La Banda dei Carabinieri a Roma con Paolo Fresu e Caroline Campbell: le affascinanti contaminazioni sinestetiche della musica

L’arte e le emozioni rappresentano un connubio inscindibile e potrebbe sembrare quasi un’ovvietà dire che, tra tutte le arti, la musica è forse quella che più riesce ad indurre ciò che Aristotele definiva gli “accadimenti dell’anima”.
Di qualunque genere le emozioni siano, nella paletta di colori della musica non ne manca nessuna!

Certo, la musica mette in moto la Mnemosine (figura della mitologia greca, madre delle Muse e personificazione della memoria) che è in noi ed accende i nostri ricordi, evocatori primari di emozioni, ma non sempre.
Accade, a volte, che ciò avvenga per una sorta di misteriosa, quanto affascinante contaminazione sinestetica, che si compone sullo spartito della nostra psiche.

Lunedì 27 maggio 2019, nello splendido e neo-rinascimentale Teatro dell’Opera di Roma, in occasione del concerto che la Banda Musicale dell’Arma dei Carabinieri, diretta con la consueta, energica verve dal M° Massimo Martinelli, le emozioni sono giunte da più fronti. Quando parlo di contaminazioni sinestetiche, infatti, non mi riferisco soltanto a quelle di genere, avendo il repertorio spaziato dalla classica, al jazz, dalle marce militari alle colonne sonore da film, dal pop (si, avete letto bene!) alla musica tradizionale sarda, grazie anche ai contributi di due musicisti di vaglia quali la violinista americana Caroline Campbell e il “nostro” – ma di levatura altrettanto internazionale – trombettista Paolo Fresu; ciò di cui desidero rendervi partecipi è il mio percepire le emozioni della serata attraverso impulsi sensoriali inusuali, propri della sinestesia, come vedere il suono, sentire i suoi colori, assaporare l’emozione estetica delle forme…

Kandinsky, nel 1911, presenziò a Monaco ad un concerto di Arnold Schönberg, tra i padri della musica del Novecento. Il “Quartetto per archi op.10” e i “Klavierstücke op.11” divennero, il giorno dopo, un quadro: “Impressione III” o “Konzert”. Kandinsky aveva visto la musica, trasformandola in colore.

La ricchezza dei colori sinfonici di Rossini apre, dunque, la serata, presentata con eleganza dalla giornalista e conduttrice Rai Barbara Capponi, con l’esecuzione della Sinfonia dell’Otello, opera che il compositore amava più di ogni altra. Un bel duello a colpi di virtuosismo, dei legni soprattutto, che hanno sfoderato un gran carattere timbrico e ritmico; la musica rossiniana è un turbinio di rosso, il colore della passione, il cui eccesso sfocia ineluttabilmente nella gelosia, e che si fonde con quello dei pennacchi e delle strisce delle uniformi degli strumentisti e dei tanti carabinieri presenti in sala.

Purtroppo ancora oggi, quando si parla di “banda”, il pensiero corre immediatamente ad una musica che sta a metà strada tra le melodie popolari e le marcette militari. Ma la verità è molto più complessa, più articolata… e non sempre facile da decifrare. Per non parlare di quanto le bande siano state determinanti per la nascita e lo sviluppo del jazz!
Identica importanza rivestono le bande militari, che nel nostro Paese godono di un grande prestigio per aver mantenuto, nel tempo, un eccelso livello artistico. In particolare la Banda dell’Arma dei Carabinieri si è fatta apprezzare in tutto il mondo con svariate esibizioni e tournée, la prima nel 1916 a Parigi.
Attualmente è composta da 102 elementi, secondo i dettami della riforma varata nel 1901 dal maestro Alessandro Vessella, il quale prevedeva tre differenti organici a seconda che si trattasse di piccola banda (35 esecutori), media banda (54 esecutori) e grande banda (per l’appunto 102 esecutori). A dirigerla, dal 2000, è il Maestro Massimo Martinelli al quale va dato atto di saper imbastire un programma variegato ed interessante e di invitare, di volta in volta, degli ospiti di assoluto livello internazionale.

Tornando alla serata romana, lo stretto rapporto tra immagini e suoni ritorna con il medley dedicato al genio del M° Nino Rota, del quale ricorre il quarantennale della scomparsa, il cui talento ha dato vita a capolavori sempervirens e ad un vero e proprio genere, non catalogabile banalmente come “musica da film”. Nella mente, grazie al magico potere evocativo e di suggestione della musica, si affacciano a forti tinte le gelsomine, i clown, le angeliche, le saraghine, le gradische, le cabirie e tante altre figure create dai grandi Maestri del cinema italiano e mondiale.

La prima ospite internazionale, la violinista americana Caroline Campbell, irrompe sulla scena di rosso vestita e con la sua fisicità scultorea. Dotata, oltre che di straordinaria tecnica e squisita sensibilità, anche di una completa padronanza scenica, la Campbell si è fatta conoscere soprattutto come primo violino del Sonus Quartet, un quartetto d’archi costituito a Los Angeles nel 2003. Se non l’avete mai ascoltata, come primo approccio vi consiglio un inizio soft ma molto intenso: “Oblivion”, stupendo brano di Astor Piazzolla, in duetto con il trombettista Chris Botti. Nell’esiguo spazio del proscenio, concessole dalla mastodontica presenza dell’orchestra che riempie tutto il palcoscenico, la Campbell propone “America” di Leonard Bernstein, da “West Side Story”. L’intro è affidata al suo violino, e sono subito fuochi d’artificio multicolori!
Coinvolgenti, come sempre, i ritmi frammentati, d’ispirazione stravinskijana e intrigante l’hand clapping di parte dei musicisti.

Quanto a Paolo Fresu, credo che per i lettori di “A proposito di Jazz”, come si diceva una volta, “basta la parola!”. Eppure, nella mia particolare lettura pluri-sensoriale della serata, mi sento di dire che Paolo è riuscito a trasportarci, con la sensibilità che gli è propria, in un emozionante sorvolo sulla sua Sardegna, terra dai sorprendenti contrasti cromatici che vanno dalle gradazioni di azzurro del cielo e del mare a quelle del verde della macchia mediterranea, con gli ocra delle rocce a fare da sfondo. Bastava chiudere gli occhi e attraverso la musica si sentiva anche il profumo degli oleandri.

In “Sardinia Incanto”, arrangiata dal M. Martinelli, le anime dell’orchestra – più classica – e quella di Paolo – più jazz – si sono amalgamate in una sequenza di brani della tradizione popolare: “Deus ti salvet Maria” (più celebre come Ave Maria sarda), “Ballo sardo” e la toccante “A Diosa” (No Potho Reposare). Fresu termina l’esecuzione con il suo flicorno che emette una nota prolungata, una corona… un suono meccanico e ipnotico al contempo. Poesia jazz per cuori curiosi (calza alla perfezione il titolo del recente libro di Paolo!)

Dalla Sardegna alle cascate dell’Iguazù ci si arriva in un attimo, in una piovosa serata romana!
Per “Gabriel’s Oboe” di Morricone, la main track del film “Mission”, ritorna sul palco la bionda violinista statunitense, che duetta con Francesco Loppi, 1° oboe della Banda dei Carabinieri. Performance impeccabile, come lo stile della Campbell, la sua intonazione e l’abilità negli incroci di corde con il suo strumento.

E’ di nuovo la volta di Fresu con un suo classico: “Fellini”, arrangiato per banda (e non so quanto sia stato facile)… eseguito in versione ballad, dolce, onirica. Il brano ha come sottotitolo “Elogio alla lentezza” e ascoltandolo comprendiamo che abbiamo bisogno anche del silenzio per apprezzare di più la musica, e di lentezza per riappropriarci del nostro tempo. Suggerimenti poetici.
Il sogno non finisce qui. Nel teatro spunta la luna, l’astro più celebrato dai poeti, la musa, per definizione, degli innamorati. Con “Moonlights”, una compilation dedicata al simbolo del romanticismo ma anche ai 50 anni dal primo sbarco dell’uomo sulla luna, con la Banda, il suo 1° Trombone tenore, Massimo Panico, il 2° Sax Baritono, Alessio Porcello, la Campbell e Fresu  ascoltiamo in successione: “Moonlight Serenade” di Glenn Miller, “Blue Moon” di Rodgers e Hart, “Tintarella di Luna”, portata al successo nel 1959 da Mina, l’incantevole “Moon River” di Mercer e Mancini, dal film “Colazione da Tiffany” e, dulcis in  fundo, la magnificamente ricca di significato e di metafore “La settima luna” di Lucio Dalla. Il teatro non è più un luogo ma un altrove opalino… sospeso tra la luna e il tempo.

Il tempo è ora quello della Csárdás, celeberrimo brano di Vittorio Monti, che inizia con un mood struggente e prosegue in un crescendo rapsodico di grande tensione emotiva, dove la talentuosa Campbell avrebbe potuto farci saltare sulle poltrone per il suo virtuosismo; invece l’ha “solo” suonata bene, con grande pulizia ma senza quelle ardite digressioni che fanno la differenza e che lei, peraltro, sarebbe stata in grado di eseguire. Colore associato? Kandinsky l’avrebbe inserita nella sua opera sperimentale “Der Gelbe Klang”, il suono giallo!
Prima della chiusura con “La Fedelissima”, ovvero la marcia d’ordinanza dell’Arma dei Carabinieri, scritta nel 1929 dal maestro Luigi Cirenei, cui è seguito il sempre emozionante inno di Mameli, intonato da tutto il pubblico in piedi a celebrare l’omaggio alla Repubblica… ma anche alla bella musica offertaci dal maestro Martinelli e dalla sua Banda, è salito sul palco il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, il Gen. di C.A. Giovanni Nistri.

Il massimo vertice dell’Istituzione, con il suo solito forbito e brillante eloquio, ha ringraziato le varie Autorità militari e civili presenti, un vero e proprio parterre de roi, congratulandosi con i musicisti e, soprattutto, richiamando alla memoria i valori dei Carabinieri ed il loro ruolo, citando momenti tristi, come il sacrificio dei tanti uomini caduti nell’espletamento delle proprie funzioni, e quelli felici. Tra questi, il salvataggio dei 51 studenti della scuola media di Crema, tenuti in ostaggio su uno scuolabus dirottato e incendiato e le parole del Presidente Mattarella, che nel suo discorso di fine anno ha ricordato l’anziana signora che la notte di Capodanno ha chiamato i carabinieri, presenza capillare e amica, per lenire la sua solitudine.

Come bis, una musica che è entrata nel cuore di tutti, il tema di “Nuovo Cinema Paradiso” di Ennio Morricone. Il bianco, che racchiude in se l’intera gamma delle frequenze cromatiche, è il colore perfetto, il colore della fiducia e dei sentimenti nobili.

Se siete arrivati fino a qui, leggendo il racconto di una giornalista “sinesteta” in balia di flussi sensoriali mutevoli, sperando non vogliate bollare questa esperienza come una sorta di antropoformismo musicale, sappiate che i confini della sinestesia si fanno sempre più ampi e che le emozioni più profonde e viscerali e gli accadimenti dell’anima più intensi vengono percepiti attraverso l’ascolto; tanto da farne materia di studi scientifici che hanno permesso di sviluppare tecnologie che consentono ai non vedenti di “guardare” un’opera d’arte associando i suoni ai colori, per rendere visibile l’invisibile.

Marina Tuni

A Proposito di Jazz ringrazia il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Maestro Direttore della Banda, Colonnello Massimo Martinelli, l’Ufficio Cerimoniale e l’Ufficio Stampa per la collaborazione.

Photo courtesy: Fototeca Ufficio Cerimoniale Arma dei Carabinieri

 

 

Rita Marcotulli è Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana

È “Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”; tra i tanti riconoscimenti ottenuti nell’arco di una lunga e luminosa carriera Rita Marcotulli può adesso annoverare anche questa onorificenza conferitale dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Già ufficializzata, la prestigiosa nomina sarà ulteriormente suggellata il 1 giugno al Quirinale con la sua partecipazione al ricevimento per la Festa della Repubblica.

Se una tale notizia farà piacere a tutti gli appassionati italiani, per il sottoscritto ha un significato particolare. Come detto molte volte, conosco Rita da quando ha cominciato a muovere i primissimi passi nel mondo della musica e fautore di questo felice incontro fu Mandrake, il percussionista con cui Rita suonava in quel periodo. Ebbene Mandrake – che è stato uno dei miei più cari ed affettuosi amici – mi dichiarò senza mezzi termini, “tieni d’occhio questa ragazza che è davvero formidabile e di cui sentiremo tanto parlare”. E così è stato; da allora ho sempre avvertito un legame particolare per questa artista anche per il comune sentimento che ci legava a Mandrake prematuramente e inopinatamente scomparso a soli 54 anni.

Eccomi, quindi a celebrare ancora una volta quella che personalmente considero una delle più grandi pianiste di jazz e non solo a livello nazionale ché Rita ha avuto la forza di imporsi anche su scene jazzisticamente difficili come la Scandinavia e la Francia. Ovviamente neanche la scena italiana le ha risparmiato i giusti riconoscimenti. Così è stata la prima donna ad aver vinto un David di Donatello per la miglior colonna sonora (nel 2011, per “Basilicata coast to coast”), ottenendo, tra l’altro, il Ciak d’oro, il Nastro d’Argento e due vittorie al Top Jazz prima come miglior talento emergente e poi come miglior talento italiano.

Nel corso della sua carriera Rita Marcotulli è, quindi, riuscita ad affermare il suo stile raffinato in numerosi progetti e generi musicali che l’hanno portata ad esibirsi in tutto il mondo con grandi artisti e nelle location più importanti a livello internazionale. Elencare i musicisti con cui ha collaborato e i progetti che ha varato sarebbe davvero troppo lungo e probabilmente inutile in questa sede. Basta forse ricordare gli oltre 25 album cui ha dato vita tra cui “Woman Next Door – Omaggio Truffaut”, che nel 1998 il magazine inglese The Guardian nominòmiglior disco dell’anno”, e l’ultimo di Giorgio Gaber “Io non mi sento italiano” pubblicato nel 2003 e vincitore nello stesso anno della ‘Targa Tenco’.

Proprio in questi giorni è uscito l’ultimo album inciso da Rita Marcotulli in duo con il batterista e vocalist messicano Israel Varela, il live “Yin e Yang” (ed. Cam Jazz), di cui vi riferisco assai volentieri. Il CD fa parte di quelle registrazioni effettuate da Ermanno Basso produttore dell’etichetta e Stefano Amerio anima e titolare dei celebri “Artesuono Recording Studios” nelle cantine del Friuli Venezia Giulia. Già in questo stesso spazio vi avevo segnalato un album di Pieranunzi, “Wine & Waltzes”, registrato nelle cantine del Friuli e adesso questa nuova realizzazione di Marcotulli e Varela evidenzia come la scommessa di Basso e Amerio sia stata vinta alla grande.

L’album si apre con una intro di Varela che disegna uno straordinario tappeto ritmico su cui si inserisce con naturalezza il pianismo della Marcotulli, sempre preciso, essenziale, mai ridondante. E che Rita sia una grandissima artista lo dimostra anche il fatto che per tutta la durata dell’album mai si avverte la mancanza del sostegno armonico solitamente fornito dal contrabbasso. In programma otto brani scritti quasi tutti dalla pianista, eccezion fatta per due pezzi di Israel Varela, e “Vou Ver” di Lokua Kanza (cantante e compositore originario della Repubblica Democratica del Congo) e Vander Lee (cantautore brasiliano venuto meno nel 2016) interpretato al canto magnificamente da Varela. Chi si immaginasse una musica disegnata dalla pianista, con Varela nel semplice ruolo di accompagnatore, sbaglierebbe di grosso ché gli spazi sono equamente divisi e il drumming ‘melodico’ (se mi consentite l’espressione) di Varela ha un ruolo di assoluto rilievo così come gli interventi vocali sempre pertinenti. Lo si ascolti ad esempio in “Everything Is Not” a mio avviso uno dei brani più riusciti dell’album, caratterizzato da una perfetta intesa e da una suadente linea melodica disegnata quasi in crescendo dalla pianista romana, sottolineata dalla delicata voce di Varela, e in “Aria” la cui apertura è affidata ad un centrato assolo del percussionista. E così di sorpresa in sorpresa si arriva alla fine dell’album con la netta sensazione di aver ascoltato due straordinari improvvisatori capaci di regalarci qualcosa di unico.

Per questo nuovo progetto, Rita Marcotulli sarà impegnata nei prossimi mesi in tour con un eccellente quartetto europeo formato dal bassista Michel Benita, il sassofonista britannico Andy Sheppard (vincitore di numerosi British Jazz Awards) e lo stesso Varela.

Gerlando Gatto

A Grado Jazz by Udin&Jazz Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

L’estate si avvicina e i vari festival del jazz che ogni anno affollano lo stivale scaldano i motori e presentano i rispettivi programmi.

Chi segue “A proposito di jazz” sa bene come oramai non amiamo particolarmente questo tipo di manifestazioni il più delle volte inutili passarelle di grandi nomi che tra l’altro si ha modo di ascoltare anche durante il resto dell’anno. Ci sono tuttavia eventi che sfuggono a questa regola e che quindi siamo ben lieti seguire e di segnalarvi, manifestazioni che si caratterizzano anche per la volontà di valorizzare i talenti locali dando loro il giusto spazio.

E’ in questa categoria che va inserita “Udin&Jazz” che quest’anno ha cambiato nome e location: ecco quindi il “Festival Internazionale GradoJazz by Udin&Jazz”, organizzato da Euritmica con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e del Comune di Grado, in collaborazione con i comuni di Cervignano del Friuli, Marano Lagunare, Palmanova e Tricesimo. Giunta alla sua 29° edizione, la rassegna si è oramai imposta all’attenzione generale per aver offerto al suo pubblico il meglio della scena jazz contemporanea, tra avanguardia e tradizione, ospitando grandi artisti internazionali e italiani, con un’attenzione particolare, come si accennava, ai musicisti del Friuli Venezia Giulia.

Il Festival si svolge a cavallo tra i mesi di giugno e luglio in diverse località della regione per approdare a Grado, che da quest’anno ospita il clou della storica manifestazione.

Nella settimana gradese, sono in programma concerti, workshop, mostre, libri, incontri, proiezioni, visual art, il tutto impreziosito da una piacevole ospitalità nello scenario magnifico della laguna di Grado, l’isola del sole, un lembo di terra sospeso tra mare e vento, tra storia e futuro.

Dopo un prologo già dal 25 giugno con concerti a Tricesimo, Cervignano del Friuli, Savogna d’Isonzo e un weekend a Marano Lagunare, il Festival entra nel vivo il 6 luglio, a Palmanova (Ud), città stellata patrimonio mondiale dell’Unesco, dove i mitici King Crimson, progressive rock band britannica di livello mondiale, si esibiranno nella  Piazza Grande nella prima delle quattro date italiane del Tour che celebra il 50°anniversario di attività per il gruppo di Robert Fripp e compagni; la serata finale  a Grado (Go), dove l’11 luglio gli Snarky Puppy, una delle più belle realtà della nuova scena musicale internazionale, saliranno sul palco del Jazz Village al Parco delle Rose, nella prima delle cinque date in Italia, per presentare il nuovo album “Immigrance”, uscito il 15 marzo.

Ma, procedendo con ordine, diamo un’occhiata più da vicino al ricco cartellone.

Il 25 giugno, la Piazza Garibaldi di Tricesimo vedrà esibirsi le vocalist e la band del NuVoices Project; il 26 sarà Cervignano del Friuli ad accogliere i Pipe Dream, una band internazionale con quattro delle personalità più interessanti nella nuova scena creativa italiana e con il violoncellista americano Hank Roberts; il 27, l’incantevole Castello di Rubbia a Savogna d’Isonzo ospiterà un “piano solo” di Claudio Cojaniz; nel weekend del 28, 29 e 30 giugno ritorna a Marano Lagunare la rassegna Borghi Swing by Udin&Jazz – seconda edizione – con un programma costruito ad hoc per valorizzare da un canto le migliori espressioni del panorama jazzistico del FVG, dall’altro i luoghi, l’ambiente, la storia, i riti, la cultura e l’enogastronomia del territorio in cui tale musica si è sviluppata.

Dal 3 luglio il festival si trasferisce a Grado, con una mostra di sassofoni d’epoca curata da Mauro Fain e proiezioni di filmati di concerti jazz storici; il 6 luglio, in occasione del “Sabo Grando”, la fanfara jazz Bandakadabra allieterà con la sua musica le vie del centro; il 7 luglio, GradoJazz entra nel vivo con la formula dei due concerti su due diversi palcoscenici (alle 20 e alle 21.30), nel Jazz Village del Parco delle Rose, dove lo spettatore, oltre alle emozioni della musica, potrà vivere anche una “street food experience” con degustazioni di prodotti dell’enogastronomia del FVG. Le cinque serate saranno precedute alle ore 18.00 da incontri con artisti, giornalisti, scrittori che animeranno i Jazz Forum nella struttura del Velarium, accanto all’ingresso principale della spiaggia.

Le notti gradesi si allungheranno al Jazz Club, dal 7 all’11 luglio, sulla spiaggia principale, verso mezzanotte, night music dal vivo, sorseggiando un drink sotto la luna a due passi dal mare…

La prima serata gradese del festival, il 7 luglio (ore 20), ci porterà ad immergerci nelle suggestive atmosfere argentine con il Quinteto Porteño, un tributo alla musica del grande Astor Piazzolla; alle 21.30, l’attesissima performance di uno tra i musicisti più noti d’Italia: il trombettista Paolo Fresu, con il suo nuovo progetto discografico “Tempo di Chet”, in trio con Dino Rubino (uno dei pochissimi musicisti che suona altrettanto bene tromba e pianoforte), e Marco Bardoscia (uno dei più interessanti contrabbassisti del jazz europeo). Questo dialogo a tre voci, raffinato, di grande impatto emotivo e intellettuale, è iniziato per l’avventura teatrale del progetto “Tempo di Chet – La versione di Chet Baker” e tutte le musiche sono composte da Fresu.

L’8 luglio, nel primo dei due concerti in programma, un’eccezionale performance: quella del trio del pianista Amaro Freitas, uno dei nuovi talenti del jazz contemporaneo brasiliano. A seguire, alle 21.30, una grande festa musicale con la North East Ska* Jazz Orchestra, formazione di 20 elementi cresciuta in regione, forte di un sound travolgente rodato sui palchi di mezza Europa, che qui presenta il suo nuovo lavoro discografico.

Il 9 luglio, a più di dieci anni dal disco “Licca-Lecca”, premiato dal pubblico con oltre 10.000 copie vendute, i Licaones ripropongono a Grado (ore 20) il loro progetto musicale con ai fiati, il sassofonista Francesco Bearzatti e il trombonista Mauro Ottolini, all’organo Oscar Marchioni e alla batteria Paolo Mappa.

Alle 21.30, sale sul palco del Parco delle Rose una delle stelle del jazz mondiale: il pianista Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso alla batteria. Definito dal New York Times “un pianista dalle capacità quasi sovrannaturali”, Rubalcaba è il più celebre musicista cubano della sua generazione, un virtuoso dalla tecnica strabiliante, la cui abilità improvvisativa ha contribuito a spianare la strada al movimento del jazz latino-americano e oggi ai vertici del pianismo jazz mondiale. Ed è proprio questo, a nostro avviso, l’evento clou del Festival. Personalmente conosciamo Gonzalo da molti, molti anni, avendolo incontrato ad un Festival della Martinica quando ancora era un giovane talentuoso pianista ma poco- se non per nulla – conosciuto in Europa. Da allora Gonzalo ha di molto modificato il suo stile pianistico che se prima era perfettamente riconoscibile come ‘cubano’ adesso non è in alcun modo etichettabile essendo espressione di un talento purissimo che mal sopporta qualsivoglia schematizzazione

Il 10 luglio, serata dedicata al blues! S’inizia con la Jimi Barbiani Band, nuovo progetto di uno dei migliori chitarristi blues rock slide d’Europa. Si prosegue, alle 21.30, con il grande bluesman californiano Robben Ford, il musicista che fondò i mitici Yellowjackets! La sua è una musica difficile da definire; suona e canta il blues con grande classe ma il suo percorso artistico prevede importanti incursioni nel jazz, nella fusion e nel funky. Non a caso vanta collaborazioni discografiche eccellenti con artisti di assoluto livello quali, tanto per fare qualche nome, Miles Davis, i Kiss, Burt Bacharach, Muddy Waters, George Harrison, Joni Mitchell. Cinque volte candidato ai Grammy, è stato definito dalla rivista Musician “uno dei più grandi chitarristi del XX secolo”.

La serata finale del festival, giovedì 11 luglio, sarà aperta da Maistah Aphrica, progetto che porta i suoni dell’Africa rivisitati dai migliori protagonisti del panorama jazz made in FVG. Il concerto-evento degli Snarky Puppy, collettivo con base a New York e con circa 25 membri in rotazione, fondato dal bassista Michael League, chiuderà l’edizione 2019 di GradoJazz by Udin&Jazz.

Gerlando Gatto

 

 

James Senese Napoli Centrale: un artista sempre attuale – Il concerto l’11 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Una vagonata di ‘neapoletan-funky’ scaraventata su un pubblico entusiasta e appassionato: potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il racconto del concerto tenuto da James Senese Napoli Centrale all’Auditorium Parco della Musica di Roma l’11 maggio scorso. Concerto che si inserisce nell’ambito del tour che l’artista ha iniziato lo scorso anno per festeggiare sia i 50 anni di carriera sia l’uscita del suo primo live, il doppio cd antologico “Aspettanno ‘O Tiempo”. L’album, registrato durante il tour invernale 2017, contiene tutti i suoi grandi successi oltre due inediti – lo strumentale “Route 66” e “‘Ll’ America”, quest’ultimo scritto da Edoardo Bennato per James, e una rilettura di “Manha de Carnaval” di Astrud Gilberto e Herb Otha, qui intitolata “Dint’ ‘o core”.

Per questa nuova impresa il sassofonista e vocalist napoletano ha fatto ancora una volta ricorso alla sua rodatissima band, con Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria. Per quei quattro o cinque che non lo conoscessero, basti aggiungere che James Senese è stato uno dei protagonisti assoluti di quello straordinario movimento che negli anni ’70 interessò la città partenopea, tanto da essere ricordato come “neapolitan power”. Senese collaborò a lungo con Pino Daniele, tanto che la band presentata a Roma è la stessa che compare, come gruppo base, nello storico album dello stesso Daniele “Nero a metà” pubblicato nel 1980.

Nel concerto romano, Senese, ad onta dei suoi 73 anni compiuti, non si è certo risparmiato… anche se il tempo qualche traccia l’ha lasciata. Così la sua voce, specie sulle tonalità più basse, non è quella di un tempo e al riguardo non l’ha certo agevolato una presa di suono molto vicina al rock: con la batteria iperamplificata e in genere un volume di suono, per il sottoscritto, un po’ troppo elevato, la voce di Senese si percepiva male e in alcuni tratti quasi per nulla. Viceversa quando imbracciava i sassofoni (tenore e soprano) abbiamo ritrovato il Senese di sempre, con un sound forte, preciso, spesso ruvido, caratterizzato da un leggero vibrato e con un sound che alle volte richiamava quello di Gato Barbieri.

E così di brano in brano il concerto si è sviluppato lungo direttrici ben precise, con Senese assoluto padrone della scena, in grado di far valere tutto il suo carisma e di trasmettere emozioni ad un pubblico che l’ha seguito con grande partecipazione. Un momento di sincera commozione ha pervaso l’intera platea quando Senese, ricordando il grande amico scomparso, Pino Daniele, gli ha dedicato la struggente “Chi tene ‘o mare” forse uno dei pezzi più significativi scritti da Pino Daniele in cui “chi tene ‘o mare/’o sape ca è fesso e cuntento/chi tene ‘o mare ‘o ssaje/nun tene niente…” a significare che la popolazioni del Sud del mondo, cui appartiene la sua Napoli, mai potranno essere private dell’unica ricchezza che posseggono: il mare. E questa sorta di denuncia contro le ingiustizie, le diseguaglianze l’emarginazione degli outsider, che hanno da sempre fatto parte integrante della sua poetica, le abbiamo ritrovate nel concerto romano anche se espresse– se ci consentite il termine – con più dolcezza, come se i 50 anni di carriera ne avessero in qualche modo ammorbidito alcune rigidità espressive. D’altro canto chi meglio di lui, figlio di un soldato statunitense di colore, di una giovane napoletana e della guerra, può raccontare la tristezza di chi soffre?

Alla fine pubblico entusiasta e Senese a concedere due applauditi bis.

Gerlando Gatto

Vicenza Jazz 2019: Chucho Valdés – Jazz Batà

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

VICENZA JAZZ FESTIVAL 2019
Vicenza, Teatro Comunale, ore 21

Chucho Valdés – Jazz Batà

Chucho Valdés, pianoforte
Dreiser Durruthy, batà
Ramon Vazquez, contrabbasso e basso elettrico
Yaroldy Abreu, percussioni

Un pubblico affettuoso e anche emozionato saluta l’entrata sul palco di Chucho Valdés con un applauso quasi liberatorio dopo quasi un’ora di attesa, dovuta ad un ritardo aereo, che ha costretto i musicisti a svolgere il sound check in fretta e furia mentre la gente già arrivava in teatro: teatro praticamente sold out.
Chucho Valdés, imponente, si siede al pianoforte. I suoi musicisti prendono posto davanti ai propri strumenti, e il concerto finalmente comincia, con una intro di pianoforte carica di blues, accordi per niente cubani, suoni impastati e amplificati dai pedali, e anche qualche fraseggio con reminiscenze classiche. Chucho si presenta, con il suo pianoforte.

Quando si inseriscono il contrabbasso le batà e le congas la portata armonica complessiva diventa più indefinita, sognante, complice anche lo stesso pianoforte: Chucho si abbraccia ai suoi musicisti e diventa parte egualitaria del quartetto, per una buona manciata di minuti.
Poi ad un tratto accade ciò che accadrà ripetutamente durante tutto il concerto: emerge da quell’episodio corale (che potrà essere onirico, o atonale, o carico di accordi e battiti potenti, ma comunque corale) un riff, una cellula melodico ritmica, un piccolo ostinato, che diventa una sorta di richiamo potente “all’ordine” del leader ai suoi musicisti, e su cui in un secondo momento si impernia l’improvvisazione del pianoforte, e anche degli altri strumenti, o l’esecuzione di un brano ben definito.

Il riff parte generalmente dal pianoforte stesso, risuona da solo per un po’ e poi viene ereditato magari dal contrabbasso: a quel punto Valdés comincia a improvvisare e dare fondo al suo ricchissimo arsenale di possibilità ritmico – melodiche, che vanno dal Jazz, alla musica cubana, alla musica classica, assemblate in maniera sempre diversa e bisogna dire spesso inaspettata: stilemi noti, ma in sequenze sempre nuove.
Il primo riff proviene dalla registro grave della tastiera e va avanti ostinatamente: solo per pochi istanti Valdés vi aggiunge una seconda voce a distanza di una terza maggiore. Per il resto sono quattro potenti note all’unisono che improvvisamente si disgregano in un piccolo, delicato, malinconico brano cantabile, struggente, melodicamente molto cubano, in tonalità minore, del quale batà e congas creano il suggestivo substrato ritmico.

Una cascata cromatica di note cristalline chiude il pezzo, dando spazio ad un lungo e intenso assolo del contrabbasso di Vazquez.

L’ultima nota del contrabbasso viene ripresa dal pianoforte che costruisce un episodio meno definito dal punto di vista tonale, fatto di  fraseggi frammentati, colmati nei loro silenzi dai suoni delle conchiglie e delle percussioni di Abreu.
Ed ecco ancora una volta il riff, ritmico, al cui richiamo, costruito in modo da apparire per i musicisti irresistibile, si accodano subito il contrabbasso (che lo replica esattamente), le batà e congas. Chucho Valdés a quel punto, sulla base da lui creata, improvvisa liberamente.
Il concerto prosegue così: piccoli dialoghi tra contrabbasso, pianoforte e percussioni, riff di richiamo, improvvisazione. Con ambiti sonori sempre diversi: brani dolci e lenti o molto intensi e ritmici, o virtuosistici, anche, ché il pianismo di Chucho Valdés ha questa caratteristica dell’essere cangiante, della capacità cioè di andare dal minimalismo di due piccole note ripetute all’infinito, magari variandone al massimo le dinamiche, alla ridondanza degli accordi percussivi che saltano velocissimamente da un punto all’altro della tastiera al massimo volume, usando anche i suoi potenti strisciando, eseguiti a due mani, e che strappano gli applausi del pubblico, come è normale che avvenga. O ci si trova davanti a un blues, che improvvisamente si tramuta in canto religioso, con Durruthy, Vazquez e Abreu che eseguono brani della tradizione Yoruba, alla quale le batà, come strumenti a percussione, sono legate.

Non mancano citazioni di ogni tipo (Poinciana, Spain, la Marcia Turca di Mozart, persino), che si intensificano fino alla conclusione, emergendo tra gli strisciando, i riff sempre più accattivanti, e le progressioni di accordi sempre più inequivocabilmente cubane. Conclusione applauditissima, con i musicisti che danzano (compreso lo stesso Valdés) e che incitano il pubblico con canti e battiti di mani.

L’ IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Chi vi scrive ama la musica cubana, il pianismo cubano in tutte le sue forme, anche quelle più stereotipate, e ama Chucho Valdés. Questo va detto da subito, per sgombrare il campo da pretese di scientificità o di verità obiettive calate dall’alto: d’altronde questo spazio è dichiaratamente lo spazio di un giudizio personale che può dunque agevolmente essere saltato a piè pari.

Qui a Vicenza ho ascoltato un concerto coinvolgente, dalla sonorità elegante ed equilibrata anche nei momenti di virtuosismo più spinto: complice anche la mancanza della batteria, sostituita dalle batà, ma soprattutto dalla capacità dei musicisti di bilanciarsi e di rimanere all’interno di dinamiche e timbriche mai esagerate.
Valdés sa come fare l’occhiolino al pubblico, e lo fa, certamente, ma ci tiene a far emergere la sua musicalità, la sua espressività da subito, prima di accontentare le aspettative della platea: non a caso il concerto era iniziato in modo molto “jazzistico” (semplificando, che non me ne vogliano i puristi) e via via fino alla fine procedendo sempre di più verso una esplicita, accattivante ed ammiccante sonorità cubana.
Negli episodi più lenti non sono mancati momenti di intenso lirismo. Fondamentale durante tutto il concerto l’aspetto prettamente melodico di batà e congas, e la funzione irrinunciabile del contrabbasso che si è rivelato prezioso punto di riferimento, una vera tagliente, trainante corda metallica sonora.
L’impianto armonico spesso è apparso complesso, tanto da rendere melodie magari molto semplici tutt’altro che scontate.
Una performance divertente, più variegata nella prima parte che nella seconda, e più multiforme e articolato di quanto non ci potesse aspettare. E anche un bello spettacolo da vedere, come si può vedere dagli scatti di Daniela Crevena.

“Avec le temps”: un disco e un concerto di Giovanni Guidi all’insegna della buona musica

La grandezza di un leader si misura anche dalla compagnia che si sceglie. Ebbene, anche sotto questo aspetto, il pianista Giovanni Guidi si dimostra assolutamente all’altezza della stima che lo circonda. Così, quando nel novembre del 2017 è entrato negli studi di registrazione de “La Buissonne”, a Pernes-les-Fontaines, per registrare un nuovo album per la ECM, ha portato con sé quattro jazzisti di assoluto livello internazionale: Francesco Bearzatti al sax tenore, Roberto Cecchetto alla chitarra elettrica, Thomas Morgan al contrabbasso e João Lobo alla batteria.

Ed è questo stesso gruppo che abbiamo ascoltato il 4 maggio scorso presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. In programma la presentazione del su citato album, “Avec le temps”, dedicato esplicitamente a Leo Ferré che nel 1969 scrisse questa magnifica canzone, una delle più toccanti in assoluto del panorama musicale di tutti i tempi.

Il disco è ottimo e altrettanto lo è stato il concerto anche se con differenze soprattutto di forma: così, ad esempio, l’album si apre con il brano di Ferré che durante il concerto è stato offerto come gradito bis, e l’esecuzione live di alcuni brani non presenti nell’album come “Te lo leggo negli occhi” portato al successo da Franco Battiato e “Morti di Reggio Emilia”.

Comunque, sia che i brani eseguiti fossero tratti dall’album o meno, la sostanza della musica non cambiava di una virgola.

Da un punto di vista stilistico, il quintetto, se da un canto sembrava porre in evidenza il lato melodico e lirico della sua musica, dall’altro non disdegnava escursioni su terreni altri, vicini ad esempio al free, con la front-line nella sua interezza sempre in primo piano. Il gruppo procedeva spedito, cementato da una perfetta intesa, con ognuno dei cinque che ricopriva un ruolo ben preciso. Così se Guidi si riservava il non facile compito di introdurre i brani e di ripercorrere in un secondo tempo la linea melodica, tessendo una tela armonica, spesso modale, Francesco Bearzatti faceva cantare il suo sax disegnando volute perfette con un sound sempre riconoscibile che richiamava comunque grandi del sax tenore con Albert Ayler tra tutti; quando la trama passava nelle mani di Cecchetto era come se la musica acquistasse all’improvviso nuovo spazio, se superasse i ristretti limiti di un teatro per immergersi in una globalità senza spazio e senza tempo, restando così sospesa, difficile da afferrare. Dal canto suo la sezione ritmica si muoveva con estrema pertinenza, contribuendo in maniera determinante a disegnare l’architettura dei brani: davvero impressionante il lavoro di Thomas Morgan, che con la sua cavata possente e un fraseggio essenziale, riusciva con pochissime note a dare corpo e consistenza a tutta la musica del gruppo (per non parlare delle stupefacenti sortite solistiche) mentre il portoghese João Lobo alla batteria, con un drumming non proprio in coerenza con il tempo base,  evidenziava quell’intesa che oramai da molto tempo lo porta a suonare con Guidi.

Interessanti tutti i brani con una menzione particolare, forse, per il significativo e trascinante “You Ain’t Gonna Know Me ‘Cos You Think You Know Me”, una sorta di inno, assai caro a Guidi, sempre suonato nei suoi concerti, dedicato alla fratellanza e all’eguaglianza, scritto dal trombettista Mongezi Feza, straordinario musicista sudafricano espatriato in Inghilterra per le note vicende del suo Paese e scomparso prematuramente a soli 30 anni.

Gerlando Gatto