Riflettori su Mafalda Minnozzi e Francesco Di Giulio e i loro nuovi progetti

In attesa di pubblicare la solitamente corposa rubrica su “I nostri CD”, cosa che avverrà nei primi di settembre, vorrei sottoporre alla vostra attenzione due artisti che ritengo particolarmente interessanti: una, Mafalda Minnozzi, continua a proporre in giro per il mondo la musica italiana… e non solo, l’altro, Francesco Di Giulio, è un giovane artista abruzzese che meriterebbe ben altra considerazione.

Ma procediamo con ordine. Anticipato esclusivamente dalla pubblicazione di due singoli estratti dall’album – “A felicidade” (24 giugno) e “Once I Loved”D (9 luglio) – e da 8 concerti “première” realizzati a novembre con il quintetto americano, di cui 6 in Italia e 2 al Birdland di NYC (sold-out), il 20 luglio scorso è stato lanciato l’ultimo album di Mafalda Minnozzi, “Sensorial- Portraits in Bossa & Jazz”, distribuito su tutte le piattaforme digitali. Contemporaneamente è stata data la possibilità non solo di ascoltare i brani sulle piattaforme ma anche di vederli sul canale YouTube di Mafalda (disponibili 13 video realizzati durante la registrazione in studio a NY, uno per ogni brano) e di approfondirli con il podcast, per entrare nello spirito dell’artista. Al momento l’approfondimento con i podcast riguarda solo tre brani ma è intenzione dell’artista dedicare ad ogni pezzo la stessa attenzione. Insomma un’azione promozionale a tutto campo che ben si attaglia ad un album che presenta numerosi punti di forza.
Innanzitutto la ‘ricchezza’ dell’organico. A conferma della statura di artista internazionale, per quest’ultima impresa la Minnozzi è riuscita a raccogliere accanto a sé una pletora di musicisti di assoluto rilievo: al contrabbasso si alternano Harvie Swartz (classe 1948) a ben ragione considerato il bassista dei chitarristi avendo inciso tra gli altri con  John Scofield, Mick Goodrick, John Abercrombie, Gene Bertoncini, Mike Stern, Jim Hall, Leni Stern, e Essiet Okon Essiet già con Benny Golson, Johnny Griffin,  Cedar Walton; alla batteria Victor Jones, personaggio di assoluto rilievo nel panorama jazzistico internazionale come dimostrano gli oltre cento dischi cui ha partecipato sia come leader sia come sideman; alle percussioni Rogerio Boccato che può vantare collaborazioni con Maria Schneider, John Patitucci, Danilo Perez; al  pianoforte Art Hirahara già leader in trio e in quartetto con Linda Oh e Donny McCaslin; Will Calhoun  vincitore di decine di premi tra cui il ‘Buddy Rich Jazz Masters Award for outstanding performance by a drummer’ all’Udu nigeriano e shaker nel brano n. 7 (“Samba da Benção”) …e naturalmente quel Paul Ricci, alle chitarre sulle cui eccelse qualità mi sono già soffermato diverse volte su questi stessi spazi.
Secondo punto di forza, la bellezza del repertorio. In cartellone ben sette composizioni di Antonio Carlos Jobim tra cui le notissime “A Felicidade” che apre l’album, “Dindi”, “Desafinado” e “Triste”, mentre gli altri sei pezzi completano un magnifico affresco dei maggiori compositori brasiliani chiamando in causa Baden Powell (“Samba da Benção”), Chico Buarque (“Morro Dois Irmãos”), Toninho Horta (“Mocidade”), Filó Machado (“Jogral”), Alcyvando Luz e Carlos Coqueijo (“É Preciso Perdoar”).
In terzo luogo, ma non certo in ordine d’importanza, l’eccellente livello delle esecuzioni che come sottolinea lo stesso titolo dell’album non si limita ad una mera riproposizione della bossa-nova ma introduce ben individuabili elementi jazzistici nelle celebri melodie brasiliane (si ascolti a mo’ di esempio con quanta pertinenza le note del coltraniano “Lonnie’s Lament” vengano utilizzate per introdurre “É Preciso Perdoar”).

Il risultato è affascinante. La Minnozzi si conferma interprete sensibile, sorretta da una tecnica vocale di rilievo che le consente di ascendere senza difficoltà alcuna alle  note più alte, brava anche nello scat (la si ascolti in “Mocidade”) e cosa non proprio comune perfettamente in grado di esprimersi sia in perfetto portoghese sia in perfetto inglese; la sua voce, a tratti lievemente nasale, si staglia stentorea sul meraviglioso tappeto armonico-ritmico disegnato dai compagni di viaggio, sulla scorta di pregevoli arrangiamenti cui non è di certo estranea la mano di Paul Ricci. E di rilievo il modo in cui riesce a colloquiare con i compagni di viaggio: certo l’intesa con Paul Ricci è cementata da anni di fruttuosa collaborazione ma con gli altri no. Eppure l’intesa è perfetta: si ascolti come riesce a interloquire con le improvvisazioni di Hirahara in “Vivo Sonhando” (Jobim).
E le perle offerte dalla vocalist si succedono senza soluzione di continuità fino al conclusivo “Dindi” di Jobim impreziosito da un ispirato arrangiamento, di sapore blues.
Insomma un album di assoluto spessore, forse il migliore nella già prestigiosa carriera della Minnozzi.

Si ringrazia Chris Drukker per la photogallery di Mafalda Minnozi

                                                           *****
Trombonista abruzzese, classe 1983, Francesco Di Giulio è sulle scene jazzistiche oramai da parecchi anni.
Dopo la maturità scientifica conseguita nel 2002, si dedica interamente alla musica, al jazz. Così nel 2007 ottiene una borsa di studio presso i seminari estivi di Siena Jazz e successivamente partecipa ad un International Jazz Master a Siena. Nel 2009 ottiene il Diploma Accademico di primo livello in Jazz, Musiche improvvisate e Musiche del nostro tempo (Triennio Superiore Sperimentale di I livello) presso il Conservatorio di Musica “G. B. Martini” di Bologna. L’anno successivo vince una borsa di studio presso la New Bulgarian University in cui ha l’occasione di studiare, tra gli altri, con Glenn Ferris. L’attività professionale vera e propria inizia già nei primissimi anni 2000 e negli ultimi dieci anni si è notevolmente intensificata con la partecipazione, tra l’altro, a numerosi gruppi e orchestre sia come I trombone, sia come side-man, sia come compositore.
Per conoscerlo meglio ecco tre album, registrati in periodi diversi.
Cuneman – “Tension and Relief” UR Records è il secondo capitolo del progetto musicale Cuneman che in questa occasione cambia radicalmente pelle: non più il quartetto composto da sax, tromba, contrabbasso e batteria del primo disco del 2018 ma una formazione allargata a sei, con l’aggiunta del trombone suonato proprio da Francesco Di Giulio e del susafono nelle sapienti mani di Mauro Ottolini. Il risultato è eccellente in quanto il gruppo conserva le sue caratteristiche migliori, vale a dire una sapiente ricerca sulle armonie senza scivolare nel banale, con una giusta considerazione del passato ma con più di un occhio rivolto al free jazz. In quest’ambito particolarmente positivo l’inserimento di Di Giulio che riesce a ben dialogare con i compagni di viaggio (si ascolti il suo assolo in “Schifano”). Il gruppo sarà impegnato il prossimo 18 agosto alla Civitella di Chieti.

Completamente diverso il secondo album, “Mo’ Better Band” – “Li vuoi quei kiwi?”
La Mo’ Better Band nasce nel 2003 da un’idea di Fabrizio Leonetti, fondatore e sassofonista del gruppo: l’obiettivo era fondere la versatilità e l’organico tipici della classica banda italiana, con l’energia di un repertorio principalmente funky con “ammiccamenti” al jazz. Il tutto portato per le strade, in mezzo alla gente, per farla ascoltare anche a chi non è un appassionato di jazz.  Il nome della band proviene da ‘Mo’ Better Blues’, il brano eseguito, nell’omonimo film di Spike Lee del 1990, dal Brandford Marsalis Quartet. Di Giulio entra nella band nel 2007 nella duplice veste di strumentista e compositore ed in questo album firma il brano d’apertura (“Jam”) e quello di chiusura (“Soul In Da Hole”) a conferma di un apporto tutt’altro che marginale, come evidenziato anche dal convincente assolo nella title track.
Determinante è invece il ruolo di Di Giulio nel terzo album, “Re-Birth of The Cool” il cui contenuto musicale è già chiaramente espresso nel titolo. Si tratta, infatti, della rilettura dello storico album di Miles Davis pubblicato nel 1957 dalla Capitol Records che raccoglie le registrazioni effettuate tra il 1949 e il 1950 dal “nonetto”, capitanato da Miles Davis con gli arrangiamenti di Gil Evans. Come sottolineato dall’amico e collega Fabio Ciminiera “sulla scorta delle trascrizioni del trombonista Francesco Di Giulio e della sua conduzione e, va da sé, sulla scia delle registrazioni originali è stato costituito un nonetto fedele all’originale, con l’incontro tra musicisti jazz e classici e con alcuni dei solisti emergenti della scena abruzzese-marchigiana”. Confrontarsi con un’impresa del genere non era certo impresa facile e il trombonista-leader in questa occasione ne è uscito più che bene; sotto la sua conduzione il gruppo ha evidenziato un buon affiatamento generale e i musicisti hanno avuto modo di esplicitare appieno le proprie potenzialità data la scelta, effettuata allo stesso Di Giulio, di dare maggiore spazio agli assolo mantenendo inalterate per il resto le strutture architettate all’epoca. Ulteriore elemento che rende particolarmente riuscito l’album, il fatto che è stato registrato dal vivo il 21 giugno del 2012 durante un concerto alla Villa Comunale di Roseto degli Abruzzi.

Gerlando Gatto

“Tre per una” Rea – Golino – Moriconi: i fedeli moschettieri di Mina presentano l’album a Roma

“Tre per una” (Warner) è il titolo di un album uscito nell’autunno scorso. A inciderlo Danilo Rea (pianoforte), Massimo Moriconi (contrabbasso) e Alfredo Golino (batteria) negli studi della Pdu di Lugano, con in repertorio solo brani resi celebri dalla voce di Mina. I tre “moschettieri sonori” da alcuni decenni (dal 1996, in particolare per gli album acustici) costituiscono una sorta di nucleo-base per le registrazioni della cantante, curate dal figlio arrangiatore-produttore Massimiliano Pani, in un’intesa che si è affinata nel tempo “perché i fuoriclasse si assomigliano” afferma Pani.

Già nel novembre scorso l’album era stato presentato al Blue Note di Milano (e in Sicilia) ma nell’estate 2020 – con le restrizioni imposte dall’epidemia del Covid19 –  quel progetto ha ripreso a circolare, arricchito dalla presenza narrante di Pani e da una serie di documenti video di grande interesse.

La prima di “Tre per una” live si è tenuta il 21 luglio alla Casa del Jazz (per la rassegna “I Concerti nel Parco”), seguirà il 23 una data a Ravenna ed altre (tra cui il 17 agosto a Tagliacozzo, l’Aquila). Nell’esibizione capitolina il pubblico era numerosissimo e variegato, a testimonianza di come la fama e l’amore per Mina e la sua musica siano radicati e trasversali. La presenza di Massimiliano Pani, poi, rendeva l’appuntamento più interessante e lo spettacolo, in effetti, è stato all’altezza delle aspettative; forse solo l’alternanza delle sequenze narrate e suonate andrebbe messa a punto a favore di una maggiore integrazione, invece di una strutturazione a grandi blocchi.

Il produttore-arrangiatore – con l’aiuto del computer e di vari filmati – è stato molto efficace nel sintetizzare in apertura le peculiarità della carriera della cantante (nei suoi rapporti con la TV e con i grandi musicisti come Astor Piazzolla, con l’immagine, con il repertorio, con la produzione discografica). In questo ambito si è parlato – e si è visto – Gianni Ferrio, all’opera in sala di registrazione con Mina ed un’orchestra d’archi. Illuminante inoltre uno spezzone di un documentario del 2001 che ha fatto vedere come si lavora in studio con la cantante e introdotto la presenza di Danilo Rea, Massimo Moriconi e Alfredo Golino, la cui creatività e plasticità sonora è stata precocemente intuita da Mina e coltivata nel tempo.

A questo punto i tre jazzisti sono entrati in scena ed hanno eseguito “Sei grande, grande, grande”, “Io e te da soli”, “Amor mio”, “Insieme”, “La banda” nel loro primo set. Strategie sonore? Il trio ha agito sui parametri dell’armonia, del ritmo, del tempo e del timbro mantenendo intatta (godibile e “leggibile”) la melodia. Così, anche in sua assenza, Mina ha “cantato” mentre i suoi brani venivano trasformati come e più di standard jazz. Spazio al virtuosismo e al solismo senza, però, mai perdere il contatto profondo con il mood del brano anche se veniva, almeno in apparenza, stravolto.

Secondo intervento di Massimiliano Pani che, attraverso aneddoti e immagini spesso inedite e particolari, ha tracciato le biografie di Moriconi, Rea e Golino, vite intrecciate allo svilupparsi della canzone e del jazz in Italia.  Una cavalcata dai tardi anni Settanta, con personaggi evocati come Chet Baker e Massimo Urbani. Ritorna la musica con una “scala reale” di brani quali “E se domani”, “Non credere”, un medley di Lucio Battisti, “Vorrei che fosse amore”, “Tintarella di Luna”, “Che cosa sei (Parole parole parole)”. Le tecniche di trasformazione, ripeto, non sono mai le stesse: per “Tintarella di Luna” si rallenta il ritmo di twist e si accentua l’andamento soul della melodia, melodia che viene come trattenuta per essere, poi, rilanciata. Ne “La banda” il fondamentale ritmo di samba compare solo nella seconda parte del brano. A guidare è spesso il rapsodico Danilo Rea (la sua prima collaborazione con Mina risale al 1985, a 21 anni), la cui tecnica sublime è sempre in funzione dell’intento espressivo e la cui fantasia è instancabile e spiazzante.

A conclusione il filmato di Gianni Ferrio con Mina ed archi in studio cui si accennava, un direttore d’orchestra-compositore-arrangiatore di grandissima levatura a cui, giustamente, Massimiliano Pani ha voluto rendere omaggio (davvero lunga la sua collaborazione con Mina).

Né recital teatrale né spettacolo, “Tre per una” unisce le due tipologie restituendo la grandezza di una delle artiste più visionarie e più creative che la musica italiana abbia mai avuto declinandola in jazz; il jazz che – in quanto ad apertura mentale e sonora nonché capacità di improvvisazione – è profondamente nelle corde della cantante.

Luigi Onori

 

Antonio Baiano: fotografo AFIJ del mese di luglio – la gallery e l’intervista

Nel prosieguo della felice collaborazione di A Proposito di Jazz con l’Associazione Fotografi Italiani di Jazz AFIJ, s’inserisce l’iniziativa “Il fotografo AFIJ del mese”. Luglio mi ha riservato un’inaspettata sorpresa, l’intervista ad Antonio Baiano. Devo dire che le sue risposte e le sue immagini mi hanno trascinata in un viaggio dell’anima che ha messo in moto anche la mia sete di conoscenza, accendendo i sensori della mia curiosità; un viaggio che mi ha portato a scoprire il suo modo intimo di fotografare il jazz e la sua capacità di cogliere l’istante perfetto, come nella foto che ha scattato a Carla Bley e Paul Swallow… delicata, tenera… emozionante. Attraverso le sue foto sulla Santeria, una religione che fonde le pratiche animiste dell’Africa occidentale e il cattolicesimo, mi si è svelato un aspetto inconsueto e affascinante di Cuba. Al netto della passione per il jazz e per i viaggi, ho scoperto di avere in comune con lui anche quella per i Van der Graaf Generator e per i King Crimson!  (Marina Tuni)

Nato a Napoli nel 1962, Antonio Baiano, vive a Torino dal 1990 ed ha iniziato la sua attività fotografica nel 1997 fotografando concerti jazz.
Nel suo percorso formativo ha frequentato i seminari di David H. Harvey, Kent Kobersteen, Tomasz Tomaszewski, Ernesto Bazan e Alexandra Boulat.
Oltre alle immagini di spettacolo, predilige i reportage, che considera il mezzo perfetto per approfondire l’esplorazione e la conoscenza di tematiche sociali e diversità culturali.
Nel 2001 parte il suo progetto “Roots” sulle religioni afro-caraibiche; negli anni ha portato avanti un lungo progetto sui riti della Santeria Cubana e sul Candomblé, in Brasile.
Le immagini di questi reportage sono state esposte a Cuba, in Francia e in Italia e sono conservate nel museo “Casa de Africa” ​​de L’Avana e nel Museo Etnografico “Pigorini” di Roma. Suoi scatti sono pubblicati su varie riviste e giornali come Musica Jazz, Repubblica, Volunteers for Development, Collections Edge ed è anche autore di diverse copertine di CD.
Collabora regolarmente con la webmagazine All About Jazz ed è membro dell’American Society of Media Photographers (www.asmp.org) dal 2002.

Ci racconti qualcosa di te? Cos’è che ti ha fatto capire che la fotografia, di jazz soprattutto, sarebbe stata una parte determinante della tua vita?
“Sono vissuto in una famiglia amante della musica: ho un fratello ed una sorella musicisti classici che, fin da piccoli, hanno riempito la casa e la mia vita di musica. Fra i dischi di Beethoven e Stravinsky c’erano alcuni “V Disc” e una copia di “Giant Steps” di mio padre, ed io ho cominciato con essi ad ascoltare il jazz. Mio padre mi fece avvicinare alla fotografia dandomi la sua Nikon F con la quale ho fatto i miei primi scatti. Il connubio tra fotografia e musica è stato quindi inconsciamente sempre naturale. Mi sono avvicinato alla fotografia di Jazz dopo aver lasciato lo studio della chitarra, forse è stato un atto compensativo per questa rinuncia perché, quando fotografo i concerti, mi sembra di partecipare attivamente ad essi. A volte mi sembra quasi di scattare al ritmo del brano che stanno suonando!”

-Ho letto – e devo dirti che mi ha colpita molto – del tuo progetto dedicato alla Santeria Cubana, con gli scatti che hai realizzato a Cuba in un periodo molto lungo. So che per i cubani la Santeria rappresenta non solo un culto, che peraltro si mescola al cattolicesimo, ma una vera e propria filosofia di vita basata sulla ricerca della felicità e sul fatto che la realizzazione di una persona non può avvenire se ciò arreca infelicità all’altro. Determinante è stato per te l’incontro con Yadira, che hai conosciuto nel 1999 quand’era ancora una bambina e che continui a seguire anche ora che è diventata donna e madre. La sua storia è legata a doppio filo alla Santeria, alla quale fu iniziata dai genitori in tenera età. Credo che un’esperienza così intensa possa aver influito profondamente nella tua vita personale e forse anche nel tuo modo d’intendere la fotografia. È così?

“Sicuramente l’incontro con Yadira è stato un elemento determinante della mia vita; siamo profondamente legati e ormai dei momenti della mia vita passata e futura sono legati a lei ed alla sua famiglia. Ma non penso che abbia cambiato il mio modo di intendere la fotografia, perché almeno per me è sempre dipeso dall’etica con cui l’affronto e dai motivi per cui fotografo. Quando affronto un progetto fotografico, avendo il raccontare come elemento di base, il mio principio è prima di tutto quello di essere sincero nei confronti sia del soggetto fotografato sia di chi poi guarda le mie foto e “legge” la mia storia. Così è stato per Yadira e così per altri lavori, come quello sulla Santeria o sul Kurdistan. Poichè la fotografia non descrive la realtà, ma in qualche modo la interpreta o comunque lascia gli spazi all’interpretazione, ritengo sia necessario che il proprio approccio sia quanto più possibile onesto e sincero, perlomeno in un campo come quello del reportage”.

-Da più parti si sostiene che la fotografia è un elemento oggettivo. A mio avviso è esattamente l’opposto dal momento che è il fotografo a scegliere i vari parametri dello scatto. Qual è la tua opinione a riguardo?
“Sono totalmente d’accordo con te! Come ho detto sopra, la fotografia interpreta e lascia interpretare. È il fotografo che decide cosa e come inquadrare, e con che parametri, come la focale o l’esposizione. È il fotografo che decide cosa lasciare all’interpretazione, cosa svelare, cosa nascondere, se ingannare o meno lo spettatore. D’altronde, artisti in altri campi ci hanno insegnato che anche gli oggetti reali possono non essere quello che sembrano. Come potrebbe quindi la fotografia essere oggettiva?”

-Una foto ben fatta ha un’anima e soprattutto mostra l’essenza del musicista, quel filo che lo unisce al suo pubblico. Spesso, quando scrivo un articolo, una recensione, mi soffermo a pensare al peso, all’impatto che ogni singola parola potrà avere in chi mi legge… È una grossa responsabilità, non trovi? Capita anche a te di pensarlo per le fotografie che scatti?

“Sicuramente. Anche io faccio una scelta molto ponderata (di cui magari poi mi pento dopo la pubblicazione) delle foto che ho scattato, cercando di restituire al meglio ciò che ho ascoltato e fotografato. A mio avviso però qui entra in gioco maggiormente (rispetto al reportage) il voler raccontare sé stessi in quella foto o meglio mostrare come si vede  quel musicista e la sua personalità. Rimane sempre presente quel filo legato alla soggettività della fotografia”.

-La musica, si sa, è una fenomenale attivatrice di emozioni… anche estetiche, se vogliamo. Esiste persino una ricerca che dice che le nostre menti hanno la capacità di elaborare una sorta di libreria musicale che riesce a richiamare, attraverso una singola emozione collegata ad un brano, una multiforme combinazione di sentimenti ad esso associati. Quando scatti una fotografia, quanto la tua mente è condizionata dal fatto che ti piaccia o meno la musica dell’artista che stai fotografando e quanto ciò influisce sul risultato finale?
“Penso che in qualche modo la musica che viene suonata mi condizioni, ma in modo limitato. Alla fin fine sono un fotografo, quindi cerco forme, ombre e luci. Sono molto più condizionato da questi elementi e da come e cosa il musicista fa in scena e di come interagisce con gli eventuali partner”.

Immagino che tu, come un padre nei confronti dei suoi figli, ami ogni tuo singolo scatto… tuttavia, ne ricordi qualcuno di cui sei particolarmente orgoglioso?
“Alcune delle mie immagini preferite sono fra quelle che ho scelto per questo articolo, come quella di Carla Bley e Steve Swallow. È un momento così sincero di tenerezza fra i due che penso descriva molto di questi due musicisti e sono sempre stato felice di aver colto quell’attimo. Un’altra foto che mi piace molto è quella di Ralph Towner mentre accorda la chitarra. Ralph è un musicista determinante nella mia vita perché fu ascoltando lui che decisi di studiare chitarra classica. Accordare lo strumento, se vogliamo, è un gesto banale ma fondamentale che il chitarrista ripete spesso durante un concerto. Quella foto coglie l’estrema attenzione con cui il musicista lo compie. Poi la foto di David Jackson (la numero nove, ndr). Non potevo credere di conoscere uno dei musicisti di uno dei miei gruppi preferiti, i Van der Graaf Generator. È una persona estremamente cordiale e disponibile, ricca di umanità; ebbi una bella discussione con lui, che sfociò in quello scatto. Penso che descriva molto della sua personalità. Poi sicuramente (ed ovviamente) tanti degli scatti fatti a Yadira o della Santeria sono parte integrante di me!”

Marina Tuni

 

CORINALDO JAZZ – 22°Edizione

Due eventi di qualità per gli appassionati di musica jazz: Corinaldo Jazz, il tradizionale festival estivo ospitato tra le mura di uno dei borghi più belli d’Italia, è alle porte. Le serate concerto saranno due, il 2 e il 5 agosto, nello splendido scenario di Piazza del Terreno, nel pieno centro di Corinaldo, alle ore 21.45. Il festival, organizzato dall’associazione culturale Round Jazz, è alla ventiduesima edizione e vanta come sempre nomi di spicco del panorama jazzistico italiano e internazionale.

Si parte domenica 2 agosto con Francesco Cafiso che celebrerà Charlie “Bird” Parker nel centenario dalla nascita: concerto, dal titolo “Confirmation”, ispirato al celebre brano di uno dei mostri sacri del sassofono, vedrà esibirsi un quintetto stellare con Francesco Cafiso al sassofono, Alessandro Presti alla tromba, Andrea Pozza al piano, Aldo Zunino al contrabbasso e Luca Caruso alla batteria. Poco da dire su Parker, il più influente jazzista di sempre insieme a Armstrong e Davis, inventore del bebop e maestro di stile e suono per generazioni di musicisti. Nonostante la pandemia, infatti, molti artisti nel mondo stanno celebrando il suo anniversario. Francesco Cafiso, al sax da quando ha 6 anni, ha lavorato ad altissimi livelli fin da piccolo: a 13 anni il trombettista americano Wynton Marsalis lo coinvolge nel suo tour europeo, a 14 è ospite d’onore al festival di Sanremo e questi sono solo gli esordi di un ottimo musicista, eletto “ambasciatore della musica jazz italiana nel mondo” nel 2009. Molto alto il livello anche per gli altri componenti del quintetto, noti all’estero e assai richiesti sulla scena internazionale.

Il secondo appuntamento è per mercoledì 5 agosto con Michele Samory e il suo “Jazz Mike Around the World”. Numerosa e ricca la band che accompagna il giovane trombettista, compositore e vocalist marchigiano (precisamente di Corinaldo, ndr) nel suo disco d’esordio, composta da Massimo Morganti al trombone, Riccardo Federici al sax alto e flauto, Filippo Sebastianelli al sax tenore, Marco Postacchini al sax baritono e clarinetto, Diego Donati a chitarra e banjo, Manuele Montanari al contrabbasso, Tommaso Sgammini al piano, Lorenzo Marinelli alla batteria, Marco Roveti alle percussioni e Sabrina Angelini come special guest vocale. Michele Samory, classe 1990, è ormai musicista di professione, collabora con varie big orchestra e gruppi swing negli Stati Uniti. Nel suo disco, che dà il titolo al concerto, si respira proprio il sapore swing dell’America degli anni ’40.

Come ogni anno, da non perdere i dopo concerto ai 9 Tarocchi dove si scatenano esplosive jam session per musicisti e amanti del jazz.

Posto unico per ogni concerto 10€ con prevendita disponibile sulla piattaforma Vivaticket. In caso di maltempo i concerti saranno annullati e i biglietti rimborsati.

I biglietti possono essere acquistati online www.corinaldojazz.com o in una delle rivendite live ticket https://shop.vivaticket.com/ita/ricercapv

Per informazioni www.corinaldojazz.com; 071.7978636 (Ufficio Turismo comune di Corinaldo); 329 4295102; roundjazz@gmail.com e pagine social del festival.

Corinaldo jazz applica le norme contenute nei protocolli di sicurezza come da DPCM del 17 maggio 2020: consultare il sito www.corinaldojazz.com.

La scomparsa del Maestro Morricone: lo ricorda Elio Tatti, uno dei suoi strumentisti

Elio Tatti, contrabbassista e compositore, ricorda il grande Maestro

Ennio Morricone

Ieri purtroppo ci ha lasciato uno dei più grandi compositori del novecento il M° Ennio Morricone e a tale proposito vorrei esprimere un mio ricordo personale di questa figura cosi importante ma anche controversa.

La prima collaborazione con il Maestro risale al 1987, quando fui chiamato a suonare le sue musiche presso l’Auditorium Rai in Roma con l’Orchestra del Conservatorio di Santa Cecilia. Appena diplomato, essere diretto da un grande compositore e soprattutto suonare le sue musiche, ricordo che mi creò, all’inizio, molta apprensione ma anche molta gratificazione!

Lo persi di vista per un po’ di tempo per poi rincontrarlo, a distanza di anni, in una delle tante registrazioni effettuate alla Forum di Roma, quando fui chiamato dal M° Lanzillotta come contrabbassista di fila nella sua orchestra, la Roma Sinfonietta, Orchestra nelle cui file annoverava musicisti di grande spessore come il M° Fausto Anselmo, prima viola della Rai, il M° Carlo Romano, primo oboe della Rai, il M° Stefano Aprile, primo corno della Rai, il M° Vincenzo Restuccia, batterista dell’Orchestra Rai di Musica Leggera in Roma, ecc. La costante collaborazione di questa orchestra con il M° Morricone fece sì che iniziassi una nuova fase di incontri con il Maestro, che mi portò ad effettuare diversi concerti in Italia (Milano, Lucca, Bologna, Verona ,ecc.), in Europa (Francia, Spagna, Iugoslavia,ecc.) e nel  mondo (Cile,Brasile, America,ecc.) solo per citarne alcuni; registrazioni di colonne sonore presso la Forum in Roma (La Sconosciuta, Senso 45, La Leggenda del Pianista sull’Oceano, Baaria ed altri ancora), dandomi la possibilità di conoscere meglio la sua figura.

I miei ricordi del M° Morricone appartengono a momenti meravigliosi e a situazioni vissute meno eclatanti; ricordo i concerti di grande successo, sempre con un’enorme partecipazione di pubblico; ricordo, purtroppo, discussioni accese con colleghi dell’orchestra per incomprensioni – a volte inspiegabili – a cui l’orchestra assisteva impotente ed incredula in religioso silenzio, nel rispetto delle parti. Ricordo la sua grandissima dedizione e professionalità musicale, espressa ogni volta che saliva sul podio per dirigere la sua musica. Non staccava mai gli occhi dalla partitura mentre dirigeva e per questo suo modo di fare fu anche oggetto di molte critiche. Non fu mai definito un grande Direttore; ricordo però anche un uomo semplice, con tutte le sue certezze e fragilità, un uomo che apriva spesso la porta della sua casa ai suoi più fidati collaboratori, una persona educata  che spesso a fine concerti si univa a noi componenti dell’orchestra per  cenare insieme, che viaggiava spesso con noi durante gli spostamenti per i concerti, sempre accompagnato da quella figura vigile di sua moglie, compagna da tanto tempo a cui Lui era abituato a dedicare tutti i suoi successi, la Sig.ra Maria.

Ennio Morricone e la moglie Maria

Ricordo le barzellette raccontate in aeroporto, in attesa di imbarcarsi su un aereo insieme all’orchestra. Ultimamente veniva spesso sopraffatto dall’emozione, ogni qualvolta gli si ricordasse il suo rapporto con la musica, cedendo a quel carattere apparentemente duro e scontroso che a volte lo aveva portato a rompere dei rapporti con grandissimi personaggi della sfera musicale. È stato e resterà per sempre un grandissimo compositore, vanto di tutta la nazione italiana, che ci ha lasciato una infinità di opere da poter eseguire.

Ringrazierò sempre chi mi ha dato la possibilità di collaborare con  il M° Morricone, artista che porterò sempre nei ricordi della mia vita professionale con grande orgoglio.

Elio Tatti

La scomparsa del Maestro Ennio Morricone: il ricordo del batterista Giampaolo Ascolese

di Giampaolo Ascolese

Premetto che non ho lavorato moltissimo con il grande Ennio Morricone, o almeno, non quanto ci abbiano lavorato molti miei colleghi, strumentisti, cantanti, operatori dello spettacolo, giornalisti, presentatori e quant’altro ci regali lo stupendo mondo della Cultura musicale, audiovisiva e multimediale.

Ennio Morricone

Questo non fa altro che accrescere, semmai ce fosse bisogno, la grandezza di Ennio Morricone: ha fatto lavorare TUTTI, nel mondo dello spettacolo e in ambiti prestigiosi come teatri auditorium, incontri internazionali e quant’altro ci si possa immaginare di estremamente gratificante per qualsiasi  “operaio” della musica, sia egli  cantante lirico internazionale, direttore d’orchestra, strumentista , concertista, solista, accompagnatore ,  sarto, falegname, muratore o operatore delle pulizie.

Ho avuto il piacere di conoscere il Maestro, in due occasioni ben distinte ed in due mie  “versioni”,  una da batterista di Jazz, presentato da Enrico Pieranunzi, con il quale ho collaborato dal 1982 al 1984 nello “Space Jazz Trio”, assieme ad Enzo Pietropaoli.
Pieranunzi  fu chiamato proprio da Morricone, perché voleva un trio di Jazz in un club di Jazz nel film “C’era una volta in America” e, bontà sua, non poteva far suonare dei professori dell’orchestra con la quale collaborava stabilmente, una musica molto lontana dalla loro corde.
E quindi chiamò Pieranunzi, assieme a me e ad Enzo, argomentando la sua convocazione in maniera, diciamo, “molto romanesca” e molto divertente, facendo chiaramente capire a noi, che conosceva Enrico da tanto tempo.

Il secondo mio incontro con il Maestro, fu più difficile, nel senso che mi presentai come turnista di strumenti  a percussione e batteria, quindi completamente “senza filtri”, come fosse un esame, fresco fresco di Diploma di Strumenti a Percussione, conseguito dopo 10 anni di studi.
Il suo batterista d fiducia, Renzo Restuccia non c’era, e allora venne da me e mi disse: “Maestro, qui ci vuole un tempo di batteria che fa così…” e cantò con la voce il tempo che voleva, così come abbiamo sempre fatto tutti noi in cantina, quando eravamo ragazzi, perché non sapevamo scrivere il tempo sulla partitura.
Io, a quell’epoca, come ho detto, mi ero appena diplomato in percussioni e, quasi offeso ma sicuramente con aria risentita dissi temerariamente: “Maestro… ma io mi sono appena diplomato in Strumenti a Percussione! Mi scriva qualcosa che così la leggo”.
Non l’avessi mai detto! Andò via e dopo 10 minuti tornò con una partitura per batteria di 4 fogli, che indicava anche quando dovessi usare l’apertura dell’hh e quando dovessi usarlo, invece, con la bacchetta, tanto era particolareggiata e piena di musica.
Sbiancai… Pentito, quasi piangente, gli chiesi scusa e lui, bonariamente disse: “allora fai il tempo che t’ho detto io”, lo ricantò e aggiunse: “però mettici tutto il sentimento che hai, come se fosse la cosa più importante della tua vita”.
Andò poi tutto bene e ne rimase contento; lo ringraziai e gli chiesi  ancora scusa, facendolo ridere e poi suonai anche molte percussioni su una colonna sonora di un film che, sinceramente, non mi sono poi posto il problema di sapere quale fosse.

Ero ancora sconvolto dalla lezione che mi diede. Lezione che è valsa più di ogni diploma da me conseguito.
Grazie Maestro Morricone.

Giampaolo Ascolese