Krall, Galliano, Lloyd, Kidjo Quattro artisti di classe per l’estate romana

Diana Krall, Richard Galliano, Charles Lloyd, Angelique Kidjo: questi gli artisti che ho ascoltato nel corso delle ultime due settimane a Roma.

Le motivazioni che mi hanno condotto a questi concerti sono piuttosto diversificate e forse vale la pena spendervi qualche parola.

La Krall non è mai stata in cima alle mie preferenze: l’ho sempre considerata una brava musicista, ma non un fenomeno, anche perché il suo canto non mi prende, non mi commuove. Ma allora, mi si potrebbe chiedere, perché sei andato a sentirla? La risposta è semplice: mi intrigava la formazione portata qui a Roma. Non a caso un amico, che come me ha visto il concerto del 14 luglio alla Cavea dell’Auditorium – e del quale non farò il nome neanche sotto tortura – mi ha detto scherzando ma non troppo, “certo, se mi fossi presentato con quel gruppo anch’io avrei avuto successo”.  In effetti l’artista canadese si è presentata con una formazione davvero stellare comprendente Joe Lovano al sax tenore, Marc Ribot alla chitarra ed una ritmica di sicuro spessore con Robert Hurst al basso e Karriem Riggins alla batteria. Ora, con una front-line composta da uno dei migliori tenorsassofonisti oggi in esercizio e da un chitarrista che viene unanimemente considerato un vero e proprio genio dello strumento, tutto diventa più facile. Ed in effetti a mio avviso i momenti più alti della performance si sono avuti quando la Krall ha dialogato con i suddetti jazzisti e quando sia Lovano sia Ribot si sono prodotti in assolo tanto entusiasmanti quanto lucidi e pertinenti. Intendiamoci: la Krall ci ha messo del suo; ha cantato e suonato con la solita padronanza impreziosita da quella presenza scenica che tutti le riconoscono. In un frangente ha accusato anche una piccola defaillance canora, superata con disinvoltura, e il concerto è stato sempre costellato dagli applausi del pubblico. Anche perché il repertorio era di quelli che non possono non piacere; abbiamo, quindi, ascoltato, tra gli altri, “I Can’t Give You Anything But Love”, “I Got You Under My Skin”, “Just Like A Butterfly That’s Caught In The Rain” (con un toccante assolo di Ribot, forse una delle cose migliori della serata), “The Boulevard Of Broken Dreams (Gigolo And Gigolette)” e “Moonglow”. Alla fine un bis e lunghi applausi per tutti.

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Il 16 luglio eccomi alla Casa del Jazz per ascoltare Richard Galliano nell’ambito de “I concerti nel parco”. Per lunga pezza ho considerato Galliano un artista assolutamente straordinario, forse l’unico capace di ricreare le atmosfere care a Piazzolla. Negli ultimi tempi non mi aveva però convinto data l’ansia di suonare sempre troppo durante i concerti. Ricordo una serata di qualche anno fa in cui Galliano si esibì in duo con Gonzalo Rubalcaba: ebbene, in quella occasione il pianista cubano si trovò in evidente difficoltà dinnanzi ad uno straripante Galliano. Anche in questo caso, quindi, sono andato a risentirlo perché mi interessava il contesto, vale a dire la presenza del flautista Massimo Mercelli e dei “Solisti Aquilani Quintet” con Daniele Orlando e Federici Cardilli violini, Gianluca Saggini viola, Giulio Ferretti violoncello e Alessandro Schillaci contrabbasso.

E le mie attese non sono andate deluse in quanto Galliano ha suonato con misura, adeguandosi al gruppo e soprattutto al repertorio scelto che comprendeva musica classica, jazz e qualche tango. Insomma una serata assolutamente eccezionale: in effetti l’intesa tra Galliano, il flautista e il quintetto d’archi è apparsa assolutamente perfetta dando vita ad un’ora e mezza di musica sempre eseguita su altissimi livelli tecnici e interpretativi, in grado, perciò, di soddisfare anche l’ascoltatore più esigente, al di là di qualsivoglia barriera stilistica.

Il concerto si è aperto con “Contrafactus per flauto e archi” del musicista siciliano Giovanni Sollima, eseguito da Massimo Mercelli e i solisti aquilani. Il titolo – come ha spiegato lo stesso Mercelli – si riferisce alla prassi medioevale della contraffazione e il brano è basato su un frammento della venticinquesima variazione delle Goldberg di Bach, una delle più difficili. Il brano ha dato quindi la misura di quello che sarebbe stato l’intero concerto, vale a dire una sorta di incontro tra classico e contemporaneo, nell’intrecciarsi di note, di situazioni che svariavano dall’Argentina di Piazzola alle Venezia del ‘600 di Antonio Vivaldi, alla Germania barocca di Bach.

Dopo il brano di Sollima, è comparso Galliano accolto da un fragoroso applauso. Il fisarmonicista ci ha deliziato con le interpretazioni di “Milonga del Ángel per violino e archi”, di Astor Piazzolla, cui ha fatto seguito una nuova composizione, “Jade concerto per flauto e archi”. Evidentemente dedicata a Mercelli, la suite si compone di tre parti, la prima – illustra Galliano – è un valzer new musette, tinto di jazz e di swing, la seconda una pavana che esplora il suono soave del flauto basso, la terza un movimento perpetuo alla maniera dello chorinho che mette in luce tutti i possibili dialoghi tra il flauto e gli archi”.

Dopo la versione per fisarmonica di un concerto di Bach, ecco “Opale concerto per fisarmonica e archi” dello stesso Galliano; avviandosi alla conclusione, Galliano esegue, tra l’altro, “Primavera Porteña per fisarmonica e archi” di Vivaldi nell’arrangiamento del fisarmonicista, per chiudere con il celebre “Oblivion” di Piazzolla.

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Il 19 luglio ancora alla Casa del Jazz per ascoltare un mio idolo di sempre. Era il 1968 quando, in occasione della mia laurea, un amico già esperto di jazz, mi regalò “Forest Flower: Charles Lloyd a Monterey”, un album dal vivo registrato al Monterey Jazz Festival nel 1966 dal Charles Lloyd Quartet con Keith Jarrett, Cecil McBee e Jack DeJohnette. E fu innamoramento al primo ascolto, innamoramento che dura tutt’oggi. In effetti “Forest Flower” resta uno dei miei dischi preferiti, sicuramente quello più ascoltato e quindi più rovinato.

Tra i tanti meriti di questo straordinario artista mi piace ricordare il fatto che nelle sue formazioni si sono messi in luce alcuni dei più grandi pianisti che il jazz abbia mai vantato, quali Keith Jarrett nel biennio 1966-1968 e Michel Petrucciani all’inizio degli anni ’80.

A Roma si è presentato con una nuova formazione “ Kindred spirits” che unisce i talenti chitarristici di Julian Lage e Marvin Sewell e la sua fedele ritmica composta da Reuben Rogers batteria e percussioni  ed Eric Harland contrabbasso. Il gruppo è certamente ben affiatato, con una forte impronta quasi funky, ma non del tutto originale. In altre parole mi sembra che il modern mainstream si vada sempre più caratterizzando per una sorta di connubio tra jazz e rock in cui, non a caso, la chitarra assume un ruolo di assoluto primo piano. Così è in questo nuovo gruppo in cui Julian Lage e Marvin Sewell sono sempre in bella evidenza; comunque, il perno resta lui, Charles Lloyd, che, ad onta dell’età (81 anni), si fa ammirare per la straordinaria energia creativa e per l’indefessa volontà di cercare nuove vie espressive sia al flauto sia al sax tenore che ancora oggi lo caratterizzano. Non a caso egli stesso si definisce “un cercatore di sound. Quanto più mi immergo nell’oceano del sound – ama ripetere – tanto più sento l’esigenza di andare sempre più in profondità”. Certo, il tempo non è passato invano, i segni dell’età si sentono, si avvertono nel suono non più corposo come prima, si avvertono nel fraseggio fluido ma non come un tempo, egualmente quel passare con disinvoltura dalle tonalità più alte a quelle più basse è sempre lì ma si nota qualche indecisione prima assolutamente impensabile. Ma il fascino resta sempre quello di un tempo, straordinario, immarcescibile!

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Il 24 luglio eccomi ancora alla Cavea dell’Auditorium per Angelique Kidjo che avevo ascoltato il 25 novembre scorso sempre all’Auditorium in chiusura dell’edizione 2018 di RomaEuropa Festival.

Purtroppo la serata non è andata nel verso giusto… almeno per me. In effetti gli organizzatori hanno deciso di far aprire la serata al trio della vocalist Eva Pevarello che nulla ha aggiunto alla mia voglia di sentire buona musica… anzi mi ha costretto a lasciare il concerto prima della fine in quanto la Kidjo ha cominciato a cantare una mezz’ora dopo rispetto a quanto avevo previsto e muovendomi io con i mezzi, correvo il rischio di perdere l’ultima metro. Per non parlare della poca gentilezza – per usare un eufemismo – di un addetto alla sicurezza che si è rifiutato di fornirmi le sue generalità dopo che io avevo fornito le mie. Peccato ché episodi del genere non fanno bene ad una struttura per altri versi condotta bene.

Ciò detto ho trovato la performance della Kidjo piuttosto ripetitiva: in repertorio come l’altra volta il nuovo disco “Remain in Light”, l’album dei Talking Heads registrato dal gruppo insieme a Brian Eno nel 1980 e contaminato dalla poliritmia africana (esplicito il richiamo a Fela Kuti), dal funk e dalla musica elettronica. Introducendo dei testi cantati in lingue del suo paese d’origine (Benin, stato dell’Africa occidentale) e percussioni trascinanti, la vocalist ha realizzato un album più africanizzato rispetto all’originale e più accessibile. E il gradimento del pubblico non è mancato. Nella seconda parte del concerto il pubblico si è accalcato sotto il palco rispondendo così ai ripetuti inviti della Kidjo a cantare, ballare senza comunque dimenticare i molti problemi dell’oggi, dal rispetto dovuto a tutte le donne, all’invito ad apprezzare le diversità (“Se mi guardo allo specchio – ha detto la Kidjo – e vedo sempre un viso uguale al mio, dopo un po’ che noia”)… sino alla denuncia contro la pratica molto diffusa in Africa dei matrimoni combinati tra uomini adulti e bambine di dodici, tredici anni. Non potevano altresì mancare due classici della musica africana come “Mama Africa” e il celeberrimo “Pata Pata” portato al successo da Miriam Makeba. E intonando questi pezzi la vocalist si è immersa nell’abbraccio del pubblico prima scendendo in platea e poi invitando molti giovani a raggiungerla sul palco per chiudere con una sorta di festa collettiva.

Gerlando Gatto

A “Iseo Jazz” premiati musicisti e operatori del settore

 

Tra i festival jazz italiani che possono vantarsi di aver sempre dato spazio ai nostri musicisti c’è sicuramente “Iseo Jazz”. Le sue caratteristiche? Ventisette edizioni, sottotitolo “La casa del jazz italiano”, direzione artistica di Maurizio Franco, organizzazione Musica Oggi, patrocinio dell’associazione MIDJ (Musicisti Italiani Di Jazz). Per chi non le conoscesse, le località attorno al lago di Iseo (in provincia di Brescia) hanno un particolare fascino che unisce lo specchio d’acqua, un panorama prealpino, le viti della Franciacorta, pievi e castelli in una zona ad alto tasso turistico.

“Iseo Jazz” promuove vari progetti speciali e la manifestazione (7-14 luglio) ha visto, tra gli altri, la serata “L’importanza di chiamarsi Enrico” (10/7) in cui hanno suonato insieme i pianisti Enrico Intra ed Enrico Pieranunzi ed il trombettista Enrico Rava. Molti, peraltro, i giovani jazzmen ospitati tra cui Filippo Vignato, Marta Raviglia, Simone Graziano (presidente di MIDJ).

Il fine settimana conclusivo è stato contrassegnato da due doppi concerti e dal conferimento del Premio Iseo, una iniziativa che annualmente riconosce i meriti di musicisti ed operatori del settore. Il 13 luglio i recital si sono tenuti nella splendida cornice del Lido di Sassabanek, una lingua di terra proiettata nel lago, ricca di strutture immerse in un parco. Sul palco – allestito sullo sfondo lacustre, le montagne e la luce del tramonto – è salito il quartetto Double Cut con Tino Tracanna e Massimiliano Milesi (sax tenore e soprano, melodica), Giulio Corini (contrabbasso) e Filippo Sala (batteria). Hanno proposto al pubblico – con “didattiche” introduzioni del leader Tracanna – i brani dell’ultimo album, “Mappe” (Parco della Musica Records); in esso si valorizza con materiali originali e di repertorio (dal Jimmy Giuffre della “Western Suite” ad Ornette Coleman) un organico senza pianoforte e con due sassofoni, combinazione timbrica che Tracanna e Milesi sanno sfruttare al massimo in una vasta gamma di espressioni. Le musiche, infatti, hanno saputo esprimere la tensione e la macchinistica durezza in “Oli esausti” come la tenerezza nella ballad “Love and love again”, scritta da Milesi.

Molto interessante anche il secondo concerto, in parte penalizzato dall’irrigidimento del clima, con la Florence Pocket Orchestra di Riccardo Fassi. Il pianista (compositore e arrangiatore) ha costituito questo sestetto in cui si riproduce in piccolo una big band con ottoni (l’eccellente Fabio Morgera, tromba, e Stefano Scalzi, trombone), ance (il bravo Nico Gori, alto e clarinetto) e sezione ritimica (Guido Zorn al contrabbasso e Bernardo Guerra, batteria). I brani proposti, tutti di Fassi – come “Random Sequencer”, “Mon Vilain”, “The Hawk” – si sono mossi in una dimensione orchestrale, aprendo spazi ai solisti e lavorando sugli impasti timbrici.

Il 14 luglio la pioggia battente del tardo pomeriggio ha fatto spostare concerti e premiazione – previsti ad Iseo – dal sagrato della Pieve di S.Andrea al Castello Oldofredi la cui sala comunale non è riuscita a contenere il folto pubblico. Primo ad esibirsi l’Emanuele Cisi Quartet che ha suonato i brani del progetto-disco “No Eyes – Looking at Lester Young” (Warner), uno dei lavori discografici migliori degli ultimi tempi. Tra lo swing di “Jumpin’ at the Woodside” e l’incanto mingusiano di “Goodbye Porkpie Hat” il sassofonista tenore ha conquistato l’uditorio con la complicità di Dino Rubino (piano e tromba), Rosario Bonaccorso (contrabbasso) ed Adam Pache (batteria). Prima del set conclusivo, il direttore artistico – insieme al sindaco di Iseo e ad Enrico Intra – hanno consegnato i Premi Iseo 2019. Per i musicisti è stato insignito della targa Giovanni Tommaso, <<Per l’alto valore artistico della sua musica e per aver contribuito allo sviluppo del jazz italiano nel mondo>>; per gli operatori il sottoscritto << Per la preziosa attività critica ed editoriale svolta a sostegno della musica jazz più progettuale e della scena jazzistica italiana>>. Inutile dire che i riconoscimenti fanno piacere.

Giovanni Tommaso (in trio con Claudio Filippini al piano ed Alessandro Paternesi alla batteria) ha confermato la sua grande classe e statura con un intenso concerto proponendo, tra gli altri, un brano inedito (“Waltz for Lucca”) dalla toccante melodia, la ballad “Here’s That Rainy Day”, due testimonianze del suo amore per il cinema (“Cine Moderno” e il tema principale de “Il postino”, quest’ultimo del suo amico Luis Bacalov) ed una particolare versione di un brano di Aaron Copland. Pubblico entusiasta e appuntamento alla ventottesima edizione.

Luigi Onori

Sempre in primo piano il jazz italiano ad “Iseo Jazz”

 

Da ben ventisette anni il festival “Iseo Jazz” organizza le sue serate e articola il suo spazio sulla musica prodotta in Italia da jazzisti del Bel Paese. Con coerenza, rigore, divulgazione, ricerca gli organizzatori (la direzione artistica è di Maurizio Franco) propongono numerosi progetti speciali e artisti di varie generazioni, fornendo di anno in anno uno spaccato significativo delle ultime tendenze. Non a caso la rassegna si fregia del sottotitolo “La casa del jazz italiano” ed ha il patrocinio di MIDJ (l’associazione Musicisti Italiani di Jazz); in più, da sempre, la programmazione interagisce con un territorio di rara bellezza e suggestione, rinnovando quel rapporto tra musica e “luoghi” (anche nella loro dimensione amministrativa) che caratterizza le migliori rassegne della penisola.

“Iseo Jazz” inizia il 7 luglio a Palazzolo sull’Oglio (Palazzo comunale) con il trio del pianista Donatello D’Attoma (con Alberto Fidone ed Enrico Morello); completa la serata un progetto speciale intitolato “Il jazz a Milano negli anni cinquanta e sessanta”, epoca e repertorio proposto da Paolo Recchia, Andrea Dulbecco e Nicola Angelucci (sax, vibrafono, batteria).

Il 9 si prosegue a Sale Marasino (chiesa di San Giacomo di Maspiano) con un solo piano di Michele Di Toro, ispirato alle musiche di Nat Cole, George Shearing, Herbie Nichols e Lennie Tristano; anche questo è un progetto speciale della rassegna. Il 10 ci si sposta nell’Azienda Agricola Barone Pizzini (a Provaglio d’Iseo) per uno dei momenti clou del festival: “L’importanza di chiamarsi Enrico”, ovvero solo, duo e trio con i pianisti Enrico Intra ed Enrico Pieranunzi ed il trombettista-flicornista Enrico Rava (sempre progetto speciale dei “Iseo Jazz).

Le serate dell’11 e del 12 propongono le nuove generazioni di jazzisti: nella prima si approda ad Iseo (Sagrato della Pieve di Sant’Andrea) per il Francesco Diodati Trio (Laila Martial, Stefano Tamborrino) ed il Tony Arco Quartetto (Greg Burk, Sandro Cerino, Mauro Battisti) in “Colors of the soul”. Il 12 l’appuntamento è a Pratico (Parco delle erbe danzanti) per l’eversivo trio del trombonista Filippo Vignato (Yannick Lestra, Attila Gyarfas) arricchito dall’eclettica vocalist Marta Raviglia; la serata si completa con Simone Graziano, Francesco Ponticelli ed Enrico Morello.

Il fine settimana conclusivo è tutto ad Iseo e vede artisti di notevole caratura ed esperienza. Sabato 13 al Lido di Sassabanek c’è la Riccardo Fassi Florence Pocket Orchestra; Fassi (piano, composizione, direzione) coinvolge i fiatisti Mirco Rubegni, Stefano Scalzi, Nico Gori e Dario Cecchini e la sezione ritmica composta da Guido Zorn e Bernardo Guerra. Nello stesso spazio si esibisce il gruppo Double Cut guidato da Tino Tracanna, con il “doppio” sassofonista Massimiliamo Milesi e i ritmi Giulio Corini e Filippo Sala. Domenica 14 il gran finale si sposta al Sagrato della Pieve di Sant’Andrea dove riceveranno il “Premio Iseo” alla carriera il contrabbassista-compositore Giovanni Tommaso ed il critico musicale e storico del jazz (in particolare italiano) (nonché nostro validissimo collaboratore) Luigi Onori; Onori anticiperà al pubblico i contenuti del suo libro sul Perigeo, in uscita per Stampa Alternativa in novembre. Tommaso si esibirà in trio con Claudio Filippini ed Alessandro Paternesi. Ultimo concerto per l’Emanuele Cisi Quartet (Dino Rubino, Rosario Bonaccorso, Adam Pache) che omaggerà l’arte sassofonistica di Prez in “No Eyes – Looking at Lester Young”.

 

L’Estate alla Casa del Jazz, ricca di splendida musica

Una splendida giornata di caldo e di sole ha fatto da cornice alla conferenza stampa di presentazione di “Summertime 2019“, la rassegna estiva della Casa del Jazz di Roma, che si aprirà il 24 giugno per concludersi il 1° agosto con oltre 30 concerti. Approfittando del clima finalmente favorevole, l’incontro si è tenuto all’esterno della palazzina di viale di Porta Ardeatina; al tavolo delle autorità Aurelio Regina, presidente di Fondazione Musica per Roma, Josè R. Dosal, amministratore delegato di Fondazione Musica per Roma, Teresa Azzaro, direttore artistico de “I concerti nel parco” e Luca Bergamo, vicesindaco e assessore alla Crescita culturale di Roma; in prima fila, tra il pubblico,  tre artisti di assoluto rilievo come Enrico Pieranunzi, Sergio Cammariere e Javier Girotto.

È toccato al vicesindaco rompere il ghiaccio; Bergamo ha illustrato gli ottimi risultati ottenuti dal suo assessorato nel Comune di Roma: nei primi tre mesi dell’anno, sono stati organizzati dalle istituzioni culturali partecipate dal Comune di Roma, esclusi i musei, duemilanovecento eventi con circa cinquecentomila presenze. Ora senza voler minimamente contestare tali numeri, chi avesse ascoltato le parole di Bergamo non abitando a Roma, avrebbe potuto credere che la Capitale stia vivendo un momento di particolare fulgore. Purtroppo non è così, ché gli eventi cui Bergamo accennava si sono svolti all’interno di un contesto cittadino non proprio ottimale, per usare un eufemismo. Nessun accenno, quindi, ai molti guai che continuano ad affliggere Roma e che solo molto, molto parzialmente possono essere leniti da quei successi cui il vice sindaco ha fatto riferimento.

Ma veniamo alla musica. Aurelio Regina ha sottolineato il valore sociale e civico che ha la Casa del Jazz, luogo tolto alla malavita organizzata e restituito alla città per cui “fare musica qui ha un valore doppio rispetto ad altri luoghi”. Fare musica che, anche quest’anno, si svolge sotto l’egida di Musica per Roma, dopo che lo scorso anno la manifestazione si era chiusa con un bilancio gratificante di oltre ventimila presenze. E tutto lascia supporre che anche quest’anno si potranno raggiungere risultati altrettanto positivi, vista la qualità del programma che comprende jazz, blues, soul, tango, swing, funky, acid jazz e musiche del Mediterraneo.

Come al solito ci soffermiamo sugli appuntamenti a nostro avviso più interessanti. In quest’ambito si inserisce l’apertura del 24 giugno con il Quinteto Astor Piazzolla, formazione di virtuosi sotto la direzione di Laura Escalada Piazzolla creata per proteggere e diffondere l’enorme lascito del musicista argentino.

L’8 luglio toccherà agli Incognito che riproporranno il loro inconfondibile mix di groove, soul e funk. Tanto atteso, poi, il ritorno del chitarrista Bill Frisell, che si esibirà in trio con Thomas Morgan e Rudy Royston il 10 luglio. Il 15 luglio ecco la Band guidata da Steve Gadd uno dei più influenti batteristi dell’intera storia della musica contemporanea; il 17 sarà la volta di un duo d’eccezione composto dal pianista belga Eric Legnini e da uno dei più talentuosi interpreti della New Jazz Generation italiana Raffaele Casarano. Il 19 luglio, a nostro avviso l’appuntamento più importante dell’intera rassegna: arriva Charles Lloyd, uno dei più grandi sassofonisti viventi, una vera leggenda, noto tra l’altro per alcune incisioni storiche (“Forest Flower” tanto per citarne una) e per aver lanciato le carriere di molteplici pianisti, tra cui Keith Jarrett e Michel Petrucciani. Il 21 luglio sarà la volta del trio composto da Peter Erskine, Eddie Gomez e Dado Moroni.

Il 30 luglio, grande festa per i 25 anni di uno dei gruppi più noti per aver reinterpretato il tango argentino in chiave jazz: Javier Girotto & Aires Tango “25 anos”. Come al solito “robusta” e di assoluta qualità la presenza del jazz italiano.

Il 26 giugno prima serata con la Roma Sinfonietta che eseguirà Trouble in Tahiti, opera nata nel 2018 in occasione del centenario della nascita di Leonard Bernstein, mentre la seconda serata – in programma il 4 luglio – sarà dedicata al genio compositivo di George Gershwin.  Il 29 giugno sarà il turno del poliedrico vocalist Gegè Telesforo mentre il 6 luglio ritorna la NTIO New Talent Jazz Orchestra, formata da giovani talenti del jazz italiano diretta da Mario Corvini che, per l’occasione, interpreterà le composizioni e la musica di Enrico Pieranunzi, egli stesso sul palco come ‘special guest’ (progetto che diverrà presto un disco per Parco della Musica Records).

Il 25 luglio troviamo la tromba di Paolo Fresu unita al bandoneon di Daniele di Bonaventura che incontreranno il violoncellista carioca Jacques Morelenbaum per gettare un ponte tra Mediterraneo e Brasile.  Il 26 luglio Sergio Cammariere presenterà al pubblico romano il suo ultimo disco “La fine di tutti i guai” pubblicato dalla Parco Musica Records; il 29 luglio Antonello Salis e Simone Zachini, virtuosi della fisarmonica e improvvisatori totali, si incontreranno per sperimentare una musica senza confini. Il 31 luglio l’eccezionale duo Fabrizio Bosso (alla tromba) e Julian Mazzarielo (al pianoforte) presenterà il nuovo disco ‘Tandem Live’.

Ma “Summertime 2019 – L’estate a Casa del Jazz” non finisce qui e prosegue anche con la 29esima edizione de “I concerti nel parco” – per la quarta volta nella location in via di Porta Ardeatina – con la direzione artistica di Teresa Azzaro. Vera e propria anima della manifestazione, la Azzaro è persona sicuramente capace, competente… peccato che non possieda il dono della sintesi. Il suo intervento, davvero lungo… molto lungo, ha reso impossibile seguirla con attenzione sino alla fine. Comunque, scorrendo il ricco programma, ci sono alcuni appuntamenti di rilievo anche per gli appassionati di jazz.

In particolare, l’11 luglio sarà di scena Sarah Jane Morris, una delle vocalist più carismatiche e interessanti dell’intero panorama musicale al di là di qualsivoglia etichetta mentre il 16 luglio il fisarmonicista di statura mondiale, Richard Galliano, e il flautista Massimo Mercelli si incontreranno con i Solisti Aquilani.

Il 27 luglio il duo Omar Sosa (pianoforte) e Yilian Canizares (violino e voce) si esibiranno con il percussionista Gustavo Ovalles nelle vesti di special guest. Infine, il 1° agosto, il graditissimo ricorso dell’Orchestra di Piazza Vittorio con la direzione artistica e musicale di Mario Tronco.

Gerlando Gatto

 

Centrato omaggio di Riccardo Fassi all’arte di Herbie Nichols

Un centenario passato sotto silenzio, quello del pianista-compositore afroamericano Herbie Nichols nato nel 1919 e scomparso nel 1963, quarantaquattrenne, a causa di una leucemia. Il suo amico ed allievo Roswell Rudd, trombonista, sosteneva che a favorire, se non a causare, la morte di Nichols fosse stata anche la profonda frustrazione di un artista eccelso, all’avanguardia, che non riusciva a vivere della propria musica ma sopravviveva facendo il sideman in gruppi dixieland oppure suonando in locali scadenti. Lo raccontava già A.B. Spellman nel 1966, nel suo bel libro “Four Jazz Lives” (tradotto in italiano nel 2013, da minimum fax).

Ci volle la lungimiranza del produttore Alfred Lion a portare nel 1955-’56 Nichols in sala di incisione per uno dei suoi pochi album, in trio. In realtà il songbook del pianista contava circa centosettanta composizioni (svariate con liriche di suo pugno) e Rudd – tra i più esperti in materia – ne conosceva una settantina. Un centinaio di lavori sono, quindi, andati persi ma una parte significativa del repertorio nicholsiano resta nelle incisioni Blue Note e Bethelem, più altri inediti che man mano vengono proposti. Tanti e significativi jazzisti, americani ed europei, hanno infatti valorizzato nel tempo una musica di sorprendente attualità: Steve Lacy, Rudd, la ICP con Misha Mengelberg ed Han Bennink, Buell Neidlinger, Simon Nabatov tra gli altri.

Di grande spessore appare, quindi, la serata “Herbie Nichols 100” che la romana Casa del Jazz, per iniziativa del direttore Luciano Linzi, ha organizzato venerdì 17 maggio scorso, serata che ha visto una breve introduzione storico-biografica sul musicista newyorkese di chi scrive seguita da un ottimo concerto del Riccardo Fassi Quintet. Come ha spiegato il leader-pianista, il “testimone” del repertorio di Herbie Nichols gli è stato direttamente passato da due musicisti: il pianista e didatta inglese Martin Joseph, che nelle sue lezioni di storia del jazz alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio gli dedicava particolare attenzione; il trombonista Roswell Rudd che, in occasione del disco “Double Exposure” (Wide, 2009, Fassi 4tet con Rudd, Paolino Dalla Porta e Massimo Manzi), gli regalò partiture inedite che aveva ricevuto direttamente dal padre di Nichols.  In realtà il concerto romano ha avuto una doppia valenza: la realizzazione in quintetto con due fiati (Torquato Sdrucia, Carlo Conti; Steve Cantarano al contrabbasso e Pietro Iodice alla batteria, tutti eccellenti come il pianista-leader) che ha dato spessore e ricchezza a brani eseguiti dall’autore solo in trio, anche se pensati per organici più ampli; l’esecuzione di una serie di inediti di notevole bellezza e visionarietà. Unico appunto alla serata la mancanza nel pubblico degli studenti di musica di scuole e conservatori che avrebbero potuto ascoltare dal vivo un repertorio pregevole e modernissimo, che secondo A.B.Spellman – se debitamente promosso – avrebbe potuto costituire un’alternativa (a livello di estetica) a quello di Bud Powell e John Lewis negli anni ’50.

La scaletta del concerto ha, in effetti, montato con sagacia composizioni note ed inedite, ampliandone la tavolozza timbrica ed esaltandone la dinamica, sottolineando la forte e caratterizzante componente ritmica di Nichols; apprezzato da Mary Lou Williams, il pianista aveva studiato attentamente la musica di Monk ma la propria aveva radici e riferimenti amplissimi (Bartok, Prokofiev, Hindemith, la musica caraibica ed una conoscenza enciclopedica del jazz, dal ragtime all’hard-bop). Si sono ascoltati “Third World” dalle armonie molto moderne, con un bel solo di piano, uno scambio (Four) tra batteria e pianoforte ed un assolo al tenore di Carlo Conti che ha esaltato gli aspetti coltraniani (prima di Coltrane) insiti nel brano; “Cro-magnon Nights” dalla particolare linea melodico-ritmica, con colori quasi mingusiani; “Shuffle Montgomery” dal tema suadente, impreziosita da un arioso assolo di piano e da un efficace solo di baritono (Sdrucia); “The Happening” che sfrutta un tempo di marcia; la poco conosciuta “Ina” che per le sue armonie sembra uscita dalla penna di Wayne Shorter; la ballad inedita – e magistrale – “I Never Loved or Cared With Love”; l’asimmetrica e monkiana “Double Exposure”; un altro inedito basato su una scala della musica classica indiana, “Carnacagi”: nulla sfuggiva alla colta e onnivora curiosità di Herbie Nichols. Il concerto si è concluso con il brano più noto dello sfortunato pianista: “Lady Sings The Blues”, un omaggio-ritratto a Billie Holiday di cui scrisse anche le parole.

A volte – come scrisse il critico letterario, saggista e romanziere Giacomo Debenedetti – progetto e destino non coincidono.

Luigi Onori

La trascinante miscela di Shake Stew – Il concerto della band austriaca il 3 aprile alla Casa del Jazz di Roma

Tre fiati, due bassi, due batterie: da un organico così inusuale e stimolante era lecito attendersi una musica nuova, diversa… e così è stato. Shake Stew, band austriaca di grosso impatto, si è esibita con successo il 3 aprile scorso alla Casa del Jazz di Roma e, almeno per il vostro cronista, è stata una piacevole sorpresa.

Devo riconoscere che avevo poco sentito parlare di questo settetto e mi corre quindi l’obbligo di ringraziare l’amico Luciano Linzi per avermi segnalato l’appuntamento. Ad onor del vero quando ho visto sul palco le due batterie ho pensato che per me non sarebbe stata una bella serata dal momento che raramente incontro batteristi che mi soddisfino. E invece proprio il gioco dei due percussionisti è stato uno degli elementi più interessanti del concerto: Mathias Koch e Niki Dolp sono jazzisti davvero di grande livello. I due avrebbero potuto anche sbagliare, andare ognuno per i fatti propri e invece sono stati fantastici per tutta la durata del concerto (poco meno di due ore): era uno spettacolo a sé guardare le loro mani e constatare come i loro ritmi si intrecciassero alla perfezione fornendo un supporto straordinario a tutto il gruppo tanto che spesso si aveva l’impressione che la batteria fosse solo una, tanto omogeneo e compatto era il loro suono.

E proprio la compattezza del suono è un’altra delle cifre stilistiche caratterizzanti il gruppo. Oliver Potratz e Lukas Kranzelbinder al contrabbasso e basso elettrico sono stati altrettanto bravi nel sostenere armonicamente il gruppo che presenta una front-line stupefacente. Mario Rom alla tromba, Johnny Schleiermacher al sax tenore, Clemens Salesny al sax alto sono stilisticamente diversi ma riescono egualmente a raggiungere una omogeneità non banale. Così il linguaggio a tratti coltraniano, prorompente di Schleiermacher al sax tenore (particolarmente convincente in “Goodbye Johnny Staccato” una composizione del band-leader Kranzelbinders) riesce a coniugarsi con Mario Rom che alla tromba sfoggia un fraseggio all’apparenza molto meno articolato ma impreziosito dalla assoluta mancanza di vibrato con note dritte, precise.

Insomma questi sette ragazzi, oltre ad essere allo stesso tempo eccellenti strumentisti, compositori e arrangiatori, sono perfettamente in grado di fornire uno spettacolo in cui energia, intrattenimento e virtuosismo si fondono dando vita ad un unicum davvero interessante e nuovo. Di qui la difficoltà di descrivere la loro musica: funambolica, trascinante, ricca di groove, di input provenienti da fonti le più diversificate, dall’afro-beat al jazz canonico, dal rock al funk, dall’Asia all’India senza che tutto ciò nuoccia minimamente all’omogeneità della musica.

Insomma ascoltandoli dal vivo si ha la netta percezione del perché questa band, dopo il debutto al festival di Saalfelden nel 2016 e la lunghissima residenza di sei mesi al celebre music club Porgy & Bess di Vienna, abbia conquistato le platee di tutto il mondo con l’album d’esordio “The Golden Fang”, successo bissato dal secondo disco “Rise and rise again” (con ospite il sassofonista britannico Shabaka Hutchings) e proprio da questi due album sono tratti i brani che abbiamo ascoltato l’altra sera alla Casa del Jazz.

Gerlando Gatto

Grazie a Francesco D’Aprile per le immagini