Moroni, Barron, Chestnut e Grissett. E Thelonious Monk

Moroni, Grissett, Chestnut, Barron

Foto di Adriano Bellucci

Roma Jazz Festival
Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli
20 novembre 2017, ore 21

FOUR BY MONK BY FOUR, omaggio a Thelonious Monk
Kenny Barron
Dado Moroni
Cyrus Chestnut
Danny Grissett

Di norma consiglio sempre di andare ai concerti – spettacolo in cui suonano musicisti eccellenti insieme. Perché magari non ci saranno (e non è detto) novità espressive di rilievo, profonde novità jazzistiche, ma piuttosto esibizioni divertenti, scambi anche funambolici, la volontà di stupire con acrobazie tecniche intrecciati a brani amatissimi per alimentare l’entusiasmo del pubblico: e però se i musicisti sono eccellenze, e per primi si divertono, queste caratteristiche sono tutt’altro che difetti. Ci si diverte come loro, ci si rigenera, si riascolta un Jazz che ci ha fatto innamorare del Jazz, e si ascoltano brani che – poiché molto noti – non è più così facile ascoltare, a meno che non si decida di andare ad assistere a qualche Jam Session, dato che suonarli è ritenuto oramai scontato.
E allora, ben venga il tributo a Thelonious Monk, di cui ricorre il centenario della nascita di Dado Moroni, Kenny Baron, Cyrus Chestnut e Danny Grissett,  avvenuto nell’ambito del Roma Jazz Festival alla Sala Sinopoli dell’Auditorium parco della musica.

Thelonious Monk, i suoi brani leggendari, quattro pianisti e due pianoforti. E un concerto – spettacolo in cui Monk viene riproposto, filtrato, metabolizzato, vissuto in modi diversi ma mai tradito, e in cui il valore aggiunto è proprio quello di venire in contatto con il pensiero, l’idea di Monk che hanno quattro musicisti così diversi tra loro.
Quando si assiste a concerti simili, in pratica, si può scegliere comodamente di carpire il già noto, oppure, con un po’ più di attenzione, di concentrarsi su come generazioni diverse di musicisti hanno reinterpretato l’artista cui offrono il loro tributo. Cercare le differenze prima, per capire cosa di immutabile di lui è rimasto. E quasi sempre si scopre che per ognuno di questi musicisti è evidentemente importante un aspetto in particolare. E sempre si scopre che la sua impronta è totalmente indelebile.
Dado Moroni racconta Thelonious Monk con il proprio inconfondibile stile fatto di domande e risposte tra mano destra e mano sinistra, di spunti ritmici che si susseguono irresistibilmente, facendo trapelare il tema tra accordi, intrecci armonici, esplosioni dinamiche improvvise. Cyrus Chesnuts sottolinea i temi melodici mantenendoli netti e puliti sulla mano destra, mentre la sinistra balza da una parte all’altra della tastiera, quasi barocca, non disdegnando scale cromatiche a contrasto.

Dado Moroni

Cyrus Chestnut

Danny Grissett ricompone, usando inizialmente pochi accordi dissonanti intervallati da molte pause fino a quando gradualmente da quegli accordi non emerge il tema principale, riconoscibile prima dal disegno ritmico e solo in un secondo momento da quello melodico. Kenny Barron mette in gioco tutto il suo swing, potenziato da un walkin’ bass irresistibile, la mano destra fluida e melodica, la mano sinistra ferrea e roboante di suono, tanto trascinante quanto introspettivo nelle ballad, in cui accenna più che citare.

Kenny Barron

Danny Grissett

Il concerto entra nel vivo quando si formano i duetti. Lo schema è una ballad da soli seguita dall’esibizione in duo: comincia Barron al quale si unisce Moroni.  Poi Chesnut al quale si unisce Grissett. Poi rimane sul palco Grissett al quale si unisce Barron. Poi Moroni e Chestnut. Barron strutturato e swingante che si intreccia con Moroni energico e trascinante. Chestnut creativo e sorprendente che si intreccia con Grissett innovativo e destrutturante:  il loro duetto è scoppiettante, divertente in maniera contagiosa. Monk è prepotentemente presente in ogni istante di un concerto dall’energia irrefrenabile. Presente non tanto perché si sono riportati tutti i suoi brani più noti, quelli che tutti noi conosciamo, ma piuttosto perché Moroni, Barron, Chestnut e Grissett hanno appropriatamente scelto di non compierne un’improbabile quanto impossibile replica. L’ importanza di un genio del Jazz trapela infatti dalla sua capacità di persistenza e di riconoscibilità quando, si diceva, musicisti eccellenti decidono di riportarne, a loro modo, la sua energia creativa, innovativa ed espressiva attraverso il loro personalissimo modo di fare musica.
E’ da questo che si sente profondamente che Monk non morirà mai, fino a che a suonarlo saranno musicisti di alto livello. Lo ucciderà solo chi tenterà inutilmente di imitarlo, magari in una Jam Session: Monk ucciso da un Blue Monk imitato quasi alla perfezione.

“JAZZ IS MY RELIGION”

Una delle caratteristiche del “Roma Jazz Festival” è che, contrariamente ad altre manifestazioni del genere, ogni anno si articola su un tema diverso alla ricerca di una sorta di fil rouge che possa in qualche modo unire i vari concerti.

Il tema scelto per quest’anno è allo stesso tempo di estrema attualità ma quanto mai impegnativo: la religione. Un tema oggi divisorio ma che inevitabilmente fa parte della vita di tutti noi e quindi anche del mondo del jazz.

“Il JAZZ è la mia religione”, proclamava con orgoglio il poeta afroamericano Ted Joans. In effetti, jazz e religione hanno avuto uno stretto rapporto fin da tempi non sospetti, se è vero che tra le fonti di questa musica ci sono il blues (notoriamente “musica del diavolo”) e il gospel, che invece sarebbe la musica di Dio. Senonché, guarda caso, molti jazzisti della prima ora li praticavano entrambi.

New Orleans, del resto, era un mosaico di etnie e religioni: i bianchi anglosassoni protestanti, gli schiavi che accanto al culto dei padroni continuavano a praticare gli ancestrali riti africani, i creoli che conservavano il cattolicesimo dei loro antenati francesi. E poi gli italoamericani (tanti dei loro nomi figurano tra quelli dei primi jazzisti), anch’essi cattolici, e le grandi comunità ebraiche, originarie dell’Europa orientale e della Russia, dalle quali usciranno innumerevoli jazzisti, come Benny Goodman (celebre la sua versione del canto yiddish Bei mir bist du schoen, incisa nel 1938), Artie Shaw, Stan Getz, Lee Lonitz, Dave Liebman.

Con il passare del tempo, la situazione non è cambiata molto, anzi si è persino complicata. Negli anni Quaranta e Cinquanta, molti jazzisti cominciarono a convertirsi all’Islam, spesso cambiando anche nome: e così Frederick Russell Jones divenne Ahmad Jamal, Dollar Brand si trasformò in Abdullah Ibrahim e Art Blakey assunse il nome di Abdullah ibn Buhaina. Il grande trombettista Dizzy Gillespie era di fede Bahá’í, l’ebreo Steve Lacy studiava il taoismo, l’italoamericano Tony Scott (vero nome: Anthony Sciacca) si interessò allo Zen, gli afroamericani Herbie Hancock e Wayne Shorter sono notoriamente di fede buddhista, l’italoamericano Chick Corea è un adepto di Scientology e Keith Jarrett segue le teorie mistico-filosofiche di G.I. Gurdjieff.

Vi è persino un filone di musica sacra nel jazz. La pianista Mary Lou Williams, dopo la conversione al cattolicesimo, scrisse una Messa e vari altri lavori di ispirazione religiosa, così come fece più tardi il suo collega Dave Brubeck, anch’egli convertitosi alla religione cattolica. Duke Ellington, nell’ultima parte della sua carriera, si dedicò alla scrittura di due “Sacred Concerts”, originalissima fusione di jazz e musica sacra. Più di recente, Wynton Marsalis ha modellato il suo disco del 1994 “In This House, On This Morning” sui riti delle chiese battiste afroamericane.

E come non menzionare il capolavoro di John Coltrane, “A Love supreme”? Un vero e proprio inno all’amore divino, che si conclude con una maestosa preghiera all’Altissimo, salmodiata dal sassofono. Del resto, lo stesso Coltrane è un esempio di come, nel jazz, le religioni si mescolino senza problemi: la sua prima moglie Naima era musulmana e la seconda, Alice, una seguace di Sai Baba e una studiosa dei testi vedici; egli stesso, cresciuto nella fede metodista, si interessò profondamente alle religioni orientali e oggi esiste persino una chiesa che lo venera come santo.

Oggi il panorama è più variegato che mai: il sassofonista John Zorn e il pianista Anthony Coleman hanno fatto dell’ebraicità un loro vessillo, il contrabbassista israeliano Avishai Cohen ha reinterpretato canti sefarditi, il cantante Kurt Elling ha addirittura un passato di studente in teologia, il pianista cubano Omar Sosa si ispira ai culti della Santeria, per non parlare dei tanti musicisti jazz che ormai arrivano dai più remoti angoli dell’Asia o del Sud America portando con sé le proprie credenze religiose.

Ciò non ha impedito ai jazzisti di convivere pacificamente gli uni con gli altri. Anzi, in questo scenario multiforme, il jazz è sempre stato un vero e proprio collante fra religioni e culture diverse. Basti pensare a musicisti come Albert Ayler, Pharoah Sanders, Kalaparusha Maurice McIntyre, che nei loro dischi hanno più volte celebrato il sincretismo religioso.

Oggi, il jazz si è staccato dalla sua patria d’origine, gli Stati Uniti, e ha cominciato a vagare per il mondo, trasformandosi in una lingua franca, parlata da musicisti di tutto il pianeta. In un clima politico come quello attuale, lacerato da conflitti etnico-religiosi, c’è più che mai bisogno di un simile esperanto comune, che aiuti a superare barriere ideologiche e politiche in nome di una comune spiritualità: quella della musica.

Partendo da queste premesse, il Festival presenta artisti di svariata estrazione come potrete leggere nel programma che qui di seguito pubblichiamo. Ciò non ci esime, comunque, dal segnalarvi gli appuntamenti che riteniamo particolarmente importanti.

L’apertura, il 5 novembre, è riservata a due artisti di fama mondiale come il pianista Chick Corea e il batterista Steve Gadd che con il loro sestetto si esibiranno all’Auditorium Parco della Musica. Il 7 novembre all’Alcazar altro appuntamento da non perdere con la nuova stella della musica cubana Daymé Arocena. L’8 tutti al Museo Ebraico per ascoltare il nuovo progetto “Sephirot” del sassofonista e clarinettista Gabriele Coen; il 12 ancora all’Auditorium per incontrare il padre dell’Ethio-Jazz Mulate Astatke con la sua musica speziata di colori tanto africani quanto latini. Il 13, sempre all’Auditorium, un musicista da scoprire: Adam Ben Ezra, che si esibirà in splendida solitudine alla voce, al contrabbasso e al pianoforte.

IL 17 presso la Chiesa di San Tolentino una delle nuove stelle del piano-jazz, Tigran Hamasyan. Il 20 ancora all’Auditorium un omaggio a Thelonious Monk firmato da quattro straordinari pianisti quali Kenny Barron, Dado Moroni, Cyrus Chestnut, Danny Grisset.

Tra gli italiani da segnalare il 9 novembre all’Auditorium l’omaggio ad Ella Fitzgerald da parte di Simona Molinari con il suo quartetto “rinforzato” dal trombone di Mauro Ottolini; il 15, sempre all’Auditorium, la splendida Lydian Soun Orchestra di Riccardo Brazzale in un programma dedicato a Dizzy Gillespie con la partecipazione di Jeremy Pelt, trombettista tra i più acclamati del momento; il 21, presso la sacrestia dei Borromini, il piano solo di Giovanni Guidi; il 24 al Pantheon Dimitri Grechi Espinoza con il suo progetto in solo “Oreb”. Il 26 e 27, uno dopo l’altro, all’Auditorium, due delle punte di diamante del jazz italiano ed europeo quali Fabrizio Bosso e Tino Tracanna. Il 29 ancora all’Auditorium il trio di Roberto Gatto nell’omaggio a John Coltrane. Il concerto di chiusura, il 30 novembre, naturalmente all’Auditorium, è affidato alla “New Talents Jazz Orchestra” diretta da Mario Corvini e al Coro del Conservatorio di Santa Cecilia diretto da Carla Marcotulli impegnati a riproporre i “Sacri Concerti” di Ellington, ovvero quelle musiche che lo stesso compositore reputava le più impegnative e significative che gli avesse scritto.

ROMA JAZZ FESTIVAL 2017 – PROGRAMMA

5 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA S. CECILIA ore 21:00

CHICK COREA e STEVE GADD SEXTET

7 NOVEMBRE / ALCAZAR ore 22:30

DAYMÉ AROCENA QUARTE Prima italiana

8 NOVEMBRE / MUSEO EBRAICO ore 21:00

GABRIELE COEN QUINTET “Sephirot”

9 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA SINOPOLI ore 21:00

OMAGGIO A ELLA FITZGERALD

SIMONA MOLINARI QUARTET Feat. MAURO OTTOLINI “Loving Ella”

11 NOVEMBRE / CASA DEL JAZZ ore 21:00

SWING VALLEY BAND “Swing is my Religion”

12 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

MULATU ASTATKE & STEPS AHEAD BAND “Peace and Love Ethio-jazz”

13 NOVEMBREAUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

ADAM BEN EZRA Solo Tour” – Prima” Assoluta

15 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, TEATRO STUDIO ore 21:00

OMAGGIO A DIZZY GILLESPIE

LYDIAN SOUND ORCHESTRA Guest star JEREMY PELT

“To Be or not to Bop” – Prima italiana con Jeremy Pelt

17 NOVEMBRE / CHIESA SAN NICOLA DA TOLENTINO ore 20:30

TIGRAN HAMASYAN “An Ancient Observer” – Prima assoluta

18 NOVEMBRE / CASA DEL JAZZ ore 21:00

OMAGGIO A LOUIS ARMSTRONG  – “The Good Book”

THREE BLIND MICE & GUESTS

20 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA SINOPOLI ore 21:00

OMAGGIO A THELONIUS MONK – Monk by Four by Monk

21 NOVEMBRE / SACRESTIA DEL BORROMINI Via di Santa Maria dell’Anima, 30, ore 18:00

GIOVANNI GUIDI “Planet Earth” piano solo tour – Prima assoluta

22 NOVEMBRE / PANTHEON ore 18:00

DIMITRI GRECHI ESPINOZA “Oreb”

23 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

JAZZ E SANTERIA – OMAR SOSA & SECKOU KEITA

“TRASPARENT WATER” – Prima italiana

25 NOVEMBRE / CASA DEL JAZZ ore 21:00

LUCA FILASTRO – “Omaggio a Fats Waller” – Prima assoluta – progetto speciale IMF

25 NOVEMBRE / ALCAZAR ore 22:30

EZRA COLLECTIVE – Prima assoluta

26 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

FABRIZIO BOSSO SPIRITUAL TRIO Feat. WALTER RICCI

27 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA TEATRO STUDIO ore 21:00

TINO TRACANNA – “Double Cut”

28 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA SINOPOLI ore 21:00

CORY HENRY & THE FUNK APOSTLES  – Prima assoluta

29 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA TEATRO STUDIO ore 21:00

OMAGGIO A JOHN COLTRANE

FRANCESCO BEARZATTI / ROBERTO GATTO /  BENJAMIN MOUSSAY – “Dear John”

30 NOVEMBRE / AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, SALA PETRASSI ore 21:00

NEW TALENTS JAZZ ORCHESTRA DIRETTA DA MARIO CORVINI

E IL CORO DEL CONSERVATORIO DI SANTA CECILIA CONDOTTO DA CARLA MARCOTULLI

“Duke Ellington’s Sacred Concert” – Prima italiana – una produzione IMF

 

Fotoreportage Adriano Bellucci:Jazz italiano per le terre del sisma- Part 2

Ed ecco la seconda parte del fotoreportage di Adriano Bellucci, inviato per A Proposito di Jazz a L’Aquila per seguire “Il Jazz Italiano per le terre del sisma”#jazz4italy2017.
Altri dodici bellissimi scatti per guardare la musica di un importante evento di beneficenza che ha avuto un successo grandissimo.

Ecco alcuni momenti del concerto finale, svoltosi nel piazzale della Basilica di Collemaggio dalle ore 20 in poi!

Mario Biondi

Geppi Cucciari

Gegé Telesforo

Gegé Munari

Paolo Fresu e Geppi Cucciari

Enrico Intra e Marcella Carboni

Dado Moroni e Franco Ambrosetti

Marcello Rosa

Ed ecco qualche scatto realizzato da Adriano in giro per la città.

Tommaso Starace

Street Orchestra di percussioni: Orchestra Bandao

I concerti in piano solo alla Basilica di San Bernardino

 

REPORTAGE MORONI – LA BARBERA – GOMEZ AL LECCO JAZZ FESTIVAL

Dado Moroni, Eddie Gomez, Joe La Barbera

Un altro bellissimo reportage della nostra Daniela Crevena.
Siamo al Lecco Jazz Festival , martedì 11 luglio.
Sul palco un trio pazzesco. Il progetto è “KIND OF BILL”
Loro sono:

Dado Moroni, pianoforte
Eddie Gomez, contrabbasso
Joe La Barbera, batteria

Daniela Crevena era lì per noi e ci racconta con le sue foto un concerto bellissimo. La musica, ve lo diciamo sempre, si ascolta anche guardando. E qui di foto ce ne sono tante, e bellissime.







“Il jazz italiano per le terre del sisma” con oltre 30.000 partecipanti

 

La scossa di martedì scorso (5 settembre) – con epicentro a Campotosto vicino L’Aquila – ha ricordato quanto sia ancora profonda e aperta la “ferita” dei terremoti che hanno colpito quattro regioni dell’Italia centrale (Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche) tra il 2009 e il 2016. Attraverso la musica, la solidarietà, la mobilitazione di jazzisti e pubblico – in una chiave ricostruttiva e positiva – la rassegna “Il jazz italiano per le terre del sisma” (31 agosto-3 settembre) aveva riacceso i riflettori sui luoghi terremotati pochi giorni prima, per non dimenticare e per guardare al futuro.  Iniziata a Scheggino e transitata per Camerino, la manifestazione ha fatto tappa il 2 ad Amatrice. Qui sarà costruito ex-novo un Centro Polifunzionale, uno spazio per le arti; vista l’impossibilità di riedificare lo storico cinema-teatro Garibaldi, tutti i fondi raccolti dall’iniziativa dei jazzisti italiani (fin dall’edizione 2016) saranno destinati a questo luogo-simbolo. Nel sito dove sorgerà il Centro Polifunzionale di Amatrice hanno suonato Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura, tromba e bandoneon, in un evento di apertura promosso dalla Croce Rossa Italiana (proseguito, poi, con altri concerti nel piazzale dell’ex Istituto Alberghiero).

Ma è stato a L’Aquila – come nella I edizione del 2015 – che si è concentrata domenica 3 settembre la maggioranza degli eventi: diciotto palchi sparsi nella città dove circa settecento jazzisti italiani di varie regioni, stili e generazioni (in base ad un democratico criterio di rotazione) hanno suonato (esibendosi gratuitamente) dalle 11 all’una di notte.

Alle spalle di questa mobilitazione di energie positive ci sono enti, strutture e persone. “Il jazz italiano per le terre del sisma” è stato promosso da Mibact, 723a Perdonanza Celestiniana nonché dalle città de L’Aquila, Amatrice, Scheggino e Camerino. Sponsor principale è la SIAE ma la costruzione materiale dell’esteso happening sonoro è frutto del lavoro del direttore artistico Paolo Fresu, di I-Jazz (che raccoglie parecchi festival e organizzatori nazionali), dell’associazione MIDJ (Musicisti Italiani di Jazz, con la sua dinamica presidentessa Ada Montellanico) e della romana Casa del Jazz. Come per le precedenti edizioni, si è realizzato un coordinamento di settore non comune nel nostro Paese, attraverso un lavoro preparatorio (volontario e gratuito) durato molti mesi.

Tanto lavoro ha rischiato di esser messo in forse dal maltempo ma – dopo una notte di forti temporali –  il sole si è alternato alle nubi consentendo lo svolgimento della rassegna all’aperto (anche se erano state predisposte situazioni al chiuso). Trentamila le persone che sono alla fine transitate a L’Aquila per “Il jazz il jazz italiano per le terre del sisma”, un risultato importante considerate le minacce atmosferiche e il ripetersi “usurante” di iniziative di solidarietà.

Pubblico, musicisti e politici (dal ministro Franceschini al sindaco Pierluigi Biondi) si sono ritrovati nel concerto di apertura alla Fontana delle 99 Cannelle alle 11: luogo fortemente simbolico per la gente aquilana, restaurato e magnifico sotto il sole; ben visibile, tuttavia, dalla fontana un edificio transennato ed inagibile. La voce di Peppe Servillo ed i Solis String Quartet hanno dato corpo alla magia della musica, a quell’immateriale che serve al materiale per credere ancora nella vita, nella bellezza. Gli artisti si sono esibiti in un repertorio di brani della canzone napoletana, con omaggi a Fausto Cigliano e Nino Taranto. Il primo appuntamento ha visto anche discorsi e premi, con un chiaro impegno per la ricostruzione da parte della politica e la volontà concreta di contribuire alla rinascita della città da parte del jazz italiano.

Per il secondo concerto (ore 12) si è saliti dalla Fontana delle 99 Cannelle all’area dov’era la Casa dello Studente (vi hanno cantato le Saint Louis Voices, dirette da Milena Nigro); il percorso mette drammaticamente in evidenza quanto ancora ci sia da riedificare. Ancora sul posto una parte delle macerie dell’edificio dove sono morti otto studenti universitari ma altri quarantasette – alloggiati in case private – sono scomparsi per il terremoto del 2009. Sono stati ricordati prima del concerto e si è chiesto un “luogo della memoria” per non dimenticarli.

Dalle 14 sino all’una di notte “Il jazz italiano per le terre del sisma” si è articolato su altri sedici palchi; ben presenti misure di sicurezza che, comunque, non hanno limitato la possibilità di fruire dei molteplici appuntamenti e percorsi sonori. Dal duo alla big-band si è ascoltato un variegato spaccato stilistico e generazionale della musica di ispirazione afroamericana nel nostro paese. In ogni sede di concerto c’era, inoltre, la possibilità di versare un contributo economico per il centro polifunzionale di Amatrice; il pubblico, soprattutto a partire dalle ore 16, è iniziato ad aumentare fino alla cifra già ricordata di 30.000 persone. In vendita in alcuni punti c’era anche il nuovo libro curato dall’associazione MIDJ che racconta – attraverso foto e testimonianze di musicisti – l’edizione dell’altr’anno: “il jazz italiano per Amatrice” (coordinamento editoriale di Marcello Allulli; comitato redazionale di Maria José Galindo e Paolo Soriani; 190 pagine, euro 25). I fondi raccolti con la vendita del volume di grande formato, pagate le spese di realizzazione, andranno sempre per la struttura culturale amatriciana.

Un vero peccato che la parte serale dei concerti tenutasi nel piazzale davanti alla Basilica di Collemaggio (ancora in restauro) – condotta da Geppi Cucciari –  sia slittata di un’ora e mezza nel suo svolgimento. Per questo motivo hanno suonato ad ora troppo tarda il pianista Enrico Intra (in duo con Marcella Carboni all’arpa) e Marcello Rosa (con una formazione di soli tromboni), musicisti ultraottantenni di grandissima levatura a cui, peraltro, MIDJ ha dato un premio alla carriera. Uno svarione organizzativo che ha visto il pubblico, complici le temperature rigide, scemare dopo il concerto di Mario Biondi (preceduto da banda di Paganico, big-band del Conservatorio de L’Aquila diretta da Massimiliano Caporale, quartetto di Gegè Munari e seguito dal duo Franco Ambrosetti/Dado Moroni) e prima dei “senatori” Intra e Rosa: si sarebbe potuto evitare modificando la scaletta degli interventi, che sono proseguiti con i recital di Gegè Telesforo “SoundzforChildren”, del pianista Rossano Sportiello, di Remo Anzovino e Roy Paci in “Fight for Freedom – Tribute to Muhammad Ali”.

Nel corso del pomeriggio chi scrive ha avuto la possibilità di ascoltare alcuni recital, che si susseguivano nei vari luoghi a distanza di un’ora o quarantacinque minuti. La centrale piazza Duomo – dove i restauri procedono – ha ospitato in un vasto palco formazioni orchestrali, tra cui la Roberto Spadoni & New Project Orchestra; la formazione – diretta dal chitarrista e didatta romano – vede, tra gli altri, Roberto Cipelli al piano, Giovanni Falzone alla tromba e Mauro Beggio alla batteria ed ha un repertorio vivace ed originale che si rifà all’album “Travel Music: l’Italia dal finestrino” (Alfa Music). Lungo l’asse centrale di corso Vittorio Emanuele si affacciano edifici storici i cui chiostri sono stati luoghi di musica. A palazzo Cappa Cappelli il trombettista/flicornista Giovanni Di Cosimo si è esibito con il gruppo elettrico “Nu”, in una formula che attualizza il linguaggio davisiano arricchendolo di tensioni e visioni contemporanee. Poco distante c’è Palazzo Natellis che ha visto l’applaudito recital di Marco Colonna (ance), Eugenio Colombo (ance, flauto) ed Ettore Fioravanti (batteria), il trio “Rahsaan” che propone un’originale e policroma lettura del repertorio di Roland Kirk.

Centralissimi la basilica di San Bernardino e la scalinata ad essa antistante. Come nel 2015, all’interno della magnifica chiesa si sono susseguiti recital pianistici fra cui quelli di Roberto Magris e Mario Piacentini. Quest’ultimo ha saturato lo spazio con brani dal sapore ora minimalistico ora più decisamente jazzistico, arrivando a distillare suoni in grande sintonia con lo spazio e gli spettatori. Sulla scalinata – con una magnifica vista sugli Appennini e su una zona de L’Aquila ancora caratterizzata dalle gru – ha suonato l’orchestra “L’Insiùm” del pianista Glauco Venier e del direttore-arrangiatore Michele Corcella, formazione eccellente con musicisti friulani e di varie parti d’Italia (Mirco Cisilino, Antonello Sorrentino, Simone La Maida, Michele Polga, Alfonso Deidda tra gli altri). Questo “laboratorio permanente di ricerca musicale” ha proposto prevalentemente musiche del cinquecentesco Giorgio Mainiero, oltre ad un “Dear Lord” in omaggio a Coltrane davvero mistico. Sempre sulla scalinata si è materializzata la musica di Jimi Hendrix nella non-filologica e corrosiva versione del gruppo MIDJ Espresso: Giovani Leoni “Purple Whales”, con – tra i vari – Simone Graziano, Alessandro Lanzoni e Dimitri Grechi Espinoza. Alla fine del corso V.Emanuele, in direzione della basilica di Collemaggio, c’era il palco della Villa Comunale che ha offerto il MatTrio, con il sax tenore di Marcello Allulli, la chitarra di Francesco Diodati e la batteria di Ermanno Baron: un gruppo dal linguaggio intenso e tagliente che declina il jazz nelle tensioni e nella dimensione contemporanea.

Tanti altri musicisti in tanti altri luoghi: piazza S.Margherita e piazza dei Gesuiti, l’interno e l’esterno dell’Auditorium del Parco (creato da Renzo Piano), palazzo Lucentini Bonanni, il ponte della Fortezza Spagnola, piazza Chiarino, parco del Castello, chiese del Crocifisso e di S.Giuseppe Artigiano… Camminando tra un concerto e l’altro un anonimo ha detto ai suoi amici: “Questa è L’Aquila che mi ricordo”; speriamo che non lo sia per un giorno l’anno e che tutti i luoghi colpiti dal sisma possano risorgere in una rinnovata dimensione, con l’aiuto – piccolo o grande – del jazz italiano che nel 2018 sarà per l’ultima volta a L’Aquila nella formula solidale e militante sinora utilizzata.

 

#jazz4italy, il Jazz italiano per le terre del sisma. La nuova geografia del terremoto ridisegna la mappa della solidarietà: 4 regioni, 800 musicisti, 100 band e 150 concerti

“Il Jazz italiano per le terre del sisma”, #jazz4italy, iniziativa che riunisce in un progetto comune un pool di enti con capofila il MIBACT, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, la città de L’Aquila, la “Perdonanza Celestiniana” e quest’anno anche i comuni di Amatrice, Scheggino e Camerino, sta per avviare la sua imponente macchina organizzativa. La maratona del jazz, itinerante dal 31 agosto al 3 settembre,  gode del sostegno della SIAE come sponsor principale oltre all’apporto di partner tecnici e alla copertura mediatica della Rai. L’organizzazione è a cura dell’Associazione i-Jazz (che raggruppa ben 50 promoter di  festival in tutta Italia), di MIDJ (associazione dei Musicisti Italiani di Jazz) e della Casa del Jazz di Roma.

Dopo l’enorme riscontro delle due passate edizioni (60.000 spettatori solo nel 2015!) il programma di quest’anno vede la policroma carovana del jazz spostarsi attraversando quattro regioni: Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo, seguendo la mappa ridisegnata in base alle scosse che si sono succedute negli ultimi anni nell’Italia Centrale.

Si parte dunque dal borgo di Scheggino, in Valnerina, nella provincia di Perugia, il 31 agosto, poi a Camerino, Macerata, il 1° settembre, proseguendo il viaggio nelle terre colpite dal sisma il 2, con tappa nella martoriata Amatrice (Rieti), per arrivare il 3 a L’Aquila, capoluogo d’Abruzzo. Qui sono attesi quasi 800 musicisti (il numero è ulteriormente lievitato rispetto a quello annunciato il 20 luglio alla conferenza stampa romana, che Luigi Onori ha seguito scrivendone su queste pagine), a formare un centinaio di gruppi (tutti si esibiscono a titolo gratuito) e decine e decine di persone che andranno a comporre l’esercito dello staff, con volontari provenienti da tutta Italia – compresa la scrivente – che contribuiranno alla migliore riuscita di questo significativo evento. Lo scopo è soprattutto quello di portare un messaggio di vicinanza alle popolazioni terremotate da parte di tutto il movimento del jazz. “Un gesto di solidarietà da parte del mondo dello spettacolo che ha il merito di portare l’attenzione sulle comunità che con grande sacrificio e perseveranza stanno ricostruendo il proprio tessuto vitale“, ha dichiarato il Ministro della Cultura Dario Franceschini.

Il cartellone mette quasi paura: sotto la direzione artistica di Paolo Fresu, in stretta collaborazione con il patron di i-Jazz Gianni Pini e la partecipazione amichevole, in veste di presentatrice, dell’attrice Geppi Cucciari, sono infatti previsti più di 100 concerti in una ventina di location cittadine, con inizio già dalle 11 del mattino e sino a notte inoltrata. I fondi raccolti si sommeranno a quelli della passata edizione, che in prima battuta sembrava dovessero essere destinati sempre ad Amatrice ma per la ricostruzione del cinema-teatro Garibaldi (opzione di fatto non percorribile), saranno invece dirottati alla costruzione di un Centro Polifunzionale nel quale opererà la onlus “Io Ci Sono” in stretta collabrazione con i musicisti jazz italiani che, come afferma una nota dell’organizzazione, “daranno vita e respiro alla struttura”.

ph: Pino Ninfa

A L’Aquila la protagonista sarà indubbiamente la musica ma anche lo sport scenderà “letteralmente” in campo con la Nazionale Italiana Jazzisti: il 2 settembre una partita di calcio benefica promuoverà una raccolta di fondi con lo scopo di acquistare strumenti musicali per la banda di Amatrice. La NIJ si scontrerà con la formazione degli AAA (Amici Aquila Amatrice) che sarà capitanata da Raoul Bova e composta da personalità amatriciane e aquilane, nomi dello spettacolo, tra cui il conduttore di Brasil Max De Tomassi, originario di Amatrice, ed ex calciatori. Tra i musicisti, Paolo Fresu, il crooner Walter Ricci, il contrabbassista Dario Rosciglione, il batterista brasiliano Reinaldo Santiago, ovviamente nel ruolo di centravanti!

Nella lunga maratona musicale, il jazz italiano è sicuramente ben rappresentato, con nomi di assoluto livello. La guest star sarà indubbiamente Mario Biondi ma ci saranno moltissimi musicisti di spicco come Franco Ambrosetti e Dado Moroni, Enrico Intra, Gegè Telesforo, Glauco Venier, Rosario Bonaccorso, Gabriele Coen, la vocalist Diana Torto, i Solis String 4et,  Roberto Magris, Remo Anzovino&Roy Paci e moltissimi altri… citare tutti sarebbe nobile ma in questi spazi impossibile. Facciamo comunque nostra la dichiarazione di Paolo Fresu, anima dell’iniziativa: “avremo artisti da tutta Italia, di generi, età, ispirazioni diverse, tutti con il nome scritto con gli stessi caratteri, perché siamo tutti uguali” e, aggiungiamo noi, tutti accomunati dallo stesso spirito di solidarietà e vicinanza alle genti del centro Italia, attraverso il linguaggio di pace del jazz.

Questo il link dove è possibile visualizzare il programma completo di ciascuna giornata:

https://issuu.com/italiajazz/docs/jazz4italy2017_programma_hd_ok

Al portale di ItaliaJazz le news e info costantemente aggiornate:

http://www.italiajazz.it/notizie/760?language=it