La Musica senza tempo di Frank Zappa

Frank Zappa

Capita spesso, quando si va ai concerti, di imbattersi in un pubblico poco preparato, di bocca buona, che magari per divertirsi non vede l’ora di accompagnare la musica con il battito delle mani, sovvertendo ogni logica metrica.

Completamente diverso, invece, il clima che si è registrato all’Auditorium Parco della Musica di Roma la sera del 10 ottobre: un pubblico competente, assolutamente consapevole di ciò che accadeva sul palco e talmente entusiasta da richiedere e ottenere ben cinque bis.

In effetti “RomaEuropa Festival” ci ha regalato una serata memorabile, portando in scena una musica straordinaria come quella di Frank Zappa, eseguita da una band  straordinaria quale l’“Ensemble Giorgio Bernasconi dell’Accademia Teatro alla Scala”, specializzata nel repertorio del XX secolo e diretta nell’occasione da Peter Rundell. E credo bastino queste poche righe per rendersi conto di ciò che abbiamo ascoltato.

Frank Zappa è uno di quei pochissimi musicisti senza tempo nel senso che la sua musica la si può collocare nel secolo scorso o in quello che verrà e il risultato sarà sempre lo stesso, vale a dire un’espressione artistica scollegata da qualsiasi parametro temporale, che conserva intatta tutta la sua valenza. Quelle linee sghembe che non ti aspetti, quei continui cambiamenti di ritmo, quel mescolare input provenienti dai generi più diversi (dal rock al blues, dal jazz al progressive, dall’avanguardia al cabaret) sono solo alcuni degli elementi che hanno reso la produzione zappiana assolutamente unica tanto da far dire a Pierre Boulez che Zappa «Era una figura eccezionale perché apparteneva a due mondi: quello della musica pop e quello della musica classica».

Una musica, quindi, difficile da comprendere appieno e proprio per questo difficile da eseguire. Probabilmente per questo motivo la musica di Zappa non viene eseguita molto spesso; nella realtà italiana bisogna, perciò, dare atto a Riccardo Fassi di aver sempre tenuto in grandissima considerazione la musica di Zappa proponendola in diverse occasioni sia in concerto sia in cd, occasioni in cui Fassi ha sempre posto in evidenza le diverse componenti che animano l’arte zappiana.

Componenti che vengono esaltate nella pagina più celebre e celebrata del compositore di origine siciliana, nonché chitarrista tra i migliori al mondo, “The Yellow Shark”, su cui si è incentrato il concerto dell’Auditorium.

Peter Rundel

Erano gli anni tra il 1991 e il 1993 quando l’orchestra tedesca Ensemble Moderne, diretta dallo stesso Zappa e da Peter Rundel, eseguiva musiche di Zappa a Francoforte, Berlino e Vienna; queste performance vennero registrate dal vivo e pubblicate nel 1993 con il titolo “The Yellow Shark”. Nasceva così l’ultimo album dell’artista, considerato uno dei suoi massimi capolavori in quanto porta ai più alti livelli quella sintesi, cui prima si faceva riferimento, tra i diversi generi in un equilibrio perfetto tra scrittura e improvvisazione. L’album raccoglie una ventina di pezzi, ognuno con una propria storia: quelli scritti apposta per il progetto (1993), inediti (la melodia di Pound for Brown risale agli anni ‘50), quelli tolti da altre destinazioni (come Outrage at Valdez), e le ‘canzoni’ divenute celebri (Uncle Meat, 1969; Roxy & Elsewhere, 1974; Jazz from Hell, 1986).

Ebbene, dopo ben 25 anni, Peter Rundel è tornato a dirigere per la prima volta queste partiture, cercando di rispettare al massimo gli originari intenti del compositore; così – spiega lo stesso Rundel – “ricordo la cura con cui Frank Zappa mise insieme e in ordine i brani dell’album. Persino le transizioni tra un pezzo e l’altro avevano senso e uno scopo e noi, durante la produzione di questo concerto, abbiamo cercato di rispettarne e ripeterne l’ordine”. Di qui la costruzione di un unico grande pezzo diviso in sezioni, al cui interno abbiamo avuto modo di apprezzare sia la maturità dei tanti giovani che costituiscono l’Ensemble Giorgio Bernasconi, sia le capacità di Rundel di mantenere un perfetto equilibrio orchestrale. Al riguardo, non so se molti hanno notato la particolare disposizione dei musicisti sul palco: in ciò nulla è stato lasciato al caso dal momento che Zappa era assolutamente maniacale nel disporre i suoi musicisti in modo da ottenere quella presa di suono che egli riteneva assolutamente indispensabile.

Fatica tutt’altro che inutile: perfetto, anche nel concerto romano, il suono da big band prodotto dall’orchestra nel suo insieme, così come perfetto il suono prodotto dalle piccole sezioni che man mano si andavano alternando, come i quintetti d’archi o di fiati o i duo al pianoforte a creare un’atmosfera da camera. E assolutamente trascinante il sound più orientato verso il rock che caratterizzava alcuni dei pezzi più famosi come “Dog Breath” e “Uncle Meat” che hanno letteralmente entusiasmato il pubblico. Né sono mancati momenti in cui la musica si è fatta più introspettiva, triste: è il caso di “Outrage at Valdez” scritta in occasione del disastro ecologico causato dal naufragio della petroliera Exxon Valdez il 23 marzo del 1989.

Insomma uno dei più bei concerti cui mi sia capitato di assistere negli ultimi mesi.

Gerlando Gatto

Stefano Maltese: l’avanguardia è spontaneità

Siciliano di Palermo ma siracusano d’adozione, classe 1955, pittore, compositore, arrangiatore polistrumentista – saxofoni, clarinetti, flauti, pianoforte, chitarra, basso, mandolino, percussioni – Stefano Maltese è oramai da anni artista di punta della scena jazzistica non solo italiana. Giovanissimo inizia l’attività artistica nel campo delle arti visive, esponendo già dal 1969. La pittura lo tiene impegnato fino al 1977, quando decide di dedicarsi esclusivamente alla musica sviluppando strutture compositive in cui scrittura e improvvisazione si bilanciano sì da creare un mix di grande originalità. Parallelamente sviluppa come strumentista un linguaggio assolutamente personale che mette al servizio delle molte formazioni da lui create: dal quartetto di sassofoni al duo, dal trio al quartetto, all’orchestra, cui si affiancano numerose solo performance. E proseguire elencando i moltissimi successi ottenuti da Stefano sarebbe davvero inutile in questa sede: basti dire che la sua fama va ben oltre i confini nazionali e che suoi estimatori sono e sono stati artisti di assoluto livello quali, tanto per fare solo qualche nome, Marilyn Crispell, Steve Lacy, John Tchicai.

L’ho incontrato in occasione della recente visita in Sicilia per la presentazione del mio volume “L’altra metà del jazz”.

-In Sicilia ci sono tanti eccellenti musicisti jazz; come te lo spieghi?

“Credo che una certa formazione antropologica del siciliano gli consenta di interessarsi ad una musica sicuramente di derivazione afro-americana.  Forse sarà banale ma le nostre radici che sono di varie provenienze, ricordando le varie invasioni e le tante “visite” di svariate popolazioni che abbiamo avuto nei secoli scorsi, probabilmente ci danno la possibilità di avvicinarsi a questa musica con una certa disinvoltura. Credo poi che il lavoro di alcuni di noi che hanno iniziato negli anni ‘70 può aver influito nel coinvolgere più giovani in questa espressione musicale. Sicuramente posso testimoniare, per quanto mi riguarda, che molti giovani, provenienti dalle più svariate esperienze, dalla musica classica, dalla musica da banda… e così via non hanno avuto difficoltà ad inserirsi soprattutto in quel tipo di jazz che erroneamente viene definito d’avanguardia”.

-In che senso erroneamente?

“Perché vorrei dare un certo valore alle parole. ‘Avanguardia’ mi dà l’idea di qualche drappello, di un manipolo di soldati che si lanciano oltre le linee per essere decimati dal nemico e così poter fare avanzare le retrovie… qualcosa di chiuso in una stanza dove si fa ricerca. Invece per quanto mi riguarda è sempre stata una musica del tutto spontanea e molti dei musicisti che fanno questo tipo di musica e che conosco provenire da varie parti del mondo lo fanno con estrema naturalezza, non si sono messi lì a sbattere la testa sul muro e a chiedersi ‘adesso cosa facciamo?”.

-La cosa sorprendente nella realtà siciliana è che nonostante esistano sostanziali differenze tra la parte orientale e quella occidentale dell’Isola, questa abbondanza di musicisti la trovi ovunque…

“E’ vero così come è vero che esistono quelle differenze cui tu accenni. Io credo che determinante sia il lavoro svolto o dai musicisti nelle varie zone geografiche della Sicilia o da associazioni quali il Brass Group a Palermo che per anni è stato molto presente anche a Catania e quindi ha contribuito a formare in queste due città musicisti in modo un po’ più tradizionale. Insomma, giusto per capirci, non ho nulla contro la tradizione, anzi tutto il contrario, ritengo solamente che ogni musicista dovrebbe esprimersi intanto nel modo a lui più congeniale; poi credo anche che bisognerebbe cercare di cogliere quel che gira intorno a noi e stare al passo con i tempi. Se un musicista oggi si trova a proprio agio suonando hard-bop io non ci trovo alcunché di strano. Nelle città dove non ci sono state istituzioni di un certo genere, dove c’è stata una certa maggior libertà di pensiero è successo che si sono formati musicisti maggiormente portati ad una musica più contemporanea, più attuale: è quello che è successo nella provincia di Siracusa fino a Lentini, in alcune parti dell’agrigentino… insomma nei posti meno frequentati dal mainstream”.

-Tu appartieni ad una folta schiera di musicisti che, ad onta di una notorietà non solo nazionale ma anche internazionale acquisita sul campo, hanno deciso di rimanere in Sicilia. Come mai?

“Probabilmente è qualcosa di più forte di noi che ci ha legati a questa terra perché io stesso devo ammettere che più volte ho tentato vivere fuori dalla Sicilia, mi  sono trasferito diverse volte… mi ha anche fatto bene stare in ambienti diversi… chessò negli anni ‘70 , all’inizio degli anni ’80 vivevo a Roma, ho provato anche con Milano ai tempi in cui c’erano più scambi fra musicisti ed era possibile suonare nei club non pub come adesso e  c’è una bella differenza come tu sai benissimo; questo avveniva anche in Inghilterra, ho provato anche a Parigi su consiglio di Steve Lacy che mi diceva sempre ‘tu devi stare a Parigi non a Londra, Parigi è il posto giusto’;  sai, lui viveva lì, ma Steve Lacy era un caso a parte, lui poteva vivere in ogni parte del mondo. In ogni caso ricordo che ogniqualvolta andavo via da qui, e partivo non vedendo l’ora di lasciarmi dietro le spalle questa terra piena di contraddizioni, poi quando ero fuori non vedevo l’ora di tornare perché mi mancava tutto quello che c’è qui”.

-In questo tipo di scelte quanto hanno contato gli affetti?

“All’inizio niente perché essendo molto giovane non tenevo in considerazione nulla, come purtroppo fanno tutti i giovani, si pensa solo a fare ciò che si vuol fare. Io volevo suonare, qui non era possibile e allora era meglio andare fuori. Poi gli affetti sono vari nel senso che per me c’è l’affetto anche per il luogo dove vivo, per le strade che percorrevo di notte ad Ortigia, per esempio, fra l’altro in compagni di artisti di una generazione precedente la mia: per mia grande fortuna, passeggiavo con pittori, poeti, scultori, galleristi… sembra strano ma la Sicilia era così negli anni ’70”.

-Tu hai iniziato come pittore; è un’attività che hai completamente abbandonato o qualche volta ti capita di riprendere in mano i pennelli?

“E’ vero, ho iniziato come pittore giovanissimo, ho anche raggiunto un certo successo fin troppo presto e ho abbandonato proprio perché essendo troppo giovane e idealista non volevo stare in certi ambienti in cui bisognava per forza stare al servizio dei grandi mercanti d’arte. Così ho mollato, ho smesso di dipingere o comunque di occuparmi di arti visive per tanti anni ma poi ho ricominciato e devo ammettere che da diversi anni mi chiedono di mettermi ad esporre con delle personali e in passato qualche critico d’arte abbastanza conosciuto anche in ambienti internazionali mi ha spinto molto in questo senso. Credo comunque che tornerò ad esporre perché di lavori ne ho abbastanza”.

 -Il jazz è nato come musica di protesta; in questo momento nel mondo e quindi anche nel nostro Paese viviamo un momento particolarmente delicato. A tuo avviso quale dovrebbe essere, nell’attuale contesto, il ruolo del musicista, e nello specifico del musicista jazz?

“Io non sono mai riuscito a prendere posizioni politiche con la musica; per intenderci non ho mai titolato un disco in un modo che potesse richiamare qualcosa di politico. C’è chi l’ha fatto, in buona fede, in mala fede non lo so… ti ricorderai cosa andava di moda in un certo periodo…”

-E come no. Bastava presentarsi sul palco col pugno chiuso e l’applauso scattava automaticamente senza alcun riferimento al lato artistico della performance…

“Esatto! Fra l’altro negli anni ’70 ho suonato in un gruppo di musica etnica ed in effetti qualcuno del gruppo, essendo del partito comunista di allora, aveva un certo seguito e quindi ‘hasta siempre’, ‘hasta la victoria’ e il successo era assicurato. Io ho preferito sempre esprimermi in un’altra maniera. Io credo che la musica, la bellezza in genere, quindi non solo il musicista di jazz ma ogni musicista o artista che riesca ad esprimere delle opere d’arte che possano fa riflettere, coinvolgere, al di là di qualsivoglia titolo possiamo dare a queste opere, ha già fatto un percorso. Poi io credo particolarmente nella musica, nella forza della musica – è qualcosa che sostengo da molti anni –; nei miei concerti non c’è soluzione di continuità tra i vari brani, perché voglio esplorare una certa dimensione che è al di fuori di quella che conosciamo, una dimensione che viene conosciuta in certe popolazioni tribali in cui con la trance si riesce a guarire, si riesce a dimenticare tutto quello che esiste. Ed in realtà, durante un concerto, se la musica è molto coinvolgente, i musicisti per primi, non dovendo girare foglietti per capire dove si è arrivati, ma eseguendo musica a memoria riescono ad entrare in questa dimensione e riescono ad interagire con il pubblico trasmettendo la forza di questa musica. Così succede che in questo teatro dove ci sono questi musicisti sul palco, si crea tra artisti e pubblico un flusso tale per cui è come se ci fosse una sorta di bolla e così la realtà del momento non esiste più. Questa è un’esperienza che succede non solo con il jazz di un certo tipo, ma anche con la musica contemporanea, con la musica classica di un certo tipo… e se ci riflettiamo questa è un’esperienza collettiva di abbandono della realtà. In quel momento non ci ricordiamo alcunché di ciò che esiste nella realtà vera. Ecco: questo è uno dei miei obbiettivi. Quindi, tornando alla tua domanda, da un punto di vista politico credo che portare le persone ad avere consapevolezza e riuscire a comprendere ciò che può lasciarci un segno nell’anima sia un passo molto forte da fare, un’esperienza da vivere…quasi un dovere, oserei dire, per un musicista, un compositore che opera in questa società. Quanto alla situazione politica che viviamo, io prendo delle posizioni che vanno al di là della musica: lo dico da decenni e quindi te lo ripeto senza difficoltà alcuna, penso che il nostro Paese, così come tanti altri Paesi, siano rovinati dal potere economico che va ben oltre il capitalismo. Il capitalismo è ancora qualcosa di accettabile rispetto a quanto ci sta accadendo. E non è certo solo quest’ultimo governo ad aver creato una tale situazione: la cultura è il primo obbiettivo dei nostri governanti, ma nel senso che vogliono cancellarla”.

-Ti do perfettamente ragione; ma c’è un elemento di disturbo in quello che tu dici. Quanto da te auspicato con riferimento agli artisti, nel campo musicale avviene molto, molto raramente.

“E’ perfettamente vero. Molti, troppi musicisti oramai da tanto tempo tendono sempre più– e forse esclusivamente- ad ottenere consenso. Scrivono i pezzi, congegnano le scalette pensando ad ottenere l’applauso del pubblico o per vendere quelle dieci, venti copie del disco in più secondo me mortificando la propria creatività. Tra l’altro mi è capitato di avere musicisti nelle mie orchestre, nei miei gruppi, con grande talento che però hanno preferito seguire la strada del successo ovviamente cambiando il modo di suonare.  Intendiamoci: il denaro non fa schifo a nessuno, nessuno lo disprezza; io voglio guadagnare, voglio guadagnare bene… tu sai benissimo che negli anni ’80 io e Giorgio Gaslini ci siamo battuti perché i musicisti avessero dei compensi proporzionati alla loro caratura artistica”.

-Cosa che però è caduta nel vuoto…

“Più assoluto. Dopo una decina d’anni credo che la situazione sia addirittura peggiorata. Dai tempi in cui la mia manager mi mandava all’aeroporto la Mercedes con autista ad adesso c’è un abisso totale. Adesso i musicisti quasi pagano…”

-No quasi. Io conosco delle situazioni a Roma per cui se un concerto non raggiunge un certo numero di spettatori tale da coprire le spese – vere o presunte –  che il club sostiene per l’apertura del locale, la differenza deve essere coperta dal musicista…

“E’ tremendo. Non so, però, quale sia il livello dei musicisti che accettano tutto ciò”.

-Anche musicisti di calibro medio-alto, ti assicuro…pur di suonare…

“Francamente continuo a non capire. Con Antonio Moncada, un vero poeta delle percussioni, abbiamo deciso negli anni passati di organizzare anche dei concerti a invito: non voglio neanche un centesimo se voglio far sentire una cosa mia. Inoltre ti segnalo che Antonio ha organizzato anche dei concerti ad abbonamento: chi è veramente interessato si fa una piccola stagione e viene ad ascoltare i concerti. Ma decidiamo noi di non essere pagati e ovviamente la situazione è completamente diversa. Ma se io vado in un festival voglio essere pagato per quello che merito, per quello che merita la mia carriera. Invece vengo a sapere che ci sono delle rassegne in cui i musicisti vanno gratuitamente, viaggio compreso, si accontentano dell’alloggio e vitto. Questo per me è assolutamente inaccettabile”.

-Circa quel discorso stilistico che si faceva prima, quale credi possa essere la responsabilità delle scuole di musica?

“Sì, credo che le scuole di musica abbiano una grossa responsabilità. Ci sarà pure un motivo per cui oggi tutti suonano alla stessa maniera e prima no. Per quanto concerne i musicisti della mia generazione nessuno suonava uguale all’altro…Eugenio Colombo, Roberto Ottaviano…quelli di prima come Trovesi, Enrico Rava ognuno ha un proprio stile ben identificabile, nessuno suona come un altro. Abbiamo passato il tempo sugli strumenti, non dietro le scuole, e consumato centinaia di LP per capire come suonare certe cose. Quindi, sì le scuole hanno una pesante responsabilità ma potrebbero ancora fare un buon lavoro lasciando maggiore libertà agli insegnanti, non dettando un programma che è più o meno uniforme per tutta l’Italia. E poi organizzare più seminari con musicisti che però abbiano qualcosa da dire. Ed è inutile che ancora si parli di progressioni – secondo, quinto, primo – queste cose si imparano alla scuola elementare, le sappiamo tutti. E l’espressività? Il suonare lo strumento in un altro modo? Tutto ciò non si insegna ma si può imparare”.

-Come

“Stando gomito a gomito con i musicisti più bravi, più esperti che, ripeto, abbiano qualcosa da dire”.

-Poco fa mi dicevi che quando suoni in concerto preferisci presentare i brani senza soluzione di continuità, in una sorta, quindi, di suite. Ecco tutto ciò presuppone qualche prova o andate sul palco a improvvisare totalmente secondo quanto vi detta la sensibilità del momento?

“Io lavoro su tre fronti diversi. Primo: il livello orchestrale; io compongo, dirigo l’orchestra e all’interno delle composizioni introduco delle ‘conduction’ – oggi si chiamano così ma io e i musicisti della mia generazione queste cose le facciamo dagli anni ’70…- insomma all’interno dei pezzi cerchiamo di stravolgere le cose e ci facciamo capire tramite segni. Il secondo fronte è quello della musica totalmente improvvisata ma è una pratica che frequento solo con musicisti che conosco molto bene e con cui so di poter trovare un’intesa in ogni momento; per esempio la settimana scorsa ho registrato un disco in duo con Alex Maguire totalmente improvvisato e l’anno scorso ho realizzato un box di quattro CD con Antonio Moncada di musica improvvisata,  nel passato con Marilyn Crispell, Evan Parker etc… Infine, con i gruppi più piccoli, trii o quartetti – specialmente il Sonic Mirror quartet, con Roberta Maci sax soprano, alto e tenore, flauto, Alessandro Nobile contrabbasso e Antonio Moncada batteria e percussioni – studiamo le mie composizioni, suoniamo senza spartiti e quasi sempre non dico neanche la scaletta, cioè saliamo sul palco, io comincio a suonare, si capisce a quale pezzo mi sto riferendo e lo suoniamo come va suonato in quel preciso momento, con quello che sentiamo in quel momento; dopo di che si passa ad un  altro pezzo ma non è previsto come”.

-Come avviene il tuto processo creativo?

“Se ci fosse Antonio Moncada accennerebbe un sorriso perché spesso finisco di scrivere i pezzi quando siamo già in studio di registrazione… nel senso che quando so che mi servono dei pezzi, mi seggo e li scrivo, non aspetto l’ispirazione. Però ho sempre con me un quadernetto di musica perché nelle pause scrivo sempre musica”.

-Tocchiamo un altro tasto dolente: le case discografiche. Oramai i musicisti, nel jazz, se si escludono quattro o cinque nomi, tutti gli altri per fare i dischi pagano…così come per pubblicare un libro si paga. Scusami se colgo l’occasione ma vorrei ringraziare ancora una volta il mio editore, la Kappa Vu di Udine, con cui per pubblicare due volumi non ho dovuto sborsare un euro…anzi sono stato retribuito.

“E’ una cosa allucinante. Io sono stato molto fortunato in quanto nel corso della mia carriera ho sempre avuto dei produttori che hanno creduto in me quindi i dischi mi sono stati prodotti e sembrerà strano sentirlo adesso ma i produttori pagavano lo studio di registrazione, il fotografo, chi scriveva le note di copertina e mi davano un acconto sugli utili. Quindi prima che entrassimo in studio avevo già in tasca somme più o meno considerevoli e poi si andava a registrare. Ripeto: non sono venale, ma è il lavoro, il mestiere… se di mestiere si può parlare trattandosi di musica. Come sai ho inciso per diverse case tra cui la Splasc(H), la BlackSaint, la LeoRecords… e anche quest’ultima mi ha prodotto gli album. Adesso le cose sono cambiate e la responsabilità è anche degli americani. Ho saputo da alcuni produttori che negli anni ’90 i musicisti americani hanno cominciato a dare alle case discografiche i master già pronti e allora anche qui si è cominciato a dire ‘ma perché se i mitici americani danno i master già pronti, voi no?’ e la situazione ha cominciato a degenerare. Fatto sta che io, ad un certo punto, per la precisione nel 2006 – dopo tanti anni che ci pensavo – sono giunto alla determinazione di costituire una mia etichetta discografica che si chiama ‘Labirinti sonori’ come il nostro festival proprio perché non voglio più avere a che fare con le etichette discografiche. In linea di massima sono sempre stato trattato bene ma alle volte mi è capitato di incidere qualcosa e di vederla pubblicata dopo due, tre anni cosa assolutamente inaccettabile…. Una volta ci son voluti addirittura dieci anni…quindi diventa un archivio non più una testimonianza di attualità. Con questa nuova etichetta non ci limitiamo a pubblicare i miei dischi… abbiamo pubblicato album di Steve Lacy, di Keith Tippett, John Tchicai… e così via e devo dire che nel corso degli anni mi son trovato anche a non voler pubblicare molti master. Non voglio offendere alcuno ma non capisco perché anche musicisti che mi conoscevano bene mi mandavano master con musica lontana mille miglia da ciò che io amo. Così mi proponevano jazz-rock anni ’70 pur suonato egregiamente o musica brasiliana che non è in cima ai miei pensieri..oppure il cosiddetto mainstream. Lo ripeto: tutta musica rispettabilissima ma che non ha alcuna attinenza con il nostro catalogo”.

-Tu hai collaborato con tantissimi artisti di livello assoluto. Qual è il musicista che ti è rimasto particolarmente nel cuore?

“Tra quanti mi hanno particolarmente colpito c’è Marilyn Crispell con la quale abbiamo inciso due dischi in due pomeriggi consecutivi con la solita modalità di suonare i pezzi uno dopo l’altro senza interruzione e improvvisando dal principio alla fine – uno si chiama ‘Red’ e l’altro ‘Blue’ per la Black Saint- e abbiamo scritto ‘instant compositions’ perché in effetti c’è anche una architettura, cui tengo sempre;  il suo modo di suonare è straordinario: nella mia vita mai ho visto un musicista suonare con tale intensità e tanta spiritualità. Keith Tippett è un altro con cui ho fatto tante cose e anche con lui c’è uno scambio fortissimo. Un’altra emozione fortissima è stata quando sono stato gomito a gomito suonando con John Tchicai, soprattutto quando abbiamo registrato in duo (“Men From Windy Land” Labirinti Sonori 2015 n.d.r.) piuttosto che in orchestra; ecco accanto a lui sentivi il respiro della grande musica, sentivi che lui aveva suonato con Coltrane, con Roswell Rudd… insomma con tanti di quegli artisti che hanno fatto la nostra musica, che l’hanno sviluppata portandola sempre più avanti”.

-Guardandoti indietro c’è qualcosa che non rifaresti e qualcosa che, viceversa, rifaresti?

“A livello discografico rifarei assolutamente tutto in quanto, anche se nella registrazione di qualche disco c’è stato un qualche problema, comunque superato, ogni album è la testimonianza di ciò che ero in un determinato momento storico…per cui, mi ripeto, rifarei assolutamente tutto. Per tutti i primi anni della mia carriera discografica mi sono concentrato soprattutto sull’aspetto compositivo tralasciando il momento improvvisativo che frequentavo prevalentemente durante i concerti e soprattutto non ho registrato alcun disco con il mio quartetto di sassofoni che nacque nel ’77 e quindi non c’è alcuna traccia se non in alcune registrazioni amatoriali. Ecco, se potessi tornare indietro non commetterei questi che ora considero errori”.

-Tu insegni?

L’ho fatto ma adesso non più. Mi piace molto condurre i seminari, questo sì.

-Quindi tu sei uno dei pochissimi musicisti jazz che vive solo di musica?

“Fino a qualche anno fa sì, Ma da quando è nato mio figlio, l’amato Leonardo, sono cambiato. Forse ti sembrerà strano ma ho molto diradato l’attività concertistica perché non volevo allontanarmi da lui… per lo stesso motivo ho rifiutato molti ingaggi all’estero e mi sono dedicato più all’attività di produzione ma adesso che è più grande sto riprendendo appieno l’attività di musicista”.

E sulla mia considerazione di quale effetto possa avere un figlio sulla tua vita, si chiude questa lunga e a tratti toccante conversazione.

Gerlando Gatto

Cettina Donato in concerto a Stoccolma

Non si ferma la carriera internazionale della pianista, compositrice e direttore d’orchestra Cettina Donato: domenica 14 ottobre sarà in concerto al S:ta Clara di Stoccolma per un live in piano solo nell’ambito dello Stockholm Jazz Festival.
Artista internazionale, dalla carriera parallela tra Europa e Stati Uniti, tra mondo classico e tradizione jazzistica, Cettina Donato si è sempre distinta per la grande raffinatezza e versatilità nell’affrontare e fondere tra loro i diversi generi, ottenendo grande consenso dalla stampa di settore sia per i suoi lavori discografici che per la sua attività concertistica.
“Il mio percorso nell’ambito classico si fonde con i miei studi e con il mio amore per la tradizione jazzistica: questa unione è evidente sia nel mio modo di suonare sia nella musica che scrivo.
Nei miei brani vi è ampio spazio sia alla cantabilità, all’aspetto lirico, che ai tratti distintivi del jazz, come i riff della mano sinistra. Del jazz colgo anche la disciplina che, per alcuni versi, trovo anche più restrittiva di quella della musica classica. Un mio grande Maestro, Salvatore Bonafede, affermava: “Il jazz è libero, ma è una libertà vigilata.”
Prima donna italiana a dirigere orchestre sinfoniche con un repertorio jazz da lei arrangiato, sia standard che originale, è stata votata tra i migliori arrangiatori italiani al JAZZIT AWARD; in Italia ha collaborato come direttore, compositrice e arrangiatrice con varie orchestre tra cui l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, l’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, la New Talents Jazz Orchestra di Roma, l’Orchestra Giovanile “Città di Molfetta”, la Late Night Jazz Orchestra di Los Angeles.
Sempre in Italia si è diplomata in pianoforte classico mentre a Boston in Jazz Composition presso il prestigioso Berklee College of Music, dove è stata nominata “Best Jazz Revelation Composer and Performer” e ha ricevuto l’ambito Carla Bley Award for “Best Jazz Composer of Berklee College of Music”. Proprio a Boston ha fondato un’orchestra a suo nome, la “Cettina Donato Orchestra” composta da musicisti provenienti dai cinque continenti, con cui ha inciso un album per l’etichetta Jazzy Records, insieme a un quartetto d’archi.
Ha ricoperto il ruolo di International President del Women In Jazz del South Florida, associazione volta alla promozione di musiciste e compositrici di tutto il mondo, ed è attualmente membro del The Worldwide Association of Female Professional che ha sede a New York.

Negli anni ha suonato con alcuni tra i didatti-jazzisti più importanti, tra cui Eliot Zigmund, Stefano Di Battista, Fabrizio Bosso, Salvatore Bonafede, Ray Santisi, Laszlo Gardony, Joanne Brackeen, Greg Hopkins, Jackson Schultz, Ken Pullig, Dick Lowell, David Santoro, Adam Nussbaum, Hal Galper, Billy Harper, Ron Savage, Scott Free, Dario Deidda, Roberto Gatto, Ken Cervenka, Bob Pilkington, Marcello Pellitteri, Marco Panascia, Orazio Maugeri, Dado Moroni, Bob Mintzer, Garrison Fewell.
“Nella mi musica si trovano tutte le mie esperienze, i miei luoghi e i miei vissuti. Alcuni spettatori mi dicono che dopo un mio concerto continuano a canticchiare mentalmente le mie melodie, altri che suono il piano come se fossi uno strumento a fiato: respiro, lascio dei vuoti per poi ricominciare a “parlare”.
Laureata in Psicologia Sociale con due Master sulla didattica speciale, dedicata a soggetti che presentano diversità di apprendimento, sta portando avanti da anni il sogno della creazione di una residenza per ragazzi autistici in provincia di Messina, chiamata “VillagGioVanna”, anche grazie all’aiuto del noto attore e regista Ninni Bruschetta che ha aderito alla campagna di promozione come testimonial e con cui ha stretto da anni un sodalizio artistico attraverso diversi spettacoli teatrali.
Attivo è anche l’impegno sul fronte della didattica musicale, con cattedre in diversi Conservatori italiani, tra cui quello di Messina, Livorno e Alessandria.
“Per me l’insegnamento è meraviglioso, trasferire le mie conoscenze e il mio percorso artistico è una fonte di grande soddisfazione. Ogni settimana percorro moltissimi km per poterlo fare. La musica ha un fortissimo potere pedagogico, e riesce persino a sbloccare alcuni meccanismi o limiti della personalità. Se si insegna in maniera attiva, la didattica è una grandissima occasione di arricchimento: osservando il processo di apprendimento e le personalità degli studenti, un insegnante può imparare moltissimo.
Non so se questa mia predisposizione sia innata o derivi dagli studi per la Laurea in Psicologia Sociale.”

INFO
www.cettinadonato.com email: info@cettinadonato.com
Ufficio Stampa Cettina Donato: Fiorenza Gherardi De Candei Tel. 328.1743236 E-mail fiorenzagherardi@gmail.com

Forlì Open Music – FOM III edizione Note al Presente – 13 e 14 ottobre 2018 Chiesa San Giacomo Piazza Guido da Montefeltro – Forlì

Nuove date per il Forlì Open Music – FOM, la due giorni di grandi concerti dal respiro internazionale, in programma quest’anno il 13 e 14 ottobre 2018, presso la suggestiva Chiesa San Giacomo a Forlì. Una rassegna unica nel suo genere grazie alla diversità dei linguaggi musicali proposti, in cui la musica della tradizione storica viene a intrecciarsi con quella del presente, in un’azione progettuale dalla forte connotazione divulgativa.

Dopo il successo delle passate edizioni che hanno visto sul palco artisti del calibro di Evan Parker (2015), Fire! Orchestra (2016) e Rob Mazurek (2017), il terzo Forlì Open Music presenterà un cartellone composto da sette proposte di assoluto livello artistico con prestigiosi nomi della musica internazionale, tutto come sempre a ingresso gratuito: dallo straordinario duo formato da Enrico Pace e Igor Roma (data unica in Italia) al grande Irvine Arditti (in esclusiva); dal mitico trio dei DKV (data unica in Italia) al meraviglioso duo composto da  Yannis Kyriakides & Andy Moor (in esclusiva); fino ai leggendari The Necks (data unica in Italia) e alla chiusura con Open Border, un progetto  appositamente commissionato in prima mondiale e in esclusiva, che vedrà sul palco due esponenti tra i più rilevanti della musica contemporanea, Gianni Trovalusci e Luigi Ceccarelli e due dei più noti esponenti della musica jazz attuale, Hamid Drake e Ken Vandermark. Completa il cartellone l’Open Day delle scuole musicali di Forlì.

Filo conduttore di questa terza edizione il tema del presente, inteso, nel linguaggio musicale, sia come “qui e ora” con tutte le varie declinazioni della composizione istantanea, sia come espressione del vivere oggi, attraverso opere scritte nel XX e XXI secolo, immerse nel contesto contemporaneo per essenza o tematiche. Un percorso che intende metter in contatto chi ascolta con idee sonore, visioni innovatrici sorprendenti, condizioni musicali del presente mai comuni e stereotipate.

La terza edizione di Forlì Open Music è organizzata dal Comune di Forlì in collaborazione con i Musei di San Domenico, l’associazione culturale Area Sismica e Elisabetta Righini.

Di seguito il programma della due giorni nel dettaglio. Il Forlì Open Music si aprirà con il concerto a due pianoforti di Enrico Pace e Igor Roma, due fuoriclasse di rilievo internazionale, raramente presenti con concerti in Italia, e con un repertorio sorprendente, di raro ascolto, che spazia da Claude Debussy a Gustav Holst.

Enrico Pace è vincitore del primo premio al concorso pianistico internazionale Franz Liszt di Urtecht, svolge carriera solistica con alcune delle più prestigiose orchestre del mondo, come la Royal Orchestra del Concertgebow, la BBC Philarmonic Orchestra, l’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia, la MDR Sinfonieorchester di Lipsia, la Camerata Salzburg, l’Orchestra Filarmonica di Varsavia. La sua registrazione per la Decca delle Sonate di Beethoven per violino e pianoforte, insieme a Leonida Kavakos, ha ricevuto il Premio Abbiati della critica italiana. Igor Roma, anch’egli vincitore del primo premio al concorso Liszt di Utrecht, svolge attività concertistica in tutto il mondo. Ha collaborato con prestigiose orchestre internazionali quali la Filarmonica di Rotterdam, la Filarmonica Olandese, la Amsterdam Sinfonietta, la Filarmonica di Arnhem, la Franz Liszt Chamber Orchestra, l’Orchestra Sinfonica di Bilbao, l’Orchestra Nazionale di Madrid, l’Orchestra Sinfonica di Stavanger, l’Orchestra Sinfonica Nazionale Irlandese, l’Orchestra Filarmonica Nazionale Ungherese, la Sinfonica “Giuseppe Verdi” di Milano, la New World Symphony Orchestra di Miami Beach e l’Orchestra Filarmonica di Hong Kong.

A seguire salirà sul palco Irvine Arditti, universalmente riconosciuto come il più grande interprete vivente di musica contemporanea. Centinaia di composizioni per quartetto d’archi e per musica da camera sono state scritte per lui e per l’ensemble da lui creato, l’altrettanto famoso Arditti Quartet.  Molte di queste opere hanno lasciato un segno nel repertorio del ventesimo secolo e hanno dato a Irvine Arditti un posto fisso nella storia della musica. Le prime mondiali di compositori come Ades, Andriessen, Aperghis, Birtwistle, Britten, Cage, Carter, Denisov, Dufourt, Dusapin, Fedele, Ferneyhough, Francesconi, Gubaidulina, Guerrero, Harvey, Hosokawa, Kagel, Kurtag, Lachenmann, Ligeti, Maderna, Manoury, Nancarrow, Reynolds, Rihm, Scelsi, Sciarrino, Stockhausen, Xenakis e moltissimi altri, valgono più di qualsiasi descrizione della vastità ed ecletticità del repertorio di Arditti. Sterminata la discografia, che include attualmente più di 200 CD. L’archivio completo delle sue opere è ospitato dalla Fondazione Sacher di Basilea, in Svizzera.

La prima sera si chiuderà con i DKV, una delle formazioni più famose ed eccitanti, composta da vere e proprie leggende del jazz attuale: Ken Vandermark, Hamid Drake e Kent Kessler, che, singolarmente, hanno ridisegnato le traiettorie della musica attuale e che assieme hanno dato una aurea mitologica a questo trio. Vandermark, vincitore del prestigioso MacArthur prize, è un gigante del sassofono ed è stato definito dalla critica statunitense “essenziale per chiunque sia interessato alla continua evoluzione della musica creativa”. Drake è una superstar della percussione jazz, avendo suonato con musicisti del calibro di Herbie Hancock, Wayne Shorter, Archie Shepp, Pharoah Sanders, Malachi Thompson, David Murray, Bill Laswell, Misha Mengelberg, Peter Brotzmann, William Parker e tantissimi altri.

Il giorno successivo vi sarà la bellissima esperienza dell’Open Day delle scuole musicali di Forlì, un progetto che coinvolge e fonde in formazioni diverse gli studenti dell’Istituto Masini e del Liceo Musicale Statale.

La ricerca di incroci non convenzionali non poteva non portare sul palco del FOM l’incredibile duo Kyriakides & Moor, composto dal sempre avventuroso Andy Moor, noto sia per far parte dei The Ex, Dog Faced Hermanns o Kletka Redsia e per le sue innumerevoli incursioni in spazi sempre nuovi come i recenti Lean Left; e da Yannis Kyriakides, compositore definito come “fondamentale della nostra epoca”, non solo nell’ambito della classica contemporanea, ma anche in quello delle arti visive e come esploratore di combinazioni di pratiche tradizionali con i media digitali. Sono accomunati anche da un’urgenza espressiva che li ha portati a essere molto prolifici, seppur su traiettorie diverse tra loro, con migliaia di concerti e innumerevoli collaborazioni per Moor e oltre novanta composizioni per Kyriakides, che è anche direttore artistico dell’Ensemble MAE e docente al conservatorio de L’Aia.

Si prosegue con una formazione che si è guadagnata ormai il titolo di ‘leggendaria’, il trio australiano The Necks, che quest’anno festeggia i trent’anni di attività, composto da Chris Abrahams, Lloyd Swanton, Tony Buck. In un recente, lungo articolo comparso sul New York Times, lo scrittore Geoff Dyer li ha definiti “il più grande trio della terra”. Il seguito e il culto di cui sono da tempo circondati sono giustificati dal risultato di un paziente e costante lavoro di ricerca che i tre musicisti hanno svolto a partire da una formula convenzionale, quella jazzistica del piano trio, che è stata, con tanto metodo quanto intuito, smontata e riassemblata fino a divenire tutt’altro dall’idea di partenza.

La chiusura è affidata a un evento che illuminerà questa terza edizione, Open Border, un progetto appositamente commissionato, in prima mondiale e in esclusiva, che vedrà sul palco due esponenti tra i più rilevanti della musica contemporanea, Gianni Trovalusci e Luigi Ceccarelli e due dei più noti esponenti della musica jazz attuale, Hamid Drake e Ken Vandermark, già membri dei DKV.

Trovalusci, flautista e performer, interprete di un centinaio di opere di autori contemporanei, come Sylvano Bussotti, Alvin Curran, Hubert Howe e tanti altri, ha tenuto concerti in tutto il mondo, dal NYCEMF New York City Electroacoustic Music Festival all’Ars Electronica – BrucknerHaus di Linz, dal Neue Alte Musik di Colonia all’Estonian Music Days a Tallinn. Il suo tratto artistico lo ha portato a frequentare mostri sacri di diversi ambiti, come Roscoe Mitchell, che gli ha dedicato un brano per flauto solo, Fabrizio Ottaviucci, Soo Yeon Lyuh e David Ryan.

Stella luminosa del panorama della musica contemporanea italiana, il percorso di Luigi Ceccarelli parte dal Conservatorio di Pesaro, dove si dedica alla composizione musicale con le tecnologie elettroacustiche. Alla fine degli anni ’70 incontra Achille Perilli e Lucia Latour, con i quali approfondisce il rapporto tra musica, arti visive e danza. Da allora la sua attività si svolge parallelamente sia nel campo della musica elettroacustica, sia nel teatro musicale, inteso nelle sue forme più disparate. Ha ricevuto numerosissimi riconoscimenti internazionali tra cui il premio OPUS del Conseil Québécois de la Musique; l’Euphonie d’Or al Concorso dell’IMEB di Bourges; il Premio UBU, premio della critica italiana dello spettacolo, per la prima volta assegnato a un musicista; e l’Honorary Mention al concorso Ars Elettronica di Linz. Le sue opere sono state inoltre selezionate dall’International Computer Music Conference in sette diverse edizioni.

Questa unione deriva dall’urgenza avvertita da più parti di avvicinare l’ambito della musica etichettata come “colta”, che guarda, già a partire dalla seconda metà del ‘900, alle possibilità offerte dalla composizione istantanea, all’ambito del free jazz, sempre più vicino agli stilemi della musica contemporanea strutturata. Questa fusione può avvenire solo attraverso le sensibilità più alte possibili che il panorama mondiale può offrire e questo evento segnerà una traccia indelebile sul percorso che si seguirà da qui in avanti.

PROGRAMMA

Sabato 13 ottobre  

20.30     Enrico Pace-Igor Roma (data unica in Italia)

21.45     Irvine Arditti (GB) (in esclusiva)

22.30     DKV (USA) (data unica in Italia)

Domenica 14 ottobre

15.00     Open Day Istituti Musicali Forlì

17.30     Yannis Kyriakides & Andy Moor (GR, GB) (in esclusiva)

18.15     The Necks (AUS) (data unica in Italia)

19.15      Open Border (ITA, USA)

Luigi Ceccarelli, Gianni Trovalusci, Hamid Drake, Ken Vandermark

(prima mondiale – in esclusiva)

 

Ufficio Stampa

Michela Giorgini – mob +39 339 8717927 – giorginimichela@gmail.com

 

“Home Feeling” – Il nuovo lavoro discografico del contrabbassista Massimiliano Rolff

“Home Feeling” è il titolo del nuovo album del contrabbassista ligure Massimiliano Rolff, pubblicato il 28 settembre, prodotto da Rosario Moreno per la BlueArt con il supporto del Fondo PSMSAD.

Scritto da Rolff, nell’arco di pochi mesi durante i suoi molti viaggi, “Home Feeling” è il suo settimo album da leader e compositore.

“Casa non è un luogo, ma una sensazione”, recita un proverbio.

Questa musica vive di suggestioni, luoghi, racconti, persone, incontri. L’anima delle cose che, nei lunghi viaggi, cercano spazio nella casa che ti porti dentro … Home Feeling.

Rolff prosegue la sua ricerca artistica attraverso la sintesi di un linguaggio musicale positivo, ricco di riferimenti tipicamente jazzistici ed elementi popolari della musica afro-cubana, condividendo il proprio sound con una band di musicisti straordinari: il pianista colombiano Hector Martignon e gli italiani Mario Principato alle percussioni e Nicola Angelucci alla batteria.

I brani di “Home Feeling”, tutti a firma di Rolff (tranne la splendida bossanova di Nelson Cavaquinho “Beija Flor” e un sentito omaggio al pianista cubano Ruben Gonzalez con “Melodia del Rio”), sono caratterizzati da melodie semplici e cantabili, che sviluppandosi attraverso forme complesse, mettono in risalto la qualità strumentale del quartetto attraverso gli ampi spazi improvvisativi.

Rolff propone un viaggio musicale elegante e raffinato, guida il quartetto con il suono del suo contrabbasso in un clima sonoro di grande rilassatezza, evocando felicemente i molti punti di incontro tra la cultura europea e quella latino americana.

Massimiliano Rolff in oltre 20 anni di carriera musicale ha suonato nei festival, clubs e teatri in Italia, Olanda, Francia, Austria, Svizzera, Spagna, Germania, Bulgaria, Israele, Turchia, China, Hong Kong, Giappone, USA.
Nel 2006 ha publicato il suo primo album da leader “Unit Five” a cui hanno fatto seguito “Naked”, “More Music”, “Scream!”, “Italian Life in contemporary time”, “Jazz Sharing”, “Cubiculum”. Numerose sono inoltre le partecipazioni come contrabbassista sideman in altrettanti cd.
Tra le sue collaborazioni si ricordano le formazioni con musicisti straordinari come Steve Grossman, Scott Hamilton, Jesse Davis, Phil Woods, Dave Schnitter, Perico Sambeat, Eric Legnini, Danny Grissett, Eliot Zigmund, Peter King, Herb Geller, Rachel Gould, Gilad Atzmon. In ambito nazionale si presenta spesso al fianco di amici musicisti come Emanuele Cisi, Flavio Boltro, Andrea Pozza, Dado Moroni, Enzo Zirilli, U.T. Gandhi, Paolo Damiani, Gabriele Mirabassi e molti altri.

Ospite d’eccezione nella registrazione dell’Album e nel prossimo tour di presentazione, il pianista Hector Martignon uno dei musicisti più richiesti in ambito latin-jazz, pop e orchestrale.
Nato in Colombia, risiede da molti anni a New York dove svolge un’intensa attività artistica. Due volte Grammy Award nominated ed una nomination ai premi Oscar.
Al suo attivo, sia come leader sia come sideman, ha oltre 100 album. Ha suonato in prestigiosi contesti in tutto il mondo sia come leader sia al fianco di musicisti del calibro di Paquito D’Rivera, Ray Barretto, Gato Barbieri, Steve Turre, Don Byron, Tito Puente, Richard Bona e molti altri.

Biografia
Massimiliano Rolff – Contrabbassista e compositore
La musica di Massimiliano Rolff, fondata su una profonda conoscenza della tradizione jazzistica unita ad un gusto personale per la composizione, è diventata negli ultimi anni un punto di riferimento per molti amanti della musica jazz in Italia e in Europa.
In oltre 20 anni di carriera musicale, Massimiliano Rolff, ha suonato continuativamente nei migliori Jazz Clubs e Festivals d’Europa e Usa, come leader ed al fianco di alcuni dei più importanti jazzisti sulla scena internazionale.
Nato nel 1973, si avvicina allo studio della musica all’età di 12 anni suonando la chitarra da autodidatta. A 16 anni si esibisce come bassista con numerosi gruppi rock in nord Italia. In casa ha la fortuna di ascoltare molti generi musicali diversi, dal rock al jazz, alla musica classica, da adolescente è un fan del rock britannico. Sempre a 16 anni ha la fortuna di assistere ad un concerto di Miles Davis (tour di Amandla), questo evento cambierà la sua vita. A 20 anni decide finalmente di dedicare la propria vita alla musica, si trasferisce in Olanda alla ricerca di un ambiente più internazionale.
Nel 1999 si diploma in basso elettrico e pedagogia musicale presso il Conservatorio statale di Groningen (Olanda) e dopo pochi mesi, grazie ad una borsa di studio del governo olandese, vola a New York per seguire un master presso The Bass Collective con John Patitucci e Lincoln Goines. Nel 2000 rientra in Italia stabilendosi a Genova.
Nel 2003 ha pubblicato, come autore e bassista, con il progetto di electro-jazz il fortunato album “Next Beat” per l’etichetta Scenario Music; all’importante successo commerciale e di critica hanno fatto seguito numerose apparizioni su altrettante compilation nei 5 continenti.
Dopo alcuni anni di professionismo come bassista in ambito pop, dal 2004 si dedica al contrabbasso. La sua vita musicale cambierà ancora.
Nel 2006 ha pubblicato il suo primo album Jazz come contrabbassista, leader e compositore “Unit Five”.
Nel 2008 fonda con altri musicisti il Count Basie Jazz Club di Genova, di cui ne cura ancora in parte la direzione artistica.
Nel 2009 ha pubblicato l’album “Naked” di cui è autore di tutte le musiche. Con entrambi gli album è stato premiato, rispettivamente nel 2006 e nel 2009, come “Migliore album jazz” con il premio “Jazz LightHouse”.
Nel 2010 consegue la Laurea di Secondo Livello in Jazz presso il Conservatorio “N. Paganini”.
Nel 2012 pubblica il suo terzo album da leader con la formazione Unit Five dal titolo “More Music”, e nel 2014 “Scream!”.
Nel 2016 pubblica il concept-album “Italian Life in Contemporary Time”, con cui propone un sound del tutto personale, per quartetto d’archi, clarinetto, contrabbasso e percussioni e a cui prende parte il clarinettista Gabriele Mirabassi. La musica di Italian Life è parte dell’omonimo spettacolo per immaginini e danza co-prodotto dalla BlueArt e dal Teatro della Tosse di Genova.
Sempre nel 2016 la rivista JazzIt pubblica il suo sesto cd “Jazz Sharing” che si compone di 11 duetti con altrettanti musicisti della scena jazz italiana.
Nel 2018 pubblica una raccolta con una selezione di sue composizioni dal titolo“Jazz Collection”.
Nell’ambito dell’insegnamento, dal 2015 è docente di Basso Elettrico presso il Conservatorio “G.Puccini” di La Spezia e dal 2017 al Conservatorio “N. Rota” di Monopoli.
Ha suonato nei festival, clubs e teatri in Italia, Olanda, Francia, Austria, Svizzera, Spagna, Germania, Bulgaria, Israele, Turchia, China, Hong Kong, Giappone, California, Arizona, Texas, Louisiana, Alabama, Missisipi, Georgia, North and South Carolina.
Tra le sue collaborazioni si ricordano le formazioni con musicisti straordinari come Steve Grossman, Scott Hamilton, Jesse Davis, Phil Woods, Dave Schnitter, Perico Sambeat, Eric Legnini, Danny Grissett, Eliot Zigmund, Peter King, Herb Geller, Rachel Gould, Gilad Atzmon. Nell’ambito nazionale Rolff si presenta spesso al fianco di amici musicisti come Emanuele Cisi, Flavio Boltro, Andrea Pozza, Dado Moroni, Enzo Zirilli, Andrea Dulbecco, U.T. Gandhi, Paolo Damiani, Gabriele Mirabassi, Tino Tracanna, e molti altri.
Decine sono poi le apparizioni come co-leader e side-musician in produzioni di interesse internazionale, tra le più recenti ricordiamo l’album “Scrub Game” insieme a Bruno Marini e U. T. Gandhi, inserito fra i 100 migliori album del 2013 secondo la Rivista JazzIt,così come per l’album “Scream!”.
E’ endorser per gli amplificatori Gallien-Krueger e per i bassi elettrici Fibenare.

Ufficio Stampa – BlueArt Promotion
info@blueartpromotion.it

I nostri CD

I NOSTRI CD

Paolo Fresu Devil Quartet – “Carpe Diem” – Tûk Music.

Carpe Diem, se vogliamo, è il detto latino più jazz che ci sia. Nel senso che quel “cogli l’attimo” di oraziana memoria sintetizza il modo di essere e di operare istantaneo proprio della musica afroamericana. Ma “Carpe Diem” è anche l’album che il Paolo Fresu Devil Quartet licenzia per la Tûk Music all’insegna del tutto acustico. Una formazione rodata in tre compact e in una dozzina d’anni d’attività che, fra le varie situazioni e progetti del trombettista sardo, rappresenta uno dei fiori all’occhiello.
Saranno la sensibile manualità del chitarrista Bebo Ferra (che firma il brano ‘Enero’), il timing rarefatto del contrabbassista Paolino Dalla Porta (autore di ‘Ottobre’, ‘Lines’ e ‘Secret Love’), il raffinato gusto ritmico del batterista Stefano Bagnoli (sua è ‘Ballata per Rimbaud’) fatto è che l’insieme “diabolico”, sotto la navigata conduzione di Fresu, funziona come un miracolo di sinergie. La composizione che risulta esser più dentro “l’attimo fuggente” è ‘Dum loquimur Fugerit invida Aetas’ ovvero mentre parliamo il tempo invidioso (o avido) sarà già passato; dove il quartetto declina, nel significato di declinazione, la propria idea di musica omogenea e poetica, fatta di astrazioni sfumate e gradazioni armoniche, di chiaroscuri e slittamenti melodici, di pause e “pieni” strumentali. Tutto ciò mentre la tromba di Fresu, autore di 5 brani sui 14 del compact, investiga, intercetta, si autoriflette nel suono prodotto, esponendolo ai più.

Hobby Horse – “Helm” – Auand Records/Rous Records

Hobby Horse, nome del trio di Dan Kinzelman (sax), Joe Rehmer (bass) e Stefano Tamborino (dr.), non va tradotto in italiano ” fissazione” perché se no sarebbe stato scritto hobbyhorse. Epperò quest’ultimo termine in qualche modo torna utile nel definire la musica del gruppo nel nuovo album “Helm” editato per i tipi della Auand/Rous Records, il sesto in otto anni di attività. Ma nel senso che i musicisti “fissano” un proprio metodo di lavoro che è un misto di libertà e aggregazione per produrre quella mutante pulsazione musicale, ibrida di materiali tech e sorgenti musicali (minimale, cyber funk, rock, jazz) che prefigura a sprazzi una sorta di medioevo prossimo venturo sonoro di cui l’elmo in copertina è rappresentazione simbolica di difesa/offesa. All’interno del disco sei original di cui quattro scritti da Kinzelman (tre in solitudine e l’altro in collaborazione con Joe Rehmer), un quinto di Stefano Tamborrino e un sesto attribuito a Rehmer, Bosetti e Tamborrino; ma non basta ché ritroviamo anche i riferimenti poetici a Robert Wyatt in ‘Born Again Cretin’ e alla fine, nel brano n. 7, i versi di ‘Evidently Chickentown’ contenuto nell’album “Snap, Crackle & Bop” (1980) del poeta punk inglese John Cooper Clark, che paiono stigmatizzare come voce, testo, contenuti restino coinvolti nel progetto-non progetto. Il lungo bordone finale appare un pendolio fra sonorità arcaiche (mutetos/raga) e proprie di mondi alieni, in quella che è, per la formazione, un’avvincente odissea nello spazio interno al caotico panorama delle nuove espressioni artistiche dell’era multimediale.

Helga Plankesteiner – “Plankton, Lieder/Songs” – Jazzwerkstatt,

Ma Schubert è … jazzabile? A vedere anzi a sentire la sassofonista e vocalist altoatesina Helga Plankesteiner pare proprio di sì. Ci aveva già provato due anni fa col progetto “Schubert in love” dedicato ai lieder del grande compositore viennese.
Un’idea alquanto spregiudicata che nei fatti trova applicazione certa. Vero è che interpretare un autore classico col linguaggio del jazz, non è una novità. Ma perché proprio Schubert? Bill Evans lo amava, ma non può bastare. Sarà che la musica di Schubert ha un che di instabile e inesplorato, è ricca di invenzioni e rivelazioni, è complessa anche se semplice in apparenza. Adorno ne parla in termini di “the mimic par excellence” analizzandone i processi creativi. Questa indefinizione e magmaticità è carattere che può autorizzarne la rielaborazione come nel caso in esame.
Dei 603 lieder di Schubert la musicista ne ha selezionati alcuni per un album che si consiglia di ascoltare confrontando versione classica (anche su youtube) e jazzata per individuare le variazioni apportate all’originale. Un esempio: ‘Der Greise Kopf/ The old’s man head’ perde ogni seriosità e si trasforma in una sorta di Nouvelle Orleans in salsa teutonica. E così più avanti altre sorprese. Fino a delineare il lieder romantico come una possibile forma del jazz, songs, con buona pace dei puristi. Nella formazione figurano il trombettista Matthias Schriefl, il trombonista Gerard Gschlöbl, il chitarrista Enrico Terragnoli, l’autore degli arrangiamenti Michael Lösch all’hammond e Nelide Bannello alla batteria. Nell’album anche una lirica di Heine e una composizione di Bruhne.