L’Indo Jazz nella visione di Giuliana Soscia

All’Auditorium Parco della Musica di Roma, ancora una superlativa dimostrazione di quali straordinari traguardi abbia raggiunto nel nostro Paese il jazz al femminile: ci stiamo riferendo al “GIULIANA SOSCIA INDO JAZZ PROJECT” eseguito nella Capitale il 19 marzo scorso.

Già in sede di presentazione avevamo sottolineato la difficoltà prima di immaginare e poi di comporre una musica in cui siano presenti elementi tratti dalla tradizione indiana classica e dal jazz eseguiti da un gruppo di musicisti provenienti da questi due mondi musicali. Allo stesso tempo avevamo però detto che se ad occuparsene era un’artista di grandi qualità compositive e interpretative come Giuliana Soscia allora tutto diventava possibile. E avevamo ragione ché il concerto del 19 è stato un successone salutato dal pubblico con grandi e convinti applausi.

Per i lettori di “A proposito di jazz”, Giuliana Soscia è nome familiare dal momento che tante volte è stata oggetto delle nostre recensioni in relazione a concerti e produzioni discografiche. Ciò non toglie che sia comunque il caso di ribadire come la Soscia sia una delle musiciste più preparate e titolate che affollano il nostro universo jazzistico. Nata a Latina, pianista, fisarmonicista, compositrice/arrangiatrice e direttrice d’orchestra jazz, nel 1988 si diploma in pianoforte con il massimo dei voti presso il Conservatorio di musica S. Cecilia di Roma.  Si perfeziona con il M° S. Cafaro allievo di Petrassi e la Prof.ssa A.M. Pernafelli in interpretazione barocca. È maestro pianista accompagnatore nella classe del tenore M° Gabriele De Julis. Vince numerosi concorsi pianistici e intraprende subito un’intensa attività concertistica. Contemporaneamente comincia a studiare fisarmonica jazz e successivamente composizione e arrangiamento per orchestra jazz, conseguendo il Diploma Accademico di II Livello in Composizione Jazz con il massimo dei voti e la lode. Proprio come fisarmonicista e compositrice jazz ottiene probanti risultati affermandosi non solo in Italia ma in tutto il Vecchio Continente. Così nel 2001 vince il trofeo “Sonerfisa” Premio Internazionale città di Castelfidardo come migliore fisarmonicista italiana e nel 2007 il Premio alla carriera.

Nel 2006 fonda il quartetto “Giuliana Soscia Tango Quartet” che dall’anno successivo si avvale anche di Pino Jodice (che diventerà suo marito). Con questa formazione svolge un’intensa attività concertistica presso prestigiosi festivals e teatri in Italia e all’Estero tra cui il San Carlo di Napoli, il Teatro dell’Opera di Ankara, il Brasile, Lima, Addis Abeba… Impegnata con il “Giuliana Soscia Trio” nella divulgazione della composizione jazz al femminile e soprattutto del ruolo della Donna nel jazz, si esibisce in un prestigioso Tour in India in occasione della Festa della Donna 2016.

L’esperienza indiana si ripete pochi anni dopo: è il febbraio di quest’anno quando l’artista è chiamata ad un altro tour promosso dall’ Ambasciata d’Italia in India, dal Consolato Generale d’Italia di Mumbai e di Calcutta, dagli Istituti Italiani di Cultura di New Delhi e Mumbai ad aprire le Celebrazioni dei 70 anni di Relazioni Diplomatiche tra Italia e India. In tutte queste località la Soscia presenta il suo “Indo Jazz Project” che, come già detto, approda finalmente all’Auditorium romano; accanto a Giuliana – composizione, direzione e pianoforte –  ci sono Mario Marzi importante sassofonista di area classica, Paolo Innarella flauto, bansuri e sax soprano, Rohan Dasgupta sitar, Marco de Tilla contrabbasso e Sanjay Kansa Banik tabla.

Ed è davvero stupefacente ascoltare come la Soscia sia riuscita a comporre un repertorio assolutamente omogeneo in cui il sound degli strumenti tipici del jazz e più in generale della musica occidentale si fondono con alcuni strumenti tipici dell’India. Così, nei vari brani, è possibile enucleare parti scritte e arrangiate in chiave jazzistica che, nella parte centrale, lasciano campo libero alle improvvisazioni dei vari strumenti ognuno con il proprio linguaggio pur rimanendo coerenti con la struttura data. Così sitar e tabla improvvisano con i raga intrecciandosi con l’accompagnamento del contrabbasso e del piano. E bisogna dare atto alla Soscia di aver saputo ‘scrivere’ in maniera tale da lasciare il dovuto spazio ai singoli improvvisatori senza tuttavia trascurare la forza e la compattezza dell’insieme. Il tutto impreziosito da alcuni assolo al pianoforte sempre centrati, senza mai eccedere, senza la pur minima voglia di stupire l’ascoltatore con espedienti in un contesto del genere assai facili da trovare… insomma con quella grande onestà intellettuale che nel corso degli anni abbiamo imparato ad apprezzare nell’artista di Latina.

Il concerto si apre con “Samsara” dedicato al ciclo della vita e in particolare – spiega la stessa Soscia “alla mia rinascita, quando ho deciso di mettere un po’ da parte la fisarmonica a causa di un problema di salute e di riprendere a suonare il pianoforte a pieno ritmo”. L’andamento musicale del brano è molto ciclico e ciclico è l’alternarsi delle parti improvvisate di flauto, pianoforte, sax e sitar.

A seguire “Indian Blues” una forma blues in 7/4 con una melodia molto semplice e solare che ricorda i colori dell’India; il pezzo si avvale di una lunga introduzione con parti scritte in uno stile classico contemporaneo e una improvvisazione di solo piano.

Particolarmente gustoso il terzo brano, “Arabeque” dedicato al mondo arabo, a sottolineare questa influenza araba nella cultura indiana. Di grande impatto l’introduzione stile free jazz con percussioni varie e il contrabbasso ‘percosso’ con l’archetto sugli armonici.

A rievocare la maestosità del fiume Gange l’omonimo brano mentre “Alpha Indi” la stella più luminosa del cielo indiano, è un brano dedicato espressamente dalla Soscia a quelle persone che per generosità e bontà d’animo, brillano come una stella nell’universo.

A chiudere “Bloodshed” una denuncia per le stragi, le miserie umane, un brano per esorcizzare il male nella speranza di un mondo migliore.

Gerlando Gatto

Emma Salokoski Amo la musica finlandese

 

Emma, come è affettuosamente chiamata in Finlandia Emma Salokoski (Helsinki 1976), è artista poco conosciuta nel resto dell’Europa ma amatissima nel suo Paese e in tutta la Scandinavia. Artista versatile, affronta con estrema disinvoltura un repertorio assai vasto che va dal jazz alla bossa nova, dal pop alle canzoni per bambini.

Il tutto porto attraverso un linguaggio semplice ma non banale sorretto da approfonditi studi che l’hanno qualificata, altresì, come eccellente didatta nel campo della tecnica vocale. E dato che il pubblico italiano poco la conosce, vale la pena spendere qualche parola sulla sua formazione artistica. Emma studia viola ‘classica’ dagli undici ai diciotto anni dopo di ché si trasferisce in Svezia per studiare teatro musicale ed in effetti le sue prima esperienze professionali le fa proprio in questo tipo di spettacolo. Tornata in patria, studia canto jazz e nel 1999 fonda il gruppo ‘Quintessence’ che debutta, discograficamente parlando, nel 2001 con l’EP ‘White Light”, seguito l’anno dopo da un vero LP ‘Talk Less Listen More’ per la Texicalli Records. In questo stesso periodo Emma costituisce un proprio trio che, tempo dopo, diventa quintetto; il successo arriva nel 2005 con la pubblicazione dell’album ‘Kaksi Mannerta’ che entra tra i ‘Top Five’ degli album finlandesi. Non a caso sempre nel 2005 la Salokoski vince il premio come Miglior Artista Donna dell’anno nell’ambito degli Emma Awards (Ethnic Multicultural Media Awards). Nel 2015 è pubblicato un ulteriore album, “Kiellettyjä Asioita” In questi ultimi anni, Emma ha vieppiù rafforzato il ruolo di primaria protagonista della scena musicale finlandese al di là di qualsivoglia etichetta, come lei stessa conferma nel corso dell’intervista che qui di seguito pubblichiamo.

 

-La sua arte canora si estrinseca su vari terreni, anche assai diversificati tra di loro. Sostanzialmente lei si considera una vocalist jazz?

“E’ difficile rispondere a questa domanda perché io stessa ho sempre cercato di non restringere la mia musica nell’ambito di una casella ben precisa. Nella mia vita artistica ho sempre cantato un sacco di cose, dalle canzoni per bambini alla bossa nova, dal pop  al jazz influenzato dalla folk music. Ad esempio anche quando sono stata invitata a Festival di Jazz, come il Kaamos Jazz Festival,  ho presentato un programma molto più vicino alla musica cantautorale piuttosto che al jazz ed è quindi curioso il fatto che mi chiamino in questi festival, probabilmente perché il mio genere è troppo difficile da definire per i finlandesi. Tanto difficile che normalmente mi considerano cantante jazz anche se non lo sono in senso stretto”.

 

-Lei ha viaggiato molto nel corso della sua carriera. Quanto ha influito tutto ciò sulla sua musica?

“Si ho viaggiato molto ma in questi ultimi tempi meno di prima anche perché, nella mia carriera, ho sempre privilegiato la musica finlandese. Il mio pubblico è soprattutto finlandese. Però sono apprezzata anche in Giappone. Mio marito, Olavi Louhivuori, è un batterista jazz che dovrebbe essere conosciuto anche dal pubblico italiano in quanto sta lavorando con Claudio Filippini (in effetti molti gli album pubblicati in Italia in cui figura questo eccellente batterista n.d.r.); ebbene quando lui ha effettuato una tournée in Giappone per suonare il suo jazz mi ha raccontato di aver ascoltato la mia musica, in finlandese, in qualche bar, ristorante non ricordo con esattezza dove. Credo sia stato divertente ascoltare una bossa nova tradotta in finlandese in un bar del Giappone. Quindi evidentemente c’è una parte di pubblico a cui piace la mia musica anche lì. Comunque al momento non intendo andare all’estero”.

 

-Lei è nello stesso tempo vocalist, compositrice, attrice. In quali panni si sente più a suo agio?

“Io ho iniziato la mia carriera nel musical, dopo di che ho avuto piccoli ruoli in alcuni film. E per diversi anni non ho più recitato. Adesso sto scrivendo musica per un teatro musicale e per un coro che dirigo. Comunque per rispondere alla sua domanda, mi piace fare di tutto, mi piace diversificare il mio lavoro, mi piace essere cantante, compositrice, attrice quando ci riesco. Sono quel tipo di persona che non ama fare una sola cosa, che non vuole annoiarsi con ciò che fa. Ogni tanto ho bisogno di rinfrescare le mie idee; probabilmente imparerei di più se facessi le cose più a lungo, se dedicassi più tempo ad una cosa sola ma, come già detto, mi piace variare, è nella mia indole.  Quando ho iniziato a occuparmi di musica, dapprima sono stata presa dalla bossa nova, quindi dalla musica folkloristica finlandese dopo di ché ho inciso il mio primo disco jazz in svedese. Adesso sono impegnata a scrivere le mie canzoni e a dirigere un coro, attività che mi appassiona e che mi è indispensabile per la mia creatività”

 

-Come avviene il suo processo compositivo?

“In realtà mai mi sono considerata una compositrice a tutto tondo. E’ vero, ho cominciato a scrivere canzoni: ho avuto, altresì, modo di scrivere una nuova musica per il coro ma ancora non ho piena fiducia di poter scrivere una canzone completamente da sola, parole e musica. Così c’è qualcuno che mi aiuta per la progressione degli accordi o per disegnare la linea melodica, anche perché quando faccio da sola commetto ancora qualche errore.  Sto approfondendo il tema della composizione. Comunque, a questo punto della mia vita, realmente non m’importa tanto se le mie canzoni suonano un po’ impacciate, scrivo con lo stesso spirito di un bambino.  Io sono solo una principiante nel campo della composizione”.

 

-Lei è anche una quotata didatta. Cosa può dirci circa questa attività?

“Io resto soprattutto una cantante, ma insegnare può essere molto interessante e anche divertente. E’ interessante sottolineare come, adesso che io insegno, riesco a capire molto meglio ciò che i miei maestri volevano comunicarmi, trasmettermi. Ho sempre cercato, quando insegno, di instaurare un clima gioioso, di divertimento: non c’è alcun bisogno, per studiare canto, di essere musoni e seriosi. Ciò non significa che si debba essere tutti d’accordo; ci sono vari modi di fare bene le cose: alle volte si instaurano delle discussioni anche accese e a me piace creare una sorta di ponte tra le varie posizioni sì da giungere ad un punto di sintesi”.

 

-E’ possibile in Finlandia vivere dignitosamente cantando qualcosa di diverso dalla pop-music?

“E’ molto, molto difficile. Io sono stata molto fortunata in quanto ho potuto fare una carriera rapida e fruttuosa, ho incontrato i musicisti giusti con cui collaborare, ho potuto varare dei progetti che hanno interessato un buon numero di persone. Come dicevo è molto difficile; io ci sono riuscita ma sono stata fortunata. Ci sono molti miei colleghi, talentuosi, che purtroppo non hanno avuto la stessa fortuna. ”.

 

-Ha un sogno musicale?

“Ho un sacco di sogni ma ho un po’ di paura a disegnare in modo chiaro un quadro dei miei desideri in quanto se elaboro un’idea ben precisa, allora devo assolutamente raggiungerla. So che a molte gente piace avere sempre un obiettivo preciso da raggiungere. A me no, perché se mi pongo un obiettivo e non lo raggiungo ci resto molto male, se invece lo raggiungo può anche darsi che si riveli diverso da come me l’aspettavo. Per il momento cerco di restare concentrata su ciò che faccio e resto ovviamente aperta a qualsivoglia ispirazione”.

 

 

 

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL edizione 38, la seconda giornata

VENERDI’ 23 MARZO, SECONDA GIORNATA

La seconda giornata di Open Papyrus Jazz Festival è tradizionalmente quella più corposa e ricca di eventi, che anche quest’anno si sono svolti nella Sala Santa Marta, per la prima parte, e poi al Teatro Giacosa.

Già molta gente in Sala per la presentazione del libro Il Michelone, Nuovo dizionario del jazz. 1200 dischi jazz in 100 anni di Guido Michelone. Le recensioni dell’autore di 1200 dischi di Jazz usciti in 100 anni, che diventa un nuovo dizionario del Jazz. Il pubblico non si è sottratto al fitto dibattito che ne è conseguito.

Alle 19, dopo l’ Aperitivo – Degustazione Consorzio Vini Canavese comincia il concerto di Oba Mundo Project.

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Per mia scelta i commenti sui concerti saranno, per tutte e tre le serate, divisi in due parti, delle quali la seconda è intitolata ” L’impatto su chi vi scrive” ed è il mio commento personalissimo e dichiaratamente non ammantato di alcuna pretesa obiettività. A prescindere dalla competenza, la musica impatta diversamente a seconda della personalità, della formazione, dei gusti di ognuno.

Foto di Carlo Mogavero

Sala Santa Marta, ore 19
Oba Mundo Project
Loris Deval: chitarra classica
Anais Drago: violino
Viden Spassov: contrabbasso
Gilson Silveirapercussioni

Quattro musicisti ineccepibilmente bravi, un progetto nuovo non nell’intento (non è certo la prima volta né sarà l’ultima che si decide di reinterpretare temi famosi da film), ma nuovo nella resa. La presenza di Gilson Silveira indica già che i brani passano per una rilettura in termini ritmici ma anche timbrici e armonici “latin” (ma non manca l’Ucraina e la musica balcanica).
Non è certo un latin da cartolina: suonano benissimo questi tre ragazzi.
Gilson Silveira non è un ragazzo e quasi li tiene a battesimo, lui che è un poeta delle percussioni.
Suonano benissimo, gli Oba Mundo, con la cura di chi la musica l’ha non solo studiata ma  fatta propria e metabolizzata, e di chi il proprio strumento lo padroneggia tecnicamente in maniera perfetta e si può dunque permettere di farne praticamente tutto. Gli assoli della Drago sono ineccepibili e straripanti di energia, il contrabbasso di Spassov è intenso, granitico, offre continui spunti al quartetto non limitandosi all’ accompagnare, la chitarra di Deval è cangiante, i suoi fraseggi connotati da una inesauribile vena creativa. Silveira è una fonte continua di suoni, battiti messi in relazione tra loro con maestria.
I brani abbracciano una bella fetta della storia del grande cinema (da La vita è bella, all’ Orfeo Negro, a Mediterraneo).
La parte tematica è lo spunto per dare il via alla bravura indiscutibile di un quartetto di musicisti fantasiosi e preparati. Le dinamiche sono raffinate, l’interplay impeccabile e la verve improvvisativa notevolissima. Non capita spesso di poter ascoltare ad un festival giovani artisti talentuosi, che cominciano a farsi conoscere al di là delle loro realtà locale. Non capita nemmeno spesso di vedere un musicista affermato mescolarsi così beneficamente e generosamente a musicisti nuovi e dar loro appoggio, fantasia, che sottolineino il loro innegabile estro.


L’impatto su chi vi scrive

Un concerto scoppiettante, pieno di energia, divertente, costruito su musiche molto amate e giustamente molto applaudito.
Il limite del progetto l’ho trovato un po’ nell’applicare, a prescindere, una veste predeterminata  a temi molto diversi tra loro. La Canzone di Geppetto dal film televisivo di Comencini, per fare un esempio, mi è apparsa un po’ più travisata che riletta, mentre se ne sarebbe potuto fare un lavoro bellissimo di interpretazione interiore anche estrema, volendo. I temi vengono utilizzati essenzialmente come mero spunto per le evoluzioni virtuosistiche che seguono. Tra i due estremi della cover e del tema usa e getta preso solo per la sua struttura e poi  ingabbiato in una veste jazzistica preformata ed infilata a qualsiasi costo, c’è tutto un mondo espressivo che può essere infinitamente fecondo. Non a caso, una volta dimenticatami del suddetto tema, ho molto apprezzato le improvvisazioni e le belle introduzioni, che ne erano completamente avulse.
I ragazzi sono più che pronti, io credo, a scrivere e, se lo stanno già facendo, promuovere musica propria,  o a interpretare quella preesistente evitando di decidere “a tavolino” in che modo interpretarla. Lasciandosi andare piuttosto al loro flusso creativo interiore, che è lì che si affaccia prepotentemente e si percepisce vedendoli ed ascoltandoli suonare. Che queste considerazioni li incoraggino perché sono davvero molto bravi.

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Teatro Giacosa, ore 21:30

Helga Plankensteiner and Plankton

 

Helga Plankensteiner: baritone sax, clarinet, voice
Michael Lösch: hammond organ, piano
Enrico Terragnoli: guitar, banjo

Il primo dei concerti al Teatro Giacosa è anche il più interessante e stralunato di tutto il festival, in linea con il tema “Elogio della Follia” voluto dal direttore artistico Massimo Barbiero. Un sestetto dalla poderosa sezione fiati, ma anche con una sezione ritmica in grado di  cambiare registro con disinvoltura e di certo non in maniera didascalica. Helga Plankensteiner ne è la leader, e l’ideatrice, dalla personalità dirompente: eclettica suonatrice di sax baritono, clarinetto e corde vocali, suona per un’ora ed oltre musica originale, in tutti i sensi, intrecciando generi musicali in maniera così creativa che ogni genere viene trasfigurato anche quando sembrerebbe essere replicato fedelmente. Il batterio della creatività si impadronisce del Blues, o dello Swing, o di qualsiasi altra suggestione, modificandoli quasi geneticamente.
Questo è possibile con improvvisi cambi di rotta, di dinamiche, ma anche con una attento studio delle timbriche, appaiando le voci in maniera sempre diversa e quasi sempre a contrasto- il sax baritono con l’hammond, i fiati con il banjo, la voce con la tromba. Ma anche alternando unisoni possenti a improvvisi assottigliamenti che precedono la deflagrazione totale di tutto il sestetto. Matthias Schriefl e Gerhard Gschlössl alle trombe e al trombone sono il controcoro e l’alter ego imprescindibile della Plankensteiner. Enrico Terragnoli è infaticabile e prezioso con i suoi Banjo che ammorbidiscono e armonizzano le digressioni dei fiati. Nelide Bandello lavora come uno strumento armonico oltre che come generatore di battiti. Michael Lösch con l’hammond o con il pianoforte delinea e asseconda l’atmosfera dei brani introducendo anche una bella dose di rigore che, dato il clima sul palco, rende ancora più bizzarro il risultato finale.









L’impatto su chi vi scrive

E’ quel concerto che in un Festival, in mezzo ad altre proposte, mi aspetterei sempre di vedere: nomi meno di richiamo e un palcoscenico che permetta loro di farsi conoscere un po’ di più.
Musica divertente, diversa da quella che si incontra nei circuiti soliti, eppure con un livello di complessità notevole. Giocosa, circense, teatrale, stramba, intensa, energica, totalmente originale, con ampi stralci di improvvisazione che non si limita però ad assoli che si alternano ordinatamente, ma che esplode in momenti anche collettivi imponenti, di cui l’impatto è notevole. Ma anche apprezzabili “cornici” di musica scritta che contrasta mirabilmente con le parti più libere. Un concerto curioso e attraente.

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Teatro Giacosa, ore 22:30
Enrico Rava New 4ET

Enrico Rava: flicorno
Francesco Ponticelli: contrabbasso
Enrico Morello: batteria

Il concerto di Enrico Rava in quartetto è l’evento del Festival, il nome celebre capace di attrarre anche il pubblico meno avvezzo al Jazz. Ed Enrico Rava non delude nemmeno stavolta.
Solo brani originali: “Inutile che ve li annunci, sono tutti brani originali”, dice lui stesso.
Brani originali, e il timbro inconfondibile del flicorno di Rava, i suoi fraseggi essenziali (in quanto a “numero di note” usate) e anche in virtù di ciò ricchi per intensità, dinamiche, efficacia espressiva. Con il suo trio Rava  si mette continuamente in gioco: dialoga moltissimo con Diodati, quasi un alter-ego elettrico, lascia molto spazio a chitarra, contrabbasso, batteria lasciando che si apra una finestra su un gruppo di per sé notevolmente interessante: un concerto nel concerto, in pratica. La batteria di Morello passa agevolmente dal soffio alla potenza massima,  sempre modulata da un controllo totale che ne rende intellegibile ogni istante di ogni successione ritmica, anche la più ardita. Il contrabbasso di Ponticelli è in continua proficua interazione ritmico – armonica con chitarra e batteria. Diodati è un chitarrista dalla personalità musicale ben spiccata, che padroneggia il suo strumento non smettendo mai di sperimentare.










L’impatto su chi vi scrive

Non si può che dire bene di un concerto come questo. Mai nulla di musicalmente scontato. Un musicista pressoché leggendario, che da sempre continua a rimettersi in gioco con musicisti nuovi – giovani – o semplicemente diversi da altri con cui ha interagito in precedenza. Il suo carisma e la sua personalità artistica ne escono sempre rafforzati. Il tre giovani artisti sul palco con lui sono tre talenti del Jazz oramai giustamente affermati,con un loro linguaggio ben riconoscibile e una creatività in continuo divenire. Il dialogo tra i quattro è fitto, è un dialogo tra pari.
In alcuni momenti ho personalmente percepito un certo sbilanciamento tra quella sintesi (intensa) di Rava di cui parlavo sopra, spesso incentrata sul suono in sé,  e la musicalità traboccante di note e battiti del trio con lui sul palco. Quasi certamente questa dualità è cercata e voluta,  e sono consapevole dunque che il contrasto che io sento in alcuni casi come sporadico squilibrio potrebbe per altri rappresentare il valore aggiunto del progetto.

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La nottata è andata avanti fino a notte inoltrata al Caffè del Teatro con i bravi, giovani  e infaticabili The Essence 4tet ( Sara Kari: sax, Emanuele Sartoris: pianoforte, Antonio Stizzoli: batteria e Dario Scopesi: contrabbasso) che hanno animato la nottata con il loro Jazz vitale ed energico

Italiani alla ribalta: Roberto Laneri e Francesco Venerucci

Quando un musicista parla di “venti di cambiamento” vuol dire che dentro di sé soffia ancora la creatività e che sa coltivare lo spirito libertario del 1968 (di cui si ricorda quest’anno il cinquantenario).

“Winds of Change” di Roberto Laneri (prodotto in Giappone dall’etichetta DaVinci Jazz) è un album allo stesso tempo di bilancio e di rilancio della propria e plurima dimensione di compositore, polistrumentista, leader, arrangiatore. Dopo un ventennio trascorso in gran parte nell’ambito della musica contemporanea e della docenza in conservatorio (a Firenze, fino al 2011), Laneri – che è anche attivissimo nel campo, pratico e teorico, del “canto armonico” – ha avuto l’esigenza di tornare in territori più jazzistici e di dar vita (nel 2016) ad un quartetto stabile. Esso vede l’elegante e duttile voce di Giuppi Paone, il versatile ed ispirato pianoforte di Stefano Diotallevi ed il propulsivo contrabbasso di Alessandro Del Signore. “Winds of Change” è, in un certo senso, lo specchio fedele del gruppo e del suo leader, calati in un presente musicale fitto di ispirazioni e radicati in un passato che ha visto Laneri attraversare molte esperienze: dagli studi in filosofia a Roma a quelli musicali alla University of California di San Diego, dalle collaborazioni con Charles Mingus a quelle con Peter Gabriel, dai molti soggiorni e viaggi (negli States come in Asia, Africa ed Australia) ai due volumi sull’ “overtone singing”.

Nell’album gli otto brani si muovono secondo un asse del tempo che va dal ’68 (“Canone perpetuo”, dove si inseguono tre voci: sax alto, canto e piano) sino al 2017 (la conclusiva “Winds of Change” che presenta due sezioni a contrasto, rispettivamente in 5/4 e 4/4).  Il campo sonoro dell’album prevede anche un asse dello spazio che comprende – in un atlante tra il reale ed il fantastico – il Colorado (“Imaginary Crossroads n.1”),  il Sud come terra natìa del Blues e categoria mentale (“South”), l’Egitto (“Voice of Ancient Queens”), l’India che finisce per incontrare l’Australia del didgeridoo (l’intensa “Mala” in cui la voce della Paone ed il sax sopranino – che suona come uno shanai indiano, un aerofono tra il flauto e l’oboe occidentali – ricreano l’intensità ipnotica della musica hindustani; nella seconda parte del brano dialogano contrabbasso e didgeridoo). Non manca un riferimento diretto al jazz, in particolare al John Coltrane di “Spiritual” che viene elaborato in “Tumbleweeds”, uno dei vertici del Cd per la fitta, magmatica e sciamanica interazione tra i quattro musicisti nonché esempio di un’idea della musica quale aspirazione alla trascendenza. Ci sono altre chiavi di lettura per “Winds of Change” che si svela ascolto dopo ascolto nella sua complessità e stratigrafia. Intanto Laneri è compositore di valore che trova nel polistrumentismo (sopranino, soprano, alto, clarinetto basso e didgeridoo) una varietà di colori sonori e dimensioni acustiche perfettamente integrate con il resto del gruppo che – in un’estetica dalle venature cool – non utilizza né batteria né percussioni. Inoltre è autore di brevi quanto efficaci testi in cinque brani. Tra essi c’è “Delta Yearning” che – grazie alla complicità e versatilità di Giuppi Paone, con cui il sassofonista romano collabora da decenni – è una sorta di parodistica canzone-blues. In effetti il polistrumentista non utilizza i generi “canonici” del jazz, piuttosto li evoca e crea nuove forme, come nel caso di “Winds of Change”, un canto di speranza che si nutre della forza cosmica della natura. C’è grande bisogno di messaggi positivi, oggi.

Venerucci è un pianista e compositore (autore di musiche di scena, balletti, colonne sonore, musica da camera e sinfonica) che molto si è dedicato alla tradizione “colta” e contemporanea del Novecento europeo mantenendo, tuttavia, per il jazz un’attenzione ed uno studio profondi. Non si tratta di un pianista classico che si diletta di musica afroamericana: il rapporto è molto più intenso e, soprattutto, strettamente intrecciato alla ricerca estetica complessiva che, non a caso, pone al suo centro il delicato e fecondo rapporto fra composizione ed improvvisazione. <<Ci sono molte più cose in comune di quanto non si creda – ci ha detto in una recente intervista -: bisogna fare un atto di umiltà come studioso di musica classica e un atto di consapevolezza, di superiorità come “amatore” di jazz ed ad un certo punto si arriva ad un gradino superiore>>. Nell’album (coprodotto dall’artista con Gabriele Rampino, “motore” dell’etichetta dodicilune) c’è un diretto riferimento a Massimo Fagioli, <<medico psichiatra, pensatore ed artista (che) ha speso la vita per la realizzazione e il benessere psichico degli esseri umani. Dedico questo lavoro a lui ed all’Analisi Collettiva a cui ho avuto l’immenso piacere di partecipare>> (Fagioli è scomparso il 13 febbraio 2017)

Un inequivocabile segnale della valenza dei dieci brani proposti (nove originali e lo standard “When You Wish Upon a Star”) è la presenza in quattro titoli del sax soprano di Dave Liebman. Non c’è stato “contatto diretto” tra i due artisti: Venerucci ha inviato le sue musiche (registrate e su partitura) al celebre solista e didatta il quale ha accettato con entusiasmo di sovraincidere (presso il Red Rock Recording studio di Saylorsburg, in Pennsylvania) ed arricchire “Good Morning Mr Samsa”, “Music fo Lilith”, “Exodus” ed “Early Afternoon”, composizioni in cui si avvertono riferimenti letterari e sonori. Talmente è marcata la personalità di Dave Liebman – tra i migliori e più creativi discepoli di John Coltrane, da cui ha ereditato l’urgenza espressiva e la maestria tecnica mai fine a sé stessa – che l’effetto sovraincisione sparisce a favore di una compresenza degli artisti, pur distanti nel tempo e nello spazio, che si fa reale e palpabile. Tutto ciò senza una base ritmica e nella più empatica interazione fra piano e sax soprano.

<<Si vede danzare qualcuno sopra il pianoforte, si aggiunge un movimento in più ed era proprio quello che cercavo (…) Il disco all’inizio doveva essere – precisa Venerucci –  in piano solo. I brani sono stati composti originariamente per sax soprano solista o un ensemble orchestrale. Quindi ho dovuto fare una riduzione dell’orchestrazione fino al piano solo, anche per poter portare in giro i brani più agevolmente. Poi mi sono accorto che avevo comunque questo legame con il sax soprano, alcuni pezzi erano assolutamente adatti a quella presenza ed ho pensato che Liebman fosse la persona ideale: per l’ammirazione che gli porto, per la sua vicenda, per la statura d’artista e per come ha attraversato la storia del jazz, partendo dai massimi livelli (Miles Davis), cercando di non tradirsi mai e di evolversi sempre>>.  Musica fortemente connotata e strutturata quella del pianista che nasce in un arco temporale vasto e da circostanze concrete. L’occasione per preparare i materiali di “Early Afternoon” (dopo circa dieci anni da “Tango Fugato”, 2007) origina da un recital commissionato nel 2011 dall’Associazione “Amore e Psiche” presso la loro sede, <<una bellissima libreria del centro storico di Roma>>, come precisa l’autore. Il tema portante è quello dei rapporti tra musica e letteratura e l’autoindagine di Venerucci copre un arco compositivo di circa vent’anni: attinge, in buona sostanza, ad un repertorio personale di brani nati sulla suggestione di letture (“Delitto e castigo”, “La piccola fiammiferaia”…) che traducono in vibrazioni sonore quello scatenarsi di emozioni e sentimenti causati dallo scendere “dentro” un testo letterario.

<<Ci sono circostanze – racconta Venerucci – che mi hanno portato ad avere contatto con certe letterature; le musiche sono nate in quella temperie lì. Altre volte sono nate per degli spettacoli ma non sono didascaliche. E’ tutto un fatto di temperie emotiva e di circostanze della mia vita personale che mi hanno condotto a coinvolgermi verso certe letture>>.  Altro tema importante è quello delle figure femminili disseminate in vari titoli e frutto di un elaborato processo, come ha spiegato l’autore. <<“Aurora” era per Nietzsche, un confronto con un gigante scritto quando ero molto giovane. Confrontarmi con Nietzsche, Kafka, Dostoevskij, Andersen lo potevo fare quando ero abbastanza incosciente. Di immagini femminili ci sono la piccola fiammiferaia, Siduri e Lilith. Siduri viene dalla sagra di Gilgamesh e Lilith era una figura biblica-prebiblica di origine sumerica. Siamo nell’ambito delle origini della letteratura che mi ha sempre interessato, le “immagini primordiali” che sono alla base della nostra cultura e, a volte, sono precedenti a qualsiasi documento scritto. Sono interessato a rifletterci da vari stimoli>>.

Un album, in definitiva, che coniuga rigore compositivo con fluenza improvvisativa, temi culturali e letterari vissuti senza effetti “mimetici”, musiche che si collocano tra Europa/Asia/NordAmerica attingendo ovunque. Un Cd avventuroso e maturo, meditato e spontaneo, costruito da una personalità complessa che non rinuncia a sé stessa pur trovando una comunicativa diretta e, a tratti, irresistibile. Cosa dire del candore e della tenerezza che traspaiono (si vorrebbe dire trasudano) da “When You Wish Upon a Star”?

Luigi Onori

 

 

Il Trio Mirabassi/Di Modugno/Balducci per l’Anteprima della 31esima edizione del Gezziamoci

 

Non si è mai fermata l’organizzazione dell’Onyx Jazz Club, che torna con la sua rassegna “Gezziamoci. Il Jazz Festival di Basilicata” giunta alla trentunesima edizione. Il festival più longevo del sud Italia ritorna con un concerto anteprima della parte primaverile il 27 marzo 2018 a Casa Cava con il Trio Mirabassi/Di Modugno/Balducci.

Con Gabriele Mirabassi al clarinetto, Nando Di Modugno alla chitarra classica e Pierluigi Balducci al basso elettrico, il palco di Casa Cava, la casa del jazz materano targato Onyx Jazz Club, si anima di mille suoni e colori. Il trio si caratterizza per una spiccata componente melodica e per un forte legame con l’identità italiana e mediterranea, sapendo cogliere la forte connessione fra pugliesità/mediterraneità e un magico Sud America che le rotte dei nostri emigranti hanno reso molto più vicino a noi di quanto si pensi. Un trio che ‘scava nel territorio di origine, e nelle sue melodie ancestrali’ e insieme sa mirabilmente fondere queste ultime ad un’America latina popolata di italiani nomadi e migranti, lì approdati e in un perenne “senso forse vano di sospensione”.

Anche nel 2018 l’Onyx Jazz Club si conferma un’associazione fatta di persone che per passione operano e realizzano un festival dalla durata annuale con una stagione invernale ed estiva. Con uno sguardo sempre attento all’Europa e al ruolo che Matera ricoprirà nel 2019, il Gezziamoci continua ad investire nella cultura e nella musica. Un pensiero che accompagna l’Onyx Jazz Club da oltre trent’anni.

L’Onyx Jazz Club ringrazia Nicola Andrulli per l’ideazione grafica della Trentunesima edizione del Gezziamoci.

 

Secondo @ Zingarò Jazz Club, Faenza

Mercoledì 28 marzo 2018, la stagione dello Zingarò Jazz Club presenta Secondo, il progetto ideato da Claudio Zappi come tributo alla musica di Secondo Casadei. Insieme al clarinettista Claudio Zappi, si esibiranno Alessandro Petrillo alla chitarra, Milko Merloni al contrabbasso ed Enrico Guerzoni al violoncello. La serata è ad ingresso libero con inizio alle 22.

Secondo è un progetto ideato da Claudio Zappi come tributo alla musica di Secondo Casadei. Il folk della Romagna si intreccia con il jazz, tradizionale e moderno, con l’etno jazz, con il rock, con echi classici, soprattutto negli arrangiamenti per gli archi.

Trasversale è l’aggettivo che meglio descrive il progetto Secondo. I famosi brani di Casadei sono stati riarrangiati da Claudio Zappi seguendo il suo eclettismo musicale e la sua inclinazione per il jazz, il latin, il funk e la musica popolare. Si è poi unito l’amico e chitarrista Alessandro Petrillo, la cui esperienza passata è legata al rock progressivo e contaminato del gruppo Transgender, la sua predilezione per le commistioni di genere e la conoscenza del jazz rientrano perfettamente nel progetto. Petrillo ha anche collaborato agli arrangiamenti.

Il quartetto è completato da Milko Merloni al contrabbasso – altro musicista eclettico che spazia dalla classica al jazz al rock – e da Enrico Guerzoni al violoncello – attivo in molteplici ambiti, dalla musica barocca e classica al rock, jazz, pop e etnica e collaboratore per molti anni di Zucchero con cui ha intrapreso anche il suo ultimo World Tour.

Secondo ha vinto il Premio Imola in musica che valorizza «la contaminazione tra le tradizioni popolari emiliano-romagnole e forme contemporanee di musica.» Il disco della formazione è stato pubblicato da Incipit Records ad aprile 2017 con una formazione ampia: oltre ai musicisti già citati, ci sono Gianluca Nanni alla batteria, Luisa Cottifogli alla voce e come ospite Simone Zanchini alla fisarmonica.

La stagione dello Zingarò Jazz Club prosegue, mercoledì 4 aprile 2018, con il concerto del Giacomo Toni Trio, formato dal cantante e musicista Giacomo Toni insieme a Roberto Villa al contrabbasso e a Marco Frattini alla batteria.

Lo Zingarò Jazz Club è a Faenza in Via Campidori, 11.