Francesco Branciamore: dalla batteria al piano solo

Francesco Branciamore si è affermato, nel corso degli ultimi anni, come uno dei più originali e preparati batteristi del pur variegato panorama jazzistico nazionale. Non a caso il suo curriculum è ricco di prestigiosi riconoscimenti e di preziose collaborazioni con artisti di assoluto livello internazionale quali, tanto per fare qualche nome, Lee Konitz, Evan Parker, Barre Philips, Ray Mantilla, Keith Tippet, Pier Favre, Paul Rutherford, Michel Godard,  Enrico Rava, Gianluigi Trovesi, Enrico Intra, Eugenio Colombo, Paolo Fresu… Senza trascurare le numerose musiche scritte per spettacoli teatrali e cinematografici nonché i tanti album registrati a partire dal 1987.

Insomma quel che si dice un artista maturo, completo, capace di esprimersi compiutamente. Eppure questa dimensione evidentemente stava stretta all’artista siciliano che, abbandonata l’oramai comoda veste di drummer, fa il gran salto e si presenta al pubblico e alla critica cambiando strumento: eccolo quindi incidere in piano solo «Aspiciens pulchritudinem» per la Caligola.

In repertorio nove pezzi, tutti scritti da Francesco, di durata variabile dal minuti e mezzo a tre minuti, con una ottima presa di suono che esalta lo splendido Steinway a disposizione dell’artista.

Nove brani ispirati dalle parole di Charlie Haden sull’essenza della musica riportate nella copertina dell’album “Voglio allontanare le persone dalla bruttezza e dalla tristezza che ci circondano ogni giorno e portare musica bella e profonda a quante più persone posso”.

Ed in effetti ascoltando l’album si avverte una precisa sensazione: il desiderio dell’artista di lasciarsi trascinare dalle emozioni, di camminare ad occhi chiusi sulla strada suggerita dagli stati d’animo del momento. Di qui un’atmosfera soffusa, profondamente intimista; di qui un pianismo oserei dire delicato, senza alcuno sfoggio di tecnica, ma funzionale all’espressività; di qui una ricerca della linea melodica che caratterizza tutti i brani, alcuni soffusi da una evidente melanconia (“Saudade”).

Particolarmente apprezzato, da parte del vostro cronista, il pezzo dedicato al trio EST del compianto Esbjörn Svensson (“Thinking to EST”).

Questa nuova impresa di Francesco Branciamore sarà presentata il 20 settembre nella sala concerti dello splendido Palazzo Nicolaci di Noto, a metà novembre presso la Libreria Feltrinelli di Messina e quindi all’Auditorium della sede Rai di Palermo.

Gerlando Gatto

 

 

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 3)

Proseguiamo il nostro viaggio attraverso alcune tra le più importanti etichette di jazz. Oggi parliamo di Caligola, Cam Jazz, Dodicilune e ECM di cui vi presenteremo alcune significative produzioni.

CALIGOLA

L’associazione culturale Caligola dal 1980 promuove musica al di fuori dei circuiti istituzionali, organizzando concerti all’interno di spazi presi in affitto. Dal folk al blues, dal rock alla musica d’autore fino al jazz, l’associazione Caligola è riuscita a portare nel territorio veneziano alcuni tra i più noti maestri della musica moderna. Nel 1994 nasce Caligola Records, etichetta indipendente, che sotto la sapiente regia di Claudio Donà è riuscita ad imporsi come una delle più importanti realtà italiane nel valorizzare il jazz italiano in particolare dell’area veneta. Di Caligola records vi proponiamo tre recenti produzioni.

Maurizio Brunod è uno tra i più fedeli artisti della Caligola Records. Chitarrista di grande spessore pubblicò il primo album con Caligola nel 2009, “Northern Lights”, per chitarra solo. Adesso si ripropone con “African Scream” ancora per chitarra solo. Anche se la chitarra è tornata prepotentemente in auge nel mondo del jazz grazie ad alcuni personaggi di assoluto livello, ciò non significa che tutte le ciambelle riescano col buco, soprattutto se si decide di affrontare un repertorio variegato ed impegnativo da solo con il proprio strumento seppur confortato dall’ausilio dell’elettronica. Ma Brunod è artista che non teme le sfide ed eccolo dunque dedicare il brano d’apertura al collega e amico Garrison Fewell prematuramente scomparso, “Ayleristic”, già proposto nell’album in duo con lo stesso Garrison, “Unbroken Circuit” del 2015. Nel ricordo dell’amico, Brunod non ha pudore dei propri sentimenti e ci regala una interpretazione intensa, suggestiva, emozionalmente coinvolgente. Subito dopo eccolo alle prese con uno standard, “I Remember Clifford” di Benny Golson affrontato con lucida consapevolezza senza alcuna smania di voler travolgere alcunché ma con il sincero proposito di rendere omaggio ad un grande pezzo e ad un grande compositore.
Di qui sino alla fine sei originali a sua firma intervallati da un brano di Aldo Mella. E nella duplice veste di compositore-esecutore Maurizio ha modo di mettere in mostra tutte le sue valenze. Al riguardo particolarmente convincente la title track caratterizzata da un andamento quasi ipnotico grazie ad una melodia inusuale e ad un uso appropriato del loop.

Claudio Cojaniz è un altro pezzo da novanta del jazz friulano e più in generale italiano. Questo “Molineddu” è stato registrato tra il novembre 2016 e il febbraio 2017, quindi pochi mesi prima di “Sound Of Africa”, altro album del pianista che manifesta così il suo amore verso questo continente. Ad affiancarlo ancora una volta i componenti del ‘Coj & Second Time” vale a dire Alessandro Turchet (contrabbasso), Luca Grizzo (percussioni, vocale), Luca Colussi (batteria) con l’aggiunta di Carmela Arghittu (voce) nel brano che dà il titolo all’album. In programma sette originali tutti dovuti alle felice vena creativa del leader. Ancora una volta il pianismo di Cojaniz risulta di grande interesse; il suo linguaggio, pur nel dichiarato omaggio all’arte, alla cultura di altri continenti (qui sentita la dedica alla città di Aleppo), mai risulta calligrafico, sempre scevro da ogni manierismo e intellettualismo di maniera. Di qui niente funamboliche evoluzioni sulla tastiera, niente invenzioni particolarmente azzardate, niente suoni alterati ma linee melodiche essenziali eppure di assoluta godibilità, armonizzazioni non astruse ma non banali, e soprattutto una tavolozza coloristica che i membri del quartetto rendono al meglio con la cavata possente e precisa di Alessandro Turchet, la batteria mai ridondante di Luca Colussi che si dimostra ancora una volta (se pur ce ne fosse stato bisogno) uno dei migliori e più lucidi batteristi italiani e le percussioni assolutamente inusuali di Luca Grizzo che regalano quasi un tocco di magia alla musica dell’ensemble (se non si vede Grizzo esibirsi non si ha un’esatta percezione di quanto detto). Tra i brani da segnalare soprattutto “Molineddu – Girasoles suta sa luna” in cui Carmela Arghittu interpreta con grande e sincera partecipazione i versi di Istevene Stefano Flores.

Roberto Martinelli (sax soprano) e Ermanno Maria Signorelli (chitarra classica) sono i protagonisti del toccante album “Pater” registrato a Padova nel 2018. Titolo non potrebbe essere più esplicativo dal momento che l’album è dedicato ai padri dei due artisti scomparsi in un breve arco di tempo. E questo dà la misura del tipo di musica che si ascolta. Sax soprano e chitarra costituiscono un duo certo non usuale ed in effetti è il primo disco che i due incidono assieme anche se, viceversa, sul campo hanno avuto diverse occasioni di collaborare. Di qui un’intesa che va ben al di là della registrazione in oggetto, un’intesa confortata dal comune background sia classico sia jazzistico, dall’idem sentire quanto a purezza e naturalezza del suono acustico. Non a caso Signorelli è tra i pochissimi jazzisti italiani ad aver scelto la chitarra classica. Al riguardo dobbiamo, quindi, segnalare l’assoluta coerenza con questo assunto di ambedue i musicisti che non si sono lasciati sedurre dai “nuovi suoni”. Liberi da ogni obbligo di modernità, i due si spingono su terreni in qualche modo legati alla musica colta europea in cui è ben difficile distinguere tra pagina scritta e improvvisazione. Materia, quest’ultima, in cui sia Martinelli sia Signorelli sembrano eccellere per tutta la durata dell’album. Straordinariamente efficace la trattazione delle dinamiche in cui anche il silenzio ha un suo rispettabile ruolo, così come coinvolgente risulta l’invenzione tematica dei due che si riallaccia in maniera decisa al gusto melodico della tradizione italiana. Infatti degli otto brani in programma ben sette sono gli originali di cui quattro di Signorelli e tre di Martinelli cui si aggiunge lo standard “My Favourite Things” di Rodgers e Hammerstein porto con gusto e originalità.

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CAM JAZZ

La CAM JAZZ è nata come una costola della prestigiosa Cam (Creazioni Artistiche Musicali) Records, costituita tra la fine del 1959 e l’inizio del 1960. Fondata dai fratelli Campi fu una delle primissime etichette a specializzarsi nel registrare le musiche tratte dai film. Nel 2000 la nascita di CAM Jazz per una intuizione del titolare della CAM che ascoltato Giovanni Tommaso appena finito di registrare la colonna musicale di un film, con musiche da lui composte, e venuto a conoscenza che Giovanni era un jazzista gli propose l’idea di suonare in versione jazz alcuni dei temi più noti tratti dal catalogo CAM. Giovanni accolse l’idea con entusiasmo, e fu così che nacque il primo album di CAM JAZZ, “La dolce vita – Tommaso/Rava Quartet”. Quasi inutile sottolineare come questa etichetta rappresenti oggi una delle realtà più vitali e importanti, conosciuta ed apprezzata in Italia e all’estero, avendo tra l’altro acquisito due prestigiose etichette, La Black Saint e la Soul Note.

Anche in questo caso vi proponiamo tre produzioni. Le prime due vedono protagonista uno degli artisti di punta dell’etichetta Enrico Pieranunzi, registrato dal vivo durante un concerto alla Bastianich Winery in splendida solitudine, e in trio con Gabriele Mirabassi e Gabriele Pieranunzi.

Enrico Pieranunzi “Wine & Waltzes” fa parte di quella serie di registrazioni effettuate quasi per scommessa da Ermanno Basso produttore dell’etichetta e Stefano Amerio vero e proprio mago del suono, titolare dei celebri “Artesuono Recording Studios”. In sostanza si trattava di verificare se fosse possibile produrre degli album live registrati nelle cantine del Friuli Venezia Giulia. La scommessa è stata vinta alla grande e questo album ne è una prova inconfutabile. Enrico suona come al solito molto, molto bene, con quella classe e quella originalità che ne hanno fatto uno dei migliori pianisti oggi in esercizio sulle platee di tutto il mondo. Il suo stile allo stesso tempo rigoroso e fantasioso, frutto di un innato talento ma anche di anni ed anni di intenso studio, è immediatamente riconoscibile. Se a tutto ciò si aggiunge la piacevolezza di un repertorio quasi tutto incentrato sul ritmo ternario si capirà immediatamente perché l’album è godibile dal primo all’ultimo istante.

Così come godibile è “Play Gershwin” ovviamente incentrato sul compositore di Brooklyn. Come si diceva con Pieranunzi negli studi di registrazione di Stefano Amerio, a Cavalicco, Gabriele Mirabassi al clarinetto e Gabriele Pieranunzi al violino. Un organico, quindi, inusuale ma di eccelso spessore tecnico-artistico. Questo album meriterebbe tutta una serata di illustrazioni non solo e non tanto per la qualità della musica e la bravura degli esecutori quanto per la complessità dell’operazione che sottende il CD. Al riguardo bisogna partire da un dato: sia “An American in Paris” sia “Rhapsody in Blue” – ambedue contenute nell’album – furono scritte per larghi organici. Come ridurre queste partiture sì da farle suonare ad un trio anziché ad un’orchestra sinfonica? L’impresa era di quelle da far tremare i polsi, come confessa lo stesso Pieranunzi che per “Un Americano a Parigi” si è servito della trascrizione per pianoforte solo di William Daly e della versione per due pianoforti scritta dallo stesso Gershwin, mentre per la “Rapsodia” è stata lasciata integra quella parte solistica di pianoforte scritta nel 1924 che spesso viene tagliata e si è proceduto a ristrumentare passaggi non suonati dal pianoforte. Risultato? Eccellente sotto ogni aspetto; alle due opere sopra citate si aggiungono i preludi (scritti originariamente per solo pianoforte) che evidenziano vieppiù una intesa del tutto straordinaria che va ben al di là del fatto meramente musicale. Pieranunzi mette sul piatto ancora una volta tutto il suo mostruoso bagaglio che va dal ragtime a Bach mentre i compagni di viaggio lo seguono con una gioia ed una intensità palpabili ed avvertibili in ogni momento.

Pipe Dream – “Pipe Dream”
Sotto l’insegna di Pipe Dream opera un nuovo quintetto costituito da Hank Roberts (violoncello e voce), Filippo Vignato (trombone), Pasquale Mirra (vibrafono) Giorgio Pacorig (pianoforte, fender rhodes) e Zeno De Rossi (batteria). Questo è il loro album d’esordio e se il buongiorno si vede dal mattino allora di questo gruppo sentiremo parlare a lungo e bene. In effetti l’album è molto interessante ricco com’è di umori, di sapori, di colori, di atmosfere che rendono sempre vivo l’ascolto. I cinque musicisti conoscono molto bene la musica globalmente intesa per cui nelle loro esecuzioni non è difficile scorgere tracce di jazz propriamente detto (soprattutto free e bop) suggestioni etniche, echi di minimalismo, abbandoni poetici, frammenti di funk… Così la mente vaga alla ricerca di ricordi lontani ma riportati in superficie da suggestioni sonore porte con intelligenza, garbo e originalità. Si noti, ad esempio, con quanta abilità Filippo Vignato si muove sulle frequenze più basse contribuendo in maniera determinante a non far sentire la mancanza del contrabbasso. Egualmente il violoncello di Hank Roberts si incarica di eseguire le linee melodiche più accattivanti mentre Zeno De Rossi fa cantare i suoi tamburi alternando suono e silenzio (magistrale il suo accompagnamento nella title track). Giorgio Pacorig si conferma pianista versatile e nell’occasione anche valido compositore (suo “They Were Years”, il brano più complesso dell’intero programma). Infine Pasquale Mirra dispensa sghembi tocchi di melodia a comporre un puzzle tra i più originali e convincenti che abbiamo avuto modo di sentire in questo primo scorcio dell’anno.

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ECM (Editions of Contemporary Music)

Se c’è un’etichetta che nel mondo della musica, al di là di qualsivoglia genere, ha influenzato musicisti, critici e pubblico questa è sicuramente la ECM. Fondata ad Amburgo da Manfred Eicher nel 1969, la casa discografica tedesca nel corso di questi ultimi decenni ha imposto una propria estetica, dettando parametri che hanno portato ad un jazz completamente diverso rispetto all’originale afro-americano, con una cura estrema per il suono, un’estetica cui hanno aderito moltissimi artisti e non solo europei tra cui Mal Waldron che registrò il primo album ECM (“Free at Last” novembre 1969), Joe Lovano, Keith Jarrett, Paul Bley, Chick Corea, Pat Metheny, l’Art Ensemble of Chicago Jan Garbarek, John Abercrombie, Palle Danielsson… i nostri Enrico Rava, Stefano Battaglia, Stefano Bollani… solo per citarne alcuni . Nel 1984 nasce la costola ECM New Series, che pubblica artisti come Arvo Paart, Heiner Goebbels, Meredith Monk, Ketil Bjornstad, Valentin Silvestrov, che appartengono alla musica colta contemporanea.
Tornando al jazz vi proponiamo le prime cinque uscite con cui la ECM ha inaugurato questo 2019.

Ralph Alessi – “Imaginary Friends” – ECM 2629
Ecco il terzo album del trombettista statunitense Ralph Alessi pubblicato dalla ECM dopo “Baida” del 2013 e “Quiver del 2016”. Questa volta Alessi è alla testa di un suo quintetto attivo dal 2010 e completato da Ravi Coltrane a tenore e sopranino, Andy Milne al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Mark Ferber alla batteria. In programma nove composizioni originali del leader. L’album si apre con “Iram Issela” che evidenzia ancora una volta come Alessi risulti artista assolutamente moderno senza per ciò perdere il contatto con la tradizione; il brano è caratterizzato da una bella linea melodica e già da questo primo pezzo si possono riscontrare quelle che saranno le caratteristiche dell’intero album. Vale a dire il ruolo di leader assoluto del trombettista che detta e disegna le atmosfere dell’album in ciò coadiuvato splendidamente dal pianismo mai esorbitante di Andy Milne e da una sezione ritmica di assoluta eccellenza, sempre pronta a sottolineare i momenti clou delle varie interpretazioni. Abbiamo lasciato per ultimo Ravi Coltrane in quanto il sassofonista (classe 1965, figlio di John e Alice Coltrane) può vantare un’intesa con Alessi dai tempi del California Institute of the Arts alla fine degli anni ’ 80. Ciò spiega, meglio di mille parole, la straordinaria intesa tra i due che li porta a dialogare su un piano di assoluta parità. Si ascolti, al riguardo “Melee”, il brano più lungo dell’album, un vero e proprio campo minato in cui trombettista e sassofonista si avventurano senza rete, dando fondo a tutte le loro potenzialità, in un gioco di rimandi, rincorse, stop and go a tratti davvero entusiasmante.

Yonathan Avishai – “Joys and Solitudes” – ECM 2611
Un album che si apre con una sontuosa interpretazione del classico “Mood Indigo” di ellingtoniana memoria non può che conquistarti immediatamente. Se poi a questo primo brano seguono sette composizioni originali, tutte di convincente fattura, ecco che finito l’album hai subito voglia di rimetterlo su. Autore di questo piccolo miracolo è il pianista Yonathan Avishai, nato a Tel Aviv nel 1977, da madre francese e padre israeliano, ma residente in Francia dal 2001, che con questo album segna il suo ingresso da leader nella scuderia ECM. Avishai è alla testa del suo trio, in attività dal 2015, con Yoni Zelnik, bassista israeliano oramai anch’egli di casa a Parigi e Donald Kontomanou, batterista francese della Guinea con origini greche. Accennavamo al brano d’apertura, “Mood Indigo”: ebbene il trio non si limita ad una pedissequa riproposizione ma ce ne fornisce una versione originale particolarmente apprezzabile per la ricchezza armonica e la ricerca timbrica. E sono questi elementi che si riscontrano in tutto l’album in cui il pianista fa riferimento esplicito ad esperienze, emozioni da lui vissute in prima persona. Così, ad esempio, lo straniante “Tango”, che dello stereotipo argentino conserva ben poco, è ispirato dall’ascolto di ‘Ojos Negros’ di Anja Lechner e Dino Saluzzi; particolarmente gustoso con il suo andamento altalenante “Joy” mentre “Les pianos de Brazzaville” si richiama esplicitamente ai suoi viaggi nella repubblica del Congo, grazie anche ad alcuni espliciti riferimenti etnici. Una menzione particolare merita “When Things Fall Apart” il brano più lungo e articolato (più di dodici minuti) che, dopo un inizio di carattere impressionistico, si sviluppa attraverso un ampio dialogo fra i tre che pone in evidenza sia l’intesa di gruppo sia la bravura dei singoli.

Mats Eilertsen – “And Then Comes The Night” – ECM 2619
Dopo la felice esperienza del settetto con “Rubicon” (sempre ECM del 2015) il bassista norvegese Mats Eilertsen si ripresenta al pubblico del jazz alla testa di un trio con Harmen Fraanje piano e Thomas Strønen batteria che esiste già da una decina d’anni. Si tratta, quindi, di un classico trio pianoforte con sezione ritmica che, almeno dal punto di vista dell’organico, non presenta alcunché di nuovo. Eppure l’album presenta notevoli motivi di interesse grazie alla particolare visione musicale dei tre, condotti con mano sicura dal leader che può vantare un’intesa attività in casa ECM avendo collaborato alle registrazioni, tra gli altri di, Tord Gustavsen, Trygve Seim, Mathias Eick, Nils Økland, Wolfert Brederode e Jakob Young. Ma è nei progetti a suo nome che l’artista rivela compiutamente la sua cifra stilistica. Così, in questo “And Then Comes The Night” (titolo derivato dal racconto dello scrittore islandese Jón Kalman Stefánsson “Luce d’agosto ed è subito notte”) Eilertsen abbandona strade già abbondantemente battute per inerpicarsi lungo sentieri scoscesi in cui il silenzio ha quasi la stessa importanza del suono e il gioco delle dinamiche risulta preponderante rispetto a qualsivoglia elaborazione armonica o ricchezza di fraseggio. Di qui una musica tutt’altro che banale con cui Eilertsen ci invita a compiere con lui un viaggio immaginario, nel profondo delle emozioni che non possono non riguardare ciascuno di noi. E così l’album si apre con un titolo particolarmente significativo “22”, in ricordo della terribile strage compiuta il 22 luglio del 2011 sull’isola di Utøya, nel Tyrifjorden,
da un uomo che uccise 69 giovani, ferendone altri 110, tra i partecipanti ad un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista Norvegese. A tutt’oggi è l’atto più violento mai avvenuto in Norvegia dalla fine della seconda guerra mondiale.

Eleni Karaindrou – “Tous des oiseaux” – ECM 2634
Questo album, della ECM New Series, ci propone le colonne sonore scritte da Eleni Karaindrou per la pièce “Tous des oiseaux” del regista Wajdi Mouwad e “Bomb. A love Story” dell’attore e regista iraniano Payman Maadi. L’artista greca si dimostra ancora una volta all’altezza della situazione evidenziando la solita verve compositiva che avevamo imparato a conoscere ed apprezzare sin dalla sua prima colonna sonora per Periplanissis (Wandering), di Christoforos Christofis (1979). Da allora Eleni non si è più fermata collezionando allori in tutto il mondo tra cui la vittoria nel 1982 al Thessaloniki Film Festival che la condurrà ad una fruttuosa collaborazione con Theo Angelopoulos e nel 1992 il Premio Fellini di Europa cinema. Anche con quest’ultima fatica discografica la Karaindrou si cala perfettamente nello spirito delle rappresentazioni sceniche, la prima che porta sulla scena una tragedia che si sviluppa nel cuore del conflitto israelo-palestinese, la seconda a sottolineare come al culmine della guerra Iran-Iraq del 1988, quando Teheran viene bombardata senza sosta, l’amore, l’affetto, la speranza e la vita hanno la meglio sulla paura della morte. Da sottolineare come questa colonna sonora sia la prima composta dalla Karaindrou dopo la scomparsa di Angelopoulos e si sia già meritata una nomination per l’ APSA (Asia Pacific Screen) come Best Original Score. Date le tematiche trattate, è facile intuire lo spessore della musica, sempre molto intensa, emozionale, ricca di colori, di suggestioni, di umori ottimamente resa dall’orchestra d’archi, con il primo violino Argyo Seira, al cui fianco troviamo altri musicisti di talento quali, tanto per fare qualche nome, la vocalist Savina Yannatou, Nikos Paraoulakis al ney (sorta di flauto caratteristico soprattutto della musica tradizionale colta di molti Paesi Medio-Orientali), Stefanos Dorbarakis al kanonaki (strumento cordofono della tradizione classica araba). Dal canto suo la Karaindrou si fa apprezzare in alcuni brani anche come pianista.

Joe Lovano – “Trio Tapestry” – ECM 2615
Ecco l’album che non ti aspetti. Protagonista il grande sassofonista Joe Lovano, di origini siciliane, che dopo aver partecipato a varie registrazioni ECM nel corso degli anni (ricordiamo gli splendidi album a fianco di Paul Motian, Steve Kuhn e John Abercrombie) approda adesso al suo primo album da leader per la casa tedesca, cosa abbastanza strana visto l’eccezionale curriculum dell’artista. Album che non ti aspetti, dicevamo in apertura, in quanto Lovano, ben coadiuvato dalla pianista Marilyn Crispell e dal batterista Carmen Castaldi, si muove su terreni molto più vicini a quella che viene considerata l’estetica ECM piuttosto che ai canoni del jazz propriamente detto (quello afro-americano tanto per intenderci). Ecco, quindi, una musica molto introspettiva, delicata, declinata attraverso undici brani a firma di Lovano che lo stesso sassofonista definisce come “alcune composizioni tra le più intime che abbia mai scritto”. A ciò si aggiunga il fatto che “Trio Tapestry” è tutto giocato sul lirismo e sulla straordinaria intesa fra i tre cementata con la pianista di Filadelfia dalle precedenti collaborazioni e con il batterista dalla condivisione del percorso formativo presso il Berklee College e dai successivi gruppi che li hanno visti suonare l’uno accanto all’altro. Chi fosse a caccia di swing qui non lo troverà, di converso all’interno di strutture ben delineate avrà la possibilità di apprezzare a che grado di rarefazione può giungere la musica se affidata a veri e propri talenti e alla straordinaria versatilità di Lovano che, pur in un contesto stanzialmente cameristico, si esprime sempre con un fraseggio molto fluido e sempre originale.

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DODICILUNE

L’etichetta Dodicilune, fondata e guidata da Gabriele Rampino (direttore artistico) e Maurizio Bizzochetti (label manager) è attiva dal 1996 e dispone di un catalogo di oltre 250 produzioni di artisti italiani e stranieri. Distribuiti nei negozi in Italia e all’estero da IRD, i dischi Dodicilune possono essere acquistati anche online, ascoltati e scaricati su una cinquantina tra le maggiori piattaforme del mondo grazie a Believe Digital. Tra le ultime produzioni ne abbiamo scelte tre che riteniamo particolarmente significative.

Claudio Angeleri – Blues is more
Consentiteci, innanzitutto, di formulare le nostre più vive congratulazioni a Claudio Angeleri che con questo “Blues Is More” firma il suo ventesimo album da leader. Per l’occasione il pianista e compositore bergamasco presenta al suo fianco una batteria di straordinari musicisti: il sassofonista Gabriele Comeglio, attivo sia nel jazz (Yellow Jackets, Randy Brecker e Lee Konitz) sia nel pop (Mina, Battiato e Lucio Dalla); il bassista Marco Esposito, già sodale di Angeleri in diverse occasioni nonché collaboratore tra gli altri di Gianluigi Trovesi, Franco Ambrosetti, Bob Mintzer; il trombonista Andrea Andreoli, attivo con la WDR Orchestra insieme a Bill Lawrence (Snarky Puppy) e Bob Mintzer; il batterista e percussionista Luca Bongiovanni, presente in alcune edizioni di Bergamo Jazz e Iseo Jazz. Ospiti anche la cantante Paola Milzani (in “Monk’s dream”), e il flautista Giulio Visibelli (“Paths”). In repertorio tre riletture di standard, “Dance of the infidels” di Bud Powell, “A new world a comin” di Duke Ellington e “Monk’s dream” di Thelonious Monk e Jon Hendricks, cui si affiancano sette composizioni originali del pianista che vanta una lunga e prestigiosa carriera testimoniata oltre dai già citati album da prestigiose collaborazioni con artisti del calibro di Charlie Mariano, Bob Mintzer, Franco Ambrosetti, Gianluigi Trovesi. Ciò detto bisogna ancora una volta sottolineare come il pianismo di Angeleri, seppur nell’ambito di un moderno mainstream, riesca ad essere allo stesso tempo moderno e originale. Il suo linguaggio è creativo, intelligente, spesso trascinante, corroborato da tanti anni di studio, dai molti album cui prima si faceva riferimento e dall’aver calcato con successo molti e molti palcoscenici. Così’ nel suo pianismo ritroviamo echi di blues (naturalmente), di modale, di musica contemporanea, di funky…il tutto omogeneizzato sì da renderlo un unicum di assoluta originalità. Senza trascurare quella capacità di scrittura che difficilmente rende riconoscibile la pagina scritta dalle improvvisazioni: al riguardo si ascolti con attenzione il basso di Marco Esposito nella title track sax di Gabriele Comeglio in “Paths” e la splendida voce della Milzani in “Monk’s dream”.. per non parlare dei due splendidi piano solo, “la ellingtoniana “A new world is coming” e l’originale “Dixie” che chiude l’album.

Centazzo, Schiaffini, Armaroli – “Trigonos”
Musica certo non per tutti quella proposta da Andrea Centazzo (percussioni, malletkat, sampling), Giancarlo Schiaffini (trombone) e Sergio Armaroli (vibrafono), ovvero tre sperimentatori tra i più acuti della scena contemporanea italiana. In programma dieci brani tutti originali scritti dai tre. E a questo punto crediamo che il quadro della musica contenuta nell’album sia piuttosto chiaro, una musica che non presenta alcun punto di riferimento preciso ma che viaggia da un lato all’altro dell’immaginario triangolo costituito dai musicisti a riaffermare la volontà del singolo di andare al di là di qualsivoglia estetica precostituita, di rifuggire da ogni cliché, di affrontare piste sconosciute alla ricerca del proprio io più profondo. Quindi un’improvvisazione totale che prevede un’immersione completa nei suoni prodotti da ognuno a seconda della propria sensibilità: così mentre Schiaffini mette sul tappeto quell’enorme bagaglio che lo connota e che va dal New Orleans al migliore free-jazz, Centazzo evidenziala sua passione per i suoni profondi, evocativi e Armaroli si muove leggero dispensando pennellate di colore con il suo vibrafono. Il risultato è affascinante, certo alle volte straniante, ma una volta cominciato ad ascoltare “Trigonos” è praticamente impossibile
smettere e così si giunge alla fine in atmosfere sempre ovattate, quasi sottovoce come ad opporsi, rileva nelle note di copertina Paolo Carradori, a quanti oggi usano “parole orrende”. Da sottolineare il coraggio della etichetta salentina nel produrre un album del genere dando così una mano non secondaria allo sviluppo delle “nostre” avanguardie.

Roberto Ottaviano – “Eternal Love”
Da una parte Abdullah Ibrahim, Charlie Haden, Dewey Redman, Elton Dean, lo stesso Coltrane, Don Cherry, dall’altra la musica africana: questi i due poli al cui interno è declinata la personalissima poetica di Roberto Ottaviano, senza dubbio alcuno uno dei migliori sassofonisti oggi in esercizio e non solo sulle scene italiane. La sua è una visione particolare della musica che trascende l’“hic et nunc’ per immergersi in una spiritualità che per l’appunto ritroviamo in alcuni dei musicisti sopra citati e di cui Ottaviano reinterpreta alcuni brani, cui affianca due sue notevoli composizioni. In particolare con questo album Ottaviano tende ad operare una ricerca molto profonda, una sorta di ‘bagno mistico” (così lui stesso la definisce) per far sì che il “Jazz si faccia infine Musica Totale, ma soprattutto travalichi l’idea fine a sé stessa di fare musica per scavare a fondo nel nostro ego e per capire se esiste un noi universale da cui ripartire”. Se queste sono le premesse che hanno spinto l’artista è poi impossibile stabilire se l’obiettivo è stato raggiunto, data la natura totalmente intimista del progetto. Ciò che si può dire in questa sede è che l’album ancora una volta non delude gli estimatori di Ottaviano (e noi tra questi). Per affrontare il delicato compito Ottaviano ha costituito un nuovo quintetto in cui accanto ai ‘fidi’ Alexander Hawkins (piano, Rhodes, Hammond) e Giovanni Maier (contrabbasso), troviamo Zeno De Rossi alla batteria e Marco Colonna ai clarinetti. L’album si apre con la rilettura di un brano tradizionale africano, “Uhuru”, che ci conduce in maniera pertinente alla musica che Ottaviano ci riserva nei solchi successivi. Una musica intimista, suggestiva, ricca di colori, in cui la bravura dei singoli si incastona nelle strutture ampie, disegnate con maestria dal leader. E parlando dei singoli non si può non sottolineare ancora una volta la maestria di Ottaviano che al sax soprano conosce pochi rivali, la capacità di Marco Colonna al clarinetto basso di dialogare alla pari con il leader (lo si ascolti in “Mushi Mushi” di Dewey Redman), l’eccezionale lavoro di Maier anche con l’archetto (in “Eternal Love”, “Until The Rain Comes” di Cherry e “African Marketplace” di Abdullah Ibrahim), lo spumeggiante fraseggio di Hawkins e il supporto sempre imprescindibile di Zeno De Rossi.

I NOSTRI CD. Dalle ristampe musica senza tempo. Dalle novità la conferma del made in Italy

Oscar Brown Jr. – “Between Heaven And Hell” plus “Sin & Soul” – Soul Jam 600912
Nel corso degli anni Oscar Brown Jr. è diventato famoso non solo e non tanto per le sue grandi capacità di vocalist quanto per l’aver assunto determinate posizioni politiche che sarebbero divenute patrimonio di tutta la musica nera al di là di ogni distinzione tra jazz, funk, rap, R&B. In effetti considerare Brown solo come jazzista è piuttosto riduttivo dal momento che lo stesso si è affermato anche come poeta e drammaturgo. Questo album ci restituisce, comunque, Oscar Brown Jr. nella sua veste di eccellente jazzista quale lo si ritrova in due LP, “Between Heaven And Hell” del 1962 e “Sin & Soul” del 1960 con l’aggiunta di tre bonus tracks sempre dei primissimi anni sessanta. Si tratta, in buona sostanza, dei primi due LP incisi da Oscar Brown e che anche per questo assumono una precisa rilevanza storica. In “Sin & Soul” Oscar Brown ha scritto parole e musica della maggior parte dei brani in repertorio; da segnalare come in tre pezzi la musica sia opera di altrettanti personaggi all’epoca emergenti ma che in breve sarebbero diventati celebri: “Work Song” di Nat Adderley, “Dat Dere” di Bobby Timmons e “Afro-Blue” di Mongo Santamaria. Ma è proprio nelle composizioni ascrivibili in toto al vocalist che troviamo i motivi di maggiore interesse con brani emblematici quali “Bid’em In” e “Humdrum Blues” che rappresentano in toto la poetica dell’artista così complessa e così calata nella realtà degli afro-americani.
Nell’altro LP – “Between Heaven And Hell” – possiamo ascoltare dodici brani di cui ben dieci scritti totalmente dal vocalist e due in cui Oscar Brown ha composto la musica su testi di poeti quali Gwendolyn Brooks e Paul L. Dunbar. Notevoli in questo caso non solo l’interpretazione del leader ma anche i preziosi arrangiamenti di Ralph Burns e, in due brani “Mr. Kicks” e “Hazel’s Hips”, di Quincy Jones. Altresì notevoli gli apporti dei solisti quali, ad esempio, il trombettista Joe Newman e il pianista Patti Bown.

Miles Davis – “In Person Friday and Saturday Nights at the Blackhawk” – Poll Winners 27373 2 CD
E rimaniamo negli anni ’60 con queste straordinarie registrazioni di Miles Davis. Questo doppio cd ripropone, infatti, lo storico concerto registrato dal trombettista il 21 e 22 aprile del 1961 al Blackhawk di San Francisco, originariamente pubblicato come “Miles Davis in Person at the Blackhawk Vols. 1 & 2” (Columbia CS8469/CS 8470).
Anche in questo caso sono molti i motivi di interesse. Innanzitutto, dal punto di vista storico, si tratta di una delle pochissime registrazioni di Miles Davis con Hank Mobley al sax tenore (le altre due registrazioni di questo quintetto furono “Someday My Prince Will Come” e “Miles Davis at Carnegie Hall”). In secondo luogo si tratta delle prime performances e relative registrazioni che Miles, alla testa di questo gruppo, abbia effettuato in un club. Inoltre è possibile ascoltare una delle migliori sezioni ritmiche che la storia del jazz possa vantare, vale a dire Wynton Kelly al piano, Paul Chambers al contrabbasso e Jimmy Cobb alla batteria che non a caso hanno suonato e registrato spesso come un trio a sé stante. Dal punto di vista squisitamente musicale non credo siano necessarie molte parole per illustrare la valenza di questa musica e ne era convinto lo tesso Miles che rispondendo ad alcune domande di Ralph J. Gleason, incaricato di scrivere le note di copertina, affermò che non c’era alcunché da scrivere sulla musica dal momento che la stessa parlava da sé. E parlava un linguaggio allo stesso tempo moderno ma legato alle tradizioni, con una front-line in cui Hank Mobley riusciva a dialogare con grande intensità con Miles in uno dei suoi giorni migliori. Il tutto supportato da una sezione ritmica, come si diceva, di assoluta eccellenza. Tutti i brani sono da godere nella loro interezza anche se personalmente ho apprezzato in modo particolare “Walkin’” e “Softly As In A Morning Sunrise”.

Bill Evans – “New Jazz Conceptions” – Poll Winner 27364
Durante questa rassegna di ristampe mi leggerete usare spesso l’aggettivo ‘storico’ ma in taluni casi è davvero indispensabile. Ad esempio come meglio definire questo CD di Bill Evans dal momento che si tratta dell’album d’esordio dell’allora ventisettenne pianista come leader (prodotto da Orrin Keepnews per la Riverside Records RLP-12-223) riprodotto nella sua interezza e comprendente quindi un’alternate take di “No Cover, No Minimum” che chiude la session. Originariamente l’lp, registrato nel settembre del 1956, conteneva undici tracce di cui otto in trio con Teddy Kotick al basso e Paul Motian alla batteria, e tre in piano solo tra cui la prima registrazione del capolavoro di Evans, “Waltz for Debby”. Basterebbero queste poche note per far capire come si tratti di un album che ogni appassionato di jazz dovrebbe possedere e ascoltare con attenzione. Quell’attenzione che evidentemente non prestarono gli ascoltatori dell’epoca dato che il primo anno della sua uscita l’album vendette appena 800 copie. In effetti, anche se Evans stava ancora mettendo a punto il suo stile che avrebbe dato una svolta imprescindibile alla concezione del piano-trio, tuttavia non era certo difficile cogliere le potenzialità di questo straordinario artista. E le possibilità di comparazione erano lì, sotto gli occhi di tutti, dal momento che in questo specifico album Evans poneva il focus della sua ricerca ancora sul grande song book americano proponendo solo poche sue composizioni – “Five” , “Displacement”, oltre ai già citati “No Cover, No Minimum” e “Waltz for Debby”. Quasi inutile sottolineare come a distanza di oltre sessanta anni queste incisioni conservino intatta tutta la loro freschezza, originalità a conferma che la grande musica non conosce confini di spazio o di tempo. Magnifica, in particolare, l’interpretazione di “My Romance” di Rodgers-Hart. L’album è completato da altri sei brani provenienti da due session dello stesso periodo in cui Evans suona con Dick García chitarra, Jerry Bruno basso e Camille Morin batteria nei primi tre, e con Eddie Costa vibrafono, Joe Puma chitarra, Oscar Pettiford basso e Paul Motian batteria negli altri tre. Da leggere, infine, la recensione scritta per Down Beat da Nat Hentoff e fedelmente riportata nel libretto che accompagna l’album unitamente alle note originarie di Orrin Keepnews e ad un ulteriore contributo di Mel Parson redatte per la riedizione del disco.

Maynard Ferguson – “The Birdland Dream Band” – RCA Victor 88985407092
Ancora una ristampa di grande importanza storica e artistica. Siamo a metà degli anni ’50, per la precisione nel 1956, e Maynard Ferguson ha l’opportunità di formare una orchestra stellare significativamente chiamata “Birdland Dream Band” con cui effettua numerose tournée e incide qualche album come quello presentato in questo CD, impreziosito dalla presenza di altri nove alternate tracks non comprese nell’originale LP. Le registrazioni, effettuate alla Webster Hall di New York nel settembre del 1956, evidenziano tutta la potenza interpretativa dell’orchestra. In effetti grazie agli arrangiamenti di personaggi quali Al Cohn, Bob Brookmeyer, Jimmy Giuffre, Ernie Wilkins, Bill Holman, Marty Paich, Willie Maiden, Johnny Mandel, Herb Geller, e a solisti del calibro del trombonista Jimmy Cleveland, dell’altista Herb Geller, del tenorista Al Cohn, del trombettista Nick Travis, del pianista Hank Jones la band raggiunge un successo strepitoso e costituisce di fatto la base di lancio per la prestigiosa carriera da band-leader che avrebbe contrassegnato la vita di Ferguson. Successo, intendiamoci, del tutto meritato come avrete modo di constatare ascoltando l’album. La musica è serrata, lo swing intenso, trascinante, il sound orchestrale compatto, gli interventi solistici perfetti con il leader sovente in primo piano; i brani si susseguono senza un attimo di tregua a declinare un repertorio di assoluto livello in cui figurano, in veste di autori, Al Cohn, Bill Holman, Bobby Brookmeyer, Jimmy Giuffre, Marty Paich, Manny Albam e John Mandel, come a dire una piccola enciclopedia del jazz.

Ella Fitzgerald – “Sings the Cole Porter Song Book” – Poll Winners 27363 – 2 CD
Rimaniamo negli anni cinquanta; Lady Ella è in piena attività, oramai riconosciuta come una delle più importanti vocalist jazz; così si esibisce in tournée attraverso l’Europa e il Nord America, accompagnata dall’orchestra di Duke Ellington e instaura una proficua collaborazione con Louis Armstrong documentata da tre indimenticabili album: “Porgy and Bess”, dedicato all’omonima opera di George Gershwin, e due incisioni di standard jazz, “Ella and Louis” e “Ella and Louis Again”. In questo stesso periodo incide per l’etichetta discografica Verve Records una serie di Songbooks, prodotta da Norman Granz, contenenti le canzoni scritte dai più grandi compositori americani. Questo doppio CD, registrato nel 1956, ci presenta per l’appunto Ella Fitzgerald impegnata nella interpretazioni del song book di Cole Porter. Questa volta l’aggettivo “storico” è quanto mai opportuno: in effetti l’album già nel 2000 entra a far parte del Grammy Hall of Frame e nel 2003 è uno dei 50 dischi scelti dalla Libreria del Congresso per far parte del “National Recording Registry”. In effetti l’album è semplicemente straordinario: Ella è in gran forma, la sua voce è fresca, caratterizzata come al solito da un’ampia estensione e da una perfetta intonazione, sorprendente il suo scat che avrebbe poi costituito parte integrante della sua cifra stilistica, grande la capacità di improvvisazione jazzistica. Assolutamente pertinente l’accompagnamento fornito dalla big band di Buddy Bergman in cui spiccano solisti come i trombettisti Pete Candoli, Harry “Sweets” Edison, Maynard Ferguson, i sassofonisti Herb Geller, Bud Shank, Bob Cooper, il chitarrista Barney Kessel, il contrabbassista Joe Mondragon e il batterista Alvin Stoller. A ciò si aggiunga la bellezza dei temi firmati da Cole Porter: brani come “In The Still Of The Night”, “I Get A Kick Of You”, “Just One of Those Things”, “Begin the Beguine”…tanto per citare qualche titolo, vengono lumeggiati nelle pieghe più remote e riproposte in tutta la loro valenza. Il doppio album contiene come bonus track “Love For Sale” registrato il 29 aprile del 1957 con Don Abney piano, Herb Ellis chitarra, Ray Brown basso e Jo Jones batteria. Ad impreziosire il tutto un ampio libretto con interventi di Alan Guntry, Don Freeman, Norman Granz, Fred Lounsberry.

Oliver Nelson – “The Blues and the Abstract Truth” – The Stereo & Mono Versions – Green Corner 100894 – 2 CD
Oliver Nelson nasce a St.Louis, Missouri, nel 1932 e comincia a suonare il pianoforte all’età di sei anni per passare al sassofono ad undici. Nel 1947 le prime scritture professionali con diverse band nei dintorni di St.Louis, finché nel 1950 entra nella big band di Louis Jordan suonando il sassofono contralto ed occupandosi altresì degli arrangiamenti. Il grande successo arriva nel 1961 quando, dopo sei album come leader, incide per l’appunto “The Blues and the Abstract Truth” (che contiene tra gli altri il famoso “Stolen Moments”, poi diventato uno standard); accanto a lui una serie di musicisti eccezionali quali George Barrow al sax baritono, il trombettista Freddie Hubbard, il sassofonista e flautista Eric Dolphy (alla sua ultima collaborazione con Nelson dopo una serie di registrazioni per la Prestige), Bill Evans al piano (nel suo unico album con Nelson), Paul Chambers e Roy Haynes rispettivamente basso e batteria. L’album ci viene proposto nella duplice versione mono e stereo e la cosa non deve stupire più di tanto ove si consideri che nei primissimi anni sessanta le case discografiche erano solite pubblicare nella duplice versione dato che ancora la stereofonia non era molto diffusa. Dal punto di vista squisitamente musicale, l’album è una vera e propria perla nella discografia di quegli anni; dall’alto della sua perizia di arrangiatore e compositore, Nelson, pur non rispettando la canonica struttura delle 12 battute, si lancia in una profonda esplorazione del blues di cui ci propone una sua particolarissima e brillante visione, in ciò perfettamente assecondato da quei grandiosi musicisti cui prima si faceva riferimento. Il brano più noto e probabilmente il migliore è “Stolen Moments”; dopo una introduzione collettiva è Freddie Hubbard a prendere un convincente assolo, seguito dal flauto di Dolphy e dal sax tenore di Nelson. L’assolo di Bill Evans e la riproposizione corale del tema chiudono il brano. Un’ultima non secondaria notazione: il doppio CD contiene altri due album, “Trane Whistle” (1960), della big band del sassofonista Eddie “Lockjaw” Davis con arrangiamenti di Oliver Nelson e Ernie Wilkins, e “Straight Ahead” (1961) dello stesso Nelson.

Art Pepper – “Smack Up” – Poll Winners 27360
Anche questo album ha una sua precisa caratterizzazione storica: si tratta, infatti, della penultima registrazione effettuata dal sassofonista e clarinettista Art Pepper come leader prima che lo stesso fosse incarcerato a S. Quentino per motivi di droga e tornasse a registrare solo nel 1964. Purtroppo la frequentazione con le droghe fu una costante nella vita di Pepper condizionandolo in maniera decisiva e riducendo in maniera sostanziale le sue possibilità espressive. In altri termini Pepper avrebbe potuto dare molto di più se avesse avuto una vita regolata. Chiaramente influenzato da Charlie Parker all’inizio della carriera, Pepper riuscì a trovare una sua strada nel corso degli anni, specie nel periodo che va dal 1957 al 1960. Ed in effetti questo “Smack Up” venne registrato a Los Angeles nell’ottobre del 1960 in quintetto con il trombettista Jack Sheldon, il pianista Pete Jolly, il bassista Jimmy Bond e il batterista Frank Butler. Nelle note di copertina originarie, scritte da Leonard Feather e riportate nel libretto che accompagna il CD, si può leggere come le doti principali dell’altosassofonista vadano ricercate nella passionale eloquenza anche se chiaramente influenzata da Parker e nell’assoluta originalità del suo sound che lo rendono immediatamente riconoscibile. Molti anni sono trascorsi da quando Feather formulò tali valutazioni ma non si può non essere d’accordo con lui ascoltando questo splendido album in cui Pepper evidenzia appieno la sua complessa personalità, ben coadiuvato da eccellenti compagni d’avventura tra cui in primissimo piano il trombettista Jack Sheldon e il pianista Pete Jolly. Come bonus track l’album contiene l’unico brano della colonna sonora del film The Subterraneans in quintetto co-guidato da Pepper e Sheldon, ed una sessione completa del 1959 in nonetto, con Jack Sheldon e Chet Baker alla tromba, Art Pepper e Herb Geller al sax alto, Stu Williamson al trombone a valve, Harold Land al sax tenore, Paul Moer al pianoforte, Buddy Clark al basso e Mel Lewis alla batteria.

Sonny Stitt, Hank Jones – “Cherokee” – Phono 2 CD
Ecco una ristampa imperdibile per chi ama Sonny Stitt e per chi, più in generale, ama la buona musica. Questo doppio cd riunisce, infatti, quattro sessioni complete nella loro interezza da cui sono scaturiti gli album “Sonny Stitt with The New Yorkers”, “Now!”, e “Salt and Pepper”, così come l’album “Stitt in Orbit” (comprendente altri due brani, non inclusi qui, poiché tratti da una sessione con una formazione diversa) registrati tra il 1957 e il 1963. In tutte queste registrazioni il sassofonista ha al suo fianco il pianista Hank Jones con il quale aveva già collaborato nel 1953 come membri del Buddy Rich Quartet, e, dopo le session qui presentate, non avrebbero registrato insieme fino al 1972 nell’album “Goin’ Down Slow” in quartetto con George Duvivier basso e Idris Muhammad batteria. In tutti i brani qui proposti Sonny Stitt e Hank Jones suonano in quartetto o con Wendell Marshall al basso e Shadow Wilson alla batteria o con Tommy Potter basso e Roy Haynes batteria o ancora con Al Lucas basso e Osie Johnson batteria. Nell’album “Salt and Pepper”, si aggiunge Paul Gonsalves, per la sua unica collaborazione registrata con Stitt mentre la sezione ritmica è affidata a Milt Hinton e Osie Johnson. Dal punto di vista musicale i brani che possiamo ascoltare in queste registrazioni sono un valido esempio del migliore jazz che si suonava in quel periodo. Stitt è in gran forma ed ha già intrapreso la strada che man mano lo porterà a distaccarsi dal suo modello d’ispirazione, Charlie Parker, come dimostrano, tra l’altro, le registrazioni effettuate nel ’60 con Miles Davis. Dal canto suo Hank Jones è nel pieno della maturità espressiva e proprio negli anni sessanta costituisce un suo quartetto, assieme al batterista Osie Johnson, al chitarrista Barry Galbraight e al bassista Milt Hinton che ottiene un clamoroso successo di pubblico e di critica. Come avrete modo di ascoltare il suo pianismo si integra perfettamente con le linee bop tracciate da Stitt per una musica che davvero non conosce l’usura del tempo.

Kai Winding – “Solo + Kai Olé” – Phono 870284
Quella di Kai Winding è stata una sorte piuttosto strana: nonostante nessuno metta in dubbio le sue qualità, tuttavia lo si ricorda soprattutto per le registrazioni effettuate durante gli anni ’50 con Jai Jai Johnson e viene assolutamente trascurata tutta la produzione successiva. Invece questo cd riunisce due album completi degli anni ‘60, che compaiono per la prima volta su CD: “Solo” (Verve V6-8525) e “Kai Olé” (Verve V6-8427). Il primo album, registrato tra gennaio e febbraio del 1963, vede il trombonista alla testa di un combo con Ross Tompkins al piano, Dick Garcia chitarra, Russell George basso, Gus Johnson o Tommy Check batteria. Nel secondo, registrato nel 1961, il trombonista di Aarhus, Danimarca, guida una grande orchestra di dodici elementi arrangiata e condotta da Al Cohn e dal collega trombonista Billy Byers. Nella band spiccano solisti come Phil Woods, Clark Terry, Joe Newman e lo stesso Byers. Dal punto di vista squisitamente musicale, “Solo” si caratterizza per il fatto che Winding, contrariamente a quanto era solito fare in quel periodo, abbandona la formazione con più tromboni e si presenta come unico fiato in quartetto o in quintetto. In tali contesti ha modo di esprimere appieno tutte le proprie potenzialità tanto che ancora oggi l’album viene considerato uno dei migliori registrati da Winding negli anni ’60. Anni in cui Kai incide soprattutto anche album jazz-pop per la Verve Records con il produttore Creed Taylor. Tornando a “Solo”, lo si ascolti particolarmente in “Days Of Wine And Roses”. Diverse le atmosfere ricercate in “Kai Olé” che può essere considerato un album di latin jazz; non a caso in repertorio figurano brani come “Manteca”, “Caribe” e “Besame Mucho”. Winding e compagni esplorano questo linguaggio e trovano piena libertà espressiva servendosi al meglio delle percussioni latine nella mani dell’eccellente Willie Rodriguez. Ma il protagonista è sempre lui, il trombonista danese, che mette in vetrina una sonorità ancora una volta splendida ed un fraseggio sempre fluido e preciso.

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Ajugada Quartet – “Hand Luggage” – Filibusta 1813
Quattro donne per questo Ajugada Quartet al suo debutto discografico: Antonella Vitale voce, Gaia Possenti pianoforte, Giulia Salsone chitarra e Danielle Di Maio sax alto e soprano, con l’aggiunta, in veste di special guest, di Juan Carlos Alberto Zamora armonica, Neney Santos percussioni e Stefano Isola synth. Costituitosi recentemente, il gruppo ha già potuto riscuotere l’interesse del pubblico nei concerti tenutisi alla Casa del Jazz di Roma, al Festival R-Esistenza Jazz presso l’Acrobax a Roma, al Festival del Jazz Teatro di Ostia Lido, Teatro Palladium di Roma Festival delle Compositrici e a “L’Aquila Jazz per le Terre del sisma edizione 2018”. Quindi, se, come si dice, il buongiorno si vede dal mattino non c’è dubbio che sentiremo ancora parlare di questa formazione. Senza alcuna pretesa di sperimentazione né di stupire l’ascoltatore, con molta umiltà e onestà intellettuale (merce oltremodo rara di questi tempi), le quattro artiste si muovono alla ricerca di belle melodie, senza per questo disdegnare la scrittura, con la presenza, quindi, in repertorio di ben sette original. In altre parole il gruppo prende per mano l’ascoltatore e lo conduce in un affascinante viaggio musicale attraverso stili e input differenti: così partendo da un brano di grande jazz come “Kind Folk” di Kenny Wheeler si arriva al Brasile di Egberto Gismonti e a Fito Paez, grande personaggio della scena artistica argentina. L’intesa è notevole: la voce si integra perfettamente in un contesto strumentale in cui piano e chitarra non fanno avvertire la mancanza di una sezione ritmica canonica (basso e batteria) mentre gli interventi degli ospiti appaiono quanto mai centrati e pertinenti. Si ascolti, al riguardo, Juan Carlos Albeto Zamora ne “Il regalo” e in “Livingstone”.

Enrica Bacchia – “E ritorno a casa” – Accordo BGZ/001
Spesso, parlando del mio recente volume “L’altra metà del jazz”, ho detto che una delle interviste che mi aveva maggiormente colpito per la capacità dell’interlocutore di mettersi a nudo era stata quella con Enrica Bacchia. E la capacità di questa straordinaria artista di andare dritta al cuore si manifesta sì con le parole… ma ancor meglio con la musica. Non è certo un caso che la Bacchia sia considerata una delle massime espressioni del canto europeo e se ce ne fosse stato ulteriore bisogno questo album è lì a dimostrarlo. Perfettamente coadiuvata da Massimo Zemolin (chitarra 7 corde), e Stefano Graziani (chitarra) cui si aggiungono in alcuni brani Luigi Sella al sax soprano, Francesco Pollon al pianoforte, David Boato alla tromba e Stefano Panizzo come arrangiatore nel brano di chiusura, la Bacchia affronta un repertorio all’apparenza “leggero” ma proprio per questo difficile da tradurre in qualcosa di completamente diverso dalla pop-routine. Ma la vocalist ci riesce perfettamente aderendo al titolo dell’album. E di un ritorno a casa in effetti si tratta dal momento che dopo aver declinato repertori americani, sudamericani ed europei, questa volta si rivolge a melodie di stampo italico che tutti conosciamo perfettamente. Particolarmente toccante l’apertura affidata a “Se io fossi un angelo” di Lucio Dalla, cantautore in cima alle preferenze del vostro cronista; Enrica affronta il brano con sincera partecipazione e grande trasporto nel raccontare ciò che Dalla voleva dirci con i suoi testi tutt’altro che banali. E l’attenzione ai testi è una costante di tutto il CD sottolineata dal fatto che la vocalist è accompagnata, per quasi tutto l’album, solo dalle corde di chitarra all’interno di un’architettura sonora semplice ma efficace. L’album si chiude con un brano strumentale scritto da Stefano Graziani con il trombettista David Boato in bella evidenza.

Maurizio Brunod – “Nostalgia progressiva” – Caligola 2241
Album di notevole interesse questo firmato da tre fra gli artisti più innovativi del panorama musicale italiano: il chitarrista Maurizio Brunod, il vocalist Boris Savoldelli e il trombettista Giorgio Li Calzi. Più volte ho espresso la mia avversione nei confronti di un uso eccessivo dell’elettronica nella musica; in questo caso, viceversa, siamo di fronte a tre artisti che sanno molto bene come padroneggiare le nuove tecnologie sì da offrire una musica allo stesso tempo moderna ma non slegata dal passato, una musica che suona estremamente attuale ma che allo stesso tempo guarda – con “nostalgia progressiva” – alla stagione d’oro del rock progressivo e della psichedelia. Insomma non un nostalgico ritorno al passato ma una rivisitazione originale di un patrimonio caro a noi tutti. Di qui un repertorio di dieci brani in cui ci sono i King Crimson, i Beatles, Elvis Costello, i Nucleus di Ian Carr… insomma alcuni di quei musicisti che hanno dato vita alla straordinaria stagione che ha caratterizzato l’Inghilterra di fine anni ’60… fino ai Kraftwerk banda tedesca pioniera della musica elettronica e alle italianissime Orme di cui viene riproposto “Gioco di bimba”. I tre si integrano alla perfezione e potendo contare su un tappeto ritmico-percussivo di grande efficacia, affrontano con estrema disinvoltura anche i passaggi più ardui, senza alcuna preoccupazione di andare oltre il limite, di assecondare un facile ascolto lasciandosi andare all’ispirazione del momento. Prova ne sia che l’album, nonostante la sua complessità, è stato realizzato in un solo giorno. Notevole l’equilibrio raggiunto tra le citazioni quasi filologiche di queste immortali melodie e la capacità di improvvisare che riguarda sia il singolo musicista sia il trio nella sua totalità.

Kulu Sé Mama – “Nécessaire de Voyage” – Dodicilune 380
Album gradevole e interessante questo “Nécessaire de Voyage”, primo lavoro discografico del quintetto Kulu Sé Mama. Diretto da Gabriele Rampino (sax tenore e soprano, sound design) e completato da Maurizio Bizzochetti (chitarre), Maurizio Ripa (piano), Maurizio Manca (basso elettrico) e Daniele Bonazzi (batteria). In repertorio 7 brani originali (firmati da Rampino e Ripa) che non difettano certo quanto ad originalità e valenza di scrittura. Ma quel che forse maggiormente colpisce è l’empatia che evidenziano questi musicisti, la facilità con cui si cercano, si trovano e riescono a dialogare su un canovaccio spesso non banale. E la cosa non stupisce più di tanto ove si consideri che il gruppo nasce verso la fine degli anni ’80 ospitando diversi musicisti fino a giungere alla formazione attuale in cui ritroviamo due tra i cofondatori del gruppo vale a dire Gabriele Rampino e Maurizio Bizzochetti. Dal punto di vista musicale, il gruppo si muove lungo direttrici non particolarmente nuove in quanto il suo stile raccoglie input provenienti da diversi generi musicali che oggi vanno per la maggiore, ivi compresi, ovviamente, il jazz. Ma lo fa con originalità e con una certa raffinatezza timbrica. A ciò si aggiunga la buona scrittura e si avrà un quadro completo del perché l’album merita attenzione. Tra i brani vi consigliamo di ascoltare “To the Forgotten” e “Endless Mirror”, ambedue impreziositi dagli assolo di Gabriele Rampino sia al sax tenore sia al sax soprano, mentre nel brano di chiusura – “They Say It’s A Ballad” a mettersi in evidenza è la chitarra di Maurizio Bizzochetti.

Late Sense Quartet – “Meetings” – Improvvisatore Involontario 054
Altro disco d’esordio; a presentarsi al pubblico del jazz è il Late Sense Quartet ovvero Gaetano Santoro al sax, Edoardo Ponzi al vibrafono e marimba, Francesco Marchetti al basso e Mauro Cimarra alla batteria cui si aggiunge in veste di ospite speciale il trombonista Massimo Morganti e un non meglio identificato N2B all’elettronica, probabilmente responsabile della ghost track a chiusura dell’album. Il quartetto si muove lungo direttrici certo non nuove ma percorse con sicurezza cementata da una profonda intesa, dato che il gruppo nasce come trio nel 2015 cui l’anno successivo si aggiunge Gaetano Santoro. Di qui il titolo dell’album che vuole significare la profonda importanza degli incontri e proprio “Meetings fanno notare i musicisti – rappresenta l’incontro fra sensibilità e vite diverse alla ricerca di un minimo comun denominatore che sia il trampolino per creare una musica davvero condivisa”. Ed è proprio grazie a questa intesa che il gruppo riesce a ben districarsi tra atmosfere bop ed un linguaggio che vuole essere più libero, più moderno. Risultato raggiunto appieno soprattutto quando il quartetto diventa quintetto con l’aggiunta di Morganti che si fa ascoltare nella suggestiva “Ballad for my Valentine”, in “Come una rima semplice” (con in bella evidenza anche il vibrafono di Edoardo Ponzi) e nel più movimentato “Broken blue” pezzi firmati i primi due da Marchetti e Ponzi, e il terzo da Gaetano Santoro. Quest’ultimo evidenzia un bel timbro ed una facilità di fraseggio specie quando si trova a dialogare con l’altro fiato. Precisa, mai invadente ma sempre propositiva la sezione ritmica. Insomma un gruppo da cui aspettiamo belle sorprese.

Ugo Moroni – “Pinturas” – Dodicilune 408
Registrato nel giugno del 2017 l’album presenta il chitarrista e compositore campano di adozione bolognese alla testa di una formazione piuttosto ampia (quattordici elementi) ad interpretare cinque brani di cui tre originals cui si affiancano “A Foggy Day” di George Gershwin e “Demon’s Dance” di Jack McLean eseguita in ottetto. Come sottolinea lo stesso Moroni, i titoli dei brani sono ripresi dalle opere di Francisco Goya mentre la copertina è stata realizzata da Korvo appositamente per questo lavoro. Devo confessare che ho dovuto ascoltare diverse volte l’album in oggetto per realizzare un’opinione compiuta. In effetti ai primi ascolti l’album scorreva bene, con la band ottimamente rodata e alcuni brani particolarmente gradevoli… ma c’era qualcosa che non girava a dovere; successivamente ho realizzato che i pezzi in cui a mio avviso la band si esprimeva meglio erano i due standard ben arrangiati e altrettanto ben eseguiti. Ciò significava, quindi, che erano le altre tre composizioni a non convincere pienamente. In altri termini se Moroni evidenzia una certa maturità sia come strumentista sia come band-leader, probabilmente deve ancora approfondire l’elemento compositivo. Certo nessuno si aspetta che i nostri musicisti sfornino capolavori alla Porter o alla Nelson (per citare due autori di cui ci occupiamo in questa stessa rubrica) ma delle composizioni ben strutturate, equilibrate e in cui parti scritte e improvvisazione si integrino senza sforzo almeno apparente, questo sì. Ecco in alcuni passaggi dei pezzi di Moroni mi è parso di percepire qualche forzatura, qualche sbavatura che sono sicuro saranno superati nei prossimi lavori. Un’ultima considerazione: come ho detto centinaia di volte, queste mie notazioni non hanno la pretesa di essere verità assolute, costituendo un punto di vista assolutamente personale.

NovoTono – “Overlays” – ParmaFrontiere 04
Conoscevo già i NovoTono per l’album “Wanderung” registrato nel 2007 in quartetto dai fratelli Ferrari con Federico Cumar al trombone e Luca Serrapiglio al sax soprano.
Adesso ritroviamo il combo che si identifica, però, solo con il duo costituito dai fratelli Ferrari, Adalberto (clarinetto basso, clarinetto, sax soprano, clarinetto contralto) e Andrea (clarinetto basso). L’album, registrato nell’aprile di questo 2018, contiene dodici tracce di cui ben undici originali firmate ora da uno ora dall’altro fratello, e una breve medley costituita da “Odwalla” e “Lonely Woman” scritti rispettivamente da Roscoe Mitchell e Ornette Coleman. Praticamente nudi dinnanzi alla musica, senza il supporto di strumenti armonici e ritmici, i due fratelli se la cavano egregiamente grazie ad un’empatia che si avverte, prepotente, sin dalle primissime note. Senza alcuno sforzo apparente, clarinetto e sassofono si accarezzano, si scontrano, si inseguono in un perfetto equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione; il dialogo è fitto, complesso, ma sempre coinvolgente e soprattutto mai banale; le personalità dei due musicisti sono diverse ma riescono ad integrarsi nel proporre una musica assolutamente personale. Un’ultima notazione tutt’altro che secondaria: splendida la copertina opera di Cristina Crippa, regista e fotografa, che ha immortalato i due artisti in un luogo magico quale la Città Fantasma di Consonno, il borgo che nel 1976 vide naufragare a causa di una frana il tentativo del conte Bagno di costruire in Brianza una Las Vegas nostrana.

Enzo Pietropaoli Wire Trio – “Woodstock Reloaded” – Jando Music Via Veneto 123
E’ il 1969 e dal 15 al 18 agosto si svolge a Bethel, una piccola città rurale nello stato di New York, una manifestazione che sarebbe stata ricordata come la “tre giorni di pace e musica rock”: è il festival di Woodstock che richiama circa 400.000 giovani e a cui partecipano trentadue musicisti e gruppi, fra i più noti del tempo. Quanto sia stato importante questo evento lo dimostra il fatto che è rimasto indelebilmente scolpito nella mente e nel cuore di noi tutti che amiamo la musica. Ad ulteriore conferma ecco questo nuovo album del bassista Enzo Pietropaoli in trio con Enrico Zanisi al piano e tastiere e Alessandro Paternesi alla batteria. In programma otto brani tratti da Woodstock 1969 cui si aggiunge, in chiusura, un original dello Stesso Pietropaoli significativamente intitolato “Back Home”. Ecco quindi “Soul Sacrifice” di Carlo Santana, “With A Little Help From My Friends” magnificamente interpretato allora da Joe Cocker, “Seel Me Feel Me” che ci riporta ai Who… e via di questo passo in una sorta di immaginaria galleria in cui incontriamo Janis Joplin, Joan Baez, Creedence Clearwater Revival, Sly And The Family Stone, Jimi Hendrix… Ma, attenzione, non si tratta di una semplice ripresentazione di cover ché Pietropaoli è musicista troppo bravo ed esperto per cadere in simili banalità. Il progetto è completamente diverso e la stessa struttura dell’organico lo dimostra: Enzo vuole rileggere questi celebri brani alla stregua di un linguaggio più moderno che, nel rispetto assoluto delle valenze originarie, abbia comunque assorbito quanto in campo musicale è avvenuto nel corso di questi decenni. E il risultato è perfettamente raggiunto: i tre si muovono con grande disinvoltura ed empatia evidenziando come si possa fare grande jazz anche rifacendosi ad un repertorio che poco o nulla ha a che vedere con la musica afro-americana.

Sonia Spinello – “Café Society” – abeat 182
Una bella voce perfettamente intonata, giocata prevalentemente sul registro medio, eccellenti capacità interpretative, una spiccata personalità nel riproporre un repertorio assai impegnativo come quello scelto per questo album. La Spinello è andata, infatti, a ripescare alcune perle del songbook americano, brani incisi più e più volte da stelle di primaria grandezza con cui è difficile confrontarsi. Ma la vocalist non è certo tipo da impressionarsi come dimostra l’originale rilettura contenuta nel “Billie Holiday project” (abjz 545) e “Wonderland” (abjz 162), in cui va a rivisitare brani di Steve Wonder e Sting. E lo fa con tale originalità da meritare da parte di “critique award magazine” in Giappone il riconoscimento di miglior disco voce femminile dell’anno 2016. E forse ricorderete che anche il sottoscritto era rimasto particolarmente colpito dall’album tanto da aver votato la Spinello come miglior nuovo talento nell’annuale “Top Jazz” Ma torniamo a questo “Café Society” in cui Sonia è inserita in un quintetto completato da Fabio Buonarota alla tromba (con il quale aveva già collaborato in “Wonderland”), Lorenzo Cominoli alla chitarra, Attilio Zanchi al contrabbasso e Gianni Cazzola alla batteria, come a dire una delle migliori sezioni ritmiche che sia possibile ascoltare nel nostro Paese. Ben coadiuvata da cotanti compagni d’avventura, la Spinello sfodera una prestazione maiuscola; così proseguendo nella linea stilistica che la contraddistingue, la vocalist ancora una volta ha voluto rispettare le melodie originarie sì da farle vieppiù risaltare. E in questo senso particolarmente apprezzabile le interpretazioni di “Love for Sale” di Cole Porter e “Our Love Is Here to Stay” di George e Ira Gershwin impreziosito da una brillante intro di Attilio Zanchi.

Gerlando Gatto

I NOSTRI CD. Tra Jazz e non Jazz

Roberta Brighi L.W. 6Tet – “Lonely Woman” – Caligola 2234

Solo pochi mesi fa, rispondendo ad alcune domande, una jazzista sottolineava come tutto sommato fossero ancora poche le musiciste che si dedicavano al basso. Ebbene nel giro di poco tempo le cose stano cambiando tanto è vero che in questa rubrica sono presenti ben due bassiste: Roberta Brighi, per l’appunto, al basso elettrico e Rosa Brunello di cui ci occupiamo nella successiva recensione. Ma soffermiamoci sulla Brighi. Roberta ha solo 24 anni e ha appena completato gli studi al Conservatorio di Como sotto la guida di Marco Micheli. Evidentemente affascinata dalle teorie armolodiche di Ornette Coleman, presenta un repertorio basato totalmente su quattro album del primo quartetto di Ornette con Don Cherry registrati tra il 1959 e il 1961. Per questa difficile impresa ha chiamato accanto a sé Gianluca Zanello al sax alto, Natan Sinigaglia al sax tenore, Lorenzo Biardone al piano, Andrea Bruzzone alla batteria e Giorgia Sallustio alla voce che i lettori di “A proposito di jazz” forse ricorderanno protagonista di una lunga intervista concessaci durante “Udine&Jazz” 2017. A questo punto credo che sia già possibile farsi un’idea della musica contenuta nel CD: resta, comunque da definire se l’esecuzione sia o meno all’altezza dell’originale. Precisando che si tratta di un repertorio di complessa decifrazione, bisogna comunque dire che il gruppo se la cava assai bene soprattutto per merito della sezione ritmica che riesce a rileggere in maniera intelligente le note di Coleman, con la Brighi sempre presente seppure mai invadente (eccellente l’incipit di “Ramblin”) e il batterista Bruzzone preciso, originale a dialogare magnificamente con gli altri compagni d’avventura tra i quali si segnala il pianista Lorenzo Biardone soprattutto per lo splendido assolo di “Congeniality”. Per quanto concerne i singoli brani, sempre affascinante la “title-track”.

Rosa Brunello Y Los Fermentos – “Volverse” – Cam Jazz 79252

La contrabbassista Rosa Brunello giunge al suo terzo CD da leader (il secondo per la Cam Jazz) alla testa di un quartetto con Luca Colussi alla batteria, Alessandro Presti alla tromba e Filippo Vignato al trombone ed effetti elettronici. L’album, registrato durante un concerto alla Casa della Musica di Trieste il 20 febbraio 2017, è godibile e trova la sua principale ragion d’essere nell’ottimo equilibrio raggiunto tra pagina scritta e improvvisazione e nelle diverse strutturazioni dell’organico che conferiscono al tutto una bella varietà timbrica. Ovviamente il merito maggiore di tutto ciò è della Brunello che, oltre ad aver composto quattro sui sei brani in scaletta, sa guidare con mano sicura il gruppo, oltre che farsi valere come strumentista. Eccola, quindi, in funzione meramente di accompagnamento cesellare poche ma “giuste” note, duettando con la batteria o con i fiati; eccola in veste solistica far cantare il proprio strumento; eccola in veste di leader disegnare le varie atmosfere, connettere il tutto sia concedendo ad ognuno il giusto spazio sia richiamando i quattro ad unisoni di rilevante intensità. In tali contesti spiccano, come si accennava, le qualità individuali di Presti trombettista di rara solidità e di Filippo Vignato, rivelazione degli ultimissimi tempi a costituire una front-line molto efficace con interventi solistici di largo respiro, ambedue in grado di perfettamente dialogare con la batteria di Luca Colussi, che oramai da tempo si è affermato come uno dei più innovativi drummer della sua generazione. I brani sono tutti ben costruiti con una prevalenza, assolutamente soggettiva, per “Christmas Tree” caratterizzato da una illuminante introduzione di Luca Colussi che è anche l’autore del brano.

Danish String Quartet – “Last Leaf” – ECM 2550

Non è facile ascoltare musica del genere sia per la qualità intrinseca della stessa sia per l’assoluto livello dell’esecuzione. In effetti il “Danish String Quartet” è, nel suo genere, uno dei numeri uno a livello mondiale. Dopo aver inciso sempre per la ECM un album pubblicato nel 2016 e dedicato a Thomas Ades, Per Norgard e Hans Abrahamsen, il quartetto torna in pista con questo “Last Leaf” che conferma quanto di buono il gruppo aveva già evidenziato. Il quartetto d’archi, cui in alcuni brani si aggiungono un pianoforte e un harmonium, affronta questa volta un repertorio basato sulla musica folcloristica dei Paesi del Nord Europa. In particolare, come spiegano i quattro musicisti, l’album trae ispirazione da un canto natalizio danese “Now Found Is The Fairest Of Roses” pubblicato nel 1732 dal teologo e poeta danese H. A. Borson. Di qui tutta una serie di riletture, reinterpretazioni di brani che fanno parte della tradizione di quei fantastici luoghi e che, sempre secondo le note che accompagnano l’album, avevano una funzione sociale. Il “Danish String Quartet” è andato a ripescare questi tesori e ce li propone in una veste smagliante, a tratti affascinante, ammaliante senza alcunché tradire dell’originario spirito. E rendere attuali pezzi non classici che hanno alcuni secoli di storia è impresa tutt’altro che semplice. Si ascolti, ad esempio con quanta grazie e maestria è presentata “Dromte mig en drom”, una ballata danese del ‘300, mentre per il suo andamento ritmico si fa particolarmente apprezzare “Shine you no more” scritto da uno dei componenti il gruppo, il violinista Sorensen. Ma ogni singolo pezzo è da ascoltare con la massima attenzione date le molte sorprese che riserva e che si possono scoprire man mano dopo ripetuti ascolti. Il fatto è che, come si accennava in apertura, il “Danish String Quartet” è uno dei migliori ensemble da camera oggi in circolazione: l’empatia tra i quattro è semplicemente stupefacente, serrato lo scambio tra i musicisti, sempre ben calibrate le armonizzazioni, perfetto il controllo ritmico così come il controllo della dinamica. Non a caso nei “pieni” si ha quasi la sensazione di ascoltare un’intera orchestra d’archi e non quattro soli artisti. Insomma un disco imperdibile per chi ama la buona musica al di là delle etichette…ché come avrete già capito in questa circostanza non è proprio il caso di parlare di jazz.

De Mattia, Pacorig, Maier, Giust – “Desidero vedere, sento” – Setola di maiale

De Mattia Suono madre – “Ethnoshock!” – Caligola

Ogni volta che ascoltiamo Massima De Mattia ci chiediamo da quale recondito anfratto della sua anima sgorghi questa musica al tempo stesso così coraggiosa, vitale e assolutamente coerente pur nella sua assoluta estemporaneità. In effetti, come lo stesso flautista ama spesso ripetere, la sua non è tanto ‘musica improvvisata’ quanto ‘creazione istantanea’ ovvero musica composta sul momento e fortemente influenzata da tutto ciò che sta attorno: quindi rumori del traffico, suono di campane, atteggiamento del pubblico e via di questo passo. Se ne volete una prova ascoltate con attenzione il secondo album, “Ethnoshock!”, registrato dal vivo durante ‘Udin&Jazz’ del 2017 che non caso si intitolava per l’appunto “Ethnoshock!”. Già in sede di recensione del Festival avevamo sottolineato come questa performance fosse stata una delle migliori, se non la migliore in assoluto, performance della manifestazione. De Mattia, ben sostenuto da Luigi Vitale vibrafono, balafon ed effetti elettronici, Giorgio Pacorig al Fender Rhodes e Zlatko Kaucic alla batteria e percussioni sfodera una sicurezza ed una visione d’assieme assolutamente straordinarie; il quartetto si muove praticamente ad occhi chiusi senza un attimo di stanca di indecisione. Insomma non possiamo che ribadire quanto già scritto a proposito del Festival di Udine a cui rimandiamo i lettori che volessero ulteriormente approfondire.
Un altro quartetto è il protagonista anche del primo album, “Desidero vedere, sento”. Questa volta De Mattia suona con Giorgio Pacorig al piano, Giovanni Maier al contrabbasso e Stefano Giust alla batteria in una performance registrata dal vivo all’ Angelica – Centro di Ricerca Musicale (art director: Massimo Simonini) di Bologna l’11 ottobre del 2016. Ancora una volta la dimensione live enfatizza le doti non solo di De Mattia ma anche dei suoi compagni di viaggio a costituire un combo di straordinari improvvisatori. Forse non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, ma i quattro si muovono nell’ambito di una dimensione libera, scevra di qualsivoglia condizionamento ma proprio per questo assai pericolosa. Il rischio di cadere nel manierismo, nel deja-vu, nello scontato è dietro l’angolo, può palesarsi in ogni momento: basta un calo di tensione, un input non recepito nel giusto verso e la frittata è fatta, non si torna indietro. Ebbene nulla di tutto ciò si percepisce ascoltando l’album: viceversa vengono in primo piano la passione, la dedizione, la spontaneità, l’onestà intellettuale di questi quattro artisti che non a caso sono oramai considerati tra i migliori improvvisatori non solo a livello nazionale. Di qui una musica certo di non facile ascolto ma sempre innervata da un perfetto controllo della dinamica (ben resa dalla registrazione) e da una sorta di lirismo che non sfugge ad un orecchio allenato anche quando non si appalesa immediatamente ma scorre come sotto traccia.

Kit Downes – “Obsidian” – ECM 2559

Ancora un disco insolito nel catalogo di Manfred Eicher. Protagonista il pianista inglese Kit Downes il quale, dopo aver imparato a suonare l’organo nella cattedrale di Norwich, si è fatto conoscere dal pubblico del jazz sia per le esibizioni del suo abituale trio sia per le numerose collaborazioni con artisti di grosso calibro soprattutto nel campo dell’avanguardia. Per questo debutto in casa ECM come leader – aveva già inciso per l’etichetta tedesca accanto a Thomas Strønen nell’album “Time Is A Blind Guide” del 2014 – si presenta nella veste di organista alle prese con tre diverse tastiere appartenenti agli antichi organi a canne di altrettante chiese: St. John di Snape, nella contea di Suffolk, St. Edmund di Bromeswell ancora nel Suffolk e Union Chapel a Londra. Il repertorio, affrontato in solitudine (eccezion fatta per la presenza del sassofonista Tom Challenger in “Modern Gods”) si basa per otto decimi su composizioni originali dello stesso Downes cui si aggiungono il brano conclusivo scritto a quattro mani con il padre Paul e la tradizionale ballad scozzese “Black Is The Color”. Risultato? Ovviamente anche in questo caso parlare di jazz è inopportuno; parlare di buona musica invece è del tutto pertinente. In effetti Downes, avendo scelto tre strumenti dalle diverse caratteristiche – uno grande (quello londinese, del 1877), uno medio e uno piccolo (in origine un harmonium, quindi senza pedale) – ha modo di estrinsecare appieno le sue potenzialità come strumentista e come fervido compositore-improvvisatore. Le atmosfere disegnate sono prevalentemente pensose, plumbee coinvolgenti nella loro bellezza con Downes, gran sacerdote delle dinamiche, pronto a evidenziare ogni pur minima possibilità espressiva dello strumento tanto da far addirittura ascoltare in “The Bone Gambler” i rumori meccanici dello strumento grazie alla posizione ravvicinata dei microfoni. E per avere un’idea della grande varietà contenuta nell’album basta ascoltare in rapida sequenza il primo e l’ultimo brano: all’ampia regalità di “Kings” registrato a Londra con l’organo grande si contrappone “The Gift” registrato con il piccolo organo della St. Edmund Church, sicuramente il brano più solare dell’intero album.

Michael Mantler – “Comment C’est” – ECM 2537

Avete presente il concetto di musica ‘consolatoria’? Bene, con questo album siamo nel territorio completamente opposto, vale a dire una musica che non solo nulla ha di consolatorio ma anzi si prefigge di illustrare «l’ambiente omnipervadente di odio, avidità e corruzione», facendoci riflettere su alcuni dei mali che affliggono la società odierna, come intolleranza, guerra, commercio, follia… termini, che guarda caso, sono anche i titoli di alcuni dei dieci brani contenuti nel CD. A comporli (musica e testi in francese) è il trombettista Michael Mantler che rende esplicito il suo intento affermando di non essere «più in grado di ignorare eventi mondiali travolgenti ed oltraggiosi». A coadiuvarlo in questa difficile impresa il Max Brand Ensemble diretto da Christoph Cech, il pianoforte di David Helbock e soprattutto la voce della vocalist francese Himiko Paganotti, alla quale è ovviamente affidato il compito più gravoso di rendere al meglio la musica di Mantler. E occorre dire che per il vostro cronista è stata una bella scoperta: figlia d’arte (il padre è il contrabbassista Bernard Paganotti, e la madre la pittrice giapponese Naoko Paganotti) Himiko se la cava egregiamente dando corpo e spessore alle non facili composizioni del leader. Le atmosfere sono gravi – e non potrebbe essere diversamente dati i temi trattati – e richiamano un sound cameristico che solo grazie agli interventi sempre ben calibrati e melodicamente pertinenti di Mantler ci riportano in territori non lontanissimi dal jazz. In quest’ambito il gioco delle dinamiche è essenziale con un alternarsi di vuoti e pieni che rende assai interessante l’ascolto anche perché il Max Brand Ensemble assolve la funzione di fondale su cui si stagliano la voce della Paganotti e gli strumenti di Helbock e di Mantler. A quest’ultimo, al di là della valenza musicale, bisogna riconoscere il coraggio di aver concepito e realizzato un’opera che tende alla riflessione indipendentemente da un qualsivoglia riscontro di pubblico e/o di critica.

Björn Meyer – “Provenance” – ECM 2566

Album di grande suggestione ed interesse questo inciso dal chitarrista Björn Meyer nell’agosto del 2016. In effetti se i dischi per solo contrabbasso non sono infrequenti, non altrettanto si può dire per la chitarra basso, strumento già poco utilizzato anche in contesti diversi dal solo. Non è quindi esagerato affermare che questo CD rappresenta il punto più luminoso di una carriera che ha visto Meyer impegnato su diversi fronti ma sempre alla ricerca, come egli stesso afferma, del proprio ‘suono acustico’ ad onta del fatto che il suo strumento è elettrico. Stabilitosi in Svizzera dalla natia Svezia, Meyer lavora con l’arpista e vocalist persiana Asita Hamidi, con lo svedese Johan Hedin specialista di nyckelharpa, con Anouar Brahem, e per ben dieci anni con il gruppo Ronin di Nik Bärtsch in veste di solista. Adesso, dopo anni di attenta preparazione, eccolo compiere il salto di qualità: prepara un repertorio di dodici brani da lui scritti (ad eccezione di “Garden Of Silence” della già citata Asita Hamidi) e si presenta al giudizio degli ascoltatori per illustrare i risultati di un lungo studio sul rapporto tra sperimentazione sonora e l’acustica dei luoghi. In effetti, anche se il suo strumento non è tecnicamente parlando acustico, tuttavia Meyer afferma esplicitamente che il modo in cui l’acustica del luogo impatta non solo sul suono ma anche sulla stessa maniera di improvvisare è stato per lui sempre motivo di sorpresa e di ispirazione per cui in questo progetto solitario oltre a lui e al suo strumento c’è un altro protagonista ed è il luogo in cui si è svolta l’incisione. Ed il luogo è il celebre Stello Molo RSI de Lugano. Ovviamente non abbiamo la controprova, non sappiamo cioè se la stessa musica registrata in un luogo diverso sarebbe risultata egualmente valida, comunque limitandoci a ciò che si ascolta nell’album, bisogna dire che la presa di suono è semplicemente perfetta: la musica di Meyer, raffinata, si basa molto su dettagli, financo minimi, che nell’album sono resi benissimo. Così la musica si dipana di brano in brano sempre caratterizzata da uno spiccato senso melodico che si evidenzia soprattutto in “Trails Crossing” e “Pendulum”.

Maciej Obara Quartet – “Unloved” – ECM 2573

Di sicuro spessore questo quartetto polacco-norvegese guidato dal sassofonista polacco Maciej Obara, al cui fianco troviamo il connazionale Dominik Wania al pianoforte e due norvegesi, Ole Morten Vågan al contrabbasso e Gard Nilssen alla batteria. Per questo suo album d’esordio in casa ECM Obara ha scritto ben sei dei sette brani eseguiti con l’aggiunta di “Unloved” del grande Krzysztof Komeda, autore preferito del regista Roman Polański. E proprio il regista, assieme al trombettista Tomasz Stańko, rappresenta la principale fonte di ispirazione per questo sassofonista che al suo attivo può vantare una collaborazione proprio con Stańko nell’ambito del “New Balladyna Quartet”. Venendo ai contenuti dell’album, ci sono diversi aspetti da evidenziare. Innanzitutto la felice vena compositiva del leader che, pur privilegiando la ricerca melodica, è comunque riuscito a comporre un quadro a tinte variegate in cui ballad, brani più sperimentali (“Sleepwalker”), ritmi veloci si susseguono senza che l’insieme perda un minimo di omogeneità e coerenza. Particolarmente convincenti, in questo quadro, “One for” splendida ballad impreziosita da un assolo di Wania, “Unloved” porto con rara delicatezza con ancora Wania in bella evidenza, ed “Echoes” in cui, dopo una introduzione di Wania, la scena è conquistata dal sassofonista che si lancia in un lungo e spericolato assolo con alle spalle uno strepitoso dialogo tra batteria e contrabbasso; a chiudere ancora un intervento di Wania. Da quanto già detto, risulta evidente il ruolo di primissimo piano del pianista Dominik Wania sempre sorretto da un’eccellente sezione ritmica elegante, precisa, mai invadente, capace di creare un ricco tappeto musicale su cui innestare gli assolo di pianoforte e sassofono. Ed è proprio il sassofonista Maciej Obara il principale artefice della riuscita dell’album. Obara ha un suono caldo, avvolgente con una punta di malinconia che richiama il jazz nordico, un fraseggio essenziale scevro da qualsivoglia esibizionismo e una spiccata propensione ad ascoltare i compagni di viaggio dando loro adeguato spazio per esprimersi compiutamente. Insomma un bel quartetto di cui sentiremo ancora parlare.

Luca Zennaro – “Javaskara” – Caligola 2237

Album interessante questo inciso dal quartetto guidato dal chitarrista Luca Zennaro e completato da Nicola Caminiti – alto sax, Nicolò Masetto – double bass e Marco Soldà – batteria cui si aggiunge in due brani il bolognese Federico Pierantoni al trombone. In repertorio sette brani scritti tutti da Luca Zennaro eccezion fatta per “Giochi di luce” dovuto alla penna di Marco Tamburini. Il progetto nasce nell’estate del 2016 presso i corsi di alto perfezionamento musicale di Siena Jazz e vede impegnati musicisti giovani, talentuosi e promettenti. In effetti, Luca Zennaro, di Chioggia, ha da poco compiuto 21 anni e sta ancora frequentando il Dipartimento Jazz del Conservatorio di Rovigo, dove ha avuto modo di farsi apprezzare nel suo ultimo anno di insegnamento da Marco Tamburini. Questo è quindi il suo primo album da leader ed anche se si nota qualche ingenuità, qualche momento di stanca, nel complesso questa prova d’esordio è più che positiva tanto da poter affermare, senza tema di smentita, che di questi jazzisti sentiremo ancora parlare. Il gruppo funziona bene e riesce a catturare l’attenzione dell’ascoltatore. Ciò per merito sia della bravura dei singoli, sia degli arrangiamenti in grado di far emergere le potenzialità dei singoli, sia della felice vena compositiva del leader. Così i vari pezzi sfuggono a qualsivoglia sensazione di ripetitività con qualche punta di eccellenza come, ad esempio, in “Ritorno a Baker Street” brano che apre l’album e che viene ripreso in chiusura. Un’ultima notazione concernente il titolo dell’album che ha incuriosito anche il vostro cronista; ebbene il termine “Javaskara” nulla ha a che vedere con una qualche lingua dell’Europa orientale trattandosi, invece, di una versione di ‘giavascara’, parola che nel dialetto dei nonni polesani di Luca significa scapigliato.

I NOSTRI CD. TRA NOVITA’ INTERESSANTI E RIEDIZIONI DI LUSSO

Jon Balke, Siwan – “Nahnou Houm” – ECM 2572

Il pianista e tastierista norvegese si è oramai costruito una solida reputazione come artista capace di frequentare con eguale disinvoltura sia il jazz più moderno, sia la musica antica. Ed è proprio su quest’ultimo versante che si indirizza il suo progetto Siwan nato nel 2007 e sviluppatosi nel 2008. Nel 2009 il debutto per ECM, con l’album “Siwan” che vinse, tra l’altro, il “Jahrespreis der deutschen Schallplattenkritik”, il premio del migliore album dell’anno dai critici tedeschi. Ora Siwan si ripresenta con questo nuovo album caratterizzato dal cambio della vocalist: al posto di Amina Aloui dal Marocco troviamo Mona Boutchebak dall’Algeria. Ma il risultato non cambia di molto dal momento che le linee ispiratrici del progetto rimangono inalterate e cioè far coesistere musica araba, classica andalusa e barocco europeo anche se questa volta i testi, cantati in castigliano, vengono da fonti diverse: il poeta duecentesco Ibn al Zaqqaq, il mistico sufi trecentesco Attar Faridu Din, il drammaturgo madrileno Lope De Vega (1562-1635), San Juan de la Cruz (in realtà Juan de Yepes Alvarez, 1542-1591) carmelitano e doctor mysticus, patrono dei poeti di lingua spagnola. Dal punto di vista prettamente musicale Jon Balke ha voluto dare ancor maggior spessore alla formazione includendo il trombettista Jon Hassell mentre reduci dal primo album ritroviamo, oltre naturalmente a Balke, Helge Norbakken alle percussioni, Pedram Khaver Zamini tumbak e Bjarte Eike violinista e leader dell’ensemble barocco ‘Barokksolistene’. Date queste premesse si può facilmente comprendere come questa musica sia lontana dal jazz assumendo una sua specifica valenza nella straordinaria timbrica che Balke riesce a cavar fuori utilizzando tanti strumenti non del tutto consueti. Di qui la difficoltà di citare un brano in particolare anche si ci ha particolarmente colpiti l’esecuzione a cappella del canto tradizionale andaluso “Ma Kontou”. Insomma un album difficile da decifrare ma altrettanto difficile da trascurare.

Django Bates’ Beloved – “The Study Of Touch” – ECM 2534

Ecco un disco di jazz senza se e senza ma dal momento che vi si trovano tutti quegli elementi che comunemente identificano questo genere: innanzitutto straordinaria abilità tecnica di tutti i musicisti, ritmo, groove, improvvisazione, controllo della dinamica, interplay …e poi un repertorio che ha come stella polare la musica di Charlie Parker. Protagonista il trio del pianista inglese Django Bates completato dallo svedese Frans Petter Eldh al contrabbasso e dal danese Peter Bruun alla batteria. Dopo alcune diversificate esperienze discografiche che lo hanno visto, tra l’altro, nella triplice veste di musicista, arrangiatore e direttore della Frankfurt Radio Big Band in “Saluting Sgt. Pepper” (Edition Records, 2017), Django ritorna al suo vecchio trio costituito nel 2005, quando insegnava al Copenhagen’s Rhythmic Music Conservatory, formazione con cui ha già inciso due album, “Beloved Bird” (2010) e “Confirmation” (2012), entrambi per la Lost Marble ed entrambi tributi espliciti a Charlie Parker, mentre in questo terzo CD il grande sassofonista rimane lì, quasi sullo sfondo, ad indicare la strada che il trio deve percorrere. Ecco quindi undici brani, di cui nove composti da Bates, solo un brano di Parker – “Passport” – e un altro di Iain Ballamy. La musica è spigolosa, serrata, incalzante in cui l’intesa gioca un ruolo di primo piano: interessante notare al riguardo come delle undici tracce di “The Study Of Touch” ben cinque – “We Are Not Lost, We Are Simply Finding Our Way”; “Sadness All the Way Down”; “Senza Bitterness”; “Giorgiantics”; “Peonies as Promised” – fossero già presenti nel precedente album “Confirmation” ad indicare, con tutta probabilità, la volontà di Bates di tornare sui suoi passi per meglio profittare dell’intesa raggiunta con i suoi partners ed espandere così i confini musicali del trio.

Anouar Brahem – Blue Maqams – ECM 2580

Con questo album, pubblicato in occasione del suo sessantesimo compleanno, Anouar Brahem si esprime con stilemi ancora più vicini al jazz propriamente detto, in ciò agevolato dai superlativi compagni di viaggio: Django Bates al pianoforte (su cui vi abbiamo riferito proprio nella recensione precedente) Dave Holland al contrabbasso e Jack DeJohnette alla batteria, come a dire una delle migliori sezioni ritmiche che il jazz possa vantare. In repertorio nove composizioni dello stesso Brahem (di cui due – “Bahia” e “Bom datano 1990 – mentre le altre sono state composte tra il 2011 e il 2017) a sugellare una prova tra le migliori che lo specialista di oud ci abbia finora regalato. Tutto l’album poggia sulla volontà, chiaramente espressa da Brahem, di far interagire il sound della combinazione pianoforte-oud con una vera e propria sezione ritmica jazz. Di qui la scelta di Dave Holland con il quale Anouar aveva inciso venti anni fa l’album “Thimar” in trio con John Surman, di Jack DeJohnette (con il quale viceversa Anouar mai aveva inciso) per la delicatezza e sottigliezza con cui si esprime su piatti e pelli mentre per il pianista la scelta è caduta non già sul partner di sempre (da più di trent’anni) François Couturier ma su Django Bates per la sua liricità e il tocco portentoso. Scelte giuste? A posteriori si può ben dire di sì. La musica scorre fluida a coniugare input provenienti dalle armonie del jazz europeo, dalla tradizione musicale araba, dalle splendide melopee brasiliane, dai ritmi africaneggianti in un costante e ricercato equilibrio fra tradizione e modernità, tra pagina scritta e improvvisazione. E quanto tale equilibrio sia perfetto lo dimostra il fatto che è davvero difficile, se non impossibile, stabilire quali siano le parti scritte e quali quelle improvvisate. Un’ultima notazione: i «Maqams» richiamati nel titolo dell’album sono un riferimento al sistema modale della musica tradizionale araba.

John Coltrane – “Giant Steps” – Green Corner

In termini strettamente musicali non ci sarebbe certo bisogno di presentare quest’album ché si tratta di uno dei capolavori inciso da John Coltrane nel maggio del 1959 alla testa di un quartetto comprendente i pianisti Tommy Flanagan e Wynton Kelly, il contrabbassista Paul Chambers e il batterista Jimmy Cobb. Dal punto di vista storico, fu il suo primo album per la Atlantic Records e il primo interamente costituito da proprie composizioni, nonché l’insieme di registrazioni che segna il definitivo passaggio di Coltrane dall’hard-bop al modale. Insomma una musica che sicuramente tutti gli appassionati di jazz conservano gelosamente nella loro discoteca per cui ci permettiamo di rivolgerci soprattutto a quanti si sono avvicinati al jazz da poco: se ancora non possedete questo album è l’occasione buona per averlo. Non ve ne pentirete dal momento che ascolterete alcune vere e proprie perle della discografia jazzistica di tutti i tempi quali, tanto per citare qualche titolo, la dolcissima “Naima” e il classico “Mr. P.C.”. Al di là della valenza artistica, l’album edito in un numero limitato di copie, presenta un interesse specifico per i collezionisti in quanto presenta i medesimi brani incisi in versione sia mono sia stereo. In effetti, negli ultimi anni ’50, presso le grandi case discografiche era abitudine abbastanza comune registrare ambedue le versioni di uno stesso titolo, differenziandoli con i numeri di riferimento. Ciò perché all’epoca lo stereo era una innovazione molto recente e quindi i relativi mezzi di riproduzione non erano molto diffusi; sappiamo bene come poi sono andate le cose: il mono è andato nel dimenticatoio. Senonché in questi ultimi anni molti esperti e gli stessi musicisti hanno rivalutato il suono mono come più fedele rispetto all’originale. Di qui la scelta di pubblicare le due versioni e sicuramente troverete il raffronto molto, molto interessante.

John De Leo, Fabrizio Puglisi – “Sento doppio”

Album molto interessante questo “Sento doppio” che vede come protagonisti il vocalist romagnolo di Lugo, John De Leo, (al secolo Massimo De Leonardis), una delle figure più rappresentative della nuova scena musicale italiana, e il pianista catanese Fabrizio Puglisi cui si aggiunge in due brani il ben noto trombonista Gianluca Petrella. L’album è disponibile sia in cd che in vinile e nelle due versioni è diversificato da brani alternativi e inedite bonus track. Quali i motivi di interesse cui si faceva riferimento in apertura? Innanzitutto la bravura dei due protagonisti: De Leo è oramai artista maturo, ben consapevole delle proprie possibilità espressive per cui riesce a modulare la sua voce, ad utilizzarla in maniera ora aggressiva ora più dolce ma sempre conferendole mille colori, mille sfumature che la rendono strumento dalle infinite possibilità. E questo tipo di approccio alla musica si sposa perfettamente con il fraseggio di Puglisi, tutt’altro che scontato, grazie anche al modo particolare in cui riesce a preparare il pianoforte. In secondo luogo la scelta del repertorio: 8 brani di cui sei originals cui si sommano una medley di due pezzi composti da Bernstein e Coltrane e la celebre “Crepuscule with Nellie” di Thelonious Monk. Ebbene, sia che affrontino le proprie partiture sia che si misurino con brani già noti, la cifra stilistica dei due non muta: contrariamente a quanto avviene solitamente, qui non si ascolta una voce accompagnata da uno strumento, ma un ensemble nell’accezione più completa del termine. Ovvero due strumenti che si sostengono a vicenda, che si lasciano guidare anche dalle proprie capacità improvvisative e che riescono a produrre un sound unico, originale, a tratti di grande fascino. Quasi inutile sottolineare come gli interventi di Petrella siano sempre di assoluto livello.

Martin Denny – Hypnotique – Jackpot 48778

Afro-Desia – Jackpot 48779

Questi due album sono consigliati soprattutto ai più giovani non tanto come valenza musicale quanto come valore documentaristico sì da avere contezza di quanta musica, diversa per stili e ispirazione, è stata composta nel microcosmo del jazz o comunque di universi a questo linguaggio assimilabili. Siamo alla fine degli anni’50, per la precisione nel 1957, e sulle scene compare un album significativamente intitolato “Exotica”. Responsabile Martin Denny un pianista e compositore newyorkese che intraprende la carriera musicale negli anni cinquanta durante la sua permanenza nelle Hawaii. Proprio ispirato dalla musica di queste isole, Martin inventa una ricetta per palati non troppo esigenti: mescolare ritmi latini, lounge jazz, musica hawaiana, canti di uccelli e strumenti poco conosciuti come il koto (cordofono di origine cinese), ensemble di percussioni di origine indonesiana e le campane dei templi birmani a disegnare atmosfere per l’appunto esotiche. L’iniziativa ottiene un buon successo: nel ’57 esce “Exotica” seguito a stretto giro di posta da altri tre LP, “Exotica 2” sempre del ’57, “Primitiva” e “Forbidden Island” ambedue del 1958. I CD che presentiamo oggi contengono, invece, produzioni del 1959: il primo due album “Hypnotique” e “The Enchanted Sea”, il secondo altri due lp “Afro-Desia” e “Quiet Village”; ambedue le riedizioni presentano come bonus tracks brani tratti dagli altri LP registrati tra il 1957 e il 1959. Fra le trenta tracce non poteva mancare “Quiet Village” di Les Baxter che raggiunse le vette delle classifiche di Billboard e che è stato l’unico brano di grande successo inciso da Denny. L’artista muore il 2 marzo del 2005 all’età di novantatré anni, dopo aver ottenuto nel 1999 il Lifetime Achievement Award da parte della Hawaii Musicians Association per il contributo dato alla diffusione e conoscenza della musica hawaiana

Tom Hewson – “Essence” – CamJazz 7912-2

Inglese, vincitore del Nottingham International Jazz Piano Competition 2014, Tom Hewson è al suo secondo album per la CamJazz ma con una differenza sostanziale. Nel primo, “Treehouse” del 2013, il pianista si esibiva in trio con Lewis Wright al vibrafono e Calum Gourlay al basso, mentre in questo “Essence”, registrato a Vienna, si avventura nella delicata impresa del piano-solo. Ora ben si conoscono le difficoltà insite nell’affrontare una prova del genere e occorre dire che Tom ne esce bene. Certo, niente di veramente nuovo sotto il sole, ma la conferma di un musicista maturo, che riesce a farsi valere non solo come strumentista ma anche come compositore. Non a caso delle undici tracce del disco ben otte sono sue, cui si aggiungono tre brani rispettivamente di Kenny Wheeler, Charles Mingus e John Taylor. Il pianismo di Hewson è interessante soprattutto dal lato armonico in quanto riesce a creare atmosfere sempre diversificate, fluide cui si aggiungono un controllo assoluto sulle dinamiche e sul ritmo, una propensione melodica sempre presente, percepibile in ogni momento, una continua ricerca timbrica e un tocco magistrale che transita facilmente dal delicato al fortemente percussivo. Il tutto supportato da una forte personalità che si estrinseca compiutamente anche quando il pianista inglese interpreta i tre brani altrui cui prima si faceva riferimento. Si ascolti al riguardo il celeberrimo “Goodbye Pork Pie Hat” di Charles Mingus porto con grande partecipazione mentre, per quanto concerne i brani originali, particolarmente azzeccata la title-track di sicura fascinazione.

Alberto La Neve, Fabiana Dota – “Lidenbrock” – Manitu Records

E’ stato pubblicato il 5 dicembre scorso questo “Lidenbrock – Concert for sax and voice”, il nuovo progetto discografico del sassofonista/compositore cosentino Alberto La Neve e di Fabiana Dota, emergente vocalist napoletana su cui si può certamente puntare. Si tratta di un concept album ispirato dalla figura di Otto Lidenbrock, personaggio che nel noto romanzo fantastico di Jules Verne “Viaggio al centro della Terra” riveste il ruolo del personaggio chiave. Di qui una sorta di viaggio sonoro, una suite divisa in quattro parti, tutte composte da Alberto La Neve, che ripercorrono le tappe fondamentali del romanzo: la prima “Dèpart” ovviamente riferita alla partenza da Amburgo; la seconda “Island” racconta l’arrivo dei viandanti nel punto indicato da Verne come ingresso al centro del mondo; la terza, “Sneffels”, è riferita al vulcano attraverso le cui viscere si arriva al mare sotterraneo; “Retour” infine racconta del faticoso ritorno ad Amburgo. Edito dalla giovane etichetta Manitù Records, l’album è difficile da classificare in quanto i due musicisti dialogano con grande disinvoltura disegnando strutture al cui interno trovano posto, sapientemente mescolate, suggestioni derivanti da loop machine, multi effetti e momenti improvvisativi sempre sorretti da un intento descrittivo che il più delle volte raggiunge l’obiettivo. Certo, come più volte sottolineato, affidare alla musica un intento descrittivo è impresa quanto mai rischiosa ed in effetti anche questa volta ci sono dei momenti di stanca, ma nel complesso l’album ha una sua valenza che ne giustifica l’ascolto.

Massimo Manzi – “Excursion” – Notami

Massimo Manzi è tra i più apprezzati batteristi italiani, eppure era da ben dieci anni che non firmava un album come leader. Per questa sua nuova impresa, Massimo ha chiamato Domingo Muzietti alla chitarra e Massimo Giovannini al basso con l’aggiunta di Echae Kang, un’eccellente violinista e vocalist coreana dotata di una solida preparazione di base conseguita nel campo della musica classica. L’album, va detto subito, è quanto mai godibile dal primo all’ultimo minuto grazie al perfetto affiatamento che il trio, guidato da Manzi, è riuscito ad ottenere con la Kang, Così il violino della Echae si sposa magnificamente con il sound del trio creando un’atmosfera davvero intensa, velata spesso da una nota di suggestiva malinconia, non rinunciando ad un gusto retro particolarmente evidente nel brano “Domingo’s Waltz” in cui il richiamo ai gruppi guidati da Stephane Grappelli e Django Reinhardt è evidente. Ma, a parte questa particolarità, il quartetto si muove attraverso un repertorio fatto in massima parte da brani originali scritti soprattutto dal chitarrista Domingo Muzietti con l’aggiunta di alcuni standards affrontati sempre con consapevolezza ed originalità. Della Kang abbiamo già detto; gli altri componenti il gruppo sono tutti jazzisti di vaglia. In particolare Massimo Giovannini al basso si fa notare per il continuo sostegno fornito all’ensemble mentre Domingo Muzietti, come già accennato, ha modo di evidenziare non solo una squisita capacità strumentale ma anche una bella vena compositiva caratterizzata da una costante ricerca melodica; da sottolineare anche la grande intesa con Massimo Manzi cementata da tanti anni di fruttuosa collaborazione. Infine Manzi non è certo una scoperta: il suo drumming preciso, il suo gusto, la sua esperienza, la capacità di ascoltare i compagni di viaggio sono tutti lì, basta ascoltare con attenzione.

Mattias Nilsson – “Dreams of Belonging” – Mattias Nilsson 01

Ecco uno di quei pochi dischi che, appena finito, hai voglia di reinserire nel lettore per scovarne ogni minimo dettaglio, ogni recondita nuance, ogni piega nascosta nell’affascinante pianismo. Mattias Nilsson, svedese classe 1980, si inserisce a buon diritto nel filone dei grandi pianisti ‘nordici’ ossia di quegli straordinari musicisti che sono riusciti a produrre una musica originale caratterizzata dall’incontro fra la tradizione jazzistica e l’humus particolare del Nord Europa, quell’humus fatto di spazi immensi, grandi silenzi e quindi una dolce soffusa malinconia… il tutto condito da una tecnica superlativa data l’importanza che quei Paesi attribuiscono all’educazione musicale. Non a caso Mattias ha ricevuto nel 2013 il prestigioso premio “Swedish Harry Arnold Scholarship”. Questo “Dreams of Belonging” rappresenta il suo debutto discografico come leader e presentarsi, discograficamente parlando, con un ‘piano-solo’ è impresa quanto mai coraggiosa viste le insidie sempre presenti in performances di questo tipo. Ma, evidentemente, Nilsson si conosce assai bene per capire di essere pronto e i fatti gli hanno dato ragione. Come si accennava in apertura, l’album è delizioso, godibile dal primo all’ultimo istante, con le dita di Mattias che volano sulla tastiera a produrre una musica leggera (ma nell’accezione positiva del termine), ossia non appesantita da inutili orpelli, da vani esercizi di retorica stilistica. Il pianista svedese si appalesa così com’è, sensibile, preparato, non immune dal fascino che proviene sia dalla sua terra sia dal jazz. Così in repertorio figurano otto pezzi tratti dalla tradizione svedese, tre composizioni originali di Mattias e una cover di John Hartford “Gentle on My Mind”; in quest’ambito particolarmente suggestiva la title-track.

Northbound – “Northbound” – Cam Jazz 7917-2

Northbound è l’insegna del trio composto da Tuomo Uusitalo al piano, Olavi Louhivuori alla batteria (ambedue finnici) e dall’americano Myles Sloniker al basso, cui nell’occasione si aggiunge l’anglo-canadese Seamus Blake al sax tenore. Ecco, quindi, nuovo di zecca un quartetto che ha molte frecce al suo arco. Innanzitutto la bravura dei singoli: si tratta di quattro musicisti giovani ma che hanno ottenuto significativi riconoscimenti a livello internazionale. In secondo luogo – ed è forse quel che più conta – le modalità espressive. Il quartetto si esprime, infatti, su livelli che potremmo definire introspettivi con armonie spesso dissonanti, linee melodiche tutt’altro che facili od orecchiabili e ritmi inusuali. Di qui una musica spesso sghemba, difficile da prevedere, ma sempre ben equilibrata, con un costante controllo delle dinamiche, frutto di un continuo scambio tra i musicisti che si affidano all’estro del momento, all’empatia che si manifesta in sala di incisione, per assumere alternativamente il controllo delle operazioni. Non c’è quindi alcun leader ma quattro jazzisti che si avventurano su terreni inesplorati in cui il viaggio è di per sé più importante della meta da raggiungere (ammesso che la stessa sia stata programmata). L’assenza di un leader non ci esime, tuttavia, dal sottolineare la costante ricerca timbrica e coloristica di Olavi Louhivuori, batterista-percussionista tra i migliori della nuova scena europea, mentre Seamus Blake dimostra ancora una volta perché su di lui si appunti l’attenzione di importanti etichette. Tra i brani, tutti frutto dei componenti il trio, una menzione particolare la meritano “Gomez Palacio” per il gustoso assolo di Myles Sloniker al basso e il ¾ di “Pablo’s Insomnia”.

Gino Paoli, Danilo Rea – “Tre” – Parco della Musica Records

Amate la canzone francese, eseguita in forma quasi minimale, con arrangiamenti che profumano di jazz? Bene, allora questo è un album imperdibile. Si tratta del terzo CD inciso dal duo Danilo Rea pianoforte e Gino Paoli voce, che fa seguito a “Due come noi che…” e “Napoli con amore” e a, nostro avviso, si tratta dell’album migliore della trilogia. I due hanno scelto un repertorio straordinario incidendo dodici brani tutti di spessore e dovuti ad alcuni tra i migliori compositori francesi del genere quali Charles Trenét, Jacques Breil, Gilbert Becaud, Joseph Kosma, Jack Prévert, Leo Ferrè cui si aggiungono “Non andare via” e “Col tempo”, tradotti in italiano dello stesso Gino Paoli. L’album ti prende sin dalle primissime note e disegna atmosfere di rara suggestione, velate da una diffusa malinconia che la voce di Paoli e il raffinato pianismo di Rea rendono al meglio. Intendiamoci: qui di jazz ce n’è poco, ma poco importa dal momento che la musica è ottima indipendentemente dal suo tasso di ‘jazzità’. Il fatto è che i due protagonisti non devono certo dimostrare alcunché. Gino Paoli è uno dei più grandi cantautori italiani ed è stato tra i primi ad introdurre nel nostro vocabolario musicale la canzone francese, mettendo così la sua arte al servizio di altri. Danilo Rea è uno dei migliori pianisti che l’intero Vecchio Continente possa vantare e che ha trovato la sua peculiare cifra stilistica proprio nel saper padroneggiare, al meglio, il mix tra jazz e altre musiche, soprattutto canzoni e arie liriche. Di qui la grande sicurezza con cui i due hanno affrontato – e superato – questa prova pur impegnativa che, almeno per il momento, dovrebbe concludere questa prestigiosa e fruttuosa collaborazione.

Salvatore Pennisi – “Jexx Machina”

Dopo“Braintrain” del 2012, segnalato in questa stessa rubrica, Salvatore Pennisi si ripresenta con questo album davvero particolare sia negli intenti sia nei risultati. Per capire appieno l’album bisogna innanzitutto evidenziare come Pennisi, oltre che musicista a tutto tondo, è ingegnere elettronico e professore ordinario all’università di Catania dove insegna microelettronica. Di qui il suo interesse per le nuove tecnologie cui si è rivolto per la realizzazione di questo CD. In effetti, come spiega lo stesso Pennisi, se si esclude il valido contributo di Giuseppe Asero al sax registrato in studio, tutto il resto della musica è stato realizzato dallo stesso Pennisi all’interno di un computer. Insomma una sorta di sfida tendente a dimostrare come sia possibile generare “jazz dalla macchina” (da cui il titolo), ricreando mediante la tecnologia suoni acustici per farli convivere con suoni puramente digitali e far confluire il tutto in atmosfere di musica “viva”. Obiettivo raggiunto? Se si ascolta il disco senza le premesse sopra dette, non si ha la sensazione di una musica scaturita da un computer. Quindi sotto questo aspetto Pennisi ha perfettamente raggiunto lo scopo. Ciò detto si tratta di musica qualitativamente rilevante? A parte qualche momento di stanca, inevitabile in un’operazione siffatta, l’album si ascolta con piacere evidenziando alcune punte di eccellenza come in “Sparks” e la title track sorretti da una trascinante carica ritmica o nel suggestivo “A Tangible Thought”. Da sottolineare, infine, come Pennisi non dimentichi il contesto in cui si trova ad operare; di qui l’inserimento di una frase pronunciata da Paolo Borsellino nel giugno del 1992, in cui si salutava con soddisfazione la marcia indietro del Consiglio Superiore della Magistratura che aveva deciso di rimettere in piedi il pool antimafia.

Pollock Project – “Speak Slowly Please!” – Behuman Records

Questo è il quarto album del Pollock Project che da trio è diventato quartetto; così accanto al leader, il pianista, percussionista e compositore Marco Testoni, ritroviamo Elisabetta Antonini (voce, live electronics) e Simone Salza (sassofoni e clarinetto) cui si aggiunge il chitarrista svedese Mats Hedberg. Special guests: Primiano Di Biase al piano, Giancarlo Russo e Guido Benigni al basso. In programma sette originali di Testoni (uno con il testo della cantautrice irlandese Kay McCarthy) e due omaggi a Miles Davis (“So What”) e Frank Zappa (“Watermelon In Easter Hay”). Il risultato è ancora una volta notevole: innanzitutto è rimasto ben strutturato l’equilibrio del gruppo che continua a muoversi con un sapiente e misurato uso dell’elettronica cui si contrappone il sound della voce e degli strumenti acustici, puzzle in cui si inserisce senza problema alcuno il chitarrista svedese Hedberg. All’inizio l’album richiama il sound dei Weater Report poi, nel secondo brano, ecco il richiamo ai Gotan Project … ma il clima è rotto da un intervento di Salza dopo di che, come altre volte, il gruppo si avvia ad assumere quella sua precisa identità che avevamo riscontrato nei precedenti album. Così la musica si mantiene eterea a soddisfare sia l’amante di sonorità più moderne, più caratterizzate dall’elettronica, sia l’appassionato di jazz grazie soprattutto alle sortite solistiche di Simone Salza. E queste caratteristiche il gruppo le conserva anche quando esegue brani assai impegnativi come il davisiano “So What” preso a tempo veloce e impreziosito da una superba performance di Elisabetta Antonini. Comunque il brano che ci ha maggiormente convinti è la title-track una ballad che la dice lunga sulla capacità compositive di Testoni e sulle possibilità interpretative del gruppo.

Maciek Pysz, Daniele Di Bonaventura – “Coming Home” – Caligola 2232

Ecco un album sorprendente! Non si può, infatti, dire che un duo costituito da chitarra (acustica ed elettrica) e bandoneon, nelle mani rispettivamente di Maciek Pysz polacco di stanza a Londra e Daniele Di Bonaventura marchigiano di Fermo, si ascolti ogni giorno. Così come non si può certo dire che la musica prodotta dai due sia banale. La verità è che ci troviamo dinnanzi ad un CD di estrema raffinatezza in cui due specialisti dei rispettivi strumenti si incontrano per fondere le loro voci e dar vita a un qualcosa di sorprendente, per l’appunto. Qui c’è tutta la poesia che la musica possa comprendere, c’è l’empatia che si sviluppa tra due artisti pure di estrazione così diversa ma uniti dal comune amore per i paesaggi, per le atmosfere distese, per le melodie tratte dal folklore, per il tango. Di qui il titolo dell’album, “Coming Home”, un “Ritorno a casa” che viene vissuto dai due musicisti con motivazioni probabilmente diverse ma con lo stesso atteggiamento, lo stesso amore per ciò che si è momentaneamente lasciato ma che si ritrova con dolce piacere. Di qui un repertorio di undici brani tutti originali composti dai due con alcune punte di eccellenza raggiunte laddove i due suonano tango. Senza sapere che gli autori dei brani sono due europei, si potrebbe benissimo pensare che questi tanghi siano stati scritti da argentini tanto forte è la potenza espressiva della musica che sembra nata proprio nei sobborghi di Buenos Aires. Insomma non è un caso che Peter Jones del “London Jazz” l’abbia definito il miglior disco dell’anno.

Thomas Strønen – “Lucus”– ECM 2576

E’ un clima decisamente cameristico quello che si avverte ascoltando le prime note di “La Bella” il brano d’apertura di questo eccellente lavoro. Protagonisti il batterista norvegese Thomas Strønen con Ayumi Tanaka al pianoforte, Hakon Aase al violino, Lucy Railton al violoncello e Ole Morten Vågan al contrabbasso. Da jazzista aperto, intelligente e tutt’altro che conformistica, Thomas abbandona le atmosfere che solitamente caratterizzano il jazz del Nord Europa per addentrarsi su terreni diversi, molto più vicini alla musica colta contemporanea senza tuttavia dimenticare del tutto il background jazzistico. E a scelta dei compagni di viaggio è del tutto in linea con questo obiettivo: Ayumi Tanaka è una giovane pianista giapponese che ha studiato a Oslo, Hakon Aase è un raffinato violinista dalle brillanti capacità improvvisative, Lucy Railton è consideratauna delle migliori violoncelliste del momento mentre Ole Morten Vågan è contrabbassista di punta della nuova scena norvegese. Forte di tali individualità, Strønen, contrariamente ai precedenti album, si è abbandonato ad una scrittura più aperta, cioè ad una scrittura che contemporaneamente consente al leader di esplorare vari territori e lascia ai solisti maggiore libertà a seconda di come sentono la musica al momento in cui si esprimono. E il risultato è sorprendente: il gruppo manifesta un’impeccabile coesione in cui scrittura e improvvisazione si equilibrano in modo da tenere sempre ben viva l’attenzione dell’ascoltatore. I brani sono tutti scaturiti dall’inventiva del leader e presentano, quindi, una forte omogeneità anche se particolarmente interessante ci è parso il pezzo che dà il titolo all’album.

Joona Toivanen Trio – XX – CamJazz 7920-2

Ancora un pregevole album frutto della collaborazione tra l’etichetta italiana CamJazz e i musicisti finlandesi: “XX” è il titolo dell’album inciso a Cavalicco nel maggio del 2017 dal trio del pianista Joona Toivanen completato da Tapani Toivanen al contrabbasso e Olavi Louhivuori alla batteria. I lettori di questa rubrica ricorderanno, probabilmente di come ci siamo già occupati di questo eccellente pianista recensendo sia “At My Side” e “Novembre” rispettivamente del 2008 e del 2014 sempre con la stessa formazione, sia il piano solo “Lore Room” del 2015. In ognuna di queste occasioni avevamo espresso un giudizio assai positivo su Joona sorprendente in ambedue i contesti: trio e piano solo. Quindi la bontà di questo nuovo “XX” per lo scrivente non è certo una novità; anzi! Il trio conferma tutto ciò che di buono aveva evidenziato nei precedenti lavori: la band ha raggiunto un livello di sintesi notevole riuscendo a far convivere le peculiarità del jazz nordico (umori, sapori, una certa malinconia di fondo) con gli stilemi della tradizione jazzistica propriamente detta. Ma probabilmente il merito maggiore del trio consiste nell’esprimersi con grande semplicità sì da far apparire la loro musica estremamente fruibile senza essere banale.
Il trio si muove con grande leggerezza evidenziando una perfetta empatia che consente loro da un canto di preservare quella purezza del suono che da sempre costituisce una delle caratteristiche peculiari del trio, dall’altro di proseguire la ricerca sulla linea melodica e sulla cantabilità con un perfetto equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione. Si ascolti al riguardo sia “Robots” dalle suadenti linee melodiche sia “Mt. Juliet” un vero e proprio gioiellino che chiude l’album, impreziosito da un fitto dialogo pianoforte-contrabbasso.

Tiziano Tononi-“Trouble No More… All Men Are Brothers”- Long Song Records

C’era molta attesa attorno a questa nuova produzione di Fabrizio Perissinotto affidata ai Southbound guidati con perizia dal batterista, compositore, arrangiatore Tiziano Tononi. “Trouble No More… All Men Are Brothers” è una sorta di concept album essendo interamente dedicato alla musica degli Allman Brothers, gruppo di culto che soprattutto negli States rappresenta una vera istituzione. In effetti sia Tononi sia Perissinotto da sempre hanno estrinsecato la loro passione verso la musica di questo gruppo. Così nel 2015 le comuni idee cominciano a sedimentarsi in un progetto ben definito; durante la permanenza a New York per la registrazione di “The Brooklyn Express – No Time Left” dello stesso Tononi, i due incontrano il bassista newyorkese Joe Fondam uno degli elementi di spicco della scena newyorkese avendo tra l’altro collaborato con Anthony Braxton; Fonda è d’accordo e così passo dopo passo Tononi costruisce la formazione chiamando accanto a sé alcuni tra i migliori musicisti italiani quali, tanto per fare qualche nome, Piero Bittolo Bon al sax alto, clarinetto e flauto, Emanuele Parrini violino e viola, l’eccellente e poliedrica Marata Raviglia alla voce e come special guest il compagno di mille battaglie, Daniele Cavallanti, che ci regala un centrato assolo in “Soul Serenade”. Come al solito, quando ci si avventura in un’impresa del genere, l’interrogativo è sempre lo stesso: come omaggiare la musica di un gruppo con una sua precisa identità stilistica? La strada scelta da Tononi è coraggiosa e non a caso ha pagato: il batterista ha completamente ristrutturato la strumentazione sostituendo le due chitarre originariamente nelle mani di Duane Allman e Dickey Betts con due sassofoni mentre al posto della chitarra slide ecco il violino di Emanuele Parrini con la fisarmonica di Carmelo Massimo Torre al posto dell’organo. Insomma un completo ripensamento del modo di eseguire quella musica pur restando fedele alla stessa con un organico che marcia a tutto gas evidenziando una splendida intesa ed una forte capacità improvvisativa di tutti i musicisti chiamati all’assolo. Al riguardo eccezionale come sempre Joe Fonda strepitoso sia in fase di accompagnamento sia in versione solistica.

David Virelles – “Gnosis” – ECM 2526

Altro album, targato ECM, di non immediata lettura ma di indubbio fascino non solo per la qualità musicale ma anche per il progetto che la sottende. Protagonista David Virelles a be ragione considerato uno dei più interessanti pianisti cubani comparsi sulla scena negli ultimi anni. Contrariamente a molti suoi colleghi, Virelles si è dedicato allo studio della musica tradizionale afro-cubana riattualizzandola alla luce della sua ‘moderna’ sensibilità e quindi di un linguaggio improvvisativo contemporaneo. Di qui una serie di album quali “Continuum” (Pi Recordings, 2012) in collaborazione con il vocalist e percussionista Roman Diaz, “Mbókò” (ECM, 2013) e “Antenna” (ECM, 2016). Il titolo scelto per quest’ultimo album, inciso a New York nel maggio 2016, ma concepito nel 2014 ed eseguito in prima mondiale nel novembre 2015 al Music Gallery di Toronto, è “Gnosis” proprio ad evidenziare il riferimento ad una conoscenza collettiva antica, di natura esoterica. L’organico è piuttosto ampio con il leader coadiuvato innanzitutto dal compagno di altre avventure, il vocalist e percussionista Romàn Diaz, e poi un contrabbasso, due fiati, un ensemble di percussioni, una viola e due violoncelli e due voci aggiunte. Di qui una serie di brani che richiamano atmosfere assai diversificate: da “Erume Kondò” di chiara impronta tradizionale al successivo “Benkomo” in cui, specie all’inizio, la musica si fa più rarefatta, il colloquio tra piano e percussioni minimale, il clima molto più vicino alla musica contemporanea anche se inframmezzato da interventi vocali che richiamano un retaggio ancestrale afro-cubano. E questo alternarsi si avverte in tutto il disco: da un lato le percussioni e gli interventi vocali guidati da Ramon Diaz di chiara derivazione africana, dall’altro un contesto classico-contemporaneo disegnato da Virelles che si afferma non solo come pianista ma anche come compositore firmando tutti i brani dell’album. Infine, elemento da non trascurare, la pagina scritta riveste in “Gnosis” un’importanza determinante anche se, ovviamente, non mancano momenti in cui l’improvvisazione la fa da padrona.

Michael Wollny Trio – “Wartburg” – Act 9862-2

La genesi di questo album è ben illustrata da Michael Wollny nelle note che accompagnano l’album per cui preferiamo soffermarci su altri elementi. Innanzitutto la personalità del leader. Punta di diamante della Act, il pianista di Francoforte, passo dopo passo, si è imposto alla generale attenzione di pubblico e critica, grazie ad una tecnica sopraffina e ad una squisita sensibilità che lo porta ad improvvisare con grande naturalezza. Ed è proprio il riferimento all’improvvisazione la cifra che caratterizza lo stile del tedesco. La sua visione della musica è ampia, paragonabile – afferma lo stesso Wollny – al modo in cui parliamo: prima di pronunciare le parole noi non sappiamo esattamente cosa diremo, si tratta, cioè, di una continua improvvisazione. Ecco, lo steso discorso può farsi per la musica nel senso che quando si comincia a suonare può esserci un qualche punto di riferimento circa la melodia, il ritmo e l’armonia ma poi, il risultato finale, dipende da tutta una serie di fattori difficilmente ipotizzabili. E questa alea, questo piacere di rischiare si avvertono tutti ascoltando l’album che alla perfetta empatia già consolidata tra il pianista e i suoi abituali partners (Christian Weber al contrabbasso e Eric Schaefer alla batteria) aggiunge la piena, convinta adesione al progetto di Emile Parisien al sax soprano in due brani. Ma, ovviamente, è il leader a menare la danza: il suo è un pianismo privo di risvolti virtuosistici ma di sicuro ben sorretto da anni di studio cosicché, ad esempio, perfetta appare la padronanza della dinamica e fluido l’incedere nonostante, come si accennava, il linguaggio non sia dei più semplici. Un’ultima ma non secondaria considerazione: Wollny conferma le sue capacità compositive dal momento che molti dei brani sono stati da lui scritti.

I nostri CD. In attesa delle festività natalizie tanta buona musica da ascoltare

Piera Acone & Marco Castelli M&S Band – “La bicyclette” – Caligola 2226
I rapporti tra jazz e canzone francese non datano certo da ieri, dal momento che Parigi è stata per lungo tempo abituale dimora di tanti jazzisti americani. Di qui un filone che mai si è esaurito e che viene riproposto in questo bel disco della vocalist Piera Acone accompagnata dalla M&S Band ovvero Marco Castelli ai sax tenore e soprano, Paolo Vianello al piano, Edu Hebling al contrabbasso e Gabriele Centis alla batteria. Il repertorio è ovviamente tutto incentrato su alcuni classici della canzone francese composti tra il 1936 e il 1938, eccezion fatta per “Sympathique” scritta da Thomas Lauderdale & China Forbes nel 1998. Così accanto alla title track portata al successo da Ives Montand, figurano brani più che celebri come “Sous le ciel de Paris”, “Que reste-t-il de nos amours”, “C’est si bon”… per non parlare di pezzi cantautorali quali “Les cornichons” di Nino Ferrer e “Comment tuer l’amant de ta femme” di Jaques Brel. Acone interpreta il tutto con verve, personalità e sincero rispetto per le melodie originali, pur non rinunciando ad alcune succose personalizzazioni come nel caso di “Mon manège a moi” e “La foule”. Sa a tutto ciò si aggiunge la maestria sassofonistica di Marco Castelli e la sapienza di Paolo Vianello nell’arrangiare l’album, si capisce come ci si trovi dinnanzi ad un disco godibile dal primo all’ultimo minuto. Certo se amate il jazz moderno, le sperimentazioni ardite, le forzature strumentali e/o vocali allora certamente questo non è il disco per voi. Un’ultima considerazione non per questo meno importante: la pronuncia francese della Acone è semplicemente perfetta a conferma dell’interesse che questa vocalist ha sempre coltivato nei confronti della cultura d’oltralpe.

Anthus – “Calidoscopic” – Temps Record 1616
Splendido album di questo vocalist, compositore, arrangiatore catalano giunto al suo terzo CD da leader che lo consacra artista di livello assoluto. Ben coadiuvato da Pol Padrós tromba e flicorno, Max Villavecchia piano, Manel Fortià contrabbasso e Ramón Díaz batteria e percussioni, l’artista presenta un repertorio di dieci brani tutti da lui scritti, con alcune punte di eccellenza come in “Mediterraneum”. E forse non a caso il brano che meglio evidenzia le potenzialità di Anthus anche come compositore prende il nome dal mare che bagna la Spagna, l’Italia e molti altri Paesi. Il fatto è che Anthus, con questo album, si impone alla generale attenzione come uno dei migliori, più completi esponenti di quello che molti definiscono “jazz mediterraneo” ossia una forma espressiva capace di unire input diversificati quali le musiche tradizionali dei Paesi che sul Mediterraneo si affacciano, il pop, il rap, la classica e il jazz ovviamente. E che il jazz costituisce la base su cui l’intera costruzione si basa è dimostrato sia dalla struttura dei brani sia dal fraseggio degli strumentisti con in primo piano il pianista Max Villavecchia a proprio agio tanto con impianti “tradizionali” quanto con linguaggi diversi, più vicini, ad esempio, alla musica araba. Dal canto suo il leader sfodera un vocalismo straordinario, adoperando spesso la voce in funzione strumentale senza articolare verbo ma riuscendo sempre a calamitare l’attenzione dell’ascoltatore. Insomma davvero una bellissima scoperta!

Stefano Battaglia – “Pelagos” – ECM 2CD 2570/71
Immergersi nell’universo sonoro di Stefano Battaglia è impresa tutt’altro che facile: occorre avvicinarsi a questa musica con il cuore aperto, la mente sgombra da qualsiasi pregiudizio e soprattutto la voglia di lasciarsi andare e introitare qualcosa di meravigliosamente oscuro ma altrettanto meravigliosamente affascinante. In effetti Stefano è uno dei musicisti più coerenti e meno banale che abbiamo ascoltato nel corso della nostra storia di cronista e critico. Ogni nota che viene dalle sue dita ha un peso specifico, un ruolo ben preciso nell’ambito del discorso che egli porta avanti con lucida determinazione. Parlare di etichette a proposito della sua musica risulta davvero inopportuno ché tante sono le sponde su cui si rinfrangono le sue composizioni e le sue interpretazioni: dal jazz, alla musica classica, dalle sonorità orientali fino a quelle sperimentazioni di carattere prevalentemente rumoristico che oramai da tempo fanno parte del bagaglio di Battaglia. I due CD ci offrono oltre due ore di musica, eseguita al piano e al piano preparato, tutta giocata su tempi piuttosto lenti e su dinamiche tutt’altro che intense. Battaglia è alla continua scoperta di un filo rosso che lega le sue composizioni (“Pelagos”, “Halap”, “Exklium”, “Migration”, “Mantra” ed Ufratu”), il canto arabo andaluso di “Lamma Bada Yatathanna” e il resto della musica che è “totalmente e spontaneamente improvvisata” come spiega lo stesso pianista milanese nelle note che accompagnano i CD. E il filo rosso è costituito, come si può arguire anche dai titoli dei brani, dal dolente contributo che Stefano vuole offrire al raggiungimento di una soluzione al problema dei migranti la cui cultura non può e non deve essere alternativa alla nostra: possiamo convivere in pace e la musica è lì a manifestarlo nel modo più evidente possibile.

Tim Berne – Incidentals – ECM 2579
Questo è il quarto album dei Tim Berne’s Snakeoil; registrato a New York nel dicembre del 2014, comprende, oltre al leader Tim Berne al sax alto, Oscar Noriega al clarinetto e clarinetto basso, Matt Mitchell al paino ed elettronica, Che Smith batteria, vibrafono, percussioni e timpani cui si aggiunge, nell’occasione, la chitarra elettrica di Ryan Ferreira, con l’obiettivo, spiega Berne, di “raggiungere in qualche modo uno spazio più sonoro”. Inoltre nell’intro di “Hora Feliz” e in “Prelude One” che chiude l’album, si può ascoltare la chitarra del produttore David Torn. Come al solito il livello della musica di Berne è assai elevato per merito sia delle cinque composizioni tutte dello stesso leader (lunghe dai sette ai ventisei minuti) sia della sapienza esecutiva del quintetto. In primo piano, naturalmente, il sax del leader: Berne si incarica di dettare il clima generale che passa da atmosfere assai complesse, dense, in cui le linee tracciate dagli strumenti si intersecano a creare puzzle tutt’altro che banali, ad atmosfere in cui il tutto si dirada ed in queste occasioni è soprattutto Oscar Noriega a salire in primo piano. Così melopee quasi ipnotiche si alternano a frasi sghembe, spigolose sì da rendere praticamente impossibile la distinzione tra pagina scritta e libera improvvisazione. Il tutto mentre il sound della chitarra si integra perfettamente con il sax di Tim, Mitchell si fa ammirare non solo al piano ma anche all’elettronica e la sezione ritmica è impegnata in un lavoro costante, a tratti trascinante, a mantenere mobile, inafferrabile la musica del quintetto.

Franco D’Andrea – “Traditions Today: Trio Music vol.III”
Dopo il primo volume incentrato sull’Electric Tree con dj Rocca & Andrea Ayassot, e il secondo volume con protagonista il Piano Trio con Aldo Mella & Zeno De Rossi, ecco questo terzo volume – in due cd, uno in studio e l’altro live – in cui D’Andrea suona con Mauro Ottolini al trombone e Daniele D’Agaro al clarinetto. Si chiude, così, il progetto discografico Trio Music dedicato al pianista di Merano in occasione del suo settantacinquesimo compleanno e della consegna di un Riconoscimento alla Carriera per il suo percorso artistico e il legame che lo unisce alla Fondazione Musica per Roma. Se dicessimo che l’ascolto dell’album ci ha stupiti diremmo una sesquipedale bugia: conosciamo Franco da oltre quarant’anni e sappiamo benissimo come, ad onta dell’età non proprio verde, egli non sbagli un colpo. Ogni suo album, ogni suo concerto è una delizia per chi ama la buona musica e questo album non fa eccezione alla regola, anzi ché il trio con Ottolini e D’Agaro è attualmente una delle sue formazioni più brillanti. I tre si conoscono alla perfezione e, quel che è più importante, si divertono un mondo a suonare assieme, e questa gioia la comunicano agli ascoltatori. La linea stilistica è oramai ben nota: riuscire a coniugare passato e presente, dimostrare come si possa essere moderni, al passo dei tempi, suonando una musica che appartiene ad un passato anche remoto. Di qui l’esecuzione di brani storici come “I Got Rhythm”, “Basin Street Blues”, “Muskrat Ramble”, “King Porter Stomp”, “St. Louis Blues”, e pezzi più recenti come “Naima” di cui i tre offrono una versione quanto mai originale e convincente.

Dinamitri Jazz Folklore – “Ex Wide – Live” – Caligola 2225
Album sotto certi aspetti straniante ma di sicuro interesse questo in cui i ‘Dinamitri Jazz Folklore’ proseguono la loro ricerca sulla musica africana evidenziandone i rapporti con il blues. Dicevo straniante perché l’album, registrato durante il concerto tenuto all’ExWide di Pisa il 19 dicembre del 2015, si discosta notevolmente da quelle esplorazioni sonore in completa solitudine, alla scoperta di se stessi, che hanno caratterizzato alcuni album del sassofonista tra cui il recentissimo “ReCreatio”; ma si discosta altresì anche dai precedenti album in quanto Dimitri Grechi Espinoza mostra questa volta l’aspetto più gioioso della formazione forse anche a discapito di quella profondità di indagine che aveva distinto i precedenti lavori. Così il repertorio si articola in maniera assai variegata passando dal chitarrista tuareg maliano Ahmed Ag Kaedi al gruppo afro-beat The Daktaris, dallo stesso leader all’altra formazione Tartit proveniente anch’essa dal Mali, fino a giungere a Tony Scott con la sua “African Dance”. Insomma una sorta di rilettura di quelle che sono le radici africane del jazz mescolata alla passione per il funky e il groove: una mistura divertente, spesso entusiasmante e, soprattutto, mai banale. Insomma anche in questo caso Dimitri Grechi Espinoza e i suoi compagni di viaggio (assieme da molti anni) riescono a trovare un buon equilibrio tra il divertimento e l’approfondimento, tra la scrittura e l’improvvisazione, tra l’importanza del collettivo e la specificità dei singoli.

Ferdinando Faraò – “To Lindsay – Omaggio a Lindsay Cooper – Music Center
L’Artchipel Orchestra diretta da Ferdinando Faraò si va affermando, giorno dopo giorno, come una delle più belle realtà del jazz made in Italy. E questo album ne è l’ennesima conferma. Come esplicita il titolo, l’album è dedicato alla figura di Lindsay Cooper, deceduta nel 2013, splendida fagottista, oboista, e attivista politica, membro del gruppo Avant-Prog Rock e Jazz, “Henry Crow” e prima dei “Comus”. Ora, riprodurre la musica di un’artista spesso urticante, sicuramente fuori dagli schemi come Lindsay Cooper non era certo impresa facile; eppure la band l’ha affrontata con grande entusiasmo anche perché Faraò è un grande appassionato della scena jazz e rock inglese degli anni ’70 avendo già eseguito composizioni di artisti quali Hugh Hopper, Alan Gowen, Robert Wyatt, Dave Stewart, Mike Westbrook & Fred Frith. Anche questa volta Faraò è riuscito a a centrare in pieno l’obiettivo. I brani cari alla Lindsay vengono ripresentati con arrangiamenti nuovi, scritti dallo stesso Faraò e basati su trascrizioni di vari musicisti, che riescono a vestire di abiti nuovi composizioni che risalgono agli anni ’80. L’impatto orchestrale è forte, prepotente, sin dall’inizio dell’album con le prime note di “Half The Sky” proveniente dall’ultimo album degli Henry Cow, “Western Culture” del 1978. Ma ascoltare l’album è come rileggere, sempre con estrema pertinenza, alcune delle più belle pagine della vita di Lindsay: così, ad esempio, dall’assolo della danzatrice svizzera Maedée Duprès musicato dalla Lindsay – “Face On” del 1983- proviene “As She Breathes” presentato con un arrangiamento per sole voci, “England Descending” è tratto dall’opera sulla guerra fredda “Oh Moscow” del 1987, frutto del sodalizio con Sally Potter… e via di questo passo sino alla fine dell’album. Da segnalare, infine, la presenza alla batteria di Chris Cutler già a fianco della Cooper negli “Henry Cow” e soprattutto presente nei vari album da cui sono tratti i brani presentati dall’Artchipel Orchestra. Al riguardo da aggiungere che la scaletta contiene anche un brano originale firmato da Ferdinando Faraò.

Tiziana Ghiglioni – “No Baby” – Dodicilune 377
Il già nutrito catalogo della Dodicilune si arricchisce di un altro personaggio di primissimo livello. Lei, Tiziana Ghiglioni, rimane a tutti gli effetti una delle più importanti, originali e dotate vocalist a livello non solo italiano. E questo album ne è l’ennesima riprova… se pur ce ne fosse stato bisogno. Nell’occasione Tiziana si presenta con un trio d’eccezione: Gianni Lenoci al pianoforte è una garanzia dato il curriculum dell’artista pugliese diplomato in pianoforte al Conservatorio “S. Cecilia” di Roma e in musica elettronica al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, dove ha conseguito anche il Diploma Accademico di secondo livello in pianoforte; Steve Potts, ai sax soprano e alto, è ben conosciuto soprattutto per il suo trentennale rapporto con Steve Lacy di cui ha introitato ogni più recondita sottigliezza. Ben coadiuvata da questi due grandi musicisti, Tiziana dà un saggio delle sue straripanti capacità interpretative usando la voce in funzione meramente strumentale o in modo più convenzionale, canonico. Ascoltando i dieci brani contenuti nell’album, di cui ben quattro a firma congiunta Ghiglioni-Lenoci, mai si avverte un attimo di stanca, di deja-vu, di ascoltato. I tre macinano musica a pieno ritmo con una intensità e una consapevolezza davvero uniche, sorretti da una intesa completa che per nulla fa rimpiangere la mancanza del basso. Si ascolti ad esempio con quanta sincera partecipazione i tre dialogano in “Fagan” di Lenoci e Ghiglioni (la quale evidenzia anche un’ottima vena creatrice), con la vocalist che non disegna di mettersi da parte per lasciare spazio ai compagni d’avventura, in particolar modo a Lenoci particolarmente ispirato. Ricca di sfaccettature la riproposizione del classico “Lonely Woman” di Ornette Coleman con il sax di Potts che si staglia sull’ostinato di Lenoci il quale si ritaglia successivamente un convincente assolo mentre la Ghiglioni dopo l’introduzione, si ferma per ricomparire intorno al minuto otto per andare a chiudere con magistrale delicatezza. Ultima segnalazione per “Let Us Live” in cui Tiziana dà veramente un saggio di bravura per il modo in cui lascia emergere tutte le sfumature insite nella composizione di Waldron… ma la cosa non stupisce più di tanto chi ben conosce Tiziana dal momento che Waldron è da sempre uno dei suoi artisti preferiti

Iro Haarla – “Ante Lucem” – ECM 2457
La compositrice/pianista/arpista islandese Iro Haarla è la protagonista di questi interessante album incentrato su una suite in quattro movimenti composta dalla stessa Haarla. La suite è scritta per quintetto jazz e orchestra sinfonica; nell’album accanto alla Haarla pianoforte e arpa troviamo Hayden Powell, tromba, Trygve Seim, sassofoni, Ulf Krokfors, contrabbasso, Mika Kallio, percussioni mentre l’orchestra sinfonica è la Norrlands Operans Symfoniorkester diretta da Jukka Iisakkila. Fatte le dovute presentazioni, parliamo un po’ della musica che non si discosta da quelle che sono sempre state le direttrici su cui si è mossa l’artista islandese. Quindi una non facile ricerca sulla linea melodica all’insegna di un melanconico romanticismo nordico a tratti davvero toccante; un’armonizzazione ricercata, raffinata; una scrittura ben delineata che tuttavia lascia spazio alle parti improvvisate. Ed in effetti il fascino principale dell’album consiste nel modo in cui la Haarla fa interagire il gruppo jazz con l’orchestra sinfonica. Al riguardo è notevole l’omogeneità dell’opera che non soffre della diversa provenienza dei suoi esecutori tutti protesi ad interpretare al meglio le indicazioni del compositore. E l’obiettivo viene raggiunto a pieno ché durante gli oltre sessanta minuti dell’album mai si avverte una qualsivoglia dissonanza tra i jazzisti e l’orchestra sinfonica. C’è da dire, comunque, che in questo caso il clima prevalente è quello sinfonico cui i jazzisti si adattano magnificamente con un Trygve Seim ancora una volta superlativo. Un’ultima notazione: il titolo non si riferisce solo alla lotta tra le tenebre e la luce ma, come spiega la stessa Haarla, “raffigura il nostro pellegrinaggio terreno attraverso le sofferenze, superando le difficoltà e raggiungendo infine la tranquillità dell’animo. Riceviamo la redenzione tramite la luce”.

Vijay Iyer Sextet – “Far From Over “ – ECM 2581
Questo è forse il migliore album che il pianista-compositore abbia finora prodotto confermando appieno i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale quali la nomina del “DownBeat Artist of the Year” nel 2012, 2015 e 2016 e le parole del Guardian che descrivono il suo lavoro come “un vertiginoso pinnacolo di jazz contemporaneo multitasking”. Per questa nuova fatica Vijay si è avvalso della collaborazione di un gruppo di validi improvvisatori quali Graham Haynes cornetta e flicorno, Steve Lehman sax alto, e Mark Shim sax tenore con la solita sezione ritmica costituita da Stephan Crump al contrabbasso e Tyshawn Sorey alla batteria. In programma dieci brani tutti composti dal leader che, attraverso la sua musica, tende sempre più a valorizzare sia ogni singolo componente il gruppo sia il collettivo. Di qui alcuni elementi caratterizzanti l’album: il piano elettrico e l’elettronica nel momento in cui richiamano esperienze passate indicano contemporaneamente una nuova via percorribile dal pianista-compositore indiano-statunitense; i tre fiati conferiscono all’ensemble una ricchezza timbrica che non poteva esserci nel classico trio pianoforte e sezione ritmica; il gioco sulle dinamiche appare molto importante così come la profonda interazione tra i musicisti. A quest’ultimo riguardo Iyer non ha calcato la mano sugli arrangiamenti, sulla pagina scritta lasciando così mano libera ai compagni di viaggio per raggiungere quella valorizzazione del tutto cui prima si accennava. Operazione ovviamente complessa, ma perfettamente riuscita dato che il gruppo mai perde la sua compattezza sia nei brani di ispirazione più canonica come la title tracke, “Nope” o “Into Action” dove fa capolino un’atmosfera funky ben sostenuta dalla batteria di Tyshawn Sorey, sia nelle composizioni più sperimentali e ‘tirate’ come “Down to The Wire” impreziosita dagli assolo del leader e di Soreycome o “Good on The Ground”. Una menzione a parte meritano “For Amiri Baraka” (ovvero Everett LeRoi Jones) per la delicatezza e la sincerità dell’omaggio reso ad uno dei grandi personaggi della storia afro-americana e “Wake” per le atmosfere oniriche, quasi ipnotiche che disegna a differenziarsi notevolmente da tutte le altre composizioni.

Greg Lamy Quartet – Press Enter – Igloo
Lo abbiamo già scritto ma forse è opportuno ripeterlo: in questo momento storico la chitarra, nell’ambito del jazz, è tornata strumento di primissimo piano grazie alle continue produzioni di alcuni grandi artisti oramai affermati a pieno titolo (pensiamo a Ralph Towner, Bill Frisell, John Scofield… tanto per citarne alcuni), e all’apparire di altri talenti come questo Greg Lamy. Anche se non più giovanissimo, il quarantatreenne Lamy, nativo di New Orleans e ‘laureato’ al Berklee College of Music di Boston, esercita oramai la sua attività in Europa, principalmente tra il Lussemburgo e Parigi. Di recente lo abbiamo ascoltato assieme al cantautore Marco Massa di cui abbiamo già parlato molto bene in questo stesso spazio. Adesso Lamy si presenta al pubblico del jazz con un suo nuovo album inciso in quartetto con Gautier Laurent al contrabbasso, Johannes Muller al sax e Jean-Marc Robin alla batteria, vale a dire la stessa formazione che avevamo ascoltato e apprezzato nel precedente lavoro del 2009 “I See You”. Anche in queste seconda prova Lamy conferma le buone impressioni avute ascoltando “I See You”, cioè innanzitutto un profondo radicamento nel blues che lo porta a cercare ed ottenere una certa sonorità che ben si attaglia a quel tipo di espressività. In secondo luogo un’eccellente tecnica che gli consente un fraseggio fluido, scorrevole, giocato principalmente su singole note; a tutto ciò si accompagnano una felice vena compositiva e la capacità di guidare con mano sicura il gruppo, duettando spesso in maniera convincente con il sassofonista Johannes Muller.

Luigi Masciari – “The G-Session” – Tosky Records 018
Ecco in primo piano un altro chitarrista: Luigi Masciari. Dopo le felici avventure con “Emoticons” e “Noise in The Box”, l’artista napoletano si ripresenta alla testa di un trio davvero particolare, con Roberto Giaquinto alla batteria e niente popò di meno che Aaron Parks al piano e piano elettrico, con l’aggiunta, in un brano, della voce di Oona Rea. Parks (classe 1983) ha oramai raggiunto una reputazione di carattere internazionale essendosi fatto le ossa con artisti del calibro di Terence Blanchard e Kurt Rosenwinkel e avendo inciso a suo nome una decina di album tra cui due – “Arborescence” e “Find the Way” – per la ECM. Insomma un pianista con i fiocchi il cui contributo, specie al Fender Rhodes, è risultato decisivo per la bella riuscita dell’album, il cui titolo deriva dal fatto che è stato inciso nello studio G di Brooklyn il 7 dicembre del 2015. Dal canto suo Masciari si riconferma ottimo musicista a 360 gradi: non solo strumentista di livello capace di elaborare complesse linee architettoniche che ben si adattano al diverso clima dei brani e perfettamente in grado, quindi, di transitare da brani veloci a pezzi a tempo più lento, ma anche autore maturo, in grado di sfornare composizioni ben equilibrate e altrettanto ben strutturate in cui gli interventi dei singoli trovano il terreno per esprimere le proprie potenzialità. Si ascolti, ad esempio, l’eccellente lavoro di Giaquinto in “Music Man” anche se, a nostro avviso, i brani meglio riusciti sono “Boogie Blue” in cui Masciari riesce nel non facile compito di coniugare modernità e tradizione e Don’t Touvh My Chords” vero e proprio pezzo di bravura per Aaron Parks.

Stephan Micus – “Inland Sea” – ECM 2569
Ecco altre dieci tracce con cui il multistrumentista di Stoccarda si ripresenta, sempre in solitaria, al suo pubblico che lo segue e lo ama incondizionatamente. In effetti quella di Micus non è musica per palati facili, è musica che parla prevalentemente al cuore con un linguaggio di rara raffinatezza frutto non solo della qualità intrinseca della musica ma anche della sua particolare timbrica dovuta agli innumerevoli strumenti che nel corso della sua carriera Micus ha collezionato e suonato. Non si esagera affermando che partendo dagli strumenti di Micus si potrebbe tracciare una sorta di atlante musicale che abbraccia tutti i continenti. Così anche questo suo ventiduesimo album per la ECM non si discosta da quanto sopra detto ché anzi, già nel titolo, c’è un preciso richiamo agli specchi d’acqua che si ritrovano all’interno delle zone caucasiche e dell’Asia Centrale da cui provengono alcuni degli strumenti usati da Stephan. Di qui un’ulteriore considerazione che si attaglia a tutte le produzioni di Micus: i suoi album non vanno ascoltati prendendo in considerazione i singoli brani, ma accogliendo nel proprio io tutta la musica che il multistrumentista ci propone in una sorta di flusso continuo senza soluzione di continuità. Solo così si potrà gustare in tutta la sua dolce malinconia il modo in cui Micus si appropria di suggestioni provenienti da ogni parte del mondo per unificarle in un unicum di rara bellezza e soprattutto di grande originalità. In effetti il modo di periodare di Stephan, le sue capacità compositive non trovano eguali distanziandosi in maniera netta da qualsivoglia espressione di genere new age…. Così come, d’altro canto, parlare di jazz è del tutto inappropriato.

Roscoe Mitchell – “Bells for the South Side” – ECM 2494/95 2cd
Questo doppio album registrato in buona parte al Museum Of Contemporary Art di Chicago nel settembre del 2015 per celebrare il cinquantesimo anno dell’Art Ensemble of Chicago, ci restituisce un Roscoe Mitchell (classe 1940) in piena forma ad onta degli ottanta anni che inesorabilmente si avvicinano. Il sassofonista di Chicago guida un gruppo di eccellenti musicisti divisi in quattro diversi trii la cui genesi è illustrata dallo stesso musicista nelle note di copertina: uno, con Jaribu Shahid (contrabbasso) e Tani Tabbal (batteria e percussioni), rappresenta il riproporre una collaborazione che aveva visto i tre lavorare assieme nel “Sound Ensemble” a metà degli anni Settanta; quello che vede accanto a Mitchell i due suoi colleghi docenti al Mills College, James Frei (fiati) e William Winant (percussioni varie) nasce nel 2011 in occasione di Angel City Jazz Festival; il terzo annovera Mitchell, Kikanju Baku (batteria e percussioni) e Craig Taborn (piano, organo elettronico); il quarto è completato da Hugh Ragin (tromba) e Tyshawn Sorey (trombone, piano, batteria, percussioni). Questi nove musicisti sono chiamati ad interpretare un repertorio dovuto tutto alla penna del laeder. Di qui un variare di situazioni, di atmosfere che comunque trovano un loro punto di raccordo nell’estetica del leader, che individua nel rapporto tra musica e silenzio la sua principale caratteristica. Quasi inutile sottolineare come il facile ascolto non faccia parte di questo progetto: il sassofonista continua ad essere fedele a sé stesso, proseguendo lungo le direttrici che oramai da molti anni informano la sua carriera. L’atmosfera è chiaramente disegnata sin dal brano d’apertura, il lungo “Spatial Aspects of the Sound”, che alterna momenti di assoluta contemplazione in cui i suoni sono quanto mai diradati a momenti di vera e propria esplosività in cui la batteria gioca un ruolo di primissimo piano. Col procedere dell’album si avverte anche la presenza dell’elettronica sempre dominata dalla mente di Mitchell che anche nella più spericolata improvvisazione rimane sempre lucido, presente: così “Dancing in the Canyon” dopo un lungo dialogo tra percussioni ed elettronica tra Craig Taborn e Kikanju Baku si sviluppa attraverso una sfrenata improvvisazione di tutti e tre i musicisti con un Mitchell letteralmente favoloso al sax soprano. Ma questo è solo un esempio di ciò che potrete ascoltare all’interno di questo doppio CD ché di musica intelligente, senza tempo ne troverete parecchia, fino al conclusivo “Odwalla” vecchio cavallo di battaglia dell’Art Ensemble of Chicago.

Marilena Paradisi, Kirk Lightsey – “Some place Called Where” – Losen Records 187-2
Nella scala delle nostre personalissime preferenze Marilena Paradisi è artista che occupa una posizione di rilievo. La seguiamo da tempo e troviamo che mai abbia sbagliato un colpo, ivi compresi quegli album di straordinaria sperimentazione con cui la vocalist ha rischiato molto, uscendo comunque ulteriormente rinforzata dalla difficile prova. Oggi, infatti, Marilena è artista matura, ben consapevole dei propri mezzi espressivi e quindi perfettamente in grado di affrontare qualsivoglia repertorio. Quest’ultimo album, straordinario, in duo con una vera e propria icona del jazz quale il pianista Kirk Lightsey, ne è la piena conferma. Affrontando un repertorio di otto brani, firmati da alcuni dei più grandi esponenti del jazz (da Mingus a Mal Waldron, da Ron Carter a Wayne Shorter… tanto per fare qualche nome) la vocalist dialoga in maniera superlativa con il pianoforte di Kirk: mai un fraseggio, fuori posto, non una singola nota senza un suo specifico peso, nessuna forzatura. Di qui una musica delicata, mai banale, che si insinua dolcemente nell’animo di chi sa ascoltare, con la voce di Marilena che disegna atmosfere di grande suggestione e il pianoforte di Lightsey che evidenzia ancora una volta la sua dimensione orchestrale. Comunque ciò che maggiormente affascina dell’album è la perfetta intesa stabilitasi tra i due che si percepisce immediatamente, la complicità, il sapersi comprendere, il piacere di suonare assieme. I brani sono tutti interessanti anche se ce n’è uno che merita una particolare menzione se non altro per il modo in cui è nato: la scaletta è stata condivisa dai due ma Kirk ha proposto a Marilena una sua composizione, ‘Fresh Air’, incitandola a scriverne i testi di cui fino a quel momento era orfana. La Paradisi ha accettato e ne è nata una piccola perla anche perché Kirk ci regala un bell’assolo al flauto. Insomma un album imperdibile!

Chris Potter – “The Dreamer Is The Dream” – ECM
Questa estate abbiamo avuto modo di riascoltare dal vivo Chris Potter e ne abbiamo ricavato la medesima ottima impressione avuta durante i concerti e ascoltando i suoi dischi. Chris è oramai da considerare uno dei migliori sassofonisti sulle scene internazionali essendo dotato di tutte quelle doti che fanno di un musicista un grande artista: tecnica sopraffina, sound originale, fraseggio liquido e articolato, abilità nello scegliere i compagni d’avventura e nel condurre un gruppo, capacità improvvisativa e per ultima, ma non certo per importanza, grande sapienza compositiva. In questo terzo album targato ECM e registrato in quartetto con David Virelles al piano e alla celeste, Joe Martin al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria, c’è un’evidente esplicazione di quanto sopra detto. E cominciamo dal repertorio: in programma sei brani tutti a firma di Chris e tutti contrassegnati da originalità e lirismo; basti ascoltare la delicatezza della linea melodica disegnata in “Heart in Hand” o il senso della costruzione con cui Potter ha concepito la title trcke. Sotto il profilo esecutivo Potter è un vero e proprio maestro, comunque per chi nutrisse ancora qualche dubbio gli consigliamo di ascoltare con attenzione l’intro di “The Dreamer Is The Dream” in cui Chris si cimenta al clarinetto basso o “Memory and Desire” in cui il leader dà ampia dimostrazione della sua versatilità con un brillante assolo al sax soprano. Quanto alla capacità di scegliersi i compagni di viaggio, tutti i componenti del gruppo hanno modo di mettersi in luce. Così il pianista David Virelles, di origine cubana, ci regala uno strepitoso assolo in “Yasodhara” il brano più sghembo ma forse proprio per questo più interessante dell’intero album. Dal canto loro Marcus Gilmore si pone in bella evidenza in “Ilimba” mentre Joe Martin evidenzia tutta la sua bravura nell’esposizione del tema di “The Dreamer Is The Dream”.

Projeto Brasil – “Projeto Brasil de Antonio a Zé Kéti” – ARTBHZ
Abbiamo ricevuto questo DVD solo ora e quindi ci affrettiamo a segnalarvelo in quanto farà la gioia di quanti amano la musica brasiliana. Protagonista il trio “Projeto Brasil” composto da Célio Balona alla fisarmonica, Clóvis Aguiar al pianoforte e Milton Ramos al contrabbasso. I tre si muovono lungo coordinate ben precise: presentare un repertorio variegato che comprende proprie composizioni ma soprattutto riletture dei grandi compositori brasiliani, attraverso arrangiamenti moderni caratterizzati da una sonorità particolare, sonorità raggiunta soprattutto attraverso l’organico inusuale e il ruolo fondamentale della fisarmonica. Balona e compagni hanno cominciato a lavorare assieme nel 2006 e con questo progetto hanno girato il mondo ottenendo ovunque un clamoroso successo. Nel marzo del 2007 sono stati i protagonisti di uno show al teatro Sesiminas di Belo Horizonte con la partecipazione dell’Orquestra de Cordas diretta dal maestro Geraldo Vianna e del balletto di Lelena Lucas. Ed è per l’appunto questo spettacolo che si può apprezzare nel DVD in oggetto. La musica –ma la conosciamo tutti – è semplicemente superlativa così come l’interpretazione fornita dal trio seppure nell’ambito di una grande orchestra d’archi. Molti i brani degni di menzione anche se i due che ci hanno particolarmente colpiti sono “Velas Içadas” di Ivan Lins e Vitor Martins e la sempre struggente “Beatriz” di Edu Lobo e Chico Buarque, impreziosita nell’occasione da una performance di danza.

Alessandro Rossi – “Emancipation” – CamJazz 3319-2
Per chi segue con attenzione anche le nuove tendenze del jazz, la bontà di questo album non costituirà una sorpresa. In effetti Alessandro Rossi, passo dopo passo, si è costruita una solida reputazione sia come batterista sia come compositore: dopo le esperienze in Conservatorio sotto la guida di Andrea Dulbecco, ha proseguito gli studi prima a Milano e poi a New York avendo come maestri nomi quali Jeff Ballard, Clarence Penn e Nasheet Waits. Nel 2009 il suo primo album ed ora questo “Emancipation” in cui Rossi si presenta in quartetto con Andrea Lombardini al basso elettrico, Massimo Imperatore alla chitarra e Massimiliano Milesi ai sassofoni e al clarinetto. L’album illustra assai bene il percorso compiuto dal musicista. Innanzitutto una scrittura al tempo stesso inventiva e rigorosa nel cui ambito trovano posto riferimenti al passato così come input provenienti dalle correnti più moderne anche al di fuori del jazz propriamente detto. Di qui l’inserimento di elementi elettronici in contesti sostanzialmente acustici, di qui il tentativo di abbattere qualsivoglia barriera stilistica per suonare con molta libertà, ‘emancipazione’ per l’appunto da qualsiasi etichetta. Dal punto di vista esecutivo, Rossi evidenzia una gran tecnica e un superlativo controllo della dinamica oltre alla capacità di guidare il gruppo con mano sicura. E i suoi compagni rispondono ‘presenti’ alle chiamate del leader con un’intesa che mai viene meno. Si ascolti, ad esempio, con quanta sicurezza affrontano “Punjab” di Joe Henderson impreziosito dagli assolo di Imperatore e Milesi, come sono capaci di rimodulare “Lithium” dei Nirvana in una versione piuttosto estremizzata e come affrontino in “Free Spirit” territori molto vicini al free senza per questo alterare l’equilibrio dell’insieme.

Diego Ruvidotti – “Simply Deep” – Music Center
‘Simply Deep” spiega il trombettista Diego Ruvidotti è per me “una predisposizione dell’animo nell’affrontare la vita, dunque anche la musica come sua proiezione. La semplicità di esprimere sinceramente ciò che siamo, di comunicare con trasparenza e di dialogare con il mondo in modo profondo e coraggioso”. Una dichiarazione di intenti abbastanza precisa che ci introduce ad un approccio verso la musica che non consente inutili orpelli, forzature, cervellotiche sperimentazioni. Obiettivo raggiunto? Direi proprio di sì. Il quartetto “Dream Machine”, completato da Alessandro Bravo al piano, Alessandro Bossi al basso elettrico e Fabio d’Isanto alla batteria, è registrato dal vivo al ‘Ricomincio da tre’ di Perugia e, si muove lungo direttrici ben individuabili. Vale a dire una profonda conoscenza della storia del jazz ivi comprese le più moderne tendenze e il desiderio di coniugare passato, presente e futuro in una miscela tanto originale quanto perfettamente fruibile. E così tutte e dieci le composizioni contenute nell’album, a firma del leader, si ascoltano con piacere essendo possibile trovare in ognuna delle componenti di originalità. Così alla sognante linea melodica di “Very Cris’ Song” cesellata dal piano di Alessandro Bravo e soprattutto della title tracke con un sontuoso dialogo tra pianoforte e contrabbasso imitati subito dopo da tromba e percussioni, si contrappone l’andamento quasi funky di “Voiceless Rap”, mentre in “Fastol” la tromba di Ruvidotti sembra ispirarsi a stilemi propri del be-bop. Ma forse le cose migliori sono raccolte nei tre episodi della suite ”Beyond The War” in cui Ruvidotti dà libero sfogo alle sue capacità interpretative adoperando con egual maestria tromba e flicorno.

Zeppetella, Bex, Laurent, Gatto – “Chansons!” – VVJ 113
Un titolo semplice ma estremamente esplicativo: “Chansons!” ovvero “Canzoni” detto alla francese in quanto l’album è imperniato su brani tratti per lo più dalla grande canzone d’autore italiana e francese. Il quartetto, anch’esso italo francese, è di gran classe: Fabio Zeppetella chitarra, Emmanuel Bex organo e voce, Gèraldine Laurent sax alto e Roberto Gatto batteria sono tutti jazzisti che non hanno bisogno di ulteriori presentazioni data la loro fama. In questa situazione i quattro si esprimono al meglio legati da un idem sentire, vale a dire dalla voglia di riproporre pezzi ben conosciuti ma trascolorati attraverso una propria originale visione. Ecco quindi dopo una partecipata versione de “E la chiamano estate”, tutto sommato abbastanza vicina all’originale, una “Bocca di Rosa” di De André filtrata attraverso le maglie prima del sassofono della Laurent e poi dell’organo di Bex e della chitarra di Zeppetella che la destrutturano quasi del tutto. “Buonanotte fiorellino” di De Gregori gode di un trattamento più dolce, volutamente assai breve, affidato alle ance della Laurent. Due i brani scelti dal repertorio di Pino Daniele: “A me piace ‘o blues” la cui linea portante è disegnata in maniera fedele da Zeppetella interrotta solo da un eccellente assolo di Gatto; “Napule è” si avvale di una toccante interpretazione di Bex con voce fitrata dall’elettronica, ben sostenuta dalla Laurent veramente in palla in ogni brano. Il coté italiano si conclude con una “Luna rossa” presentata in versione latineggiante. Il ‘versante’ francese si apre con l’indimenticabile “Avec le temps” di Leo Ferré interpretato in modo del tutto fedele all’originale mentre trasfigurato dall’organo di Bex e dalla chitarra di Zeppetella è il successivo “C’est si bon” che si fatica a riconoscere. Versione piuttosto canonica quella di “L’été indien” e “Le temps des cerises”; l’album si conclude con una scoppiettante versione di “Le bon dieu” di Jacque Brel con l’intero quartetto in bella evidenza.