
Enrico Smiderle (batteria)

Claudio Cojaniz
Stride vol. 1 e vol. 2
Claudio Cojaniz (pianoforte)

ingresso : intero € 5
ridotto speciale per giovani fino ai 29 anni € 3

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Alberto Giraldi 4tet guest Fulvio Sigurtà alla Casa del Jazz

Roma, Casa del Jazz, sabato 14 maggio, ore 21

Alberto Giraldi, pianoforte
Filiberto Palermini, sassofoni
Riccardo Gola, contrabbasso
Ettore Fioravanti, batteria

guest Fulvio Sigurtà, tromba e flicorno

Alberto Giraldi è pianista e compositore di grande esperienza, che ha già alle spalle una  lunga carriera cominciata nella musica leggera, proseguita  nel comporre importanti sonorizzazioni, colonne sonore per il teatro, musiche originali per la radio, il cinema, il teatro, la televisione. Questo grande lavoro intessuto negli anni, anche dietro le quinte, ne ha fatto un musicista capace di elaborare un Jazz piacevole, ben costruito, spesso intrecciato ad una fusion di ottimo livello e formulato in modo da essere sempre interessante.
Il quartetto che abbiamo ascoltato alla Casa del Jazz per la presentazione del cd “Geometrie, Affetti Personali” (AlfaMusic, 2016)”, è formato dallo stesso Giraldi al pianoforte, che ha firmato tutti i brani eseguiti, e Filiberto Palermini ai sassofoni, Riccardo Gola al contrabbaso,  Ettore Fioravanti alla batteria e Fulvio Sigurtà alla tromba, invitato come special guest per la serata.

Tutti i brani, presentati con un garbo raro, bisogna dire, sono stati eseguiti tenendo ben desta l’ attenzione del pubblico proprio per quella capacità compositiva che Giraldi ha a monte. I pezzi hanno una loro struttura formale compiuta, ben costruita, sono piccole colonne sonore in miniatura, e come tutte le colonne sonore hanno anche al loro interno, o nei finali o negli incipit episodi  “a sorpresa” che movimentano ulteriormente la percezione di un’andamento già di per se piacevole, godibile e coinvolgente.
Giraldi prepara il substrato armonico ritmico al pianoforte creando l’architettura sulla quale quale si svilupperanno i brani e gli assoli dei musicisti. Di volta in volta l’ esposizione tematica è affidata alla sezione fiati (molto ben calibrati tra loro tra Palermini e Sigurtà, che sia quando suonano insieme che quando inventano scambi improvvisati sono coesi, efficaci, e hanno un suono molto bello), oppure allo stesso pianoforte, e a volte anche al bel contrabbasso di Riccardo Gola. Questo scambiarsi di ruoli è ossigeno per la musica e fa sì che l’attenzione rimanga sempre desta sullo svilupparsi del brano.
Non manca una cura particolare per le dinamiche. Più volte si arriva ad un crescendo di volume e di spessore in cui la batteria esuberante di Fioravanti dà il meglio di se donando il groove vincente, al quale improvvisamente viene giustapposto un assottigliarsi di battiti e di note molto efficace, che riporta ad atmosfere più soft, a volte intime.
Può capitare anche che nel brano vi sia un inserto nel quale un tempo dispari in 7 interrompe il flusso tranquillo del ritmo binario incuneandosi su un ostinato del pianoforte (come in “Ascolto di un silenzio). O magari accade, come in “Residui dell’anima” che il contrasto avvenga tra la tonalità minore iniziale e un progressivo arrivo in maggiore con la batteria che “freme” sul rullante creando un’ atmosfera sospesa, prima di ritornare alla progressione minore: il tutto in una struttura ben pensata, costruita con rigore formale ma anche con un bell’afflato lirico, sul quale si inserisce un intenso assolo di contrabbasso.
Filiberto Palermini ha una bella fantasia improvvisativa ed una notevole capacità di interplay sia con la tromba che con il pianoforte di Giraldi.
Fulvio Sigurtà, che ci ha abituati a soli affascinanti non fa che confermare le aspettative, donando ricami e fraseggi veramente pregevoli, e dimostrandosi duttile come solo lui sa essere nelle occasioni più disparate.
Conclude un concerto applauditissimo il bis dedicato, senza clamori, anzi,  persino con un certo pudore, all’attentato al Bataclan di Parigi: il pezzo, ancora non inciso ma già diverse volte eseguito si intitola “Il senso estraneo delle cose”, ed è connotato da un notevole progressivo innalzamento emotivo, drammatico, lirico.
Il dualismo tra struttura formale rigorosa e improvvisazioni efficaci e contrasti dinamici e timbrici sembrerebbe avere un netto riscontro con il titolo del progetto: “Geometrie, Affetti personali”. Due aspetti complementari della musica di Giraldi.

I NOSTRI CD. Da Milano a New York è tutto un bel sentire

I NOSTRI CD

di Amedeo Furfaro

Roberto Cecchetto Core Trio – “Live At Cape Town” – NAU

Live at cape townSi respira aria di club, in “Live At Cape Town”, album che il chitarrista Roberto Cecchetto ha affidato ai tipi musicali della NAU, praticamente in ognuno dei brani registrati due anni fa nel detto Cafe’ milanese. Già in “Nowhere Man”, titolo che ricorda l’Uomo senza luogo beatlesiano, sigilla il numero 01 della collana, senza che dal suo Core Trio traspaia una precisa collocazione stilistica. In realtà quello a cui si guarda è un mondo di suoni affrancato e libero, così come nella slappante “Easy Walker”, dall’iniziale fraseggio a due fra il basso elettrico di Andrea Lombardini e la batteria di Phil Mer; e più avanti la chitarra elettrica a far da collante al loro dialogo.
La dimensione di musica in action assume, in “That Evening”, i contorni di una ballad costruita con tavolozza di impressioni del momento e colori mutanti.
L’impronta dell’istantaneo è ancora più forte nella successiva “Core Awake” dall’improvvisazione permeata di suoni concreti, richiami elettronici, sprazzi cyber, affreschi free. Poi rimossi in “Daylight”, dove l’ispirazione vaga sulle ali di un ritmo costante e contemporaneo. Nella successiva “Gift”, vero e proprio inno alla musica, Cecchetto conferma il proprio chitarrismo essenziale, sfrondato, incentrato sulla timbricità dello strumento e sull’attenzione armonica di accordi e di sequenze melodiche che vi si posano. Ed è, questa, una composizione-Manifesto per il nostro “Roberto Cecchetto Experience” per un album che trasuda il calore degli applausi “veri” della esibizione dal vivo. Infine” Waiting List” disegna a tratti uno scenario post Jazz/Rock che di fatto si rivela un laboratorio di fusione nel Nucleo (Core, in inglese) di filoni differenti: nota per nota, nota su nota, mentre il drumming si fa insistente e insegue a ruota il beat, il battito scandito dalle linee di basso; con la sei corde del leader del Trio proiettata verso innovativi spazi extratonali, extramodali, extraformali, “sitting in his nowhere land” pur tenendo fermo il centro di gravità della propria musica. (altro…)

Lorenzo Tucci: “Sparkle”, il mio Jazz scintillante

Sparkle

JandoMusic/ Via Veneto Jazz

Lorenzo Tucci, drums
Luca Mannutza, piano
Luca Fattorini, bass

Flavio Boltro, trumpet
Karima, vocals on #10

Esce per l’etichetta Jando Music il nuovo disco di Lorenzo Tucci, Sparkle.
In Trio, con l’apporto in alcuni brani della tromba di Flavio Boltro, il cd contiene anche un omaggio a Pino Daniele interpretato da Karima. L’organico è nuovo rispetto a quello del precedente “Tranety”, e vede Luca Mannutza al pianoforte e Luca Fattorini al contrabbasso. I brani sono (a parte tre) tutti originali, scritti dallo stesso Tucci, che, pur se non nuovo nell’impresa, si mette in gioco anche come compositore.

Il Jazz è questo: è anche respirare nuova aria buona, senza paura. Tucci il Jazz lo sa fare bene, e il risultato è estremamente positivo, interessante, originale e, detto con semplicità, bello e avvincente da ascoltare.
Un po’ perché, si sa e più volte è stato sottolineato, la batteria la sa suonare benissimo: ha una tecnica che non è mai asservita a virtuosismi inutili ma è utilizzata per far cantare, parlare, esprimere uno strumento che in teoria dovrebbe principalmente “battere il tempo”. Ma anche perché i brani e gli arrangiamenti, magistralmente eseguiti da lui e dai musicisti che lo affiancano in questo progetto, rimangono impressi: sono freschi, moderni, hanno respiro e sono variegati, mai monocordi. Tucci compie una scelta precisa: la connotazione tematica di ogni brano, curatissima e per questo efficace. Il tema può essere armonico (come quello di Sparkle Suite) che primeggia e viene trasformato, ridisegnato, ammorbidito dal pianoforte, e nel quale la batteria crea, struttura, ma non rinuncia a “cantare”.
Oppure può essere un semplice tema melodico in tonalità minore come quello di Past, che si risolve su arrivi armonici inaspettati e che si scioglie in un bel solo di Mannutza.
Anche uno scorrevole 5/4 come So One è notevole: armonicamente complesso nei suoi inserti, all’ ascolto è fluido e coinvolgente, dato che batteria e pianoforte sono così in sintonia da produrre un’ unica ondata di suoni cuciti impeccabilmente dal bel suono del contrabbasso di Fattorini. E’ un brano dinamico e tranquillo, con un suono ricco ma elegante, la cui essenza è colta dalla tromba di Boltro che con le sue note lunghe lascia agio ai giochi infiniti della batteria di Tucci.
In Grow, una ballad che è jazz puro, il tema è affidato al contrabbasso, gli accordi del pianoforte sono carezzevoli, le spazzole leggerissime: ne rimane impresso il suono, l’atmosfera.
In Keep Calm ritroviamo un tema costituito da una bella progressione armonica: riproposto a loop riesce a rilassare, ipnotizzare, trascinare. Lo si continua a cantare anche quando è terminato. In Two years la batteria è irresistibilmente ricca di spunti. Emerge quella tecnica sopraffina di cui si parlava più sopra: un suono rotondo, potente, anche,  ma un volume mai eccessivo anche quando vira in alto, e che sa creare il tessuto ritmico adatto ad esaltare (ad esempio) l’assolo di contrabbasso di Fattorini fantasioso, piacevole, inusuale.
Ci si rigenera con L&L, in cui Boltro sottolinea impeccabilmente una melodia pulita, dolce, latin, o si può ascoltare con gusto il Seven Days di Sting in cui appare chiaramente quale sia la differenza tra una cover e un brano che, attraverso un vero jazzista come Tucci, diventa standard: il contrabbasso disegna la strofa ritmicamente in maniera quasi secca, con un efficacissimo ostinato, per ammorbidirsi poi nell’ inciso, che con i suoi cromatismi armonici, diventa più lirico.
Boltro e Mannutza giocano su Tarì e sul suo impianto di accordi sospesi su una cellula melodica reiterata. Si finisce con la splendida voce di Karima che interpreta E po’ che fa di Pino Daniele, su un arrangiamento blues così come il blues e come il jazz devono essere. Lorenzo Tucci ha la capacità di farlo vivere, il Jazz, di evocarlo dal silenzio ma anche di rinnovarlo e riplasmarlo a suo piacimento: il risultato è ancora una volta quello giusto e allo stesso tempo completamente nuovo.
Chiediamo a Tucci qualcosa di più su questo progetto, l’ ottavo da leader.

1) Innanzitutto, perché Sparkle?

È il mio modo di vedere il jazz attualmente: non più con la retorica del “bianco e nero” ma “sparkle”:  colori messi insieme, scintillanti, variegati, accecanti, un’ aurora boreale… così come la fusione di generi musicali diversi e di culture dovrebbe essere. Quello scintillio che mai deve svanire negli occhi di ognuno di noi e nel modo di essere creativi e di amare, lo sparkling che ci fa giudicare la qualità di uno champagne e che ci da brio e entusiasmo.

2) Come e in quale particolare momento è nata l’esigenza di metterti in gioco totalmente come musicista, come strumentista e come compositore?

Sento sempre di più l’esigenza di scrivere musica, credo che un musicista debba essere ricordato e/o menzionato anche per quello che ha scritto  oltre alla bravura sul proprio strumento.
Scrivere musica è una cosa molto bella perché tiri fuori veramente te stesso e deve essere sempre così senza “condizioni”.
Quando scrivi non c’è nessuno che puoi dirti come devi farlo , cosa è bello e cosa è brutto, hai la libertà totale in base al tuo background culturale / musicale.
Io scrivo sempre in base ai mie “flussi emozionali” con la speranza poi che arrivino al pubblico.
Quello che scrivi è tuo e sarà tuo per sempre, testimoniato da un disco che registri o da una partitura.
È evidente che ti metti in gioco: ogni disco che fai vuol dire uscire allo scoperto e darti in “pasto” a critica e pubblico .

3) Il jazz di Sparkle è particolarmente scorrevole. Risuona di una grande cura per la melodia ma è anche connotato da un sound internazionale. Quale e quanto Jazz ascolti, quanto ne metabolizzi, quale soprattutto ti influenza?

La melodia è sempre stata importate per me: per me melodia significa cantabilità, musica che resta nella nostra memoria.
Credo che ogni musicista dovrebbe  ricordarsi di ciò che scrive: in caso contrario significa che la  musica è scritta “a tavolino” e questo spesso ne inficia la cantabilità. 
Ascolto molto jazz e molta musica in generale, al di là dei generi, cerco di ascoltare senza tabù e pregiudizi, con il cuore e le orecchie ben aperti. A volte ascolto anche un solo brano per decine di volte di seguito.

4) Ascoltando questo tuo lavoro emerge molto netta la tua inclinazione a “targare” ogni tuo brano identificandolo quasi anagraficamente con un tema preciso: che esso sia “armonico” o “melodico”. Come arriva l’idea di un tema che sarà la base di un tuo brano?

Per quanto mi riguarda attribuisco alla parola “idea” un significato diverso da quello che stai attribuendo tu: nel momento in cui compongo l’ “Idea” è una soluzione, un miglioramento, o una correzione  a qualcosa che ho già progettato: quindi nella prima fase di concepimento di un brano mi interessa molto poco.
A me interessano l’intensità e la carica dinamica con cui canto le “arie” che mi passano per la testa: se le ritengo emotivamente valide le scrivo, e poi magari le armonizzo.

5) E’ vero che ogni tuo brano rimane impresso poiché precisamente connotato, firmato.  Ma di certo non si può dire che il materiale iniziale una volta sviluppatosi rimanga inerte. Sembra che tu riesca a quadrare il cerchio tra semplicità e complessità, optando anche per impianti armonici di certo non facili. Quanto c’è di progettuale e quanto di “istintivo” in un risultato simile?

Io credo che ogni artista, pittore, scrittore  musicista, poeta, scultore o architetto è stato sempre compromesso, influenzato o contaminato da qualcosa, qualcuno: un Dio, il bisogno di denaro, una scadenza, una delusione, una nascita, un lutto magari. Non esiste la purezza creativa assoluta: tutto questo rende qualsiasi cosa, compresa una composizione musicale, terrena, imperfetta e proprio per questo umana e straordinaria.
Il mio compromesso voglio trovarlo con il pubblico, con chi ascolta i dischi o con chi viene ai miei concerti, e questo è il mio progetto: arrivare in modo autentico e diretto. Certamente un mio brano può essere anche complesso, armonicamente o ritmicamente: ma con una melodia forte, scritta  di istinto piuttosto che forzata cerebralmente, riesco a trovare una connessione maggiore con chi mi ascolta. E questo mi fa stare bene.

6) Quando componi un brano lo pensi già ritmicamente, o il groove da imprimergli nasce in un secondo momento?

Io credo che per ogni musicista ogni frammento melodico o brano nella sua interezza venga in mente con il proprio ritmo già sottinteso. Armonizzare la melodia  è cosa più complessa. Armonia e arrangiamento possono poi decidere sorti del brano in positivo, ma anche in negativo.

7) Solo tre brani non tuoi. Scelti come, e perché?

L & L è una bellissima composizione di un mio caro amico ( Andrea Sorgini), brano che mi regalò quattro anni fa in occasione di un giorno importante della mia vita: mi ero ripromesso di registrarlo alla prima occasione e di consegnarla al pubblico.
Seven day di Sting e E pò che fà di Pino Daniele sono a mio avviso  due brani bellissimi del panorama pop internazionale. Spetta al jazzista (come avveniva negli anni d’oro del jazz) far diventare ” standard” una composizione.

8) Voglio parlare un po’ dei musicisti di Sparkle. In questo disco compare la tromba di Flavio Boltro. Perché hai pensato alla tromba e perché alla sua tromba in particolare?

Quando scrivo un brano penso anche al suono complessivo e per alcuni brani volevo proprio la tromba. Quando pensi alla tromba ti vengono in mente alcuni grandi trombettisti: uno di questi  è Flavio Boltro.
Flavio ha suonato solo alcuni brani dato che il disco è stato registrato per la maggior parte in trio, ma mi ha regalato dei camei molto emozionanti.

9) Arriviamo al tuo nuovo Trio. Tu e Luca Mannutza avete un sodalizio che dura da tempo, e avete suonato in compagini ampie (penso agli High Five, ad esempio) ma anche in duo in progetti più inusuali (penso a Lunar, altro tuo disco di grande successo) . Cosa ti serviva in questo caso del suo personale modo di suonare?

Luca Mannutza  è un musicista che conosco molto bene e da molto tempo. Oltre alle indiscusse  capacità pianistiche e musicali si mette a disposizione, dando sempre il massimo riguardo a quello che gli viene richiesto, con umiltà e serietà:  i risultati sono sempre sorprendenti.  Aggiungo anche che in Sparkle ha suonato in modo anche inusuale rispetto al suo stile, dimostrando  di come un musicista possa essere plastico e sensibile se ci sono volontà e talento.

10) Per la prima volta invece sei affiancato da un bravissimo Luca Fattorini al contrabbasso. Parlaci anche di questa scelta.

Ho scelto Fattorini perché è bravo, si sa muovere in diversi contesti musicali,  ed è quello che cercavo da un giovane musicista in un disco come Sparkle.  Come avrai notato ci sono tante atmosfere diverse: avevo bisogno di un musicista di ampie vedute, sensibile, e con quella tendenza alla modernità che ogni giovane musicista dovrebbe avere.
Luca è riuscito a darmi tutto questo.

11) C’è un omaggio molto bello a Pino Daniele in cui hai scelto di inserire la bellissima voce di Karima. Perché lei, perché proprio E po’ che fa’?

Avevo avuto già  il piacere di collaborare con Karima e quindi di apprezzare le sue eccezionali doti canore e umane .
Quando ho deciso di inserire E pò che fa nel  disco non ho avuto esitazioni e glielo ho proposto immaginando già un arrangiamento che sarebbe stato adatto alla sua voce ed a un quartetto. Ho cercato di trattare il brano come un vero e proprio standard jazz. Lei ha cantato divinamente e sono sicuro che anche Il grande Pino avrebbe apprezzato. Almeno lo spero. 

13) E’ difficile in Italia per un batterista essere leader di una formazione?

Credo che attualmente sia difficile per tutti i musicisti. E’ un periodo un po’ incerto e non è ben chiaro a cosa si andrà incontro: la crisi economica in generale ha prodotto anche una crisi di valori, e inevitabilmente una crisi culturale. Il jazz, come accade in altre categorie, ne risente.
Essere un bravo leader richiede impegno, polso e lucidità nel gestire la musica ma anche le diverse situazioni che attualmente il mercato richiede: purtroppo non basta più suonare bene ( seppure è una condizione necessaria ), ma ci sono molti aspetti da curare e da non sottovalutare.
Essere leader vuol dire anche  avere  qualità che prescindono dallo strumento.

14) Cosa pensi del mercato discografico in questo periodo? Quale è il passato, quale è il futuro, soprattutto per il Jazz?

Molto spesso si confonde la mancanza di vendita del disco “fisico” come una mancanza di produzioni  musicali in senso artistico.
Invece di musica ce ne è tanta , tanti artisti tanti generi, tanta proposta.
Tuttavia il mercato discografico del jazz pur essendo di nicchia continua ad avere successo: gli appassionati comprano dischi e lo faranno sempre, anche perché ci sono produttori seri e coraggiosi come Jando Music / Via Veneto jazz che imperterriti vanno avanti. Ho la fortuna di essere prodotto da loro, che hanno un vasto catalogo di ottima musica. 

15) E’ già partita la promozione? State già suonando in giro? E’ prevista una presentazione ufficiale?

Si, la promozione vuol dire fare concerti e per fortuna quelli non mancano: a questo proposito vorrei ringraziare la mia agenzia,  BlueartManagement di Rosario Moreno, che lavora molto bene.
Appena è uscito Sparkle ho iniziato da subito a suonarlo live e la risposta del pubblico è stata molto entusiasmante.
La presentazione ufficiale sarà il 22 Maggio all’Alexanderplatz jazz club di Roma, un club al quale sono molto legato. Quindi bene, molto bene.