Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Alessandro Turchet, contrabbassista

Intervista raccolta da Marina Tuni

Alessandro Turchet, contrabbassista

-Come stai vivendo queste giornate?
“Con un’inaspettata integrità spirituale data dalla musica e dallo studio”.

–Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
“Ritengo, molto umilmente, che il lavoro del musicista non sia legato unicamente alla mera “performance”, ma che occupi un continuo spazio-tempo. Quindi, nel nostro mestiere, lo studio, il confronto con i colleghi, l’analisi delle partiture per i lavori discografici futuri, l’organizzazione del materiale, la ricerca, lo sviluppo di nuove idee e molto altro ancora, ne sono parte integrante. E quindi, nonostante restrizioni e lockdown, posso dire di non aver mai smesso di lavorare in questo periodo, ho continuato, diversamente, a svolgere il mio lavoro. Il nostro è un ruolo sociale, ci siamo, condividendo la meravigliosa arte della musica, grazie alle persone. Anche nei periodi più bui della storia, l’umanità ha cercato e si è riscoperta grazie all’arte ed alla cultura! Sono “abbastanza” speranzoso nel futuro, nella possibilità di esprimerci, condividendo”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Ho avuto la fortuna di poter continuare le lezioni con alcuni allievi in via telematica. Ovviamente è una modalità per molti di noi del tutto nuova e che, forse, ci ha colti un po’ troppo di sorpresa ma, superate le prime difficoltà tecniche, è servita sia a me che agli allievi per poter continuare a confrontarci. Mi sento di ringraziare gli studenti per essersi/ci messi in gioco con la volontà di continuare ad imparare reciprocamente”.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo da solo ma non sono solo… Ho trovato una forza inaspettata nella lettura, mi sono immerso nella poesia ed ho continuato a viaggiare con la musica; nell’esperienza sensibile ho trovato e ritrovato vicinanza con amici nuovi e di un tempo, con i miei familiari e con diversi colleghi, anche d’oltre confine, che mi hanno dimostrato una sincera fratellanza”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Non posso parlare al plurale… per quanto mi riguarda sì. In momenti di crisi profonda come questo penso sia naturale riconsiderare, analizzandoli, sia i rapporti umani che quelli professionali, quindi sarà naturale per me un cambiamento, spero in meglio ovviamente”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

“Sinceramente la musica mi ha portato aiuto e soccorso in tantissimi momenti della mia vita e forse ho scelto di fare il musicista proprio grazie alla musica, che mi ha sempre teso la mano nei momenti più bui. Ho sempre pensato che la musica abbia un enorme potere terapeutico e non a caso, in musicoterapia, viene addirittura impiegata a livello educativo e riabilitativo. Quindi sì, in generale penso che la musica possa aiutarci in questo tragico evento”.

-Se non la musica a che cosa ci si può affidare?
“A tutto quello che può darci forza”.

-Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
“Gli slogan, soprattutto se pronunciati con vanagloria, non fanno per me”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Bella domanda, in effetti vorrei sapere anch’io quali sono questi organismi di rappresentanza nel nostro settore… evitando polemiche, visto la tragicità del momento storico che stiamo vivendo, noto che diverse associazioni si stanno muovendo in modo positivo per portare le problematiche legate al nostro lavoro (in primis quella di considerare la musica un lavoro) alle alte sfere del governo. Spero in un dialogo efficace che porti ad altrettante efficaci normative. Utopia?”.

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Anche ragionando in astratto temo che concretamente non verrei nemmeno ascoltato”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Mi sono totalmente re-immerso nell’ascolto dell’Esbjorn Svensson Trio, soprattutto nella loro produzione discografica Live. Consiglierei l’ascolto dell’intera discografia…”.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Nico Catacchio, contrabbassista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Nico Catacchio, contrabbassista

-Come sta vivendo queste giornate?
“Cercando di lavorare e studiare il più possibile. Diciamo che non mi annoio e anzi, alla fine il tempo non è mai abbastanza”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Azzeramento completo del lavoro didattico (non faccio lezioni on line) e dei concerti.
Il futuro è veramente oscuro, anche perché il governo, che nell’emergenza ha operato buone scelte (abbastanza obbligate), ora si è perso e ha istituito commissioni e task force nelle quali alla fine tutti dicono e nessuno decide. Nessuna strategia. E invece, come per l’emergenza, l’uscita ha bisogno di velocità di pensiero e velocità decisionale. Qui mi sembra che non ci sia né l’una né l’altra”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Per una di quelle cose che sembrano coincidenze qualche mese fa ho preso un lavoro extra musicale da fare a casa. La didattica per il mio strumento (il contrabbasso) non permette grandi numeri e i concerti si sa che non danno da mangiare se non a pochi. Quindi mi sono organizzato e alla fine questo mi ha parzialmente salvato in questo momento”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia compagna e, anche qui per una coincidenza, con mia figlia che vive a Roma e che era venuta a trovarmi. Dopo si è trovata bloccata qui con me. Si certo è importante avere rapporti personali. Ma immagino la difficoltà invece di chi è da solo o viceversa di chi si trova a dover vivere in un ambiente ristretto con molte persone senza avere possibilità di un suo spazio. Non è banale. E le pubblicità dei divi della TV che ridacchiando invogliavano a restare a casa fanno solo irritare”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Sicuramente non si torna indietro. C’è un solco profondo tra il prima e il dopo. E come per tutto c’è qualcosa di positivo (la riscoperta che la libertà è un bene prezioso, che non tutto va dato per scontato, che è importante coltivare le competenze, la professionalità, la profondità) e di negativo (economia a picco, ritorno importante di disoccupazione e povertà)”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica è importante. Accompagna l’umanità da sempre o almeno da quando l’uomo è riuscito ad uscire dalla fase animale di pura sopravvivenza. Ma alla gente (mediamente) questo non arriva. Pensa che la musica debba essere gratis perché chi la fa si diverte. Non riesce nemmeno a capire il lavoro che c’è dietro. E anzi, se qualcuno di noi si azzarda a dire che bisogna fare qualcosa in fretta per ricominciare a suonare in concerto, ci sono gli haters che ci si scagliano contro, pronti a dire che è l’ultima delle priorità. Ma se ora è così lo è sempre: perché si muore tutti i giorni. Tanta, tantissima gente muore tutti i giorni e non di coronavirus. È un fatto. La morte è un evento naturale che lo si voglia o meno. Solo che ora, essendo più vicina e pubblicizzata, in tanti si sono accorti di non essere immortali. Ma la musica accompagna la vita e una vita senza colonna sonora è una vita ben povera. Anche qui forse la gente se ne accorgerebbe se la musica smettesse di colpo di esistere. È  come per il mio strumento. Scherzando dico spesso che il contrabbasso è uno strumento di cui si avverte l’esistenza solo nel momento in cui non suona!”.

– Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Arte, musica, conoscenza. Sono i pilastri di una civiltà. Togli una di queste cose e il tetto crolla”.

– Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Si, all’improvviso tutti si sono scoperti patrioti. All’inizio del lockdown tutti alle finestre con le bandiere e l’inno di Mameli. Ma la cosa è durata ben poco. Il patriottismo non è una cosa molto radicata nell’italiano medio”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Grazie ad alcuni musicisti c’è un movimento. Certo anche qui si è dovuti arrivare alla crisi per correre ai ripari. E ora molti musicisti sono nei guai perché non esistono sulla carta”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Inquadramento professionale, ammortizzatori sociali e anche quello che in altri Paesi civili si fa da molto e cioè sovvenzioni agli artisti e ai musicisti perché possano svolgere il loro lavoro di ricerca senza doversi sentire degli emarginati”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Ascoltare. Cosa che ormai nessuno fa più. Fermarsi e ascoltare musica senza fare altro. Non è una perdita di tempo ma un arricchimento importante e sostanziale”.

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Riccardo Arrighini, pianista

Foto Daniele Maglie

Intervista raccolta da Daniela Floris
Foto di Daniele Maglie

Come stai vivendo queste giornate? 

Abbastanza bene, mi sento molto fortunato in questa situazione perché ho famiglia con moglie e due figli che amo molto,  in comoda casa con giardino ampio, e questo mi permette di soffrire meno di chi è solo o vive in appartamento.


Come ha influito sul tuo lavoro? 

In realtà sono annoverato tra i musicisti che di solito passano diverse ore al giorno al pianoforte per praticare, studiare, scrivere, arrangiare, insegnare (su Skype), quindi la vita in generale non è cambiata più di tanto.

 

Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso? 

Sono molto preoccupato dal punto di vista economico, non so. Credo però che, nella più ottimistica previsione, per noi musicisti il 2020 sia un anno che “salta”…

 

Come riesci a cavartela senza poter suonare? 

In effetti, tra tutte le cose elencabili, quella che sicuramente mi manca di più è il contatto col pubblico durante i miei live. E, ripeto, anche per quanto concerne l’aspetto economico è durissima: ci è venuto a mancare in un attimo sia la possibilità di ottenere performances che lezioni live o seminari/workshop. Non a tutti piace Skype: molti allievi rinunciano o sospendono.
Per quanto mi riguarda sto cercando di esibirmi sul web da casa con “concertini” veri e propri e per quanto riguarda le lezioni uso Skype, insomma, con l’ausilio del web, come fanno adesso moltissimi colleghi, .


Quanto risulta importante vivere insieme alla tua famiglia? 

Molto imporante: per carattere, sono un “comunicativo”, e anche piuttosto gioioso, non riesco a stare da solo per lunghi periodi, dopo un pò mi mancano le persone.

 

Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?

A questa domanda non so davvero cosa rispondere…da una parte mi sento di dire di SI’, perché sicuramente usciremo molto “scottati” da questo isolamento e niente sarà più come prima, in primo luogo nei rapporti umani e professionali. Sicuramente, almeno in una fase iniziale, ci sarà molta più solidarietà tra le persone… dall’altra spero che , dando per scontato che tutto questo presto finirà, dopo una prima fase di “attenzioni” l’essere umano non si faccia coinvolgere di nuovo dalla pigrizia, dall’essere “viziato”, dal tornare a dare per scontate cose come affetti e legami professionali, o anche solo il potersi riabbracciare o stringere una mano.

Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

Assolutamente sì Suonare per me è vera e propria linfa quotidiana (passo almeno 3-4 ore sul piano ogni giorno), come una pianta che annaffio e curo giornalmente. Credo però che tutto questo periodo così allucinante abbia fatto capire a tutto il mondo quanto possa essere noiosa la vita senza l’Arte. Non credo esista persona che, dopo 40 giorni di isolamento, non abbia “frenato” e si sia messo di più in ascolto di se stessa e abbia letto di più, ascoltato più musica o qualsiasi altra cosa inerente ad Arte e Cultura.

 

Se non alla musica, a cosa ci si può affidare? 

Credo che ci siano molti modi oltre la musica per cercare di superare questi momenti difficili per tutti. Io ad esempio pratico meditazione ogni giorno, con effetti impensabili sulla mia “centratura” e concentrazione, ma anche lo yoga o fare attività fisica (chi ha spazi) o, come dicevo prima, leggendo e studiando qualcosa di nuovo. Cercare e “cercarsi”.

 

Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e vuoi segnalare? 

Da 2 anni circa sono seguito come musicista dall’agenzia Stilnovo capitanata da Vincenzo La Gioia, mio manager, agente e caro amico, con cui in questa prima fase di lavoro avevamo seminato tantissimo sia a livello strategico che a livello artistico e, di conseguenza, di ingaggi. I diversi progetti che abbiamo messo su, non senza grandi riflessioni e dovizie di particolari, stavano funzionando a meraviglia con concerti in tutta Italia. Segnalo il mio “B.A.T JAZZ TRIO” , con Luca Bulgarelli al contrabbasso e Lorenzo Tucci alla batteria: dovevamo registrare in questo aprile. Il progetto punta sul tema parodistico della Gotham di Batman del “salvataggio della specie”: io sono Batman, Robin è Lorenzo Tucci,  e con Alfred, che è Vincenzo La Gioia, cerchiamo di riportare l’ordine in città soprattutto dalla minaccia di Luca Bulgarelli, il Joker, che è pericolosissimo!)
La scaletta è davvero varia, da brani miei originali a brani pop, rock e di grandi autori come Mozart, Pink Floyd, Petrucciani, Metheny, Mc Coy Tyner e standards.
Ma c’è anche il mio duo con Javier Girotto in un progetto molto melodico e basato su nostre musiche originali, il duo con il trombettista Andrea Tofanelli (come me di Torre del Lago Puccini, dove entrambi abbiamo residenza) sulle arie di Giacomo Puccini rivisitate in chiave jazz: in particolare questa è una operazione che svolgo in piano solo dal 2005 con molti concerti sia in Italia che all’estero) e di cui abbiamo un CD in prossima uscita mondiale dal titolo “OperiAmo”.
Inoltre ci tengo a segnalare i miei altri duo: con la bravissima cantante Sara Della Porta col progetto sul Songbook americano, con Gabriella Zanchi, soprano e attrice, su un suo progetto ancora legato all’Opera in jazz, e infine con Maurizio Rolli, eccellente bassista pescarese, con cui stavamo per l’appunto per varare un progetto davvero interessante per noi 50enni: rivisitare le sigle dei grandi telefilm che hanno caratterizzato la nostra infanzia, da Belfagor, a Star Trek, a Spazio 1999 ad Arsenio Lupin, e così via.
Direi che sono tutti rimasti incastrati proprio nel momento in cui eravamo, io Vincenzo e tutti i musicisti nominati, davvero entusiasti e lanciatissimi!
Ma sono sicuro che non appena tutto si riaprirà, sapremo ritrovare subito quel “mood” e riniziare a fare l’attività che amiamo.

 

Mi racconti una tua giornata tipo? 

Generalmente la mia vita, in condizioni di normalità, è divisa tra quando sono in giro a suonare e quando sono a casa, due dimensioni completamente diverse.
Se sono a casa ho molte ore impegnate nell’organizzazione domestica, quindi tempo per moglie e figli, spesa, pulizie: ma cerco di trovare sempre tre o quattro ore ogni giorno per praticare, arrangiare, comporre, scrivere parti per i musicisti.
Inoltre insegno dal vivo e online da casa.
Quando sono in giro per concerti invece mi lascio completamente avvolgere dall’atmosfera della trasferta/concerto, che dopo 30 anni per me riveste ancora il carattere dell’ ignoto ogni volta, perché devo concentrarmi totalmente su tutti gli aspetti pratico-logistici (in cui sono una frana) che mi a-spettano, oltre ovviamente a preparare fisicamente e mentalmente un concerto.
In questa quarantena forzata la mia giornata tipo parte a metà mattinata (approfitto della non-scuola per dormire un po di più) in cui faccio lavori domestici, aiuto i figli nei compiti, cucino,faccio meditazione, mi godo la casa. Il pomeriggio talvolta ho lezioni online ma perlopiù studio e mantengo le dita (e la testa) in allenamento. Dopo cena leggo o guardo film/serie tv con moglie e figli poi, dalle 23 in poi, vado nel mio studio e lì inizia la vera fase del “mio” rilassamento, in cui mi dedico all’ascolto della musica, non solo jazz, e questa fase può durare anche diverse ore.  Vado a letto tardi, lo so… ma mi è necessario per nutrire la mia insaziabile voglia di conoscere mondi e modi di suonare che possano ispirarmi e anche curiosità di essere sempre aggiornato su tutto quello che succede nel mondo tra i musicisti, anche grazie ad internet che, tra i suoi pregi, permette oggi di essere connessi con tutto in un attimo.

 

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal governo cosa chiederesti? 

Di cancellare ed annullare per sempre la famosa frase “con la Cultura non si mangia”, pronunciata anni fa da un altrettanto famoso politico.
Con la Cultura a mio avviso si mangia (specie in Italia, e si mangerebbe molto, se volessimo e loro lo sanno) e soprattutto si “respira”. Basta vedere oggi, nel pieno dell’emergenza Coronavirus e in cui le persone hanno più tempo libero, quanto “fame” si ha in più di leggere, migliorare la propria cultura personale o crescita individuale o voglia di leggere, ascoltare musica, guardare documentari, cucinare. Noi italiani abbiamo date per scontate troppe cose in cui siamo tra i primi al mondo, ed è venuto il momento di riappropriarsene.

 

Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento? 

Non credo di essere la persona adatta per consigliare ascolti specifici perché il mio problema è che mi piace tutta la bella musica, o perlomeno quella che io ritengo tale. Ma il mio gusto è talmente a 360° che faccio fatica a suggerirne uno in particolare. Anche dal punto di vista jazzistico ho un’idea molto ampia su questo genere, mi sento molto “aperto” sia al mainstream che alle sperimentazioni o fusioni. Anzi, non ho mai in realtà considerato il jazz come un “genere” ma altresì un “linguaggio” che si impara e si può applicare a qualsiasi ambito.
Come ho accennato più su da molti anni ad esempio porto in giro una mia particolare rivisitazione di brani d’Opera in chiave jazz, basata soprattutto su compositori italiani quali Puccini (il mio conterraneo d.o.c.) Verdi, Rossini, Mascagni, Leoncavallo, ed altri.

 

La morte, a 79 anni, di Tony Allen: il drummer dalla misteriosa forza di un magnete

Il ricordo di Marina Tuni

Tony Allen – Udin&Jazz 2018 – ph Angelo Salvin

Tony Oladipo Allen, il batterista nigeriano la cui collaborazione con Fela Kuti ha definito l’afrobeat, è morto giovedì sera a 79 anni.
L’avevo conosciuto a luglio del 2018, a Udine. Mi aveva colpito molto, dietro le quinte del Teatro Palamostre. Sembrava attraversato da una sorta di dicotomia, apparentemente inconciliabile, da un lato quell’aura ieratica che emanava in ogni gesto e movenza del corpo, dall’altro quel senso di leggerezza e di purezza di un nepios, un bambino non ancora contaminato dalle asperità della vita.  Ho scritto “apparentemente” inconciliabili perché infatti, in lui, questi due aspetti contrastanti convivevano in perfetta armonia…
Poi, una volta sul palcoscenico, la trasformazione: una belva liberata dalla cattività, un groove travolgente, un potente magnetismo…
Ecco, magnetismo… quando ascolterò la sua musica, penserò a lui come ad un magnete permanente, un generatore di campi magnetici che ora, purtroppo, è invisibile ai nostri occhi  ma che continuerà ad originare effetti persistenti e immutabili nelle nostre anime.

Tony Allen – Udin&Jazz 2018 – ph Angelo Salvin

Tony Allen, era nato a Lagos, in Nigeria, il 12 agosto 1940, e aveva cominciato a suonare la batteria piuttosto tardi, quand’era già ventenne, lasciando il suo lavoro di riparatore di  radio e TV. Aveva studiato lo stile di una varietà di batteristi jazz, da Art Blakey a Elvin Jones, da Philly Joe Jones a Gene Krupa e Max Roach, che gli avevano fatto capire il potenziale del charleston, che molti dei suoi contemporanei trascuravano. Più tardi Allen aveva incontrato il batterista Frank Butler, che l’aveva molto influenzato.
Importante anche l’apprendistato nei club nigeriani, dove aveva cominciato a suonare con i Cool Cats e poi con artisti di livello più alto come Victor Olaiya.
Nel 1964, l’incontro determinante con Fela Kuti, polistrumentista, rivoluzionario, attivista per i diritti umani. In breve tempo, Allen diviene il batterista del gruppo di Kuti, i Koala Lobitos.

Fela Kuti e Tony Allen

Dopo un viaggio negli Stati Uniti, nel 1969, Allen e Kuti iniziano a mettere a punto il suono dell’afro-beat, dando vita ad un duo prolifico durato oltre 10 anni.
Kuti pubblicava vari dischi ogni anno. Era un musicista infaticabile, quasi un autocrate con i componenti della sua big-band, gli Africa 70. Con tutti tranne che con Tony: a lui Fela lasciava la massima libertà espressiva, nominandolo anche direttore musicale.   “Suonavamo sei ore a notte, quattro giorni alla settimana con Fela” – ha dichiarato il batterista – “Era ciò che la gente voleva”. Si esibivano all’Afro-Spot, il locale che Kuti aveva aperto al suo ritorno in Nigeria; aveva anche creato una comune indipendente, la  “Repubblica di Kalakuta, diventando presto noto per le sue denunce della corruzione e dell’inettitudine del governo. “Diceva cose giuste” –  spiega Allen nel 2016 – “ma era troppo diretto”. In Nigeria i militari hanno governato a lungo il paese e Fela combatteva proprio questo, diceva che le Forze Armate avrebbero dovuto servire e difendere la nazione, non certo governarla! Ad un certo punto, le rappresaglie del governo contro Kuti erano diventate talmente dure che alla fine Allen, nel 1978, aveva deciso di abbandonare il progetto per tentare una carriera solista.

Oltre al suo lavoro con Kuti, Allen aveva collaborato anche con Damon Albarn, era infatti membro dei The Good,The Bad and the Queen, una band nella quale militavano anche Paul Simonon dei Clash e Simon Tong dei Verve. Il gruppo ha fatto un paio di dischi, «The Good, The Bad and the Queen» (2007) e «Merrie Land» (2018). Allen, Albarn e il bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, — con il nome di Rocket Juice & The Moon — hanno realizzato un album insieme nel 2012.
Negli ultimi anni Allen era tornato alle radici jazz, registrando nel 2017 due album: l’EP «A Tribute To Art Blakey», omaggio al suo “eroe” Art Blakey e ai Jazz Messengers, e «The Source» primo album dell’artista nigeriano, di base a Parigi, per l’etichetta Blue Note. Nel 2018 ha lavorato con Jeff Mills in «Tomorrow Comes the Harvest». Il 20 marzo di quest’anno aveva pubblicato «Rejoice», con il trombettista sudafricano Hugh Masekela, scomparso nel 2018, frutto di numerose sessioni ai Livingston Studios di Londra. Allen ha definito questo lavoro “una specie di spezzatino di jazz-swing sudafricano-nigeriano”, con un’ossatura Afrobeat, influenze bebop e testi in inglese, Zulu e Yoruba.

Tony Allen – Udin&Jazz 2018 – ph Angelo Salvin

Ed è proprio in occasione del tour di “The Source”, nel 2018, che io lo vidi a Udine, insieme a Mathias Allamane al contrabbasso, Jeff Kellner alla chitarra, Jean Philippe Dary alle tastiere, Nicolas Giraud alla tromba e Yann Jankielewicz al sassofono e alle tastiere.

L’Università di Udine mi aveva affidato l’incarico di tutor per lo stage di Alessandro Fadalti, batterista e giovane universitario, che ora sta ultimando il suo percorso di studi per ottenere la Laurea Magistrale in Musicologia a Cremona.
Ci siamo sentiti l’altra notte, proprio per parlare di Tony Allen e della sua scomparsa, sorridendo al ricordo che quella sera non riuscivo mai a trovarlo perché “s’imboscava” in continuazione per andare nel backstage o in sala seguire quello che lui considerava un maestro.
Dopo un po’ mi è arrivata una mail. Questa, a distanza di due anni, è il suo ricordo e, se vogliamo… la sua “versione” di quella indimenticabile serata:

“Una bottiglia di Whisky che sia rigorosamente di una specifica marca e invecchiato di 14 mesi! Ma perché proprio quella? Questa domanda continuava a ronzarmi in testa sin dal pranzo e fino a poco prima di incontrarlo dal vivo per la prima volta. Tony Allen, il leggendario batterista che con Fela Kuti è stato promotore di uno dei movimenti artistico-musicali più rivoluzionari dell’Africa Occidentale nel ventesimo secolo, voleva assolutamente quella bottiglia. Questo fatto sembra l’inizio di un qualche racconto sulla vita senza freni, sulle pulsioni di tanti artisti ribelli e senza regole, ma ogni pezzo di questa storia fa parte di un puzzle più grande.
Lavoravo come collaboratore di ufficio stampa, era il 5 Luglio del 2018, mi muovevo dal desk, all’ingresso del Teatro Palamostre di Udine, ai suoi camerini, senza pause.
La sensazione è talmente strana da descrivere che trovo difficoltà a esprimerla con parole precise, tuttavia ricordo ancora, in maniera molto vivida, cosa provai. Passando per le scale lo vidi tre o quattro volte prima di salire sul palco. Era sulle gradinate metalliche a divertirsi con la sua band, respirando un po’ di aria afosa dell’estate. Guardandolo da vicino il batterista sembra scultoreo e severo, ma emanava un’alone di pace interiore come mai avevo visto in un musicista, specie ascoltando il suo modo di esprimersi, con quella sua particolare cadenza. Qualche ora dopo arriva finalmente il suo momento e Allen sale sul palco con tutti i musicisti. “The Source”, un album che va a scavare nelle sue radici, l’avevo già ascoltato ma sentirlo dal vivo sarebbe stata tutt’altra faccenda… ed ero lì in trepida attesa di scoprire cosa si provava.
Le luci in sala si spengono, le persone si accalcano fin quasi al foyer e tirando il collo a giraffa cercano di guardare quel che accade sul palco. La scena si tinge di quei tipici colori caldi e scuri dei concerti jazz, salgono i musicisti e gli scroscianti applausi del pubblico piovono come di consueto nelle grandi occasioni. Tony Allen aveva gli occhiali da sole, ma in sala non c’era alcun sole. Poi finalmente lo sentiamo suonare, e il sole è comparso. Da quel punto in poi, tutto ciò che sapevo della batteria si è ribaltato  in pochi colpi. Allen attaccava i piatti e le pelli con le bacchette come se quella non fosse una batteria, dondolava a destra e a sinistra, divincolandosi tra i tamburi del kit con gli arti; non si riusciva a prevedere mai dove sarebbe finito in quel vortice timbrico. Il groove non era statico, ma oscillava in maniera imprevedibile come le onde, anticipando e ritardando i colpi, però tutto appariva coeso, non c’erano i classici “fill” di batteria ogni quattro battute o tra una sezione e l’altra, bensì ogni frase scorreva in un flusso. Quello stile così originale faceva risaltare la sezione ritmica, che invece di essere lo stabile direttore d’orchestra, era il principale elemento melodico in risalto.
I componenti della band guardavano lui e si sentivano magnetizzati, cercando di seguirlo ovunque volesse andare; lui non si imponeva mai, era sempre rassicurante. Comunicava tutto suonando, non aveva bisogno né di gesti né dello sguardo, celato  dietro a quelle grandi lenti scure. Parlava come suonava e viceversa. L’album rappresentava la sua voglia di ricostruire le sue radici, quelle che possiamo chiamare le fondamenta della sua casa musicale e della sua storia personale. Dopo averlo ascoltato dal vivo, la vicenda della bottiglia diventa palese. La verità è che nel privato Tony Allen amava bere, fumare e suonare. Allen, che aveva vissuto tutta la sua vita perennemente in viaggio, esprimeva quello stato di serena libertà di quando ci si trova nelle nostre dimore. Ovunque andasse era a suo agio e quel giorno sul palco e fuori da esso, non era da meno. La bottiglia era il mezzo con cui esprimeva la sensazione di sentirsi a casa, una zona di comfort. Non era dunque il vizio di un artista strampalato, ma la massima espressione dell’umiltà e della semplicità di Tony Allen. Il lascito che custodisco da quella sera è esattamente questo: ricreare il proprio habitat anche dove sembra che ciò sia impossibile; una lezione di vita che anche in questo difficile periodo può aiutarci.” (Alessandro Fadalti)

Marina Tuni

I NOSTRI CD. Miatto, Piccioni, Scandroglio, Bardoscia: quando il basso vola alto.

Lorenzo Miatto – “Civico 19” – Caligola Records
Si può dire “il volare del basso” se un basso “vola alto”? Sì, probabilmente.
È quando, in altri termini, uno strumento come il basso elettrico rifugge dal ruolo di mero accompagnatore per librarsi improvvisativo e liberarsi in canto solistico per, appunto, “volare alto”. Questo espediente retorico è utile per meglio connotare il debutto discografico del giovane bassista veneto Lorenzo Miatto con l’album “Civico 19” (Caligola). Gli è a fianco il chitarrista Nicola Privato nell’attuare una coppia aperta agli scambi di ruolo, melodico e di sfondo armonico, per una sezione bass/guitar sorretta dalla bacchetta-misurino di Niccolò Romanin.  L’atmosfera, all’inizio di fusion sericea, si fa man mano più pastosamente sostanziosa. Il contesto è di un jazz non scevro da echi pop e rock in cui le composizioni del leader sono arrangiate in modo da esaltare la cantabilità tipica del basso elettrico, in un certo senso più opalescente rispetto allo strumento che ne è il fratello maggiore, quantomeno per stazza, il contrabbasso. Oltretutto un mirato uso di reverberi e vibrati ne rafforza l’affinità elettiva con la chitarra in una giostra di suoni variopinti e tempi sempre cangianti quasi uscissero imprevisti e insoliti dal compact, porta girevole di dodici tracce, emotive prima ancor che musicali.

Dario Piccioni – “Limesnauta” – Caligola Records
Ancora un debutto a marchio label Caligola col contrabbassista Dario Piccioni.
Il suo disco,”Limesnauta” è un neologismo che riassume un’autodefinizione della personalità del Nostro, cioè un navigatore del confine; verrebbe da aggiungere che è un esploratore del suono, un ‘traversatore’ di stili (nel cd appaiono le tablas di Daniele Di Pentima e l’oud di Stefano Saletti) un condensatore di ricami e richiami (a Renaud Garcia-Fons, per i sapori spanish dell’orchestrare e forse a Gary Peacock per il gusto nel ‘modaleggiare’). La bellezza del jazz è anche questa: il divagare dell’immaginazione di chi ascolta e intravede legami col proprio archivio mnemonico per confrontarli con chi oggi li maneggia e rimaneggia il processo di trasformazione e fusione di materiali preesistenti e nuovi, da solista o in gruppo. Già perché la fucina di Vulcano ha propri aiutanti! E così Piccioni si avvale del timone pianistico di Vittorio Solimene e col motore ritmico del batterista Ivan Liuzzo veleggia su una musica between/on/no borders in cui il contrabbasso si installa senza brontolii contando fra gli altri dell’ausilio “navigato” di Eugenio Colombo al sax e della voce, carezzevolmente erratica, di Veronica Marini.

Michelangelo Scandroglio – “In The Eyes of the Whale” – Auand
La Auand ci regala, con “In The Eyes Of The Whale”, ancora un contrabbassista in bella evidenza. Si tratta del ventitreenne toscano Michelangelo Scandroglio, reduce dall’affermazione del Conad Jazz Contest ad Umbria Jazz 2019 e vincitore del bando Mibac “Nuova generazione jazz” che si propone, prima facie, in veste di compositore dei 7 brani originali in scaletta oltre che come virtuoso. Verrebbe da capovolgere il motto “dimmi con chi suoni e di dirò chi sei” in “dimmi chi sei e ti dirò con chi suoni” nel senso che la scelta dei partners è quanto mai in linea con l’amalgama sonoro prefigurato da Scandroglio dalla sua collodiana “balena” che accoglie e lascia passar fuori, dal proprio grembo, elettrici spruzzi di energia.  Militano infatti nella formazione il pianista Alessandro Lanzoni, il trombettista Hermon Mehari e il batterista Bernardo Guerra. Come dire un fior fiore di musicisti di nuova generazione, in tutto (magnifici) sette se vi si considerano gli ospiti Michele Tinto e Logan Richardson (alto sax) unitamente al londinese Peter Wilson (chitarra). Si avverte, nel suo background, la mano del didatta Ares Tavolazzi in un collocarsi fra rock pop e jazz contemporaneo che ne costituisce la specifica distintiva cifra artistica. In Scandroglio Mente (compositiva) e Cervello (bandlearistico) si coniugano alla Technè ovvero ad un tocco sapiente e sicuro sullo strumento. Cosa che nel jazz non guasta mai!

Marco Bardoscia – “The Future is A Tree” – Tûk Music
“The Future Is A Tree” (Tûk Musik) è l’interessante album del contrabbassista salentino Marco Bardoscia inciso con il collaudato trio completato dai corregionali William Greco al pianoforte e Dario Congedo alla batteria. Il lavoro si incentra sul Tempo inteso come cronologia ma anche frazione, scansione, struttura organizzata per lo zampillio dell’espressione musicale. La suite iniziale, divisa in Estate-Autunno-Inverno-Primavera, pur non essendo una rivisitazione vivaldiana, presta il fianco a possibili analogie: il respiro dell’atmosfera estiva, le mezze tinte autunnali, la chiusa pensosità invernale, la leggerezza primaverile. Ma la sua “quattro stagioni” non è né bucolica né arcadica a causa della costante contaminazione di terra mare e natura nel mondo odierno.L’artista scevera in jazz le proprie preoccupazioni sull’emergenza climatica del pianeta mentre guarda alle prospettive future delle nostre comunità, dei nostri figli. È dunque il suo un non-viaggio che lo porta ad enucleare, da fermo, i propri moti d’animo attraverso la musica, che è lirica, ispirata all’albero, quello che nella cover è costruito con rustiche matite dalla punta rossa, una pianta che rinvia idealmente a quella di Tranströmer che “prende vita dalla pioggia come un merlo in un frutteto”. I successivi cinque brani sviluppano in varietà di note la riflessione sulla gravità degli effetti del cambiamento climatico che l’uomo, dopo averli causati, non intende anzi non riesce ad arginare, come lo stregone che non sa esorcizzare gli spiriti del male che ha evocato.
Un jazz dunque impregnato di contenuti, quello di Bardoscia, che è anche un’ulteriore rivendicazione ed “espropriazione” del ruolo di prim’attore che il contrabbasso si è saputo conquistare sulla scia di Mingus, Pastorius ed altri capostipiti.
Insomma jazz bass e doublebass, dopo decenni in retrovia, son sempre più alla ribalta anche nel contemporary jazz di casa nostra. Come l’anatroccolo che finalmente può brillare di luce propria e pavoneggiarsi con gli altri per la propria avvenenza.

I nostri CD

Carla Bley – “Life Goes On”- ECM 2669
Carla Bley con il fido Steve Swallow al basso e Andy Sheppard ai sax tenore e soprano sono i protagonisti di questo nuovo album registrato nel maggio del 2019 a Lugano. In repertorio tre suite intitolate rispettivamente “Life Goes On”, “Beautiful Telephones” e “Copycat” tutte composte dalla stessa Bley. Chi ha seguito negli anni la Bley, sa bene come ad onta dei suoi ottantaquattro anni, l’artista di Oakland conservi intatta la sua straordinaria vena creativa e una stupefacente capacità di arrangiare e presentare in forme sempre originali le sue composizioni. Altro dato che si può ricavare dall’ascolto di questo suo ultimo lavoro, è la consapevolezza raggiunta dall’artista di poter finalmente trarre le fila di un discorso portato avanti oramai da molti anni. In effetti la musica che si ascolta soprattutto nella prima suite rappresenta un po’ la cifra stilistica della Bley in cui il blues viene coniugato con una certa malinconia di fondo che ben si affianca a quella carica iconoclasta e ironica che nel passato aveva caratterizzato molte composizioni della pianista. Ed ecco infatti la seconda suite che nel polemico titolo “Beautiful Telephones” richiama quella assurda espressione del presidente Trump che installandosi nello studio ovale della Casa Bianca, fu colpito soprattutto dai telefoni che definì “i più bei telefoni che abbia mai visto in vita mia”. Comunque, al di là di tutto, la musica di Carla Bley convince ancora una volta per la straordinaria carica di eleganza, modernità, coerenza in essa contenuta nonché per aver creato un jazz cameristico – se mi consentite il termine – che dovrebbe mettere d’accordo gli amanti del jazz e quelli della musica “colta” dati gli espliciti riferimenti a quel coté artistico che la Bley spesso mette in campo. Ovviamente la bella riuscita dell’album è dovuta anche alla personalità artistica dei due compagni di viaggio. Steve collabora con la Bley oramai da venticinque anni e la loro intesa è parte integrante di ogni loro album dato il peso specifico che il bassista riesca ogni volta ad assumere (lo si ascolti soprattutto nel primo movimento della “Beautiful Telephones”); dal canto suo Andy Sheppard è in grado di inserirsi autorevolmente e coerentemente nel fitto dialogo pianoforte-basso.

Paolo Damiani – “Silenzi luterani” – Alfa Music 214
Due i riferimenti colti esplicitati dallo stesso Damiani nelle note che accompagnano il CD: da un lato la Riforma di Martin Lutero che nel 1517 si staccò dalla Santa Sede romana introducendo il canto in chiesa di tutti i fedeli e componendo egli stesso musica, dall’altro l’evocazione nel titolo del CD… e non solo, delle “Lettere Luterane” di Pier Paolo Pasolini, articoli scritti nel 1975 e pubblicati sul Corriere della Sera. Ambedue, Lutero e Pasolini, si scagliavano contro i mali della società ovviamente delle rispettive epoche: ebbene, Damiani con la sua musica intende protestare contro uno stato di cose per cui l’indignazione non basta più. Di qui una musica a tratti sghemba, difficile, ma di sicuro fascino, impreziosita dal fatto che viene liberamente interpolata con frammenti melodici scritti da Lutero e testi di Pasolini. Ancora una volta Damiani evidenzia la sua ottima conoscenza del mondo musicale, inteso nell’accezione più ampia del termine, riuscendo così a far convivere nella stessa espressione artistica echi di mondi assai lontani con suggestioni derivate dal presente, in un gioco di incastri, di rimandi che disegnano un universo davvero senza confini. Insomma un’operazione tutt’altro che banale per la cui riuscita era necessaria una perfetta intesa degli esecutori. Ecco quindi la formazione posta in campo da Damiani, formata dai migliori ex allievi del dipartimento jazz del conservatorio di Santa Cecilia, dipartimento fondato e guidato dallo stesso Damiani fino al 2018: quattro voci capitanate da Daniela Troilo (in questa sede anche arrangiatrice), Erica Scheri al violino, Lewis Saccocci al pianoforte, Francesco Merenda alla batteria cui si aggiunge, in veste di ospite, Daniele Tittarelli ai sassofoni. In repertorio sette brani, tutti composti dal leader, registrati in occasione di due concerti tenuti presso la Sala Accademia del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma e la Sala Concerti della casa del Jazz di Roma, nel 2017.

Vittorio De Angelis – “Believe Not Belong” – Creusarte Records
Una delle strade maestre su cui oramai si è indirizzato il jazz è quella di far confluire in un unico linguaggio input derivanti da varie fonti, soprattutto jazz mainstream, soul e funk. Certo, se la strada è la stessa, il modo di percorrerla è diverso ed è proprio su questo parametro che si può valutare oggi la valenza di una esecuzione. Da questo punto di vista, l’album in oggetto si lascia ascoltare non tanto per l’originalità delle composizioni (7 brani tutti composti dal leader sassofonista, flautista e compositore napoletano) quanto per il particolare organico. De Angelis ha infatti scelto di puntare sul “double trio” vale a dire due batterie, due tastiere, due fiati; manca il bassista in quattro dei sette brani sostituito dai due tastieristi (Domenico Sanna al basso sinth e Sebi Burgio al piano basso Rhodes). Insomma due trio indipendenti che suonano assieme e che proprio per questo producono una sonorità particolare, pregio principale di queste registrazioni. E non è poco ove si tenga conto che si tratta del primo album di Vittorio De Angelis leader, il quale, tra l’altro ha avuto l’intelligenza di chiamare accanto a sé musicisti di livello tra cui Domenico Sanna pianista di Gaeta, classe 1984, che ha già collaborato con musicisti di livello internazionale quali Steve Grossman, Rick Margitza, Dave Liebman, JD Allen, Greg Hutchinson; Seby Burgio, altro talentuoso tastierista (Siracusa 1989 ) che può vantare collaborazioni con, tra gli altri, Larry James Ray, Tony Arco, Michael Rosen, Alfredo Paixao; Francesco Fratini uno dei più promettenti trombettisti italiani e Takuya Kuroda trombettista e arrangiatore giapponese, classe 1980, che incide per la Blue Note e ha già al suo attivo cinque album sotto suo nome.

e.s.t. – “Live in Gothenburg” – ACT 9046 2
Ascoltando queste registrazioni effettuate live il 10 Ottobre del 2001 alla Concert Hall di Gothenburg si rinnova il rimpianto per aver perso troppo presto e in maniera davvero assurda un talento come Esbjörn Svensson qui accompagnato dai fidi partner Dan Berglund al basso e Magnus Ostrom alla batteria. Siamo negli anni in cui il trio sta consolidando il proprio essere gruppo omogeneo, compatto in grado di dire qualcosa di nuovo nel pur affollato panorama dei trii piano-basso-batteria. Ciò ovviamente per merito di tutti e tre i musicisti ma in modo particolare, del leader, il pianista Esbjörn Svensson affermatosi in brevissimo tempo come uno dei più fulgidi talenti del piano jazz a livello internazionale. In questo concerto, poi riportato sul doppio CD in oggetto, il trio rivisita alcuni dei brani contenuti nei due album già usciti in quel periodo, vale a dire “From Gagarin´s Point of View” del 1999 e “Good Morning Susie Soho” del 2000. E si è trattato di una performance davvero molto rilevante se lo stesso Svensson aveva più volte dichiarato di considerare questo concerto uno dei migliori della sua carriera. E come dargli torto? La musica è assolutamente ben costruita, ben arrangiata e altrettanto ben eseguita con i tre artisti che si ascoltano e interagiscono con immediatezza e pertinenza. Ascoltando in sequenza tutti e gli undici brani dei due CD è davvero difficile, se non impossibile, capire quando i tre improvvisano e quando seguono qualcosa di stabilito in precedenza. E non credo di esagerare affermando che dopo i mitici trii di Bill Evans, che hanno rivoluzionato il modo di concepire il combo piano-batteria-contrabbasso, questa di Svensson e compagni sia stato la formazione che più di altre è riuscita a dire qualcosa di nuovo e originale in materia.

Giovanni Falzone – “L’albero delle fate” – Parco della Musica
Il trombettista Giovanni Falzone, il pianista Enrico Zanisi, il contrabbassista Jacopo Ferrazza e il batterista Alessandro Rossi sono i protagonisti di questo album registrato nel febbraio del 2019 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. La musica è di segno naturistico, se mi consentite l’espressione, in quanto Giovanni per comporla si è ispirato ai sentieri, ai grandi sassi, agli alberi, agli animali, ai colori, alle fonti d’acqua che vivificano il lago di Endine, in provincia di Bergamo, dove il trombettista ama trascorrere parte del suo tempo libero. Di qui nove brani che lo stesso Falzone definisce “cartoline sonore”; ma attenzione, quanto fin qui detto non tragga in inganno ché quella di Falzone resta una musica ben lontana dal New Age e viceversa ben ancorata alle grandi tradizioni del jazz. Così nel suo linguaggio è possibile riscontrare echi di Armstrong così come, per venire a tempi a noi più vicini, di Kenny Wheeler, di Enrico Rava (al quale in occasione dell’ottantesimo compleanno il 20 agosto scorso ha dedicato una intensa ballad), di Miles Davis (ma quale trombettista non è stato influenzato da Miles?). Quindi un jazz ora vigoroso (“Il mondo di Wendy”), ora più intimista (“Capelli d’argento”) ma sempre splendidamente suonato e arrangiato. Frutto evidente dell’intesa che si respira nel gruppo in cui tutti si esprimono al meglio delle rispettive possibilità.

Claudio Fasoli – “The Brooklyn Option” – abeat 206
Questo album è in realtà la riedizione di un CD pubblicato nel 2015; quindi, dal punto di vista del contenuto musicale, nessuna novità; cambia, invece, la copertina adesso rappresentata da una bella foto scattata dallo stesso Fasoli. Il sassofonista è reduce da una serie di brillanti riconoscimenti: nel 2018 ha vinto il Top Jazz come musicista dell’anno mentre nel 2017 il suo album “Selfie” sul mercato francese è stato votato dalla rivista “JazzMagazine” come “disco shock” del mese. In questa occasione è alla testa di un quintetto all stars comprendente Ralph Alessi alla tromba, Matt Mitchell al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Nasheet Waits alla batteria. Fasoli è in forma smagliante sia come compositore sia come esecutore. In effetti tutti e tredici i brani contenuti nell’album sono da lui stesso firmati e ci mostrano un musicista maturo, assolutamente consapevole dei propri mezzi ed in grado di scrivere musica a tratti coinvolgente, sempre, comunque, interessante e ben lontana dal ‘già sentito’. Ovviamente almeno parte di queste positive valutazioni dipende anche dall’esecuzione: ebbene al riguardo occorre sottolineare come il gruppo funzioni a meraviglia, con un altissimo grado di interplay che consente ai musicisti di muoversi in assoluta libertà, certo che il compagno di strada saprà quasi percepire in anticipo le sue proposte e sarà quindi in grado di condurle alle finalità desiderate. Straordinario, al riguardo, il modo in cui tromba e sassofono dialogano e suonano anche all’unisono sul filo di un idem sentire non facilissimo da raggiungere. Ancora una volta Alessi si qualifica come una delle più belle e originali voci trombettistiche degli ultimi anni. E non c’è un solo momento nel disco che non si percepisca questa intesa, questa gioia di suonare assieme. Tali caratteristiche si colgono sin dall’inizio, vale a dire dai tre movimenti che compongono la suite “Brooklyn Bridge”, aperta da una esposizione del tema armonizzata dai fiati che lasciano quindi spazio alla sezione ritmica con Mitchell, Gress e Waits a dimostrare quanto sia meritata la fama raggiunta nel corso degli ultimi anni.

Luca Flores – “Innocence” – Auand 2 cd
Ascoltare un inedito di Luca Flores è sempre emozionante e non solo per le vicende umane legate alla prematura scomparsa dell’artista, quanto perché la sua musica è come una sorta di scrigno contenente delle perle rare e preziose. Ovviamente anche quest’ultimo doppio album non sfugge alla regola: sedici tracce inedite incise da Luca Flores tra il 1994 e il 1995 di grande livello. Ma prima di spendere qualche parola sul contenuto artistico di “Innocence” vorrei ringraziare, a nome di tutti gli appassionati di jazz, l’amico Luigi Bozzolan, anch’egli valente pianista, il quale da tempo si sta adoperando per illustrare al meglio il lavoro di Flores, Stefano Lugli, il sound engineer che aveva curato quelle registrazioni, e Michelle Bobko, che ne aveva conservate delle copie, per aver ritrovato questo materiale e averlo regalato all’ascolto di noi tutti. E un doveroso riconoscimento va anche al pianista Alessandro Galati che ha curato selezione e mastering dell’opera. Il titolo di questo doppio cd è quello che Luca aveva indicato al produttore Peppo Spagnoli della Splasc(H) per quello che sarebbe stato il suo nuovo lavoro, un disco dedicato alla sua infanzia in Mozambico e che prevedeva un organico allargato con violoncello, percussioni, vibrafono e armonica, nonché la voce di Miriam Makeba. Data la complessità del progetto, dai costi piuttosto elevati, si decise di pubblicare un piano solo (“For Those I Never Knew”, edito da Splasch Records), con l’aggiunta di nuove tracce registrate il 19 marzo 1995; il pianista sarebbe scomparso dieci giorni dopo cosicché l’album uscì postumo. Tornando a “Innocence” i due CD si differenziano per un particolare non secondario: il primo è dedicato a brani mai incisi mentre il secondo presenta versioni alternative di pezzi già registrati. Ovviamente ciò nulla toglie all’omogeneità delle registrazioni che ci restituiscono ancora una volta un musicista straordinario dal punto di vista sia tecnico sia interpretativo. Il suo pianismo è sempre lucido, fluido, mai teso a stupire l’ascoltatore ma sempre rivolto ad esprimere il proprio io, la propria anima. Di qui una capacità di scavare all’interno di ogni singolo brano che solo i grandi possiedono. Si ascolti al riguardo come sia riuscito a fondere in un unicum “Broken Wing” e “Lush Life” e come dimostri di saper padroneggiare diversi stili, dal bop di “Work” di Thelonious Monk e “Donna Lee” di Charlie Parker, allo swing di “Strictly Confidential” fino ad un pianismo di marca intimista in “Kaleidoscopic Beams” impreziosito da un unisono piano/voce prima e dopo il lungo assolo e “Silent Brother” che chiude degnamente il cd.

Jan Garbarek, The Hilliard Ensemble – “Remember me, my dear” – ECM New Series 2625
Ho conosciuto personalmente Jan Garbarek nel 1982 quando abitavo in Norvegia; in quella occasione l’ho trovato persona squisita, cortese, sensibile…oltre che straordinario musicista. E questa valutazione sull’artista nel corso degli anni non è mutata di una virgola…anzi. Quest’ultimo album mi conferma vieppiù nel considerare Jan Garbarek uno dei musicisti più originali, maturi, straordinari degli ultimi decenni. Ancora una volta accanto all’Hilliard Ensemble (questo è il quinto album da loro inciso nel corso degli ultimi ventisei anni), il sassofonista norvegese ci regala un’altra rara perla, una musica assolutamente inconsueta che affascina chi mantiene mente e cuore aperti. Qui non c’è più la distinzione tra generi: non si tratta di jazz, di musica classica, di folk, di musica religiosa ma di una straordinaria miscela di suoni, ricca di pathos, che ci trasporta in una dimensione trascendente l’attualità per instaurare un colloquio diretto con l’anima di chi ascolta. Ecco quindi un repertorio che abbraccia un lunghissimo arco di tempo, con quattordici brani di cui due firmati rispettivamente da Christ Komitas e Nikolai N. Kedrov autori a cavallo tra Otto e Novecento, cinque di autore anonimo, uno a testa per Guillaume le Rouge, maestro Pérotin, Hildegard von Bingen, Antoine Brumel tutti databili da 1098 al 1500,lo splendido “Most Holy Mother of God” di Arvo Pärt, più due composizioni originali dello stesso Garbarek. L’apertura è affidata a “Ov zarmanali” inno battista del religioso armeno Christ Komitas, interpretato da Garbarek in solitudine ed è questo il brano in cui si ascolta maggiormente il sax soprano del musicista norvegese, dal momento che negli altri pezzi a prevalere sono sostanzialmente le voci. Particolarmente degna di nota l’”Alleluia Nativitas” del Maestro Perotino. Un’ultima notazione: la registrazione, effettuata nella Chiesa della Collegiata dei SS.Pietro e Stefano di Bellinzona risale all’ottobre del 2014; come mai è stata pubblicata solo adesso?

Ghost Horse – “Trojan” – Auand 9090
Ecco la nuova formazione posta in essere sulle orme del precedente gruppo “Hobby Horse” dal sassofonista Dan Kinzelman con Filippo Vignato al trombone, Gabrio Baldacci alla chitarra baritona, Joe Rehmer al basso elettrico, Stefano Tamborrino alla batteria e Glauco Benedetti all’eufonio e alla tuba. Come si nota un organico piuttosto insolito così come insolita è la musica proposta. Una musica che trae spunti dal jazz, dal rock, dalla psichedelia cui si riferisce la frequente reiterazione di brevi frasi musicali che finiscono per ottenere un effetto in bilico tra l’onirico e l’ipnotico. Il tutto impreziosito da una intelligente ricerca sul suono, sulla timbrica e sulla dinamica particolarmente evidente nel brano di chiusura “Pyre” di Kinzelman (autore di cinque degli otto brani in repertorio) caratterizzato sul finire da quella reiterazione cui prima si faceva riferimento. Ma è l’intero album che si fa ascoltare con interesse dal primo all’ultimo minuto. Così, tanto per citare qualche altro titolo, la title track che apre l’album evidenzia la volontà del gruppo di non fermarsi su terreni particolarmente frequentati e di ricercare da un canto una propria specificità con frasi oblique, sghembe, tutt’altro che scontate, dall’altro una dimensione quasi orchestrale con un crescendo in cui tutti i componenti il sestetto hanno modo di mettersi in luce. In “Il bisonte” è in primo piano il sound così particolare della tuba utilizzata in un ruolo tutt’altro che coloristico. Convincente l’impianto narrativo di “Five Civilized Tribes” con in primo piano Gabrio Baldacci e Stefano Tamborrino autore del brano. Più legato a stilemi tradizionali, ma non per questo meno affascinante, “Hydraulic Empire” con un Vignato in grande spolvero mentre in “Dancing Rabbit” è in primo piano la sezione ritmica di Tamborrino e Rehmer. Per chiudere una menzione la merita anche la crepuscolare “Forest For The Trees” (di Kinzelman) in cui si avverte forse più che altrove quel fine lavoro di cesello cui si dedicano i fiati.

Rosario Giuliani – “Love in Translation” – VVJ 133
Una sezione ritmica tra le migliori del jazz non solo italiano (Dario Deidda basso e Roberto Gatto batteria; li si ascolti in “Hidden force of love”) e una front line costituita da due grandi performer quali Rosario Giuliani ai sax alto e soprano e Joe Locke al vibrafono: ecco in poche righe spiegati i motivi del perché questo album si percepisce con grande piacere. Come solo i grandi musicisti sanno fare, i brani si susseguono con scioltezza e si ha l’impressione che tutto sia facile anche quando, ascoltando più attentamente, si scopre che le cose non stanno proprio così. In effetti gli arrangiamenti sono tutt’altro che banali e il modo di interloquire vibrafono-sax è il frutto di un’intesa assai solida, cementificata da un ventennio di collaborazione che i due intendono festeggiare proprio con l’uscita di questo album. Il repertorio è quanto mai variegato passando da classici del jazz (“Duke Ellington’s Sound of Love” di Charles Mingus, o “Everything I Love” di Cole Porter”) a hit della musica pop quali “I Wish You Love”, versione inglese della celeberrima “Que reste-t-il de nos amours?” di Charles Trenet o quel “Can’t Help Falling In Love” di Peretti-Creatore-Weiss che inopinatamente troveremo anche nel CD di Oded Tzur di cui si parla più in basso; a questi si aggiungono alcuni original quali “Raise Heaven” dedicato da Joe Locke a Roy Hargrove e “Tamburo” di Rosario Giuliani per l’amico Marco Tamburini. Come prima sottolineato, tutti e dieci i brani in repertorio si ascoltano con molta piacevolezza, tuttavia mi ha particolarmente impressionato il dialogo di sax e vibrafono in “Can’t Help Falling In Love” e le modalità con cui il gruppo nella sua interezza ha approcciato un brano non facile come il mingusiano “Duke Ellington’s Sound of Love”.

Wolfgang Haffner – “Kind of Tango” – ACT 9899-2
Ad alcuni sembrerà forse strano che dei musicisti nordeuropei si interessino di tango, ma si tratta di una impressione totalmente errata. In effetti il Paese dove il tango è più frequentato, ascoltato, ballato – ovviamente al di fuori dell’Argentina – è un Paese del Nord Europa e precisamente la Finlandia. Chiarito questo equivoco, con questo album siamo in terra di Germania dove il batterista Wolfgang Haffner ha costituito un gruppo di stelle a livello internazionale per affrontare un repertorio piuttosto impegnativo dal momento che sotto l’insegna del tango si ascoltano sia brani di compositori celebri come Astor Piazzolla, Gerardo Matos Rodriguez sia original dei componenti il sestetto. Ecco quindi uno accanto all’altro il già citato Haffner, gli altri tedeschi Christopher Dell al vibrafono e Simon Oslender al piano, il francese Vincent Peirani all’accordion, gli svedesi Lars Danielsson al basso e cello e Ulf Wakenius alla chitarra, “rinforzati” dalla presenza in alcuni brani dei tedeschi Alma Naidu vocalist e Sebastian Studnitzky trombettista, dello svedese Lars Nilsson flicorno e del sassofonista statunitense Bill Evans. E c’è un altro equivoco da chiarire. In questo caso non si tratta della m era riproposizione delle atmosfere tipiche del tango, quanto di un’operazione un tantino più complessa e ben illustrata dallo stesso batterista quando afferma che per lui ascoltare e scrivere un tango non è una semplice traduzione in musica di ciò che ha sentito ma l’assorbire e l’adattare degli input ricevuti in un processo da cui può scaturire qualcosa di nuovo e contemporaneo. Ed in effetti ascoltando la riproposizione dei tanghi più celebri da tutti conosciuti quali “La Cumparista”, “Libertango” e “Chiquilin de Bachin” da un lato non c’è quel pathos che caratterizza le esecuzioni di un Astor Piazzolla, dall’altro si avverte la volontà di distaccarsi dai modelli originari per giungere su spiagge inesplorate. Tentativo riuscito? A mio avviso sì, ma ascoltate e giudicate.

Ayler’s Mood “Combat joy” e Pasquale Innarella “Go Dex”Quartet– aut records 051, 053
Due cd dedicati a due giganti del sax: il Trio Ayler’s Mood, costituito da Pasquale Innarella al sax, Danilo Gallo al basso elettrico e Ermanno Baron alla batteria sono i protagonisti di “Combat Joy”, dedicato ad Albert Ayler, e Pasquale Innarella e “Go Dex Quartet” dedicato a Dexter Gordon. Una sfida molto, molto difficile, quella con i mondi sonori di due grandi sassofonisti molto diversi tra di loro e quindi impossibili da ricondurre ad un unicum. Di qui l’intelligenza poetica – mi si passi il termine – di questi due gruppi e di Innarella che, come sassofonista, ben lungi dal voler imitare l’inimitabile, ha voluto con i suoi compagni di viaggio, piuttosto, rileggere le esperienze dei due grandi artisti. In particolare nel primo album, “Ayler’s Mood”, registrato live durante un concerto a “Jazz in Cantina”, zona Quarto Miglio, Roma, il 22 dicembre del 2018, Innarella (nell’occasione anche al sax soprano) coadiuvato da due eccellenti partner quali Danilo Gallo al basso e Ermanno Baron alla batteria, si rivolge all’universo di Albert Ayler (1936-1970) considerato a ben ragione uno dei massimi esponenti del free anni sessanta; lo stile del musicista di Cleveland era caratterizzato da un vibrato molto aggressivo e da un linguaggio che destrutturava gli elementi fondativi della musica, vale a dire melodia, armonia e timbro. Come affrontare quindi, tale musica senza ricorrere a sterile imitazioni? Lasciandosi andare ad una improvvisazione pura, estemporanea (come sottolineato nella presentazione dell’album) è stata la risposta di Innarella e compagni. Un flusso sonoro di circa un’ora che coinvolge l’ascoltatore in una sorta di viaggio senza meta, assolutamente coinvolgente. I tre suonano liberamente ma con estrema lucidità, in un quadro in cui nessuno ha la prevalenza sull’altro e in cui la musica di Ayler rivive in tutta la sua drammatica attualità con lacerti di free che si alternano con accenni di calypso o di R&B…senza trascurare alcune citazioni ben riconoscibili.
Nel secondo CD, “Go Dex”, Innarella è in quartetto con Paolo Cintio al piano, Leonardo De Rose al contrabbasso e Giampiero Silvestri alla batteria. In questo caso il discorso è completamente diverso e non potrebbe essere altrimenti dato che Dexter Gordon (1923-1990) è stato uno degli alfieri del bebop, un artista straordinario di recente ricordato in un bel volume della EDT di cui ci si occuperà quanto prima. Nell’album Innarella esegue sette composizioni di Dexter Gordon con l’aggiunta di un celeberrimo standard, “Misty” di Errol Garner. Ma è già nel termine “Go Dex” che si vuole omaggiare il sassofonista di Los Angeles dal momento che “Go” è il titolo che lo stesso Dexter volle dare ad un suo album registrato nell’agosto del 1962 con Sonny Clark piano, Butch Warren basso e Billy Higgins batteria. Ma Pasquale non si è fermato qui: Gordon ha scritto pochi brani e Innarella ha voluto, quindi, riproporne almeno una parte tenendosi però ben lontano da una pedissequa imitazione. Quindi non un linguaggio boppistico ma un jazz moderno, attuale, che non disdegna incursioni nel mondo del free. Ecco le prime battute dell’album eseguite secondo stilemi molto vicini al free accanto ad una convincente e canonica interpretazione di “Misty” con sonorità più legate alla tradizione; ecco “Soy Califa” dall’andamento funkeggiante, illuminato da uno splendido assolo di Paolo Cintio accanto al conclusivo “Sticky Wichet” che ci riconduce ad atmosfere molto accese… il tutto senza perdere di vista, in alcun momento, quelli che erano i principi ispiratori di Gordon e che ritroviamo intatti in questo pregevole album.

Keith Jarrett – “Munich 2016” – ECM 2667/68
Passano gli anni ma è sempre un’esperienza appagante ascoltare Keith Jarrett specie su disco (ché dal vivo alcune intemperanze sono francamente insopportabili). In questo doppio CD, registrato alla Philarmonic Hall di Berlino il 16 luglio del 2016, ultima sera di un tour europeo, Jarrett, in totale solitudine, ci presenta una suite in dodici parti dal titolo “Munich” totalmente improvvisata e tre bis, “Answer Me, My Love” (versione inglese della canzone tedesca del 1953, “Mütterlein”), “It’s A Lonesome Old Town” e “Somewhere Over The Rainbow”. Com’è facile immaginare, il Jarrett migliore lo si trova nella prima parte, e soprattutto nel primo movimento dove, in circa quindici minuti di musica magmatica e complessa, il pianista improvvisa liberamente mescolando gli input che oramai da tempo costituiscono gli ingredienti fondamentali della sua cifra stilistica, vale a dire jazz, blues, gospel, folk, musica colta. Ed è davvero un bel sentire: gli intricati percorsi disegnati da Jarrett confluiscono sempre laddove l’artista vuole arrivare, nonostante le spericolate armonizzazioni e la velocissima diteggiatura che alle volte non consentano all’ascoltatore, seppur attento, di immaginare il percorso immaginato dall’artista. E seppur meno intense anche i successivi momenti della suite mantengono davvero alto lo standard esecutivo ed improvvisativo di Jarrett. Leggermente diverso il discorso per i tre brani. Jarrett sembra essersi relativamente placato fino a regalarci una splendida versione del celeberrimo “Over The Rainbow” che da solo vale l’acquisto dell’album.

Lydian Sound Orchestra – “Mare 1519” – Parco della Musica Records
Oramai da tempo la Lydian Sound Orchestra viene a ben ragione considerata una delle migliori big band a livello internazionale e ciò per alcuni validi motivi; innanzitutto la bontà dell’organico che prevede artisti tutti di assoluto spessore quali i sassofonisti Robert Bonisolo, Rossano Emili e Mauro Negri anche al clarinetto, Gianluca Carollo alla tromba e flicorno, Roberto Rossi al trombone, Giovanni Hoffer al corno francese, Glauco Benedetti alla tuba, Paolo Birro al piano e al Fender Rhodes, Marc Abrams al basso e Mauro Beggio alla batteria, Riccardo Brazzale piano e direzione, Bruno Grotto electronics e Vivian Grillo voce. In secondo luogo il grande lavoro svolto da Riccardo Brazzale che è stato capace di mettere assieme una compagine di tutto rispetto e di scrivere per essa arrangiamenti coinvolgenti che non a caso sono stati interpretati dall’orchestra con estrema compattezza. A ciò si aggiunga una sempre lucida scelta del repertorio che anche questa volta è composto sia da composizioni originali del leader sia da composizioni di alcuni grandi della musica come Ellington, Monk, Shorter, Miles Davis, Paul Simon. In più questo album è una sorta di concept dal momento che, come spiegato nelle note, due numeri, 1 e 9, accompagnano nel corso dei secoli i viaggi e i viaggiatori, a partire dall’impresa di Magellano del 1519 ( considerata l’inizio dell’era moderna ) per finire al 2019 quando il mar Mediterraneo continua a raccontare di nascite e di morti; insomma questa volta Brazzale vuole prendere per mano l’ascoltatore e condurlo attraverso quel mar Mediterraneo, testimone delle più importanti vicende dell’umanità, per un viaggio che metaforicamente riproduce alcune fasi della storia del jazz. Di qui una musica immaginifica, travolgente a tratti, sempre improntata alla commistione di più elementi, dal jazz al folk alla musica classica, il tutto impreziosito da una originalità di linguaggio vivificata dal grande livello dei vari solisti cui prima si faceva riferimento.

Christian McBride – “The Movement Revisited” – Mack Avenue 1082
“The Movement Revisited: A Musical Portrait of Four Icons” è esplicitamente dedicato a quattro figure chiave del movimento per i diritti civili degli afro-americani: Rev. Dr. Martin Luther King Jr., Malcolm X, Rosa Parks e Muhammad Ali. In realtà questa monumentale opera ha una storia piuttosto complessa che ha origine nel 1998 quando, su commissione della Portland Arts Society, McBride scrisse una composizione per quartetto e coro gospel che rappresenta, per l’appunto, la prima versione di “The Movement Revisited”. Nel 2008 la L.A. Philharmonic chiese a McBride di farne una versione orchestrale e così “The Movement Revisited” diventò una suite in quattro parti per big band jazz, piccolo gruppo jazz, coro gospel e quattro narratori. In questa registrazione, effettuata nel 2013, è stato aggiunto un quinto movimento, “Apotheosis”, dedicato all’elezione di Barack Obama come primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Evidente, quindi, l’intento di Christian McBride (contrabbassista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, poeta, vincitore di due Grammy con “The Good Feeling” nel 2011 e “Bringin ‘It” nel 2017) di presentare un album che andasse ben al di là del fattore squisitamente musicale riallacciandosi direttamente alla lotta per una effettiva eguaglianza tra bianchi e neri, ancora ben lungi dall’essere raggiunta negli States. La suite è eseguita da una big band di 18 elementi, con coro gospel e narratori, questi ultimi nelle persone di Sonia Sanchez, Vondie Curtis-Hall, Dion Graham, e Wendell Pierce. E come accade alle volte, è impossibile scindere il mero valore artistico dal valore sociale, politico, culturale che questa musica veicola. Non a caso l’album ha ottenuto i più sinceri riconoscimenti da parte di accreditati critici statunitensi. In effetti ascoltando il CD è come se ci si muovesse in un contesto teatrale con i quattro attori che riportano stralci dei discorsi dei protagonisti e un sound che è una sorta di summa di tutta la musica nera, quindi jazz, soul, funk, gospel, spiritual…Insomma una musica che è allo stesso tempo un grido di dolore per quanto accaduto e un segno di speranza per un futuro che non può essere disgiunto dal passato in quanto, come nota lo stesso McBride, “ci sono oggi nuove battaglie che stiamo combattendo, ma sento che queste nuove battaglie cadono sotto l’ombrello di uguaglianza, equità e diritti umani – e questa è una vecchia battaglia». Particolarmente emozionante, al riguardo, riascoltare “I Have a Dream”, un discorso che credo tutti dovremmo, ancora oggi, apprezzare nei suoi profondi significati.

Dino e Franco Piana – “Open Spaces” – Alfa Music
Conosco Dino e Franco Piana oramai da tanti anni e mi ha sempre stupito la straordinaria intesa tra padre e figlio che ha portato questi due personaggi ad attraversare l’oceano del jazz con signorilità, competenza e pochi ma significativi album. In effetti i due (il primo nella veste di trombonista dalla classe eccelsa, il secondo nella quadruplice funzione di compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra e flicornista) entrano in sala di incisione solo quando sentono di avere qualcosa di nuovo da dire. Di qui gli ultimi tre album particolarmente significativi, tutti registrati per l’Alfa Music, “Seven” (2012), “Seasons” (2015), e adesso questo “Open Spaces” il cui organico è sostanzialmente lo stesso dell’album precedente cui si aggiungono i cinque archi della Bim Orchestra. Quindi, oltre a Dino e Franco Piana, si possono ascoltare Fabrizio Bosso alla tromba, Max Ionata al sax tenore, Ferruccio Corsi al sax alto, Lorenzo Corsi al flauto, Enrico Pieranunzi al piano, Giuseppe Bassi al basso e Roberto Gatto alla batteria. In repertorio due suite, “Open Spaces” e “Sketch of Colours”, articolate la prima su una Introduzione e tre Variazioni, la seconda su una Introduzione e due Movimenti, ed in più altri tre brani “Dreaming”, “Sunshine” e “Blue Blues”, tutti composti e arrangiati da Franco Piana eccezion fatta per “Sketch of Colours” scritto da Franco Piana e Lorenzo Corsi. L’album è davvero di assoluto livello e per più di un motivo. Innanzitutto la scrittura di Franco che, accoppiata ad una evidente bravura nell’arrangiamento, riesce a ricreare una sonorità caratterizzata da timbri e colori assolutamente originali, rimanendo fedele ad un linguaggio prettamente jazzistico. In secondo luogo l’affiatamento dell’orchestra che pur essendo composta da grandi personalità ha trovato una sua cifra di coesione che l’accompagna in tutte le esecuzioni. In terzo luogo la caratura dei vari assolo che vedono protagonisti tutti i componenti della band. A questo punto non resta che auguravi buon ascolto!

Stefania Tallini – “Uneven” – Alfa Music 226
Ebbene lo confesso: sono un grande amico di Stefania Tallini che ammiro non solo come pianista e compositrice ma anche come persona gentile, equilibrata, mai sopra le righe e soprattutto affettuosa, che si è sempre mantenuta con i piedi per terra nonostante gli innumerevoli successi a livello internazionale. Ecco, questo album inciso in trio con Matteo Bortone valente contrabbassista che ha suonato tra gli altri con Kurt Rosenwinkel, Ben Wendel, Tigran Hamasyan, Ralph Alessi, e Gregory Hutchinson statunitense a ben ragione considerato uno dei migliori batteristi di questi ultimi anni, è probabilmente uno degli album più significativi registrati dalla pianista. La filosofia dell’album è racchiusa nello stesso titolo, “Uneven” ovvero “Irregolare”: in effetti, spiega la stessa Tallini, “questa parola inglese è l’espressione di qualcosa di inatteso, di inaspettato, che rimanda ad un carattere di imprevedibilità, appunto, che è proprio ciò che amo nella musica e nella vita.” E per esplicitare al meglio queste sue posizioni, Stefania ha voluto fortemente accanto a sé i due musicisti cui prima si faceva riferimento. I risultati le danno ragione. L’album è convincente in ogni suo aspetto: intelligente la scelta del repertorio che accanto a dieci composizioni originali della pianista annovera “Inùtìl Paisagem” di Antonio Carlos Jobim e lo standard “The Nearness of You” di Hoagy Carmichael eseguito in solo; assolutamente ben strutturata la scrittura in cui ricerca della linea melodica e armonizzazione si equilibrano in un linguaggio che non consente espliciti punti di riferimento. Tra i vari brani una menzione particolare, a mio avviso, per il brano di Jobim proposto con grande partecipazione e delicatezza, impreziosito anche dagli assolo dei compagni di viaggio, e l’original “Triotango” che ben cattura l’essenza di questo genere musicale.

Oded Tzur – “Here Be Dragons” – ECM 2676
Questo “Here Be Dragons” è l’album d’esordio in casa ECM per il sassofonista israeliano, ma da tempo residente a New York, Oded Tzur. Accanto a lui Nitai Hershkovits al pianoforte, Petros Klampanis al contrabbasso e Johnathan Blake alla batteria, quindi una piccola internazionale del jazz dal momento che se Hershkovits è anch’egli israeliano, il bassista è greco di Zakynthos‎ e il batterista statunitense di Filadelfia. Registrato nel giugno del 2019 presso l’Auditorio Stelio Molo in Lugano, l’album presenta in repertorio otto brani di cui ben sette scritti dallo stesso sassofonista cui si aggiunge “Can’t Help Falling In Love” di Peretti-Creatore-Weiss, portato al successo nientemeno che da Elvis Presley. Fatte queste premesse, anche per inquadrare il personaggio ancora non molto noto presso il pubblico italiano, occorre sottolineare la valenza della musica proposta. Una musica che sottende una particolare bravura di Tzur sia nell’esecuzione sia ancora – e forse di più – nella scrittura, sempre fluida, facile da assorbire seppure non banale e soprattutto frutto di una straordinaria capacità di introiettare input provenienti da mondi i più diversi. In effetti egli, israeliano di nascita, ha dedicato molta parte del suo tempo a studiare la musica classica indiana considerata, come egli stesso afferma, “un laboratorio di suoni”. Ecco quindi stagliarsi in modo del tutto originale il suono del suo sassofono chiaramente influenzato dagli studi con il maestro di bansuri (flauto traverso tipico della musica classica indiana) Hariprasad Chaurasia, iniziati nel 2007. Ed è proprio la particolarità del sound che a mio avviso caratterizza tutto l’album, con i quattro musicisti che si intendono a meraviglia pronti a supportarsi in qualsivoglia momento. I brani sono tutti ben scritti e arrangiati con una prevalenza, per quanto mi riguarda, per “20 Years” la cui linea melodica viene splendidamente disegnata da Hershkovits altrettanto splendidamente sostenuto da Blake il cui lavoro alle spazzole andrebbe fatto studiare ai giovani batteristi.

Kadri Voorand – In duo with Mihkel Mälgand – ACT 9739-2
Ecco un album che sicuramente susciterà l’interesse e la curiosità degli appassionati italiani: protagonisti due artisti estoni, la cantante, pianista e compositrice Kadri Voorand e il bassista Mihkel Mälgand. Kadri da piccola cantava nel gruppo di musica popolare di sua madre, avvicinandosi successivamente al pianoforte classico e quindi al jazz nelle accademie di Tallinn e Stoccolma.  Oggi viene considerata una stella nel proprio Paese grazie ad uno stile versatile che le consente di mescolare jazz contemporaneo, folk estone, rhythm & blues e ritmi latino-americani. Non a caso nel 2017 è stata insignita del premio musicale estone per la miglior artista ed è stata premiata per il miglior album jazz dell’anno (“Armupurjus”). Mihkel Mälgand è uno dei bassisti estoni di maggior successo, avendo lavorato, tra gli altri, con musicisti come Nils Landgren, Dave Liebman e Randy Brecker. In questo album si presentano nella rischiosa formula del duo con la vocalist che suona anche kalimba e violino mentre Mihkel si cimenta anche con bass guitar, bass drum, cello e percussioni. In un brano ai due si aggiunge come special guest Noep. In repertorio 12 brani scritti in massima parte dalla Voorand e cantati in inglese eccezion fatta per due nella sua lingua madre (due splendide song tratte dal patrimonio folcloristico estone). L’album è notevole ed è stato apprezzato anche al di fuori dell’Estonia: Europe Jazz Network, la rete europea di operatori del settore jazz, che stila la Europe Jazz Media Chart, una selezione mensile dei migliori titoli usciti curata da un pool di giornalisti specializzati, ha incluso “Kadri Voorand – In duo with Mihkel Mälgand” tra le migliori registrazioni del marzo 2020. La musica scorre fluida ed evidenzia appieno la valenza dei due musicisti che si muovono con maestria ben supportati da un tappeto intessuto dagli effetti elettronici padroneggiati con misura ed euqilibrio. La voce della Voorand è fresca, e affronta il difficile repertorio con disinvoltura non scevro da una certa dose di ironia. Dal canto suo Mälgand non si limita ad accompagnare la vocalist ma ci mette del suo prendendo spesso in mano il pallino dell’esecuzione sempre con pertinenza.