Ancora una presentazione prestigiosa per “L’altra metà del jazz” il secondo libro di Gerlando Gatto, inserita tra gli eventi del festival JazzMi

Dopo le presentazioni al Salone del Libro di Torino, Udine, Catania e Roma, il secondo volume di Gerlando Gatto “L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz” (KappaVu / Euritmica edizioni) è stato illustrato il 13 novembre a Milano, nell’ambito di “Compagni di viaggio: incontri con gli autori”, nei meravigliosi locali che ospitano la libreria di viaggio del Touring Club Italiano, nella sua storica sede di Corso Italia, nel cuore della città meneghina.
L’evento era inserito nel cartellone del Festival JazzMi, quest’anno quanto mai denso di concerti e appuntamenti (più di 200 in 13 giorni!).
Introdotto dal giornalista Pino Mantarro, ufficio stampa del T.C.I., l’autore ha dialogato con un interlocutore illustre, Claudio Sessa, già direttore di “Musica Jazz”, critico musicale del “Corriere della Sera”, docente di Storia del Jazz, nonché scrittore con all’attivo diverse pubblicazioni (Il marziano del jazz. Vita e musica di Eric Dolphy; Le età del jazz. I contemporanei; Improvviso singolare. Un secolo di jazz).

Tra il numeroso pubblico presente anche alcuni artisti molto noti: il compositore e band leader Dino Betti van der Noot, il sassofonista Claudio Fasoli e il fotografo Roberto Masotti, tra i più prestigiosi fotografi jazz di tutta Europa, cui si è aggiunto verso metà serata un altro importante fotografo, Pino Ninfa.

Sessa, nella sua esposizione iniziale, ha definito Gatto “un lavoratore del jazz” e ha sottolineato il valore particolare di questa raccolta di interviste, integralmente al femminile, soffermandosi sovente sul tema della “differenza di genere” nell’ambiente jazzistico.

Spesso si tratta di stereotipi consolidati, come quando, parlando di musiciste jazz, vi si abbini immediatamente la figura della cantante e quasi mai quella della strumentista. In certi “universi” – il jazz è uno di questi ma anche quello militare, ad esempio – esiste ancor’oggi un pregiudizio molto diffuso e difficile da divellere: la tendenza ad incasellare il jazz suonato dalle donne come se esistesse un modo maschile e un modo femminile di suonarlo. Da questa sorta di postulato, si è scatenata un’interessante discussione alla quale hanno partecipato parecchi spettatori. Io non ho mai pensato alle donne che fanno jazz in termini di genere e il mio giudizio si è sempre e solo basato su canoni di bravura, di capacità tecniche, di espressività, di gusto… insomma, su dei parametri oggettivi, e questo indifferentemente se a suonare, comporre, dirigere sia un maschio o una femmina. Ascoltando i vari interventi mi sono stupita: se nel 2018 si parla ancora di questo, evidentemente il problema non è, come credevo, superato.

La discussione si è ulteriormente ampliata, a seguito della domanda di una spettatrice, sulla matrice primigenia del linguaggio jazzistico e se sia possibile distinguere, al semplice ascolto, il jazz statunitense da quello europeo, quello italiano da quello scandinavo, solo per citare alcuni esempi.

Quasi tutti sono stati concordi nel sostenere la tesi che il jazz è un idioma universale diffusosi ovunque nel mondo, e pur riconoscendo che il suo epicentro era e rimane, per certi aspetti, l’America del Nord, ha saputo integrarsi nelle culture di altri paesi ritagliandosi spazi e sonorità completamente nuovi, tanto da contestualizzarsi, assumendo una precipua forma identitaria.

E’ stato piuttosto difficile per Claudio Sessa riportare il vivace scambio di opinioni sui binari dell’oggetto della presentazione: il bel libro di Gerlando Gatto!

Dopo tanto erudito disquisire (c’era molto da imparare nelle parole di alcuni relatori…) sono finalmente comparse le vere protagoniste di questa opera, da Enrica Bacchia (che Gerlando ha definito come l’esperienza più intensa), a Dora Musumeci, una della pioniere tra le musiciste jazz, parliamo degli anni Cinquanta, che diede del filo da torcere ai colleghi maschi e fu amica personale dell’autore (che si commuove ogni qualvolta se ne parli…), da Dee Dee Bridgewater a Sarah Jane Morris, queste ultime due interviste così diverse tra loro e dalle quali emergono con grande evidenza due diversi approcci: molto professionale e distaccato per la prima, empatico e pieno di calore umano per la seconda. Gatto ha ricordato con affetto anche la vocalist norvegese Radka Toneff, che si tolse la vita a soli 30 anni, per amore… si dice.

Alla domanda su quali siano i criteri che lo guidano verso la scelta delle musiciste da intervistare, Gatto ha risposto in modo semplice e diretto: “avendo la fortuna di poter scrivere di jazz per pura passione, l’unico criterio è di confrontarmi con gli artisti che più mi piacciono, quelli che musicalmente mi trasmettono qualcosa.”  (Gerlando è laureato in giurisprudenza e ha fatto per anni il giornalista professionista, specializzato in economia. N.d.A.)

Marina Tuni

 

Il Rossini Jazz Club di Faenza ospita il Modern Vintage Trio di Stevie Biondi

Giovedì primo novembre 2018, la stagione del Rossini Jazz Club di Faenza prosegue con lo Stevie Biondi “Modern Vintage Trio” con Stevie Biondi alla voce, al synth drum, alla loop station, al beatbox e alle percussioni, Stefano Freddi al pianoforte e Lorenzo Pignattari al contrabbasso. La rassegna diretta da Michele Francesconi si presenta in questa stagione con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

Pianoforte, contrabbasso e voce da una parte, synth drum, beatbox, loop station e percussioni dall’altra.

Due mondi apparentemente distanti, che invece messi assieme danno vita a qualcosa di inaspettato: vintage ma moderno, acustico ma elettronico, elegante ma “funky”. Dagli standard jazz e bossa più conosciuti, come quelli interpretati dal grande Frank Sinatra, ai classici del blues di Ray Charles, fino ai brani dei più noti artisti della musica soul e black degli anni ’60, ’70 e ’80 come Bill Withers, Marvin Gaye e Stevie Wonder, senza dimenticare il pop di tutte le epoche, dai Beatles a Bruno Mars e gli artisti italiani più “soulful”.

Stevie Biondi, all’anagrafe Stefano Fabio Ranno, nasce il 31 maggio del 1989 in provincia di Catania. Cresce in una famiglia di musicisti: la nonna in arte conosciuta come Tina Adolfi, cantava in teatro e per la EIAR (la futura RAI), il padre Giuseppe, in arte Stefano Biondi, era un cantautore molto noto in Sicilia e il fratello Mario Biondi è un cantante, autore, arrangiatore e produttore di fama internazionale. Il percorso di Stevie inizia con l’hip-hop e l’R&B: decide di fare della sua sconfinata passione per la musica il suo mestiere e comincia a girare i locali, emiliani e non, con una formazione, solitamente, di duo o trio con Michele Bianchi e Andrea “Satomi” Bertorelli proponendo cover e reinterpretazioni di brani soul, R&B e jazz. Dopo aver collaborato spesso come corista nei dischi di Mario Biondi, dal 2013 decide di dedicarsi maggiormente alla sua carriera solista, collaborando con grandi musicisti come Stefano Freddi, Jerry Popolo, Luca Florian, Beppe Di Benedetto e tanti altri. Nel 2016 viene contattato da Nerio “Papik” Poggi per collaborare alla realizzazione di un album tributo a Lucio Battisti, intitolato Cocktail Battisti, in cui canta “Con il nastro rosa”, ed ha la fortuna di avere con sé nel brano il grande Phil Palmer, l’originale chitarrista del brano tratto dall’album “Una giornata uggiosa” del 1980, del quale tutti ricordano l’indimenticabile assolo. Nel 2018 collabora con l’amico Andrea “Satomi” Bertorelli alla realizzazione dell’album tributo al grande artista italo-canadese Gino Vannelli “Ugly Man – The Gino Vannelli Song Book”.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, cambia sede e si sposta al Bistrò Rossini che diventerà, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si passa appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Resta invece immutato lo spirito che anima l’intero progetto: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si unisce, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini e l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

Giovedì 8 novembre, sempre alle 22, il Rossini Jazz Club ospita il Trio Eccentrico con Massimo Ghetti al flauto, Alan Selva al clarinetto e Javier Adrian Gonzalez al fagotto

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.

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Stefano Maltese: l’avanguardia è spontaneità

Siciliano di Palermo ma siracusano d’adozione, classe 1955, pittore, compositore, arrangiatore polistrumentista – saxofoni, clarinetti, flauti, pianoforte, chitarra, basso, mandolino, percussioni – Stefano Maltese è oramai da anni artista di punta della scena jazzistica non solo italiana. Giovanissimo inizia l’attività artistica nel campo delle arti visive, esponendo già dal 1969. La pittura lo tiene impegnato fino al 1977, quando decide di dedicarsi esclusivamente alla musica sviluppando strutture compositive in cui scrittura e improvvisazione si bilanciano sì da creare un mix di grande originalità. Parallelamente sviluppa come strumentista un linguaggio assolutamente personale che mette al servizio delle molte formazioni da lui create: dal quartetto di sassofoni al duo, dal trio al quartetto, all’orchestra, cui si affiancano numerose solo performance. E proseguire elencando i moltissimi successi ottenuti da Stefano sarebbe davvero inutile in questa sede: basti dire che la sua fama va ben oltre i confini nazionali e che suoi estimatori sono e sono stati artisti di assoluto livello quali, tanto per fare solo qualche nome, Marilyn Crispell, Steve Lacy, John Tchicai.

L’ho incontrato in occasione della recente visita in Sicilia per la presentazione del mio volume “L’altra metà del jazz”.

-In Sicilia ci sono tanti eccellenti musicisti jazz; come te lo spieghi?

“Credo che una certa formazione antropologica del siciliano gli consenta di interessarsi ad una musica sicuramente di derivazione afro-americana.  Forse sarà banale ma le nostre radici che sono di varie provenienze, ricordando le varie invasioni e le tante “visite” di svariate popolazioni che abbiamo avuto nei secoli scorsi, probabilmente ci danno la possibilità di avvicinarsi a questa musica con una certa disinvoltura. Credo poi che il lavoro di alcuni di noi che hanno iniziato negli anni ‘70 può aver influito nel coinvolgere più giovani in questa espressione musicale. Sicuramente posso testimoniare, per quanto mi riguarda, che molti giovani, provenienti dalle più svariate esperienze, dalla musica classica, dalla musica da banda… e così via non hanno avuto difficoltà ad inserirsi soprattutto in quel tipo di jazz che erroneamente viene definito d’avanguardia”.

-In che senso erroneamente?

“Perché vorrei dare un certo valore alle parole. ‘Avanguardia’ mi dà l’idea di qualche drappello, di un manipolo di soldati che si lanciano oltre le linee per essere decimati dal nemico e così poter fare avanzare le retrovie… qualcosa di chiuso in una stanza dove si fa ricerca. Invece per quanto mi riguarda è sempre stata una musica del tutto spontanea e molti dei musicisti che fanno questo tipo di musica e che conosco provenire da varie parti del mondo lo fanno con estrema naturalezza, non si sono messi lì a sbattere la testa sul muro e a chiedersi ‘adesso cosa facciamo?”.

-La cosa sorprendente nella realtà siciliana è che nonostante esistano sostanziali differenze tra la parte orientale e quella occidentale dell’Isola, questa abbondanza di musicisti la trovi ovunque…

“E’ vero così come è vero che esistono quelle differenze cui tu accenni. Io credo che determinante sia il lavoro svolto o dai musicisti nelle varie zone geografiche della Sicilia o da associazioni quali il Brass Group a Palermo che per anni è stato molto presente anche a Catania e quindi ha contribuito a formare in queste due città musicisti in modo un po’ più tradizionale. Insomma, giusto per capirci, non ho nulla contro la tradizione, anzi tutto il contrario, ritengo solamente che ogni musicista dovrebbe esprimersi intanto nel modo a lui più congeniale; poi credo anche che bisognerebbe cercare di cogliere quel che gira intorno a noi e stare al passo con i tempi. Se un musicista oggi si trova a proprio agio suonando hard-bop io non ci trovo alcunché di strano. Nelle città dove non ci sono state istituzioni di un certo genere, dove c’è stata una certa maggior libertà di pensiero è successo che si sono formati musicisti maggiormente portati ad una musica più contemporanea, più attuale: è quello che è successo nella provincia di Siracusa fino a Lentini, in alcune parti dell’agrigentino… insomma nei posti meno frequentati dal mainstream”.

-Tu appartieni ad una folta schiera di musicisti che, ad onta di una notorietà non solo nazionale ma anche internazionale acquisita sul campo, hanno deciso di rimanere in Sicilia. Come mai?

“Probabilmente è qualcosa di più forte di noi che ci ha legati a questa terra perché io stesso devo ammettere che più volte ho tentato vivere fuori dalla Sicilia, mi  sono trasferito diverse volte… mi ha anche fatto bene stare in ambienti diversi… chessò negli anni ‘70 , all’inizio degli anni ’80 vivevo a Roma, ho provato anche con Milano ai tempi in cui c’erano più scambi fra musicisti ed era possibile suonare nei club non pub come adesso e  c’è una bella differenza come tu sai benissimo; questo avveniva anche in Inghilterra, ho provato anche a Parigi su consiglio di Steve Lacy che mi diceva sempre ‘tu devi stare a Parigi non a Londra, Parigi è il posto giusto’;  sai, lui viveva lì, ma Steve Lacy era un caso a parte, lui poteva vivere in ogni parte del mondo. In ogni caso ricordo che ogniqualvolta andavo via da qui, e partivo non vedendo l’ora di lasciarmi dietro le spalle questa terra piena di contraddizioni, poi quando ero fuori non vedevo l’ora di tornare perché mi mancava tutto quello che c’è qui”.

-In questo tipo di scelte quanto hanno contato gli affetti?

“All’inizio niente perché essendo molto giovane non tenevo in considerazione nulla, come purtroppo fanno tutti i giovani, si pensa solo a fare ciò che si vuol fare. Io volevo suonare, qui non era possibile e allora era meglio andare fuori. Poi gli affetti sono vari nel senso che per me c’è l’affetto anche per il luogo dove vivo, per le strade che percorrevo di notte ad Ortigia, per esempio, fra l’altro in compagni di artisti di una generazione precedente la mia: per mia grande fortuna, passeggiavo con pittori, poeti, scultori, galleristi… sembra strano ma la Sicilia era così negli anni ’70”.

-Tu hai iniziato come pittore; è un’attività che hai completamente abbandonato o qualche volta ti capita di riprendere in mano i pennelli?

“E’ vero, ho iniziato come pittore giovanissimo, ho anche raggiunto un certo successo fin troppo presto e ho abbandonato proprio perché essendo troppo giovane e idealista non volevo stare in certi ambienti in cui bisognava per forza stare al servizio dei grandi mercanti d’arte. Così ho mollato, ho smesso di dipingere o comunque di occuparmi di arti visive per tanti anni ma poi ho ricominciato e devo ammettere che da diversi anni mi chiedono di mettermi ad esporre con delle personali e in passato qualche critico d’arte abbastanza conosciuto anche in ambienti internazionali mi ha spinto molto in questo senso. Credo comunque che tornerò ad esporre perché di lavori ne ho abbastanza”.

 -Il jazz è nato come musica di protesta; in questo momento nel mondo e quindi anche nel nostro Paese viviamo un momento particolarmente delicato. A tuo avviso quale dovrebbe essere, nell’attuale contesto, il ruolo del musicista, e nello specifico del musicista jazz?

“Io non sono mai riuscito a prendere posizioni politiche con la musica; per intenderci non ho mai titolato un disco in un modo che potesse richiamare qualcosa di politico. C’è chi l’ha fatto, in buona fede, in mala fede non lo so… ti ricorderai cosa andava di moda in un certo periodo…”

-E come no. Bastava presentarsi sul palco col pugno chiuso e l’applauso scattava automaticamente senza alcun riferimento al lato artistico della performance…

“Esatto! Fra l’altro negli anni ’70 ho suonato in un gruppo di musica etnica ed in effetti qualcuno del gruppo, essendo del partito comunista di allora, aveva un certo seguito e quindi ‘hasta siempre’, ‘hasta la victoria’ e il successo era assicurato. Io ho preferito sempre esprimermi in un’altra maniera. Io credo che la musica, la bellezza in genere, quindi non solo il musicista di jazz ma ogni musicista o artista che riesca ad esprimere delle opere d’arte che possano fa riflettere, coinvolgere, al di là di qualsivoglia titolo possiamo dare a queste opere, ha già fatto un percorso. Poi io credo particolarmente nella musica, nella forza della musica – è qualcosa che sostengo da molti anni –; nei miei concerti non c’è soluzione di continuità tra i vari brani, perché voglio esplorare una certa dimensione che è al di fuori di quella che conosciamo, una dimensione che viene conosciuta in certe popolazioni tribali in cui con la trance si riesce a guarire, si riesce a dimenticare tutto quello che esiste. Ed in realtà, durante un concerto, se la musica è molto coinvolgente, i musicisti per primi, non dovendo girare foglietti per capire dove si è arrivati, ma eseguendo musica a memoria riescono ad entrare in questa dimensione e riescono ad interagire con il pubblico trasmettendo la forza di questa musica. Così succede che in questo teatro dove ci sono questi musicisti sul palco, si crea tra artisti e pubblico un flusso tale per cui è come se ci fosse una sorta di bolla e così la realtà del momento non esiste più. Questa è un’esperienza che succede non solo con il jazz di un certo tipo, ma anche con la musica contemporanea, con la musica classica di un certo tipo… e se ci riflettiamo questa è un’esperienza collettiva di abbandono della realtà. In quel momento non ci ricordiamo alcunché di ciò che esiste nella realtà vera. Ecco: questo è uno dei miei obbiettivi. Quindi, tornando alla tua domanda, da un punto di vista politico credo che portare le persone ad avere consapevolezza e riuscire a comprendere ciò che può lasciarci un segno nell’anima sia un passo molto forte da fare, un’esperienza da vivere…quasi un dovere, oserei dire, per un musicista, un compositore che opera in questa società. Quanto alla situazione politica che viviamo, io prendo delle posizioni che vanno al di là della musica: lo dico da decenni e quindi te lo ripeto senza difficoltà alcuna, penso che il nostro Paese, così come tanti altri Paesi, siano rovinati dal potere economico che va ben oltre il capitalismo. Il capitalismo è ancora qualcosa di accettabile rispetto a quanto ci sta accadendo. E non è certo solo quest’ultimo governo ad aver creato una tale situazione: la cultura è il primo obbiettivo dei nostri governanti, ma nel senso che vogliono cancellarla”.

-Ti do perfettamente ragione; ma c’è un elemento di disturbo in quello che tu dici. Quanto da te auspicato con riferimento agli artisti, nel campo musicale avviene molto, molto raramente.

“E’ perfettamente vero. Molti, troppi musicisti oramai da tanto tempo tendono sempre più– e forse esclusivamente- ad ottenere consenso. Scrivono i pezzi, congegnano le scalette pensando ad ottenere l’applauso del pubblico o per vendere quelle dieci, venti copie del disco in più secondo me mortificando la propria creatività. Tra l’altro mi è capitato di avere musicisti nelle mie orchestre, nei miei gruppi, con grande talento che però hanno preferito seguire la strada del successo ovviamente cambiando il modo di suonare.  Intendiamoci: il denaro non fa schifo a nessuno, nessuno lo disprezza; io voglio guadagnare, voglio guadagnare bene… tu sai benissimo che negli anni ’80 io e Giorgio Gaslini ci siamo battuti perché i musicisti avessero dei compensi proporzionati alla loro caratura artistica”.

-Cosa che però è caduta nel vuoto…

“Più assoluto. Dopo una decina d’anni credo che la situazione sia addirittura peggiorata. Dai tempi in cui la mia manager mi mandava all’aeroporto la Mercedes con autista ad adesso c’è un abisso totale. Adesso i musicisti quasi pagano…”

-No quasi. Io conosco delle situazioni a Roma per cui se un concerto non raggiunge un certo numero di spettatori tale da coprire le spese – vere o presunte –  che il club sostiene per l’apertura del locale, la differenza deve essere coperta dal musicista…

“E’ tremendo. Non so, però, quale sia il livello dei musicisti che accettano tutto ciò”.

-Anche musicisti di calibro medio-alto, ti assicuro…pur di suonare…

“Francamente continuo a non capire. Con Antonio Moncada, un vero poeta delle percussioni, abbiamo deciso negli anni passati di organizzare anche dei concerti a invito: non voglio neanche un centesimo se voglio far sentire una cosa mia. Inoltre ti segnalo che Antonio ha organizzato anche dei concerti ad abbonamento: chi è veramente interessato si fa una piccola stagione e viene ad ascoltare i concerti. Ma decidiamo noi di non essere pagati e ovviamente la situazione è completamente diversa. Ma se io vado in un festival voglio essere pagato per quello che merito, per quello che merita la mia carriera. Invece vengo a sapere che ci sono delle rassegne in cui i musicisti vanno gratuitamente, viaggio compreso, si accontentano dell’alloggio e vitto. Questo per me è assolutamente inaccettabile”.

-Circa quel discorso stilistico che si faceva prima, quale credi possa essere la responsabilità delle scuole di musica?

“Sì, credo che le scuole di musica abbiano una grossa responsabilità. Ci sarà pure un motivo per cui oggi tutti suonano alla stessa maniera e prima no. Per quanto concerne i musicisti della mia generazione nessuno suonava uguale all’altro…Eugenio Colombo, Roberto Ottaviano…quelli di prima come Trovesi, Enrico Rava ognuno ha un proprio stile ben identificabile, nessuno suona come un altro. Abbiamo passato il tempo sugli strumenti, non dietro le scuole, e consumato centinaia di LP per capire come suonare certe cose. Quindi, sì le scuole hanno una pesante responsabilità ma potrebbero ancora fare un buon lavoro lasciando maggiore libertà agli insegnanti, non dettando un programma che è più o meno uniforme per tutta l’Italia. E poi organizzare più seminari con musicisti che però abbiano qualcosa da dire. Ed è inutile che ancora si parli di progressioni – secondo, quinto, primo – queste cose si imparano alla scuola elementare, le sappiamo tutti. E l’espressività? Il suonare lo strumento in un altro modo? Tutto ciò non si insegna ma si può imparare”.

-Come

“Stando gomito a gomito con i musicisti più bravi, più esperti che, ripeto, abbiano qualcosa da dire”.

-Poco fa mi dicevi che quando suoni in concerto preferisci presentare i brani senza soluzione di continuità, in una sorta, quindi, di suite. Ecco tutto ciò presuppone qualche prova o andate sul palco a improvvisare totalmente secondo quanto vi detta la sensibilità del momento?

“Io lavoro su tre fronti diversi. Primo: il livello orchestrale; io compongo, dirigo l’orchestra e all’interno delle composizioni introduco delle ‘conduction’ – oggi si chiamano così ma io e i musicisti della mia generazione queste cose le facciamo dagli anni ’70…- insomma all’interno dei pezzi cerchiamo di stravolgere le cose e ci facciamo capire tramite segni. Il secondo fronte è quello della musica totalmente improvvisata ma è una pratica che frequento solo con musicisti che conosco molto bene e con cui so di poter trovare un’intesa in ogni momento; per esempio la settimana scorsa ho registrato un disco in duo con Alex Maguire totalmente improvvisato e l’anno scorso ho realizzato un box di quattro CD con Antonio Moncada di musica improvvisata,  nel passato con Marilyn Crispell, Evan Parker etc… Infine, con i gruppi più piccoli, trii o quartetti – specialmente il Sonic Mirror quartet, con Roberta Maci sax soprano, alto e tenore, flauto, Alessandro Nobile contrabbasso e Antonio Moncada batteria e percussioni – studiamo le mie composizioni, suoniamo senza spartiti e quasi sempre non dico neanche la scaletta, cioè saliamo sul palco, io comincio a suonare, si capisce a quale pezzo mi sto riferendo e lo suoniamo come va suonato in quel preciso momento, con quello che sentiamo in quel momento; dopo di che si passa ad un  altro pezzo ma non è previsto come”.

-Come avviene il tuto processo creativo?

“Se ci fosse Antonio Moncada accennerebbe un sorriso perché spesso finisco di scrivere i pezzi quando siamo già in studio di registrazione… nel senso che quando so che mi servono dei pezzi, mi seggo e li scrivo, non aspetto l’ispirazione. Però ho sempre con me un quadernetto di musica perché nelle pause scrivo sempre musica”.

-Tocchiamo un altro tasto dolente: le case discografiche. Oramai i musicisti, nel jazz, se si escludono quattro o cinque nomi, tutti gli altri per fare i dischi pagano…così come per pubblicare un libro si paga. Scusami se colgo l’occasione ma vorrei ringraziare ancora una volta il mio editore, la Kappa Vu di Udine, con cui per pubblicare due volumi non ho dovuto sborsare un euro…anzi sono stato retribuito.

“E’ una cosa allucinante. Io sono stato molto fortunato in quanto nel corso della mia carriera ho sempre avuto dei produttori che hanno creduto in me quindi i dischi mi sono stati prodotti e sembrerà strano sentirlo adesso ma i produttori pagavano lo studio di registrazione, il fotografo, chi scriveva le note di copertina e mi davano un acconto sugli utili. Quindi prima che entrassimo in studio avevo già in tasca somme più o meno considerevoli e poi si andava a registrare. Ripeto: non sono venale, ma è il lavoro, il mestiere… se di mestiere si può parlare trattandosi di musica. Come sai ho inciso per diverse case tra cui la Splasc(H), la BlackSaint, la LeoRecords… e anche quest’ultima mi ha prodotto gli album. Adesso le cose sono cambiate e la responsabilità è anche degli americani. Ho saputo da alcuni produttori che negli anni ’90 i musicisti americani hanno cominciato a dare alle case discografiche i master già pronti e allora anche qui si è cominciato a dire ‘ma perché se i mitici americani danno i master già pronti, voi no?’ e la situazione ha cominciato a degenerare. Fatto sta che io, ad un certo punto, per la precisione nel 2006 – dopo tanti anni che ci pensavo – sono giunto alla determinazione di costituire una mia etichetta discografica che si chiama ‘Labirinti sonori’ come il nostro festival proprio perché non voglio più avere a che fare con le etichette discografiche. In linea di massima sono sempre stato trattato bene ma alle volte mi è capitato di incidere qualcosa e di vederla pubblicata dopo due, tre anni cosa assolutamente inaccettabile…. Una volta ci son voluti addirittura dieci anni…quindi diventa un archivio non più una testimonianza di attualità. Con questa nuova etichetta non ci limitiamo a pubblicare i miei dischi… abbiamo pubblicato album di Steve Lacy, di Keith Tippett, John Tchicai… e così via e devo dire che nel corso degli anni mi son trovato anche a non voler pubblicare molti master. Non voglio offendere alcuno ma non capisco perché anche musicisti che mi conoscevano bene mi mandavano master con musica lontana mille miglia da ciò che io amo. Così mi proponevano jazz-rock anni ’70 pur suonato egregiamente o musica brasiliana che non è in cima ai miei pensieri..oppure il cosiddetto mainstream. Lo ripeto: tutta musica rispettabilissima ma che non ha alcuna attinenza con il nostro catalogo”.

-Tu hai collaborato con tantissimi artisti di livello assoluto. Qual è il musicista che ti è rimasto particolarmente nel cuore?

“Tra quanti mi hanno particolarmente colpito c’è Marilyn Crispell con la quale abbiamo inciso due dischi in due pomeriggi consecutivi con la solita modalità di suonare i pezzi uno dopo l’altro senza interruzione e improvvisando dal principio alla fine – uno si chiama ‘Red’ e l’altro ‘Blue’ per la Black Saint- e abbiamo scritto ‘instant compositions’ perché in effetti c’è anche una architettura, cui tengo sempre;  il suo modo di suonare è straordinario: nella mia vita mai ho visto un musicista suonare con tale intensità e tanta spiritualità. Keith Tippett è un altro con cui ho fatto tante cose e anche con lui c’è uno scambio fortissimo. Un’altra emozione fortissima è stata quando sono stato gomito a gomito suonando con John Tchicai, soprattutto quando abbiamo registrato in duo (“Men From Windy Land” Labirinti Sonori 2015 n.d.r.) piuttosto che in orchestra; ecco accanto a lui sentivi il respiro della grande musica, sentivi che lui aveva suonato con Coltrane, con Roswell Rudd… insomma con tanti di quegli artisti che hanno fatto la nostra musica, che l’hanno sviluppata portandola sempre più avanti”.

-Guardandoti indietro c’è qualcosa che non rifaresti e qualcosa che, viceversa, rifaresti?

“A livello discografico rifarei assolutamente tutto in quanto, anche se nella registrazione di qualche disco c’è stato un qualche problema, comunque superato, ogni album è la testimonianza di ciò che ero in un determinato momento storico…per cui, mi ripeto, rifarei assolutamente tutto. Per tutti i primi anni della mia carriera discografica mi sono concentrato soprattutto sull’aspetto compositivo tralasciando il momento improvvisativo che frequentavo prevalentemente durante i concerti e soprattutto non ho registrato alcun disco con il mio quartetto di sassofoni che nacque nel ’77 e quindi non c’è alcuna traccia se non in alcune registrazioni amatoriali. Ecco, se potessi tornare indietro non commetterei questi che ora considero errori”.

-Tu insegni?

L’ho fatto ma adesso non più. Mi piace molto condurre i seminari, questo sì.

-Quindi tu sei uno dei pochissimi musicisti jazz che vive solo di musica?

“Fino a qualche anno fa sì, Ma da quando è nato mio figlio, l’amato Leonardo, sono cambiato. Forse ti sembrerà strano ma ho molto diradato l’attività concertistica perché non volevo allontanarmi da lui… per lo stesso motivo ho rifiutato molti ingaggi all’estero e mi sono dedicato più all’attività di produzione ma adesso che è più grande sto riprendendo appieno l’attività di musicista”.

E sulla mia considerazione di quale effetto possa avere un figlio sulla tua vita, si chiude questa lunga e a tratti toccante conversazione.

Gerlando Gatto

Il Jazz in Sicilia: a Puntalazzo risplende la stella di Rosalba Bentivoglio

Questa estate ho deciso di trascorrere alcune settimane nella mia “Sicilia”, approfittando anche del fatto che il 28 luglio il mio libro “L’altra metà del jazz” sarebbe stato presentato durante il Festival Jazz di Puntalazzo. Avrebbe dovuto essere il mio unico appuntamento “di lavoro” ma come ben sa chi ama il jazz, questa sorta di “sfrenata passione” non ti abbandona mai e così ho raccolto un po’ di materiale che vi proporrò in questo reportage sul jazz siciliano.

Iniziamo con la recensione dei due concerti che ho ascoltato durante il Festival di Puntalazzo cui seguiranno due lunghe interviste con Francesco Branciamore e Stefano Maltese e alcune recensioni discografiche.

Ma andiamo per ordine e cominciamo con il Festival di Puntalazzo in programma dal 24 luglio al 9 agosto presso l’Azienda Costa Sovere di Puntalazzo di Mascali in provincia di Catania. Oramai da tempo sostengo che i festival jazz hanno ragion d’essere solo se concorrono in misura determinante a valorizzare le bellezze naturali e le valenze artistiche delle località in cui si svolgono. Ebbene il Festival di Puntalazzo si iscrive perfettamente in questa cornice dal momento che, fin dagli inizi, ha puntato quasi esclusivamente su alcuni tra i più rappresentativi musicisti siciliani, che hanno singolarmente al loro attivo una intensa carriera artistica e percorsi professionali che li portano ad essere tra i più interessanti nel panorama nazionale.

L’apertura del festival è stata affidata all’Orchestra Jazz del Conservatorio di Stato A. Corelli di Messina, diretta da Giovanni Mazzarino, con special guest la compositrice e cantante Rosalba Bentivoglio (ambedue Docenti nel Conservatorio). Ed è stata una scelta più che azzeccata per vari motivi: innanzitutto proporre un’orchestra è sempre impresa meritoria dato che, per evidenti problemi di costo, è sempre più difficile avere l’occasione di ascoltare una big-band. In secondo luogo proporre ad un pubblico non particolarmente “versato” una formazione a largo organico è uno dei modi più intelligenti per avvicinare il pubblico alla musica afro-americana. Infine se a tutto ciò si aggiungono la bravura dei musicisti selezionati e la bontà del direttore il gioco è fatto. Così l’orchestra messinese si è mossa con grande compattezza evidenziando un sound trascinante e alcune individualità di spicco come quelle del sassofonista Orazio Maugeri e del batterista Giuseppe Tringali.

Dal canto suo Mazzarino ha diretto con verve e mano sicura, conducendo l’orchestra là dove voleva che andasse, senza un attimo di stanca, anche quando i brani proposti necessitavano un rilevante sforzo interpretativo. In effetti la scelta del repertorio è stata un’altra carta vincente dal momento che accanto ad alcuni classici quali “But Not For Me” di George Gershwin, nell’arrangiamento di Bob Mintzer,  “My Funny Valentine” di Richard Rodgers, arrangiato da Giovanni Mazzarino e “The Song Is You” di Jerome Kern, l’orchestra ha poi rivolto la propria attenzione ad autori italiani; così abbiamo ascoltato “Night Bird” di Enrico Pieranunzi, “Miss Bo” di Gianni Basso arrangiato da Dusko Goykovich, “Muorica” e “Springtime” dello stesso Mazzarino, “Spider Blues” di Enrico Rava arrangiato da Paolo Silvestri.

Quasi inutile sottolineare l’eccellente qualità interpretativa di Rosalba Bentivoglio che ha proposto un suo brano “Fragments of Smile”.

La stessa vocalist è stata poi la protagonista, il 28 luglio, della serata più interessante dell’intero festival: in scena “Gli affreschi del mio giardino” spettacolo musicale realizzato su testi di Emily Dickinson, già rappresentato nella chiesa S.M. Alemanno a Messina e con la recitazione di Mariella Lo Giudice. Accompagnata da Valerio Rizzo al piano, Samyr Guarrera al sax e samflute, Carmelo Venuto al contrabbasso, Emanuele Primavera alla batteria e Andrea Liotta ai tamburi, la Bentivoglio è stata straordinaria nel costituire il punto focale attorno a cui si è imperniato uno spettacolo complesso impreziosito da una danzatrice butoh, Valeria Geremia. Il tutto condotto con maestria dal regista Enrico Guarrera. Così la splendida voce della Bentivoglio ha illuminato ogni singola sillaba, andando al di là della parola, per improvvisare con quei vocalizzi che costituiscono parte integrante della sua cifra stilistica, a costruire architetture sonore ben coadiuvata soprattutto da Samyr Guarrera, che al sax soprano e al samflute (strumento costruito artigianalmente per lui: sam flute) intesseva un onirico tappeto sonoro ideale per le improvvisazioni della vocalist.

Gerlando Gatto

“L’altra metà del Jazz” risuona alle falde dell’Etna

Nel meraviglioso scenario naturale di Puntalazzo, in una grotta alle falde dell’Etna con in basso il panorama di una Catania riccamente illuminata, il nostro direttore Gerlando Gatto ha presentato, il 28 luglio scorso,  la sua recente creatura editoriale “L’altra metà del Jazz” edito da KappaVu/Euritmica.

La serata è stata semplicemente perfetta, a momenti anche toccante quando in apertura Gatto ha sfiorato le corde degli affetti. In realtà, per lui siciliano di Catania, “emigrato” a Roma all’inizio degli anni ‘70 per l’impossibilità di trovare lavoro in Sicilia, tornare nei luoghi che l’hanno visto crescere, forte di una prestigiosa realizzazione (è il secondo volume in due anni dopo “Gente di Jazz”, edito sempre da KappaVu/Euritmica) è stato un evento emozionante. Anche perché nell’occasione è stato circondato dall’affetto delle persone (parenti e amici) che non hanno voluto mancare all’appuntamento, contribuendo così all’ottima riuscita della serata. Al riguardo, determinanti gli apporti di Francesco Vaccaro, musicista ben noto, che ha introdotto e guidato la serata, e di Rosalba Bentivoglio, una delle  grandi vocalist italiane la cui intervista figura nel libro. Si è così sviluppato un intenso e interessante colloquio a tre voci incentrato sul ruolo e l’importanza del jazz al femminile.

ph: Enrico Guarrera“Ruolo e importanza” – ha sottolineato Gatto – “che oramai nessuno osa mettere in discussione dal momento che mentre prima la musicista jazz era quasi esclusivamente una cantante, oggi le donne suonano qualsivoglia strumento, compongono e dirigono esattamente come un uomo”. Allora non c’è più alcuna differenza? Su questo eterno interrogativo è intervenuta la Bentivoglio, sottolineando come le donne abbiano una sensibilità sicuramente diversa rispetto a quella di un uomo, differenza che quindi si manifesta anche nella musica.

 

ph: Enrico GuarreraLa presentazione si è chiusa con note non proprio ottimistiche sul futuro del jazz e sul ruolo dei mass media.

Giusto il tempo di un cambio d’abito e la Bentivoglio è riapparsa sul palco per dar vita ad uno splendido concerto su cui a breve ci riferirà lo stesso Gatto.

da Redazione

La Redazione di A Proposito di Jazz ringrazia Enrico Guarrera per la concessione delle immagini.

 

 

Grande Jazz alle pendici dell’Etna

Pochi giorni fa sottolineavamo come durante l’estate l’Italia si trasforma, magicamente, in una sorta di patria del jazz con festival che si svolgono lungo tutto l’arco dello stivale, dalle Alpi fino alla Sicilia. Ed è proprio su un festival siciliano che desideriamo focalizzare la nostra attenzione. Si tratta del “Puntalazzo Jazz Festival” giunto alla sua quarta edizione, in programma dal 24 luglio al 9 agosto.

Lo scenario è davvero straordinario, da mozzare il fiato: siamo alle pendici dell’Etna, in una grotta lavica nel territorio di Puntalazzo di Mascali, in provincia di Catania. Anche questa rassegna presenta quelle caratteristiche che ne fanno un evento di grande interesse vale a dire la valorizzazione di artisti siciliani che si alterneranno con grandi firme del jazz internazionale, e l’invito a conoscere ed apprezzare le bellezze naturali e culturali di un territorio quanto mai ricco di suggestioni non solo musicali.

Tra gli appuntamenti di maggior rilievo il 28 luglio un progetto molto significativo dal titolo suggestivo: “Gli affreschi del mio Giardino” spettacolo di multi progettualità con

musica di Rosalba Bentivoglio, la vocalist catanese conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, poesia e danza su liriche di Emily Dickinson, ideato dalla stessa Bentivoglio, prodotto e diretto da Enrico Guarrera. Assieme alla Bentivoglio sul palco Valerio Rizzo, pianoforte, Samyr Guarrera sax soprano, samflute, sax midi, Andrea Liotta tamburi, Valeria Geremia danza Butho, Emanuele Primavera batteria, Carmelo Venuto contrabbasso.

La rassegna jazz, vedrà al suo interno, nei giorni 3/4/5 agosto un workshop di Canto Jazz, organizzato dalla stessa associazione che cura il festival la “Puntalazzo Open Art”

sotto la guida di Gigi Monterosso, il quale per l’occasione ha invitato a tenere il corso alla Lady del Jazz siciliano, la già citata Rosalba Bentivoglio che detiene la cattedra di Canto Jazz nello storico Conservatorio “A. Corelli” di Messina e già al Conservatorio “V. Bellini” di Palermo, e il “D. Cimarosa” di Avellino.

Ma diamo uno sguardo più da vicino al cartellone

Si parte il 24 luglio con l’Orchestra Jazz del Conservatorio A. Corelli di Messina diretta da Giovanni Mazzarino con la voce di Rosalba Bentivoglio.

Il 26 luglio il trio del pianista Giampiero Locatelli con Gabriele Evangelista contrabbasso e Enrico Morello batteria

Il 28 luglio il già citato spettacolo “Gli affreschi del mio Giardino”, preceduto da un dibattito sulla situazione del jazz, in particolare al femminile, determinato dalla presentazione del volume del sottoscritto “L’altra metà del jazz”.

Il 30 luglio il Perfect Trio del batterista Roberto Gatto con Alfonso Santimone pianoforte, piano elettrico ed elettronica e Pierpaolo Ranieri basso elettrico.

I1 agosto “Espresso Roma-Catania”, un progetto di musicisti siciliani nato nel 2006 da un’idea del sassofonista Cristiano Giardini e del pianista Andrea Beneventano, con Carmelo Venuto al contrabbasso e Ruggero Rotolo alla batteria, feat. Mattia Cigalini, al sax.

Il 4 agosto “My Jazzy Accordion”, il nuovo spettacolo del fisarmonicista siciliano Roberto Gervasi, il cui intento è omaggiare questo strumento nel Jazz, ispirandosi a grandi maestri come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Bud Powell e il mentore fisarmonicista Frank Marocco. Il trio è completato da Gabriele Lomonte alla chitarra e Davide Inguaggiato al contrabbasso.

Il 7 agosto “Remembering Art Blakey & The Jazz Messengers” progetto con cui il sestetto del batterista Paolo Vicari rende omaggio al celebre batterista americano, bandleader, e icona dell’hard bop e alla sua storica formazione dei “Jazz Messengers”. Assieme a Vicari, Giacomo Tantillo alla tromba, Francesco Patti al sax tenore, Salvatore Nania al trombone, Valerio Rizzo al pianoforte e Stefano India al contrabbasso.

Il 9 agosto chiusura d’eccezione con un duo di gran classe: Mauro Schiavone al pianoforte e Francesco Cafiso al sax.