LORENZO TUCCI TRIO a Gianicolo in Jazz

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI

GIANICOLO IN JAZZ
Terrazza del Gianicolo, 11 giugno 2019, ore 21:30

LORENZO TUCCI TRIO

Lorenzo Tucci, batteria
Luca Mannutza, pianoforte
Jacopo Ferrazza, contrabbasso

Gianicolo in Jazz è una location suggestiva, con concerti ad ingresso libero, un panorama notturno mozzafiato, un po’ di quel vento che a Roma viene chiamato ponentino e che dona refrigerio, la sera, dopo giornate cittadine ormai torride: il cielo, stasera, è limpido.  Comincia la musica.

Il primo brano si intitola Afrodolce, ed è una nuova composizione di Lorenzo Tucci, che evidenzia ancora una volta  la propensione di un batterista dalle lampanti, inconfutabili doti ritmiche, per melodie cantabili, dolci, ma persistenti, anche quando inserite in schemi armonici per nulla scontati, e che mantengono la loro forza melodica anche durante l’intensificarsi dei volumi e della polifonia del suo strumento.
L’andamento è cullante e terzinato, le bacchette percuotono soprattutto i ride e il rullante (sui bordi).  I tamburi appaiono meno, inizialmente, ma poi i colori aumentano, complice anche il pianoforte di Luca Mannutza, che interviene con accordi sempre più pieni.

L’intenzione dolce, poetica, però rimane intatta, e l’assolo di Jacopo Ferrazza è la pausa sospesa che prelude al finale, in cui il tema ritorna.

Si prosegue con brano imperniato su un martellante riff di pianoforte fatto di note ribattute, discendenti nell’ambito di un intervallo di terza minore, in progressione cromatica, che contrasta con la leggerezza della batteria. Il tutto avviene su un ostinato di contrabbasso. Il loop iniziale di pianoforte e contrabbasso è sottolineato dai contrasti timbrici e dinamici creati da questo schema fisso, in cui paradossalmente la parte più “melodica” è quella attribuita alla batteria: a lungo il clima rimane quello, tanto da diventare quasi ipnotico.


Improvvisamente però tutto muta: è proprio Lorenzo Tucci a cambiare le carte in tavola con la sua batteria, prende ad improvvisare, intensificando battiti, schemi ritmici, introducendo variazioni continue, seguito da Luca Mannutza, che a quel punto alla batteria si intreccia, percussivamente, con accordi pieni e percorrendo tutta la tastiera: Ferrazza invece strenuamente mantiene il punto con il suo ostinato, fino ad un istante in cui la batteria tace. Il cerchio si chiude su quel riff potente iniziale di note ribattute discendenti.

 


Si prosegue con Hope, una delle composizioni più note di Tucci, un brano intenso, placido, il cui tema classicamente è affidato al contrabbasso: Ferrazza lo espone accendendolo con accenti e dinamiche poetici.
Tucci suona inizialmente con i mallets, toccando soprattutto i ride.

All’assolo di pianoforte, in cui Mannutza improvvisa intensificando il volume, allargando lo spessore sonoro con accordi complessi, le bacchette sostituiscono i mallets. Eppure non viene smentita l’atmosfera iniziale, sognante, placida: come? il Trio è sempre, costantemente bilanciato. Non vi sono strappi improvvisi. I volumi si alzano in maniera costante, le note aumentano mentre i battiti aumentano, l’insieme rimane “armonico”.


Il concerto prosegue con i brani presenti nel cd Sparkle, tra assoli sinceramente stupefacenti della batteria ed improvvisazioni intense del pianoforte e del contrabbasso. Fino ad un Bis richiestissimo , e applauditissimo.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un concerto divertente, travolgente, a tratti delicato e suggestivo. Tutta musica originale: originale anche perché Tucci compone con una sua cifra precisa, presentando melodie e arrangiamenti che hanno il pregio di rimanere impressi anche molto dopo che la musica è terminata. Sono efficaci, mai banali. E soprattutto vengono continuamente sottolineati, coccolati, incorniciati da continue varianti che sgorgano da un drumming veramente inarrestabile, in cui le capacità tecniche sono asservite ad una incessante fantasia creativa. La batteria canta, insieme al pianoforte di Mannutza (che raccoglie e offre continui spunti), i ruoli si scambiano, il contrabbasso di Ferrazza è presente sia nelle situazioni dai volumi sommessi che nei momenti più vigorosi, risultando persino, appropriatamente, sgargiante.

L’intesa tra Tucci, Mannutza e Ferrazza è totale, e questo si traduce in un bilanciamento continuo, qualsiasi sia l’atmosfera, dalla più lieve a quella più adrenalinica: la musica, quando è così, semplicemente, è bella.

 

Nicola Mingo: un artista che non tradisce

“Mingo si è oramai caratterizzato, nel variegato panorama jazzistico europeo, come uno dei migliori chitarristi bebop oggi in attività, con un’intensa ed ampia produzione discografica (7 CD a suo nome) ed una rilevante presenza nell’ambito di Festival jazz e rassegne nei migliori jazz club d’Italia. “Il suo fraseggio, a note staccate, risulta sempre quanto mai fluido e originale, memore dell’insegnamento dei grandi del jazz e quindi in grado di coinvolgere l’ascoltatore in un viaggio nel tempo di straordinario fascino”: così mi esprimevo il 3 dicembre del 2017 presentando il concerto di Nicola Mingo all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Mingo ha avuto la gentilezza di riprodurre questo pensiero nel booklet che  accompagna il suo ultimo album “Blues Travel” che sarà presentato ufficialmente il 18 prossimo all’Alexanderplatz di Roma. E mi fa piacere confermare quanto scrivevo più di un anno fa. In effetti Mingo rappresenta una solida realtà del panorama jazzistico non solo italiano: a testimoniarlo i suoi 8 album, gli indiscussi apprezzamenti di critica e pubblico… e forse ancor di più la stima da parte dei suoi colleghi musicisti.

Per questa ultima fatica discografica – che lo ha visto transitare dalla Universal alla più attiva Alfa Music – Mingo si presenta in quartetto con Giorgio Rosciglione al contrabbasso, Gegè Munari alla batteria e Andrea Rea al pianoforte, quindi due fidi compagni di viaggio cui si aggiunge il bravo Rea, già vincitore, nel 2007, del Prestigioso premio internazionale “Massimo Urbani”, che ha dimostrato di saper ottimamente interagire con la chitarra del leader.

In programma tredici brani, di cui ben sette scritti dallo stesso Mingo che conferma così le sue doti compositive (particolarmente suggestivo “To Pinot” sentito omaggio alla concezione melodica del blues di Pino Daniele) e sei dovuti alla penna di grandi della musica quali, in ordine di esecuzione sul CD, Harold Mabern, Kurt Weill, George Benson, Isham Jones, Wes Montgomery, Kenny Dorham.

Da questa elencazione si potrebbe dedurre l’impressione di una certa disomogeneità: nulla di più sbagliato ché l’album mantiene una sua intrinseca coerenza da ricercare nello stesso titolo “Blues Travel”. Come spiega lo stesso Mingo, “Blues Travel” è un viaggio musicale nel Blue Note, sound tipico del jazz anni Sessanta, di cui si vuol riprodurre l’atmosfera. Le tappe del viaggio hanno, quindi, come denominatore comune il Blues non inteso in senso comune, ma nel suo significato strutturale; ogni brano, infatti, rappresenta un modo particolare di intendere il blues e le blue notes. In buona sostanza Mingo rimane fedele a quel clima espressivo che ha caratterizzato oramai da anni il suo linguaggio, un clima espressivo che si richiama esplicitamente al bebop e al successivo hard-bop.

Ecco quindi le riproposizioni dei maestri cui sopra si faceva riferimento. Ecco quindi “Wes Blues” una composizione di Mingo dedicata al grande Wes Montgomery, sua principale fonte di ispirazione, costruita con frasi ad ottave ripetute così come amava fare il grande chitarrista di Indianapolis; ecco il sempre splendido “Speak Lowe” , di Kurt Weill,  vero e proprio cavallo di battaglia per molti jazzisti, riproposto da Mingo in maniera originale e convincente… e via di questo passo attraverso una galleria di trascinanti esecuzioni sino al brano finale, “Double Strings Blues”, di Mingo, eseguito in duo da chitarra e contrabbasso, un vero esercizio di bravura per ambedue i musicisti  a sottolineare un’intesa solidificatasi nel corso degli anni.

Durante il concerto all’Alexanderplatz di cui in apertura, si potrà ascoltare l’esecuzione integrale di tutto il nuovo lavoro discografico di Mingo.

Gerlando Gatto

Rita Marcotulli è Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana

È “Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”; tra i tanti riconoscimenti ottenuti nell’arco di una lunga e luminosa carriera Rita Marcotulli può adesso annoverare anche questa onorificenza conferitale dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Già ufficializzata, la prestigiosa nomina sarà ulteriormente suggellata il 1 giugno al Quirinale con la sua partecipazione al ricevimento per la Festa della Repubblica.

Se una tale notizia farà piacere a tutti gli appassionati italiani, per il sottoscritto ha un significato particolare. Come detto molte volte, conosco Rita da quando ha cominciato a muovere i primissimi passi nel mondo della musica e fautore di questo felice incontro fu Mandrake, il percussionista con cui Rita suonava in quel periodo. Ebbene Mandrake – che è stato uno dei miei più cari ed affettuosi amici – mi dichiarò senza mezzi termini, “tieni d’occhio questa ragazza che è davvero formidabile e di cui sentiremo tanto parlare”. E così è stato; da allora ho sempre avvertito un legame particolare per questa artista anche per il comune sentimento che ci legava a Mandrake prematuramente e inopinatamente scomparso a soli 54 anni.

Eccomi, quindi a celebrare ancora una volta quella che personalmente considero una delle più grandi pianiste di jazz e non solo a livello nazionale ché Rita ha avuto la forza di imporsi anche su scene jazzisticamente difficili come la Scandinavia e la Francia. Ovviamente neanche la scena italiana le ha risparmiato i giusti riconoscimenti. Così è stata la prima donna ad aver vinto un David di Donatello per la miglior colonna sonora (nel 2011, per “Basilicata coast to coast”), ottenendo, tra l’altro, il Ciak d’oro, il Nastro d’Argento e due vittorie al Top Jazz prima come miglior talento emergente e poi come miglior talento italiano.

Nel corso della sua carriera Rita Marcotulli è, quindi, riuscita ad affermare il suo stile raffinato in numerosi progetti e generi musicali che l’hanno portata ad esibirsi in tutto il mondo con grandi artisti e nelle location più importanti a livello internazionale. Elencare i musicisti con cui ha collaborato e i progetti che ha varato sarebbe davvero troppo lungo e probabilmente inutile in questa sede. Basta forse ricordare gli oltre 25 album cui ha dato vita tra cui “Woman Next Door – Omaggio Truffaut”, che nel 1998 il magazine inglese The Guardian nominòmiglior disco dell’anno”, e l’ultimo di Giorgio Gaber “Io non mi sento italiano” pubblicato nel 2003 e vincitore nello stesso anno della ‘Targa Tenco’.

Proprio in questi giorni è uscito l’ultimo album inciso da Rita Marcotulli in duo con il batterista e vocalist messicano Israel Varela, il live “Yin e Yang” (ed. Cam Jazz), di cui vi riferisco assai volentieri. Il CD fa parte di quelle registrazioni effettuate da Ermanno Basso produttore dell’etichetta e Stefano Amerio anima e titolare dei celebri “Artesuono Recording Studios” nelle cantine del Friuli Venezia Giulia. Già in questo stesso spazio vi avevo segnalato un album di Pieranunzi, “Wine & Waltzes”, registrato nelle cantine del Friuli e adesso questa nuova realizzazione di Marcotulli e Varela evidenzia come la scommessa di Basso e Amerio sia stata vinta alla grande.

L’album si apre con una intro di Varela che disegna uno straordinario tappeto ritmico su cui si inserisce con naturalezza il pianismo della Marcotulli, sempre preciso, essenziale, mai ridondante. E che Rita sia una grandissima artista lo dimostra anche il fatto che per tutta la durata dell’album mai si avverte la mancanza del sostegno armonico solitamente fornito dal contrabbasso. In programma otto brani scritti quasi tutti dalla pianista, eccezion fatta per due pezzi di Israel Varela, e “Vou Ver” di Lokua Kanza (cantante e compositore originario della Repubblica Democratica del Congo) e Vander Lee (cantautore brasiliano venuto meno nel 2016) interpretato al canto magnificamente da Varela. Chi si immaginasse una musica disegnata dalla pianista, con Varela nel semplice ruolo di accompagnatore, sbaglierebbe di grosso ché gli spazi sono equamente divisi e il drumming ‘melodico’ (se mi consentite l’espressione) di Varela ha un ruolo di assoluto rilievo così come gli interventi vocali sempre pertinenti. Lo si ascolti ad esempio in “Everything Is Not” a mio avviso uno dei brani più riusciti dell’album, caratterizzato da una perfetta intesa e da una suadente linea melodica disegnata quasi in crescendo dalla pianista romana, sottolineata dalla delicata voce di Varela, e in “Aria” la cui apertura è affidata ad un centrato assolo del percussionista. E così di sorpresa in sorpresa si arriva alla fine dell’album con la netta sensazione di aver ascoltato due straordinari improvvisatori capaci di regalarci qualcosa di unico.

Per questo nuovo progetto, Rita Marcotulli sarà impegnata nei prossimi mesi in tour con un eccellente quartetto europeo formato dal bassista Michel Benita, il sassofonista britannico Andy Sheppard (vincitore di numerosi British Jazz Awards) e lo stesso Varela.

Gerlando Gatto

James Senese Napoli Centrale: un artista sempre attuale – Il concerto l’11 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Una vagonata di ‘neapoletan-funky’ scaraventata su un pubblico entusiasta e appassionato: potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il racconto del concerto tenuto da James Senese Napoli Centrale all’Auditorium Parco della Musica di Roma l’11 maggio scorso. Concerto che si inserisce nell’ambito del tour che l’artista ha iniziato lo scorso anno per festeggiare sia i 50 anni di carriera sia l’uscita del suo primo live, il doppio cd antologico “Aspettanno ‘O Tiempo”. L’album, registrato durante il tour invernale 2017, contiene tutti i suoi grandi successi oltre due inediti – lo strumentale “Route 66” e “‘Ll’ America”, quest’ultimo scritto da Edoardo Bennato per James, e una rilettura di “Manha de Carnaval” di Astrud Gilberto e Herb Otha, qui intitolata “Dint’ ‘o core”.

Per questa nuova impresa il sassofonista e vocalist napoletano ha fatto ancora una volta ricorso alla sua rodatissima band, con Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria. Per quei quattro o cinque che non lo conoscessero, basti aggiungere che James Senese è stato uno dei protagonisti assoluti di quello straordinario movimento che negli anni ’70 interessò la città partenopea, tanto da essere ricordato come “neapolitan power”. Senese collaborò a lungo con Pino Daniele, tanto che la band presentata a Roma è la stessa che compare, come gruppo base, nello storico album dello stesso Daniele “Nero a metà” pubblicato nel 1980.

Nel concerto romano, Senese, ad onta dei suoi 73 anni compiuti, non si è certo risparmiato… anche se il tempo qualche traccia l’ha lasciata. Così la sua voce, specie sulle tonalità più basse, non è quella di un tempo e al riguardo non l’ha certo agevolato una presa di suono molto vicina al rock: con la batteria iperamplificata e in genere un volume di suono, per il sottoscritto, un po’ troppo elevato, la voce di Senese si percepiva male e in alcuni tratti quasi per nulla. Viceversa quando imbracciava i sassofoni (tenore e soprano) abbiamo ritrovato il Senese di sempre, con un sound forte, preciso, spesso ruvido, caratterizzato da un leggero vibrato e con un sound che alle volte richiamava quello di Gato Barbieri.

E così di brano in brano il concerto si è sviluppato lungo direttrici ben precise, con Senese assoluto padrone della scena, in grado di far valere tutto il suo carisma e di trasmettere emozioni ad un pubblico che l’ha seguito con grande partecipazione. Un momento di sincera commozione ha pervaso l’intera platea quando Senese, ricordando il grande amico scomparso, Pino Daniele, gli ha dedicato la struggente “Chi tene ‘o mare” forse uno dei pezzi più significativi scritti da Pino Daniele in cui “chi tene ‘o mare/’o sape ca è fesso e cuntento/chi tene ‘o mare ‘o ssaje/nun tene niente…” a significare che la popolazioni del Sud del mondo, cui appartiene la sua Napoli, mai potranno essere private dell’unica ricchezza che posseggono: il mare. E questa sorta di denuncia contro le ingiustizie, le diseguaglianze l’emarginazione degli outsider, che hanno da sempre fatto parte integrante della sua poetica, le abbiamo ritrovate nel concerto romano anche se espresse– se ci consentite il termine – con più dolcezza, come se i 50 anni di carriera ne avessero in qualche modo ammorbidito alcune rigidità espressive. D’altro canto chi meglio di lui, figlio di un soldato statunitense di colore, di una giovane napoletana e della guerra, può raccontare la tristezza di chi soffre?

Alla fine pubblico entusiasta e Senese a concedere due applauditi bis.

Gerlando Gatto

Al FIM di Milano “Globetrotter”: il nuovo album di Luca di Luzio prodotto da Jimmy Haslip

E’ uscito “Globetrotter”: l’album del chitarrista Luca di Luzio prodotto da Jimmy Haslip, membro fondatore dei celebri Yellowjackets e vincitore di 2 Grammy Awards, noto anche per essere stato uno dei primi bassisti ad aver utilizzato il basso a 5 corde.
Da oltre un mese ai primi posti della classifica americana Roots Music Report tra gli album più trasmessi in radio, “Globetrotter” comprende 9 tracce: 2 omaggi – “Naima” di John Coltrane e “Sunshower” di Kenny Barron – più 7 brani scritti da Luca di Luzio coniugando melodia e groove.
Nel disco una grande lineup: lo stesso Jimmy Haslip al basso elettrico, Dave Weckl alla batteria, Max Ionata al sassofono, George Whitty alle tastiere e altri ospiti tra cui Alessandro Fariselli.
Dopo l’anteprima negli Stati Uniti al NAMM Show, Luca di Luzio presenterà il suo lavoro discografico il 16 maggio al FIM di Milano e poi a luglio con un tour in diverse città italiane.

Chitarrista dallo stile versatile, di Luzio suona l’elettrica, l’acustica, la classica e spazia dagli standard alla bossa nova fino al funky, passando per la fusion ed il blues. Ha un talento creativo ed è impegnato in numerosi progetti musicali per i quali ha collaborato e suonato con artisti a livello nazionale e internazionale: Dave Weckl, Jimmy Haslip, George Whitty, Marvin “Smitthy” Smith, Max Ionata, Fabrizio Bosso, Paolo Fresu, Bob Stoloff, Lauren Bush, Giancarlo Schiaffini, Javier Girotto e molti altri.
Da oltre 5 anni è direttore artistico del Comacchio Jazz Festival, e da oltre 4 cura con l’Associazione Jazzlife la programmazione della rassegna jazz del Mariani Lifestyle di Ravenna, oltre ad aver diretto diverse manifestazioni musicali nel territorio dell’Emilia-Romagna.

Luca di Luzio racconta di “Globetrotter”:
“Dopo 30 anni di musica ho deciso di raccontare la mia storia attraverso 7 brani originali e 2 standard. Tra questi: “Smile!”, uno dei miei primi brani, sintesi del mio linguaggio musicale fatto in gran parte di melodie semplici e groove. Max Ionata esegue un solo fantastico in questo brano; “Mr Brown” è dedicato a Dean Brown, un musicista che mi ha dato molto sia musicalmente che umanamente, mi ha guidato nell’affrontare grandi sfide musicali e mi ha sempre spronato a “tirare su l’asticella” degli obiettivi da raggiungere; in “Jazzlife” l’amico e collega Alessandro Fariselli suona un gran solo con il suo sax tenore; “Sunshower” è un brano di Kenny Barron che suonavo spesso con Marco Tamburini. Mi piace ricordare Marco così e ogni volta che lo suono sento ancora il suo timbro. “POP FLA” è la mia passione per la musica latina e per la tradizione, lo swing insieme in un brano dove George Whitty e Dave Weckl hanno costruito un canovaccio armonico e ritmico incredibile. Ho scritto questo brano un paio di anni fa in Florida. “Naima” è uno dei miei standard preferiti, lo suono da circa 20 anni. Ho riarmonizzato il tema ad accordi e cambiato la tonalità originale per poter usare le corde a vuoto della chitarra.

“Globetrotter” è su Spotify http://bit.ly/globetrotterSPOTIFY e su iTunes http://bit.ly/globetrotterITUNES mentre la copia fisica è disponibile cu CD Baby: https://store.cdbaby.com/cd/lucadiluzio. Tutte le info e gli aggiornamenti sul tour sono sul sito www.lucadiluzio.it

Laureato in Chitarra Jazz presso il Conservatorio di Musica Frescobaldi di Ferrara, Luca di Luzio ha suonato con la SIDMA Orchestra dal 2008 al 2013, nella Jazzlife Orchestra, nella Big Band del Conservatorio Frescobaldi. Nel 2008 fonda il quartetto di musica brasiliana Barioca insieme a Chica Piazzolla, Tom Sheret, Flavio Piscopo, formazione con cui si esibisce in oltre 100 concerti.
Nel 2010 costituisce un trio a proprio nome, il Luca di Luzio Electric Trio insieme a Stefano Peretto (dr) e Pier Mingotti (bs). Nel 2016 nasce il Luca di Luzio Blue(s) Room Trio, un Organ trio con Sam Gambarini all’Hammond e Max Ferri alla batteria. Con questa formazione si esibisce in clubs e Festival in tutta Italia e ospita spesso la cantante canadese Lauren Bush.
Nel 2018 Luca registra l’album “Globetrotter” con Dave Weckl alla batteria, Jimmy Haslip al basso elettrico, George Whitty alle tastiere Max Ionata al sassofono. L’album è prodotto dallo stesso Jimmy Haslip.
Partnership e endorsement: Luca di Luzio collabora come endorser con alcune aziende leader del settore nella produzione di strumenti musicali e accessori come Benedetto Guitars, DV Mark Amps, D’Orazio Strings, Eventide Pedals, Zoom Multieffects, Timber Tones picks.Con queste aziende partecipa come dimostratore a numerose manifestazioni nazionali ed internazionali come il SHG, il Frankfurt Musikmesse, il NAMM Show di Los Angeles. Con la D’Orazio Strings, l’azienda produttrice di corde per chitarra più antica al mondo, ha realizzato un set di corde per chitarra Jazz (a sei e a sette corde), oggi commercializzato come suo Signature set. Ha inoltre curato il design di una borsa speciale per le chitarre Archtop (www.jazzbag.it) ed una pedaliera prodotta dall’azienda polacca G-Lab.

CONTATTI
www.lucadiluzio.it – info@jazzlife.it
UFFICIO STAMPA
Fiorenza Gherardi De Candei – tel. 3281743236 – email info@fiorenzagherardi.com

Bille Holiday vive nei nostri cuori: un libro e un disco la ricordano vividamente

Qualche settimana fa, durante la presentazione a Monfalcone del mio libro “L’altra metà del jazz”, una gentile signora mi ha chiesto perché avessi scelto, come immagine di copertina, una foto di Billie Holiday. La risposta è stata ed è molto semplice: Billie Holiday è un’icona della musica jazz (seppur non la sola) ma soprattutto rappresenta quanti sacrifici, umiliazioni, peripezie hanno dovuto sopportare le donne per affermarsi in un ambiente difficile e ancor oggi piuttosto maschilista come quello del jazz.

E la veridicità di queste affermazioni è dimostrata dal fatto che ancora oggi, a distanza di sessanta anni dalla morte della Holiday, escono nuovi libri sulla sua vita e vengono ripubblicati i suoi dischi. E in questa sede vogliamo parlarvi proprio di un libro e di un disco che se ne occupano.

 “Billie Holiday – Una biografia” è un volume di John Szwed edito da “ilSaggiatore” per la traduzione di Elena Montemaggi (pgg.272, € 26,00). John Szwed è professore di Music and Jazz Studies presso la Columbia University e prima di questo volume ha già dato alle stampe “Jazz! Una guida completa per ascoltare e amare la musica jazz” (Edt 2009) e “Space Is The Place. La vita e la musica di Sun Ra” (minimum fax 2013) nonché “So What. Vita di Miles Davis” (ilSaggiatore 2015). Insomma si tratta di uno studioso, uno scrittore che conosce assai bene la materia. Ed in effetti il libro è intitolato a Billie Holiday ma va ben oltre i confini di una, per quanto accurata, biografia.

L’opera è suddivisa in due grandi parti: la prima, intitolata “Il mito” prende le mosse dalla autobiografia dell’artista, “Lady sings the blues” (la prima edizione italiana a cura di Mario Cantoni fu pubblicata da Feltrinelli nel 1979 con il titolo “La signora canta il blues”) per articolarsi successivamente in due capitoli “Il resto della storia” e “Film, televisione e fotografia”. La seconda parte analizza “La Musicista” e viene declinata attraverso diversi capitoli dedicati rispettivamente a “La preistoria di una cantante”, “La cantante I e II” e “Le canzoni I e II”.

Ma questa suddivisione non deve trarre in inganno ché si parte da questi concetti per affrontare in lungo e in largo tutte le tematiche che Billie Holiday ha posto in primo piano nel corso degli anni in cui ha sviluppato la propria arte. Così, ad esempio, parlando del suddetto volume autobiografico, Szwed approfondisce alcuni aspetti finora non sufficientemente lumeggiati come l’amicizia tra Billie e Orson Welles, amicizia ostentata con tanta noncuranza da provocare guai sia a lui sia a lei. E bastano poche righe a Szwed per tracciare un quadro di ciò che era la società statunitense dell’epoca, una società in cui un’amicizia, una relazione tra un bianco e una nera, era considerata impensabile, disdicevole.

Ma questo è solo un esempio, giacché all’autore basta un elemento, un fatto di cronaca per allargare il discorso e andare ben al di là della biografia. Così in apertura del capitolo intitolato “la preistoria di una cantante” Szwed apre una finestra molto esplicativa sugli spettacoli dei menestrelli tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento con specifico riferimento al tipo di canzoni che venivano più utilizzate; apprendiamo, quindi, la differenza tra le “flappers”, le “red-hot mamas” e le “torch singers” concetti su cui non mi pare si siano spesi fiumi di inchiostro.

Altrettanto interessante la trattazione dei vari tipi di “canzoni” e di come sia errata la conclusione di considerare la Holiday una cantante blues.

Avvincente la parte in cui l’autore si occupa delle specificità vocali e interpretative della vocalist, sottolineandone le capacità improvvisative, la potenza esplicativa del gesto, il vibrato usato in modo molto selettivo, la capacità di ornare versi semplici con “piccole e indimenticabili torsioni, impennate e avvallamenti, sfumature e cadute”.

Molto approfondita, ma non poteva essere altrimenti, l’ultima parte in cui viene esaminata la produzione discografica della cantante; particolarmente interessanti le considerazioni a proposito di uno degli album più discussi della Holiday “Lady in satin” che è per l’appunto il disco cui si accennava in apertura.

“Lady in Satin” (Green Corner 100902- 2 CD) venne registrato dal 18 al 20 febbraio del 1958 a New York con l’orchestra di Ray Ellis. Il doppio CD, proposto dalla Green Corner, contiene le duplici versioni – mono e stereo – dell’originario LP cui si aggiungono molte bonus track: nel primo CD l’album integrale “Live At The Monterey Jazz Festival, October 5th 1958” in cui la Holiday canta con Benny Carter al sax alto, Gerry Mulligan sax baritono, Eddie Khan basso, Buddy De Franco clarinetto, Dick Berk batteria e Mal Waldron piano; nel secondo CD  tre brani registrati a Londra il 25 febbraio 1959 con Mal Waldron al piano e l’orchestra diretta da Peter Knight, e sei pezzi incisi live allo Storyville Club di Boston negli ultimi giorni di aprile del 1959 con ancora Mal Waldron, Champ Jones basso  e Roy Haynes batteria.

Per anni i critici si sono esercitati nel demolire questo album classificandolo tra i peggiori registrati dalla Holiday; John Szwed ha un’opinione assolutamente contraria e la illustra assai chiaramente. In effetti, sottolinea l’autore, se è vero che Billie in quel periodo stava male, faceva fatica a leggere e a ricordarsi i testi delle canzoni, è altrettanto vero che adesso contava solo sulla “forza del suo recitativo, sulla capacità di cantare fuori tempo senza mai perdersi…insomma il suo fraseggio era ancora sensibile alle parole riuscendo a dar loro nuova enfasi”. E questa è una dote assai rara da trovare, una dote propria solo delle grandi, grandissime artiste. E non è un caso che un’altra stella del jazz come Miles Davis, sicuramente più esperto di mille esperti, abbia dichiarato, ascoltando l’album, “preferisco ascoltarla ora. E’ diventata molto più matura. A volte puoi cantare le stesse parole ogni sera per cinque anni e tutto d’un tratto capisci il vero senso della canzone”.

E se si ascolta l’album scevri da ogni pregiudizio non si può non concordare con i giudizi di Szwed e di Davis: la Holiday, certo non perfetta dal punto di vista squisitamente musicale, ha tuttavia conservato una capacità interpretativa straordinaria, scandendo ogni singola parola, attribuendo alla stessa uno specifico peso e riuscendo così a tramettere un mondo di emozioni. La si ascolti, ad esempio, in “Violets for Your Furs” uno dei brani preferiti dalla Holiday, per verificare quanto detto in precedenza.

Insomma un album fondamentale che non dovrebbe mancare nelle collezioni di chi davvero ama il jazz.

Gerlando Gatto