UDINE&JAZZ 2017 #ETHNOSHOCK: COME IL JAZZ OLTREPASSA LE BARRIERE SOCIALI

Venerdì 7 Luglio, all’interno della Caserma Cavarzerani di Udine, si terrà uno dei concerti della  ventisettesima edizione del festival Udin&Jazz, organizzato dall’Associazione Culturale Euritmica a cura del direttore artistico Giancarlo Velliscig.

Il sottotitolo scelto per connotare il festival (Udin&Jazz è una delle poche rassegne in Italia a sviluppare il suo programma attorno ad un tema specifico) è #ethnoshock!, laddove la componente etnica ha in primis una valenza musicale e culturale… ma non soltanto. La questione ha anche dei risvolti di tipo sociale e politico, a livello locale come nazionale, e Udin&Jazz, forte della consapevolezza che un dialogo aperto tra popoli e culture diverse – specialmente attraverso i linguaggi dell’arte e della musica – sia l’unica via per una convivenza pacifica, nonché uno strumento potente di conoscenza, ha fortemente voluto realizzare questo evento eccezionale, facendo entrare per la prima volta i cittadini di Udine all’interno della struttura.

Qui, il pianista Claudio Cojaniz presenterà, con il suo quartetto “Second Time” il suo recente progetto intitolato “Songs for Africa” (Caligola Records). L’obiettivo artistico del compositore è quello di portare il Jazz e la musica Africana, a lungo apprezzata studiata e vissuta dall‘artista, ad un nuovo punto d’incontro, come sottolinea Cojaniz parlando del progetto: “Non rifà il verso a questa grande e variegata cultura, non c’è nessuna invasione: con rispetto, invece, ne trae fonte d’ispirazione e la reinterpreta”.

La formazione del quartetto è composta da Claudio Cojaniz, al pianoforte, Alessandro Turchet al contrabbasso, Luca Colussi alla batteria e Luca Grizzo alle percussioni e voce. Dalla scelta di questa formazione è decisamente possibile speculare su come il protagonista effettivo dei brani sarà il ritmo e il tempo, ovvero il forte punto in comune che il Jazz e la musica africana condividono. Aggiunge inoltre il compositore, come la musica sarà un vero e proprio viaggio “tra nenie materne ed infantili, evocazioni di blues astrali e danze rituali” dimostrando quanto forte sia la matrice africana ad ispirare il Jazz.

Il valore di questa idea del pianista non poteva che essere promossa ed espressa al suo meglio se non in uno dei luoghi che, ad oggi, può considerarsi come massima possibilità di incontro tra culture, la base che da vita al progetto stesso: si tratta della già citata Caserma Cavarzerani, centro di accoglienza spesso al centro di accese polemiche, che ospita oltre 500 profughi, prevalentemente afghani e pakistani ed anche provenienti da vari stati che hanno come denominatore comune l’essere attraversati da guerre e da regimi militari.

L’incontro non è dunque soltanto occasione di condivisione interculturale di una passione verso la musica Jazz, bensì, per i cittadini, sarà un’occasione per conoscere da vicino il tanto citato “diverso„ che a molti ancora oggi fa paura, non per sua natura ma proprio per le scarse opportunità conviviali che potrebbero rappresentare un punto di contatto e di conoscenza reciproca.

Contesto più azzeccato non poteva essere scelto per esprimere questa volontà sociale: la musica, ma in generale l’arte, come detto, è risaputo essere il grande veicolo che avvicina e fa dialogare le persone.

Il messaggio è quindi di apertura e controcorrente, come d’altronde la musica Jazz ha storicamente sempre cercato di fare negli anni, un linguaggio artistico che ha notoriamente rotto molte barriere.

(MT&AF)

In programma alla Casa del Jazz dal 21 giugno al 7 agosto: parata di stelle al Summertime 2017

Davvero un gran bel cartellone quello posto in essere dalla Casa del Jazz di Roma per la sua “Summertime” 2017, ovvero i concerti all’aperto nella splendida struttura romana: star internazionali e italiane assieme a musicisti meno conosciuti ed emergenti, progetti originali, serate davvero imperdibili… il tutto avendo a disposizione un badget estremamente limitato.

Questa, in estrema sintesi la carta d‘identità della stagione estiva approntata dalla Casa del Jazz e ufficialmente presentata alla stampa il 15 giugno da Luciano Linzi coordinatore artistico della struttura e Luca Bergamo, Vice Sindaco e Assessore alla Crescita Culturale di Roma Capitale.

In effetti stupisce non poco il fatto che, sempre in ambito romano, una struttura sostanzialmente con pochi soldi riesca a mettere su una stagione siffatta cosa che altre, magari più ricche, non sono più in grado di fare. E si faccia attenzione al fatto che tutti i concerti previsti alla Casa del Jazz sono ascrivibili all’ambito jazzistico propriamente detto, senza ammiccamenti al pop e senza privilegiare le esigenze di cassa. Tutto ciò è stato possibile – ha spiegato Luciano Linzi – grazie al fatto che tutti i musicisti, anche i più celebrati, rendendosi conto della situazione hanno accettato di esibirsi con cachet molto al di sotto dei loro abituali. E, sempre con riferimento all’annosa questione dei finanziamenti, rispondendo ad una nostra precisa domanda circa i soldi che potrebbero essere destinati alla Casa del jazz, Luca Bergamo ha risposto ponendo in evidenza due fattori: il passaggio della struttura dall’egida del Palazzo delle Esposizioni a quello di Musica per Roma e la necessità di costituire una sorta di rete tra tutte le entità culturali della Capitale sì da portare la cultura anche in quelle realtà cittadine che ne sono attualmente deprivate.

Ma vediamo, adesso, più da vicino il cartellone.

Partenza il  mercoledì 21 giugno, con ingresso libero, in occasione della “Festa della musica”, con la proiezione di “Sicily Jass – The world’s first man in jazz” di Michele Cinque, documentario su Nick La Rocca e con la Jazz oltre night, un evento straordinario con i docenti e i migliori allievi dei corsi Jazz Oltre, organizzati in collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia.

Come accennato in apertura, molte le serate imperdibili… ma almeno per il sottoscritto ce n’è una più imperdibile delle altre, quella che il 28 luglio vedrà sul palco il sassofonista Charles Lloyd in quartetto con Gerald Clayton al pianoforte, Reuben Rogers al contrabbasso e Eric Harland alla batteria. Personalmente ritengo Lloyd uno dei più geniali jazzisti in assoluto e un suo storico album, “Forest Flower”, registrato nel 1966 con Keith Jarrett piano, Cecil McBee basso e Jack DeJohnette batteria rappresenta ancora oggi uno dei miei ascolti preferiti. Inoltre a Lloyd va riconosciuto il merito di aver lanciato quelli che poi si sarebbero rivelati grandissimi artisti quali, per l’appunto, Keith Jarrett e soprattutto Michel Petrucciani.

Restando in ambito “straniero” quattro concerti di assoluto rilievo per gli amanti della chitarra: il 6 luglio il “William Lenihan e Marc Copland Quartet” con Marc Copland, pianoforte, William Lenihan, chitarra, Francesco Puglisi, contrabbasso e Lucrezio de Seta, batteria; il 13 luglio, unica data italiana,  una formazione tra le più interessanti del momento, quella del chitarrista Wolfgang Muthspiel con Ralph Alessi, tromba, Gwilym Simcock , pianoforte, Larry Grenadier contrabbasso, Jeff Ballard, batteria; il 18 luglio sarà la volta della “ John Scofield Uberjam Band”, in cui, a fianco dell’autorevole leader c’è un secondo chitarrista, Avi Bortnick, un bassista elettrico, Andy Hess, e un instancabile macinatore di ritmi come Dennis Chambers di nuovo live con Scofield dopo quasi 30 anni! Musicista dalla inequivocabile cifra stilistica, John Scofield è protagonista sin dalla fine degli anni Sessanta di una carriera artistica multiforme, scandita da progetti diversi per impianto strumentale e a cui piace sperimentare, rimettersi continuamente in gioco; la sua collaborazione di metà anni Ottanta con Miles Davis continua ad essere un punto fermo nel suo percorso evolutivo; venerdì 21 luglio, per la prima volta alla Casa del Jazz il grande Bill Frisell in trio con Tony Scherr al basso e Kenny Wollesen alla batteria, combo che oramai è sulla scena da molti anni tanto da aver sviluppato un’intesa davvero non comune.

Da segnalare la presenza di gruppi oramai consolidati e molto, molto interessanti: domenica 9 luglio The Bad Plus, ovvero Ethan Iverson al piano, Reid Anderson al contrabbasso e David King alla batteria, da diversi anni uno dei gruppi più interessanti della scena jazzistica mondiale che si contraddistingue per un repertorio che abbina loro composizioni originali, accanto a echi di Thelonius Monk e destrutturazione di successi pop. Da segnalare che questo è l’ultimo anno in cui Ethan Iverson farà parte del gruppo quindi l’ultima occasione per vederli insieme.

Lunedì 17 luglio, sul palco gli Oregon con Ralph Towner, Paul McCandless, Mark Walker che festeggiano il loro trentesimo album (CAM JAZZ), il primo con Paolino Dalla Porta al contrabbasso, e confermano tutta la loro impareggiabile abilità creativa, autentici precursori di world music, ancora estremamente freschi ed attuali.

Domenica 23 luglio, “Bokanté” , il nuovo progetto creato dal fondatore e leader della band rivelazione di questi ultimi anni “Snarky Puppy”,  Michael League, che affonda le radici tra il Delta del Mississippi e il deserto africano. Bokanté significa “Scambio” in creolo, la lingua della giovane cantante Malika Tirolien, cresciuta nell’isola caribica di Guadalupa. Otto musicisti provenienti da quattro diversi continenti che portano sul palco la propria conoscenza e la propria tradizione. Con due Grammy Award e un implacabile successo planetario League torna a rimettersi in gioco esordendo con un progetto che promette essere esplosivo.

Per quanto concerne ancora i grandi solisti internazionali, da segnalare il 3 luglio il concerto del trio di Chris Potter al sax tenore con James Francies tastiere, pianoforte e Eric Harland, batterista tra i più richiesti e stimati a livello mondiale oggi mentre l’ 1 agosto sarà la volta di “Peter Erskine is Dr. Um”; un’autentica icona del jazz mondiale, uno dei protagonisti della storia della musica moderna, uno dei batteristi più completi. “Dr. Um” è il titolo del suo più recente cd uscito per la Fuzzy Music, acclamato dalla critica mondiale, in cui Erskine esplora le sonorità R&B e Fusion che lo hanno visto protagonista assoluto degli anni ’80.

Altra caratteristica di “Summertime 2017” la presenza di alcuni progetti realizzati assieme da musicisti italiani e stranieri. Così il 24 giugno il duo Rita Marcotulli al piano e Mino Cinelu alle percussioni, duo nato l’anno scorso al Festival di Berchidda e in questa occasione per la prima volta a Roma. Nonostante non sia , forse, conosciutissimo nel nostro Paese, Mino Cinelu è uno dei più grandi percussionisti della storia del jazz e persona di grande sensibilità e umanità. Lo abbiamo conosciuto nel ’92 durante un Festival del Jazz alla Martinica e ne abbiamo conservato un ricordo quanto mai positivo.

Sabato 22 luglio il “TanoTrio”  feat. Kenny Werner al piano, quindi un quartetto con Kenny Werner, pianoforte, Daniele Germani, sax alto, Stefano Battaglia, contrabbasso e Juan Chiavassa, batteria. TanoTrio è una formazione nata nell’autunno del 2016 a Boston che  propone un jazz dalla forte influenza melodica con una chiara contaminazione da parte del free jazz e della musica classica contemporanea europea e statunitense.

Due date saranno caratterizzate da un doppio concerto: il 4 e il 26 luglio. Il 4 in apertura il trombettista Luca Aquino propone il suo progetto OverDOORS, con Antonio Jasevoli alle chitarre, Dario Miranda al basso e Lele Tomasi ai tamburi. Profondamente ispirato dalla musica dei Ramones, Offspring e Stranglers il trombettista rivisita, a suo modo, i classici del repertorio dei Doors. A seguire, “Greg Burk’s Solar Sound”  Feat. Rob Mazurek. La genesi di questo quartetto con Burk al piano, Mazurek alla tromba, Marc Abrams al basso e Enzo Carpentieri alla batteria si può collegare al ricordo del Lunar Quartet di John Tchicai. Nel 2008 infatti Burk, Abrams e Carpentieri erano a fianco del sassofonista afrodanese, scomparso quattro anni dopo. Oggi il pianista Greg Burk riprende quel viaggio sonoro interrotto, invitando a bordo Rob Mazurek, ormai tra i nomi di punta della musica contemporanea.

Il 26 luglio, nella prima parte il progetto “Travel” frutto della collaborazione tra l’Alfa Music, intraprendente etichetta romana con la Reale Ambasciata di Norvegia a Roma. Sul palco Marit Sandvik, voce, Maurizio Giammarco, sax, Fulvio Sigurtà, tromba, Eivind Valnes, pianoforte, Raffaello Pareti contrabbasso, Maurizio Picchiò batteria. Le composizioni di ”Travel” sono di Sandvik e si richiamano sia alle tradizioni jazz americane che europee, sia alla musica brasiliana. Seguirà il “Pasquale Innarella Quartet” una realtà attiva già da diversi anni, che presenta “Migrantes” (Innarella sax, Francesco Lo Cascio vibrafono, Mauro Nota contrabbasso e Roberto Altamura batteria). Il concerto sarà dedicato al contrabbassista Pino Sallusti, recentemente scomparso.

Per quanto concerne gli altri musicisti italiani, il 23 giugno l’inventiva di Massimo Nunzi viene fuori ancora una volta nella conduzione della Perugia Big Band in un programma dedicato all’esplorazione , in parallelo, dei suoni modernissimi del jazz orchestrale italiano degli anni 60, attraverso le sigle di Tv 7 , Rischiatutto, Brava e la musica del film Il Sorpasso e del repertorio dello stesso periodo dell’orchestra di Stan Kenton.

Lunedì 10 luglio un combo d’eccezione con Paolo Damiani al violoncello, Rosario Giuliani al sax e Michele Rabbia batteria e percussioni. Il trio debutta alla Casa del Jazz, ma i tre solisti hanno spesso suonato insieme in diverse formazioni. In particolare , Damiani e Giuliani collaborano da tempo in duo, ed entrambi hanno  sovente incrociato lo straordinario percussionista torinese.

Infine al quintetto di Ada Montellanico l’onore di chiudere la manifestazione il 7 agosto. La vocalist presenta il suo nuovo cd, “Abbey’s road, omaggio a Abbey Lincoln”, con gli arrangiamenti curati dal grande trombettista Giovanni Falzone. A loro si uniscono alcuni degli astri nascenti del jazz italiano: Matteo Bortone al contrabbasso, vincitore del Top Jazz 2015, Filippo Vignato al trombone, vincitore del Top Jazz 2016 e Ermanno Baron alla batteria.

E chiudiamo con una anticipazione: sabato 23 settembre, la Casa del Jazz ospiterà il concerto conclusivo di Una Striscia di Terra Feconda, Festival Franco-Italiano di Jazz e Musiche Improvvisate, direzione artistica Paolo Damiani e Armand Meignan. In programma  la prima nazionale del vincitore del Premio Siae 2016, Gabriele Evangelista Quartet con lo stesso Evangelista contrabbasso Pasquale Mirra vibrafono, Gabrio Baldacci chitarra, Bernardo Guerra batteria,  e la produzione originale, Residenza D’Artista franco italiana, “F.A.R.E.”: FOURNEYRON/ARCELLI RESIDENCE ENSEMBLE con Fidel Fourneyron trombone, composizione, Cristiano Arcelli alto sax, composizione (vincitore del concorso nazionale di MIDJ –Associazione nazionale musicisti di jazz), Francesco Diodati chitarra, Matteo Bortone contrabbasso, Bernardo Guerra batteria.

Silvia Manco a “Officine San Giovanni”

 

Dopo un periodo di “assenza” per motivi tecnici, ritornano a “Officine San Giovanni” le Guide all’ascolto dirette e coordinate da Gerlando Gatto. Martedì 20 giugno ultimo appuntamento prima delle vacanze estive con una delle più rinomate jazziste italiane: Silvia Manco.

Pianista, cantante, compositrice, autrice di testi, arrangiatrice, Silvia intraprende lo studio del pianoforte all’età di sei anni conseguendo il diploma di compimento inferiore presso il Conservatorio di Lecce. Dopo le prime esperienze musicali accanto al padre, musicista di piano bar, a 19 anni, sulla spinta della passione per il jazz, si trasferisce a Roma dove studia presso l’Università della Musica e viene a contatto con l’ambiente artistico della capitale. In tale contesto collabora con alcuni tra i più importanti musicisti italiani quali Roberto Gatto, Renzo Arbore, Sandro Deidda, Dario Deidda, Fabio Zeppetella, Lino Patruno mentre in ambito pop la ritroviamo accanto a Massimo Ranieri (tour 2009) e Arisa (Sanremo 2010); a teatro collabora con Giorgio Albertazzi.

Nel 2002 nasce il trio che porta il suo nome, vincitore dell’edizione 2006 del premio “Porsche Jazz”, combo che stilisticamente si riallaccia soprattutto al Nat “King” Cole trio.

Nel 2007 l’album d’esordio dal titolo “Big city is for me” incentrato su atmosfere sixties, beat e bossa nova; nel 2008 il brano “Ntartey” vince il concorso come migliore composizione jazz all’interno della rassegna Piacenza Jazz.

A maggio 2010 il secondo album “Afternoon songs”, prodotto da Roberto Gatto, con la partecipazione, tra gli altri, dello stesso Roberto Gatto, di Fabio Zeppetella, Dario Deidda, Daniele Tittarelli e Giovanni Falzone, cui fa seguito, sempre nel 2010, “Suddenly It’s Christmas Time” in trio con Fabio Accardi e Giuseppe Bassi, con i sassofonisti  Max Ionata e Gaetano Partipilo special guests in alcuni brani.

Nel 2012 pubblica per l’etichetta Dodicilune l’album “Casa Azul” ispirato alla figura della pittrice messicana Frida Kahlo: al disco partecipano Tommaso Cappellato alla batteria e Andea Lombardini al basso elettrico, ospite Maurizio Giammarco in 3 delle sei composizioni originali del disco.

Nel 2016 esce “Nino” un tributo a  Nino Manfredi con un gruppo guidato da Roberto Gatto e comprendente Silvia Manco, Luca Velotti, Francesco Lento, Luciano Biondini, Luca Bulgarelli

A “Officine San Giovanni” Silvia presenterà un programma incentrato su alcuni classici del jazz tra cui l’immarcescibile Lush life Billy  Strayhorn.

ALBA JAZZ 2017: il gran finale con Mauro Ottolini e Sousaphonix


Foto di Carlo Mogavero

Piazza Michele Ferrero, ore 21
Mauro Ottolini, Sousaphonix – The Bix Factor

Mauro Ottolini: trombone
Roberto De Nittis: piano organo toy piano
Paolo Botti: viola, dobro.
Danilo Gallo: contrabbasso
Zeno De Rossi: batteria
Paolo Degiuli: cornetta
Guido Bombardieri: sax alto e clarinetto
Stefano Menato: sax tenore e clarinetto
Vincenzo Vasi: theremin, voce, e varie
Stephanie Ocean Ghizzoni: voce e voodoo
Vanessa Tagliabue York: voce

Il divertimento è una cosa serissima, nella musica, specialmente in una band di undici elementi che suoni il Jazz degli anni 20: per divertire con il Jazz bisogna avere una sezione fiati compatta e coordinatissima negli obbligati, nei background e negli assoli, che sia precisa negli attacchi e che percorra tutte le dinamiche possibili come se niente fosse. Bisogna che ci sia un violinista che suoni anche qualche strumento a corda.
Ci vuole una batteria swingante all’inverosimile, un contrabbasso che sottolinei e che costruisca un continuo tessuto di suoni ritmico armonici senza lasciare mai da sola l’orchestra. Ci vogliono almeno due cantanti che non sappiano solo cantare ma che abbiano comunicativa e feeling con i musicisti e con il pubblico. Se poi c’è anche un cantante e rumorista che delinei un’atmosfera giocosa o fantastica o drammatica questa cosa del divertimento serissimo si concretizza come nel caso dei Sousaphonix.



E allora tenuto conto che il divertimento è una cosa seria, va da sé che divertirsi è un lusso che, almeno qualche volta, tutti noi dovremmo poterci permettere: il lusso ad esempio di una melodia romantica e struggente senza avere il pensiero di apparire poco evoluti o poco intellettuali. O il lusso di un’orchestra ridondante di suoni, che ci strappi per una volta dagli sfibranti progetti in duo ai quali ci siamo dovuti abituare obtorto collo e dal loro minimalismo forzato, una di quelle orchestre che sappiano fare tutti i tipi di ritmi, dallo swing al latin al valzer.
Il lusso di brani fischiettati e di mille rumori creati dal rumorista con enormi basette bianche, dalla voce bellissima, e che ha un tavolino pieno di oggetti colorati dai suoni assurdi. E il lusso di essere incitati a battere le mani da una cantante vestita da maga dagli occhi verdissimi e dalla voce potente che danza sul palco, o ancora di ascoltare una vocalist in smoking dalla voce cristallina che evochi atmosfere di un tempo passato.

E ancora bolle di sapone, coriandoli, lustrini, teschi infuocati, turbanti, conchiglie, riti voodoo, brani haitiani e da ballo, virus da neutralizzare televisioni da spegnere, ruggiti, miagolii e fumo.
Alba Jazz undicesima edizione inaugura il suo secondo decennio chiudendo il festival con una festa in piazza all’insegna del divertimento più folle, suonato molto seriamente da musicisti eccellenti, capeggiati da quell’artista poliedrico istrione trombonista Mauro Ottolini. Forse la festa di chiusura più bella di questi undici anni! Auguri ad Alba Jazz e all’ eroica Associazione che si è concessa ed ha regalato alla città tutta il lusso di una serissima e giocosissima orchestra.

 

ALBA JAZZ 2017: la terza serata con Moses Boyd – Exodus


Foto di Carlo Mogavero

Piazza Michele Ferrero, ore 21
Moses Boyd – Exodus

Moses Boyd, batteria
Binker Golding, sax
Joe Armon – Jones, tastiere
Artie Zaits – chitarra

Alla terza serata del Festival di Alba bisogna dare atto al direttore artistico Fabio Barbero e all’ Associazione Alba Jazz di avere sempre aperto la loro città ad artisti variegati e spesso da noi ancora non troppo noti, superando la logica del “vado sul sicuro”.
Ad Alba Jazz durante l’anno gli appassionati organizzatori ascoltano musica, non lasciano inevasa nemmeno una segnalazione e alla fine – non senza qualche difficoltà per trovare un accordo comune, come è giusto che sia – arrivano a definire un programma che preveda almeno un artista “nuovo”, giovane, emergente. Nelle logiche del mercato attuale, in una parola, rischioso. Ma questa apertura al rischio quasi sempre li ripaga: anche in questo caso il gioco è valsa la candela.

Ieri sera a salire sul palco è stato un batterista giovanissimo, 23 anni, per l’esattezza, proveniente dalla Gran Bretagna e già molto noto in Europa ma non spesso presente qui in Italia: un musicista davvero sorprendente.
Moses Boyd è il suo nome ed Exodus si chiama il progetto che ha presentato qui ad Alba: un Jazz con agganci alla musica elettronica, all’hip hop e probabilmente anche al rock: ma forse è anche inutile e controproducente tentare di incasellare il lavoro di questo quartetto, energico e deflagrante.
Moses Boyd ha deliziato la piazza con un drumming davvero fuori dal comune, tenendo conto anche della sua giovane età: una tecnica ferrea, di base, ma anche una musicalità particolarissima, che è emersa anche nei momenti più concitati di un concerto tutto improntato su una visione “energica” della performance.

Rullante tesissimo, pelli regolate per avere un attacco estremamente definito, e una fantasia praticamente illimitata nel proporre groove, idee – è lui che stimola quasi tutto ciò che avviene nel palco – Moses Boyd potrebbe tenere un concerto da solo senza stancare, annoiare, frastornare chi ascolta. Il timing è eccezionale, la padronanza dello strumento totale. Cassa e rullante si succedono in continui botta e risposta poderosi, mai uguali, su piatti tamburi e charleston compie finezze non solo ritmiche ma anche timbriche, creando vere e proprie linee melodico – armoniche che si percepiscono molto chiaramente.
Duetta strenuamente con il sax di Binker Golding, suo alter ego dal punto di vista musicale, dando il via a lunghi episodi in cui i suoni si intrecciano strenuamente in un profluvio inarrestabile di note e battiti.


Le tastiere di Joe Armon – Jones hanno una funzione prevalentemente armonica, ma emerge anche una bella capacità improvvisativa, così come accade per la chitarra di Artie Zaits.


Questi quattro ragazzi dalla preparazione tecnica robustissima, da questo punto di vista non hanno nulla da invidiare a musicisti più navigati e celebri di loro. Nulla è affidato al caso, riescono ad essere addirittura funambolici, e la loro intesa è continua.
L’energia spesso nei giovani musicisti è un po’ tracimante rispetto alla scelta di una espressività complessiva: in pratica la tecnica invece di essere un mezzo per arrivare ad un proprio linguaggio finisce per essere l’aspetto principale da far emergere sul resto e da mostrare mentre si suona.
Se si deve notare un difetto nel concerto di ieri sera è proprio questo suonare appagati e esaltati dalla propria bravura, che per ora (giustamente, sono giovanissimi) a loro basta ed avanza. Manca il passaggio successivo, quello del mettere a punto un linguaggio espressivo proprio. Ma metteranno a frutto i loro numeri presto, non manca molto: le qualità ci sono.

Bisogna dire che Moses Boyd appare più avanti in questo senso, più maturo dei suoi compagni di viaggio: ha una musicalità meno muscolare, e, anche improvvisando, mostra di perseguire un disegno tutt’altro che casuale e meramente virtuosistico.
Possiamo stare tranquilli: le nuove leve del Jazz ci sono e sono di altissimo livello. Grazie ad Alba Jazz per averle portate in Italia.

 

ALBA JAZZ 2017: la seconda serata con Tingvall Trio

Foto di Carlo Mogavero

Piazza Michele Ferrero, ore 21
Tingvall Trio

Martin Tingvall: pianoforte
Jurgen Attig: contrabbasso
Jurgen Spiegel: batteria

Piazza Ferrero, dopo la serata afrocubana di Omar Sosa, diventa europea ospitando Tingvall Trio: Jazz dalla Germania, leader del gruppo il pianista Martin Tingvall, svedese.
Tingvall Trio si accredita, leggendo in giro, come Jazz melodico, quasi un pop jazz. E per noi italiani “jazz melodico” e “pop jazz” possono essere definizioni attraenti, da un lato, perché sbaragliano quella sensazione che il Jazz debba essere un difficile genere di nicchia per pochi adepti: dall’altro però risultano anche un po’ insidiose, perché portano alla  mente i molti progetti un po’ dolciastri che girano qui e là, e che con il Jazz hanno ben poco a che fare.
La piazza è ancora una volta gremita e il concerto comincia: e io inizio da subito a rivedere il concetto di “Jazz melodico” che ho evinto dai comunicati stampa che riguardano Tingvall Trio. Ma c’è da rivedere anche il labile concetto di “Jazz nordico” (pianista svedese), sul quale io stessa non saprei cosa dire (non ho mai approfondito la questione, perché il mio approccio con la musica è ben poco schematico). In generale, ad istinto, poiché non mi sono mai occupata di schemi, il cosiddetto “Jazz nordico” lo si dovrebbe immaginare introspetivo, solenne, evocativo, e, almeno io, nella mia innata rozzezza, penso in maniera totalmente banale alla neve, al bianco, al silenzio e via dicendo attraverso stereotipi dei quali io stessa sono spesso vittima, pur senza tenerne conto, devo dire a mia discolpa, perché quando vado ad un concerto o ascolto un disco mi metto lì e ascolto senza cercare paragoni, e, confesso, senza documentarmi per niente, volutamente però.
Martin Tingvall ha un suo stile che si chiarisce anche nell’ambito di un solo concerto: non certo perché sia ripetitivo. Ma perché ha un suo linguaggio e un suo approccio, molto personale, e che è tutt’altro che “melodico” , o per lo meno tutt’altro che soltanto melodico.


La melodia è certamente presente, specialmente negli incipit, nelle introduzioni. Ma è, diciamo così, l’incidente da cui si parte per poi ritrovarsi in mezzo ad esplosioni di volumi, di ritmo, di interazione con gli altri che posso definire sgargianti, intense, febbrili, quasi incandescenti.
Non che manchino sezioni scritte, talvolta il pezzo è costruito anche con parti omoritmiche o addirittura unisoni tra uno strumento e l’altro: trapela sempre la conoscenza ferrea della musica, anche dal punto di vista compositivo. Si parte da lì, ma il brano poi diventa un’altra cosa: la melodia persiste, ma sotto forma di accordi poderosi doppiati da entrambe le mani, e da lì si arriva ad un’improvvisazione spesso simultanea di pianoforte, batteria e contrabbasso.
Pochi assoli, piuttosto il crescendo di tutti in un’espressività che cerca (e trova) un impatto totalmente emotivo con il pubblico, basato su ritmi spesso adrenalinici, su una velocità irrefrenabile e su volumi che diventano considerevolmente alti. Il risultato però non è mai confusionario, scomposto, ma direi possente, trascinante e sempre cristallino, limpido, intellegibile.

Intellegibile, è la prima chiave: forse per questo Tingvall Trio si autodefinisce “melodico”. Forse per melodico si intende “empatico”, forse si intende appunto che la melodia è un importante punto di aggancio – anche perché tra quegli accordi possenti, quel duetti con il contrabbasso ostinato, o con la batteria che batte in un 4/4 velocissimo TUTTI i sedicesimi senza fermarsi mai, il tema melodico trapela, sempre.
Tingvall Trio è un organismo unico, viene anche da descriverlo come entità unica, come sta accadendo a me in queste righe: per tutto il concerto è come ascoltare un unico strumento poliedrico, una sorta di “concerto Tingvall Trio solo”.
Le ballad sono espressive e talvolta persino malinconiche, con assoli belli di contrabbasso e pianoforte, ma prevedono anch’esse una loro cospicua dose di energia: ove questa sia basata non su volumi “sparati”, ma piuttosto intensi, pieni, e densi di pathos.
Pathos è la seconda chiave, da associare a intellegibile. Un modo di esprimersi (attraverso il ritmo, le dinamiche spesso basate su contrasti forti, gli accordi anche dissonanti, l’andamento simultaneo in crescendo) che impatta in maniera forte e benefica su chi ascolta. Niente di esile né volatile, ma anche niente di ostico: è un linguaggio comune che chi ascolta ritrova in sé stesso, un modo di esprimersi aperto e cristallino che tutti noi vorremo riuscire ad utilizzare, forse.

Ecco dunque rivisitati i concetti di “melodico”, “nordico” o anche soltanto “europeo”. Il Jazz è Jazz, esiste, ed esistono i Jazzisti.
Ieri sera ad Alba c’è stato un bellissimo ed inusuale concerto di Jazz.

Stasera si va in Inghilterra: da lì partirà altro Jazz, ad opera di Moses Boyle, batterista, giovanissimo in ascesa. Ma ne parleremo domani! Con parole ed immagini.