A Grado Jazz by Udin&Jazz Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

L’estate si avvicina e i vari festival del jazz che ogni anno affollano lo stivale scaldano i motori e presentano i rispettivi programmi.

Chi segue “A proposito di jazz” sa bene come oramai non amiamo particolarmente questo tipo di manifestazioni il più delle volte inutili passarelle di grandi nomi che tra l’altro si ha modo di ascoltare anche durante il resto dell’anno. Ci sono tuttavia eventi che sfuggono a questa regola e che quindi siamo ben lieti seguire e di segnalarvi, manifestazioni che si caratterizzano anche per la volontà di valorizzare i talenti locali dando loro il giusto spazio.

E’ in questa categoria che va inserita “Udin&Jazz” che quest’anno ha cambiato nome e location: ecco quindi il “Festival Internazionale GradoJazz by Udin&Jazz”, organizzato da Euritmica con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e del Comune di Grado, in collaborazione con i comuni di Cervignano del Friuli, Marano Lagunare, Palmanova e Tricesimo. Giunta alla sua 29° edizione, la rassegna si è oramai imposta all’attenzione generale per aver offerto al suo pubblico il meglio della scena jazz contemporanea, tra avanguardia e tradizione, ospitando grandi artisti internazionali e italiani, con un’attenzione particolare, come si accennava, ai musicisti del Friuli Venezia Giulia.

Il Festival si svolge a cavallo tra i mesi di giugno e luglio in diverse località della regione per approdare a Grado, che da quest’anno ospita il clou della storica manifestazione.

Nella settimana gradese, sono in programma concerti, workshop, mostre, libri, incontri, proiezioni, visual art, il tutto impreziosito da una piacevole ospitalità nello scenario magnifico della laguna di Grado, l’isola del sole, un lembo di terra sospeso tra mare e vento, tra storia e futuro.

Dopo un prologo già dal 25 giugno con concerti a Tricesimo, Cervignano del Friuli, Savogna d’Isonzo e un weekend a Marano Lagunare, il Festival entra nel vivo il 6 luglio, a Palmanova (Ud), città stellata patrimonio mondiale dell’Unesco, dove i mitici King Crimson, progressive rock band britannica di livello mondiale, si esibiranno nella  Piazza Grande nella prima delle quattro date italiane del Tour che celebra il 50°anniversario di attività per il gruppo di Robert Fripp e compagni; la serata finale  a Grado (Go), dove l’11 luglio gli Snarky Puppy, una delle più belle realtà della nuova scena musicale internazionale, saliranno sul palco del Jazz Village al Parco delle Rose, nella prima delle cinque date in Italia, per presentare il nuovo album “Immigrance”, uscito il 15 marzo.

Ma, procedendo con ordine, diamo un’occhiata più da vicino al ricco cartellone.

Il 25 giugno, la Piazza Garibaldi di Tricesimo vedrà esibirsi le vocalist e la band del NuVoices Project; il 26 sarà Cervignano del Friuli ad accogliere i Pipe Dream, una band internazionale con quattro delle personalità più interessanti nella nuova scena creativa italiana e con il violoncellista americano Hank Roberts; il 27, l’incantevole Castello di Rubbia a Savogna d’Isonzo ospiterà un “piano solo” di Claudio Cojaniz; nel weekend del 28, 29 e 30 giugno ritorna a Marano Lagunare la rassegna Borghi Swing by Udin&Jazz – seconda edizione – con un programma costruito ad hoc per valorizzare da un canto le migliori espressioni del panorama jazzistico del FVG, dall’altro i luoghi, l’ambiente, la storia, i riti, la cultura e l’enogastronomia del territorio in cui tale musica si è sviluppata.

Dal 3 luglio il festival si trasferisce a Grado, con una mostra di sassofoni d’epoca curata da Mauro Fain e proiezioni di filmati di concerti jazz storici; il 6 luglio, in occasione del “Sabo Grando”, la fanfara jazz Bandakadabra allieterà con la sua musica le vie del centro; il 7 luglio, GradoJazz entra nel vivo con la formula dei due concerti su due diversi palcoscenici (alle 20 e alle 21.30), nel Jazz Village del Parco delle Rose, dove lo spettatore, oltre alle emozioni della musica, potrà vivere anche una “street food experience” con degustazioni di prodotti dell’enogastronomia del FVG. Le cinque serate saranno precedute alle ore 18.00 da incontri con artisti, giornalisti, scrittori che animeranno i Jazz Forum nella struttura del Velarium, accanto all’ingresso principale della spiaggia.

Le notti gradesi si allungheranno al Jazz Club, dal 7 all’11 luglio, sulla spiaggia principale, verso mezzanotte, night music dal vivo, sorseggiando un drink sotto la luna a due passi dal mare…

La prima serata gradese del festival, il 7 luglio (ore 20), ci porterà ad immergerci nelle suggestive atmosfere argentine con il Quinteto Porteño, un tributo alla musica del grande Astor Piazzolla; alle 21.30, l’attesissima performance di uno tra i musicisti più noti d’Italia: il trombettista Paolo Fresu, con il suo nuovo progetto discografico “Tempo di Chet”, in trio con Dino Rubino (uno dei pochissimi musicisti che suona altrettanto bene tromba e pianoforte), e Marco Bardoscia (uno dei più interessanti contrabbassisti del jazz europeo). Questo dialogo a tre voci, raffinato, di grande impatto emotivo e intellettuale, è iniziato per l’avventura teatrale del progetto “Tempo di Chet – La versione di Chet Baker” e tutte le musiche sono composte da Fresu.

L’8 luglio, nel primo dei due concerti in programma, un’eccezionale performance: quella del trio del pianista Amaro Freitas, uno dei nuovi talenti del jazz contemporaneo brasiliano. A seguire, alle 21.30, una grande festa musicale con la North East Ska* Jazz Orchestra, formazione di 20 elementi cresciuta in regione, forte di un sound travolgente rodato sui palchi di mezza Europa, che qui presenta il suo nuovo lavoro discografico.

Il 9 luglio, a più di dieci anni dal disco “Licca-Lecca”, premiato dal pubblico con oltre 10.000 copie vendute, i Licaones ripropongono a Grado (ore 20) il loro progetto musicale con ai fiati, il sassofonista Francesco Bearzatti e il trombonista Mauro Ottolini, all’organo Oscar Marchioni e alla batteria Paolo Mappa.

Alle 21.30, sale sul palco del Parco delle Rose una delle stelle del jazz mondiale: il pianista Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso alla batteria. Definito dal New York Times “un pianista dalle capacità quasi sovrannaturali”, Rubalcaba è il più celebre musicista cubano della sua generazione, un virtuoso dalla tecnica strabiliante, la cui abilità improvvisativa ha contribuito a spianare la strada al movimento del jazz latino-americano e oggi ai vertici del pianismo jazz mondiale. Ed è proprio questo, a nostro avviso, l’evento clou del Festival. Personalmente conosciamo Gonzalo da molti, molti anni, avendolo incontrato ad un Festival della Martinica quando ancora era un giovane talentuoso pianista ma poco- se non per nulla – conosciuto in Europa. Da allora Gonzalo ha di molto modificato il suo stile pianistico che se prima era perfettamente riconoscibile come ‘cubano’ adesso non è in alcun modo etichettabile essendo espressione di un talento purissimo che mal sopporta qualsivoglia schematizzazione

Il 10 luglio, serata dedicata al blues! S’inizia con la Jimi Barbiani Band, nuovo progetto di uno dei migliori chitarristi blues rock slide d’Europa. Si prosegue, alle 21.30, con il grande bluesman californiano Robben Ford, il musicista che fondò i mitici Yellowjackets! La sua è una musica difficile da definire; suona e canta il blues con grande classe ma il suo percorso artistico prevede importanti incursioni nel jazz, nella fusion e nel funky. Non a caso vanta collaborazioni discografiche eccellenti con artisti di assoluto livello quali, tanto per fare qualche nome, Miles Davis, i Kiss, Burt Bacharach, Muddy Waters, George Harrison, Joni Mitchell. Cinque volte candidato ai Grammy, è stato definito dalla rivista Musician “uno dei più grandi chitarristi del XX secolo”.

La serata finale del festival, giovedì 11 luglio, sarà aperta da Maistah Aphrica, progetto che porta i suoni dell’Africa rivisitati dai migliori protagonisti del panorama jazz made in FVG. Il concerto-evento degli Snarky Puppy, collettivo con base a New York e con circa 25 membri in rotazione, fondato dal bassista Michael League, chiuderà l’edizione 2019 di GradoJazz by Udin&Jazz.

Gerlando Gatto

 

 

James Senese Napoli Centrale: un artista sempre attuale – Il concerto l’11 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Una vagonata di ‘neapoletan-funky’ scaraventata su un pubblico entusiasta e appassionato: potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il racconto del concerto tenuto da James Senese Napoli Centrale all’Auditorium Parco della Musica di Roma l’11 maggio scorso. Concerto che si inserisce nell’ambito del tour che l’artista ha iniziato lo scorso anno per festeggiare sia i 50 anni di carriera sia l’uscita del suo primo live, il doppio cd antologico “Aspettanno ‘O Tiempo”. L’album, registrato durante il tour invernale 2017, contiene tutti i suoi grandi successi oltre due inediti – lo strumentale “Route 66” e “‘Ll’ America”, quest’ultimo scritto da Edoardo Bennato per James, e una rilettura di “Manha de Carnaval” di Astrud Gilberto e Herb Otha, qui intitolata “Dint’ ‘o core”.

Per questa nuova impresa il sassofonista e vocalist napoletano ha fatto ancora una volta ricorso alla sua rodatissima band, con Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria. Per quei quattro o cinque che non lo conoscessero, basti aggiungere che James Senese è stato uno dei protagonisti assoluti di quello straordinario movimento che negli anni ’70 interessò la città partenopea, tanto da essere ricordato come “neapolitan power”. Senese collaborò a lungo con Pino Daniele, tanto che la band presentata a Roma è la stessa che compare, come gruppo base, nello storico album dello stesso Daniele “Nero a metà” pubblicato nel 1980.

Nel concerto romano, Senese, ad onta dei suoi 73 anni compiuti, non si è certo risparmiato… anche se il tempo qualche traccia l’ha lasciata. Così la sua voce, specie sulle tonalità più basse, non è quella di un tempo e al riguardo non l’ha certo agevolato una presa di suono molto vicina al rock: con la batteria iperamplificata e in genere un volume di suono, per il sottoscritto, un po’ troppo elevato, la voce di Senese si percepiva male e in alcuni tratti quasi per nulla. Viceversa quando imbracciava i sassofoni (tenore e soprano) abbiamo ritrovato il Senese di sempre, con un sound forte, preciso, spesso ruvido, caratterizzato da un leggero vibrato e con un sound che alle volte richiamava quello di Gato Barbieri.

E così di brano in brano il concerto si è sviluppato lungo direttrici ben precise, con Senese assoluto padrone della scena, in grado di far valere tutto il suo carisma e di trasmettere emozioni ad un pubblico che l’ha seguito con grande partecipazione. Un momento di sincera commozione ha pervaso l’intera platea quando Senese, ricordando il grande amico scomparso, Pino Daniele, gli ha dedicato la struggente “Chi tene ‘o mare” forse uno dei pezzi più significativi scritti da Pino Daniele in cui “chi tene ‘o mare/’o sape ca è fesso e cuntento/chi tene ‘o mare ‘o ssaje/nun tene niente…” a significare che la popolazioni del Sud del mondo, cui appartiene la sua Napoli, mai potranno essere private dell’unica ricchezza che posseggono: il mare. E questa sorta di denuncia contro le ingiustizie, le diseguaglianze l’emarginazione degli outsider, che hanno da sempre fatto parte integrante della sua poetica, le abbiamo ritrovate nel concerto romano anche se espresse– se ci consentite il termine – con più dolcezza, come se i 50 anni di carriera ne avessero in qualche modo ammorbidito alcune rigidità espressive. D’altro canto chi meglio di lui, figlio di un soldato statunitense di colore, di una giovane napoletana e della guerra, può raccontare la tristezza di chi soffre?

Alla fine pubblico entusiasta e Senese a concedere due applauditi bis.

Gerlando Gatto

VICENZA JAZZ 2019: un giorno con la LYDIAN SOUND ORCHESTRA

VICENZA JAZZ 2019

Venerdì 17 maggio, prove e concerto della LYDIAN SOUND ORCHESTRA di RICCARDO BRAZZALE feat. Ambrose Akinmusire
Teatro Comunale Vicenza
Sul palco per la rassegna TOP JAZZ NIGHT, il miglior jazz premiato quest’anno 2019 nel Top Jazz.
Orchestra premiata come migliore formazione italiana dell’anno + migliore disco internazionale dell’anno

  • Robert Bonisolo, sax soprano & tenore
  • Rossano Emili, clarinetti & sax baritono
  • Gianluca Carollo, tromba e flicorno
  • Roberto Rossi, trombone
  • Giovanni Hoffer, corno francese
  • Glauco Benedetti, tuba
  • Vivian Grillo, voce
  • Paolo Birro, piano
  • Marc Abrams, basso
  • Mauro Beggio, batteria

e con Ambrose Akinmusire, tromba

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VICENZA JAZZ 2019: Uri Caine Trio, la poesia dell’improvvisazione e delle dinamiche

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Vicenza Jazz 2019

Teatro Olimpico, domenica 12 maggio, ore 21

URI CAINE TRIO, Calibrated Thickness
Uri Caine, pianoforte:
Mark Helias, contrabbasso
Clarence Penn, batteria

Il pianoforte di Uri Caine apre il concerto con accordi liberi eseguiti in pianissimo. Un pianissimo molto intenso, percettibile seppure molto vicino al sussurro… il Teatro osserva un attento silenzio perché quel pianissimo, così sonoro, attira irresistibilmente l’attenzione. Il contrabbasso di Mark Helias si inserisce, sommessamente, dopo poco ed improvvisa, con l’arco, intrecciandosi al piano. Infine si unisce Clarence Penn,, con le sue spazzole di legno, e il Trio procede con una cura particolare nel creare un timbro complessivo denso di suggestioni, nonostante ogni musicista proceda, pur nell’evidente ascolto reciproco, con digressioni totalmente individuali.



Ad un tratto appare un walkin’ bass e l’atmosfera cambia totalmente: parte un blues, Penn passa alle bacchette, appaiono scambi pianoforte / batteria ogni 12 battute, il pubblico quasi si sente a casa, è un’incursione in un mondo sonoro noto, sicuro…  ma non per molto.
Il blues si disgrega, si torna ad un pianissimo profondo, espressivo, sottile ma non esile, appena udibile ma pieno di pathos: la certezza dunque si dilegua, nascono idee improvvisate su un qualcosa di non strutturato. Clarence Penn in un ambito come questo può permettersi di cambiare tipo di bacchette tutte le volte che vuole, talvolta propendendo anche per una asimmetria tra le due.
Ogni idea estemporanea che si concretizza, viene curata, variata, e valorizzata da ognuno dei tre musicisti. Uri Caine gradatamente rumoreggia con arpeggi cupi, Mark Helias con il suo contrabbasso ne enfatizza i suoni scuri, il volume si alza ma sfuma presto in un diminuendo che arriva ad un altro pianissimo impalpabile eppure, ancora una volta, denso di suono.

 

Un assolo di contrabbasso introduce l’episodio successivo. Clarence Penn sceglie i mallets, che risuonano su un tom coperto da un asciugamano e sui ride. Il tema introdotto dal contrabbasso viene ripreso dal pianoforte e si procede di nuovo verso un episodio più definito, riferibile ad un mondo sonoro noto, questa volta un funky trascinante, in cui di nuovo le dinamiche sono fondamentali: si passa da volumi alti a volumi bassissimi con forchette molto ampie, quei pianissimo vedono tacere la batteria (già volutamente non amplificata) ed apparire piccoli sonagli, quasi sparire il contrabbasso se non per dare piccoli punti di riferimento armonici, diminuire esponenzialmente il tocco sul pianoforte.

 

Piano piano si delinea lo schema di un concerto che è molte cose insieme.
La prima caratteristica che emerge man mano è la cura dello SPESSORE sonoro.
Thickness in inglese significa spessore. E lo spessore sonoro in effetti è la caratteristica più notevole dell’andamento della musica suonata da questo Trio: da sottilissimo a intensissimo, da pianissimo a fortissimo, da sussurrato a percussivo.  Calibrated Thikness, spessore calibrato: le dinamiche portate ai loro minimi e ai loro massimi con un rigore che dà luogo alla perfezione, specialmente in quei pianissimo che più volte sono stati descritti e che davvero denotano tutto l’andamento del concerto.
La seconda è l’alternanza tra episodi di improvvisazione completamente libera e episodi che si rifanno a schemi jazzistici più definiti: lo swing, la ballad, il funky, il blues. In ogni episodio c’è comunque quella ricerca raffinata delle dinamiche che è la cifra espressiva di questo Trio.
Contrasto dunque tra atmosfere diverse e tra spessori/ dinamiche diverse. Un’idea di performance pensata con cura, progettata a monte nei particolari dal punto di vista della sua impalcatura , ma allo stesso tempo caratterizzata da  un enorme spazio concesso all’improvvisazione, libera ed estemporanea, o all’interno di schemi più noti.
Nonostante la struttura sia, come detto, rigida per alternanze di episodi e di dinamiche, ciò che accade non è mai uguale. Ad un capitolo libero che parte con un bicordo altalenante di contrabbasso, in cui la batteria è percossa dolcissimamente con le sole mani, si alterna, come parte jazzistica riconoscibile ‘Round Midnight: alla quale segue un altro capitolo libero fatto di ondate sonore, senza temi melodici, in cui conta il timbro complessivo e quel passare da un ribollire magmatico del pianoforte all’improvviso scampanellio di note acute, a cui segue di nuovo un walkin’ bass cui segue un accenno di ragtime.
Di nuovo la libertà improvvisativa, stavolta leggera, a volume minimo, suggestiva ed evocativa, e poi una atmosfera pop quasi alla Elton John. E poi un loop martellante e così via fino a due bis, cominciando da un assolo di batteria tribale e concludendo il concerto con uno di quei pianissimo eseguiti su un fraseggio che evoca Bill Evans.


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L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

L’alternarsi di episodi diversi, l’attenzione poetica alle dinamiche hanno reso questo concerto un’esperienza a tratti veramente emozionante. L’altalenare tra la libertà assoluta nella quale ci si può cullare stupiti e l’approdo successivo a mondi sonori conosciuti è interessante, crea aspettativa e, una volta che lo schema avviluppa chi ascolta, crea una certa dipendenza nell’attesa che arrivi l’episodio successivo. Ma, a prescindere da quell’ altalenare “strutturale”, i pianissimo così traboccanti di suono, di armonici, di particolari affascinanti sono parsi, senza esagerare, incantevoli: a chi vi scrive, ma a sentire alla fine del concerto i commenti di chi c’era, non solo a chi vi scrive.
Uri Caine in stato di grazia, Mark Hellas versatile, creativo, poetico, e Clarence Penn sinceramente straordinario per forza, delicatezza, fantasia, poesia.



Alla fine di questo concerto abbiamo fatto un salto al Caffè Trivellato perché suonava una compagine inusuale: quattro baritoni e batteria, per la formazione Barionda della sassofonista Helga Plankensteiner

Helga Plankensteiner, Massimiliano Milesi, Giorgio Beberi, Javier Girotto: sax baritono
Mauro Beggio: batteria

Siamo arrivate quasi alla fine della performance, ma in tempo per ascoltare una compagine davvero singolare, energica e con la capacità di far arrivare ben distinti e percepibili le linee ritmico melodiche nel loro intreccio polifonico, tutt’altro che confuso, nonostante la potenza, come potete immaginare, del suono complessivo di quattro sax baritoni, strumenti possenti,  con la batteria di Beggio impagabile nel tirare le fila di una sonorità così ridondante.

Ecco le foto, dalle quali forse potete immaginare un po’ di ciò che è accaduto!