L’Indo Jazz nella visione di Giuliana Soscia

All’Auditorium Parco della Musica di Roma, ancora una superlativa dimostrazione di quali straordinari traguardi abbia raggiunto nel nostro Paese il jazz al femminile: ci stiamo riferendo al “GIULIANA SOSCIA INDO JAZZ PROJECT” eseguito nella Capitale il 19 marzo scorso.

Già in sede di presentazione avevamo sottolineato la difficoltà prima di immaginare e poi di comporre una musica in cui siano presenti elementi tratti dalla tradizione indiana classica e dal jazz eseguiti da un gruppo di musicisti provenienti da questi due mondi musicali. Allo stesso tempo avevamo però detto che se ad occuparsene era un’artista di grandi qualità compositive e interpretative come Giuliana Soscia allora tutto diventava possibile. E avevamo ragione ché il concerto del 19 è stato un successone salutato dal pubblico con grandi e convinti applausi.

Per i lettori di “A proposito di jazz”, Giuliana Soscia è nome familiare dal momento che tante volte è stata oggetto delle nostre recensioni in relazione a concerti e produzioni discografiche. Ciò non toglie che sia comunque il caso di ribadire come la Soscia sia una delle musiciste più preparate e titolate che affollano il nostro universo jazzistico. Nata a Latina, pianista, fisarmonicista, compositrice/arrangiatrice e direttrice d’orchestra jazz, nel 1988 si diploma in pianoforte con il massimo dei voti presso il Conservatorio di musica S. Cecilia di Roma.  Si perfeziona con il M° S. Cafaro allievo di Petrassi e la Prof.ssa A.M. Pernafelli in interpretazione barocca. È maestro pianista accompagnatore nella classe del tenore M° Gabriele De Julis. Vince numerosi concorsi pianistici e intraprende subito un’intensa attività concertistica. Contemporaneamente comincia a studiare fisarmonica jazz e successivamente composizione e arrangiamento per orchestra jazz, conseguendo il Diploma Accademico di II Livello in Composizione Jazz con il massimo dei voti e la lode. Proprio come fisarmonicista e compositrice jazz ottiene probanti risultati affermandosi non solo in Italia ma in tutto il Vecchio Continente. Così nel 2001 vince il trofeo “Sonerfisa” Premio Internazionale città di Castelfidardo come migliore fisarmonicista italiana e nel 2007 il Premio alla carriera.

Nel 2006 fonda il quartetto “Giuliana Soscia Tango Quartet” che dall’anno successivo si avvale anche di Pino Jodice (che diventerà suo marito). Con questa formazione svolge un’intensa attività concertistica presso prestigiosi festivals e teatri in Italia e all’Estero tra cui il San Carlo di Napoli, il Teatro dell’Opera di Ankara, il Brasile, Lima, Addis Abeba… Impegnata con il “Giuliana Soscia Trio” nella divulgazione della composizione jazz al femminile e soprattutto del ruolo della Donna nel jazz, si esibisce in un prestigioso Tour in India in occasione della Festa della Donna 2016.

L’esperienza indiana si ripete pochi anni dopo: è il febbraio di quest’anno quando l’artista è chiamata ad un altro tour promosso dall’ Ambasciata d’Italia in India, dal Consolato Generale d’Italia di Mumbai e di Calcutta, dagli Istituti Italiani di Cultura di New Delhi e Mumbai ad aprire le Celebrazioni dei 70 anni di Relazioni Diplomatiche tra Italia e India. In tutte queste località la Soscia presenta il suo “Indo Jazz Project” che, come già detto, approda finalmente all’Auditorium romano; accanto a Giuliana – composizione, direzione e pianoforte –  ci sono Mario Marzi importante sassofonista di area classica, Paolo Innarella flauto, bansuri e sax soprano, Rohan Dasgupta sitar, Marco de Tilla contrabbasso e Sanjay Kansa Banik tabla.

Ed è davvero stupefacente ascoltare come la Soscia sia riuscita a comporre un repertorio assolutamente omogeneo in cui il sound degli strumenti tipici del jazz e più in generale della musica occidentale si fondono con alcuni strumenti tipici dell’India. Così, nei vari brani, è possibile enucleare parti scritte e arrangiate in chiave jazzistica che, nella parte centrale, lasciano campo libero alle improvvisazioni dei vari strumenti ognuno con il proprio linguaggio pur rimanendo coerenti con la struttura data. Così sitar e tabla improvvisano con i raga intrecciandosi con l’accompagnamento del contrabbasso e del piano. E bisogna dare atto alla Soscia di aver saputo ‘scrivere’ in maniera tale da lasciare il dovuto spazio ai singoli improvvisatori senza tuttavia trascurare la forza e la compattezza dell’insieme. Il tutto impreziosito da alcuni assolo al pianoforte sempre centrati, senza mai eccedere, senza la pur minima voglia di stupire l’ascoltatore con espedienti in un contesto del genere assai facili da trovare… insomma con quella grande onestà intellettuale che nel corso degli anni abbiamo imparato ad apprezzare nell’artista di Latina.

Il concerto si apre con “Samsara” dedicato al ciclo della vita e in particolare – spiega la stessa Soscia “alla mia rinascita, quando ho deciso di mettere un po’ da parte la fisarmonica a causa di un problema di salute e di riprendere a suonare il pianoforte a pieno ritmo”. L’andamento musicale del brano è molto ciclico e ciclico è l’alternarsi delle parti improvvisate di flauto, pianoforte, sax e sitar.

A seguire “Indian Blues” una forma blues in 7/4 con una melodia molto semplice e solare che ricorda i colori dell’India; il pezzo si avvale di una lunga introduzione con parti scritte in uno stile classico contemporaneo e una improvvisazione di solo piano.

Particolarmente gustoso il terzo brano, “Arabeque” dedicato al mondo arabo, a sottolineare questa influenza araba nella cultura indiana. Di grande impatto l’introduzione stile free jazz con percussioni varie e il contrabbasso ‘percosso’ con l’archetto sugli armonici.

A rievocare la maestosità del fiume Gange l’omonimo brano mentre “Alpha Indi” la stella più luminosa del cielo indiano, è un brano dedicato espressamente dalla Soscia a quelle persone che per generosità e bontà d’animo, brillano come una stella nell’universo.

A chiudere “Bloodshed” una denuncia per le stragi, le miserie umane, un brano per esorcizzare il male nella speranza di un mondo migliore.

Gerlando Gatto

THE EVOLUTION OF SOLO JAZZ PIANO – L’Aquila, 20 giugno 2018

THE EVOLUTION OF SOLO JAZZ PIANO
una lezione concerto sul lavoro di Bill Dobbins
progetto ideato da Michele Francesconi

Mercoledì 20 giugno 2018
Conservatorio Alfredo Casella dell’Aquila
Direttore Giandomenico Piermarini

Mercoledì 20 giugno 2018, il Dipartimento di Jazz del Conservatorio Alfredo Casella dell’Aquila, coordinato da Paolo Di Sabatino, presenta The Evolution of Solo Jazz Piano, progetto ideato da Michele Francesconi, docente di pianoforte jazz, e ispirato al celebre libro di Bill Dobbins, “Contemporary Jazz Pianist”.

Al progetto parteciperanno la classe di pianoforte jazz, Massimiliano Coclite (docente di canto jazz) e Massimiliano Caporale (docente di composizione e arrangiamento jazz).

Nella stessa giornata, sarà possibile visitare in anteprima la mostra curata da Luca Bragalini (docente di storia del jazz) insieme al collezionista Vittorio Castelli: un vero e proprio racconto dell’evoluzione del disco, dai 78 giri ai Long Playing a 33 giri, passando per i V-Disc della Seconda Guerra Mondiale e numerose rarità. La mostra verrà inaugurata giovedì 21 giugno, in occasione della Festa della Musica, ed è allestita nell’Auditorium del Conservatorio. Sarà possibile visitare l’esposizione fino ai primi di settembre.

La lezione-concerto prende in esame il quarto volume del “Contemporary Jazz Pianist” di Bill Dobbins, metodo pubblicato nel 1988 in quattro volumi. In questo volume vengono presentate 24 variazioni dello stesso tema (costruito sulle armonie dello standard All of Me) come potrebbero suonarlo, in piano solo, 24 pianisti della storia del jazz, da Scott Joplin a Richie Beirach. Dobbins divide il lavoro in due parti, usando come spartiacque il bebop: i primi dodici, quindi, considerati pre-bebop vengono ascritti ai Traditional Styles, mentre i secondi dodici vanno sotto la definizione di Modern Styles.

Bill Dobbins insegna Composizione e Arrangiamento jazz e dirige l’Eastman Jazz Ensemble e l’Eastman Studio Orchestra. Come pianista si è esibito con orchestre classiche e ensemble da camera sotto la direzione di Pierre Boulez, Lukas Foss e Louis Lane, tra gli altri, e ha suonato e registrato con musicisti come Clark Terry, Phil Woods, Dave Liebman e Peter Erskine. Nel 1972, ha vinto l’International Gaudeamus Competition per interpreti di musica contemporanea ed ha vinto numerosi concorsi di composizione jazz tra cui l’Ohio Arts Council e il National Endowment for the Arts. Dal 1994 al 2002, Dobbins è stato direttore principale della WDR Big Band di Colonia, in Germania. Nel 2002 è tornato ad Eastman, pur continuando a lavorare come direttore ospite della WDR Big Band e della Metropole Orchestra di Hilversum. Le scuole di jazz di tutto il mondo hanno adottato i suoi volumi di trascrizioni di assoli di piano jazz e i suoi libri didattici.

Il lavoro effettuato da Michele Francesconi, insieme alla classe di pianoforte jazz, vuole indagare i processi stilistici, compositivi, di fraseggio e di forma che Dobbins ha mutuato dai grandi pianisti della storia del jazz.

Le variazioni sono interamente scritte e per questo possono essere suonate da pianisti che non improvvisano. L’obiettivo si sposta così su quella che Dobbins, nella sua prefazione al lavoro chiama “convincing rhythmic feeling”, più che sulla perfezione o sulla velocità dell’esecuzione.

Dal lavoro portato avanti nel “laboratorio” emerge un concetto importante, vale a dire, il jazz e l’evoluzione degli stili pianistici sono spesso frutto di una crescita collettiva, il risultato degli interventi di molti artisti, più o meno noti, che hanno tramandato e modificato il modo di suonare e di improvvisare negli anni. La lezione è naturalmente anche l’occasione per un confronto informale. Nel corso della giornata, il pubblico avrà modo di intervenire per discutere insieme.

Successione degli interventi

Ore 10.30

SCOTT JOPLIN. suona FRANCESCO DI MARCO
JELLY ROLL MORTON. suona JACOPO PAOLUCCI
JAMES P. JOHNSON. suona MICHELE FRANCESCONI
WILLIE “THE LION” SMITH. suona MASSIMILIANO CAPORALE
EARL HINES. suona ALBERTO BIANCHI
FATS WALLER. suona MATTIA PARISSI
TEDDY WILSON. suona SEBASTIAN GIOVANNUCCI
DUKE ELLINGTON. suona MASSIMILIANO COCLITE

Ore 13.30

ART TATUM. presenta MICHELE FRANCESCONI
MEADE LUX LEWIS. suona ELEONORA LA PROVA
PETE JOHNSON. suona GIANCARLO GREGORI
JIMMY YANCEY. suona TIZIANO PATACCHINI
THELONIOUS MONK. suona SEBASTIAN GIOVANNUCCI
BUD POWELL. presenta MASSIMILIANO COCLITE
OSCAR PETERSON. suona MASSIMILIANO CAPORALE
ERROLL GARNER. presenta MATTIA PARISSI

Ore 16.30

LENNIE TRISTANO. presenta ALBERTO BIANCHI
BILL EVANS. suona JACOPO PAOLUCCI
CLARE FISCHER. suona MICHELE FRANCESCONI
JIMMY ROWLES. suona MATTIA PARISSI
CECIL TAYLOR. presenta MICHELE FRANCESCONI
CHICK COREA. suona SEBASTIAN GIOVANNUCCI
KEITH JARRETT. suona GIANCARLO GREGORI
RICHIE BEIRACH. suona TIZIANO PATACCHINI

Maria Pia De Vito riattualizza le “moresche” di Orlando di Lasso

Maria Pia De Vito è davvero un’artista di livello superiore, come dimostra ampiamente il suo ultimo lavoro discografico “Moresche e altre invenzioni” registrato per la Parco della Musica Records e presentato al pubblico il 3 marzo presso l’Auditorium romano.

La sua ricerca sul canto e sulla voce abbraccia diversi campi d’azione: dalla personale elaborazione della lingua e la cultura napoletana attraverso la musica di improvvisazione e l’incontro con culture diverse (il Brasile di Guinga, Chico Buarque e Ivan Lins…quella africana), free jazz ed elettronica, la prossimità con la musica barocca, il lavoro sulla forma canzone senza limitazioni di genere. Molto attiva dal 2007 con il duo Dialektos con Huw Warren con cui ha inciso due Cd per l’etichetta ‘Parco della musica’, suonando in tutta Europa ed un tour in estremo oriente. E’ stata protagonista dell’opera ‘Diario dell’assassinata’, presso il Teatro San Carlo di Napoli nell’aprile 2014, sempre con Huw Warren al suo fianco. Ha varato nel 2011 il Progetto ‘Il Pergolese’, che ha inciso poi per la prestigiosa etichetta ECM, con François Couturier, Anja Lechner, Michele Rabbia, esibendosi in grandi festival e teatri europei. Nel 2016 la troviamo all’Opera di Lyon in una carte blanche di 5 progetti da lei diretti.

L’ultimo arrivato, in ordine di tempo ma non certo di importanza, è “Moresche e altre invenzioni”, il delizioso progetto di cui in apertura.

Conosciamo Maria Pia De Vito da tanti anni, ne abbiamo seguito con grande interesse le varie fasi dello sviluppo artistico… insomma la conosciamo assai bene, eppure Maria Pia è ancora in grado di stupirci, di presentare qualcosa di assolutamente nuovo e inedito che la conferma una delle più grandi artiste che il panorama musicale europeo possa vantare al di là di qualsivoglia etichetta o stile.

In questo album la vocalist si presenta alla testa di “Burnoguala” un ensemble vocale di una ventina di elementi da lei diretto che dopo vari anni di studio e ricerca approda finalmente ad una prova discografica che definire convincente è del tutto eufemistico. In effetti il disco è semplicemente superlativo così come superlativo è stato il concerto del 3 marzo.

All’Auditorium, per l’attesa presentazione dell’album, la vocalist napoletana si è presentata alla testa del suo nutrito coro, accompagnato dal pianista Lorenzo Apicella, dal contrabbassista Dario Piccioni, dal percussionista Arnaldo Vacca, da Ousmane Coulibaly alla kora e al balafon, da Alessandro D’Alessandro all’organetto e da Giuseppe Moffa detto “Spedino” alla zampogna. Oltre un’ora e mezzo di musica semplicemente straordinaria che ha portato all’entusiasmo il numeroso pubblico, per la qualità e la carica innovativa della proposta.

In effetti oramai da qualche anno, la De Vito, alla testa di questo suo coro, sta conducendo una raffinata ricerca sulle ‘moresche’ di Orlando di Lasso, compositore fiammingo del XVI secolo, ovvero su quelle composizioni a più voci basate su un linguaggio burlesco in voga nel ‘500. Ma l’album, come recita lo stesso titolo, contiene non solo “moresche” ma anche “altre invenzioni” cioè improvvisazioni che in qualche modo si allacciano alla musica di ieri. Così accanto alle otto moresche troviamo sei “invenzioni” dovute alla leader da sola o in collaborazione, sul disco, con Rita Marcotulli, Coulibaly e Ralph Towner mentre un ulteriore brano, “Vecchie letrose”, è di Willaert, con intro da Canto delle Lavandaie di Roberto de Simone – tratto da La Gatta Cenerentola.

Insomma un repertorio che, pur nella sua diversità presenta un notevole tasso di omogeneità dovuto al fatto che tutto questo materiale viene innervato continuamente da inserti sonori tratti dalla musica africana, dalla Napoli rinascimentale, dal jazz, testimoniato, quest’ultimo dalla capacità improvvisativa che gli artisti evidenziano e che rendono il tutto di estrema attualità. E così è davvero straniante ascoltare una musica che data di qualche secolo e che pure suona contemporanea, più moderna di molta roba incisa in questi mesi. Così come straordinario è il lavoro fatto dalla De Vito sulle “invenzioni” tutte perfettamente aderenti al progetto globale. Si ascolti, al riguardo, le tre invenzioni che vedono protagonista Ousmane Coulibaly alla kora e al balafon; l’artista africano si integra, perfettamente, sia con la voce sia con lo strumento, nel ricco tessuto immaginato e realizzato dalla De Vito. Ma queste caratteristiche si riscontrano appieno in tutto l’album: il ritmo è continuo, incalzante, coinvolgente con una ricca tramatura contrappuntistica, in cui il canto, anche improvvisato, si regge ora sulle sue sole forze (a cappella) ora su una impalcatura strumentale che conserva anche dal vivo tutta la sua forza nonostante manchino alcune delle stelle presenti sul disco come Rita Marcotulli e Ralph Towner. Il senso del repertorio è illustrato dalla stessa De Vito: le Moresche sono state scritte da Orlando dopo un periodo a Napoli e il linguaggio che si usa è un miscuglio tra dialetto napoletano storpiato, e parole e frasi derivanti dalla lingua africana Kanuri; queste ‘canzoni’ rappresentano litigi e bisticci fra schiavi e liberti che vivono a Napoli. Una Napoli rinascimentale in cui però c’era anche accoglienza e qui il richiamo alla drammatica attualità di oggi è palese. Quello che ne viene fuori, spiega ancora Maria Pia De Vito, è uno spaccato sulla vita degli schiavi che vengono liberati e possono esprimere la loro cultura musicale. In fondo rappresentano il primo incontro tra la musica europea e quella africana 400 anni prima del “Treemonisha” di Scott Joplin, come argutamente rileva Gianfranco Salvatore nelle note che accompagnano l’album.

Insomma una rappresentazione davvero superlativa per cui ci pare giusto, in conclusione, citare uno per uno tutti i componenti del coro: SOPRANO: Valentina Rossi; Vittoria D’angelo; Ilaria Gampietri; Oona Rea; Mary De Leo – MEZZOSOPRANO: Francesca Fusco; Marta Colombo; Lucia Mossa – CONTRALTO: Laura Sciocchetti; Elisabetta D’aiuto; Margherita Rampelli; Elena Paparusso – TENORE: Danilo Cucurullo; Daniele Giannetti; Tommaso Gatto; Stefano Minder; Paolo Caiti; Flavio Spampinato; Gianfranco Aghedu – BASSO: Marco Lizzani; Sebastiano Forti; Fabio Grasso

Gerlando Gatto

Un addio a Michiko Hirayama: una delle più importanti voci del ‘900

Se ne è andata il 1 aprile scorso, la grandissima Michiko Hirayama, un personaggio che ha impregnato di sé la musica contemporanea dello scorso secolo: era la più grande interprete di Giacinto Scelsi e credo che non ci sia bisogno di ulteriori parole.

Figlia di due avvocati, Michiko Hirayama nasce a Tokyo il 14 luglio 1923; cresciuta in un ambiente di alto livello culturale, conosce l’importante musicista giapponese Fumio Hayasaka, che fu anche maestro di Toru Takemitsu.

Dopo aver studiato musica all’Università delle arti di Tokyo, nel 1957 si trasferisce in Italia; studia all’Accademia di Santa Cecilia a Roma, all’Accademia Chigiana di Siena e al Mozarteum di Salisburgo. Conosce Domenico Guaccero e soprattutto Giacinto Scelsi, del quale eseguì numerosi lavori, tra cui il ciclo di lieder i Canti del Capricorno a lei dedicati.

Dotata di una vocalità assolutamente particolare (aveva un’estensione vocale di quattro ottave) si dedicò spesso a lavori sperimentali e d’avanguardia.

Siamo ben lieti di pubblicare un ricordo di questa straordinaria interprete ad opera di Marilena Paradisi, una delle migliori vocalist italiane, che con Michiko ha studiato a lungo e ha inciso il bellissimo album di improvvisazione totale per solo due voci “PRELUDE FOR VOICE AND SILENCE” ( Siltaclassics 2011)

ph: Paolo Soriani

L’appuntamento con lei era davvero una festa. Al citofono rispondeva la sua voce squillante, e si apriva la sua porta con lei chinata a cercare  la ciabattina di paglia adatta al tuo piede. All’ingresso ne aveva di tutti i numeri! Era vietato entrare con le scarpe in casa! Ti accomodavi sul suo divanetto vicino al pianoforte, carico di preziose  partiture, mentre lei, sempre elegante e col viso fresco, ti preparava  un te’ giapponese e cercava la sua amata tartaruga, per darle la lattuga. Se aveva tempo, non si cominciava mai la lezione senza una chiacchiera e un te’. Erano così preziose quelle chiacchierate con Michiko Hirayama, una delle più grandi interpreti di Gicinto Scelsi, icona del canto contemporaneo del 900, vocalità eccelsa, inarrivabile livello artistico, voce unica, primitiva, selvaggia e allo stesso tempo consapevole, tagliente, toccante, percussiva, invasiva di qualsiasi resistenza all’ascolto.

Avevo ascoltato per la prima volta I Canti del Capricorno, ed ero rimasta folgorata da quella voce. Quando seppi che viveva a Roma e dava anche lezioni di canto, non ero nella pelle dalla gioia. Volevo conoscerla! Arrivava col te’, si sedeva e iniziavano i suoi affascinanti racconti. Su  Giacinto Scelsi,  il misterioso “ Conte” del piano di sopra, “uno un po’ matto”,  girava questa voce per i salotti romani frequentati dalla giovane Michiko, appena arrivata dal Giappone; uno stravagante, che di notte iniziava a suonare ininterrottamente e per ore la sua “ ondiola”, il che, sicuramente, non era la gioia dei suoi vicini. Ma per una come Michiko, uno che riesce a fare musica improvvisata per tutta la notte non era affatto matto, forse aveva qualcosa di grosso da esprimere, forse era un grande artista da conoscere meglio. E allora lei, dopo la festa al piano  di sotto, fa finta di uscire ma in realtà, sale di sopra e si siede al freddo, davanti alla porta del “ Conte”, ad ascoltare. E finalmente inizia; dapprima note incerte, frammentate, e poi… arriva un’onda di calore, un vortice di bellezza e lei rimane li’, tutta la notte, ad ascoltare. E per più di una notte! Ma questo non è un po’ matto, questo è un genio! Il carpire a sua insaputa il suo inconscio musicale, i suoi segreti… e così lei aveva capito la più profonda, intima natura di Giacinto, ne aveva colto l’essenza, poteva ora interpretare la sua musica, poteva interpretare ,” Ho”,  poteva interpretare “ Khoom” e  i “Canti del Capricorno”, dare vita, con la sua voce, a qualcosa che per Scelsi forse era ancora solo inconscio.  E quella nota sola, quella unica nota intonata, di una pianola abbandonata e devastata dalle stonature, si quell’unica nota suonata da Giacinto in modo quasi ossessivo, cercandone ogni sfumatura, ogni armonico, racchiudeva un mondo, un  mondo di colori e di espressioni differenti, la musica indiana? La microtonalità? Nasce  il “ Concerto su una nota sola” un altro capolavoro.

L’attenzione al “ suono, il suono come nota che racchiude mondi misteriosi, se si pone un orecchio che non e’ solo “razionale”, ma un ascolto totale, quasi di tutta la superficie del corpo, quasi di tutta la pelle. Senza il “suono”, inteso in questo modo, non si fa vera musica. E la voce? La voce deve essere una bella voce? E chi dice se una voce è bella o brutta?  “ La voce può anche essere una brutta voce, ma esprimere in quel momento il tutto, l’essenza, essere o non essere di Amleto. La propria identità… la voce come “identità. Ricercare la propria voce come un iniziale flusso di un respiro ventrale, profondo, viscerale, l’ascoltare la propria produzione sonora fino al più nascosto degli armonici, dimenticarti del tuo corpo, e diventare “tu stesso” il suono.

E l’improvvisazione?  La vera essenza dell’improvvisazione, intesa come rapporto strettissimo e profondo tra il mio suono e quello di chi sta improvvisando insieme a me. Quel diventare come un enorme orecchio, teso a cogliere tutto, si, qualsiasi movimento, nel suono degli altri, sia bello sia brutto, e trasformarlo in un input di risposta sonora, che sia presenza pura, io, in quel momento, sono  “assolutamente insieme a te”, e che ti consente di aprire quella porta magica dentro di te, di far uscire “ il tuo flusso  sonoro”. L’improvvisazione come “presenza”.

E inizia la lezione: lei in piedi dietro al pianoforte, tu in piedi di fronte a lei. Sembra un botta e risposta, lei chiede, è esigente, incalza, e tu devi rispondere con un suono non “ giusto”  ma un suono “ vero”. Cerchi, cadi, sbagli, ti rialzi, non ci stai, non va bene, più dentro, stacci più dentro, troppa testa, non pensare, dimenticati di stare qui, non vedo più niente, un fremito, sento come un fulmine che dai piedi, dalla radice, percorre il midollo e esce su dal cranio. Non capisco più niente, che è successo? Quasi quasi mi sento mancare. “Era vera!” – dice lei – “questa nota era vera!!!  Ma è accaduto qualcosa? Si qualcosa di indelebile.

Le  ore sono trascorse velocemente, un tempo dilatato, un tempo umano, mi avvio alla porta un po’ intontita, carica di cose da elaborare, lascio le ciabattine e mi rimetto le mie scarpe, la saluto con un bacio, lei sorridente chiude la porta.

Ciao Michiko grazie per tutto questo… Marilena Paradisi

La redazione di A Proposito di Jazz ringrazia Marilena Paradisi per il suo ricordo e Paolo Soriani per le immagini www.paolosoriani.com

Emma Salokoski Amo la musica finlandese

 

Emma, come è affettuosamente chiamata in Finlandia Emma Salokoski (Helsinki 1976), è artista poco conosciuta nel resto dell’Europa ma amatissima nel suo Paese e in tutta la Scandinavia. Artista versatile, affronta con estrema disinvoltura un repertorio assai vasto che va dal jazz alla bossa nova, dal pop alle canzoni per bambini.

Il tutto porto attraverso un linguaggio semplice ma non banale sorretto da approfonditi studi che l’hanno qualificata, altresì, come eccellente didatta nel campo della tecnica vocale. E dato che il pubblico italiano poco la conosce, vale la pena spendere qualche parola sulla sua formazione artistica. Emma studia viola ‘classica’ dagli undici ai diciotto anni dopo di ché si trasferisce in Svezia per studiare teatro musicale ed in effetti le sue prima esperienze professionali le fa proprio in questo tipo di spettacolo. Tornata in patria, studia canto jazz e nel 1999 fonda il gruppo ‘Quintessence’ che debutta, discograficamente parlando, nel 2001 con l’EP ‘White Light”, seguito l’anno dopo da un vero LP ‘Talk Less Listen More’ per la Texicalli Records. In questo stesso periodo Emma costituisce un proprio trio che, tempo dopo, diventa quintetto; il successo arriva nel 2005 con la pubblicazione dell’album ‘Kaksi Mannerta’ che entra tra i ‘Top Five’ degli album finlandesi. Non a caso sempre nel 2005 la Salokoski vince il premio come Miglior Artista Donna dell’anno nell’ambito degli Emma Awards (Ethnic Multicultural Media Awards). Nel 2015 è pubblicato un ulteriore album, “Kiellettyjä Asioita” In questi ultimi anni, Emma ha vieppiù rafforzato il ruolo di primaria protagonista della scena musicale finlandese al di là di qualsivoglia etichetta, come lei stessa conferma nel corso dell’intervista che qui di seguito pubblichiamo.

 

-La sua arte canora si estrinseca su vari terreni, anche assai diversificati tra di loro. Sostanzialmente lei si considera una vocalist jazz?

“E’ difficile rispondere a questa domanda perché io stessa ho sempre cercato di non restringere la mia musica nell’ambito di una casella ben precisa. Nella mia vita artistica ho sempre cantato un sacco di cose, dalle canzoni per bambini alla bossa nova, dal pop  al jazz influenzato dalla folk music. Ad esempio anche quando sono stata invitata a Festival di Jazz, come il Kaamos Jazz Festival,  ho presentato un programma molto più vicino alla musica cantautorale piuttosto che al jazz ed è quindi curioso il fatto che mi chiamino in questi festival, probabilmente perché il mio genere è troppo difficile da definire per i finlandesi. Tanto difficile che normalmente mi considerano cantante jazz anche se non lo sono in senso stretto”.

 

-Lei ha viaggiato molto nel corso della sua carriera. Quanto ha influito tutto ciò sulla sua musica?

“Si ho viaggiato molto ma in questi ultimi tempi meno di prima anche perché, nella mia carriera, ho sempre privilegiato la musica finlandese. Il mio pubblico è soprattutto finlandese. Però sono apprezzata anche in Giappone. Mio marito, Olavi Louhivuori, è un batterista jazz che dovrebbe essere conosciuto anche dal pubblico italiano in quanto sta lavorando con Claudio Filippini (in effetti molti gli album pubblicati in Italia in cui figura questo eccellente batterista n.d.r.); ebbene quando lui ha effettuato una tournée in Giappone per suonare il suo jazz mi ha raccontato di aver ascoltato la mia musica, in finlandese, in qualche bar, ristorante non ricordo con esattezza dove. Credo sia stato divertente ascoltare una bossa nova tradotta in finlandese in un bar del Giappone. Quindi evidentemente c’è una parte di pubblico a cui piace la mia musica anche lì. Comunque al momento non intendo andare all’estero”.

 

-Lei è nello stesso tempo vocalist, compositrice, attrice. In quali panni si sente più a suo agio?

“Io ho iniziato la mia carriera nel musical, dopo di che ho avuto piccoli ruoli in alcuni film. E per diversi anni non ho più recitato. Adesso sto scrivendo musica per un teatro musicale e per un coro che dirigo. Comunque per rispondere alla sua domanda, mi piace fare di tutto, mi piace diversificare il mio lavoro, mi piace essere cantante, compositrice, attrice quando ci riesco. Sono quel tipo di persona che non ama fare una sola cosa, che non vuole annoiarsi con ciò che fa. Ogni tanto ho bisogno di rinfrescare le mie idee; probabilmente imparerei di più se facessi le cose più a lungo, se dedicassi più tempo ad una cosa sola ma, come già detto, mi piace variare, è nella mia indole.  Quando ho iniziato a occuparmi di musica, dapprima sono stata presa dalla bossa nova, quindi dalla musica folkloristica finlandese dopo di ché ho inciso il mio primo disco jazz in svedese. Adesso sono impegnata a scrivere le mie canzoni e a dirigere un coro, attività che mi appassiona e che mi è indispensabile per la mia creatività”

 

-Come avviene il suo processo compositivo?

“In realtà mai mi sono considerata una compositrice a tutto tondo. E’ vero, ho cominciato a scrivere canzoni: ho avuto, altresì, modo di scrivere una nuova musica per il coro ma ancora non ho piena fiducia di poter scrivere una canzone completamente da sola, parole e musica. Così c’è qualcuno che mi aiuta per la progressione degli accordi o per disegnare la linea melodica, anche perché quando faccio da sola commetto ancora qualche errore.  Sto approfondendo il tema della composizione. Comunque, a questo punto della mia vita, realmente non m’importa tanto se le mie canzoni suonano un po’ impacciate, scrivo con lo stesso spirito di un bambino.  Io sono solo una principiante nel campo della composizione”.

 

-Lei è anche una quotata didatta. Cosa può dirci circa questa attività?

“Io resto soprattutto una cantante, ma insegnare può essere molto interessante e anche divertente. E’ interessante sottolineare come, adesso che io insegno, riesco a capire molto meglio ciò che i miei maestri volevano comunicarmi, trasmettermi. Ho sempre cercato, quando insegno, di instaurare un clima gioioso, di divertimento: non c’è alcun bisogno, per studiare canto, di essere musoni e seriosi. Ciò non significa che si debba essere tutti d’accordo; ci sono vari modi di fare bene le cose: alle volte si instaurano delle discussioni anche accese e a me piace creare una sorta di ponte tra le varie posizioni sì da giungere ad un punto di sintesi”.

 

-E’ possibile in Finlandia vivere dignitosamente cantando qualcosa di diverso dalla pop-music?

“E’ molto, molto difficile. Io sono stata molto fortunata in quanto ho potuto fare una carriera rapida e fruttuosa, ho incontrato i musicisti giusti con cui collaborare, ho potuto varare dei progetti che hanno interessato un buon numero di persone. Come dicevo è molto difficile; io ci sono riuscita ma sono stata fortunata. Ci sono molti miei colleghi, talentuosi, che purtroppo non hanno avuto la stessa fortuna. ”.

 

-Ha un sogno musicale?

“Ho un sacco di sogni ma ho un po’ di paura a disegnare in modo chiaro un quadro dei miei desideri in quanto se elaboro un’idea ben precisa, allora devo assolutamente raggiungerla. So che a molte gente piace avere sempre un obiettivo preciso da raggiungere. A me no, perché se mi pongo un obiettivo e non lo raggiungo ci resto molto male, se invece lo raggiungo può anche darsi che si riveli diverso da come me l’aspettavo. Per il momento cerco di restare concentrata su ciò che faccio e resto ovviamente aperta a qualsivoglia ispirazione”.

 

 

 

Italiani alla ribalta: Roberto Laneri e Francesco Venerucci

Quando un musicista parla di “venti di cambiamento” vuol dire che dentro di sé soffia ancora la creatività e che sa coltivare lo spirito libertario del 1968 (di cui si ricorda quest’anno il cinquantenario).

“Winds of Change” di Roberto Laneri (prodotto in Giappone dall’etichetta DaVinci Jazz) è un album allo stesso tempo di bilancio e di rilancio della propria e plurima dimensione di compositore, polistrumentista, leader, arrangiatore. Dopo un ventennio trascorso in gran parte nell’ambito della musica contemporanea e della docenza in conservatorio (a Firenze, fino al 2011), Laneri – che è anche attivissimo nel campo, pratico e teorico, del “canto armonico” – ha avuto l’esigenza di tornare in territori più jazzistici e di dar vita (nel 2016) ad un quartetto stabile. Esso vede l’elegante e duttile voce di Giuppi Paone, il versatile ed ispirato pianoforte di Stefano Diotallevi ed il propulsivo contrabbasso di Alessandro Del Signore. “Winds of Change” è, in un certo senso, lo specchio fedele del gruppo e del suo leader, calati in un presente musicale fitto di ispirazioni e radicati in un passato che ha visto Laneri attraversare molte esperienze: dagli studi in filosofia a Roma a quelli musicali alla University of California di San Diego, dalle collaborazioni con Charles Mingus a quelle con Peter Gabriel, dai molti soggiorni e viaggi (negli States come in Asia, Africa ed Australia) ai due volumi sull’ “overtone singing”.

Nell’album gli otto brani si muovono secondo un asse del tempo che va dal ’68 (“Canone perpetuo”, dove si inseguono tre voci: sax alto, canto e piano) sino al 2017 (la conclusiva “Winds of Change” che presenta due sezioni a contrasto, rispettivamente in 5/4 e 4/4).  Il campo sonoro dell’album prevede anche un asse dello spazio che comprende – in un atlante tra il reale ed il fantastico – il Colorado (“Imaginary Crossroads n.1”),  il Sud come terra natìa del Blues e categoria mentale (“South”), l’Egitto (“Voice of Ancient Queens”), l’India che finisce per incontrare l’Australia del didgeridoo (l’intensa “Mala” in cui la voce della Paone ed il sax sopranino – che suona come uno shanai indiano, un aerofono tra il flauto e l’oboe occidentali – ricreano l’intensità ipnotica della musica hindustani; nella seconda parte del brano dialogano contrabbasso e didgeridoo). Non manca un riferimento diretto al jazz, in particolare al John Coltrane di “Spiritual” che viene elaborato in “Tumbleweeds”, uno dei vertici del Cd per la fitta, magmatica e sciamanica interazione tra i quattro musicisti nonché esempio di un’idea della musica quale aspirazione alla trascendenza. Ci sono altre chiavi di lettura per “Winds of Change” che si svela ascolto dopo ascolto nella sua complessità e stratigrafia. Intanto Laneri è compositore di valore che trova nel polistrumentismo (sopranino, soprano, alto, clarinetto basso e didgeridoo) una varietà di colori sonori e dimensioni acustiche perfettamente integrate con il resto del gruppo che – in un’estetica dalle venature cool – non utilizza né batteria né percussioni. Inoltre è autore di brevi quanto efficaci testi in cinque brani. Tra essi c’è “Delta Yearning” che – grazie alla complicità e versatilità di Giuppi Paone, con cui il sassofonista romano collabora da decenni – è una sorta di parodistica canzone-blues. In effetti il polistrumentista non utilizza i generi “canonici” del jazz, piuttosto li evoca e crea nuove forme, come nel caso di “Winds of Change”, un canto di speranza che si nutre della forza cosmica della natura. C’è grande bisogno di messaggi positivi, oggi.

Venerucci è un pianista e compositore (autore di musiche di scena, balletti, colonne sonore, musica da camera e sinfonica) che molto si è dedicato alla tradizione “colta” e contemporanea del Novecento europeo mantenendo, tuttavia, per il jazz un’attenzione ed uno studio profondi. Non si tratta di un pianista classico che si diletta di musica afroamericana: il rapporto è molto più intenso e, soprattutto, strettamente intrecciato alla ricerca estetica complessiva che, non a caso, pone al suo centro il delicato e fecondo rapporto fra composizione ed improvvisazione. <<Ci sono molte più cose in comune di quanto non si creda – ci ha detto in una recente intervista -: bisogna fare un atto di umiltà come studioso di musica classica e un atto di consapevolezza, di superiorità come “amatore” di jazz ed ad un certo punto si arriva ad un gradino superiore>>. Nell’album (coprodotto dall’artista con Gabriele Rampino, “motore” dell’etichetta dodicilune) c’è un diretto riferimento a Massimo Fagioli, <<medico psichiatra, pensatore ed artista (che) ha speso la vita per la realizzazione e il benessere psichico degli esseri umani. Dedico questo lavoro a lui ed all’Analisi Collettiva a cui ho avuto l’immenso piacere di partecipare>> (Fagioli è scomparso il 13 febbraio 2017)

Un inequivocabile segnale della valenza dei dieci brani proposti (nove originali e lo standard “When You Wish Upon a Star”) è la presenza in quattro titoli del sax soprano di Dave Liebman. Non c’è stato “contatto diretto” tra i due artisti: Venerucci ha inviato le sue musiche (registrate e su partitura) al celebre solista e didatta il quale ha accettato con entusiasmo di sovraincidere (presso il Red Rock Recording studio di Saylorsburg, in Pennsylvania) ed arricchire “Good Morning Mr Samsa”, “Music fo Lilith”, “Exodus” ed “Early Afternoon”, composizioni in cui si avvertono riferimenti letterari e sonori. Talmente è marcata la personalità di Dave Liebman – tra i migliori e più creativi discepoli di John Coltrane, da cui ha ereditato l’urgenza espressiva e la maestria tecnica mai fine a sé stessa – che l’effetto sovraincisione sparisce a favore di una compresenza degli artisti, pur distanti nel tempo e nello spazio, che si fa reale e palpabile. Tutto ciò senza una base ritmica e nella più empatica interazione fra piano e sax soprano.

<<Si vede danzare qualcuno sopra il pianoforte, si aggiunge un movimento in più ed era proprio quello che cercavo (…) Il disco all’inizio doveva essere – precisa Venerucci –  in piano solo. I brani sono stati composti originariamente per sax soprano solista o un ensemble orchestrale. Quindi ho dovuto fare una riduzione dell’orchestrazione fino al piano solo, anche per poter portare in giro i brani più agevolmente. Poi mi sono accorto che avevo comunque questo legame con il sax soprano, alcuni pezzi erano assolutamente adatti a quella presenza ed ho pensato che Liebman fosse la persona ideale: per l’ammirazione che gli porto, per la sua vicenda, per la statura d’artista e per come ha attraversato la storia del jazz, partendo dai massimi livelli (Miles Davis), cercando di non tradirsi mai e di evolversi sempre>>.  Musica fortemente connotata e strutturata quella del pianista che nasce in un arco temporale vasto e da circostanze concrete. L’occasione per preparare i materiali di “Early Afternoon” (dopo circa dieci anni da “Tango Fugato”, 2007) origina da un recital commissionato nel 2011 dall’Associazione “Amore e Psiche” presso la loro sede, <<una bellissima libreria del centro storico di Roma>>, come precisa l’autore. Il tema portante è quello dei rapporti tra musica e letteratura e l’autoindagine di Venerucci copre un arco compositivo di circa vent’anni: attinge, in buona sostanza, ad un repertorio personale di brani nati sulla suggestione di letture (“Delitto e castigo”, “La piccola fiammiferaia”…) che traducono in vibrazioni sonore quello scatenarsi di emozioni e sentimenti causati dallo scendere “dentro” un testo letterario.

<<Ci sono circostanze – racconta Venerucci – che mi hanno portato ad avere contatto con certe letterature; le musiche sono nate in quella temperie lì. Altre volte sono nate per degli spettacoli ma non sono didascaliche. E’ tutto un fatto di temperie emotiva e di circostanze della mia vita personale che mi hanno condotto a coinvolgermi verso certe letture>>.  Altro tema importante è quello delle figure femminili disseminate in vari titoli e frutto di un elaborato processo, come ha spiegato l’autore. <<“Aurora” era per Nietzsche, un confronto con un gigante scritto quando ero molto giovane. Confrontarmi con Nietzsche, Kafka, Dostoevskij, Andersen lo potevo fare quando ero abbastanza incosciente. Di immagini femminili ci sono la piccola fiammiferaia, Siduri e Lilith. Siduri viene dalla sagra di Gilgamesh e Lilith era una figura biblica-prebiblica di origine sumerica. Siamo nell’ambito delle origini della letteratura che mi ha sempre interessato, le “immagini primordiali” che sono alla base della nostra cultura e, a volte, sono precedenti a qualsiasi documento scritto. Sono interessato a rifletterci da vari stimoli>>.

Un album, in definitiva, che coniuga rigore compositivo con fluenza improvvisativa, temi culturali e letterari vissuti senza effetti “mimetici”, musiche che si collocano tra Europa/Asia/NordAmerica attingendo ovunque. Un Cd avventuroso e maturo, meditato e spontaneo, costruito da una personalità complessa che non rinuncia a sé stessa pur trovando una comunicativa diretta e, a tratti, irresistibile. Cosa dire del candore e della tenerezza che traspaiono (si vorrebbe dire trasudano) da “When You Wish Upon a Star”?

Luigi Onori