I temi dei grandi musical di Broadway riletti dal Paolo Ghetti Melody Quartet al Rossini Jazz Club di Faenza

Giovedì 21 marzo 2019, l’appuntamento con il Rossini Jazz Club di Faenza si rinnova con il concerto del Paolo Ghetti Melody Quartet, formazione composta da Paolo Ghetti al contrabbasso, Alessandra Abbondanza alla voce, Massimiliano Rocchetta al pianoforte e Andrea Elisei alla batteria. La rassegna diretta da Michele Francesconi si presenta in questa stagione con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

Il contrabbassista Paolo Ghetti ha scelto una serie di brani provenienti dai musical di Broadway come repertorio musicale da affidare alla giovane e interessante voce di Alessandra Abbondanza e al trio formato insieme a Massimiliano Rocchetta e Andrea Elisei. Le composizioni scelte da Ghetti per questa formazione – chiamata, non a caso, Melody Quartet – provengono da quella perfetta integrazione tra musica, recitazione e danza che troviamo nelle pagine di autori come Jerome Kern, George Gerswhin, Irving Berlin, Cole Porter, Lorenz Hart.

Il lirismo e la capacità narrative di questi autori e dei loro parolieri, l’abilità nel trattare il tema dell’amore secondo angolazioni diverse, la felicità della scrittura di questi artisti, sono tutti elementi che hanno contribuito a rendere indimenticabili i passaggi delle trame e, al tempo stesso, hanno reso immortali queste canzoni, passate dai teatri di New York alle pellicole di Hollywood e, infine, entrate nel repertorio degli standard del jazz. Gli arrangiamenti di Paolo Ghetti hanno portato in ogni brano scelto un colore nuovo: uno sguardo più vicino al gusto moderno e diverse chiavi armoniche e ritmiche hanno permesso al contrabbassista di costruire un programma vario e più vicino alla sensibilità dei nostri tempi. Spunti e riferimenti che si ritrovano poi anche nelle composizioni originali proposte da Paolo Ghetti, in una sintesi efficace tra semplicità melodica e tematiche più attuali.

Dotato di un fisico gracile e minuto, Paolo Ghetti rischia di rimanere nascosto dietro alla sagoma ingombrante del suo contrabbasso, se non fosse per la sua potente cavata e la grande padronanza tecnica che lo rivelano come uno dei più interessanti strumentisti del panorama nazionale. Durante il suo lungo percorso come sideman, ha sempre espresso grande versatilità, solidità ritmica, interplay, senza cadere mai nell’esibizionismo fine a sé stesso, per mettere le sue doti al servizio della musica con buon gusto e sensibilità. Un arricchimento musicale e umano che passa attraverso l’approfondimento del linguaggio jazz nel solco della tradizione aperto dai grandi maestri del passato e la ricerca di formule per tradurre quel linguaggio in espressioni assolutamente contemporanee: tutte qualità emerse negli incontri avuti sul palco con musicisti del calibro, tra gli altri, di Pat Metheny, Peter Erskine, Dee Dee Bridgewater, John Taylor, Dave Liebman, Enrico Rava, Stefano Bollani, Fabrizio Bosso e Flavio Boltro.

Dopo aver portato le sue “linee basse” in una notevole quantità di dischi come sideman e dopo alcuni lavori come co-leader al fianco di musicisti come Michele Francesconi e Carlo Alberto Canevali, Paolo Ghetti ha inciso il suo primo disco come leader nel 2009, “Profumo d’Africa”, lavoro in equilibrio fra ritmi jazz e suggestioni africane, latin e funky. Nell’ultimo decennio dedica parte della sua attività musicale alla didattica, nei corsi di jazz al Conservatorio di Bologna e a quello di Adria, formando strumentisti di alto livello professionale.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, cambia sede e si sposta al Bistrò Rossini che diventerà, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si passa appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Resta invece immutato lo spirito che anima l’intero progetto: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si unisce, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini e l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

Giovedì 28 marzo 2019, il Rossini Jazz Club di Faenza rivolge il suo sguardo alle nuove generazioni di musicisti: sul palco del club, infatti, i partecipanti al Laboratorio Piano Trio suoneranno con una sezione ritmica esperta e di assoluto livello come quella formata da Walter Paoli alla batteria e Stefano Senni al contrabbasso.

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.

I Musicanti di Braina dal vivo al Rossini Jazz Club di Faenza

Giovedì 24 gennaio 2019, la stagione musicale del Rossini Jazz Club di Faenza prosegue con il concerto de I Musicanti Di Braina, trio formato da Valeria Sturba (voce, violino elettrico, theremin, elettronica, giocattoli), Vincenzo Vasi (voce, theremin, basso, elettronica, giocattoli, percussioni) e Dimitri Sillato (voce, violino, tastiere, elettronica).La rassegna diretta da Michele Francesconi si presenta in questa stagione con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

Tre musicisti – del tutto diversi fra loro, per forma e per età – che navigano a vista in percorsi improvvisativi per poi sbucare in brani conosciuti e sconosciuti in un gioco in cui l’inaspettato è la loro meta. I Musicanti di Braina nascono in una casa in Via della Braina a Bologna, dove vivevano Valeria Sturba, Vincenzo Vasi e Dimitri Sillato: una fatina dei campi magnetici dall’ugola d’oro, manipolatrice di suoni elettronici nonché ammaliatrice del violino elettrico; un lupo triste che doma il vento, percuote fulmini e, a volte, ululando, intona una canzone d’amore; un violino satiro e pianoforte romantico crea alchimie minimaliste nel suo pentolone elettronico. Tre musicisti spinti da un’estrema incoscienza e senza alcuna vergogna, decidono di suonare insieme qualsiasi musica, quella bella e quella brutta, senza distinzione di genere, e di mescolarla con suoni e rumori di varia provenienza.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, cambia sede e si sposta al Bistrò Rossini che diventerà, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si passa appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Resta invece immutato lo spirito che anima l’intero progetto: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si unisce, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini e l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

Il prossimo appuntamento con il Rossini Jazz Club di Faenza è per giovedì 31 gennaio 2019, quando si esibirà il Diego Frabetti Quartet, formazione costituita da Diego Frabetti alla tromba, Nico Menci al pianoforte, Francesco Angiuli al contrabbasso e Marco Frattini alla batteria.

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.

Michele Francesconi e Francesca Bertazzo Hart presentano al Rossini Jazz Club di Faenza il loro nuovo progetto dedicato a Jimmy Van Heusen

Giovedì 25 ottobre 2018, la stagione del Rossini Jazz Club di Faenza ospita il nuovo progetto di Michele Francesconi e Francesca Bertazzo, dedicato al SongBook di Jimmy Van Heusen. Il quartetto è formato da Michele Francesconi al pianoforte, Francesca Bertazzo alla voce, Stefano Colpi al contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria. La rassegna diretta da Michele Francesconi si presenta in questa stagione con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

Michele Francesconi e Francesca Bertazzo rendono omaggio al songbook del grande compositore Jimmy Van Heusen. Se, da un lato, c’è l’intenzione di sintetizzare le esperienze estetiche dei due musicisti per valorizzarne le peculiarità, dall’altro si vuole arrivare all’essenza della sua musica, grazie ad una analisi profonda nel materiale melodico e testuale offerto dalle canzoni e ad una cura precisa ed attenta di tutte le sfumature.

Vincitore del Premio Oscar nella categoria “miglior canzone” con il brano Swinging on A Star nel 1944, nonché autore di colonne sonore indimenticabili, Jimmy Van Heusen è considerato uno dei più grandi songwriter americani. Pianista per gli editori di Tin Pan Alley prima, compositore per Hollywood e i teatri di Broadway poi, Van Heusen ha scritto centinaia di brani dalle mille sfumature, spesso impreziositi dai testi di storici parolieri come Sammy Cahn, Johnny Burke, Eddie DeLange e Johnny Mercer. Protagonista della sua produzione è indubbiamente la voce, esplorata e valorizzata attraverso la molteplicità di toni che caratterizza le sue canzoni: dallo struggimento di Darn That Dream alla solarità di I Thought About You, passando per la dolcezza di It Could Happen To You.

Il lavoro prevede arrangiamenti originali di Michele Francesconi scritti per l’orchestra trentina di dodici elementi New Project, la cui realizzazione completa è prevista per il 2019.

Francesca Bertazzo Hart, interprete segnalata tra i migliori nuovi talenti nel referendum del 2003 indetto dalla rivista Musica Jazz; diplomata al Cpm di Milano (col massimo dei voti più nota di merito) sotto la guida di Tiziana Ghiglioni, nel suo curriculum una borsa di studio alla Manhattan School of Music e quattro anni di esperienza nei jazz club di New York. Unica insegnante italiana al “Summer Jazz Workshop 2007” di Veneto Jazz a fianco dell’intero corpo docente della “New School for Jazz and Contemporary Music” di New York.

Michele Francesconi è diplomato in pianoforte e in musica jazz. Ha insegnato presso i Conservatori di Adria, La Spezia, Cesena, Bologna, Perugia e L’Aquila. Nel 2015 ha pubblicato il libro Pianoforte Complementare in Stile Pop-Jazz (Volonte & Co). Tra le pubblicazioni discografiche, a suo nome e come sideman, si segnalano Italian Tunes, Mozart in Jazz, Recital Trio, Quintorigo Plays Mingus, Pane e Tempesta, Twice, La Donna di Cristallo, Skylark, Bologna Skyline e Songs. Ha suonato in diverse rassegne e jazz club: Ravenna Festival, Ethnoinsula Musicae, Festival Atlantide, Percuotere la mente, Jazz in der Altstadt, Itinerari Jazz, Garda Jazz Festival, Sabato in concerto – Fondazione Pescarabruzzo, Sonata Islands, Festival della filosofia di Modena, Cantina Bentivoglio, Roccella Jazz Festival, Casa del Jazz, Pinocchio Jazz Club, European Jazz Expo di Cagliari, Torino Jazz Festival, Auditorium Parco della Musica, Crossroads, Iseo Jazz, Torrione Jazz Club.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, cambia sede e si sposta al Bistrò Rossini che diventerà, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si passa appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Resta invece immutato lo spirito che anima l’intero progetto: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si unisce, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini e l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

Giovedì primo novembre, sempre alle 22, si terrà il prossimo appuntamento con il Rossini Jazz Club. Sul palco del club faentino, suonerà lo Stevie Biondi “Modern Vintage Trio” con Stevie Biondi alla voce, al synth drum, alla loop station, al beatbox e alle percussioni, Stefano Freddi al pianoforte e Lorenzo Pignattari al contrabbasso.

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.

Musica nel buio al TrentinoInJazz 2018!

TRENTINOINJAZZ 2018
e
Ai confini e oltre
presentano:

Sabato 13 ottobre 2018
ore 17.00
Sala Sosat
Via Malpaga
Trento

Musica nel buio in:
Buster Keaton, The General

musiche originali di Marco Dalpane

Sabato 13 ottobre a Trento nuovo appuntamento con Ai confini e oltre, la sezione del TrentinoInJazz 2018 che si svolge in città e a Rovereto con l’obiettivo di far dialogare aree musicali ed extra tra jazz, avanguardie e cinema. Alla Sala Sosat di Trento arriva l’acclamato spettacolo Buster Keaton, The General, ad opera dell’Ensemble Musica nel buio su musiche originali di Marco Dalpane, con la partecipazione di Marco Zanardi (clarinetto), Francesca Aste (synth), Tiziano Zanotti (contrabbasso), Claudio Trotta (batteria) e lo stesso Dalpane (pianoforte).

L’operazione di Dalpane, presentata in prima assoluta il 22 luglio 2010 in piazza Maggiore a Bologna, poi portata in numerose e prestigiose rassegne italiane ed estere, ha al centro di The General (Come vinsi la guerra), uno dei capolavori di Buster Keaton. The General, primo e più illustre esempio di cinema epico/comico, è considerato uno dei grandi classici del cinema muto e presenta il più bell’inseguimento fra due locomotive della la storia del cinema, una straordinaria concatenazione di gag visive, situazioni paradossali e imprese impossibili sottolineata dall’accompagnamento musicale firmato da Dalpane, autore specializzato nella composizione di musiche per il cinema muto, ed eseguito da Musica nel buio. Come ha scritto Ermanno Comuzio in Cineforum (n.461), “Non è facile il mestiere di musicista che sonorizza i film muti… Un compositore che risolve la questione nutrendo la tradizione con una moderna sensibilità è Marco Dalpane”.

Prossimo appuntamento con il TrentinoInJazz 2018 sabato 20 ottobre: La Strada a Trento.

Cristina Zavalloni al Teatro Comunale di Bologna con “Special Moon” featuring il guru dell’elettronica Jan Bang

Un incontro tra musica colta, elettronica, musica popolare e jazz: venerdì 12 ottobre alle 20.30 la cantante Cristina Zavalloni sarà in concerto alla Sala Bibiena del Teatro Comunale di Bologna con il suo utimo album “Special Moon”, nell’ambito della 3a edizione della rassegna Bologna Modern, organizzata dalla Fondazione Musica Insieme in collaborazione con il Teatro felsineo: un’istantanea della creatività musicale contemporanea.
Tra queste istantanee, si inserisce proprio l’eterogeneità di stili che Cristina Zavalloni ha voluto in questo nuovo progetto, chiamando per la prima volta con sé, sul palco del Teatro Comunale di Bologna, uno dei producer più influenti a livello europeo: il norvegese Jan Bang, considerato un vero e proprio guru dell’elettronica. Musicista innovativo, di Jan Bang sono note le collaborazioni con David Sylvian, Jon Hassell, Tigran Hamasyan, Eivind Aarset, Arve Henriksen e Erik Honoré. Suoi sono i live electronics e i remix in “Special Moon”.
Con loro in concerto la stessa line-up del disco: Cristiano Arcelli al sax alto, Simone Graziano al pianoforte, Daniele Mencarelli al basso, Alessandro Paternesi alla batteria. Prevendita biglietti: http://bit.ly/VIVATICKETzavalloniBOLOGNA

Cristina Zavalloni: “Sono felice di presentare questo progetto a Bologna, la mia città, con il gruppo che ha partecipato all’incisione del disco al completo, e con il mago dell’elettronica norvegese Jan Bang. A Jan, col quale dividerò il palcoscenico per la prima volta, lascio il compito di contribuire a evocare la dimensione a tratti onirica della musica, come una luna che ondeggia tra il celarsi misteriosa e lo svelarsi nitida, vividamente reale, magari rossa come quella ammirata quest’estate durante l’eclissi.”
Con inaspettate interpretazioni di standard jazz com “Fly to the Moon”, a “Luisa” di Jobim, a una soprendente “Tintarella di Luna”, la nuova fatica discografica di Cristina Zavalloni (prodotta da Encore Jazz), è dedicata al tema della Luna: astro femminile per eccellenza, regolatrice di maree, da sempre ispiratrice di poeti e compositori. Il repertorio si spinge anche verso la musica popolare, con il brano griko salentino “Orrio Tto Fengo”.

Con un percorso artistico consolidato sia in ambito classico che jazz, Cristina Zavalloni è stata protagonista di stagioni concertistiche classiche e contemporanee sui palchi più importanti a livello internazionale, tra cui il Montreux Jazz Festival, North Sea Jazz Festival, London Jazz Festival, Teatro alla Scala di Milano, Lincoln Center, Teatro La Fenice, Auditoritum Parco della Musica, Umbria Jazz, Barbican Center, Beijing Concert Hall, Moscow International House, Carnegie Hall.
E’ stata diretta da Martyn Brabbins, Stefan Asbury, Reinbert De Leeuw, Ivan Fischer, Oliver Knussen, David Robertson, Jurjen Hempel, Georges-Elie Octor, Andrea Molino, Marco Angius. Tra le sue collaborazioni: London Sinfonietta, Britten Sinfonia, BBC Symphony Orchestra, Asko-Schoenberg Ensemble, Sentieri Selvaggi, Musik Fabrik, Orchestra della Rai Torino, Los Angeles Philharmonic, ORT, Orchestra Toscanini, Irish Chamber Orchestra. Tra i musicisti: Louis Andriessen, Andrea Rebaudengo, Jason Moran, Benoit Delbecq, Hamilton de Hollanda, Uri Caine.

INFO E CONTATTI
Fondazione Musica Insieme Tel. 051271932 info@musicainsiemebologna.it
www.musicainsiemebologna.it
Prevendita biglietti: http://bit.ly/VIVATICKETzavalloniBOLOGNA
Vendita biglietti presso l’Auditorium Manzoni (via de’ Monari 1/2) dal martedì al sabato 15-18.30 e al Teatro Comunale (Largo Respighi 1) da un’ora prima dell’inizio del concerto.
Ufficio Stampa per Cristina Zavalloni: Fiorenza Gherardi De Candei tel. 328.1743236 email: info@fiorenzagherardi.com

Giuliana Soscia: perché ho deciso di abbandonare la fisarmonica

Giuliana Soscia è personaggio noto agli appassionati di jazz essendo a ben ragione considerata una delle migliori fisarmoniciste jazz, non solo a livello nazionale, oltre che pianista, compositrice e direttrice d’orchestra jazz. Della sua statura artistica, della sua straordinaria carriera abbiamo più volte parlato (si veda ad esempio la recensione, di poco tempo fa, sul Giuliana Soscia Indo Jazz Project). Questa volta affrontiamo una tematica particolare e molto personale: da un po’ di tempo abbiamo notato che Giuliana non suona più la fisarmonica. Perché? Glielo abbiamo chiesto direttamente e dobbiamo ringraziare Giuliana per aver scelto “A proposito di jazz” come sede per svelare questo arcano.

Abbiamo notato come nella recente esibizione all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per la prima italiana del tuo “Indo Jazz Project”, hai composto tutti i brani del repertorio, hai diretto la band, hai suonato solo il pianoforte… ma dell’amata fisarmonica neanche l’ombra, addirittura non l’hai portata sul palco. Che succede?

“In questi ultimi mesi ci sono stati diversi cambiamenti importanti nella mia vita musicale. Non so come dirlo perché molto difficile e doloroso. Ho dovuto prendere una decisione, drastica, cosa che ho fatto agevolata, in questo senso, dall’essere anche… e forse soprattutto una pianista e compositrice. Nella vita alle volte bisogna prendere delle decisioni difficili anche per evitare guai peggiori”.

Ma tu ti consideri più una pianista o una fisarmonicista?

“In realtà sono pianista e – questo non tutti lo sanno – la fisarmonica è il mio secondo strumento. Io nasco pianista. In questo momento storico sentivo, inoltre, la necessità di incrementare la mia attività pianistica. Comunque ci sono dei periodi della vita in cui motivazioni interne ed esterne ti spingono a cambiare, a prendere strade diverse e questo potrebbe tradursi anche in un rinnovamento artistico. Di qui è nato questo mio progetto jazzistico dedicato esclusivamente al pianoforte, mantenendo la composizione, aspetto della mia vita artistica che mi ha sempre accompagnato: non a caso ho eseguito più che altro mie composizioni”.

E’ una situazione reversibile o meno?

“Mi spiego meglio e ciò potrebbe essere utile ad altri musicisti che hanno lo stesso problema. Come prima accennato, improvvisamente, ho dovuto mettere da parte la fisarmonica per un problema di salute legato alla pesantezza dello strumento. In effetti ho avuto un distacco del vitreo per disidratazione con un leggero interessamento della retina, cosa che si sarebbe potuta aggravare se avessi continuato a studiare su uno strumento pesante come la fisarmonica, dodici, tredici chili per uno strumento da concerto. Quindi mi sono operata immediatamente, con il laser, ma quindici giorni dopo avevo un concerto. Che fare? Riprendere la fisarmonica per un concerto – con tutto il lavoro di studio, di preparazione che c’è alle spalle, ore e ore di studio – era pericoloso. Comunque ho fatto egualmente altri due concerti finché il primo settembre scorso, ero a Jesi, la città natale di Pergolesi, abbiamo eseguito con il quartetto Soscia-Jodice lo “Stabat Mater in jazz” di Pergolesi e in questa occasione ho deciso di abbandonare la fisarmonica… non si può suonare con la paura che si stacchi la retina. Io sono molto fisica nel suonare, voglio sempre esprimermi fino in fondo, dare tutta me stessa con lo strumento e con la musica. Posso continuare ad esprimermi sul pianoforte e allora lo faccio su quest’altro strumento, che è oltretutto il mio primo strumento!”.

Da un punto di vista strettamente musicale, cosa ha significato tutto questo?

“Dal punto di vista musicale, anche se, come già detto, io sono prima di tutto una pianista (ho sempre scritto sul pianoforte e poi ho trasportato sulla fisarmonica che ho sempre considerato un pianoforte a fiato), c’è però tanta nostalgia di aver perso qualcosa che mi ha accompagnato per tanti anni. Non c’è dubbio che una parte di me è morta… ma ne è rinata un’altra appartenente alle mie origini. Non a caso il primo brano del progetto “Indo Jazz” si chiama “Samsara” che significa, per l’appunto, rinascita: ho vissuto il tutto come una morte ed una rinascita. Io ne sto parlando con te quasi con disinvoltura, ma ti assicuro che anche solo parlarne è molto doloroso”.

E io ti ringrazio sinceramente di aver scelto me per questa difficile chiacchierata.

“L’ho voluto fare intanto per spiegare a tanta gente che mi conosce cosa è realmente accaduto. Come ti ho già detto, avrei potuto continuare prendendo qualche rischio ma ho ritenuto che non ne valesse la pena anche perché io mi esprimo bene, benissimo col pianoforte e l’orchestra jazz con le mie composizioni. Ovviamente c’è tutta una parte del lavoro che ho fatto che per fortuna non è andato perduto – ci sono i dischi e l’insegnamento con il quale poter trasmettere le mie preziose esperienze – ma come spesso accade potrebbe essere questa un’occasione anche per rinnovarsi, per rinnovare la mia musica. Sai può anche darsi che io sentissi questo tipo di esigenza senza neppure rendermene conto e quindi penso che alle volte accadano eventi che tu di primo acchito non capisci ma che in realtà hanno un loro perché. Insomma quando ti capitano certe cose bisogna avere molto coraggio e saper prendere decisioni in tempi rapidi e voltare pagina verso nuove avvincenti esperienze”.

Tu prima hai detto a chiare lettere di essere passata alla fisarmonica in un secondo momento. Come ti è scattato l’amore per questo strumento almeno sulla carta meno prestigioso del pianoforte?

“Io ero e resto innamoratissima del pianoforte: per me suonare il pianoforte è come mangiare, bere… sono nata sul pianoforte…. Ho fatto una carriera da concertista classica. Ho cominciato a fare concerti all’età di quattordici anni e quindi puoi capire come io abbia trascorso un’adolescenza diversa da tutti gli altri ragazzi. I primi concerti, i primi concorsi che ho vinto sempre in omaggio a questo mio sogno di fare la concertista… mi ero molto legata al repertorio di musica classica contemporaneo vale a dire, tanto per fare qualche nome, Béla Bartók, Alban Berg, Hindemith… insomma al repertorio del ‘900 ed ero molto attratta da quelle dissonanze che poi ho scoperto essere tipiche del jazz. Quindi ascoltavo anche il jazz ma all’epoca in Conservatorio studiare il jazz era un’eresia. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di uscire dal mondo classico che mi stava un po’ stretto e dall’altro di assecondare questa mia spinta che mi portava verso il jazz: io volevo studiare questa musica ma all’epoca – siamo negli anni ottanta – non c’era nulla, non c’erano scuole per cui si trattava di imparare da soli, da autodidatti, ascoltando i vari artisti magari trascrivendone gli assolo. Allora avevo anche notato che nel campo della musica classica c’era una crisi che concerneva anche la composizione e ritenevo che il jazz potesse essere una sorta di chiave di svolta per questa problematica e sicuramente lo era per me. Non a caso molti compositori stanno ora tornando alla tonalità. Insomma c’era e c’è molta confusione per cui penso che inglobare nella musica classica tutto ciò che ci circonda, a partire dalla musica rock, dalla musica jazz potrebbe costituire una risorsa per la musica classica stessa… e questo probabilmente lo vedremo in futuro. Comunque in questi anni già qualcosa si è fatto: il jazz è entrato nei conservatori, tranne però la fisarmonica malgrado le mie battaglie, da poco anche la musica pop-rock… insomma c’è un’apertura che definirei epocale. Insomma pian piano ho capito che c’era un altro tipo di musica ad onta di quanti nei conservatori si ostinavano a considerare solo e soltanto un tipo di musica. Ovviamente c’erano anche maestri aperti: a questo proposito voglio ricordare il Maestro Sergio Cafaro che è stato veramente per me un grande modello che ho seguito per tutta la mia vita, anche dopo la sua scomparsa tramite la moglie il M°Anna Maria Martinelli dalla quale ho ricevuto sin da giovanissima preziosissimi elementi di didattica per l’insegnamento del pianoforte e con la quale sono ancora legata da un’affettuosa amicizia. Sergio Cafaro era un grandissimo pianista ma anche straordinario improvvisatore, compositore di vaglia (aveva studiato con Petrassi e compagno di studi di Ennio Morricone) eccellente pianista classico che suonava anche jazz per diletto e da lui ho ricevuto questi insegnamenti che sicuramente hanno concorso in maniera determinante alla mia formazione. Insomma ho cominciato ad esplorare la musica e l’ho fatto con la fisarmonica”.

Perché?

“Perché la fisarmonica era vicina al folklore. In quel momento io dovevo assaporare tutto ciò che era contrario alla musica classica. Dovevo esplorare ma esplorare sul campo, provare a suonare alcune cose, provare a entrare in un mondo diverso che mi era mancato e volevo capire perché un certo tipo di musica produceva un trasporto così importante che magari la musica classica non aveva. Insomma, mi chiedevo, perché la musica folk e la musica per il ballo fa muovere emozioni così estreme e forti rispetto alla musica classica. Qual è la differenza? Un modo per analizzare le origini della musica e dell’umanità. La musica classica la immaginiamo come qualcosa di strutturato che è avvenuto con un’evoluzione dell’uomo. Ma andiamo alla base; qual è la base? Secondo me il folklore, così ad un certo punto ho preso la folle decisione di andare, di suonare in quei contesti, cosicché mi sono ritrovata a suonare la fisarmonica in un ambiente – la Romagna –  dove il folk era il genere più importante. Ho cominciato per curiosità e si è rivelata un’esperienza artistica davvero straordinaria: in soli tre anni ero diventata famosissima. Avevo scritto un brano che mi era stato ispirato da una composizione di un signore che si chiamava Castellina, molto famoso nell’ambito del liscio romagnolo; era davvero un talento in quanto aveva un modo di esprimersi sulla fisarmonica assolutamente personale, espressivo, molto vicino al bandoneon e aveva un seguito incredibile. Ebbene mi interessava capire perché molta gente amava danzare al suono della sua musica e allora gli chiesi ‘ma come si fa a scrivere questo genere di musica?’ E lui mi insegnò lo stile… ed era molto interessante perché la musica seguiva i passi della danza. Ebbene più tardi ho capito che tutti questi concetti si possono trasferire in tutti i tipi di musica, anche nel jazz. Quindi come ti dicevo ho composto questo brano e ho vinto un concorso e l’Orchestra Borghesi…”

Molto famosa all’epoca…

“Sì, molto famosa… comunque, dicevo, questa orchestra mi prese come fisarmonicista. Ed ero la prima fisarmonicista donna che entrava in questo contesto così maschilista… il mondo della fisarmonica era molto maschile e lo è tutt’ora. Sulla mia scia molte donne si sono avvicinate allo strumento, ma prevalentemente nel folk. Nell’arco di questi tre anni e mezzo con cui ho lavorato con l’Orchestra Borghesi ho inciso molti dischi, con mie composizioni, e tenuto più di mille concerti, ma non era quella la mia strada per cui ho cominciavo già da allora ad abbracciare il jazz. Abitavo all’epoca vicino Bologna e conobbi vari jazzisti che mi illuminarono, infatti già da allora cominciai ad avvicinarmi al jazz con delle collaborazioni. Insomma è stata una parentesi ma fruttuosa che mi ha lasciato un grande bagaglio di esperienza”.

Mi stai dicendo che per quanto concerne la fisarmonica tu sei un’autodidatta?

“Assolutamente sì, volutamente autodidatta. E’ stata una sfida. Tutto è successo quando avevo ventiquattro anni; ho preso in mano la fisarmonica e mi sono detta ‘vediamo che ne esce fuori’. E così pian piano ho imparato ma da sola proprio perché volevo trovare un mio stile, un modo di suonare che fosse originale che potevo ottenere con le mie competenze pianistiche essendo già una musicista strutturata. Questa mia pretesa aveva però un senso in quanto la fisarmonica è a tutt’oggi uno strumento molto giovane che necessita ancora di una precisa standardizzazione: ogni Paese ha le sue modalità, i suoi bassi; c’è chi dice che la mano destra debba essere a bottoni, chi a piano, bassi sciolti per terze, bassi sciolti per quinte, bassi standard… insomma un caos totale. I concorsi si fanno ma con strumenti diversi e alle volte ci sono dei litigi tra fazioni diverse. A seguito di tutto ciò manca un programma di studi di fisarmonica classica ampio come per gli altri strumenti, c’è un repertorio classico contemporaneo e si eseguono molte trascrizioni, che io non amo per niente, ma naturalmente è la mia opinione; quindi spesso si tende ad imitare altri strumenti cercando sonorità sempre più simili all’organo dimenticando  l’originale sonorità di questo strumento nata nel folklore, perché la fisarmonica lì è nata e non bisogna dimenticarlo, oppure nel jazz come testimoniano alcune incisioni dei primi del’900 in America. Comunque, proseguendo nel racconto della mia vita artistica e del mio amore per la fisarmonica, dopo questa breve esperienza con il liscio sono entrata in un’orchestra RAI e così sono stata tra i primi ad introdurre la fisarmonica nella musica pop; ero diventata anche qui abbastanza famosa ed ho dato moltissima visibilità alla fisarmonica per cinque anni sugli schermi televisivi e concerti in tutta Italia, spesso mi ritagliavo ruoli da solista, senza abbandonare però il pianoforte. Ho collaborato con tutti i più grandi cantanti italiani che venivano ospitati in questa trasmissione di Rai 2 che si chiamava “Mezzogiorno in famiglia”; in quest’ambito c’era una rubrica , ‘Storia di una canzone’, e ogni settimana c’era un cantante che aveva vinto Sanremo – quindi ad esempio, Sergio Endrigo, Alex Britti, Amedeo Minghi – ma sono passati quasi tutti.  Ebbene io ho inserito negli arrangiamenti di brani pop la fisarmonica ma il tutto risultava poco creativo e a dire il vero era più un’esigenza legata ad un bisogno economico in quel periodo, per cui ho deciso di cambiare pur essendo stata comunque musicalmene un’ esperienza molto formativa. Proprio in quel periodo ci fu anche una mio tentativo di cimentarmi nella dance music inserendo la fisarmonica in una mia composizione e nel 2002 divenni improvvisamente artista della Universal Music con un singolo… trovo molto bizzarro ma debbo dire mi sono divertita molto. Nel contempo approfondivo le mie conoscenze jazzistiche finché non ho deciso di dedicarmi esclusivamente al jazz che consideravo la forma migliore per condensare in un unicum tutte queste mie esperienze, anche stilistiche, senza nulla perdere del mio originario amore per il pianoforte, la musica classica e di questa mia nuova passione per la fisarmonica. Ho fondato nel 2006 il mio primo quartetto di tango jazz intraprendendo una brillante attività concertistica proseguita poi con l’incontro con Pino Jodice, da me ingaggiato come pianista per il mio quartetto… Ho quindi lavorato su vari progetti jazzistici ma sempre anche come compositrice e riservando un piccolo spazio anche al pianoforte. Ho in quel periodo anche realizzato una importante esperienza televisiva come conduttrice di una rubrica da me ideata sulla divulgazione degli strumenti musicali su Rai Uno all’interno del programma UnoMattina, dove suonavo con gli ospiti famosi del mondo classico, del jazz e del rock, sia come pianista che come fisarmonicista. Da allora c’è stata un’intensa attività concertistica in ambito jazzistico ed ho girato il mondo nei più importanti Festival e Teatri e tanti dischi incisi. Poi le collaborazioni con tanti jazzisti di fama internazionale e le orchestre jazz, prima come solista ed infine come compositrice e direttrice, approfondendo la scrittura per orchestra e cimentandomi nella direzione, altra mia grande passione.”

Un’ultima domanda: tu suoni il pianoforte; nell’affermato quartetto che hai formato con tuo marito Pino Jodice ci saranno due pianoforti, il tuo e quello di Pino. A questo punto che succede?

“Ovviamente c’è stato uno scossone anche in questo senso. La cosa che mi dispiace di più sta proprio in questo: il quartetto/duo Soscia-Jodice non è più possibile portarlo avanti così com’era strutturato, a patto che Pino suoi il vibrandoneon per tutto il concerto…scherzo naturalmente. Perché nei nostri concerti c’era sempre un brano che mi ritagliavo al pianoforte e Pino suonava il vibrandoneon uno strumento nuovo che utilizza le ance della fisarmonica ma a fiato e quindi tutti i progetti che abbiamo realizzato rimarranno alla storia. Stiamo però valutando l’idea di un progetto per due pianoforti e sarà una bella sfida per entrambi. Comunque altre cose continueranno a vivere; mi riferisco all’Orchestra Jazz Parthenopea di Pino Jodice e Giuliana Soscia che potrà continuare ad esibirsi in quanto io e Pino potremmo alternarci nelle vesti non solo di compositori e direttori ma anche in quella di pianista. Per il resto ognuno di noi seguirà i propri progetti, occasione per rinnovarsi. Al riguardo, oltre all’uscita del disco, un libro e vari concerti in programma del Giuliana Soscia Indo Jazz Project, sto lavorando su altri progetti. Ho in programma il trio jazz – Sophisticated Ladies – dedicato alle donne compositrici che già avevo realizzato in precedenza, il duo con Mario Marzi eccellente sassofonista e featuring nell’ “Indo Jazz”, con repertorio tra classico, jazz e mie composizioni, con il quale ho già debuttato in gennaio; il solo piano con un progetto ancora segreto che svelerò tra breve e infine un progetto molto importante per orchestra jazz in veste di direttore d’orchestra con le mie composizioni.

Sarà per me molto artisticamente stimolante e una nuova sfida da affrontare!”

Gerlando Gatto

La redazione di A Proposito di Jazz ringrazia i fotografi Paolo Soriani e Giulio Capobianco per le immagini