Intervista a Gerlando Gatto su JazzDaniels, il blog di Daniela Floris e Daniela Crevena

Pubblichiamo con piacere l’intervista a Gerlando Gatto, fatta da Daniela Floris e pubblicata sul suo blog Jazz Daniels, Jazz e altra Musica (Note e Immagini di Daniela Floris e Daniela Crevena), in occasione dell’uscita del libro “Il Jazz Italiano in Epoca Covid”

«Terzo libro per Gerlando Gatto, giornalista, critico musicale, e direttore del sito A Proposito di Jazz. Un nuovo libro di interviste, protagonisti i musicisti, intervistati in uno dei periodi più drammatici degli ultimi anni: il lockdown durante l’emergenza Coronavirus, che ha costretto l’Italia a fermarsi quasi completamente per quasi tre mesi. La categoria dei musicisti è stata una di quelle maggiormente colpite, una delle ultime a riprendersi, per la impossibilità non solo di organizzare concerti live, ma anche di registrare, provare, promuovere. Tutto bloccato.
Il libro, edito da GG edizioni, contiene una quarantina di interviste tra quelle precedentemente pubblicate nel sito A Proposito di Jazz, ideate dallo stesso Gatto e raccolte in parte anche da Marina Tuni, che ha collaborato alla realizzazione del libro, e dalla sottoscritta.
Qui di seguito la mia intervista a Gerlando, che ringrazio, come sempre, per la disponibilità e la stima che mi dimostra da tanto tempo.

Questo libro di interviste è molto diverso dai due precedenti. Si potrebbe dire che è quasi un’indagine, una fotografia istantanea di una realtà con cui sei costantemente in contatto, quella del mondo del Jazz italiano, in un periodo del tutto eccezionale, una pandemia mondiale. Sembra rispondere a una vera e propria esigenza giornalistica: quale?
“Partiamo da un dato di fondo che nel nostro Paese non mi sembra molto condiviso: gli artisti non servono “a farci divertire”. La loro funzione è molto ma molto più profonda. In tale contesto il jazz è la Cenerentola tra le Cenerentole e quindi da sempre gode di scarsissima attenzione. Di qui la mia idea di focalizzare l’attenzione su un comparto che al momento del lockdown stava attraversando un momento particolarmente difficile e delicato, con tanti musicisti privi di qualsivoglia mezzo di sussistenza. Ecco, volevo tracciare un quadro d’assieme di quel che stava vivendo il mondo del jazz italiano in quei terribili momenti”.

–Scegliere un format unico di domande da porre uguale è una scelta sicuramente ponderata. Ce ne spieghi il perché?
“Tu mi conosci abbastanza bene e come dimostrano anche i miei due precedenti libri io amo studiare chi mi troverò ad intervistare e preparo una serie di domande che possano far venir fuori non tanto il personaggio, l’artista quanto l’uomo, la donna che si celano dietro la maschera ufficiale. In questo caso il mio intento era completamente diverso: non mi interessava il singolo intervistato quanto un ambiente, un insieme, un milieu che potremmo identificare nel mondo del jazz italiano, senza la pretesa, ovviamente, di volerlo rappresentare nella sua globalità. Come noterai, infatti, i singoli musicisti sono introdotti semplicemente con nome, cognome e strumento senza una riga di curriculum. Quindi tutti sullo stesso piano, musicisti, jazzisti che stavano attraversando una congiuntura particolarmente pesante e non solo dal punto di vista economico”.

–Quante testimonianze sono raccolte in questo libro?
“Le testimonianze derivano dalle interviste che io, Marina Tuni e tu stessa avevamo già fatto e pubblicato sul mio blog “A proposito di jazz”. Per il libro sono stato costretto ad eliminarne alcune perché altrimenti lo stesso sarebbe stato troppo voluminoso e di conseguenza caro. Comunque, per rispondere alla tua domanda, le interviste sono 41”

–Come hai individuato le domande da porre, e dunque che tipo di domande hai posto ai musicisti intervistati?
“Questa è stata la parte più difficile del lavoro. Mi interessava scendere nello specifico, nell’intimo, ponendo domande, lo riconosco, indiscrete, crude, come quelle relative ai mezzi di sussistenza o alle eventuali compagnie durante il lockdown, ma era l’unica via da seguire per raggiungere l’obiettivo prefissato. Ho quindi cominciato ad intervistare i musicisti che mi conoscono meglio, che mi sono amici e che quindi mi riconoscono un’assoluta buona fede; viste le loro reazioni più che positive ho rivolto la mia attenzione anche ad artisti che non avevo molto frequentato e devo dire che mi è andata alla grande nel senso che nessuno si è rifiutato di rispondere alle mie domande, anzi…”.

–Il lockdown, l’emergenza, hanno significato per molti un fermo lavorativo spesso drammatico, specie per chi non aveva le spalle coperte dall’insegnamento, magari nei conservatori. Non deve essere stato facile per i musicisti parlarne. Quali sono gli stati d’animo che hai visto prevalere, quali le paure, quali le diverse modalità di raccontare una situazione così difficile?
“Come tu stessa sottolinei gli stati d’animo, con riferimento ai problemi di sussistenza, erano piuttosto diversificati. Così c’è chi, avendo alle spalle una lunga e gloriosa carriera, affrontava questi momenti con pazienza e senza alcuna preoccupazione. Per gli altri netta era la differenza tra chi poteva contare comunque su un’entrata derivante dall’insegnamento e chi no. I primi erano preoccupati ma non troppo e comunque aspettavano con ansia la ripresa delle attività. I secondi sottolineavano la necessità che qualcuno si ricordasse anche di loro, che i sussidi messi in campo dal governo non erano sufficienti. E tutto ciò si trasmetteva nelle modalità con cui raccontavano la loro situazione, modalità che transitavano dal tranquillo-paziente al moderato allarmista all’aperto S.O.S.”.

– Un giornalista di lungo corso come te ha certamente tratto delle conclusioni da questa che, anche se di lettura molto agevole, appare quasi un’inchiesta. Puoi darci una tua lettura complessiva di queste testimonianze? Quale l’impatto nel mondo del Jazz italiano, quali i tempi di reazione, quali le prospettive, secondo te, in un inverno che si preannuncia comunque difficile?
“Le conclusioni sono abbastanza semplici: il mondo del jazz italiano lamenta una sottovalutazione che si trascina oramai da anni e che riguarda non solo l’universo politico ma anche il cosiddetto mondo culturale e tutto ciò che vi gira intorno. L’impatto del virus è stato terrificante, nel senso che da molti degli intervistati non trapela alcuna nota di ottimismo, anche perché ci si rende perfettamente conto che il domani non sarà più come l’ ieri che abbiamo conosciuto. E tutti sono concordi nell’affermare che la stagione dei concerti così come l’abbiamo conosciuta è finita… almeno per un lungo lasso di tempo”.

– Prendo spunto dalle parole che estrapolo dalla bellissima prefazione del Maestro Massimo Giuseppe Bianchi: “Gerlando capisce e ama la musica, rispetta i musicisti e da loro è rispettato nonché, come da qui traspare, riconosciuto quale interlocutore credibile. Ha congegnato una griglia di domande semplice e uniforme quanto variegata al suo interno. Ha voluto, credo, fare quello che un critico non ha tempo o voglia di fare: comunicare direttamente con la persona, abbracciarla.”
Quanto è importante, alla luce di questo tuo lavoro, godere della fiducia e della stima di coloro che si decide di intervistare per ottenere un risultato come quello ottenuto in questo libro? Come si ottengono fiducia e stima? E quanto importante saper scegliere un linguaggio che sia ad un tempo agile e comprensibile ma adatto a situazioni complesse da spiegare?
“Prima di risponderti, consentimi di ringraziare dal più profondo del cuore l’amico Massimo Giuseppe Bianchi che ha scritto una prefazione per me davvero toccante. E veniamo alla tua domanda che in realtà ne contiene parecchie. La prendo quindi alla lontana e parto dal linguaggio, dalla chiarezza del linguaggio, che è sempre stato una direttrice fondamentale del mio lavoro da giornalista, Come forse ricorderai, io ho vissuto la mia carriera da ‘giornalista economico’; in tale branca essere chiari, usare le parole giuste nel contesto appropriato è assolutamente prioritario. Per ottemperare a questa sorta di obbligo assolutamente personale, quando ho cominciato a lavorare nei primissimi anni ’70 quando ancora stavo a Catania, collaborando con riviste specializzate, una volta finito un pezzo lo facevo leggere alla mia mamma, persona molto intelligente ma assolutamente priva di qualsivoglia rudimento in economia. Se lei capiva ciò che avevo scritto significava che l’articolo andava bene, altrimenti no, e lo rifacevo, Ecco mi sono portato appresso questo insegnamento per tanti anni e lo utilizzo ancora adesso che andato in pensione e lasciata da parte l’economia mi occupo solo di musica. Quindi un linguaggio piano, scevro da tecnicismi che può essere capito ance da chi non si interessa di musica. Quanto alla stima dei musicisti, oramai credo che molti di loro sappiano che mi occupo di musica non per scopo di lucro ma per passione: certo ci sono voluti anni, molti anni ma credo che alla fine sono riuscito ad acquisire la fiducia di molti artisti e per alcuni di loro credo di poter usare la parola ‘amico’. Certo non nego che con alcuni di loro ho avuto dei contrasti alle volte anche energici ma, ovviamente, non si può andare d’accordo con tutti. Comunque una cosa è certa: senza la stima e la fiducia dei jazzisti non avrei potuto porre loro domande così crude e indiscrete”.

– Per finire, c’è una frase, o un pensiero, tra tutte queste interviste, che ti ha colpito particolarmente? Ti chiedo di non fare il nome di chi l’ha formulata: ci penseranno i lettori a scoprirla.
“In tutta franchezza c’è stata un’intervista che mi ha particolarmente colpito per le manifestazioni oserei dire di affetto manifestate nei miei confronti. Per il resto ci sono state molte dichiarazioni che mi hanno impressionato o per i loro contenuti culturali o per il modo particolare di vedere e quindi affrontare il futuro. Ma farei torto a molti se dovessi citarne qualcuna”.»

Il Jazz Italiano in Epoca Covid: è uscito il terzo libro di interviste di Gerlando Gatto

È uscito in questi giorni “Il Jazz Italiano in Epoca Covid” (GG ed.), il terzo libro di interviste firmato dal nostro direttore, lo storico giornalista di Jazz Gerlando Gatto, dopo “Gente di Jazz (2017, due ristampe) e “L’altra metà del Jazz” (2018), pubblicati entrambi per i tipi di KappaVu Edizioni/Euritmica.

Si tratta di un instant book che raccoglie, attraverso 41 interviste, pensieri, speranze, progetti, consigli di ascolto ma anche paure e preoccupazioni di musicisti e musiciste del Jazz italiano, immortalati in un periodo compreso tra marzo e maggio 2020 durante il lockdown dovuto alle misure di contenimento della pandemia da Covid-19.

Tra gli artisti intervistati in “Il Jazz Italiano in Epoca Covid” troviamo: Maria Pia De Vito, Paolo Fresu, Enrico Intra, Enrico Rava, Franco D’Andrea, Rita Marcotulli, solo per citare alcuni di essi, tutti personaggi di riferimento del jazz nazionale, che compaiono nel volume.

Per l’ideazione e la realizzazione dell’opera, Gatto si è avvalso della collaborazione della giornalista musicale Marina Tuni, che ha anche raccolto alcune delle interviste assieme a Daniela Floris (entrambe autrici su “A Proposito di Jazz”).

Gerlando Gatto

Il libro contiene la prefazione di Massimo Giuseppe Bianchi, pianista, compositore e profondo conoscitore della musica del ‘900, che ben delinea lo spirito della pubblicazione: «In questi mesi di pausa forzata i palcoscenici hanno taciuto. Non hanno taciuto però gli strumenti, né le matite cessato di grattar la punta sui pentagrammi. Le idee arpeggiavano sulle corde dei progetti, quantunque ombreggiati dalle preoccupazioni figlie di un tempo calamitoso. Non sono mancati i mille concerti in streaming da casa, eventi coatti che il violinista Uto Ughi, in un’intervista al quotidiano “La Stampa” ha definito “figli della disperazione del tempo che viviamo”. Gerlando Gatto ha pensato di animare questo sfondo plumbeo, spezzando l’incantesimo malvagio con una quarantina di interviste ad altrettanti musicisti. Ha provato ad andare oltre l’analisi stilistica della loro produzione, disciplina per cui l’acuminato giornalista siciliano si distingue nel panorama italiano in tanti anni di acuta e rispettata militanza nella critica. Ha provato e ci è riuscito. Gerlando capisce e ama la musica, rispetta i musicisti e da loro è rispettato nonché, come da qui traspare, riconosciuto quale interlocutore credibile. Ha congegnato una griglia di domande semplice e uniforme quanto variegata al suo interno. Ha voluto, credo, fare quello che un critico non ha tempo o voglia di fare: comunicare direttamente con la persona, abbracciarla. Da poche risposte vien fuori, allora, molto: il privato, lo stato dell’arte, la musica propria e quella altrui, uno sguardo sulla società italiana, ironie, aneddoti e ricordi. Il gioco ha funzionato e tutti hanno vinto».

Gerlando Gatto, instancabile divulgatore della musica jazz, è anche il direttore del seguitissimo portale A Proposito di Jazz ed ha condotto diverse trasmissioni radiofoniche e televisive nazionali dedicate a questo genere musicale; è anche tra gli estensori della “Enciclopedia del Jazz” edita da Curcio negli anni 1981-‘82 e dal 2007 collabora con la Casa del Jazz di Roma, per la quale ha ideato e condotto diversi cicli di guide all’ascolto.

“Il Jazz Italiano in Epoca Covid” è acquistabile online sul sito lulu.com e alle prossime presentazioni nelle librerie… Covid permettendo! (A breve informazioni dettagliate).

Redazione

 

I jazzisti italiani reclamano maggiore attenzione: i risultati della nostra inchiesta con l’intervento di oltre 50 artisti

Con le interviste a Nico Morelli e Pippo Guarnera si è chiusa la nostra inchiesta sul “Jazz italiano ai tempi del Coronavirus”.
Solitamente le interviste che pubblichiamo su “A proposito di Jazz” si basano su due presupposti fondamentali: una approfondita conoscenza del personaggio da intervistare e una serie di domande che tendono a far emergere non tanto l’artista quanto l’uomo o la donna che a quell’artista hanno dato vita. Quindi, ovviamente, domande studiate ad hoc per ogni soggetto da avvicinare.
Questa volta le cose sono andate diversamente: la nostra intenzione era quella di tastare il polso ai musicisti di jazz italiani per capire come stessero vivendo questo terribile momento. Per avere un quadro almeno minimamente rappresentativo abbiamo studiato una griglia di una decina di domande che abbiamo rivolto, quasi sempre identiche, a tutti i musicisti sì da poterne ricavare delle indicazioni significative.
Abbiamo quindi parlato con oltre cinquanta musicisti che abbiamo presentato solo con nome, cognome e strumento ‘frequentato’ prescindendo dalla loro notorietà. Ecco quindi stelle di primaria grandezza a livello internazionale accanto a giovani alle prime armi ma forniti di sicuro talento.
E da tutti sono arrivate indicazioni molto significative pur all’interno di un contesto variegato, in cui, per fortuna, solo un artista è stato colpito dal virus.

Le prime domande erano rivolte ad inquadrare la situazione sotto un profilo pratico: “Come sta vivendo queste giornate? Come tutto ciò ha influito sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso? Come riesce a sbarcare il lunario?”.
Sulle prime tre domande le risposte hanno, bene o male, disegnato lo stesso spartito: i nostri amici musicisti hanno per lo più approfittato del tempo a disposizione per studiare, leggere, ripercorre la loro vita artistica. Disastrosa, ovviamente, la situazione lavorativa dal momento che tutto è stato bloccato né si ha una qualsivoglia certezza sul come e sul quando sarà possibile riproporre musica dal vivo. Quanto alla domanda sul dove trarre i mezzi di sostentamento si nota una profonda differenza tra chi è supportato dall’insegnamento e chi no. I primi riescono a cavarsela piuttosto bene, o almeno senza grossi problemi, mentre per gli altri è molto più difficile anche perché il governo non sembra aver dedicato particolare attenzione a questa categoria destinata, a quanto sembra, solo a “divertire” dimenticando ancora una volta quale debba e possa essere il ruolo dell’arte in una società che ami definirsi moderna e democratica.
Sul fatto di vivere in compagnia questo particolare momento gli intervistati sono stati concordi nell’attribuire molta importanza alla possibilità di affrontare questi eventi così difficili non da soli anche se i pochi jazzisti che sono stati da soli non sembrano aver sofferto più di tanto questa situazione.

Proiettate al futuro le successive domande: “Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa? Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento? Se non la musica a cosa ci si può affidare? Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?”.
A questo proposito le risposte sono state piuttosto variegate eccezion fatta per l’importanza determinante che la musica possa avere avuto durante il ‘lockdown’. Così i più ottimisti pensano che le cose, dal punto di vista dei rapporti umani e professionali, possano cambiare in meglio mentre i pessimisti ritengono che questa situazione non farà altro che acuire le caratteristiche di ognuno per cui chi era già una brava persona rimarrà tale mentre chi non lo era probabilmente peggiorerà. Identico discorso per l’eventuale sovraccarico di retorica in questi richiami all’unità.

Abbiamo lasciato volutamente indefinita la successiva domanda: “È soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?”. Abbiamo cioè voluto lasciare all’intervistato la possibilità di esprimersi sia sul governo sia sugli organismi di rappresentanza della categoria. Dobbiamo constatare come la maggior parte abbia inteso la domanda riferita al governo il cui operato è stato valutato per lo più positivamente ferma restando quella mancanza di adeguata attenzione cui prima si faceva riferimento. Anche i commenti verso gli organismi di rappresentanza della categoria sono stati tiepidamente positivi anche se non sono mancati, ad onor del vero assai pochi, valutazioni di segno diametralmente opposto tendenti a lumeggiare la scarsa omogeneità della categoria “musicisti jazz”.
Conseguenti le risposte alla successiva domanda: “Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?”. Per lo più i musicisti hanno insistito sulla necessità di una maggiore presa in considerazione delle difficoltà di tutto il settore.

A nostro avviso assolutamente preziose le risposte fornite all’ultima domanda: “Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?”. Seguendo le suggestioni dei nostri amici jazzisti si avrà, infatti, la possibilità di scegliere nel vastissimo panorama musicale alcune opere che tutti dovremmo conoscere ed apprezzare.
Quindi buon ascolto e che l’attuale fase 3 ci porti definitivamente fuori dal pantano.

                                                                                                              Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Fabrizio Bosso, trombettista

Foto di CARLO MOGAVERO

Intervista raccolta da Daniela Floris


-Come stai vivendo queste giornate?

Ogni giornata fa storia a sé, non sono mai uguali. Capita che mi alzi veramente girato male, e quindi ci sta pure che non parli per tutto il giorno, e allora mi rifugio un po’ in me stesso. Altri giorni riesco a trovare un po’ di luce, un leggero velo di speranza, quindi penso positivo e faccio più cose. Ondeggio tra questi due stati d’animo .

 

-Come ha influito questa emergenza sul tuo lavoro?

Sicuramente ha influito molto, perché non sono mai stato abituato a stare a casa più di tre o quattro giorni di fila. E’ una nuova vita, praticamente. Spero sia solo una parentesi, perché mi manca il contatto con la gente, come credo manchi a tutti. Oltretutto, cercare di studiare e di tenersi in forma con lo strumento senza avere un obiettivo imminente è molto faticoso.

 

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?

Non so dire cosa cambierà quando ritorneremo a fare la vita di prima. Sicuramente non sarà facile riavviare tutto. La mia unica paura è che quando riapriranno i teatri e i club la gente sarà ancora talmente spaventata da non venire ai concerti.  Poi però vedo la reazione positiva dei nostri fan e del pubblico in generale ai nostri video, che registriamo per tenerci in contatto con loro: mi sembra che il desiderio di tutti sia ritornare prima possibile ad ascoltarci dal vivo, e quindi alla fine ritorno fiducioso.

 

– Come riesci a cavartela senza poter suonare?

Continuo a suonare a casa. Devo dire che in parte anche il dover registrare delle tracce e dei video mi costringe a stare in forma. In questo momento come stimolo mi tengo questo, ma non so quanto possa durare.
Sicuramente c’è il grande desiderio di tornare a suonare: non solo per una questione economica, ma perché noi musicisti ci nutriamo dell’energia del pubblico. Questa è una cosa che mi sta mancando tanto. Ho avuto molte proposte di fare lezione online, c’è anche chi vuole organizzare dei master, ma io non ho mai creduto granché alle lezioni online, anche perché con la tromba non è così semplice: è uno strumento molto fisico, per il quale è importante il contatto con l’allievo, ed è importante che chi approccia lo strumento possa vedere come si respira, e come tu sei impostato. Poi c’è anche il grande limite, per il Jazz, che non si può suonare insieme. Io durante le lezioni lavoro molto con le basi, anche pre-registrate, per improvvisare, e questa cosa non è possibile. Parlando invece dal punto di vista strettamente economico, dato che sono quasi trent’anni che lavoro tantissimo, almeno da quel punto di vista sono “tranquillo”, tra virgolette, appunto.

 

-Vivi da solo o con qualcuno?

Vivo con la mia compagna, Stefania, e mio figlio, Mathias, che ha dieci anni.

 

-E quanto ciò risulta importante?

Il fatto che io sono a casa, e che anche la mia compagna stia sta lavorando in casa è una cosa che ovviamente diventa un po’ pesante, più che altro anche per il tipo di lavoro che fa lei: è giornalista e praticamente sta sul coronavirus per sette o otto ore di fila. Ascoltiamo tutti i notiziari, lei deve speakerare, preparare i servizi, parlando sempre di questo argomento: devo dire che ci sono giorni che si arriva a fine giornata che si è abbastanza esauriti. Però cerchiamo di prenderci i nostri piccoli spazi e riusciamo sempre a superare i momenti più stancanti.

 

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
Spero tanto che questa brutta esperienza non ci allontanerà troppo nei rapporti umani, anche perché, come già dicevo prima, noi musicisti viviamo di questo, ed è tutto uno scambio di energia tra noi e pubblico. Se la gente sarà più lontana, anche la musica si allontanerà. Incrocio le dita e spero che questo non accada.

 

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

Sono convinto che un aiuto, piccolo o grande che sia, la musica lo può dare. Stiamo vedendo ad esempio la reazione della gente ai video, alle varie iniziative che pubblichiamo online: anche questa cosa bella che abbiamo fatto con Tosca, Joe Barbieri, Sergio Cammariere, Luca Bulgarelli (Il singolo Tu io e domani, i cui proventi sono andati alla Protezione civile, n.d.r. ).  Quando un brano, pubblicato i primi due giorni praticamente solo sulle nostre rispettive pagine facebook, riesce a raccogliere con i download quasi diecimila euro, vuol dire che la gente è attenta e ricettiva. E quindi vuol dire che la musica viene considerata come veicolo importante, anche per superare questo brutto momento.

 

-Se non alla musica a cosa ci si può affidare?

Penso che ognuno si debba affidare a qualcosa in cui crede veramente. Nel mio caso quel qualcosa sono la famiglia e la musica. Purtroppo in questo caso anche io sono semplice spettatore, e quindi dobbiamo solo aspettare e vedere cosa accadrà.

 

-Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e vuoi segnalare?

Sono tanti i progetti rimasti incastrati, non mi va di parlare di nessuno in particolare, erano tante cose importanti: concerti, preparazione del disco in quartetto, uscita di due tre dischi sia come leader che come side man. Sotto questo punto di vista è un grande disastro, quindi teniamo duro e speriamo siano progetti soltanto posticipati.


-Mi racconti una tua giornata tipo?

Mi alzo la mattina, preparo la colazione e sto dietro un po’ a mio figlio con le lezioni online, si deve collegare 4 volte al giorno!
Poi studio e cerco di mantenermi in forma con lo strumento. Questo durerà fino a che non mi alzerò una mattina e dirò basta, perché di tenermi in forma non avrò più voglia,  fino a quando non mi diranno quando potrò tornare a suonare.
A parte questo,  sto facendo molti video e registrando un po’ di brani che stiamo montando anche con lo Spiritual Trio (con Alberto Marsico all’organo e Alessandro Minetto, n.d.r.):  registro qualche traccia, devo dire con mille difficoltà. Poi si gioca al mini ping pong che ho comprato proprio per superare questo periodo di clausura forzata.  Alterno queste cose, un po’ sto dietro a Mathias, e quando si può si esce a fare due passi intorno al palazzo.

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?

Solo di avere tanto buon senso prima di diffondere varie ordinanze, e non solo. Sicuramente lo stanno facendo già, ma chiederei però di pensare bene a tutte, proprio tutte le conseguenze che queste decisioni comportano.


-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?

E’ una cosa troppo soggettiva: consiglio a tutti di ascoltare la musica che ci fa stare più in pace.
Nel mio caso è spesso musica brasiliana. Quando ho bisogno di evadere, di rilassarmi, ascolto musica brasiliana, anche perché le sfumature della musica brasiliana sono tante. Nella maggior parte delle composizioni io trovo malinconia, anche tristezza, ma sempre con un velo di speranza, c’è sempre un ritornello che va in maggiore, o cambia ritmo, e ti dà, appunto, speranza: questo penso sia molto vicino al mio stato d’animo attuale.

Foto di CARLO MOGAVERO

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Marco Colonna, clarinettista, sassofonista

Intervista raccolta da Daniela Floris

Foto di ELEONORA CERRI PECORELLA


-Come stai vivendo queste giornate?

Diviso fra la preoccupazione per la salute di molti amici , e le condizioni generali sanitarie ed una sorta di pratica giornaliera più intensa del solito. Numerosi rapporti a distanza che stanno germogliando in produzioni artistiche molto interessanti. E sto cercando di essere puntuale nell’aggiornare il mio diario (sotto forma di lavoro sulla piattaforma Bandcamp, chiamato ATTREZZI DEL MESTIERE.
https://marcocolonna.bandcamp.com/album/attrezzi-del-mestiere


-Come ha influito sul tuo lavoro?

Io lavoro esclusivamente come performer, non sono un insegnante. Questo fa si che il mio lavoro sia stato completamente annullato. Ma invento cose, produco, cerco di fare “marketing” per le mie produzioni.
Sono aperto anche allo scambio di esperienze. (non amo chiamarle lezioni….) ….Ma non essrndo inserito in alcuna struttura, non sono molto appetibile come insegnante.


-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?

Non mi aspetto una soluzione rapida.


Come riesci a cavartela senza poter suonare?

La fortuna vuole che in questo periodo possa tenere botta senza troppi problemi, ma è un caso… Penso che se fosse capitato sei mesi fa la situazione sarebbe stata non solo preoccupante, ma drammatica.


-Vivi da solo o con qualcuno?

Ho una famiglia: una moglie, (attualmente in cassa integrazione), e due figli.


-E quanto ciò risulta importante?

Noi stiamo bene insieme, la nostra casa non è enorme ma abbiamo la fortuna di avere spazio esterno da poter vivere. I ragazzi sperimentano la didattica a distanza , si guardano film, si legge, lavora condividendo gli spazi e scambiando. E’ un momento molto “felice” della nostra vita insieme.
E’ molto importante essere in una comunità, non sento minimamente la solitudine, ma sono ben cosciente che è una condizione privilegiata. La solitudine, la marginalizzazione sociale, anche semplicemente la precarietà sono dei mali che in questo momento rischiano di diventare “esplosivi “ .


-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?

Lo spero. Credo nel mio lavoro come funzione connettiva . Mettere insieme le persone, le storie, le situazioni … Continuo a farlo a distanza, penso al rapporto con la danzatrice Eva Grieco che danza sul la terrazza del suo palazzo a Roma (esempi della nostra collaborazione a distanza si trovano qui www.shadowonawall.blogspot.com ), ma anche al rapporto con Izumi Kimura a Dublino che approccia il lockdown con ritardo rispetto a noi. E al rapporto con Aida Talliente, con cui abbiamo prodotto in questi giorni Diari di una separazione , riflettendo su questa distanza attuale, rispecchiandola in quella vissuta nei Balcani durante la guerra

https://marcocolonna.bandcamp.com/album/diari-di-una-separazione .

Ovvio che poter condividere l’odore dell’aria è un’altra cosa, ma non permetto alla distanza obbligata di fermarmi. La mia comunità è sparsa per il Mondo.  Per cui esercitiamoci a non perderci di vista, a pensare agli altri , e fuori dalla nostra quotidianità possiamo tessere relazioni forti che ci aiuteranno a reinventare il futuro.


-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

La musica è parte della vita, ed è uno strumento per conoscersi e conoscere. E proprio per questo è uno strumento anche per superare questo momento con la capacità di immaginare e reinventare il futuro.


Se non alla musica a cosa ci si può affidare?

Alla profondità. Rifiutare la superficialità che viene proposta dalla maggior parte degli ambienti social, per esempio. Non sta a me dare indicazioni, ma rifletto spesso su quanto sia importante avere coscienza dei nostri ruoli, su quanto sia importante non dimenticare gli altri ponendo l’attenzione solo su noi stessi . E su come questo momento possa essere di stimolo per affrontare il futuro mantenendo la forza di questa esperienza. Da molteplici punti di vista : personali, professionali, sociali e sanitari.


-Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e vuoi segnalare?

A parte un tour saltato (con Danilo Gallo), e altri concerti…L’uscita di un disco (FILI, per Neufunken ) e la presentazione di un libro (il mio debutto come scrittore…più o meno….”E mio padre mi disse che non ero normale” per BLONK editore)


-Mi racconti una tua giornata tipo?

Studio, scrittura (composizione) e registrazione per 8 ore al giorno. Il resto famiglia, pasti e una breve uscita con il cane. Con un rigore da monaco.



-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?

Niente che abbia senso scrivere in questa sede.

 

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?

Tutta la musica di artisti viventi, di non avere paura di supportare i musicisti che ci piacciono anche con acquisti digitali. Pensare che la musica è materiale vivente, ed ha bisogno di avere una parte importante nella quotidianità di una società. Perché proviamo a raccontarci, a metterci a confronto con quello che ci circonda.

marcocolonna.blogspot.com