RASSEGNA “PIANISTI DI ALTRI MONDI” – Società del quartetto di Milano

Se la celebrata rassegna concertistica curata dalla milanese “Società del Quartetto” fosse paragonabile a un largo fiume tranquillo, che scorre imperturbabile da anni, avremmo allora assistito, domenica 19 gennaio 2020, allo scoccare delle ore 11, a un piccolo miracolo orografico: la nascita di un nuovo affluente. Parliamo di “Pianisti di altri mondi” , rassegna in otto appuntamenti curata da Gianni Morelenbaum Gualberto, inaugurata dal concerto solistico di Vijay Iyer, pianoforte. Con questa nuova importante appendice possiamo dire che il “Quartetto”, fino al sabato istituzione nobilmente conservatrice, si apre a una descrizione della modernità più completa, a una delineazione di paesaggi sonori naturali più esaustiva. Scriveva Pasternak: ”Le correnti moderne immaginavano l’arte come una fontana, mentre è una spugna”. Vale anche per le stagioni concertistiche? Accanto alla musica come “città eterna”, rifugio agli errabondi, museo e reminiscenza, c’è la musica “viarum regina” che sperimenta, rischia, esplora ed è bello – oltre che necessario – che le due anime siano fasi di un medesimo movimento pendolare, respirino dallo stesso polmone. Saprà Milano tener fede alla propria fama di città veloce e dinamica, rispondendo a questa opportunità come merita? Intanto, la scelta del concerto inaugurale è caduta su un artista speciale. Di famiglia tamil, emigrato negli USA dove ha compiuto anche studi matematici di alto livello, Vijay Iyer, che incide per le etichette Act e ECM, ha elaborato uno stile musicale personale. Il concerto, lo dico subito, è stato impressionante. L’artista è latore di una tecnica ‘materica’ non facilmente omologabile. Pare un nuovo Jean Fautrier, il pittore che dissolve il proprio pensiero analitico nell’informale, puntando a far germinare la più lucida emozione attraverso passaggi alchemici. È il classico musicista, Iyer, che non tollera l’ascolto distratto e modella la pasta sonora momento per momento, vergando in ogni anfratto la firma inconfondibile della propria individualità. Con lui tutto è razionale e al tempo stesso imprevedibile. Come i celebri ‘Otages’ del sopracitato artista francese, le composizioni/frattali di Iyer sono autonome, ben connotate individualmente ma comunicano all’ascoltatore, in modo altrettanto chiaro, la propria natura di frammenti derivanti da una sola matrice, da un’unica Presenza: nella diversità si “abbracciano” e percepisci che l’unità espressiva è proprio lì, invisibile e celata in qualche luogo dell’immaginazione del pianista. In questo senso la sua è arte sommamente “schumanniana”. Ma non vorrei allargare troppo lo sguardo. Ovviamente in questa musica c’è molto jazz, approccio grammaticale (quasi) inevitabile oggigiorno nell’improvvisazione, un jazz comunque libero da parentele, a-geografico, che si fa puro segno e vorrebbe definirsi ‘astratto’ in mancanza di determinazioni più precise. Ma queste ultime potrebbe essere profilate forse solo per mezzo delle formule e dei teoremi così cari a Vijay. Se astratto fosse sinonimo di freddezza, va aggiunto che tale parola sarebbe sbagliatissima, giacché in questo torrente c’è anche molto fuoco. Comunque, il non riuscire facilmente a trovare definizioni costituisce un ottimo indicatore del gradiente qualitativo. Il concerto si è articolato in ampi movimenti, strutturati in ‘medley’, che hanno generato altissima tensione e attenzione nel pubblico chiedendo in cambio, com’è giusto, qualcosa alla sua capacità di concentrazione. Esteticamente possiamo parlare di una musica libera quanto elaborata, depurata da elementi inferiori. Il successo è stato vivo e convinto. Gianni Morelenbaum Gualberto ha presentato con il sorriso e un pò di commozione il ‘suo’ artista, ricordando come non sia facile ascoltarlo in solo. Personalmente, sono restato ammiratissimo. Seguiterò a presenziare a “Pianisti di altri mondi”, appuntamenti a cui ciascun cultore della Musica non dovrebbe mancare e le cui date invito a verificare sul sito del Quartetto. Il Teatro Franco Parenti, in verità più noto per la prosa che per la musica, si presta bene a questo tipo di proposte. Infine non possiamo non menzionare il sontuoso Fazioli grancoda, preparato dall’ottimo Davide Lupattelli, che ha donato la sua voce dorata e profonda alle evoluzioni immaginifiche del pianista. Da deuteragonista, merita anche lui gli applausi, unitamente a chi l’ha scelto, poichè da queste cose si distingue un buon organizzatore. Ecco la scaletta del concerto:

1. UnEasy (Vijay Iyer)
2. Work (Thelonious Monk)
3. Libra (V. Iyer)
4. For Amiri Baraka (V. Iyer)
5. Spellbound & Sacrosanct, Cowrie Shells and the Shimmering Sea (V. Iyer)
6. Autoscopy (V. Iyer) 7. Abundance (V. Iyer)
8. Night and Day (Cole Porter / arr. Joe Henderson)
9. Children of Flint (B. Iyer)

Nico Morelli: la mia musica tra folk pugliese e jazz

Sono le nove del mattino, ora in cui connetto ancor meno del solito. Nel salotto di casa mia c’è un caro amico, il pianista, compositore e arrangiatore Nico Morelli che la sera prima ha presentato al pubblico romano la sua ultima creatura discografica, “Unfolkettable two”. L’album rappresenta un’ulteriore tappa lungo il cammino di ricerca che Nico oramai da molti anni sta percorrendo nell’intento di coniugare le forme espressive del folk pugliese con gli stilemi propri del jazz. E la nostra conversazione prende le mosse proprio dal concerto della sera prima.

“È stata – mi dice Nico – una bellissima esperienza… come sempre ogni qualvolta suoni a Roma. Ci siamo divertiti, il pubblico è stato fantastico, entusiasta… insomma la serata perfetta, si potrebbe dire. L’ultima volta che ho suonato a Roma è stato circa un anno fa, in trio all’Auditorium, questa volta, invece, alla Casa del Jazz, in quintetto con due cantanti”.

-I musicisti con cui suoni in questo quintetto sono tutti pugliesi; vogliamo ricordarli uno per uno?

“Certo che sì; Mimmo Campanale alla batteria, Camillo Pace al contrabbasso, Barbara Eramo voce e percussioni oramai romana d’adozione e Davide Berardi voce e chitarra cui si è aggiunta, come ospite d’onore, la violinista Caterina Bono specialista anche in musica contemporanea”.

Come hai conosciuto Caterina Bono?

“L’ho conosciuta a Parigi in quanto lei era venuta assieme a Barbara Eramo per esibirsi in alcuni concerti. Ci siamo incontrati e devo dire che il suo modo di suonare il violino mi ha davvero impressionato e mi pare che averla inserita in quest’ultimo concerto romano non sia stato un fatto banale”.

Sono assolutamente d’accordo con te: è stata molto brava. Tu, oramai da molti anni, porti avanti questa ricerca basata su una commistione tra la musica folk pugliese e il linguaggio jazzistico. Come ti è venuta questa idea… e il fatto di abitare a Parigi ti induce un qualche sentimento di nostalgia che ti spinge a proseguire su questa strada?

“No, onestamente non è una questione di nostalgia. L’esperienza parigina mi ha messo a confronto con tanti musicisti che vivono lì e che fanno un tipo di ricerca in qualche modo simile alla mia. Parigi, come forse anche Roma, è piena di musicisti che vengono da ogni parte del mondo, musicisti di jazz, musicisti di altre musiche che amano l’atmosfera parigina e decidono di stabilirsi in questa straordinaria città. E sin dagli inizi, parliamo di circa 20 anni fa, ho notato questa tendenza, da parte di molti jazzisti, di mettere assieme le loro differenti origini per dar vita ad un qualcosa di nuovo. E’ un’operazione a mio avviso molto interessante ed anche intelligente… non perché la faccio io… Come ben sai il jazz nasce come musica popolare, musica che racconta la storia di un popolo; poi, con il passare del tempo, il jazz è divenuto una musica sempre più sofisticata tanto da arrivare a delle forme che si discostano molto dall’identità propria di una musica popolare semplice e comunicativa. A volte dimenticando proprio quelle che sono le caratteristiche della semplicità di una musica popolare. Quindi questa ripresa, questo accostamento del jazz alla musica popolare in controtendenza alla estrema sofisticazione del jazz odierno, mi sembra un percorso estremamente interessante. In tal modo si ridà al jazz quella umanità che si può a volte perdere nelle sue attuali sofisticazioni riportando così a questa musica almeno un po’ della sua storia originaria cioè musica della gente, musica di un popolo”.

-Oltre questo indirizzo, c’è qualche altra via che persegui nella tua ricerca, nel tuo modo di esprimerti attraverso la musica e quindi nel tuo modo di comporre, di arrangiare, di suonare?

“In realtà mi sto concentrando molto sul tipo di ricerca di cui abbiamo parlato. Voglio andare quanto più in profondità possibile per cui al momento non sono distratto da altre cose. Devo comunque aggiungere che da qualche anno sto lavorando ad un progetto di piano-solo ma non posso dire che sia pronto; in effetti sto cercando di amalgamare il suono del pianoforte con quello di strumentazioni elettroniche, ma è difficile, complicato, per cui preferisco prendere tempo e presentare il lavoro quando riterrò che sia pronto, al meglio delle mie possibilità. Insomma ci sono queste due strade”.

Tornando alla commistione tra jazz e folk, qui in Italia suoni con musicisti pugliesi, il che è perfettamente comprensibile. Ma a Parigi come fai?

“In realtà questo è il secondo disco che faccio su questa tematica. Il primo l’avevo fatto con dei musicisti che risiedevano tutti a Parigi, non erano pugliesi, però c’era un calabrese – Tonino Cavallo – un musicista bretone di musica world che aveva questa straordinaria capacità di cantare in dialetto pugliese meglio dei pugliesi – Mathias Duplessy – e poi la sezione ritmica con un batterista di origini italiane – Bruno Ziarelli – e un contrabbassista francese – Stéphane Kerecki -. Quindi anche quando suono a Parigi non ho molti problemi a proseguire nella mia ricerca. Comunque da quando è uscito questo secondo album sono riuscito a far venire i miei amici pugliesi a Parigi e quindi a presentarmi al pubblico francese con questa formazione. Ovviamente è molto faticoso perché far venire gente dall’Italia non è semplice, comunque per il momento mai ho dovuto sostituirli. Se capiterà vorrà dire che mi adatterò ma per ora nessun problema”.

Il jazz vive in Italia un momento sotto molti aspetti paradossale: mentre le scuole di musica continuano a sfornare musicisti tecnicamente assai ben preparati, non si capisce bene dove e come questi giovani avranno poi la possibilità di porre in essere queste loro competenze. Qual è la situazione in Francia?

“Sostanzialmente la stessa. C’è un’inflazione di musicisti. Ma la soluzione qual è, chiudere le scuole? Non penso. Comunque questa abbondanza ha i suoi lati positivi. Ti faccio un esempio: quando io ho cominciato era molto, molto difficile trovare un contrabbassista degno di questo nome nel raggio di 200 chilometri quadrati; oggi, giù dalle mie parti ne trovi almeno cinque che è tantissimo. Certo, come dicevi tu, gli spazi si restringono…insomma la situazione è difficile, complessa. Comunque c’è da aggiungere che in questi anni la gente si è abituata a sentire di più questa sorta di parolaccia – “Jazz” – per cui d’altro canto è più facile trovare estimatori”.

Forse in Francia perché in Italia la situazione è sicuramente peggiore: gli spazi si restringono, il pubblico è in calo… per non parlare della carta stampata e dei mezzi radio-televisivi che oramai non dedicano alcuna attenzione alla nostra musica. Se ne parla solo sulla rete con tutti i limiti che ben conosciamo…

“Ti do ragione anche perché in Francia, sotto questo aspetto, le cose non sono molto diverse. La stampa ci dedica sempre meno attenzione. Al riguardo ti racconto un episodio. In Francia c’è un premio che d’abitudine veniva assegnato ad un musicista jazz; ebbene questa volta la presenza di artisti jazz era molto inferiore rispetto al passato. Negli ultimi anni il jazz si è talmente contaminato con espressioni molto più commerciali che oramai ho paura si sia troppo sbilanciato da questa parte”.

Assolutamente d’accordo. In Italia ci sono molti festival jazz che aprono e chiudono i rispettivi programmi con artisti che nulla hanno a che vedere con il jazz avendo come unica preoccupazione quella di riempire gli spazi e chiudere i conti in positivo…

“Che dire… probabilmente è anche colpa del jazz che non è riuscito ad imporsi come forma d’arte capace di sostenersi senza ‘aiuti’ esterni”.

Però questi aiuti pubblici arrivano su larga scala per la musica classica e soprattutto operistica ma nessuno si scandalizza…

“È perfettamente vero. Se non vado errato in Italia i fondi pubblici stanziati dal Ministero vanno per la gran parte alla musica lirica cosicché alle altre forme musicali vanno davvero le briciole. Vogliamo giustificare questo stato di cose con il fatto che il melodramma rappresenta la più genuina tradizione italiana? Sarà anche vero ma questa ripartizione è davvero vergognosa”.

Poco fa parlavamo della Francia. Ci sono altre differenze a tuo avviso tra il mondo del jazz francese e quello italiano?

“Non è facile rispondere a questa domanda. Comunque ti posso dire che in linea di massima l’organizzazione dei concerti è più curata in Francia. L’organizzatore pone la massima attenzione ad ogni aspetto della serata, dal palco alle luci, dalla strumentazione al fatto che la sala sia il più piena possibile. Al riguardo si adottano più strategie: all’inizio i biglietti vengono posti in vendita on-line con uno sconto; avvicinandosi il concerto un’altra parte degli invenduti viene offerta ad un prezzo ancora più basso fino a quando, a ridosso del concerto, spesso si decide di distribuire gratis i rimanenti biglietti di modo che il musicista abbia l’opportunità di esibirsi con una sala piena”.

Scusa se adesso viriamo verso un’altra direzione ma avendo davanti una persona che vive a Parigi ed essendo io un giornalista, non posso fare a meno di rivolgerti la seguente domanda. Qual è in questi giorni la vera situazione a Parigi dal momento che a mio avviso i giornali francesi tendono non dico a nascondere ma quanto meno a minimizzare tutto ciò che sta accadendo nella Capitale francese.

“E purtroppo hai perfettamente ragione. La situazione a Parigi in queste settimane è assolutamente invivibile. Nulla funziona. Non esistono più treni. Le linee della metro sono tutte ferme ad eccezione delle due che funzionano automaticamente senza personale e che attraversano la città in verticale e in orizzontale. Prendi un taxi per recarti in aeroporto e molto spesso perdi il volo perché i blocchi stradali ti impediscono di arrivare in tempo. Così si assiste a scene incredibili. Gente nervosa, gente che litiga, si picchia… e via di questo passo. Non sembra che Macron sia disposto a fornire risposte cosicché questa situazione potrebbe durare ancora a lungo”.

Adesso quando torni a Parigi?

“A metà gennaio. Ma ad aprile sarò di nuovo in Italia e il 10 suonerò all’Alexanderplatz per cui vi aspetto tutti”.

Gerlando Gatto

 

 

 

Una vera Jazz&Wine Experience a Trieste con Dena De Rose 4et e Jermann: la classe non è acqua… è vino e musica!

«Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu», ovvero niente è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi. Calza a pennello l’assioma peripatetico di Tommaso d’Aquino per introdurre il racconto della serata svoltasi il 5 gennaio all’Hotel Hilton Double Tree di Trieste, in occasione del concerto del Dena De Rose Quartet. L’evento è nel cartellone della rassegna Jazz&Wine Experience, con la direzione artistica di Michela Parolin Up Music, itinerante tra Venezia, Trieste e Bologna, fino all’8 marzo 2020 in location prestigiose.

Il progetto è strutturato in modo da abbinare concerti di musica jazz di alto livello con le eccellenze produttive vinicole, valorizzando, al contempo, luoghi simbolo di grande fascino e interesse storico e culturale, come il bel Palazzo di Piazza della Repubblica, risalente ai primi anni del ‘900, che fu la sede della Ras, recentemente e splendidamente restaurato.

Mi perdo già nell’atrio dell’Hotel dove ammiro la riproduzione di un mosaico romano del II° secolo rinvenuto durante i lavori di costruzione del Palazzo e la “Fontana del Gladiatore”, opera di Gianni Marin, che lo storico Salvatore Sibilia descrive come “la più grande opera policroma che esista”. Ma è ora di salire le imponenti scale per giungere al Berlam Coffee Tea & Cocktail, dove mi accoglie Michela Parolin e dove è allestito un punto di degustazione dei vini dell’azienda Jermann di Dolegna del Collio. Assaporo lentamente una morbida Ribolla Gialla mentre mi accomodo al mio posto nell’opulenta sala da concerto (sold-out) con il controsoffitto a cassettoni dorati, nei quali si rincorrono in modo disordinato le lettere R A S (acronimo di Riunione Adriatica di Sicurtà) scolpite in bassorilievo e che io rimescolo e riordino visivamente (e mentalmente!) in A R S… arte.

L’ingresso dei musicisti, dopo una breve presentazione della Parolin e del giovanissimo vignaiolo Felix Jermann, mi distoglie dalle mie elucubrazioni: ed ecco Dena De Rose, voce e pianoforte; Piero Odorici, sassofono; Paolo Benedettini, contrabbasso; Anthony Pinciotti: batteria.

Il set prende avvio con un omaggio, per affinità, alla vocalist e pianista Shirley Horn, della quale ci viene proposto “Sunday in NY”. Dena è superba nel recuperare, ricostruire, reinterpretare gli standard ed eccelle nella prassi improvvisativa e nell’interplay con i suoi musicisti. Il primo dei miei girovaghi pensieri è stato: “questo è jazz in purezza, incontaminato!”

L’anima scivola come sulla seta con la briosa versione di “You stepped out of a dream”, standard del 1940. Ricordavo il brano cantato da Nat King Cole ma questo di Dena ha il giusto swing e raffinate parti di canto scat, ariose e coinvolgenti. Pinciotti accarezza le pelli della batteria in un flow morbido e mai invadente, creando un amalgama sonoro fluido ed estremamente naturale con il contrabbasso di Benedettini. Poi entra Odorici con il suo sax ed io faccio una gran fatica a non muovermi troppo sulla mia sedia… la sala è piena e la mia vicina – molto vicina – mi rivolge sguardi di riprovazione. È straniera: “sorry” le dico, ma non sono affatto convinta di essere dispiaciuta per essermi lasciata trascinare da una musica così coinvolgente!

I tributi di Dena alle sue illustri predecessore continuano con “I have the feeling I’ve been here before” un flashback musicale per un’emozione che riesce a fermare il tempo, pensando a Carmen Mcrae, dalla voce calda e scura…

“Nothing like you has ever been seen before”, di Bob Dorough, è descritta da Dena come una stravagante canzone d’amore ed io aggiungo ricca di colpi di scena, anche perché ha alle spalle una famosa registrazione realizzata da Miles Davis con l’arrangiamento di Gil Evans… e scusate se è poco! In effetti, si potrebbe dire che niente di simile era mai stato visto prima!

Vorrei, a questo punto, soffermarmi su Piero Odorici, perfetto per il repertorio proposto dalla band leader, che rivisita gli standard della tradizione jazzistica con un approccio contemporaneo. Piero è un eccellente sassofonista, di vocazione eclettica, il cui linguaggio affonda nelle radici dell’hard-bop: estetica abbinata ad una solida sostanza melodica e ad un estro improvvisativo notevole.

La scaletta prosegue, tra gli applausi che sottolineano la qualità della performance, e spesso anche i vari assolo, con “ I just found out about love” che Dena rilegge al piano con le giuste sfumature nostalgiche e con una voce che profuma di quel jazz sincero che non necessita di orpelli virtuosistici, pur dimostrando una tecnica raffinatissima.

L’affetto della pianista per Cedar Walton, una delle figure più influenti e amate del jazz, si intuisce nell’esecuzione di “Clockwise”, che lei ha fatto propria scrivendone il testo e che diventa “Listen to your heart”: un misto di poesia e sentimento dove la vera tecnica è espressa dal tocco soave e dall’uso sapiente del pedale… in semplicità, spontaneo come il brindisi di Dena con la Ribolla di casa Jermann!

La mia anima “hipster” e sempre “on the road” per la musica, non poteva non adorare il tributo al crooner, a onor del vero un po’ sui generis, che amo più di ogni altro, (“ogni altro” non me ne voglia!) per me assoluta figura di culto, ovvero Mark Murphy.  Prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2015, il cantante di Syracuse si divideva tra gli Stati Uniti e l’Austria, dove ha insegnato per anni canto jazz alla University of Music and Performing Arts di Graz e dove tuttora la De Rose insegna.

Che Dena abbia proposto “Ode to the Road” (brano firmato da Broadbent di cui Murphy scrisse il testo) oltre all’aver dichiarato il suo amore per la fusion degli Steps Ahead di Mike Mainieri – nella cui line-up ha transitato anche la pianista Eliane Elias –  e degli Yellow Jackets di Robben Ford, artisti che sono nelle fondamenta di quella che è la roccaforte delle mie passioni musicali, mi ha letteralmente conquistata, cosa che le ho anche raccontato discorrendo con lei alla fine del concerto.

I musicisti escono per lasciare spazio ad una Dena romantic mood che, in piano solo, intona “You’re nearer”. E penso che dell’Attimo Fuggente tutti ricordano “O Capitano, mio Capitano” mentre io ho stampate nel cuore queste parole: “La poesia. La bellezza. Il romanticismo. L’amore. Queste sono le cose per cui continuiamo a vivere” e mi lascio trasportare da questa sincera e personale versione, dolce ma senza essere stucchevole… “leave me, but when you’re away, you’ll know…you’re nearer, for I love you so…” Così è.

Inesorabile arriva anche l’ultimo brano. Credete all’amore a prima vista? Ci crede di sicuro la  pianista e compositrice brasiliana Eliane Elias, ascoltata qualche tempo fa proprio qui, a Trieste, con il marito contrabbassista Marc Johnson, autrice ed interprete di “At first sight”.

Dena De Rose ci racconta che la Elias è stata una delle sue muse ispiratrici ma per la pianista di Chicago, che ha composto ed eseguito “That second look”, il secondo sguardo è decisamente più rassicurante! Il suo pianoforte canta, le sue mani scivolano sicure sulla tastiera, il suono è brillante, il ritmo è vibrante, i suoi musicisti sono complici di emozioni… il pubblico le capta.

La jazz woman ci saluta regalandoci come bis “Get out of town” di Cole Porter che ci viene resa in un esclusivo e travolgente arrangiamento dove lei, Piero, Anthony e Paolo sono liberi di esprimere i propri teoremi improvvisativi in un climax finale di inarrestabile e preziosa libertà creativa.

Esco in strada, circonfusa da un alone di distaccato e ineffabile incanto. La Trieste che amo, città di luce, marmorea di salsedine e di storia, sfidata dal vento, luogo dell’anima di poeti, letterati e artisti ammicca con “scontrosa grazia”.

Marina Tuni

A Proposito di Jazz ringrazia Garage Raw per la gentile concessione delle immagini pubblicate nell’articolo.

Alla Casa del Jazz Rita Marcotulli, Martin Wind e Matt Wilson omaggiano Dewey Redman

Giovedì 7 novembre alle ore 21, sul palco della Casa del Jazz di Roma un concerto speciale con la pianista Rita Marcotulli, il contrabbassista Martin Wind e il batterista Matt Wilson per presentare il pregiato disco in vinile “The Very Thought Of You – Remembering Dewey Redman” nato da una idea del festival Ancona Jazz e prodotto dall’etichetta Go4 Records.
Registrato in studio tra ottobre e novembre 2018, questo album è un vinile puro per audiofili, uscito in occasione dell’edizione 2019 del festival Ancona Jazz.
Il suo repertorio omaggia la figura del grande sassofonista statunitense Dewey Redman, nel cui quartetto degli anni ’90 figuravano Rita Marcotulli e Matt Wilson. Tra i più grandi esponenti dell’era post-free, Redman ed è stato membro del quartetto di Ornette Coleman e del quartetto “americano” di Keith Jarret con Paul Motian e Charlie Haden. A raccogliere parte della sua eredità musicale, il figlio Joshua Redman, divenuto uno dei sassofonisti più influenti del jazz internazionale.
Per questo omaggio il trio Marcotulli-Wind-Wilson ha subito trovato una poetica che legasse i momenti solistici al servizio di splendidi impianti melodici e armonici. Padronanza strumentale, eleganza di esecuzione, raffinatezza stilistica nella filosofia estetica dei tre, rivolta sempre ad offrire al fortunato ascoltatore un messaggio vibrante di sensazioni uniche.
Fresca di nomina ad Ufficiale della Repubblica Italiana, Rita Marcotulli continua attraverso questa produzione una carriera poliedrica come la sua statura artistica, che l’ha vista al fianco sia di jazzisti importanti come Charlie Mariano, Peter Erskine, Billy Cobham, Palle Danielsson, Joe Henderson, Joe Lovano, Sal Nistico ma anche di artisti pop quali Ambrogio Sparagna, Max Gazzè e in particolare Pino Daniele. E’ anche la prima donna ad aver vinto un David di Donatello per la miglior colonna sonora, nel 2011, per “Basilicata coast to coast”, oltre al Ciak d’oro, il Nastro d’Argento e due edizioni del premio Top Jazz della rivista Musica Jazz.
Martin Wind e Matt Wilson sono una coppia affiatatissima, specialmente nella formula strumentale del trio (Bill Mays, Dena De Rose), ma entrambi possono godere di una cospicua attività da leader di gruppi moderni, pur nel rispetto della tradizione.
Martin Wind vanta collaborazioni con artisti del calibro di Pat Metheny, Toots Thielemans, Michael Brecker, Randy Brecker, Phil Woods, Mike Stern, John Scofield e Sting.
Acclamato dalla critica, Matt Wilson vanta una lunga carriera e la presenza in oltre 400 album accanto a grandi del jazz internazionale, tra cui Dewey Redman, Paul Bley, Charlie Haden, Lee Konitz, Bob Stewart, Cecil McBee, Denny Zeitlin, Ron Miles, Jeff Lederer, Marty Ehrlich, Ted Nash, Ray Anderson.

Le prevendite sono già disponibili al link http://bit.ly/ticketoneCASADELJAZZ.
Tutte le info sul vinile pubblicato da Go4 Records sono disponibili al link https://www.go4records.online/acquista/remembering-dewey-redman mentre le attività di Ancona Jazz sono presenti al sito www.anconajazz.com.

INFO E CONTATTI
Giovedì 7 novembre ore 21
Casa del Jazz di Roma – via di Porta Ardeatina 55
Info: https://www.casajazz.it/eventi/jazz-is-not-dead-rita-marcotulli-martin-wind-matt
Biglietti in prevendita: http://bit.ly/ticketoneCASADELJAZZ
Ufficio stampa evento: Fiorenza Gherardi De Candei – tel. 328.1743236 – info@fiorenzagherardi.com

Dalla Russia a Umbria Jazz il virtuosismo controcorrente di Greta Panettieri

Un’artista dal vissuto intenso e sempre controcorrente. Vincitrice di una prestigiosa borsa di studio, si afferma negli Stati Uniti e poi conquista il pubblico italiano e gli spettatori di La7 con le sue reinterpretazioni magistrali tra jazz, pop, rock e musica popolare brasiliana. Cantante e compositrice dalla musicalità e virtuosismo innati, è reduce dal suo terzo tour sold out in Russia e dal 29 dicembre al 1 gennaio torna live a Umbria Jazz con il suo ultimo album “With Love”, ripercorrendo anche le tappe dei suoi precedenti 5 album realizzati tra Stati Uniti e Italia.

Poche artiste possono vantare la sua stessa capacità interpretativa ed espressiva, e le sue incredibili doti vocali. Dal 29 dicembre al 1 gennaio, torna live in Italia Greta Panettieri, protagonista di 8 concerti nell’edizione Winter del festival Umbria Jazz, al Palazzo dei Sette di Orvieto.
Cantante, compositrice e strumentista. Ma soprattutto un’artista singolare, dalla personalità unica, tanto armoniosa quanto “sgretolata” – così come recita il titolo del suo penultimo album “Shattered”. Reduce dal grandissimo successo del terzo tour in Russia in poco meno di un anno, dove ha collezionato una lunga serie di sold out, Greta Panettieri si è affermata prima negli Stati Uniti dove ha firmato un contratto con la DECCA/Universal e ha collaborato con grandi della musica mondiale come Larry Williams, Diane Warren, Curtis King, Terri Lynn Carrington, Mitch Forman, Robert Irvin III, Curtis King, Toninho Horta ed è stata invitata ad aprire le date del tour europeo di Joe Jackson.
In Italia ha conquistato il pubblico del jazz e gli spettatori di LA7 dapprima con le sue personalissime reinterpretazioni di grandi artisti (il suo album “Non Gioco Più, dedicato a Mina, svela il suo incredibile virtuosismo vocale, a partire dal celebre e sfidante brano “Brava”, scritto da Bruno Canfora proprio per esaltare le doti tecniche e espressive della “tigre di Cremona”). Mentre varie edizioni dei Jazzit Awards la consacrano come una delle migliori cantanti jazz italiane, il suo animo musicale si sfaccetta in più direzioni, che riesce a fare proprie con uno stile inconsueto e di grande eleganza: i suoi brani originali con sapienza esprimono il suo amore anche per il rock, il free, il pop, l’elettronica, la musica popolare brasiliana e la musica d’autore italiana.
La sua carriera in Italia vede grandi collaborazioni: Sergio Cammariere, Gegè Telesforo per cui ha scritto anche dei testi, il grande Toquinho che l’ha invitata in diversi tour, il trombettista Fabrizio Bosso, Claudio “Greg” Gregori, Ainè, la New Talents Jazz Orchestra e la Perugia Jazz Orchestra, esibendosi nei più grandi teatri e jazz festival e italiani con moltissimi sold out.
Insieme a lei sul palco di Umbria Jazz, il pianista, compositore – e suo fedele producer – Andrea Sammartino, il bassista Daniele Mencarelli, il batterista Alessandro Paternesi e, grande special guest, il sassofonista Max Ionata, amatissimo in Giappone e in Russia oltre che in Italia. Sul palco, i brani del suo ultimo album “With Love”, e le tappe fondamentali dei suoi precedenti 5 album realizzati tra Stati Uniti e Italia.

Un’artista a tutto tondo e una donna dal vissuto intenso e sempre controcorrente. A vent’anni rifiuta una prestigiosa borsa di studio per il Berklee College of Music di Boston e si trasferisce a New York, dove inizia una vita avventurosa all’insegna del suo grande amore per il canto, che riconosce come il suo principale strumento espressivo dopo aver studiato violino e pianoforte. Nel 2015 la casa editrice Edizioni Corsare decide di raccontare la sua storia in una biografia a fumetti: la Graphic Novel “Viaggio in Jazz”, oggetto di molti incontri nelle scuole e di una mostra al Medimex di Bari.

Un’artista dall’attitudine molto privata, e per questo ancora da scoprire nonostante le sue apparizioni televisive e radiofoniche, i 6 dischi, i continui sold out e un largo stuolo di fan. Impossibile, dunque, non approfondire il personaggio: www.gretapanettieri.com.

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A vele spiegate il “Roma Jazz Festival 2019”

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI, che ringraziamo moltissimo.

ROMA JAZZ FESTIVAL – NO BORDERS. MIGRATION AND INTEGRATION

Roma, 1 novembre – 1 dicembre 2019

Si è chiusa domenica, 1 dicembre, l’edizione 2019 del “Roma Jazz Festival”. Ancora una volta la manifestazione voluta e disegnata da Mario Ciampà non ha deluso le aspettative rispetto sia al rapporto programma – tema sia alla qualità della proposta musicale.

No Borders- Migration and Integration” era il tema di quest’anno ed in effetti la presenza di alcuni artisti quali – tanto per fare qualche nome – Archie Shepp e Abdullah Ibrahim – sta lì a testimoniare quanto il jazz abbia fatto nel corso della sua non lunghissima storia, per abbattere le barriere che ancora separano gli uomini. Ma in linea di massima tutti gli artisti presenti hanno offerto uno spaccato di qualità delle varie tendenze oggi presenti sulla scena jazzistica internazionale. Infine davvero encomiabile la partecipazione dei molti musicisti italiani sulla cui statura non credo ci siano oramai dubbi di sorta.
Non mi ha viceversa convinto la scelta di coinvolgere diverse locations ma ciò dipende probabilmente dalla mia non giovanissima età per cui non amo particolarmente muovermi a Roma… ma questo è un altro discorso che meriterebbe ben altri approfondimenti.
Ma torniamo alla musica.

L’11 novembre è salito sul palco Archie Shepp con Carl Henri Morisset piano, Matyas Szandai contrabbasso e Steve McCraven batteria.

Parlare di Archie Shepp significa rievocare una stagione particolarmente significativa e non solo per il mondo del jazz: siamo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; la società statunitense è pervasa da fortissime inquietudini, i giovani manifestano sia per la pace sia per una effettiva eguaglianza tra bianchi e neri, alcuni comportamenti della polizia reclamano profondi cambiamenti e il riferimento è ai disordini avvenuti nel carcere di Attica nel 1971 repressi violentemente. Il jazz non si chiama fuori e tra i grandi musicisti è proprio Archie Shepp a scrivere di getto “Attica” a seguito dell’ondata emotiva causata dalla repressione di cui sopra. Ma è solo un esempio di quanto Shepp si sia speso per affermare l’afrocentrismo e la tradizione musicale del continente africano e quindi per ribadire quanto rispetto meriti la popolazione di colore negli States. Di conseguenza ascoltare un concerto di Shepp è sempre un’esperienza particolare che, a mio avviso, va vissuto sotto un duplice aspetto.

Dal punto di vista emozionale, almeno per chi scrive, è sempre toccante trovarsi davanti uno dei più grandi esponenti della storia del jazz.

Dal punto di vista più strettamente musicale non si può fare a meno di notare come, purtroppo, anche per Shepp il tempo abbia lasciato qualche traccia. Il ruggito del vecchio leone, almeno nel concerto romano, non si è sentito. La voce strumentale si è affievolita, l’imboccatura del sax tenore non è ferma e solida come un tempo, la presa di fiato denota qualche incertezza che si ripercuote immancabilmente sulla qualità del suono. Viceversa quando ricorre al canto, Shepp è più convincente: la voce è sempre roca, graffiante e l’interpretazione sicuramente all’altezza della situazione. Insomma Shepp sa dare un significato preciso a ciò che canta e lo sa comunicare assai bene.
Funzionale a quanto detto la scelta del repertorio che si basa su alcuni classici della tradizione come, ad esempio, “Petit fleur” di Sidney Bechet, “Don’t get around much anymore” e “Come Sunday” di Duke Ellington. Non mancano certo pezzi più moderni come “Ask me now” di Thelonious Monk, “Wise One” un brano di Coltrane tratto dall’album “Crescent” del 1964 particolarmente caro a Shepp… immancabile il già citato “Attica”, mentre come bis un graditissimo “Round Midnight” accolto con un’ovazione dal numeroso pubblico.

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Mercoledì 27 novembre al Teatro studio di scena il quintetto del sassofonista e clarinettista Gabriele Coen, con Benny Penazzi violoncello, Alessandro Gwis pianoforte e live electronics, Danilo Gallo, contrabbasso e basso elettrico e Zeno de Rossi batteria.

Ora se mettiamo assieme cinque jazzisti di assoluto livello, un compositore di spessore assoluto (Leonard Bernstein) e un arrangiatore di sicura competenza (Andrea Avena), le aspettative non possono che essere molto alte. E tali aspettative sono state assolutamente soddisfatte. Il gruppo ha presentato un progetto incentrato sul compositore di Lawrence, Massachusetts, che confluirà in un album la cui uscita è prevista per il prossimo gennaio.
La prima parte del concerto è stata dedicata a “West Side Story”, il musical con libretto di Arthur Laurents, parole di Stephen Sondheim, rappresentato per la prima volta il 19 agosto 1957 al National Theatre di Washington.
Abbiamo così ascoltato in rapida successione, preceduti da una breve ma esauriente presentazione di Coen, “Prologue”,“Something’s Coming”, “The Dance at the Gym-Cha Cha (Maria)”, “Tonight”, “One Hand, One Heart”, “I Feel Pretty”, “Somewhere”. Particolarmente azzeccate le interpretazioni di “Maria” e “Tonight”, probabilmente i pezzi più noti dell’intero musical.
Sulla scorta degli originali arrangiamenti concepiti da Avena, il gruppo ha leggermente velocizzato i due brani mettendone così in rilievo tutto il potenziale ritmico, grazie anche ad una sezione particolarmente affiatata come quella composta da Zeno De Rossi e Danilo Gallo; i due sono stati semplicemente superlativi… così come d’altro canto tutti i membri del quintetto. In particolare Alessandro Gwis si è meritato applausi a scena aperta per alcuni assolo particolarmente centrati mentre letteralmente trascinanti gli inserti del violoncello di Benny Penazzi che ha avuto l’onore di suonare diretto dallo stesso Leonard Bernstein. A completare la front-line il sassofono soprano e il clarinetto di Gabriele Coen che ha condotto la serata con autorevolezza evidenziando la solita bravura come solista.

Tornando alla cronaca del concerto, ancore più impegnativa la seconda parte, di ispirazione ebraica, che si è aperta con il primo movimento dai “Chichester Psalms”, opera completata nel 1965 su commissione del decano della cittadina inglese di Chichester. Si tratta di una selezione di testi biblici in lingua ebraica, articolata in tre movimenti, scritta per corista ragazzo soprano o contralto, coro e orchestra, quindi un’opera estesa non facile da interpretare in chiave jazzistica e per giunta in quintetto. Difficile la traduzione in chiave jazz anche di “Yigald” altra melodia liturgica scritta nel 1950 per piano e coro.
A chiudere “Some Other Time” scritto nel 1944 per il musical “On the Town” con liriche di Betty Comden e Adolph Green.
Alla fine scroscianti e meritati applausi e viva attesa per l’album che, come si accennava, dovrebbe uscire nel prossimo gennaio.

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Venerdì 29 novembre è stata la volta della chitarrista e vocalist portoghese, di origini capoverdiane, Carmen Souza in quartetto con Ben Burrell piano, Theo Pascal basso, Elias Kacomanolis batteria e percussioni.

In programma la presentazione dell’ultimo album “The Silver Messengers” dedicato, come facilmente comprensibile, a Horace Silver. Ora, dedicare un omaggio ad una figura talmente straordinaria come quella di Silver, è impresa sicuramente molto, molto difficile che comunque Carmen ha affrontato con la giusta dose di consapevolezza, maturità, ed umiltà. In effetti, come più volte dichiarato dalla stessa artista, l’intento è stato quello non tanto di riproporre pedissequamente la musica del maestro quanto di far rivivere su disco e sul palco le peculiarità che hanno fatto grande la musica di Silver, vale a dire uno stile giocoso e colorato di influenze funky, una forte carica ritmica, una melodia riconoscibile e penetrante. Non a caso Carmen ama ripetere, al riguardo che il suo obiettivo è “onorare la musica e il compositore, il gusto, l’innovazione e fare luce sul suo lavoro in modo che la sua musica continui a toccare altre persone che non sono mai venute in contatto con essa”
Di qui l’album di cui sopra che viene ulteriormente valorizzato durante le performance. Non ho assistito ad altri concerti di Carmen Souza ma devo dire che questo all’Auditorium mi ha davvero impressionato e per più di un motivo.
Innanzitutto la straordinaria padronanza scenica dell’artista: Carmen non ricorre ad alcun artificio scenico e sul palco è davvero elegante nella sua squisita compostezza, affidandosi completamente al talento che possiede in sovrabbondanza. La sua voce è molto, molto particolare: centrata prevalentemente sul registro medio-basso è comunque capace sia di scendere con naturalezza nelle tonalità più basse sia di risalire verso l’alto, più alto. Il timbro è screziato, a tratti graffiante, leggermente roco a ricordare alcune delle grandi vocalist del passato. Assolutamente pertinente il contorno strumentale con in primissimo piano Theo Pascal al basso elettrico e contrabbasso, mentore della vocalist con la quale collabora da ben diciotto anni, il quale non a caso firma tutti gli arrangiamenti del gruppo.

E così brano dopo brano la musica si dipana con naturalezza: si apre con un brano celeberrimo di Edu Lobo, “Upa neguinho”, e già si ha la consapevolezza di poter assistere ad una bella performance. Carmen è perfettamente a suo agio, la sua voce comincia a graffiare il giusto e i compagni d’avventura la seguono fedelmente. Segue un brano scritto da Theo Pascal con liriche della stessa Souza, “Lady Musika”, dedicato espressamente a Horace Silver il quale era solito riferirsi alla musica come “Lady Music”. Ed ecco quindi il primo brano di Horace Silver, “The Jody Grind”, che l’artista interpreta facendo ricorso ai ritmi della “funana”, un genere musicale molto popolare a Capo Verde. Ed è anche questa l’occasione per evidenziare come nello stile di Carmen Souza confluiscono elementi di varia natura che si renderanno più espliciti nel prosieguo del concerto: accenti esotici, africanismi, scat nella più completa accezione jazzistica, bossa nova, samba… il tutto mescolato sì da realizzare un unicum di sicuro impatto. Impatto che si ripropone quando la vocalist intona il celebre “Soul Searching” ancora di Horace Silver.
Gustosa, divertente la riproposizione di un vecchio brano di Glenn Miller, “Moonlight Serenade” adottata dallo stesso direttore d’orchestra come sigla musicale.Ancora due blues, “Capo Verdean Blues” di Silver e “Silver Blues” di Pascal e Souza dopo di che ci si avvia al finale con chiari riferimenti all’Africa. E sulle note di “Pata Pata” e “Afrika” il pubblico risponde positivamente all’invito della vocalist, danzando e applaudendo festosamente Carmen e compagni

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Come accennato, domenica 1 dicembre conclusione alla grande con il progetto Mare Nostrum ovvero Paolo Fresu (tromba e flicorno), Richard Galliano (fisarmonica e accordina) e Jan Lundgren (pianoforte).

L’intesa, nata una decina d’anni fa, e documentata da tre eccellenti album incisi nei rispettivi Paesi di origine, si sostanzia nel tentativo, perfettamente riuscito, di elaborare un linguaggio nuovo, originale, partendo dalle radici proprie di ciascun musicista. In effetti sia Fresu (sardo), sia Galliano (francese di chiare origini italiane), sia Lundgren (svedese) sono artisti profondamente legati alle proprie origini da cui hanno tratto linfa vitale per la loro musica, i cui tratti caratteristici si ritrovano in una ricerca melodica a tutto campo non disgiunta da un senso ritmico-armonico per cui non si avverte la mancanza di contrabbasso e batteria.

L’apertura è affidata a “Mare Nostrum” la composizione che apre il primo dei tre album incisi dal trio e, guarda caso, composta non già dai due musicisti mediterranei ma dallo svedese Lundgren. E già da questo pezzo si ha un’idea precisa della musica che si ascolterà durante il concerto. I tre si muovono secondo un preciso idem sentire, lasciandosi portare dall’onda emotiva che trasmettono al pubblico e che dal pubblico ritorna sul palco con straordinaria immediatezza. Così il concerto non conosce un attimo di stanca, con il trio che si scompone in duo per ricomporsi subito dopo senza che ciò abbia la minima influenza sull’omogeneità del tutto. Le atmosfere sono variegate, così ad esempio l’italianità di Fresu emerge chiaramente in “Pavese”, in “Love Land” sono le atmosfere tipiche del folk svedese ad assurgere in primo piano, mentre in “Chat Pitre” di Galliano è facile scorgere quella dolce malinconia tipica di certa musica francese.

E così è un continuo aggiornamento della tavolozza di colori espressi dal trio grazie ad una maestria strumentale e ad una capacità espressiva che fanno dei tre dei grandiosi interpreti.

Il concerto trova una sua splendida conclusione con due bellissime melodie, “The Windmills of Your Mind” di Michel Legrand e “Si Dolce è il tormento” dal nono libro di madrigali scritto a Venezia nel 1624 da Claudio Monteverdi, compositore innovativo protagonista degli albori dell’opera barocca

 

Gerlando Gatto