Gonzalo Rubalcaba: è difficile restare in alto

 

 

L’appuntamento è fissato per le 18,30 nel migliore albergo di Grado, poche ore prima del concerto che lo vedrà trionfare alla prima edizione di Grado Jazz.

Ogni volta che ci incontriamo ho sempre un po’ di timore: lui è diventato una stella di primaria grandezza, acclamato da pubblico e critica sotto ogni latitudine; io un cronista di jazz che continua a fare il suo lavoro con passione e onestà intellettuale. E quindi: sarà affettuoso come sempre o sarà annoiato dalla mia presenza?

Per fortuna anche questa volta i miei dubbi si sciolgono immediatamente: appena mi vede mi corre incontro e mi abbraccia con il calore e l’affetto di sempre.

In effetti molta acqua è passata sotto i classici ponti da quando nel 1991, in Martinica, ho avuto il piacere di conoscere Gonzalo Rubalcaba; da allora ci siamo mantenuti in contatto e ogni volta che viene in Italia se possibile lo raggiungo e lo sottopongo alla rituale tortura di un’intervista, cui egli non si sottare…anzi.

Entriamo subito in argomento, regalandogli il mio libro – “Gente di jazz” – contenente la prima intervista che gli feci nell’oramai lontano 1991.

 

-Gonzalo, dopo tutti questi anni, come ci si sente ad essere considerati una stella di assoluta grandezza nel firmamento del jazz?

“Bene, ovviamente, anche se tu mi conosci bene e sai che ho dovuto faticare non poco per raggiungere questi risultati. Credo, per rispondere più dettagliatamente alla tua domanda, che oggi sono un pò più in linea con ciò che per molti anni ho cercato di raggiungere. Però questa è una carriera come altre in cui non si arriva mai. Certo, ciò dipende da ciascun individuo, da ciascuna persona, da ciò che ognuno pensa. Ci sono alcuni che trovano – e si accontentano – la formula di fare musica, per me è molto importante trovare la forma di fare musica. La forma io credo che non sia legata ad alcun tipo di ordine di moda, o di ordine commerciale. La forma è essere più fedele alla creazione stessa senza che tu sia troppo interessato a quali siano le strade che ti portano ad un risultato più rapido; l’importante per me è sentirmi bene con ciò che faccio e sentire che sono sincero, coerente con ciò che dico. Comunque non ti credere, anche se sono arrivato in alto, la vita è sempre difficile anche perché c’è molta concorrenza e quando questa è leale no problem, quando invece è scorretta allora le cose si complicano”.

-Senti mai il bisogno di rifugiarti in seno alla tua famiglia?

“No anche perché ho sempre accanto a me la mia famiglia. Noi viviamo in Florida, a Coral Springs, un’ora di macchina più su di Miami. Come forse ricorderai ho tre figli, due maschi ed una femmina e tutti e tre sono in qualche modo impegnati nella musica”.

 

-Chissà perché la cosa non mi stupisce affatto. Come articolerai il concerto di questa sera e cosa puoi dirmi dei tuoi attuali partner?

“Per quanto riguarda il repertorio sarà una sorta di summa della mia carriera sino a questo momento, vale a dire brani, suggestioni tratti dai molti album che ho registrato fino ad oggi. Per quanto concerne i miei attuali compagni di viaggio, con il bassista Armando Gola collaboro oramai da molti anni e quindi l’intesa è perfetta, quasi telepatica. Il batterista, Ludwig Afonso, è con me solo da un anno ma sentirai: è un drummer sontuoso”.

 

-Conoscendo la cura con cui scegli i tuoi partner non ne dubito. Poco fa hai fatto cenno alla tua produzione discografica. Quali progetti hai in cantiere al riguardo?

“Come probabilmente saprai, qualche anno fa ho fondato una mia etichetta indipendente – “5 Passion” – con cui realizzo i miei nuovi album. Adesso ne ho pronti tre ma sto ancora cercando la casa di distribuzione. Il primo di questi CD si chiama “Skyline” e vorrei uscisse entro quest’anno”.

 

-Mi sembra di aver letto che si tratta di una sorta di omaggio a Ron Carter e Jack DeJohnette.

“Esatto: il trio è composto da me e da questi due straordinari artisti. L’album lo abbiamo registrato in ottobre ai Power Station di New York durante una session di due giorni. Sono gli studi di registrazione un tempo chiamati Avatar ricchi di ricordi per tutti noi tre”.

 

-Perché hai sentito l’esigenza di questo omaggio?

“Perché non dimenticherò mai quello che artisti come Ron Carter e Jack DeJohnette, fra molti altri, hanno fatto per me al mio arrivo negli Stati Uniti quando avevo meno di trent’anni. Mi vengono in mente, oltre a Ron e Jack, Joe Lovano, Chick Corea, Herbie Hancock, Paul Motian… tutte persone che si sono prese cura di me, accettandomi all’interno della comunità musicale. E da loro ho cercato di imparare il più possibile. Da allora ho cercato, quasi, di pagare loro un tributo invitandoli a suonare con me 20 o 30 anni dopo. L’album sarà composto da 6 tracce originali, due firmate da ognuno di noi tre. Ho poi voluto aggiungere due brani di piano solo, il primo scritto da Jose Antonio Mendez mentre il secondo è una versione di “Lágrimas negras” reso famoso in tutto il mondo dai Buena Vista Social Club, c he presenterò anche questa sera. A chiudere un brano nato spontaneamente, quasi un blues, che è venuto davvero bene”.

 

-Questo senza ovviamente dimenticare Dizzy Gillespie e soprattutto Charlie Haden con il quale, come tu stesso hai avuto speso modo di dichiarare, hai avuto un rapporto stretto, non solo in campo artistico ma anche personale.

“Certo”.

-Bene parliamo adesso degli altri due album pronti sulla rampa di lancio.

“Il secondo è stato inciso dal “Trio d’été” che mi vede accanto a Matthew Brewer basso  ed Eric Harland batteria. E con questa formazione mi sono esibito anche all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il terzo, cui tengo particolarmente, è la registrazione di un recital per piano solo che ho tenuto il 16 maggio del 2017 al Teatro Olimpico di Vicenza, un concerto che ricordo con particolare piacere per le sensazioni straordinarie che ho vissuto”.

-Dischi a parte, hai qualche altro progetto in mente?

“Sì, tra qualche mese con una tournée in Giappone, partirà un progetto particolare con la vocalist Aymee Nuviola che si chiama “Viento y Tiempo”. Aymee è una straordinaria vocalist cubana che conosco praticamente da sempre. Quando avevo dieci anni, e lei sette, andavamo dalla stessa maestra di piano, Silvia; abitavamo nello stesso barrio e ci vedevamo spesso. Poi, come puoi ben immaginare, le vicende della vita ci hanno portato lontani. Ma poco tempo fa ci siamo rivisti, abbiamo ricordato i vecchi tempi e abbiamo scoperto la possibilità, anzi la voglia di mettere su un progetto assieme, incentrato non sul jazz ma sulle musiche tradizionali cubane. L’abbiamo fatto ed ora siamo sui blocchi di partenza. E’ un progetto di cui sono davvero entusiasta e spero tanto che vada bene”.

 

-Se non sbaglio avete già collaborato in passato

“Sì, sono stato suo ospite nell’album “First Class to Havana”.

 

-Quando pensi che sarà possibile ascoltarlo in Italia?

“Lo porteremo in Europa il prossimo anno e sono sicuro che verremo anche in Italia dove so di poter contare su molti estimatori”.

 

-Ci sono altri artisti cubani che si stanno mettendo particolarmente in luce?

“Ce ne sono davvero tanti e sparsi in tutto il mondo. Tanto per farti qualche nome c’è Alfredo Rodriguez, pianista e compositore che adesso ha 33 anni e che ha collaborato con Quincy Jones; c’è David Virelles statunitense d’adozione; a Madrid opera Iván ‘Melón’ Lewis che viene da Pinar del Río; ad Amsterdam è possibile ascoltare Ramón Valle… insomma ce n’è davvero tanti e come vedi sono davvero in giro per il mondo”.

 

-Un’ultima domanda che spero non ti crei imbarazzo: come vedi la situazione attuale a Cuba?

“Come sempre… nel senso che non vedo segni di profondo cambiamento. Negli ultimi cinquant’anni Cuba è stata totalmente scollegata dal resto del mondo per cui reputo improbabile una sua veloce e specifica ripartenza. Certo, è possibile che tra poco si possano trovare anche a Cuba quantità rilevanti di prodotti di qualità ma le incrostazioni nella struttura mentale dei cubani, il modo in cui ormai intendono la vita sono assai difficili da sconfiggere. C’è chi da tempo si è messo l’animo in pace con ciò che passava il convento e non ha altre ambizioni; altri, invece, sperano nel cambiamento; vedremo!”.

 

Il jazz come viaggio: i “Migrantes” di Innarella Il jazz come incontro: Sandvik e Picchiò

 

Il raffinato lirismo della cantante norvegese Marit Sandvik e il jazz intriso di venature e problematiche mediterranee del sassofonista e compositore Pasquale Innarella, nel ricordo dell’amico-contrabbassista scomparso Pino Sallusti. Questi sono stati i “colori” dominanti il 26 luglio al “SummerTime Festival 2017” (nel giardino della capitolina Casa del Jazz), serata dedicata all’etichetta Alfa Music ed ai suoi progetti.

Mi permetto di riavvolgere il nastro del tempo e di partire dalla seconda parte del recital, quella con il quartetto di Innarella che ha visto Francesco Lo Cascio al vibrafono, Roberto Altamura alla batteria e Mauro Nota al contrabbasso, al posto del compianto Sallusti. Il leader e tenorsassofonista viene da una lunga storia personale e artistica in cui la musica si intreccia al sociale, il jazz ad una dimensione “politica” ed “etica”. Nessun semplicismo, in questo senso, ma “Migrantes” – l’album presentato durante la serata – è il punto di arrivo di un articolato percorso: il Cd prodotto dall’ Associazione di Promozione Sociale “Le Rane di Testaccio” per Alfa Music (coordinatore della produzione Fabrizio Salvatore)  rappresenta, infatti, la tappa più recente di un itinerario che, tra l’altro, vede da anni Innarella impegnato nella periferia romana con formazioni musicali (BandaRustica) che realizzano integrazione e recupero di giovani – immigrati e non – sul concreto e aggregante terreno del “fare musica”.

Il quartetto si impone con un “sound” inconfondibile, dato dalla somma non matematica delle varie personalità. Pasquale Innarella ha maturato una sonorità al sax tenore che, metabolizzando Archie Shepp ed Albert Ayler, si configura in una voce individuale memore comunque di accenti e vibrati folclorici, una voce attuale ed arcaica come quella di Ornette Coleman. Francesco Lo Cascio utilizza il vibrafono come strumento armonico e ritmico, sostiene la struttura dei brani e negli assoli si libra con fantasia ed autentica “trance” musicale; è un artista che sa coniugare razionalità ed estro con esiti sorprendenti. Roberto Altamura, dal canto suo, sa essere incalzante nella scansione quanto creativo ed imprevedibile nelle sezioni più libere, conservando nel suo percussionismo sonorità che arrivano alla batteria da altre esperienze e “storie ritmiche”. Mauro Nota ha il difficile compito di sostituire Pino Sallusti – più volte, e con affetto, ricordato nel  corso della serata: “Migrantes” gli è dedicato – e sta trovando una sua via che connette sostegno armonico solido e capacità di canto e dialogo del contrabbasso in relazione alle altre “voci”.

<<I brani – scrive Innarella – (…) sono frutto di stimoli, sensazioni e riflessioni che riportano il mio ricordo di bambino di un piccolo paese irpino del Sud Italia degli anni ’60-’70 che ho visto svuotarsi. (…) Ora l’emigrazione continua ad avere un sapore amaro e drammatico di persone che attraversano il Mediterraneo sfidando il mare. (…) Non c’è mare o muro che possa fermare il desiderio di migliorare la propria vita! Questo disco infatti è dedicato a tutti quei popoli che sono emigrati e che continueranno ad emigrare>>. Il concerto romano ha ripreso in modo pressoché integrale gli otto brani dell’album, tutti del sassofonista con l’eccezione di “Yemerko Sew” – del jazzista etiope Mulatu Astatke (recentemente ascoltato a Udine) – ed il blues “Night in Town” di Sallusti che ha concluso la vibrante esibizione del Pasquale Innarella Quartet.

Il jazz come incontro e come “viaggio” (sia metaforico che reale) è la filosofa sonora che sottintende l’altro progetto Alfa Music presentato nella serata: “Travel”, a nome della cantante norvegese Marit Sandvik e del batterista italiano (e un po’ apolide) Maurizio Picchiò. <<Questo disco nasce da un viaggio; un viaggio di allegria, lacrime e sorrisi. Mi rende felice vedere – scrive la Sandvik nelle note di copertina – come il fare musica, la cosa che amo di più nella mia vita, crei sempre amicizie nuove. Mi rende felice sentire l’esigenza nel cercare e nel trovare sempre qualcosa di nuovo>>. Tutto è nato quando nell’estate del 2014 la cantante fu invitata insieme al chitarrista Oystein Norvoll a Spoleto per un progetto che prevedeva la collaborazione con musicisti italiani. E’ in questa circostanza che fa il suo ingresso la figura di Maurizio Picchiò, batterista italiano dalla vasta esperienza internazionale che contatta i jazzisti “giusti”: il sassofonista Maurizio Giammarco (anche nelle vesti di arrangiatore), il trombettista Fabrizio Bosso ed il contrabbassista Raffaello Pareti, senza dimenticare il pianista Eivind Valnes, da tempo collaboratore della cantante norvegese.

Al “SummerTime Festival” della Casa del Jazz sono questi, in effetti, i jazzisti che si esibiscono, a parte Bosso sostituito da Fulvio Sigurtà che si è perfettamente inserito nelle musiche in gran parte composte dalla Sandvik. Ella, infatti, sa cantare con personalità e classe, usare la voce a livello strumentale, scrivere brani di originale fattura e creare testi efficaci ed ispirati (anche su brani altrui, come “It Always Is” di Tom Harrell). Il solco è quello del mainstream ma in un’accezione non derivativa, con brani di grande equilibrio, ricchi di dinamica e variazioni timbriche, sempre pieni di sentimento. La delicatezza di “Be My Song” e “Mi ricordo di te”, la trama sonora raffinata di “Going Back, Going Forth” che si intarsia nel tema cantato e si impreziosisce di un solo al soprano di Giammarco, il profilo ritmico di “Matte Bare” dimostrano il valore del progetto, della vocalist e di tutti i musicisti coinvolti.

Un apprezzamento va, in conclusione, anche ad Alfamusic (da Fabrizio Salvatore ad Anita Pusceddu e Alessandro Guardia) per la qualità del loro lavoro discografico in tempi dominati dalla rete Internet in cui realizzare album è sempre più difficile.

Monk’n roll con Tinissima 4tet alla rassegna Musica al Vittoriano

 

Foto di Adriano Bellucci

Roma, Vittoriano, Terrazza Italia, 7 luglio 2017
Monk’n Roll
Tinissima 4tet

Francesco Bearzatti, clarinetto e sax tenore
Giovanni Falzone, tromba
Danilo Gallo, basso
Zeno De Rossi, batteria

Quando pensavi che su Thelonius Monk si fossero oramai compiute musicalmente tutte le operazioni possibili – posto che il Jazz è una vena inesauribile, certo, e improvvisarvi o reinterpretare è un qualcosa che non si può prevedere del tutto – ti capita di andare ad ascoltare Monk’nRoll (cd edito da CAM Jazz) di Tinissima 4tet. Le tue quasi certezze si scardinano e passi un’ ora e mezzo intensa, divertente, anzi entusiasmante e, se come chi vi scrive, sei lì per poi doverne dare conto, fai anche molta attenzione a quanta preparazione e carica creativa vi sia dietro quella curiosa operazione.

Siamo a Roma, nella Terrazza Italia del Vittoriano, al tramonto di una sera estiva. E’ lì che si svolge  Musica al Vittoriano (appuntamenti tra Jazz e altro) nell’ ambito  di Art City, rassegna di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo organizzata dal polo museale del Lazio nell’arco di tutta l’estate romana.
Il luogo è affascinante, come si può immaginare, i posti esauriti, sold out. Mentre si attende l’inizio del concerto si guarda rapiti il panorama: la terrazza domina la città. Fino a quando non comincia la musica.
Monk’n roll si basa su un’idea pressoché geniale: mescolare il jazz di Thelonius Monk al rock e anche al pop. Come? Intrecciandoli tra loro. Letteralmente, intrecciandoli, come se fossero due fili colorati a contrasto. Quello che avviene è che chi ascolta percepisce nettamente due linee che riconosce, eppure quelle sono strettamente intrecciate.
E’ una specie di rompicapo che non puoi fare a meno di seguire su due piani: uno, quello che ti trascina emozionalmente, l’altro (specie se devi scriverne poi in un secondo momento) quello che ti porta a cercare di capire perché quella musica è così trascinante.

I Tinissima entrano in scena con una introduzione ricca di materiale sonoro, una sorta di presentazione di ciò che sta per avvenire. Mi sbaglierò ma vagamente appare anche Gershwin. Poi, per nulla vagamente, ecco Bemsha Swing avviluppato a Another one bites the dust dei Queen. Non mi andrebbe di stare attenta, mi andrebbe di fare ciò che sta facendo la gente in platea: lasciarsi trasportare da questa specie di positiva schizofrenia jazzrockistica ma non posso farlo. I Queen sono affidati al basso di Danilo Gallo e alla batteria di Zeno De Rossi, Monk è affidato al sax tenore di Francesco Bearzatti e alla tromba di Giovanni Falzone. La parte tematica di entrambi i fronti è volutamente cristallina, inizialmente, e cattura l’attenzione in maniera totalizzante, proprio perché ti trovi in mezzo ad una sorta di rebus, ad un arcano che ti confonde nonostante la soluzione sia ad un passo, specie se hai amato sia Monk che i Queen. Ti trovi a voler seguire entrambe le linee melodiche, la linea armonica si adatta ad entrambe e tu sei in mezzo. Poi l’enigma si scioglie nei soli improvvisati di tromba, di sax, di batteria, poi si ritorna agli obbligati per la tromba il sax, poi il pezzo si chiude e tu sei lì che cerchi ancora di capire cosa sia successo di così elettrizzante.


Il gruppo durante tutto il concerto mostra un estro creativo inesauribile, una serie quasi infinita di trovate espressive. Gli strumenti vengono utilizzati con tutte le funzioni possibili. Può capitare che le note acute del clarinetto svolgano una funzione ritmica. O che su uno strenuo ostinato di basso Bearzatti crei un’improvvisazione soffiando solo sul bocchino e l’ancia del clarinetto stesso. Il basso (versatile, duttile, ma anche potente) di Danilo Gallo può assumere di volta in volta una funzione prettamente ritmica o addirittura straniante, magari reiterando un riff in 7/4 (o 7/8? non saprei dirvi adesso),  ma può aprirsi anche in accordi dal voicing di una grande pienezza armonica, indispensabile in alcuni momenti della performance.
Se la tromba di Falzone espone un tema, il sax tenore di Bearzatti fornisce affondi armonici toccando note fondamentali per la comprensione dell’accordo attuale in quel momento, oppure improvvisa, magari simulando efficacemente una chitarra elettrica.


Il set della batteria di De Rossi, jazzistico, può risuonare come un set rock, in un’alternanza continua tra due mondi sonori.
Round Midnight inspiegabilmente si fonde alla perfezione con Walkin’ on the Moon dei Police.  L’inconfondibile linea di basso la garantisce Danilo Gallo, mentre Francesco Bearzatti e Giovanni Falzone si prendono in carico Thelonius Monk, fino a quando, eseguendo il ritornello di Walkin’ on the Moon a due voci invadono il campo del basso, per poi tornare a Round Midnight. Tu sei ancora lì che cerchi di risolvere l’arcano ed ecco che ancora Gallo e De Rossi ti presentano Billie Jean di Michael Jackson mentre Francesco Bearzatti e Giovanni Falzone vi saldano indissolubilmente Walkin Bad: sembrano nati così i due brani. Sono come due parti di un puzzle finalmente ricostruito, e non me ne vogliano i puristi del Jazz.
Under Pressure
dei Queen sembra legato a Brilliant Corners come un gemello siamese eterozigote, e Walk on the dark side di Lou reed a Criss Cross:  appaiono dopo un omaggio di Bearzatti a Roma, che, calata la sera, risponde a Rugantino risplendendo sotto la Terrazza Italia. Il clarinetto e la tromba cantano a due voci giocando con accenti, dinamiche, sfiorando non si sa come anche un po’ di Messico (l’ho sentito solo io? Magari sì, ma non importa) e tornando da Lou Reed a Rugantino.


Walk this Way  degli Aerosmith emerge, potente, dal basso imprescindibile di Danilo Gallo, e ad esso si abbraccia strettamente Straight no Chaser : il sax interagisce proprio con il basso, Falzone rumoreggia con la sua voce, Zeno De Rossi esplode in un assolo fantastico e tu trovi una delle risposte al quesito “cosa è la creatività”? Ce l’hai avuta davanti per un’ora e mezzo sul palco del Vittoriano durante una sera estiva.
Thelonius Monk avrebbe ballato ascoltando Tinissima 4tet, quasi certamente avrebbe ballato: il quasi lo tengo in serbo per salvarmi dai puristi del Jazz!

Olmo Amico: l’importanza ancora oggi di un intellettuale come Gianni Amico

 

Venerdì 7 aprile, ore 19, alla Casa del Jazz di Roma, serata dedicata al cinema di Gianni Amico con la proiezione di alcuni dei documentari che hanno caratterizzato la sua carriera. In particolare verranno proiettati: “L’uomo amico” di Germano Maccioni da un’idea di Olmo Amico (39′ colore 2015),“We Insist (Noi insistiamo) !-Suite per la libertà subito” di Gianni Amico (22′ b/n 1964) e “Appunti per un film sul jazz” di Gianni Amico (55′ b/n 1965).

I documentari saranno preceduti da introduzioni a cura di Olmo Amico, Max De Tomassi, , Marco Molendini , Ada Montellanico e del sottoscritto.

Sul significato della serata abbiamo intervistato il figlio del grande intellettuale, Olmo Amico. Archivista e catalogatore responsabile della collezione delle colonne sonore  presso la biblioteca Renzo Renzi della Fondazione Cineteca di Bologna, Olmo Amico nel 2006 ha realizzato un lavoro su Francesca Archibugi, edito dalla Cisreco con prefazione di Mario Sesti; oramai da parecchi mesi Olmo sta dedicando molto del suo tempo all’idea  di pubblicizzare al massimo questi straordinari filmati purtroppo ancora oggi sconosciuti ai più.

 

 

Come è nata l’idea di rievocare in maniera così forte la figura di tuo padre?

Io lavoro alla Cineteca di Bologna e proprio in seno alla Cineteca si è deciso di editare questo lavoro che molti amici volevano fosse conosciuto… gente di cinema, intellettuali di ogni parte mi chiedevano da tempo che fossero editi questi film che ripercorrono una stagione culturale e politica di cui noi tutti, specialmente oggi, sentiamo la mancanza.

 

In particolare cosa tratta il DVD che vedremo alla Casa del Jazz?

Il DVD raggruppa quattro film: il titolo è “Jazz e altre visioni” tre film di Gianni Amico (il suo primo lavoro sul jazz “Noi insistiamo! Suite per la libertà subito” del 1964 che è un montaggio di foto delle lotte di emancipazione sia degli Stati Africani sia degli Stati Uniti contrappuntate da un tappeto sonoro costituito dall’album di Max Roach con Abbey Lincoln, lavoro che ha vinto il primo premio al Festival di Mannaheim; l’anno successivo , tratto dal Festival del Jazz di Bologna, ecco “Appunti per un film sul jazz” in cui si ammirano grandi artisti come Steve Lacy , Don Cherry, Gato Barbieri , Mal Waldron, Aldo Romano e tanti altri; poi c’è “Il cinema della realtà” del 1969 che è una serie di interviste sui set con Pasolini, Zavattini, Bertolucci giovanissimo, i fratelli Taviani, Amidei e De Sica … A questi si aggiunge “L’uomo Amico” un documentario di Germano Maccioni che come regista ha magnificamente sviluppato una mia idea.

 

Cosa ti è rimasto dentro della figura di tuo padre?

Un’eredità pesante e stimolante allo stesso tempo: un intellettuale come lui che nei fatti è riuscito a creare una rete di affetti, è chiaro che quando non c’è più lascia un vuoto difficilmente colmabile. Lui era straordinario anche perché ciò che aveva nel suo DNA riusciva a trasmetterlo a chi gli stava vicino, mai in modo verboso ma sempre come arricchimento degli altri. E ciò riguarda tutti coloro che hanno avuto la fortuna e il piacere di frequentarlo.. in questo momento penso, in modo particolare agli amici musicisti, Rava e Gato prima di tutti.. ricordo che Gato fu scoperto e portato in Italia da mio padre , e fu proprio grazie a mio padre che Gato suonò in qualche brano all’ interno dei pezzi di Gino Paoli che assieme a Ennio Morricone scrisse la colonna sonora del del film “Prima della rivoluzione” (1964) di Bernardo Bertolucci di cui mio padre fu sceneggiatore assieme allo stesso Bertolucci … e quattro anni dopo mio padre scrisse un altro film con Bertolucci che era “Partner”. Per quanto riguarda più in particolare la mia persona, è chiaro che ne conservo una memoria fortissima, una stupenda eredità, avevamo un bel rapporto, profondo, ricco di complicità nonostante io avessi solo quattordici anni quando ci ha lasciati. Comunque adesso è importante far circolare questo lavoro, questo DVD: già nel 2001 avevo scritto un libro su di lui uscito per le edizioni EDT all’interno del Festival Jazz di Torino dove proiettammo un’integrale dei suoi film.

 

In un’Italia così devastata come quella di oggi, quale pensi avrebbe potuto essere il ruolo di tuo padre?

Sicuramente un ruolo molto battagliero, molto attivo.. probabilmente avrebbe sviluppato molto di più certe tematiche sempre ricorrendo al proprio specifico… ricordo al riguardo un altro suo lavoro dell’87, un documentario dedicato a Gramsci che si intitolava “Gramsci l’ho visto così” fatto con Giorgio Baratta un professore dell’Università di Urbino purtroppo scomparso anche lui tre anni fa. Poi nel 1980 realizzò un altro documentario sui portuali di Genova che s’ intitola “lo specchio rovesciato”  e nello steso anno realizzò “Le mani svelte” , un documentario sugli operai della Fiat; nello stesso tempo è importante ricordare come mio padre sia stato il primo a portare in Italia la musica e il cinema brasiliani, fin dalla prima manifestazione che organizzò nei primi anni Sessata, a Sestri Levante, a Santa Margherita Ligure con Bruno Torri… poi realizzò nel 1967 questo straordinario film, “Tropici”, sconosciuto ai più… per fortuna c’è Enrico Ghezzi che ogni anno due o tre volte lo manda in onda… il film è stato anche il primo prodotto dalla RAI ed è una specie di road-movie che parla di una famiglia che partita dal Nord Est del Brasile si trasferisce nella grande città.

 

Tutte queste tematiche – musica jazz, musica brasiliana, cinema musicale, cinema d’impegno sociale e politico – come si armonizzano tra loro?

Si legano grazie alla sua grande passione, alla sua voracità intellettuale, alla sua grande curiosità, alla sua capacità di creare delle reti.…ancora oggi i musicisti brasiliani non dimenticano ciò che fece mio padre, quando nell’83 organizzò a Roma , al Circo Massimo, con Nicolini la più grande manifestazione dedicata alla musica brasiliana, “Bahia de todos os sambas” con l’intervento di Caetano, Gil, Joao Gilberto, Vasconcellos… davvero il meglio che la cultura brasiliana poteva offrire in quel momento, manifestazione che successivamente nel 1996 uscì in  vhs per le edizioni “elle-multimedia”… La musica brasiliana mi è entrata talmente dentro che ho fatto la tesi di laurea al DAMS di Roma con Gianni Borgna intitolata   “tropicalismo e dintorni: le rivoluzioni culturali nel brasile degli anni 60”.

 

Nell’attuale panorama italiano, c’è qualcuno a tuo avviso di ereditare e portare avanti il lascito di Gianni Amico?

Il cinema italiano, seppure in forme diverse, sta attraversando di nuovo una stagione importante . Tra l’altro io spero sempre che qualcuno possa ancora sviluppare una sceneggiatura inedita di mio padre che era dedicata a Django Reinhardt , scritta con Enzo Ungari e Jean Louis Comolli.

 

In conclusione cosa ti aspetti dal convegno in programma alla Casa del Jazz?

Si tratta di una vetrina molto importante; sono contento che mi sia stata data l’opportunità di presentare questi lavori di mio padre. Penso che si ricrei quella emozione che ogni volta noto in chi vede questi lavori, così forti,  significativi.

 

 

Rosalba Bentivoglio Incanto di pietra lavica

Rosalba4

Artista di grande spessore, vocalist che si è fatta apprezzare anche al di fuori dei confini azionali, Rosalba Bentivoglio è rimasta fortemente legata alla sua terra. Di qui una scelta tanto impegnativa quanto, dal punto di vista artistico, non del tutto gratificante: restare nella propria terra, continuare a vivere nella natia Catania. Qui, ovviamente, ha proseguito la sua attività di jazzista a tutto tondo, affiancando una intensa attività didattica.
L’abbiamo intervistata di recente affrontando tutta una serie di tematiche molto delicate e abbiamo trovato una donna, un’artista intelligente, coraggiosa, ben consapevole delle proprie motivazioni, che n on ha alcun timore ad esprimere in modo chiaro, inequivocabile, le proprie idee.

-Come pensi sarebbe stata la tua carriera se avessi lasciato Catania, la Sicilia?
Intanto ti dico che qui in “provincia” risulta essere un plus valore il fatto di vivere o di rientrare dopo aver vissuto all’estero (o anche solo in nord Italia); ciò che viene da “fuori” dà più lustro, e forse non abbiamo ancora dismesso la famosa valigia con cui i nostri genitori partivano cercando riconoscimenti e fortuna fuori dal proprio Paese e magari rientrare poi con accento “estero” per essere ricollocati in modo più consono. Infatti se noti le varie presentazioni di musicisti siciliani, guarda caso, hanno tutti residenza all’estero. Comunque io ho vissuto un periodo a Parigi e in Germania a Monaco e devo dirti che si lavora bene e tutto procede in base alle tue capacità artistiche, cioè l’opposto di quello che avviene da noi. Il Jazz in Italia soprattutto in Sicilia è ancora lontano dalle nuove prospettive musicali a cui da tempo si accenna o più timidamente si cerca di parlare, forse più per un atto dovuto che per convinzione vera e propria. Della parola “difficoltà” ultimamente ho fatto il mio punto di forza; cercando di evitare l’autocommiserazione. In un Paese come il nostro in cui l’unica forma d’arte è l’apparire e dove certezza è la mancanza di strutture, di professionalità e competenze; l’indifferenza poi, completa il quadro, soprattutto per chi ha fatto delle scelte diverse. Io ho bisogno del mio luogo, dell’energia che sprigiona l’Etna e a cui spesso attingo come forma d’ispirazione. Io ho scelto di continuare a vivere a Catania, in Sicilia, per affermare me stessa nel luogo d’origine e perché sono legata alla mia terra, al mio mare, e al mio vulcano. Certo oggi questa scelta fatta anni fa mi sta stretta, penso che il vivere all’estero mi avrebbe dato di più e sarebbe stato più utile alla mia carriera; Catania, la mia città è risultata essere avara con me, con chi si è sacrificata per essa per rappresentarla al meglio.

-Come si è evoluto il Jazz nell’isola?
Come sai sono stata presidente per la Sicilia orientale dell’organizzazione ASMJ (Associazione Siciliana Musicisti Jazz) associazione nata dalla scissione dall’AMJ a livello nazionale perché non ci sentivamo ben rappresentati, comunque dopo poco tempo e dopo aver prodotto 2 cd , il progetto è naufragato; ma in quel periodo ho toccato con mano le reali necessità e disagi dei musicisti isolani, e primo tra tutti la latitanza delle istituzioni, mentre un secondo e non sottovalutato problema è quello degli organizzatori, che a volte coincidono con la figura di musicisti e che purtroppo tengono un’egemonia di potere forte e formano quadrato verso quelli che vengono visti come outsider. Da un punto squisitamente stilistico invece, credo che si cominci ad avere (oserei dire timidamente) l’esigenza di rinnovarsi (nel rispetto di alcuni parametri culturali che oggi si attenzionano più di ieri). Francesco Cafiso ad esempio ha dato una particolare valenza al jazz in Sicilia e pur essendo molto giovane ha bruciato molte tappe, maturando esperienze con gli artisti giusti e nei luoghi idonei. Forse non dovrebbe restare in Sicilia, la Sicilia orientale è bella ma forse lo lega troppo, io lo vedrei più a New York, Parigi o ad Oslo, luoghi più giusti per un artista come lui, tra l’altro ancora giovane, ed affiancarsi ad artisti e collaboratori interessanti e soprattutto innovativi nei suoni . Per le onorificenze, le targhe e le direzioni artistiche c’è ancora tempo. Con Francesco ci siamo sempre ben rappresentati sul palco, abbiamo avuto una lunga collaborazione con l’Orchestra jazz del Mediterraneo di Catania. Certo che oggi nell’era dell’informatica e con le nuove tecnologie a nostra disposizione è stato possibile uno scambio e una informazione a cui prima non eravamo abituati. E’ vero anche che la facilità di approdare e usufruire di tecnologia ha creato uno spazio antitetico al reale sviluppo creativo in cui il mezzo, la macchina, prende il sopravvento sull’intelletto umano. Quindi si dice che in Sicilia un’evoluzione o crescita nell’ambito jazzistico è avvenuta, anche se credo sia sempre sotto le briglie delle esigenze commerciali, dove i nomi o i cartelloni contano più del reale sviluppo di un intelletto artistico. Chi come me da anni si occupa di ricerca e contaminazioni non trova un mercato o interesse capace di sostenerli.

-In Sicilia esistono realtà diversificate che fanno capo a molte realtà locali; secondo te esiste una buona collaborazione o, come sostiene qualche tuo collega, ognuno va per i fatti suoi?
Rispondo subito con un no, non credo che in Sicilia esista una buona collaborazione tra le varie realtà dell’isola, ognuno ha il proprio giro di artisti e, come dicevo prima un piccolo gruppo di musicisti-organizzatori creano egemonie; ma credo che un problema simile esista anche fuori dal nostro territorio come ad esempio Roma che risulta essere una città chiusa, non ci si esibisce se non sei nel giro giusto, ad esempio sai che in tanti anni di attività io non sono mai stata invitata ad esibirmi alla Casa del Jazz ? La mia esibizione a Roma ( a parte la partecipazione a trasmissioni musicali radiofoniche in Rai, con Tony Scott e la conduzione di Adriano Mazzoletti) io ho cantato al Music Inn.

-Il mondo del jazz è stato, tradizionalmente maschilista…cosa puoi dirci al riguardo con specifico riferimento alla realtà siciliana?
Che i pregiudizi nel rapporto tra musicisti sono tutt’oggi presenti; esiste di fatto una discriminazione tra musicisti maschi e musiciste femmine, le femmine vengono viste più come vocalist che devono stare li sul palco in bella mostra a cantare e fare soffrire (musicalmente) i musicisti che le accompagnano. Diciamo che le donne non vengono viste come musiciste e compositrici complete al pari degli uomini, ma sono, anche se spesso più brave dei maschi, un orpello, un abbellimento al gruppo composto da maschi.

-Tu sei una eccellente vocalist … ma anche una compositrice di vaglia; qual è tra i due il vestito che ti senti meglio addosso?
Ambedue, perché quando compongo penso già al canto, mi esprimo con il canto, ma la composizione è la mia espressione interiore; l’intelletto, il sogno, che poi il fuoco del canto concretizza. La voce è l’unico legame tra silenzio e parola e come nei suoni invisibili di Italo Calvino voglio avere sufficiente simbolicità per andare a ricostruire quelle relazioni sommerse; interessante perciò mettere in scena tanto la sperimentazione che avviene nell’ambito colto, come ricerca sul linguaggio, anche visivo, quanto liberi passi che vengono presi nel territorio delle spericolate improvvisazioni vocali. Un bagliore rende limpido e visibile colore e forme, ed è in quest’attimo, intensa ed ispirata che libero me stessa nel non tempo.

-Come si svolge il tuo percorso compositivo?
Così come lo scrivere un libro per un filosofo è un atto del tutto personale, allo stesso modo per me è la realizzazione della mia musica nella quale la mia visione e l’utilizzo del linguaggio non viene inficiato da speculazioni commerciali, ma rappresenta sempre ciò che sono e penso in “questo momento”, fondamentalmente su un’ispirazione, una traccia sulla quale lavoro e inserisco l’armonia, mentre in altre seguo un determinato passaggio armonico che può fare scaturire una melodia evocativa. Altre volte è l’evocazione stessa, anche visiva o una emozione vissuta ad ispirarmi e da li scattare la scintilla compositiva. A volte le composizioni le completo con un testo, altre le lascio libere di vagare. Se dovessi descrivere con un’immagine il pensiero delle mie composizioni mi ritrovo trascinata in un vortice di suoni e colori che in modo forte e diretto mi fanno rivivere i colori e le composizioni di W.Kandinsky. Equilibri dinamici quelli che traccio in musica, così come Kandinsky traccia in pittura. La ricerca è un atteggiamento verso un qualche cosa, una tradizione, un linguaggio, un luogo, delle convenzioni. I suoni, come macchie di colori contrastanti ma in perfetto equilibrio fra loro , è così che nelle mie composizioni musicali inserisco un intelletto compositivo. Percio’ la maggior parte delle mie composizioni sono senza parole, con atmosfere minimaliste, e la voce e’ utilizzata come strumento che prende spunto per le proprie sonorita’, dalla natura e da suggerimenti ritmico-musicali da radici fonetico-linguistiche della mia cultura. Sono alla ricerca di una sinestesia in musica. Utilizzo la voce come un sintetizzatore vocale umano per reinventare la tecnica e l’arte del cantare ad ogni mia nuova composizione. Sviluppo elaborazioni di nuove vocalità che rievocano immagini da sogno e si snodano in susseguirsi d’invenzioni creative, di spazi sonori, di tempi, colori, citazioni letterarie. La mia è una musica estremamente evocativa. Equilibri dinamici sono quelli che cerco in musica ed utilizzo il linguaggio musicale per esprimere me stessa. Una “musica nuova” tipizzata da sperimentazione vocale proveniente da dimensioni oniriche e surreali che esprima la metafora della vita.
I Luoghi di Eolo, In the Wind he comes e Cieli di marzo si muovono con moods cangianti come gli stati d’animo ed il vento ne è il collante.
Il vento nell’essere come rinnovamento, “soffio” come corrente di vita, afflato di energia, filo conduttore che unisce il corpo umano all’universo, e il linguaggio canto implica una visione del mondo in cui non esiste più alcuna differenza tra microcosmo e macrocosmo.

– Tutti ti riconoscono una grande sensibilità interpretativa non disgiunta da una tecnica molto solida. Come sei giunta a questi risultati? Quali le tappe fondamentali della tua formazione?
Sin da bambina ho provato grande attrazione per il canto. Col passare del tempo è diventata una necessità esprimermi con la voce. E’ soprattutto attraverso questo mezzo che oggi cerco di realizzarmi. Nel jazz si ritrova quella libertà di espressione. L’ascolto di Someone to watch over me di George Gershwin col testo di Ira Gershwin, cantato da Sarah Vaughan ha fatto scattare in me la molla che è diventata una vera passione per il canto jazz. Giovanissima ho avuto esperienze rock e pop (westCost con Joni Mitchell) per poi indirizzare la mia passione verso il jazz, passando per il canto lirico in conservatorio. Poi quello che conta ( e che gli allievi oggi comprendono poco) è cantare, quindi tanta ma tanta esperienza sul palco, dove avvengono incontri, scontri e collaborazioni. L’arte è un percorso paritetico alla vita, non si sa quando comincia ma si sa che non finisce mai.

(altro…)

Il 27 luglio CREI live

Il 27 luglio, CREI in concerto presso la Filanda Romanin-Jacur di Salzano (VE) per la rassegna Ubi Jazz Summer 2014

Domenica 27 luglio 2014 ore 21:30
Ubi Jazz Summer 2014 – Salzano (VE)
Filanda Romanin-Jacur, via Roma 166

CREI (Composizione, Ricerca e Improvvisazione) è un ensemble a geometria variabile fondato e diretto dal sassofonista Nicola Fazzini che si avvale della collaborazione di MusiCafoscari, progetto dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, e l’etichetta musicale nusica.org.
CREI si propone di divenire un laboratorio ‘open content’ di nuove idee musicali, in cui l’aspetto compositivo riveste importanza capitale.
CREI interviene e partecipa sulle piattaforme più frequentate dal nuovo pubblico del web, nei social network, e interagisce infine con i luoghi dell’eccellenza formativa.

Nato a gennaio 2014, CREI vede una nutrita front-line di strumenti a fiato e una vigorosa sezione ritmica a ‘creare’ (come già dice il nome) un suono che evoca sì il jazz ma che ha l’ambizione di rappresentare e interpretare il luogo, il tempo e la realtà in cui viviamo e in cui siamo quotidianamente immersi. Una grande attenzione alla contemporaneità, all’innovazione e alla ‘costruzione’ musicale.

(altro…)