Centrato omaggio di Riccardo Fassi all’arte di Herbie Nichols

Un centenario passato sotto silenzio, quello del pianista-compositore afroamericano Herbie Nichols nato nel 1919 e scomparso nel 1963, quarantaquattrenne, a causa di una leucemia. Il suo amico ed allievo Roswell Rudd, trombonista, sosteneva che a favorire, se non a causare, la morte di Nichols fosse stata anche la profonda frustrazione di un artista eccelso, all’avanguardia, che non riusciva a vivere della propria musica ma sopravviveva facendo il sideman in gruppi dixieland oppure suonando in locali scadenti. Lo raccontava già A.B. Spellman nel 1966, nel suo bel libro “Four Jazz Lives” (tradotto in italiano nel 2013, da minimum fax).

Ci volle la lungimiranza del produttore Alfred Lion a portare nel 1955-’56 Nichols in sala di incisione per uno dei suoi pochi album, in trio. In realtà il songbook del pianista contava circa centosettanta composizioni (svariate con liriche di suo pugno) e Rudd – tra i più esperti in materia – ne conosceva una settantina. Un centinaio di lavori sono, quindi, andati persi ma una parte significativa del repertorio nicholsiano resta nelle incisioni Blue Note e Bethelem, più altri inediti che man mano vengono proposti. Tanti e significativi jazzisti, americani ed europei, hanno infatti valorizzato nel tempo una musica di sorprendente attualità: Steve Lacy, Rudd, la ICP con Misha Mengelberg ed Han Bennink, Buell Neidlinger, Simon Nabatov tra gli altri.

Di grande spessore appare, quindi, la serata “Herbie Nichols 100” che la romana Casa del Jazz, per iniziativa del direttore Luciano Linzi, ha organizzato venerdì 17 maggio scorso, serata che ha visto una breve introduzione storico-biografica sul musicista newyorkese di chi scrive seguita da un ottimo concerto del Riccardo Fassi Quintet. Come ha spiegato il leader-pianista, il “testimone” del repertorio di Herbie Nichols gli è stato direttamente passato da due musicisti: il pianista e didatta inglese Martin Joseph, che nelle sue lezioni di storia del jazz alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio gli dedicava particolare attenzione; il trombonista Roswell Rudd che, in occasione del disco “Double Exposure” (Wide, 2009, Fassi 4tet con Rudd, Paolino Dalla Porta e Massimo Manzi), gli regalò partiture inedite che aveva ricevuto direttamente dal padre di Nichols.  In realtà il concerto romano ha avuto una doppia valenza: la realizzazione in quintetto con due fiati (Torquato Sdrucia, Carlo Conti; Steve Cantarano al contrabbasso e Pietro Iodice alla batteria, tutti eccellenti come il pianista-leader) che ha dato spessore e ricchezza a brani eseguiti dall’autore solo in trio, anche se pensati per organici più ampli; l’esecuzione di una serie di inediti di notevole bellezza e visionarietà. Unico appunto alla serata la mancanza nel pubblico degli studenti di musica di scuole e conservatori che avrebbero potuto ascoltare dal vivo un repertorio pregevole e modernissimo, che secondo A.B.Spellman – se debitamente promosso – avrebbe potuto costituire un’alternativa (a livello di estetica) a quello di Bud Powell e John Lewis negli anni ’50.

La scaletta del concerto ha, in effetti, montato con sagacia composizioni note ed inedite, ampliandone la tavolozza timbrica ed esaltandone la dinamica, sottolineando la forte e caratterizzante componente ritmica di Nichols; apprezzato da Mary Lou Williams, il pianista aveva studiato attentamente la musica di Monk ma la propria aveva radici e riferimenti amplissimi (Bartok, Prokofiev, Hindemith, la musica caraibica ed una conoscenza enciclopedica del jazz, dal ragtime all’hard-bop). Si sono ascoltati “Third World” dalle armonie molto moderne, con un bel solo di piano, uno scambio (Four) tra batteria e pianoforte ed un assolo al tenore di Carlo Conti che ha esaltato gli aspetti coltraniani (prima di Coltrane) insiti nel brano; “Cro-magnon Nights” dalla particolare linea melodico-ritmica, con colori quasi mingusiani; “Shuffle Montgomery” dal tema suadente, impreziosita da un arioso assolo di piano e da un efficace solo di baritono (Sdrucia); “The Happening” che sfrutta un tempo di marcia; la poco conosciuta “Ina” che per le sue armonie sembra uscita dalla penna di Wayne Shorter; la ballad inedita – e magistrale – “I Never Loved or Cared With Love”; l’asimmetrica e monkiana “Double Exposure”; un altro inedito basato su una scala della musica classica indiana, “Carnacagi”: nulla sfuggiva alla colta e onnivora curiosità di Herbie Nichols. Il concerto si è concluso con il brano più noto dello sfortunato pianista: “Lady Sings The Blues”, un omaggio-ritratto a Billie Holiday di cui scrisse anche le parole.

A volte – come scrisse il critico letterario, saggista e romanziere Giacomo Debenedetti – progetto e destino non coincidono.

Luigi Onori

La trascinante miscela di Shake Stew – Il concerto della band austriaca il 3 aprile alla Casa del Jazz di Roma

Tre fiati, due bassi, due batterie: da un organico così inusuale e stimolante era lecito attendersi una musica nuova, diversa… e così è stato. Shake Stew, band austriaca di grosso impatto, si è esibita con successo il 3 aprile scorso alla Casa del Jazz di Roma e, almeno per il vostro cronista, è stata una piacevole sorpresa.

Devo riconoscere che avevo poco sentito parlare di questo settetto e mi corre quindi l’obbligo di ringraziare l’amico Luciano Linzi per avermi segnalato l’appuntamento. Ad onor del vero quando ho visto sul palco le due batterie ho pensato che per me non sarebbe stata una bella serata dal momento che raramente incontro batteristi che mi soddisfino. E invece proprio il gioco dei due percussionisti è stato uno degli elementi più interessanti del concerto: Mathias Koch e Niki Dolp sono jazzisti davvero di grande livello. I due avrebbero potuto anche sbagliare, andare ognuno per i fatti propri e invece sono stati fantastici per tutta la durata del concerto (poco meno di due ore): era uno spettacolo a sé guardare le loro mani e constatare come i loro ritmi si intrecciassero alla perfezione fornendo un supporto straordinario a tutto il gruppo tanto che spesso si aveva l’impressione che la batteria fosse solo una, tanto omogeneo e compatto era il loro suono.

E proprio la compattezza del suono è un’altra delle cifre stilistiche caratterizzanti il gruppo. Oliver Potratz e Lukas Kranzelbinder al contrabbasso e basso elettrico sono stati altrettanto bravi nel sostenere armonicamente il gruppo che presenta una front-line stupefacente. Mario Rom alla tromba, Johnny Schleiermacher al sax tenore, Clemens Salesny al sax alto sono stilisticamente diversi ma riescono egualmente a raggiungere una omogeneità non banale. Così il linguaggio a tratti coltraniano, prorompente di Schleiermacher al sax tenore (particolarmente convincente in “Goodbye Johnny Staccato” una composizione del band-leader Kranzelbinders) riesce a coniugarsi con Mario Rom che alla tromba sfoggia un fraseggio all’apparenza molto meno articolato ma impreziosito dalla assoluta mancanza di vibrato con note dritte, precise.

Insomma questi sette ragazzi, oltre ad essere allo stesso tempo eccellenti strumentisti, compositori e arrangiatori, sono perfettamente in grado di fornire uno spettacolo in cui energia, intrattenimento e virtuosismo si fondono dando vita ad un unicum davvero interessante e nuovo. Di qui la difficoltà di descrivere la loro musica: funambolica, trascinante, ricca di groove, di input provenienti da fonti le più diversificate, dall’afro-beat al jazz canonico, dal rock al funk, dall’Asia all’India senza che tutto ciò nuoccia minimamente all’omogeneità della musica.

Insomma ascoltandoli dal vivo si ha la netta percezione del perché questa band, dopo il debutto al festival di Saalfelden nel 2016 e la lunghissima residenza di sei mesi al celebre music club Porgy & Bess di Vienna, abbia conquistato le platee di tutto il mondo con l’album d’esordio “The Golden Fang”, successo bissato dal secondo disco “Rise and rise again” (con ospite il sassofonista britannico Shabaka Hutchings) e proprio da questi due album sono tratti i brani che abbiamo ascoltato l’altra sera alla Casa del Jazz.

Gerlando Gatto

Grazie a Francesco D’Aprile per le immagini

Il progetto Lumina sabato 23 marzo alla Casa del Jazz di Roma

L’ideatore di Lumină è Paolo Fresu, in qualità di musicista, compositore e produttore discografico. La notazione che sembra scontata è invece importante in quanto è stato Fresu a pensare integralmente il progetto e a scegliere i cinque musicisti che ne fanno parte (Carla Casarano alla voce, Leila Shirvani al violoncello, Marco Bardoscia al contrabbasso, William Greco al pianoforte, Emanuele Maniscalco alla batteria e alle percussioni) dando “luce” così ad un nuovo gruppo originale.

Il progetto, che continua a ricevere sempre più consensi dalla critica per il disco pubblicato per l’etichetta Tǔk Music e dopo aver riscosso un successo trasversale nel tour del 2018, torna a calcare i palchi italiani con 4 speciali concerti a marzo 2019 di cui uno a Roma, sabato 23, alla Casa del Jazz.

L’idea base che ha mosso il suo artefice scaturisce dalla voglia di concepire un’intera opera intorno al tema della Luce. Luce declinata in dieci composizioni musicali diverse dove ognuna ha appunto il titolo “Luce” nelle diverse lingue del mondo ma “Luce” anche in senso letterario; infatti quattro testi originali sullo stesso tema, scritti da Erri De Luca, Lella Costa, Marcello Fois e Flavio Soriga, fanno parte del progetto oltre ad una poesia di Emily Dickinson. Due di questi (Lella Costa per “Luce” composta da William Greco e Emily Dickinson per “Light” composta da Marco Bardoscia) sono anche espressi in forma canzone e interpretati dalla voce di Carla Casarano.

I significati da estrapolare dal progetto sono diversi. Da una parte proseguire nell’opera di scoperta dei giovani talenti che Fresu porta avanti da alcuni anni. Dall’altra, quella di lavorare sul ‘concept’ sia visivo sia sonoro della Luce intesa come vita e come fonte di ispirazione creativa e poetica. Un ulteriore “input” è rappresentato dalla volontà di proseguire nel percorso di crescita del jazz italiano suggerendo percorsi nuovi ed originali e portando per mano i musicisti verso nuove esperienze nazionali ed internazionali. In ultimo, quella di creare un progetto completamente nuovo (sintetizzabile nella sorta di logo “Il lirismo della Luce, che si fa suono “) ideato e pensato da Fresu che vuole proporre un innovativo connubio fra diverse territorialità musicali contemporanee unendo filoni pop, classici e di quel “new jazz” italiano made in Puglia che sta dando lustro al panorama musicale internazionale di oggi.

Lumină è risultato progetto vincitore del Bando Sillumina – SIAE e ricordiamo che i concerti sono organizzati con il sostegno di MiBAC e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”.

Redazione

Con il MAT Trio Jazz del terzo millennio

Marcello Allulli, Francesco Diodati ed Ermanno Baron sono il MAT trio: il gruppo esiste da un decennio e – nella rassegna “Jazz is not dead” – ha celebrato, a modo suo, la lunga vita artistica con un recital alla Casa del Jazz (23 febbraio).

Presentando il bis, il leader-sassofonista Allulli ha parlato di <<melodia circolare>>: si riferiva ad un brano caratteristico del repertorio (“Hermanos”, titolo anche di un progetto/album) che ha una cellula cantabile ripetuta con infinite variazioni. Parte da una melodia sussurrata dai musicisti, si eleva a canto epico e strumentale per poi ridiscendere ad una cantilena a cui il pubblico è invitato a partecipare fin dall’inizio.

La melodia circolare di “Hermanos” è, in realtà, una delle chiavi per accedere al mondo sonoro del MAT trio, un universo che vede sax tenore, chitarra elettrica e batteria interagire in modi tanto variati quanto imprevedibili. I brani, quasi tutti originali, sono spesso condotti su un tempo libero e fluttuante che esalta l’unione tra acustico ed elettrico/elettronico, altro ingrediente del gruppo. Allulli – dondolante, quasi in trance, ad occhi chiusi – è incollato al suo sax tenore mentre Diodati si destreggia tra distorsori, pedaliera, effetti per distillare dalla sua chitarra una gamma di suoni e fraseggi originali; Baron gradua i suoi interventi nella dinamica e nella potenza, sfruttando i ritmi e i colori della propria fantasia percussiva.

Nella musica del MAT trio si possono trovare echi di Albert Ayler (una tecnica di “macerazione iterativa” delle melodie) come degli EST di Esbjorn Svenson (soprattutto in certe scansioni ritmiche), del primo Bill Frisell (per le mille distorsioni/rifrazioni chitarristiche) come del trio Motian/Frisell/Lovano nella comune e assoluta libertà.

Un jazz post-moderno? Non direi perché, nella pluralità dei linguaggi e dei riferimenti, il MAT trio carica di significati i suoi brani, li rende intensi ed autentici e non c’è mai un’ombra di manierismo: che rilegga il Tom Waits di “Time” o peschi nel suo vasto repertorio, non c’è nessun effettismo/tecnicismo fine a sé stesso. Ripetizione, variazione, intensità, destrutturazione e recupero di linee melodiche; dilatazione, enfasi, drammatizzazione: a ciò si assiste in diretta, ad un forgiare della materia sonora che coinvolge.

Grande partecipazione del pubblico alla Casa del Jazz, molti i fan del gruppo che a Roma ha una notorietà ed un seguito notevoli. Trio che, si badi bene, si è sempre aperto facilmente a collaborazioni (Fabrizio Bosso, Francesco Bearzatti, Giovanni Falzone, Antonello Salis…) tra cui quella con il trombettista Davide Boato: insieme si esibiranno al “Vapore” l’11 maggio a Venezia.

Il MAT trio parla di un nuovo album (il terzo) in realizzazione o, forse, in cantiere. La loro musica è un flusso e per immergersi in esso non bisogna avere barriere o preconcetti, definizioni o paradigmi: solo lasciarsi trasportare in territori nuovi, vicini (interiori) e lontani. Jazz del terzo millennio.

Dall’Arcadia Trio musica “politica” ma nel senso migliore del termine

Le foto sono di Fiorenza Gherardi De Candei

Martedì 12 febbraio appuntamento alla Casa del jazz per la presentazione del nuovo album del sassofonista Leonardo Radicchi Arcadia Trio, “Don’t call it Justice”. Appuntamento impreziosito dalla presenza nel gruppo di Robin Eubanks, uno dei più grandi trombonisti della scena contemporanea del Jazz. Vincitore di 2 Grammy Awards, Robin ha suonato al fianco di artisti come Dave Holland, Slide Hampton, Sun Ra, Elvin Jones, Art Blakey. E che si tratti di un fuoriclasse Robin l’ha dimostrato ancora una volta dinnanzi ad un pubblico purtroppo non molto numeroso, probabilmente distratto dalla contemporanea partita della Roma (potenza del calcio!). In effetti Robin si è inserito alla perfezione nel trio completato dal contrabbassista   Ferdinando Romano e dal batterista Giovanni Paolo Liguori, duettando magnificamente con Radicchi e Romano e lanciandosi in assolo assolutamente straordinari. Il suono del suo trombone è limpido, l’intonazione perfetta, il fraseggio strepitoso tanto da ricordare i maestri di questo strumento senza trascurare il groove che sa trasmettere all’intero gruppo. Il tutto senza alcuna alterigia, senza atteggiamenti divistici ma come un musicista al servizio di un gruppo e degli intendimenti del leader. Di qui un concerto perfettamente riuscito che se da un canto ha confermato (ma non ce n’era certo bisogno) la statura artistica di Eubanks, dall’altro ha definitivamente lanciato una formazione – l’Arcadia Trio – di sicura valenza. Cosa che si percepisce chiaramente anche dall’ascolto dell’album ( “Don’t Call It Justice” Alfa Music AFPCD 198) uscito in questi giorni.

In effetti nonostante la mancanza di Eubanks si faccia sentire (e come poteva essere altrimenti) l’album è la testimonianza di un combo in sicura crescita in cui l’impegno nel sociale si coniuga con la musica.
Ad onor del vero, non essendo la musica semantica, abbiamo sempre avanzato qualche dubbio sui brani a soggetto nel senso che ben difficilmente le note suonate possono farsi risalire ai titoli scelti, specie se questi vogliono avere una valenza politica. Nel caso in oggetto la situazione è diversa in quanto il leader, il sassofonista Leonardo Radicchi, è sinceramente interessato a ciò che ci accade attorno come testimoniano una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan). Esperienze che sono corroborate da una solida preparazione musicale maturata attraverso gli studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front.Ecco quindi l’album declinato in dieci tracce, di cui una sola “Peace” a firma di Horace Silver mentre le altre nove sono composizioni originali di Leonardo Radicchi che – riportiamo letteralmente – “sono plasmate su fatti, persone e idee che lasciano il segno nel nostro mondo”. Particolarmente suggestivo “Utopia” dedicato a Gino Strada: “ll brano afferma esplicitamente Radicchi –  è un omaggio all’uomo e all’idea. L’inizio è decisamente urbano e il tema di Gino viene esposto su una ridondante serie armonica. Le successive esposizioni asciugano e sottolineano la nudità dell’uomo verso il male. La guerra. Gino con Emergency ha contribuito a curare oltre 9 milioni di persone”.

Intendiamoci: anche per Radicchi vale quanto detto in precedenza e cioè che ascoltando ad esempio “Utopia” non si riesce assolutamente a risalire a Gino Strada se la cosa non ci fosse stata anteriormente specificata…solo che in questo caso, come si accennava, ai titoli e alle dichiarazioni di intenti ‘ad captandam benevolentiam’, si accompagna una esperienza di vita e quindi una profonda onestà intellettuale.
Un’ultima non secondaria annotazione: alla bella riuscita dell’album hanno contribuito anche i seguenti musicisti intervenuti in alcuni brani: Marco Colonna al clarinetto basso, Tommaso Iacoviello e Angelo Olivieri alle trombe, Gabriele Ricci corno francese, Andrea Angeloni trombone, Pierluigi Bastioli trombone basso.

I NOSTRI CD

a proposito di jazz - i nostri cd

Hands Jazz Trio – “Our Favorite Standards & Other” – autoproduzione.
Capita, da parte di qualcuno, di guardare agli standard con una certa sufficienza. Ma ciò non si giustifica se chi li esegue ce li restituisce come nuovi, con un corretto dosaggio di improvvisazione, un interplay sapientemente interagito, un arrangiamento che ne dia in qualche modo una “nuova visione” comunicativa, connessa con la propria poetica musicale. E di che mood sono, in proposito, i componenti dell’Hands Jazz Trio? Antonio Tosques alla chitarra, Marco Contardi all’organo e Leo Marcantonio alla batteria nel cd “Our Favorite Standards & Other” forniscono un plausibile esempio di piccolo gruppo di grande potenzialità espressiva, di quelli cioè che sanno trattare la letteratura degli “evergreen” jazzistici con la predetta artigianalità espressiva, manuale e mentale. Che i brani siano di Silver, Fisher o Barron non cambia, oltretutto è benvenuto il variare, come nel caso in questione, fra la rarefatta atmosfera di “O Grande Amor” di Jobim, il Monk straniante di “Hackensack” o un “Along Came Betty” di Golson. L’ascolto del disco va avanti con leggerezza antigravitazionale, grazie anche ad acuti melodici come nel brano di Tosques, “For Jim”, brano “other” come “Hands Blues” dell’organista. Ed una nota di merito è da ascrivere proprio a Marco Contardi, conosciuto come pianista, che con l’hammond pare andare a nozze, tanto è postato e controllato nei movimenti. Ha assunto quell’understatement tipico dei professionisti più avvezzi, a partire dal grande Jimmy Smith a finire ai contemporanei, tipo Joey DeFrancesco. E il dialogo con un chitarrista navigato come Tosques ed il rinforzo ritmico “motorio” di Marcantonio non fa che rafforzarne qualità e la qualità.

Matera/Pignataro/Maurogiovanni/ – “Stanic Boulevard” – Villani, Verve
La presentazione del 4et, affidata al brano “More Or Less”, del pianista Mirko Maria Matera, esibisce subito l’idea del range jazzistico proposto: un hard bop robusto e fibrillante, non immune da influssi blues e rock, talora intensamente lirico come in “L’inverno e altre storie”, del chitarrista Fabio Pignataro, altre volte propenso alla riflessione onirica come il “sincopatico” “Impromptu” del batterista Pierluigi Villani od increspato dal groove ostinato e altalenante di “Escape for the soul” del bassista Viz Maurogiovanni. “Stanic” è lo storico quartiere operaio della periferia di Bari, il cui nome è affiancato a Boulevard per meglio abbozzare la teoria di contrasti metropolitani che l’album evoca. Un gioco angolare di specchi ricorre nelle dieci tracce, ispessite da contrapposizioni metrico/ritmiche, per situarsi su una linea immaginaria, in un paesaggio postindustriale che dagli anni del boom arriva sino ad oggi per riecheggiare flussi sonori elettrici e fusion. Che sono poi quelli di “Tomorrow We’ll See”, ancora di Villani mentre “The Lonely Axeman”, a firma del ricordato bassista, è un omaggio ad Alan Holdsworth. In chiusura, oltre a “Svandea”, a firma di Pignataro, ecco “Khamsin”, stendardo modale che il pianista sventola, in crescenza/decrescenza di climax, a vessillo della formazione. “Stanic Boulevard”, antitesi di contrari, si rivela, alla fine, un percorso praticabile per un jazz che non rinnega il passato di quella … modernità che ancora, nonostante il tempo trascorso, ci risulta – e non è un ossimoro –  contemporanea.

The Roger Beaujolais Trio – “Barba Lunga” – Stay Tuned.
Si pensi pure ciò che si vuole ma un jazzista che esegue in un suo cd un brano di Jimi Hendrix offre, per così dire, il migliore aperitivo ad un ascolto trasversale, non limitato ai soli jazzofili. È il caso di Roger Beaujolais con il suo Italian Trio e il disco in questione è “Barba Lunga” della Stay Tuned. Hendrixiana è infatti “The Wind Cries Mary”, che non è propriamente un must per chi suona jazz, il cui inserimento in scaletta denota una sensibilità blues/rock di base che, a nostro modesto avviso, non guasta anzi ne infiocchetta ancor meglio il biglietto da visita per i palati musicali più aperti. Il vibrafonista inglese annovera collaborazioni di lusso in ambito pop, fra gli altri con Robert Plant e Paul Weller, per fare due nomi a dir poco di prestigio, ma il suo linguaggio utilizza un vocabolario sicuramente jazz, compartecipato dalla giovane ma già matura sezione ritmica che gli si affianca: il bassista Giacomo Dominici e il batterista Alessandro Pivi. Alcune esperienze acid e quelle di jump jive con i Chevaliers Brothers hanno sicuramente lasciato su di lui delle precise impronte stilistiche in qualche modo rinvenibili in quanto si ascolta negli undici brani di questo album; che presenta comunque un buon risultato di sintesi compositiva nei diversi pezzi originali e, anche in “Faith” di Freeman e Lawrence, di godibile coloritura armonica e coerenza melodica, dettate dal procedere di un vibrafono ben levigato nelle impro, con accordi talora prolungati come la barba fluente del leader del gruppo e suoni di gusto fresco come un buon beaujolais nouveau!

World Spirit Orchestra – “Black History” – Mario Donatone Network.
Una storia in note – quella della “Black History”, interpretata dalla World Spirit Orchestra, formazione nata nel 2011 alla Casa del Jazz di Roma, diretta da Mario Donatone, qui con la partecipazione di Riccardo Biseo – è racchiusa in questo album uscito quasi in accoppiata all’omonimo spettacolo musicale. La selezione di brani non è tracciata seguendo cronologie stilistiche (spiritual, gospel, blues, jazz, swing, r.&b., soul, funk, hip hop, rap) bensì attraverso la opzione di brani fatta in base a criteri di varietà, cantabilità, riferibilità alle vicende del popolo afroamericano. “Abbiamo navigato in luoghi sconosciuti all’uomo/dove le navi vanno a morire” (We sailed for parts unknown to man/where ships come home to die): è uno dei versi di “A Salty Dog”, successo ripreso dai Procol Harum, in quanto possibile incipit di questa plurisecolare vicenda scaturita da deportazioni schiaviste dall’Africa alle Americhe. Che trova voce in un trifoglio di traditional, “Jesus On The Mainline”, “Wade In The Water” e “Freedom”, a denotare un’epopea di umiliazioni e illibertà ma anche di orgoglio e anelito all’affermazione identitaria. La musica, in tale prospettiva, pur con tutte le specificità del caso, fa il paio con letteratura, cinema, arti visive e, naturalmente, con la lotta politica legata al riconoscimento di diritti; in primis la piena cittadinanza, con apice nel novecento, secolo (non tanto) breve in cui si interfacciano personaggi-chiave della black culture, Martin Luther King e Malcom X, Louis Armstrong e Charlie Parker, Mahalia Jackson e Miles Davis, Langston Hughes e Amiri Baraka, Jean-Michel Basquiat e Spike Lee… Le ‘coralizzazioni’ guardano anche avanti, oltre il tempo della race music, ed ecco in scaletta due classici di Ellington, “Don’t Get Around Much Anymore” e “Come Sunday” unitamente ad “Halleluyah Time” di Oscar Peterson (con Ray Brown). Completano il quadro “People Get Ready” di Curtis Mayfield poi “Sail Away” e “Short People” di Randy Newman. Musicista bianco, certo, ma in perfetto World Spirit. Nell’Orchestra, in cui spicca Giò Bosco, ben figurano le voci di Sonia Cannizzo, Isabella Del Principe, Luna Whibbe, del chitarrista Angelo Cascarano, del tastierista Andrea Mercadante, del batterista Roberto Ferrante e del percussionista Milo Silvestro.