I nostri CD.

Cari amici, come promesso, eccomi dopo le vacanze estive, quest’anno piuttosto particolari, con la solita nutrita rubrica dedicata alle novità discografiche. Come vedrete ce n’è davvero per tutti i gusti: dal jazz canonico a quello più sperimentale, dal jazz per big band a quello per combo, dal jazz strumentale a quello vocale. Non mi resta, quindi, altro che augurarvi buon ascolto.

Aldo Bagnoni – The Connection – Alfa Music
“The Connection” è il nuovo album di Aldo Bagnoni. Il batterista e compositore barese si ripresenta al suo pubblico alla testa di un quartetto completato da altri tre musicisti pugliesi, il polistrumentista Emanuele Coluccia, il contrabbassista Giampaolo Laurentaci e il tastierista Mauro Tre. In repertorio dieci brani di cui nove originali e l’arrangiamento di un pezzo popolare lucano. Particolare tutt’altro che trascurabile, una tantum il titolo rispecchia abbastanza fedelmente la musica che vi si ascolta; in effetti Bagnoni e compagni propongono un jazz che entra in specifica connessione con altri linguaggi: ecco quindi affacciarsi un’atmosfera tanguera nella linea melodica di “Clarabella”, un qualche riferimento a melopee seppur vagamente orientaleggianti in “Eternal Returns” con in bella evidenza il pianismo di Mauro Tre mentre Giampaolo Laurentaci si fa apprezzare in “The Dolmen and The See” brano che si può ascrivere alle correnti più attuali del jazz, una puntata nell’atonale, un’incursione nel folk con “Lipompo’s Just Arrived”… fino al conclusivo “Clarabella – Epilogo” e “The Connection” è servita nel migliore dei modi. Volendo esprimere un giudizio complessivo sull’album, direi che si tratta di un volume innanzitutto ben congegnato e altrettanto ben eseguito da tutti i musicisti, ma soprattutto coraggioso, una realizzazione che non ha alcun timore a distaccarsi dalle mode oggi prevalenti per proporre esclusivamente quella musica che si ritiene corrispondente ai propri principi non solo estetici. D’altro canto conoscendo Bagnoni non v’è alcun dubbio sul fatto che questi principi abbiano sempre indirizzato la sua esistenza e non solo di musicista.

Danilo Blaiotta Trio – “Departures” – Filibusta Records
Il pianista Danilo Blaiotta, il contrabbassista Jacopo Ferrazza e il batterista Valerio Vantaggio sono i protagonisti di questo album uscito il 15 maggio per l’etichetta Filibusta. Il trio, formato nel 1917, è composto da musicisti dell’area romana accomunati da un profondo interesse per la musica classica testimoniato dal fatto che sia il leader, sia il contrabbassista possono vantare approfonditi studi di pianoforte classico. In particolare Blaiotta ha studiato, tra l’altro, diversi anni con il maestro Aldo Ciccolini e negli anni dal 2010 al 2012 si è esibito in recital monografici dedicati a Chopin, Liszt e Debussy per la celebrazione della nascita dei tre compositori. Ed è proprio questa l’impronta che caratterizza tutto l’album, un profondo amore per la musica classica declinato attraverso un linguaggio jazzistico non particolarmente originale ma comunque ben lontano dalla banalità. In repertorio sei brani originali composti da Blaiotta che denota una buona capacità di scrittura anche per il giusto equilibrio tra parti scritte e parti improvvisate; accanto a questi original figurano “Gioco d’azzardo” di Paolo Conte, “There Will Never Be Another You” di Warren e Gordon e “Solar” di Miles Davis. In quest’ambito i pezzi più interessanti sono “The Devil’s Kitchen” con le sue due sezioni ben distinte, “Into The Blue” caratterizzato da una suadente linea melodica ben espressa anche dal contrabbasso di Ferrazza mentre “Solar”, impreziosito da una convincente intro, è porto con sincera partecipazione senza alcuna voglia di strafare nel mantenere l’originaria bellezza del brano davisiano.

Maurizio Brunod – “Ensemble” – Caligola
Una premessa di carattere personale: conosco Brunod da parecchi anni e ho avuto il piacere di averlo mio ospite durante una delle mie “Guide all’ascolto”. E’ quindi con grande piacere che vi presento questo album dal sapore del tutto particolare. In effetti per festeggiare il suo cinquantesimo compleanno e i trent’anni di carriera il chitarrista ha realizzato un progetto speciale reinterpretando alcune delle sue composizioni, dagli esordi fino ad oggi. Per far ciò ha chiamato accanto a sé due giovani talenti del jazz piemontese, il pianista Emanuele Sartoris ed il contrabbassista Marco Bellafiore, cui sono stati affiancati come special guest in alcuni brani Daniele Di Bonaventura al bandoneon e Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto. Il risultato è eccellente, senza se e senza ma. La musica scorre fluida, sempre piacevole, a tratti venata da una certa malinconia seppur mai inutilmente sdolcinata. E il trio, senza batteria, si muove perfettamente a suo agio nel contesto disegnato e voluto dal leader. Quanto al ruolo dei due ospiti, risulta anch’esso di grande spessore. Basti ascoltare, ad esempio, “Stinko Tango” in cui il bandoneon gioca un ruolo di primissimo piano e “Urban Squad” con un Trovesi che, con accorte pennellate, dimostra di non aver perso un’oncia della sua inimitabile statura artistica. Dal canto suo il leader dimostra di aver raggiunto una completa maturità sia come chitarrista sia come compositore quale ciliegina su una torta che lo ha visto collaborare con alcuni dei massimi esponenti del jazz nazionale e internazionale quali Enrico Rava, Miroslav Vitous, John Surman, Tim Berne.

Marcella Carboni Trio – “This Is Not A Harp” – barnum
Conosco e seguo Marcella Carboni sin dagli inizi della sua strepitosa carriera e l’ho sempre considerata una fuoriclasse, fuoriclasse perché è riuscita ad inserire in territorio jazzistico uno strumento certo non usuale coma l’arpa che tecnicamente padroneggia con estrema sicurezza, una fuoriclasse perché ha elaborato un fraseggio assolutamente personale, una fuoriclasse perché sta evidenziando una verve compositiva non comune. E questo album, registrato in trio con altri due giganti del jazz italiano quali Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria conferma appieno quanto sin qui detto. I tre si muovono con grande empatia lungo un repertorio costituito da 12 brani composti dai tre artisti, in massima parte dalla stessa Carboni. Particolarmente significativo il titolo dell’album: come spiega la stessa Marcella tutti si attendono un’arpa angelica, magica e rilassante mentre questa “non è un’arpa: è la mia voce, il mio suono. È uno strumento che sa graffiare, sa avere ritmo, groove”. E come darle torto. Il sound che la Carboni riesce a trarre dal suo strumento è davvero ben lontano da quello cui siamo abituati, come se ci si trovasse dinnanzi ad un classico trio piano-batteria-contrabbasso in cui tutti e tre gli strumenti hanno un’eguale importanza. All’interno del CD si trova una password che dà la possibilità di scaricare una vera e propria estensione del disco con contenuti extra tra cui tre pillole di improvvisazione inedite: “Time Transfixed” (M.Carboni /S.Bagnoli), “The False Mirror” (M.Carboni /P.Dalla Porta) e “The Empire of Lights”

Avishai Cohen – “Big Vicious” – ECM
Ritroviamo il carismatico trombettista Avishai Cohen alla testa del suo gruppo “Big Vicious” costituito circa sei anni addietro quando fece ritorno in Israele suo Paese natale dopo aver a lungo soggiornato negli States. A completare la formazione ci sono Uzi Ramirez chitarra, Aviv Cohen batteria, Yonatan Albalak chitarra e basso, Ziv Ravitz percussioni e live sampling. Questi musicisti, come spiega lo stesso Cohen, non provengono tutti dal jazz ma hanno alle spalle esperienze le più diversificate, dall’elettronica all’ ambient music, dalla musica psichedelica al rock, al pop…fino al trip-hop. Insomma un miscuglio di stili, di linguaggi che sapientemente mescolati dal leader, danno vita ad una miscela di sicuro interesse. Insomma qui non siamo nel campo del jazz propriamente detto, del jazz classico, ma ascoltiamo qualcosa se volete di più complesso, difficile da definire. Ad esempio un brano come “King Kutner” caratterizzato da un’orecchiabile linea melodica e da un andamento armonico-ritmico assai marcato non scandalizzerebbe i seguaci del pop di qualità. Ma subito dopo troviamo sia un omaggio a Beethoven con “Moonlight Sonata”, sia un brano dei Massive Attack “Teardrop” (particolarmente indovinato l’arrangiamento) sino a giungere al pezzo di chiusura, “Intent” che ci riporta su terreni più prettamente jazzistici. Il tutto illuminato dagli interventi del leader (lo si ascolti ad esempio in “Fractals”) che si stagliano come lacerti illuminanti in un ambiente musicale dai mille colori, dalle mille sfumature con un repertorio ben scritto, ottimamente arrangiato e altrettanto ben eseguito, con tutti i musicisti messi nelle migliori condizioni per esprimere appieno il proprio potenziale.

Maria Pia De Vito – “Dreamers” – Via Veneto Jazz, Jando Music
Credo che nessuno avrà da obiettare se dico che attualmente Maria Pia De Vito è una delle più interessanti vocalist che il mondo del jazz internazionale possa annoverare. Napoletana di carattere, anno dopo anno mai si è fermata continuando a studiare, a sperimentare con passione e quella curiosità che fanno di un musicista un vero artista. E quest’ultima fatica discografica non fa che confermare quanto detto. Maria Pia è coadiuvata da Julian Oliver Mazzariello al piano, Enzo Pietropaoli al contrabbasso, Alessandro Paternesi alla batteria cui si aggiunge in “The Lee Shore” Roberto Cecchetto alla chitarra. Il titolo “Dreamers” (“Sognatori”) si riferisce a quanti con le loro melodie hanno saputo raccontare e fors’anche prevedere le vicende della società statunitense…e non solo. E così in cartellone ritroviamo nove brani che rappresentano una sorta di breve catalogo di canzoni icone del songwriting d’oltreoceano, firmate da Paul Simon, David Crosby, Bob Dylan, Tom Waits e soprattutto Joni Mitchell di cui la De Vito ripropone ben tre pezzi; e la cosa non stupisce dato che Maria Pia aveva già affrontato il repertorio della Mitchell nel precedente «So Right» (Cam Jazz). Io credo che la cifra stilistica dell’album consista nella grande personalità dell’artista che riesce ad esplorare ogni brano sin nelle più intime pieghe così da farlo proprio e riprodurlo in modo personale con assoluta padronanza. E la cosa è ancora più rilevante ove si tenga conto che non si tratta certo di brani facili e che moltissimi li conoscono nelle loro versioni originali per cui non è difficile effettuare paragoni. Alla perfetta riuscita dell’album contribuiscono in maniera forte gli arrangiamenti scarni, essenziali, con una particolare attenzione alle dinamiche, il tutto nel pieno rispetto dell’originario spirito dei brani. E a proposito di quest’ultimi, fermo restando che vanno tutti ascoltati con la massima attenzione, mi piace sottolineare le interpretazioni di “Chinese Cafè” e “Carey” ambedue di Joni Mitchell; il primo brano presenta uno straordinario cambio di atmosfere e il mirabile inserimento di un inserto tratto da “Unchained Melody” mentre in “Carey” si possono apprezzare, tra l’altro, i vocalizzi scat della De Vito. Ultima considerazione, di certo non secondaria, la perfetta pronuncia inglese della vocalist.

Alessandro Fabbri – «Five Winds» – Caligola
Prima di entrare nel merito di questo interessante lavoro, consentitemi ancora una volta una riflessione del tutto personale: è da molto tempo che non incontro Alessandro Fabbri e così, quando ho visto la fotografia del settetto contenuta nella copertina dell’album, ho stentato a riconoscere il batterista fiorentino. Segno evidente che la mia memoria, almeno per quanto riguarda il riconoscimento facciale, denota qualche problema. Viceversa l’udito è rimasto perfetto e così ho avuto modo di percepire appeno tutte le qualità di questo “Five Winds”. Si tratta del quarto disco da leader di Fabbri per Caligola, sette anni dopo «StrayHorn». Il gruppo presenta un organico tutt’altro che usuale dal momento che accanto al leader figurano Guido Zorn al contrabbasso, e poi una straordinaria batteria di fiati: Davide Maia al bassoon, Elia Venturini al corno francese, Simone Santini sax alto, sopranino, oboe e EWI, Sebastiano Bon flauto, flauto alto e basso, e il sempre grandioso Pietro Tonolo ai sax tenore e soprano. Il repertorio si incentra su sei composizioni di Fabbri con l’aggiunta di “Four Winds” di Dava Holland, “No Baby” di Steve Lacy e “Silent Brother” di Luca Flores, queste ultime rivisitate alla luce della personalissima visione del leader. Dalla composizione del gruppo si evince facilmente come una delle caratteristiche principali dell’album sia l’ampia tavolozza cromatica che, unitamente all’assenza di uno strumento armonico, rende possibile l’articolazione della musica su una struttura contrappuntistica con evidenti e inevitabili richiami ai grandi del cool-jazz. Insomma, come si accennava in apertura, un lavoro di gande spessore e artisticamente molto interessante.

Jimmy Greene – “While Looking Up” – Mack Avenue
Era il 14 dicembre 2012 quando Adam Lanza, di 20 anni, dopo essersi introdotta presso la Sandy Hook Elementary School, di Sandy Hook, borgo della città di Newtown in Connecticut (USA), aprì il fuoco causando la morte di 27 persone, 20 delle quali bambini di età compresa tra i 6 e i 7 anni, suicidandosi prima dell’arrivo della polizia. Tra le vittime c’era anche Ana Márquez-Greene figlia del sassofonista Jimmy Greene il quale, entrato in studio nel marzo del 2019, registrò “While Looking Up” ispirato a questa tragedia ma anche al caos del mondo contemporaneo. Greene è accompagnato da Aaron Goldberg al pianoforte e Rhodes, Stefon Harris a marimba e vibrafono, Lage Lund alla chitarra, Reuben Rogers al contrabbasso e Kendrick Scott alla batteria. In repertorio dieci composizioni molte originali dello stesso Greene, declinate attraverso un linguaggio prettamente jazzistico in cui si avvertono, evidenti, influssi gospel. Particolarmente interessante “No Words” in cui, su un tappeto ritmico che sembra riprodurre i battiti di un cuore, Greene si esprime con note quasi dolenti che ben si attagliano a quanto in precedenza detto. E il ricordo della tragedia è ancora richiamato in “April 4th”, data di nascita della figlia, una sorta di inno in cui all’assolo del leader fa seguito un magistrale intervento di Stefon Harris al vibrafono. Interessante e convincente anche la riproposizione di “I Wanna Dance With Somebody (Who Loves Me)” portato al successo da Whitney Houston; Greene la interpreta a tempo lento ben sostenuto dal pianismo sempre essenziale di Aaron Goldberg

Connie Han – Iron Starlet – mack avenue
E’ uscito il 12 giugno per la Mack Avenue “Iron Starlet”, il secondo album della pianista americana di origine cinese, Connie Han, alla testa del suo trio completato da Ivan Taylor al contrabbasso e Bill Wysaske nella triplice veste di batterista, produttore e direttore musicale. Ai tre si aggiungono, in alcuni brani, Walter Smith III al sax e Jeremy Pelt alla tromba a costituire un sestetto di sicuro impatto. In repertorio dieci brani tra cui “For th O.G.”, in memoria di McCoy Tyner. Ciò premesso occorre sottolineare come dal punto di vista tecnico la Han sia fortissima così come aveva dimostrato nel precedente album del 2018 “Crime Zone”: la pianista e compositrice ha ben introitato la lezione dei grandi del jazz, da McCoy Tyner a Hank Jones senza dimenticare artisti più moderni quali Kenny Kirkland e Jeff “Tain” Watts. Di qui un pianismo ricco, spumeggiante, con una diteggiatura velocissima e una buona indipendenza tra le due mani che ben si ancora alla costante pulsazione di una sezione ritmica eccellente. Il tutto impreziosito dai due fiati che innervano la musica di una certa raffinatezza e di un’ulteriore forza d’impatto. Si ascolti come il trombettista Jeremy Pelt conduce le danze nella title tracke prima che la pianista prenda in mano le redini della situazione o come tromba e sax tenore duettino all’inizio del successivo “Nova” in cui la leader suona il Fender Rhodes. Tra gli altri brani da segnalare ancora il già citato “For th O.G.” con la pianista in grande spolvero e particolarmente efficace anche sul piano espressivo e il delicato valzer “The Forsaken” della stessa Han eseguito ancora in trio con Bill Wysaske in bella evidenza.

Frank Martino – “Ego Boost” – Auand
Il sound è sicuramente l’elemento distintivo di questo album del chitarrista, compositore e produttore, Frank Martino che evidenzia ancora una volta come le sue fonti di ispirazione non vadano ricercate solo nel jazz ma anche (se non forse soprattutto) nel rock e nell’elettronica. In effetti questo terzo album del suo progetto Disorgan, attivo dal 2015, si muove lungo coordinate caratterizzate da un forte impianto ritmico e come si accennava in apertura dalla ricerca di un sound particolare, piuttosto duro, ricercato attraverso le diverse soluzioni che l’organico può offrire. E questo risultato non sarebbe stato possibile se non vi avessero contribuito in maniera determinante tutti i musicisti scelti da Martino, vale a dire il sassofonista Massimiliano Milesi, Claudio Vignali (tastiere) e Niccolò Romanin (batteria) mentre in alcuni brani Martino abbandona la sua fida chitarra a 8 corde per passare al basso. In repertorio 7 brani, tutti a firma di Martino, eccetto ‘Trees of Silence and Fire’ (Milesi/Vignali), che denotano un’intima coerenza data l’assoluta aderenza al progetto da parte dell’intero gruppo che, importante ripeterlo, ha svolto un incredibile e apprezzabile lavoro a livello di suono rendendo inutile il lavoro di post-produzione. Particolarmente rilevante il ruolo svolto da Martino che questa volta piuttosto che porsi in primo piano ha preferito mettersi a servizio del gruppo, pur non disdegnando interessanti sortite solistiche come in “Fring”.

Lorenzo Miatto – “Civico 19” – Caligola
Album d’esordio come leader per il veneto Lorenzo Miatto, specialista del basso elettrico, coadiuvato da altri due musicisti dell’area veneta, il chitarrista Nicola Privato e il batterista Niccolò Romanin. Miatto si presenta al pubblico del jazz nella triplice veste di leader, strumentista e compositore (nove brani su dodici sono suoi), e in tutte e tre le vesti Miatto se la cava più che egregiamente. Come bassista Miatto ha completato i suoi studi al Conservatorio di Adria sotto la guida di Paolo Ghetti ed è anche membro dell’orchestra nazionale di jazz diretta da Pino Jodice e Riccardo Luppi; come leader dimostra di saper guidare il trio con mano ferma e competente; infine come compositore evidenzia un notevole gusto per linee melodiche suadenti e originali. E questo della ricerca della melodia è una costante di tutto l’album; non a caso il brano che si stacca più nettamente dal resto, con un andamento più ruvido, spigoloso è “The Pretender” un brano dei Foo Fighters rivisitato in forma originale. Per il resto il trio si muove su coordinate ben precise, sempre dettate dal leader che si riserva quattro brevi interventi in completa solitudine (“Con calma # 1,2,3,4), lasciando per il resto ampio spazio ai compagni di strada per esprimere appieno le proprie potenzialità. Si ascolti al riguardo “Whirlwinds” e “Shapes” due composizioni del chitarrista caratterizzate da una bella accentuazione ritmica-armonica mentre in “Storie di sempre” ritorna in auge la linea melodica privilegiata dal leader.

Jean-Louis Matinier, Kevin Seddiki – « Rivages » – ECM
Grande musica quella contenuta in questo album realizzato in duo dai musicisti francesi Jean-Louis Matinier all’accordion e Kevin Seddiki alla chitarra. Lo riconosco: questo giudizio potrebbe essere falsato dalla mia predilezione per la fisarmonica tuttavia non credo di essere molto lontano dal vero nell’affermazione di cui in apertura. In effetti non possono sussistere dubbi sulla statura artistica di Matinier testimoniata, ampiamente, dalle precedenti prove per la stessa ECM. Si ascoltino le precedenti registrazioni con i gruppi di Anouar Brahem, Louis Sclavis e François Couturier e in duo con Marco Ambrosini. Adesso si ripresenta protagonista di una nuova impresa, un altro duo con il chitarrista Kevin Seddiki che nell’occasione debutta in casa ECM. Seddiki può vantare una robusta preparazione tecnica avendo studiato chitarra classica con Pablo Marquez dopo di che ha lavorato con molti improvvisatori non solo nel campo del jazz. Questa trasversalità culturale viene qui assai ben declinata attraverso un repertorio che accanto a traditional quali “Greensleeves” comprende brani classici come “Les Berceaux” di Gabriel Fauré fino a giungere a composizioni e improvvisazioni di grande suggestione. Comunque a prescindere dai singoli brani è tutto l’album che si lascia ascoltare con interesse dal primo all’ultimo istante. La musica fluisce in maniera naturale, senza forzature, respirando al ritmo dei mantici di Matinier che ben si accordano con il sound così caratteristico della chitarra di Seddiki. Quest’ultimo evidenzia una spiccata predilezione per la tecnica percussiva derivante anche dal fatto che il chitarrista ha studiato e collaborato con il percussionista francese di origine persiana Bijan Cherimani, specialista dello zarb (tamburo di calici proveniente dalla Persia).

Wolfgang Muthspiel – “Angular Blues” – ECM
Il chitarrista austriaco Wolfgang Muthspiel si ripresenta all’attenzione del pubblico e della critica del jazz alla testa del suo trio completato da Scott Colley contrabbasso, che ha preso il posto di Larry Grenadier presente in precedenti album di Muthspiel e Brian Blade alla batteria. In programma due standard (“Everything I Love” di Cole Porter, “I’ll remember april” di Gene de Paul, Don Ray e Patricia Johnston), e sette original del leader tra cui “Solo Kanon in 5/4”, eseguito da Muthspiel in solitudine. Si tratta del quarto album registrato dal chitarrista per ECM e ancora una volta ci restituisce un artista maturo, perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi, che sa transitare con estrema disinvoltura dalla chitarra acustica a quella elettrica, tanto che senza un ascolto più che attento non è possibile stabilire quando venga utilizzato l’uno o l’altro strumento. Ciò detto occorre però aggiungere che l’album soffre di una certa staticità frutto da un canto di un repertorio non particolarmente originale e dall’altro di una eccessiva omogeneità di sound. Evidentemente ciò non disturberà più di tanto gli amanti della chitarra, ma il vostro recensore da un artista quale Muthspiel si attende qualcosa di più specie dal punto di vista del coinvolgimento.

Noukilla – “Soley” – Naxos
Con questo album usciamo decisamente fuori dal seminato in quanto di jazz c’è solo qualche lieve sentore: si tratta, in effetti, di musica tradizionale, popolare ma densa di significato. E’ un sentito tributo che il gruppo Noukilla rivolge al proprio Paese, l’Isola Mauritius. Com’è facile immaginare, il ritmo la fa da padrone così come la gioia di suonare e l’allegria mentre, almeno per quanto mi riguarda, le linee tematiche riportano alla mente quello ‘zouk’ che negli anni ’90 furoreggiava in Martinica tra la popolazione autoctona. In questo caso è una sorta di mélange tra sega e seggae. E per trovare le origini della musica sega bisogna andare molto indietro nel tempo in quanto la stessa venne creata dagli schiavi creoli; proprio per questo in Mauritius venne pubblicamente disprezzata fino agli anni ‘60 quando finalmente fu adottata come musica nazionale. Negli anni ‘90, un rastafari mauritiano, conosciuto come Kaya, dal celebre album di Bob Marley, innervò la sega con elementi di reggae, creando così il seggae. Nonostante sia morto nel 1999 in circostanze rimaste misteriose, molti artisti mauritiani continuano a rendergli omaggio e a creare una musica – come evidenzia anche questo “Soley” – che risente della sua influenza. Un’ultima notizia di cronaca: la copertina dell’album ritrae un ex residente dell’isola, sicuramente il più celebre, l’uccello Dodo; endemico dell’isola non poteva volare, si nutriva di frutti e nidificava a terra. Si estinse rapidamente nella seconda metà del XVII secolo in seguito all’arrivo sull’isola dei portoghesi e degli olandesi.

Francesco Polito – “Trip” – Alfa Music
Qui siamo in ambiente dichiaratamente ‘smoothjazz’, quindi niente ardite sperimentazioni, né linguaggi particolarmente astrusi ma la voglia, grande, di suonare ciò che piace, al meglio delle proprie possibilità. In effetti, se dal punto di vista compositivo l’album potrebbe far storcere il naso a quanti pretendono sempre qualcosa di nuovo, dal punto di vista esecutivo nulla si può rimproverare al gruppo guidato da Francesco Polito, al suo esordio discografico da leader ma musicista già ampiamente rodato anche perché nasce in una famiglia di musicisti ben nota in quel di Sala Consilina. Il sassofonista guida un gruppo ad organico variabile in cui figurano Enzo Polito alle tastiere-sint e accordion, Roberto Polito batteria e percussioni, Frank Marino basso, Silvio De Filippo chitarra, Gianfranco Cloralio chitarra, Massimo Romano Chitarra. In programma nove brani tutti composti da Francesco Polito da solo o in cooperazione con gli altri due Polito, cui si aggiunge, in chiusura, “A testa in giù di Pino Daniele”. Il leader suona sax tenore, sax alto e sax soprano evidenziando un’ottima preparazione strumentale che gli consente di passare con disinvoltura da uno strumento all’altro, dimostrando così di aver ben interiorizzato la lezione dei maggiori esponenti del genere quali Jenni K. I compagni d’avventura non sono da meno cosicché il gruppo, come accennato, risulta ben assortito. I brani sono tutti contrassegnati da una felice linea melodica anche se personalmente preferiamo i pezzi in cui è presente la fisarmonica, vale a dire “In Your Eyes”, “Martina” e il già citato “A testa in giù” in cui Enzo Polito sfoggia una sonorità moderna e un fraseggio non banale.

Marco Ponchiroli – “Solo Live” – Caligola
Pianista evidentemente convinto dei propri mezzi tecnici ed espressivi, Marco Ponchiroli affronta per la seconda volta le insidie del piano-solo. Ci aveva provato nel 2012 con “Solo” album registrato in studio e comprendente solo brani originali dello stesso artista. Questa volta il discorso è completamente diverso: il CD è stato registrato il 25 luglio del 2018 durante un concerto all’Arena del Parco Azzurro di Passons in provincia di Udine e il repertorio è costituito da quattro original del leader cui si affiancano tre brani molto conosciuti, “Senza fine” di Gino Paoli, “Body And Soul” di Green, Heyman, Sour, Eyton e “Retrato em branco e preto” di Jobim e Buarque. Quindi tre brani tra di loro assai diversi che si esplicano in tre differenti linguaggi ad evidenziare le buone capacità interpretative di Ponchiroli. Il pianista veneziano riesce a connettersi assai bene con il pubblico che l’ascolta e mostra eccellenti capacità improvvisative che prendono il via dal rispetto delle linee melodiche caratterizzanti tutti i brani dell’album. E devo dire che a mio avviso le capacità di Ponchiroli risaltano più evidenti nell’interpretazione dei tre brani non suoi che pur essendo (in special modo i primi due) ascoltati e riascoltati centinaia di volte vengono riproposti in versione assolutamente originale. Per il resto “Misty Morning” e “Hercules” provengono dal precedente “Solo” mentre la sola composizione non registrata in precedenza è “Inverno”.

Reunion Big Band – “My Life Is Now, a tribute to Marco Tamburini” – Caligola
Ottimo album d’esordio per questa orchestra sulla cui storia vale la pena spendere qualche parola. La “Reunion Big Band” venne fondata da Marco Tamburini, insieme a Roberto Rossi e Piero Odorici per debuttare nell’autunno del 1999 al Chet Baker, famoso club bolognese. Dopo un’intensa attività costellata di partecipazioni in molti festival, teatri e club dell’area tosco–emiliana, la band si sciolse e si ricostituì nell’estate del 2012 per accompagnare Dee Dee Bridgewater al Narni Black Festival. È stata questa la ripresa dell’attività, prima sotto la direzione di Tamburini e poi, dopo la sua scomparsa, dell’amico e trombonista Roberto Rossi. Ed eccoci, quindi, come si accennava in apertura, a questo esordio discografico dedicato al trombettista immaturamente scomparso nel 2015. I dieci brani sono tutti di Tamburini e si avvalgono di sapidi arrangiamenti firmati oltre che dallo stesso Tamburini, da Stefano Paolini, Roberto Rossi, Fabio Petretti e Ivan Elefante e impreziositi da centrati assolo presi sia dai musicisti della band, sia dagli ospiti quali Pietro Tonolo, Fabrizio Bosso (li si ascolti nel brano d’apertura “Bossa to Criss”) e Marcello Tonolo (semplicemente superlativo in “Eduard”). Comunque, a mio avviso, il brano più riuscito è quello che dà il titolo all’intero album che evidenzia un ensemble davvero omogeneo, ben rodato che si muove all’unisono con bella compattezza.

Christian Sands – “Be Water” – Mack Avenue
Nel suo nuovo album, “Be Water”, il pianista Christian Sands trae ispirazione dall’acqua attraverso le varie declinazioni attraverso cui la stessa si presenta. Così dopo aver fatto ricorso, per il titolo dell’album, alla filosofia del maestro di arti marziali e star del cinema Bruce Lee, Christian nei titoli dei dieci pezzi da lui stesso composti, cerca di rivestire in musica i concetti in precedenza espressi. Ci riesce? Francamente non tanto anche perché, come più volte sottolineato, la musica non è semantica. Ma è altresì vero che tutto ciò poco o nulla influisce sulla valenza della musica che rimane su livelli alti. Anche perché, nonostante l’ancor giovane età (31 anni), Sands ha alle spalle notevoli esperienze avendo collaborato con gli Inside Straight, il Trio di Christian McBride, Gregory Porter e Ulysses Owens. In questo quarto album per la Mack Avenu, Sands si presenta con il suo trio abituale, composto dal bassista Yasushi Nakamura e dal batterista Clarence Penn, cui si aggiungono il chitarrista Marvin Sewell, il sassofonista Marcus Strickland, il trombettista Sean Jones e il trombonista Steve Davis. In un pezzo l’ensemble è completato da un quartetto d’archi con Sara Caswell, Tomoko Akaboshi, Benni von Gutzeit ed Eleanor Norton. C’è da evidenziare come, indipendentemente dal brano, indipendentemente dallo stile e dal terreno scelti (il pianista passa con estrema disinvoltura dallo swing, al bebop, dal progressive jazz, alla fusion fino alle sonorità brasiliane e afro-cubane) Sands mai perde un’oncia di quell’eleganza e compostezza che accompagna ogni sua performance sia su disco sia live.

Cinzia Tedesco – “Mister Puccini in Jazz” – Sony Classica
Giacomo Puccini è una vera e propria icona della musica italiana…e non solo… che tutti noi rispettiamo e ammiriamo. Tentare, quindi, di ripresentare le sue immortali melodie in una veste diversa dall’originale è impresa al limite dell’impossibile, comunque molto ma molto difficile. Ma quando entra in gioco Cinzia Tedesco l’impossibile non esiste e così, dopo l’album dedicato a Verdi (“Verdi’s Mood by Cinzia Tedesco”), l’artista pugliese è riuscita a bissare il miracolo dando vita ad un CD a momenti davvero toccante. Per ottenere un risultato così brillante c’è voluto uno sforzo produttivo notevole: ecco quindi, accanto alla vocalist, un trio di grandi jazzisti quali Stefano Sabatini piano e arrangiamenti, Luca Pirozzi contrabbasso e Pietro Iodice alla batteria con in più la Puccini Fetival Orchestra diretta dal maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, composta da ben ventinove elementi ai quali si sono affiancati come special guest Flavio Boltro alla tromba, Stefano Di Battista e Javier Girotto al sax soprano, Antonello Salis accordion e Roberto Guarino chitarra; superlativa anche la prova di Pino Jodice che oltre ad esibirsi al piano in “Un bel dì vedremo” ha scritto e arrangiato gli archi della Puccini Festival Orchestra. Ma risolti i problemi prettamente strumentali, restava lo scoglio dei testi dei libretti originali difficilmente adattabili al linguaggio jazz. Ebbene in questa particolare sfida la Tedesco è stata superlativa riuscendo a superare lo scoglio grazie alla sua grande sensibilità e alla duttilità della voce che le hanno consentito di esprimere con assoluta padronanza e coerenza quelle frasi che oramai fanno parre integrante del patrimonio dei melomani di mezzo mondo. Gli undici brani sono uno più bello dell’altro: basta qualche titolo per rendersene conto, da “Che gelida manina” da “La Bohème” a “E lucevan le stelle” dalla “Tosca” sino alla ripresa di “E lucevan le stelle” che chiude l’album. Insomma un album che coniuga una estrema godibilità con un ragguardevole spessore artistico.

Luca Zennaro – “When Nobody Is Listening” – Caligola
Nonostante sia molto giovane (23 anni) e tuttora studente del Conservatorio di Rovigo, il chitarrista di Chioggia è già al suo secondo album da leader dopo “Javaskara” del 2018. In effetti questo “When Nobody Is Listening” ci consegna un musicista già in grado di affrontare prove impegnative come quella di un’uscita discografica. In repertorio nove composizioni originali, tutte di Zennaro, eseguite da un quintetto di base completato da Jacopo Fagioli alla tromba, Nicola Caminiti al sax alto, Michelangelo Scandroglio al contrabbasso e Mattia Galeotti alla batteria cui si aggiungono in alcuni brani Alessandro Lanzoni e Nico Tangherlini, ambedue al pianoforte. Il linguaggio è sicuramente jazzistico a tutto tondo, con una front line ben sostenuta dalla sezione ritmica; l’atmosfera è in linea di massima intimista con il gruppo alla ricerca della migliore intesa per esplorare, nelle pieghe più intime, le linee melodiche disegnate dal leader. Questi, piuttosto che porsi continuamene in primo piano, preferisce mantenersi quasi in disparte dando così l’opportunità ai compagni di viaggio di estrinsecare le proprio possibilità. Ciò ovviamente non toglie che Zennaro ci dia mostra del suo talento chitarristico come in “Heritage”. Tra gli altri brani particolarmente interessante “Recitativo” a chiudere l’album, con Tangherlini e Fagioli che dialogano con disinvoltura e pertinenza.

Rino Gaetano, i segni del possibile nel Q Disc con New Perigeo e Cocciante

Rai3 ha rimandato in onda a fine agosto, per la serie “Grazie dei fiori”, un programma su Rino Gaetano condotto da Pino Strabioli con Gino Castaldo.
Ancora una volta, quel che rimane addosso, da telespettatore, di fronte a tale figura artistica, è un senso di vuoto che il resoconto TV non è riuscito a colmare.

Rino Gaetano

Il cantautore crotonese è stato affiancato a Fred Buscaglione per originalità ma anche per la fine prematura in un incidente d’auto ed a Jannacci, per canzoni elencative tipo “Quelli che…” Ma è suo il sarcasmo e un gusto per il paradosso (“Mio fratello è figlio unico”) attento al sociale ed all’antipolitica (“Nuntereggae più”) anche nel trattare temi privati.
Rimane in vista, nella poetica di Gaetano – ed è caratterizzante – il suo amore per il Sud e gli emarginati, per realtà minori come il quartiere; nel contempo compaiono l’Ingiustizia, la Storia, che scorrono dietro melodie rese da una voce sporca/graffiante con toni tristi/allegri. E poi i racconti di amore, le figure di donna, come “Aida” che racchiude tante donne italiane, “Berta filava”, “Gianna” che secondo alcuni segnerebbe, con la partecipazione a Sanremo nel 1978, il passaggio più “commerciale” nella sua biografia.
Il programma va avanti, con interventi di Francesco Motta (“Escluso il cane”), Alex Britti e spezzoni di tv d’annata, come sulla fase con Mogol che poteva configurare un Gaetano “battistiano” se non fosse stata poi “Ahi Maria” a restituirne intatta la dimensione di “S/canzone”.

Rivedendo la puntata abbiamo comunque annotato alcune considerazioni sull’autore di “Ma il cielo è sempre più blu”:
1) la ritmicità latino-caraibica di una parte del repertorio che, senza necessità di “ispanizzarsi”, come avviene in tante hit odierne, ne ha mantenuto integra l’italianità;
2) la doppia lettura, para/metapolitica, talora interstiziale se non criptica dei testi, senza necessariamente vagheggiare complotti dietro la sua morte a soli 31 anni, comunque utile a decifrare la complessità di un artista che lasciava ondeggiare l’ispirazione talora in contesti fra grottesco e absurde e talaltra si atteggiava a mere canta-cronache;
3) l’Innovazione, quella realizzata e quella in nuce.

Cocciante, Gaetano, New Perigeo

E ci sarebbe una quarta sottolineatura da fare. Nel finale di programma viene toccato l’argomento della collaborazione concertistica Gaetano-Cocciante-New Perigeo,  peraltro documentata in album EP live RCA del 1981 poi ristampato su cd dalla BMG.
Maurizio Giammarco – suo lo splendido assolo di sax in “A mano a mano” nel “Q Concert”, ci ha riferito, parlando del Q Disc che contiene il brano, rismaltato rispetto alla versione classico-romantica di Cocciante: «è un dato di fatto che Cocciante sia stato uno degli ultimi autori a sfornare melodie, spesso molto belle, che si portano appresso anche tutta l’eredità mediterranea e anche lirica». Laddove Rino Gaetano, riferisce Giammarco, aveva dal canto suo «corde che cercavano di rimanere nell’area più popolare possibile», fuori dunque dall’avanguardia rock-fusion.

Maurizio Giammarco

Eppure da questa esperienza, fra le sue ultime, il Rino Gaetano interprete sembrava farsi condurre “a mano a mano” in dimensioni sonore inconsuete, che lui, da profeta dello scardinamento, non poteva che recepire in positivo.
Ora una proiezione, per quanto simulata, di cosa sarebbe potuto essere il Gaetano degli anni a venire lasciatecela supporre a partire proprio da “A mano a mano”. Fantamusica? Forse.
Ma piace immaginarlo attore di una musica che nasce da universi distinti come avvenuto a fianco al cantautorato nobile alla Cocciante e al progressive dei New Perigeo.
Poli, questi e forse altri ancora, entro i quali Rino avrebbe potuto trovare nuovi stimoli utili a mettere in gioco il proprio talento ed a rigenerare di continuo, nell’interscambio, il proprio estro creativo.

In “Gianna” lui cantava “Chi vivrà vedrà”. È questo il tassello che è venuto a mancare, quello di un futuro possibile che si può solo provare a immaginare.

Amedeo Furfaro

Il Jazz in Friuli Venezia Giulia passa da GradoJazz: un piacevole contagio in musica che oltrepassa le mascherine!

di Alessandro Fadalti –

Dopo tutte le paure, il senso di impotenza e sfiducia che il lungo periodo di quarantena ha imposto a tutti noi, finalmente una boccata d’aria fresca portata dalla musica! Una reazione necessaria, dopo mesi di esibizioni solitarie nelle stantie cantine domestiche o le alternative esibizioni in live streaming sulla rete le quali, seppur innovative, sono state soluzioni raffazzonate per un settore in crisi ancor prima della pandemia globale. L’assenza di calore umano, una mancanza di fisicità, emotività e annullamento dell’esperienza sociale che il palco offre a tutti gli amanti della musica: queste sono le ferite aperte che hanno a malapena cominciato a cicatrizzarsi.

Con l’estate, però, vien dal mare un’allietante brezza che dissolve l’aria stagnante, sicché il festival di cui vi parleremo, con la sua grande affluenza e i tre sold-out, è la concreta dimostrazione della voglia di ripartire, pur nel pieno rispetto delle regole e norme contro il Covid-19. In effetti, gli usi e le modalità di fruizione degli spettacoli che si adattano ai tempi sono l’elemento vincente per combattere quella che in  primavera si prospettava come una stagione di immobilismo culturale.

La seconda edizione di GradoJazz 2020, la trentesima per lo storico festival Udin&Jazz, organizzata dall’associazione culturale Euritmica di Udine, è un simbolo in tal senso. Come ogni anno il festival presenta un cartellone con artisti jazz di grande caratura, di livello nazionale e internazionale, e anche questa edizione, con i suoi otto concerti, dal 28 luglio al 1 agosto nello spazioso e rinnovato Parco delle Rose di Grado, ha rispettato i pronostici. Quasi ironicamente il tema forte ma sottinteso  di quest’anno è stata la contaminazione, che poi è sinonimo di contagio! Tuttavia, mettendo da parte l’ironia, in arte essa assurge a un altro significato e il Friuli è una terra dove la contaminazione culturale fa da padrona e si dirama in ogni dove.

L’apertura non poteva che essere affidata a un gruppo le cui contaminazioni musicali costituiscono il manifesto artistico: i Quintorigo, band romagnola dalle sonorità rock-barocco con incursioni jazzistiche grazie a un organico inusuale (Alessio Velliscig, voce; Andrea Costa, violino; Gionata Costa, violoncello; Stefano Ricci contrabbasso; Valentino Bianchi, sassofoni e Simone Cavia, batteria) uniscono molteplici mondi della musica, reinterpretandoli nel loro stile. Parlando della formazione: Alessio Velliscig, cantante friulano, ha una voce in grado di sopraffare l’orecchio dell’ascoltatore grazie a un registro canoro ampio e a un mirato controllo dinamico. Alessio, dimostra grande tecnica e teatralità, senza scadere in eccessi di poco gusto. Tra i brani più apprezzati ci sono stati alcuni arrangiamenti tra cui “Alabama Song” di Kurt Weill e Bertolt Brecht, che fu anche un successo dei Doors, un duplice tributo a Charles Mingus con “Moanin’” e “Fables of Faubus” infine “Space Oddity” di David Bowie. In essi, la caratteristica che colpisce è quella di saper sorprendere con rimaneggiamenti invasivi, senza che le canzoni perdano la loro unicità. Infatti, a seguito della più classica struttura strofa-ritornello, seguono dei terzi temi aggiunti al brano e delle improvvisazioni al sax dal suono aggressivo rhythm’n’blues o gli archi con il distorsore, districando il gomitolo dei variopinti generi della musica popular. È in conclusione dell’esibizione che il gruppo riserva due pezzi da novanta che sono la matrice di un’idea di fare musica che si avvicina all’estetica del gruppo, ovvero Frank Zappa. Con gli arrangiamenti di “Cosmik Debris” e “Zomby Woof”, tutte le caratteristiche singolari del gruppo sono evidenziate e la sobrietà teatrale del frontman diventa un’esplosione di gesti e movimenti più dinamici e coinvolgenti, accompagnati da svariati salti di registro, spingendosi in acuti lontani dalle corde di un tenore, che vengono sottolineati da espedienti rumoristici degli strumentisti. Quintorigo è la dimostrazione di come “jazz” sia da anni non solo un genere, ma un multiforme modo di concepire l’approccio alla musica.

Il set successivo è stato quello del duo Bill Laurance (pianoforte) e Michael League (basso). Il progetto è una riproposizione di vari loro brani scritti ed eseguiti per altre formazioni, tra cui gli stessi Snarky Puppy. Stiamo parlando di due amici che nella musica ritrovano un’alchimia, che è sensibile dal primo ascolto. Non è un progetto artistico preciso e definito: il repertorio è costituito da brani con continui incastri ritmici tematizzati a cui seguono degli stacchi omofonici e omoritmici in stile funk, che prosegue in improvvisazioni prima dell’uno, poi dell’altro e si conclude riprendendo il tema. A questo, si aggiunge il tocco risolutivo di Laurance che, quasi scherzando, finge una cadenza finale che lascia il pubblico con l’applauso mozzato, un approccio sicuramente non convenzionale. Il duo respira in un ciclo di opposizioni: se il bassista è molto selvaggio, intuitivo ed espansivo con il suo strumento, Laurance è intellettuale, introverso e colto… una sintesi tra il nietzschiano spirito Apollineo e Dionisiaco. Se i vari brani in stile più classico, tra cui “December in New York” e “Denmark Hill” di Laurance, sono quelli in cui l’anima e il flusso del pianista vengono meglio espressi, in contrapposizione vi è l’estro di League, che scaturisce in brani dal sapore funk come “Semente” degli Snarky Puppy o “Spanish Joint” di D’Angelo. La sintesi è comunque altrove, s’insinua in brani come “Two Birds in A Stone”, un inedito scritto da League dove il bassista prende in mano l’Oud, strumento di cui è promettente novizio.
Nonostante l’esibizione sia stata prossima alla perfezione, nel destreggiarsi acrobatico dei brani c’era una schematicità ripetitiva. Laurance si adagiava spesso sulle ottave medie del pianoforte mentre League non sembrava ascoltare sempre il compagno, nei decrescendo dinamici o nei rallentando pareva inseguirlo più che accompagnarlo, asincronia che non è tuttavia pesata su tutto il concerto. Va detto, in conclusione, che la chiave di lettura dello spettacolo è forse quella di due amici che essenzialmente non ne potevano più di starsene chiusi in casa e lontani dai palchi. Si sono ritrovati e hanno mostrato il loro spirito giocoso, fatto di sguardi e sorrisi di complicità. Una gioia per gli occhi e per le orecchie.

Il giorno seguente è Alex Britti ad occupare un palco già molto caldo dal giorno precedente. Sullo schermo sul fondo sovrasta la scritta “jazz” a caratteri cubitali, ma solo alcuni brani hanno forti influssi blues e jazz. “Mi Piaci”, “Bene Così”, “Buona Fortuna” e “Immaturi” sono canzoni fortemente pop con alcune contaminazioni funk, blues e southern rock, mantenendo però uno stile rigoroso alla canzone italiana tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90. Britti sfrutta intelligentemente la sua vena profondamente blues, ma quei brevi call and response, sotto forma di stacchi con la chitarra, tra i versi e i soli pentatonici corti e in struttura sono abbastanza per parlare di blues e influenze? A mio parere no! Ma ecco il colpo di scena. La similitudine più forte per spiegare la sensazione è attraverso una partita di calcio. Un primo tempo stanco con poche palle gol e molte azioni a centro campo a cui segue un secondo tempo dove la squadra si trasforma. Dopo i primi 45′ di gioco scende in campo il trombettista Flavio Boltro. Entra nel vivo del brano, sul concludersi di “Le cose che ci uniscono”, esibendo un solo che mostra le sue indubbie qualità. Il trombettista torinese è rapido nei fraseggi, il linguaggio è molto modale, è un invito a dialogare rivolto al chitarrista, mettendo in mostra la sua anima più virtuosistica. Cambia profondamente anche lo schema dei brani: dopo un’esposizione della canzone in stile pop seguono delle lunghe sessioni di improvvisazione tra i due, tornando al ritornello come finale. Il brano “Jazz” è un fast che fa da modello a quanto illustrato, un vero e proprio rilascio delle qualità artistiche e tecniche di Britti. Il resto della band (Davide Savarese, batteria; Matteo Pezzolet, basso; Benjamin Ventura, tastiere; Cassandra De Rosa e Oumy N’Diaye, cori) è impeccabile, riescono a salire d’intensità con un accompagnamento perfetto durante i solo. Purtroppo ci sono delle note dolenti; nessuno di loro ha avuto un momento per splendere (eccezion fatta per il solo di batteria di Savarese) e, complice un pessimo mastering, le tastiere e il basso erano poco udibili. Infine, lo spazio quasi nullo dato alle coriste. La seconda parte è stata la più interessante, il picco massimo di spettacolarità è un medley acrobatico tra “Oggi Sono Io” e “7.000 Caffè”; dove tra le due canzoni possiamo sentire una versione completa del tema di “Round Midnight” e “Gasoline Blues” che fungono da ponte. La distensione musicale a chiusura si compone di tre hit per far cantare il pubblico. “La Vasca”, “Solo una volta” e “Baciami” hanno fatto alzare il pubblico dalle sedie, personalmente sarebbe stato molto più di classe concludere con il medley, ma è il pubblico a smentirmi.

La terza giornata è stata una pennellata di voci rosa. Doppio set per due cantanti molto interessanti, l’una all’opposto dell’altra per certi versi. Il primo è il duo Musica Nuda di Ferruccio Spinetti (contrabbasso) e Petra Magoni (voce). Il concerto si apre con un arrangiamento di “Eleanor Rigby” dei Beatles. La loro musica funziona molto bene, la cantante si cimenta in acrobazie vocali, salti di registro importanti, cambi di stile, dal bel canto agli espedienti rumoristici che ricordano Cathy Berberian e molto altro. Il contrabbassista ha una sensibilità compositiva raffinatissima, i brani hanno una struttura solida con tocchi fantasiosi che permettono alla Magoni di trovare spazio in slanci vocali. L’impressione generale è che insieme funzionino in maniera assoluta. La diversità di background musicale tra loro è palpabile e crea ricchezza. Spinetti, nei suoi arrangiamenti, fa percepire un’osmosi tra contaminazioni di musica classica, jazz e contemporanea. Petra, d’altro canto, ha un’esperienza come cantante e interprete vicina agli ambienti alternative pop. La qualità attoriale è quel quid che rende i loro brani diversi, unici.
Ne è un esempio “Paint it Black” dei Rolling Stones, su cui incidono un tono oscuro, amplificando i tratti del dolore intrinseco che permea tutta la canzone; oppure il finale con “Somewhere Over The Rainbow” in cui la sensazione di malinconia e speranza viene accentuata con lunghi sospiri e respiri. Nei brani originali come “Qui tra poco pioverà” e “Come si Canta una Domanda” emerge quanto l’uno debba all’altro, Spinetti offre composizioni e arrangiamenti artistici interessanti, mentre Magoni dona la sua imponente abilità ed estro.
La seconda grande voce femminile, nel set successivo, è molto composta e senza sospiri in coda alle note, con una prorompente carica di emotività. Chiara Civello a Grado è accompagnata da Marco Decimo al violoncello e dall’eclettica Rita Marcotulli al pianoforte. Il trio è inedito e fa percepire la sua estetica dal primo brano con un arrangiamento di “Lucy In The Sky With Diamond” dei Beatles. Ricchezza di riverberi e delay, accompagnati da alcuni solerti colpi di Pandero della cantante, violoncello percosso sulla cassa armonica, alternato a lunghi glissando dal registro medio all’acuto con l’archetto. Il risultato è un’atmosfera onirica e trascendentale, superiore all’originale. Si tratta tuttavia di un unicum, in quanto nei brani successivi lo stile vocale della Civello resta fedele a un’ispirazione brasiliana, in una sorta di “Saudade nostrano”; la voce è dolce e malinconica, risaltata da una scaletta fatta di ballad eleganti come “Estate” di Bruno Martino, “Travessia” di Milton Nascimento e “Anima” di Pino Daniele. Il pianismo della Marcotulli è l’altro grande protagonista del concerto: sfrutta tutte le ottave del piano in una libertà assoluta, ondeggia tra i registri in maniera ipnotica, passa dal pizzicare le corde, all’inserire oggetti metallici nella cordiera (pianoforte preparato), per poi toglierli e percuotere le corde bloccandone la risonanza con le dita. Non sta ferma sul seggiolino e a livello espressivo suscita una sensazione di moto perpetuo; oltretutto inserisce note dissonanti a commento della voce e dell’atmosfera dei brani. In sintesi, ricopre all’interno di questo trio un ruolo timbrico, ritmico, melodico, dinamico, rumoristico ed espressivo. Quello che personalmente definisco “pianismo totale”. Ciò che meglio emerge da questo trio è una forte capacità di espressione attraverso una scaletta fatta da brani lenti, eseguiti con un trasporto e sentimento unico. Punctum dolens di questo concerto, per me, la versione poco gradevole di “Bocca di Rosa” di De André, dai toni molto dark e tragici che cozza con il testo del cantautore genovese, nonostante abbia trovato coraggioso l’arrangiamento. Nel finale, tutti gli artisti dei due set sul palco, per un’esplosione di bellezza!

 

Una delle poche giornate di vaga frescura nella bella isola di Grado ci ha regalato l’esibizione del trombettista Paolo Fresu e del suo quintetto (Tino Tracanna, Sax; Roberto Cipelli, Piano; Attilio Zanchi, Contrabbasso; Ettore Fioravanti, Batteria). Ad arricchire l’ensemble, il trombone di Filippo Vignato. Il progetto riprende lo storico album del 1985, rinominato Re-Wanderlust in occasione della performance dal vivo: un fiore all’occhiello per la rassegna! Un jazz dai tratti un po’ desueti, che non sa di aceto, ma è un vino pregiato. Dal primo brano “Geremeas” si capisce la cifra stilistica, il repertorio è in continuo equilibrio tra fast e slow, come “Touch Her Soft Lips and Part” di William Walton. La sonorità è un riferimento che va dal Bebop al Modal, con accenni di Free. Le strutture sono quelle classiche del jazz ma risalta un’instancabile energia dei musicisti, che con grande vigoria aggrediscono ogni solo, esprimendo libertà. Il sestetto può essere diviso in due sezioni per ruolo, quella del trio: piano, basso, batteria e quello dei tre fiati. Questo scisma emerge soprattutto durante le improvvisazioni collettive, dove ogni fiato emette una voce ostinata e sovrappone frasi sopra altre frasi, per nulla scontate e non omoritmiche, concedendosi di oscillare sul tempo. Il risultato è piacevolmente caotico e non ti permette di concentrarti su un’unica fonte sonora, tutti gli strumenti raggiungono una loro vocalità estemporanea, a tratti indipendente a tratti contagiandosi, divenendo isole in un arcipelago, distanti ma interconnesse. La sezione trio fornisce magistralmente un tappeto solido ai fiati, impedendogli di prendere il volo e di perdersi nel loro stesso processo creativo. Molte sono le eccezionalità e finezze da mettere in luce. In “Trunca e Peltunta” il tema ricalca l’estetica melodica monkiana dell’album “Underground”. In brani soffusi come “Ballade”, si riesce a sentire la colonna d’aria uscire dai fiati e in “Favole” si percepisce molto bene come mai Fresu ami il calore del suono del flicorno, unendolo al suono del Rhodes. Con il finale,“Only Women Bleed”, queste caratteristiche del sestetto raggiungono la loro summa, la contaminazione è anche nell’approccio, specie in quei solo collettivi.

Ultima giornata con il concerto del sassofonista Francesco Cafiso e il suo quintetto “Confirmation”, (Alessandro Presti, Tromba; Andrea Pozza, Piano; Aldo Zunino, Basso; Luca Caruso, Batteria), una dedica al Bebop in tributo ai 100 anni dalla nascita del suo massimo esponente: Charlie Parker. Il primo brano è “Tricotism” di Oscar Pettiford, un inizio differente da quello che ci si poteva aspettare. Quelli che dovrebbero essere dei fast sono più lenti del previsto e gran parte del repertorio, fatta eccezione per “Repetition” e “Little Willie Leaps” di Bird, sono brani di artisti coevi dell’era bebop come “Budo” di Miles Davis e alcuni post bebop come “Little Niles” di Randy Weston. La qualità del lirismo e del fraseggio di Cafiso, assieme alla tromba con sordina di Presti, sono i due elementi più significativi. Il duo, sul fronte del palco, trasmetteva le stesse sensazioni della coppia della 52esima strada: Parker e Gillespie. Non è manierismo bebop come potrebbe sembrare, ed infatti nei solo cercano di far dialogare il linguaggio del passato con alcuni espedienti tecnici del jazz non esclusivamente bebop, come il linguaggio modale, i poliritmi e la rinuncia all’approccio armonico in favore di molteplici variazioni sul tema.
Colpisce la qualità espressa da Cafiso, le frasi dove la punteggiatura si avvicina al parlato, con idee fraseologiche articolate anche in otto battute, trovando respiro soltanto a posteriori.
Dal lato ottoni, i solo di Presti erano ricchi di ritmo e staccato a cui contrapponeva una grande ariosità del suono. Quello che è venuto a mancare da parte di tutto l’organico è l’enfasi scoppiettante tipica dei quintetti di inizio anni ’50. La risultante sonora è rattenuta, dando il sentore di una jam session in concerto, dove il classico rhythm change senza alcuna variazione è lo stilema. Fattore che emerge soprattutto da un batterismo che nell’accompagnamento e nei solo dimostra tecnica e tocco pulito, a cui si oppone una non perfetta connessione con il gruppo e un linguaggio accademico da manuale. La conclusione è una buona ma contenuta esibizione, dove a risplendere sono Cafiso e Presti.

Nel gran finale di GradoJazz by Udin&Jazz sale sul palcoscenico Stefano Bollani, che porta un progetto unico, il musical di Lloyd Webber e Rice: Jesus Christ Superstar del 1971, in variazioni per piano solo. Il primo pensiero che ho avuto è stato quello della paura del flop. Il musical è ricco di tanti stili e generi che trovo complessi da racchiudere in un piano solo annullando la varietà timbrica. Non avevo fatto i conti con l’oste, Bollani è riuscito, grazie alle sue spiccate qualità interpretative, a restituire tutti i sentimenti e le caratteristiche dei personaggi del dramma all’interno delle corde roventi dello Steinway. L’arduo compito è stato rispettato in toto. Udiamo delle variazioni sui temi di alcuni pezzi più importanti della rock opera come: “What’s the Buzz”, il trio tra il personaggio di Maria Maddalena, Gesù e Giuda, dove i pensieri di ogni protagonista hanno un’unità melodica che è stata rispettata, mentre la variazione sta nell’improvvisazione sopra di essi, che amplifica al meglio gli aspetti drammaturgici legati al personaggio. Stesso discorso vale per la romantica e triste aria di Maria Maddalena che si questiona su come manifestare il suo amore per il messia in “I don’t Know How To Love Him”. Così come il dissidio interiore di Giuda in “Damned For All Time”, quando vende Gesù ai Farisei, oppure la reazione sconcertata e confusa degli Apostoli in “The Last Supper”. Altrettanto forte, a livello immaginifico, è il turbinio di semicluster nel brano “The Temple”, che corrisponde alla scena in cui Gesù scaccia i mercanti dal tempio e il monologo di Ponzio Pilato in “Pilate’s Dream”. Sono molti gli espedienti musicali che ricalcano in maniera geniale le immagini del film del ’73. Oltre alle già note abilità pianistiche di Bollani è interessante notare come abbia caratterizzato al meglio i personaggi attraverso la musica. Finale da superstar tra ironia e musica, in un serrato dialogo tra il palco e la platea, chiamata a scegliere dieci brani che il pianista unisce a formare un medley.
Metaforicamente parlando, veder finire questa cinque giorni di concerti jazz è stato come entrare nel finale del film Jesus Christ Superstar: tutti gli spettatori salgono in macchina e abbandonano il Parco delle Rose di Grado, così come nel film i fedeli abbandonano l’ultimo grande spettacolo, ovvero la crocifissione, salendo sul pullman da cui sono arrivati!
Commento finale: un elogio ai fonici e al service in primis che per quanto abbiano potuto risentire del periodo di lockdown hanno tutti lavorato con serietà e professionalità, dimostrando quanto il loro compito sia il motore e l’ornamento che permette agli spettacoli dal vivo di essere “vivi”. L’esperienza globale è stata estremamente gratificante. I migliori auguri per l’edizione invernale di Udin&Jazz, annunciata sul palco dal presentatore Max De Tomassi di Radio 1 Rai (partner ufficiale del Festival) e dal direttore artistico Giancarlo Velliscig, che porterà, senz’ombra di dubbio, quel clima jazz che fa respirare a pieni polmoni nell’ecosistema della musica dal vivo.

Alessandro Fadalti

Si ringrazia l’ufficio stampa di GradoJazz by Udin&Jazz e i fotografi: Angelo Salvin, GC Peressotti e Dario Tronchin

 

Jazz e diritto d’autore: il plagio musicale

In natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, secondo Lavoisier.
E in musica? Come avviene che l’ispirazione, attraverso la combinazione di note musicali, dia luogo a sonorità che si presume siano, fino a prova contraria, nuove?
Sono interrogativi che meriterebbero attente riflessioni. In questa sede ci si vuol solo soffermare sulla possibilità che la creazione artistica riproduca, in modo più o meno consapevole, delle «preesistenze». Col rischio che, superata una data soglia, si possa configurare il plagio musicale e cioè un’ «appropriazione indebita» del frutto dell’ingegno creativo di altri. Il che accade allorché, ad esempio, tra due canzoni «la cadenza della traccia solista sulla struttura degli accordi è uguale o molto simile» all’altra ( www.plagimusicali.net) .

La lesione, di tipo morale ed economico, va inquadrata nella tematica del diritto d’autore e riguarda principalmente quella larga serie di controversie inerenti in gran parte il campo della musica leggera rock e pop, in cui l’aspetto economico è prevalente. In Italia la disciplina, fondata su codice civile e legge sul diritto d’autore del 1941, si va assestando gradualmente grazie a dottrina e giurisprudenza, sia italiana che europea. Ma torniamo al plagio. «Anche Mozart copiava» è il titolo del volume edito da Auditorium nel 2004 di Michele Bovi, uno specialista della materia, che riconduce il fenomeno del «prelievo» già alla musica classica.
Meno toccato dal contenzioso appare il jazz anche se, per una tale musica di contaminazioni e sintesi di materiali diversi, è vitale a volte oltrepassare confini musicali con il rischio teorico di sconfinamento in «terra» altrui.
Ciò non avviene di norma con la semplice ‘citazione’, prassi diffusa nella musica neroamericana, che può assumere in genere un valore di ricordo, omaggio, tributo ovvero scherzo riguardoso o semplicemente richiamo a un qualcosa di già noto magari con ammiccante occhiolino all’ascoltatore o allo spettatore per meglio catturarne l’attenzione. Si tratta dunque di una pratica retorica e stilistica che trova fondamento nella propria dichiarata ed esplicita evidenza, ovviamente da contenere entro dovuti limiti.
Escludiamo poi dal novero delle ipotesi di possibile plagio la semplice ‘assonanza’ poiché, essendo 12 le note musicali, può capitare, e spesso capita, che fra composizioni ci sia un ché di assonante.


Altra situazione possibile si ha con il ‘camuffamento’. Nel servizio Tg2 Dossier «La musica in tribunale» del 2 marzo 2002, disponibile anche in rete, postato il 4 giugno 2019, è il ricordato Bovi a raccogliere una breve quanto illuminante intervista con Giorgio Gaslini. Nella stessa il Maestro spiega come il ‘camuffamento’, tipico nel dopoguerra del bebop, sia ben distante dal caso giuridicamente sanzionabile del plagio.
Al riguardo, con esempi al pianoforte, e partendo dal brano «How High The Moon», evidenzia come «depurando» il tema ma conservando la sequenza degli accordi, Charlie Parker abbia sovrapposto la sua «Ornithology», accelerandone il tempo, al sopraddetto standard di Morgan Lewis.


La stessa Ella Fitzgerald, in una splendida versione di «How High the Moon», ha costruito su quegli stessi accordi delle linee di canto in cui ripete di pari passo il tema di «Ornithology».

È, questo, un gioco di innesti che si presta a mille opzioni. Ma attenzione! Pur essendo i primi accordi di «There’ll Never Be Another You» uguali a quello di «Bluesette», gli sviluppi rispettivi seguono percorsi assolutamente differenti.
E poi se prendiamo «At Last» di Warren, costruita su un comune giro armonico, sono quelle note bluesy in 7 a renderne originale la traccia principale.
È assodato allora come sia il nucleo melodico di un brano – la Siae chiede di segnare otto battute sul bollettino di deposito della Sezione Musica – la chiave per individuare un eventuale magari inconsapevole «copia e incolla», con possibile strascico di contestazioni.
Esiste in materia un’ampia letteratura. James Newton denunciò i Beastie Boys per violazione di copyright avendo il gruppo rap effettuato un campionamento di sei secondi di un brano del flautista nel proprio «Pass the Mic». Non era sufficiente per il jazzista aver incassato una quota di diritti rapportata allo spezzone di musica prelevato, e sostenne infatti la tesi che gli fosse dovuto un ammontare proporzionato all’intera durata del brano. La nona corte d’appello di San Francisco nel giugno 2005 gli diede torto reputando i sei secondi non bastevoli a configurare l’intera composizione (cfr. dirittodautore.it).
Nel blues ha fatto epoca il caso del famoso hit «Whole Lotta Love» dei Led Zeppelin per le parti identiche a «You Need Love» interpretata da Muddy Waters ( rollingstone.it 1 agosto 2018).

A fare il punto della situazione è oggi ancora una pubblicazione di Bovi, già apprezzato di recente in «Note segrete. Eroi spie e banditi della musica italiana» (Graphofeel, 2017). Lavoro, quest’ultimo, che conteneva spunti di storia (parallela) del jazz come nel capitolo su Il fascino recondito del night club: «se l’elegante Green Mill Jazz Club di Chicago fu per i primi quarant’anni del secolo scorso uno degli originari ritrovi della storia del night club e insieme salotto di svago per Al Capone e tutti i suoi accoliti d’epoca proibizionismo, così l’esclusivo Copacabana di New York, diretto (dietro le quinte) da Frank Costello e Joe Adonis, ne fu il degno successore»: locali che ospitarono artisti come Ellington, Sinatra, la Holiday, Dean Martin…
Il nuovo libro «Ladri di canzoni. 200 anni di liti musical-giudiziarie dalla A alla Z» (Hoepli) si presenta come un’indagine a tutto campo ricca di notizie e chicche («Yesterday» dei Beatles con l’antenata nel repertorio napoletano del settecento per esempio) che tocca diversi musicisti nel ruolo sia di attori che di convenuti processuali.
Il jazz vi compare in diversi casi. Come Beppe Mojetta, pioniere del jazz di casa nostra, oggetto nel 1954 di una sentenza sfavorevole per la sua «Una canzone e quattro lacrime» in una causa intentatagli da Giuseppe Fugazza. Ed era stato il jazzista Avo Uvezian ad accusare per primo di plagio la famosa «Strangers in The Night» del direttore d’orchestra Bert Kaempfert, cavallo di battaglia di Frank Sinatra.
Nel libro compaiono altri nomi altisonanti di protagonisti della musica americana come Burt Bacharach, menzionato per la sua crociata contro i criteri abituali di trattare il plagio musicale in una messe di vertenze giudiziarie.
Nello specifico la proposta è una commissione di artisti super partes esterna alle aule giudiziarie.
Altri nomi noti alle cronache jazzistiche sono quelli di Bing Crosby, Judy Garland, Kyle Eastwood…

Il problema resta quello di sempre: la chiara delimitazione di ciò che è lecito e ciò che non lo è, e come soppesare il valore artistico del riutilizzo e del «riconfezionamento» .
Che Gaber e Luporini abbiano ripreso il «Voyage» di L. F. Celine non può far scandalo se si pensa che gli autori di «Far finta di essere sani» sono gli inventori del Teatro Canzone, hanno cioè dato forma a un inedito mix artistico. Maneggiare materiali già in circolazione non è dunque pratica riprovevole, tutt’altro. Le biografie di Bach e Haendel, Leoncavallo e Lloyd Webber (di cui si parla nel libro ampiamente) ne sono a riprova. Johann Mattheson asseriva che i prestiti sono ammissibili, e si era in quell’epoca barocca che ha altre analogie col jazz, come l’improvvisazione.
Sul piano giuridico la sentenza della Cassazione 3340/15 ha fra l’altro individuato, a proposito di plagio, la interessante figura del «cuore» di un testo poetico-letterario.
Un elemento di valutazione in più, a livello musicale, potrebbe essere il Plus Valore, concetto clonato dalle categorie economiche, in quanto elemento che caratterizza l’innovatività di una composizione, il suo di più rispetto a precedenti «affinità».
Questi e altri concetti radicati nello «stare decisis» potrebbero convergere in possibili linee guida nell’attività dei periti in questa materia sempre più internazionale e sempre più «internautica».
Da segnalare, infine, sulla tutela dei diritti nel web della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la sentenza C-264/19, del 9 luglio, attinente a violazioni del diritto d’autore (cfr. Guida Rapida 1 «Il Sole 24 Ore», 13/7/20) in cui si demanda fra l’altro agli stati membri la facoltà di prevedere più ampi strumenti di collaborazione a favore dei titolari di proprietà intellettuali. La palla dunque passa a chi ha il potere/dovere di intervenire, raccogliendo un segnale di alto indirizzo giurisprudenziale che non va lasciato cadere nel vuoto.

Amedeo Furfaro

I NOSTRI CD. Le forme del duo

Daniele Di Bonaventura, Michele Di Toro – “Vola Vola” – Caligola Records.
Nel jazz la coppia scoppia … di salute. È il caso di “Vola Vola”, l’album, edito da Caligola Records, in cui il bandoneon di Daniele Di Bonaventura sposa il pianoforte di Michele Di Toro nel mettere le ali a dieci brani esemplari dell’estetica musicale della partnership. Diceva Horacio Ferrer che “il bandoneon è una fatalità del tango”. Non solo tango, verrebbe da aggiungere ascoltando questo lavoro intitolato ad una delle canzoni abruzzesi più famose reinterpretata, fra le altre, su arrangiamento dello stesso bandoneonista. Perché un tale strumento dal suono struggente, se accostato ad una tastiera ispirata, anche quando fuoriesce dal ventre latino, amplia la gamma di possibilità espressive, per aprirsi ad una varietà sconfinata di opzioni.
Con Di Bonaventura e Di Toro la musica “trasvola”, scivola via in modo aeriforme, non imbocca false piste né infila uscite tortuose. E se può sembrare che il giusto grembo per quelle note sia il Piazzolla di “Jeanne y Paul” e i Gardel-Le Pera di “Soledad” e “Sus Ojos se cerraron”, la eccentricità del duo risalta quando è alle prese con “Blossom” di Keith Jarrett. Non c’è, intendiamoci, nessuna “slatinizzazione” del repertorio semmai si è all’approdo verso nuovi mondi sonori. Sono quelli per cui i due musicisti si fanno attori di spirali armoniche, propulsori di sintesi calde fra dimensioni tecnica ed artistica, addensatori colto-popular in pezzi quali “Touch Her Soft Lips And Part” di William Turner Walton. I due solisti si destreggiano inoltre in partiture proprie – Di Bonaventura in “Sogno di primavera”, Di Toro in “Corale” e in “Ninna nanna” – e quando si cimentano con la poesia insita in un brano altrui tipo “One Day I’ll Fly Away” applicano al meglio i propri elegiaci modi al lirismo vibrante di questa intensa composizione di Nils Landgren e Joe Sampler.

Alice Ricciardi, Pietro Lussu –“Catch A Falling Star” – Gibigiana Records.
Come zumare insomma inquadrare dei soggetti musicali tramite la macchina da presa uditiva? Facciamo l’esempio del canto femminile: qual è il contesto strumentale più idoneo a focalizzarne le doti? La soluzione proposta con il disco “Catch A Falling Star” della vocalist Alice Ricciardi col pianista Pietro Lussu è più che idonea: la voce, semplicemente cruda, affidata alla “cura” della tastiera, elettrica in questo caso. Beninteso la materia prima, quella canora, ed il contorno armonico della tastiera devono essere di prim’ordine perché il risultato sia adeguato alle aspettative.
Ed è quanto avviene con la Ricciardi, artista di stile e raffinatezza non comuni, che propone nell’album tredici brani sia di propria scrittura (fra cui spiccano “Clues Blues” a firma anche del pianista e”Y-Am”con i testi di Eva Macali) che standards di Berlin, Vance (vedansi il titolo del cd), Rodgers-Hammerstein, Gershwin, Van Heusen, Porter, Ellington ed una originale immersione nel pop d’annata con “Good Vibrations” dei Beach Boys. La forza del lavoro sta ulteriormente nella capacità di Lussu di inseguire in punta di piedi le di lei giravolte sui registri più acuti, nell’orchestrarla di ornamenti ed arabeschi, nell’abilità di rarefarne le atmosfere swing, nella discrezione nel defilarsi al momento opportuno e lasciare che la cantante segua il proprio filo d’Arianna, jazzisticamente proteso, con l’orientamento deciso che le è proprio.

Josh Deutsch, Nico Soffiato – “Redshift” – Nusica.org
Sembra alquanto inusuale la struttura binomica del piccolo gruppo formato dal trombettista John Deutsch – Grammy Award 2019 per il miglior album latin jazz – con Nico Soffiato alla chitarra baritona. Il duo, artisticamente nato a Boston, nel terzo disco, Redshift appena edito da Nusica.org, si arricchisce di loop, sinth e sovratracce, e si “rinforza” in diversi brani grazie alla presenza “extra” di due batteristi come Allison Miller alternato a Dan Weiss. Dunque un duo plus se si considera il featuring degli ospiti citati che vanno a ben incidere sulla tenuta ritmico-percussiva delle esecuzioni senza per questo minimizzare la validità del costrutto sonoro impastato dalla coppia leader. Il sodalizio ultradecennale di Josh e Nico si basa su una “bilancia” musicale, in bilico fra acustica ed elettronica, su due creste, estetica jazz/rock/pop ed anima classica (“44.2” è un riarrangiamento da Robert Schumann mentre “John My Beloved” è la nota cover di Sufjan Stevens laddove con “Paul” siamo nell’indie rock degli statunitensi Big Thief). Le composizioni di Soffiato si distinguono per scelta sussequenziale di accordi funzionali allo sviluppo melodico ed ad impro contenute (“Endnote”, “Remember”) con qualche deviazione funky (“Tooch Taach”). Dal canto suo il Deutsch autore si caratterizza per l’ondeggiare gravitazionale della tromba che va ad illuminare di rossastro gli antri sonori di “Time Lapse” o le luci basse di “Arrival” mentre in “Triad Tune” e nella stessa “Consolation Prize”, scritta a quattro mani col chitarrista, dà sfogo ad un eloquio modulato e intenso, istintivo e profondo, per rimanere a descrizioni “dual”. Il tutto viene shakerato avendo sullo sfondo la skyline di New York, metropoli in cui i nostri eroi si sono da tempo trasferiti assorbendone in pieno lo spirito innovativo. Da precisare che Redshift, oltre ad essere il nome della storica band inglese fondata da Mark Shreeve, sta ad indicare la maggiore lunghezza d’onda di un qualcosa che si allontana. Da qui il richiamo subliminale al gioco più/meno di frequenze del duo in questione.

Il “Coro che non c’è” fa ancora una volta centro: Straordinario successo della loro versione di “Helplessly Hoping”

Poco tempo fa vi ho parlato del “Coro che non c’è” un insieme di circa 100 ragazzi provenienti dai licei e dalle università romane che si stava affermando come una delle più belle realtà musicali capitoline.

Una clamorosa conferma della validità artistica di questo coro a cappella si è avuta nei giorni scorsi; per iniziativa di una ragazza hanno deciso di tentare un’impresa difficile. Così, scelto un pezzo – il celebre “Helplessly Hoping” di Crosby, Stills Nash, contenuto nel loro album di debutto nel 1969, nell’arrangiamento degli ‘Home Free’ – si è proceduto a scrivere le varie parti. Queste sono state inviate ai singoli ragazzi che le hanno incise da casa ovviamente con strumenti tutt’altro che professionali. Una volta registrate, le varie parti sono state assemblate da un membro del coro, Leonardo Ciamberlini. Risultato il video che potrete vedere qui: https://youtu.be/KtX1r0SzxlI.

Screenshot youtube

Immediate e francamente inimmaginabili le reazioni dei social (Youtube, Twitter, Instagram). In poche ore ci sono state oltre 80.000 visualizzazioni con circa 2.500 like e soli 8 dislike, e una serie di commenti positivi provenienti in massima parte dagli States.

In particolare molte e incredibili le reazioni del mondo musicale. Ecco quindi farsi sentire proprio alcuni componenti di quel gruppo a cappella da cui, come si diceva, è stato tratto l’arrangiamento, vale a dire Adam Chance, e Rob Lundquist degli “Home Free”, dichiarare rispettivamente: “Questa è bellissima, ragazzi! Questo gruppo ha fatto una versione in quarantena del nostro arrangiamento di Helplessly Hoping, ed è veramente commovente. Guardatela. Questa è meravigliosa ragazzi! Restate al sicuro e sani e continuate a cantare!”, “Questa è bellissima”.

Home Free

Ma nessuno avrebbe potuto immaginare che si sarebbe pronunciato niente di meno che uno degli autori del pezzo, vale a dire il mitico David Van Cortlandt Crosby, il quale si è lasciato andare ad un complimento tanto lusinghiero quanto inaspettato: “Grazie Italia per avermi reso la giornata meravigliosa cantando quella canzone così bene e con un tale cuore… amo l’Italia e gli italiani e questo spirito è una delle principali ragioni. Questa ora è la mia versione preferita di questa canzone in assoluto… mi piace più della nostra versione originale.”

David Crosby

Sintetici ma efficaci i messaggi di Jamie Margulis (Snarky Puppy): “Wow… 💗💗💗💗💗   -Jamie” e di Steve Van Zandt chitarrista, cantante, attore meglio conosciuto come Little Richard, in onore di Little Richard, o come Miami Steve, soprannome datogli da alcuni amici per il fatto che pare soffrisse sempre il freddo (Miami è una delle città più calde degli Stati Uniti d’America) “Wow. È bellissimo”.

Diverse le testimonianze anche dal mondo della cultura. Così Jeff Jarvis, giornalista, professore, scrittore americano “Questo mi ha illuminato la mattinata. Attraverso il mio maestro di coro via internet.”

Significativa la notazione di Deborah Copaken scrittrice, fotogiornalista anch’ella statunitense “Giusto per contrapporla all’odio che spopola qui, eccovi una canzone che vi metterà in ginocchio con l’amore.”

Diane Lewis, giornalista ed editrice di KING-TV, rete televisiva americana, ha scritto: “Questa è sempre stata una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi. Amo questa versione. Mi fa piangere data la situazione in cui siamo, ma amerò per sempre la versione dei CSN fino alla morte.”

Dello stesso tenore il parere dell’altra giornalista dell’Atlantic e del New York Times, Rachel Donadio, secondo cui: “Ok, questo è meraviglioso. Ricordate che in italiano la H non si pronuncia.”

Ad occhi chiusi la reazione di un altro giornalista americano che scrive per il Wall Street Journal, Francis Xavier Rocca: “Piuttosto immaginatevi questo: degli studenti romani in un concerto virtuale.”

Screenshot YouTube

Bene ha interpretato lo spirito del video il critico d’arte, sociologo e saggista statunitense Howard Rheingold il quale è certo che “questo vi solleverà lo spirito. I volti e le voci della speranza.”

Entusiasta l’invito dell’arts administrator e scrittore Howard Sherman, anch’egli statunitense, “Avete visto questa bellissima Helplessly Hoping fatta da studenti italiani?”

E per non annoiarvi mi fermo qui tralasciando quindi le numerose testimonianze giunte dall’Italia nonostante il terribile momento che stiamo vivendo. Ma credo sia stato importante segnalare la voglia di questi ragazzi che amano la musica e vogliono farne una sorta di inno alla speranza che tutto passi e che si possa tornare presto alla normalità…magari, aggiungo io, con qualche differenza non proprio secondaria, rispetto al passato.

Gerlando Gatto