Harry Warren, un songwriter dall’Arberia a Brooklyn


Che Harry Warren, il famoso songwriter, fosse figlio di emigrati calabresi, è cosa nota da tempo. Il suo nome era Salvatore ed i suoi erano Antonio Guaragna, coniugato con Rachele De Luca che lo aveva dato alla luce il 24 dicembre del 1893 in quel di Brooklyn.

Da tempo si era ipotizzato che la loro zona di provenienza fosse quella situata nel triangolo Cassano-Castrovillari-Morano. Ma la prova provata e probante del luogo di origine della famiglia non la si era ancora rinvenuta. Qualcuno potrà dire: cui prodest? A chi giova saperlo, oltre che agli studiosi locali? La risposta è che non è proprio così. Intanto sono state ideate varie iniziative nei luoghi di origine di alcuni musicisti “oriundi”, come l’Eddie Lang Festival di Monteroduni e il Centro Studi Nick La Rocca di Salaparuta. Ma c’è soprattutto il discorso del genius loci, dell’ascendenza che il cultural heritage potrebbe esercitare sull’artista, sulla sua produzione, sul suo stile. Non sarà certo un caso che tanti crooners – Sinatra, Martin, Bennett, Como, lo stesso Bublé – abbiano radici nella patria del bel canto! Ma torniamo a Warren, al suo stato di famiglia storico. Dove neanche il suo biografo Tony Thomas era arrivato, nel suo volume del 1975, pur avendo raccolto testimonianze dallo stesso Warren, è giunto lo studioso Peppino Martire, attraverso una lunga e laboriosa ricerca d’archivio che lo ha finalmente portato alla scoperta: la famiglia di Warren, il mitico autore di brani sempreverdi come At Last e September In The Rain, There Will Never Be Another You e The More I See You, I Only Have Eyes For You e Nagasaki, fregiati da Oscar come Lullaby of Broadway, You’ll Never Know, On the Atchinson Topeka and The Santa Fe, era di Civita, un paese arbëresh situato nell’area già individuata della provincia di Cosenza, ai piedi del Pollino.
La comunicazione, ancora non del tutto ufficiale, è stata data nel corso di “La notte romantica dei borghi più belli d’Italia” dal primo cittadino Alessandro Tocci.
La notizia ha fatto il giro della stampa locale con la comunità civitese in fibrillazione. Pochi chilometri più a sud, da qualche anno a questa parte, a Torano Castello, ritorna spesso John Patitucci a riabbracciare i parenti, il che ha generato una serie di concerti con apprezzati e amicali del bassista nella terra dei propri avi. Un che di nostalgia ha toccato anche artisti come George Garzone e Sal Nistico nei loro ritorni in Calabria ma senza particolari effetti di “indotto”. Cosa che al contrario potrebbe avvenire oggi non con Warren, passato a miglior vita il 22 settembre 1981, a Los Angeles, ma con gli eredi della sua memoria e del suo corpus musicale. Certo, si creerà visibilità, e non solo fra gli appassionati, se le istituzioni, con il sindaco in prima fila, e i media, non solo regionali, si muoveranno col piede giusto, stabilendo i giusti rapporti oltreoceano con la attiva e meritoria company “Harry Warren Entertainment”.
Intanto va precisato che Martire, grazie al certosino lavoro profuso, ha individuato, presso l’archivio diocesano di Cassano Jonio, un documento del 1873 da cui si rilevano le date di nascita, nel 1850, dei genitori di Tuti, vezzeggiativo di Harry, e la località di Civita in quanto luogo dei natali.
In un saggio del 1992 notavo che in generale non sono evidenti matrici italiane nel corpus delle composizioni warreniane anche se in alcuni casi è rintracciabile la leggerezza propria del nostro canto, come in By The River Sainte Marie e principalmente in That’s Ammore.
Siamo in pieno campo della american popular music con più di un piede nel dorato mondo della celluloide, specie nel musical, e frequenti sconfinamenti nell’area jazzistica per la caratteristica linea melodica di molti standard di concentrare in poche frasi sintetiche un dato significato musicale. Quello che verrebbe da rilevare ora, alla luce dei rinvenimenti archivistici di Martire, è che, forse, il suo istinto melodico latino potrebbe essere stato ulteriormente rinforzato da cromosomi musicali propri degli arbëreshë, gli italo-albanesi, i quali hanno in dote, specie nel folklore, cantabilità, talora polivocalità, danzabilità (ed i casi della vita collegheranno Warren al coreografo Busby Berkeley!).
Insomma ci sarà di che dire, ipotizzare, scrivere, raccontare, una volta acquisiti e resi pubblici i necessari documenti a supporto di un dato anagrafico che inorgoglisce, con i civitesi, tutto il sud, ma che dico, l’Italia tutta, e l’Altra Italia, il Paese Doppio che vive oltreoceano e che ha lasciato un pezzo d’anima da queste parti.

Amedeo Furfaro

“Jazz da Gustare” apre i battenti con Moroni e Ionata

 

Di Amedeo Furfaro

Un inverno da “jazzare” (in dialetto locale indica fare freddo) ma con poco jazz dal vivo in terra bruzia. Meno male che, con la primavera alle porte, è arrivata “Jazz da Gustare”, seconda edizione della rassegna presso il Teatro Piccolo di Castiglione Cosentino, paesino affacciato sopra il Crati, in cui confluisce il Busento, dove riposerebbe la presunta tomba del non presunto condottiero Alarico.

La direttrice artistica Maria Letizia Mayerà ha ben pensato di inaugurarla col duo piano/sassofono formato da Dado Moroni e Max Ionata.

Seguiranno il 25 marzo il quintetto di Pietro Condorelli Jazz Ideas And Song. Infine il 22 aprile sarà la volta del Fabrizio Bosso Quartet.

Una partenza a base di buon jazz italiano, per una formula già sperimentata con successo che prevede di fornire allo spettatore nello stesso biglietto sia il concerto che la cena nel bistrot del teatro. Gusto musicale e gusto nel senso di palato abbinati per una intensa anteprima di jazz e ricca cena di mezzanotte anche se, dal canto nostro, avremmo preferito un aperitivo rinforzato e un bel concerto post prandium. De gustibus, è il caso di dire.

Ma andiamo alla musica. Dichiaratamente si è presentato al pubblico calabrese un progetto, Two For Stevie, nato poco più due anni fa con l’omonimo disco edito da Jando/ViaVeneto Jazz (Millesuoni) che seguiva Two For Duke, della stessa label.

Un lavoro ben rodato, con un concerto alla Casa del Jazz recensito nel 2015 su questa rivista da Daniela Floris.

Di fatto la serata ha registrato in scaletta anche brani del precedente album su Ellington, annodando un inedito fil rouge fra Wonder ed il Duca.

Che poi trova riferimenti anche nella testimonianza dello stesso Moroni, riferitagli dal contrabbassista Jimmy Woode, con cui ha collaborato, nel senso che Duke apprezzava il talento di Stevie, che a sua volta non poteva non ammirare il grande bandleader. Due dischi già ascoltati. Ma nel jazz si sa, la musica cambia, non è mai uguale a se stessa, specie se la si fa su di un palco, senza i limiti della sala d’incisione, dei tempi talora stretti da esigenze di registrazione.

E c’è il fiato del pubblico a stimolare variazioni all’improvviso, incipit, finali, persino gli stop…ad esaltare le qualità dei musicisti in azione. Sarà pure il bello della diretta ma non solo.

Eccole, le qualità, tangibilmente rappresentate in The Secret Life Of Plants resa con vasta tavolozza di colori, registri timbrici variopinti, l’immanenza di una traccia melodica mai soffocata dai virtuosismi.

La parentela delle cover di Stevie Wonder col jazz emerge con prepotenza.

C’è la comune base del blues, che del resto avvicina Louis Armstrong a Jimi Hendrix, Elvis Presley ai Rolling Stones. Ma Wonder ha un’anima jazz oltre che soul, funky, bluesy nella voce, negli strumenti che suona, tastiera e armonica. E nel comporre. Ed è qui, nella fusione calda degli elementi, la complessità dell’operazione, non la sua semplificazione.

Non è un caso che il titolo di un vecchio album del 1962 sia The Jazz Soul Of Little Stevie mentre A Tribute To Uncle Ray dedicato a Ray Charles evidenzi, nella black music, uno dei suoi principali precedenti stilistici. Ed è noto ancora come Wonder abbia composto Chan’s Son con Herbie Hancock e lo abbiano ripreso in tanti quali Freddy Hubbard, Art Pepper, Sonny Rollins, Bobby McFerrin tanto per fare qualche timido esempio. La sua Isn’t She Lovely, presente in manuali di jazz standard, a cura dei nostri impavidi è stata sottoposta ad una riarmonizzazione rallentata per tratteggiarvi una atmosfera bluesy, con un piano alla Errol Garner, per un brano che pare nato cinquant’anni prima. Il sax di Ionata ha smalto anche in Don’t You Worry Bout A Thing dove ricorre ai suoi tipici salti di ottava nell’esposizione del tema; pare, a momenti neroamericano, anzi parkeriano, quando velocizza in chiave bebop, per poi stemperare la vis creativa in leggere frasi sonore. Il pianista dal canto suo omaggia Oscar (il nome di suo figlio) Peterson, che è uno dei lati di Dado; un altro, non irrilevante, è la metronomica cadenza ritmico/percussiva, alla McCoy Tyner, che un paio di sue performances al contrabbasso mettono in mostra, oltre ai cambi di tempo e ai contratempo che si insinuano dolci in una tastiera su cui fa uso intelligente delle tante frecce al proprio arco (pedali, acciaccature stride, accordi policromici, dodecafonismi, carezze alle corde del piano etc.).

Per la cronaca, musicale s’intende, You Are The Sunshine Of My Life diventa nelle mani della coppia uno swing dal mood ellingtoniano mentre, a ribadire la paternità musicale putativa di Duke, arriva, magistralmente eseguita, Daydream seguita da Satin Doll.

Non manca I Wish con un Max al maximum della concentrazione sullo strumento per sostituire il canto di Stevie e una particolare Overjoyed un po’ alla Brubeck in 5/4.

Il concerto double face, omaggio a due artisti di grande pop/ularity, si completa in due distinti medley finali degli autori celebrati. I numerosi astanti, dopo In My Solitude, sulle note di Perdido e Caravan battono le mani a tempo. E’ il segnale che la musica è arrivata a segno. Il disco, i dischi vanno bene, ci mancherebbe, specie se si vive in periferia. Ma il concerto ti comunica qualcosa in più. E’ lo spirito del jazz. E dei jazzisti che sanno suonarlo.