L’Estate alla Casa del Jazz, ricca di splendida musica

Una splendida giornata di caldo e di sole ha fatto da cornice alla conferenza stampa di presentazione di “Summertime 2019“, la rassegna estiva della Casa del Jazz di Roma, che si aprirà il 24 giugno per concludersi il 1° agosto con oltre 30 concerti. Approfittando del clima finalmente favorevole, l’incontro si è tenuto all’esterno della palazzina di viale di Porta Ardeatina; al tavolo delle autorità Aurelio Regina, presidente di Fondazione Musica per Roma, Josè R. Dosal, amministratore delegato di Fondazione Musica per Roma, Teresa Azzaro, direttore artistico de “I concerti nel parco” e Luca Bergamo, vicesindaco e assessore alla Crescita culturale di Roma; in prima fila, tra il pubblico,  tre artisti di assoluto rilievo come Enrico Pieranunzi, Sergio Cammariere e Javier Girotto.

È toccato al vicesindaco rompere il ghiaccio; Bergamo ha illustrato gli ottimi risultati ottenuti dal suo assessorato nel Comune di Roma: nei primi tre mesi dell’anno, sono stati organizzati dalle istituzioni culturali partecipate dal Comune di Roma, esclusi i musei, duemilanovecento eventi con circa cinquecentomila presenze. Ora senza voler minimamente contestare tali numeri, chi avesse ascoltato le parole di Bergamo non abitando a Roma, avrebbe potuto credere che la Capitale stia vivendo un momento di particolare fulgore. Purtroppo non è così, ché gli eventi cui Bergamo accennava si sono svolti all’interno di un contesto cittadino non proprio ottimale, per usare un eufemismo. Nessun accenno, quindi, ai molti guai che continuano ad affliggere Roma e che solo molto, molto parzialmente possono essere leniti da quei successi cui il vice sindaco ha fatto riferimento.

Ma veniamo alla musica. Aurelio Regina ha sottolineato il valore sociale e civico che ha la Casa del Jazz, luogo tolto alla malavita organizzata e restituito alla città per cui “fare musica qui ha un valore doppio rispetto ad altri luoghi”. Fare musica che, anche quest’anno, si svolge sotto l’egida di Musica per Roma, dopo che lo scorso anno la manifestazione si era chiusa con un bilancio gratificante di oltre ventimila presenze. E tutto lascia supporre che anche quest’anno si potranno raggiungere risultati altrettanto positivi, vista la qualità del programma che comprende jazz, blues, soul, tango, swing, funky, acid jazz e musiche del Mediterraneo.

Come al solito ci soffermiamo sugli appuntamenti a nostro avviso più interessanti. In quest’ambito si inserisce l’apertura del 24 giugno con il Quinteto Astor Piazzolla, formazione di virtuosi sotto la direzione di Laura Escalada Piazzolla creata per proteggere e diffondere l’enorme lascito del musicista argentino.

L’8 luglio toccherà agli Incognito che riproporranno il loro inconfondibile mix di groove, soul e funk. Tanto atteso, poi, il ritorno del chitarrista Bill Frisell, che si esibirà in trio con Thomas Morgan e Rudy Royston il 10 luglio. Il 15 luglio ecco la Band guidata da Steve Gadd uno dei più influenti batteristi dell’intera storia della musica contemporanea; il 17 sarà la volta di un duo d’eccezione composto dal pianista belga Eric Legnini e da uno dei più talentuosi interpreti della New Jazz Generation italiana Raffaele Casarano. Il 19 luglio, a nostro avviso l’appuntamento più importante dell’intera rassegna: arriva Charles Lloyd, uno dei più grandi sassofonisti viventi, una vera leggenda, noto tra l’altro per alcune incisioni storiche (“Forest Flower” tanto per citarne una) e per aver lanciato le carriere di molteplici pianisti, tra cui Keith Jarrett e Michel Petrucciani. Il 21 luglio sarà la volta del trio composto da Peter Erskine, Eddie Gomez e Dado Moroni.

Il 30 luglio, grande festa per i 25 anni di uno dei gruppi più noti per aver reinterpretato il tango argentino in chiave jazz: Javier Girotto & Aires Tango “25 anos”. Come al solito “robusta” e di assoluta qualità la presenza del jazz italiano.

Il 26 giugno prima serata con la Roma Sinfonietta che eseguirà Trouble in Tahiti, opera nata nel 2018 in occasione del centenario della nascita di Leonard Bernstein, mentre la seconda serata – in programma il 4 luglio – sarà dedicata al genio compositivo di George Gershwin.  Il 29 giugno sarà il turno del poliedrico vocalist Gegè Telesforo mentre il 6 luglio ritorna la NTIO New Talent Jazz Orchestra, formata da giovani talenti del jazz italiano diretta da Mario Corvini che, per l’occasione, interpreterà le composizioni e la musica di Enrico Pieranunzi, egli stesso sul palco come ‘special guest’ (progetto che diverrà presto un disco per Parco della Musica Records).

Il 25 luglio troviamo la tromba di Paolo Fresu unita al bandoneon di Daniele di Bonaventura che incontreranno il violoncellista carioca Jacques Morelenbaum per gettare un ponte tra Mediterraneo e Brasile.  Il 26 luglio Sergio Cammariere presenterà al pubblico romano il suo ultimo disco “La fine di tutti i guai” pubblicato dalla Parco Musica Records; il 29 luglio Antonello Salis e Simone Zachini, virtuosi della fisarmonica e improvvisatori totali, si incontreranno per sperimentare una musica senza confini. Il 31 luglio l’eccezionale duo Fabrizio Bosso (alla tromba) e Julian Mazzarielo (al pianoforte) presenterà il nuovo disco ‘Tandem Live’.

Ma “Summertime 2019 – L’estate a Casa del Jazz” non finisce qui e prosegue anche con la 29esima edizione de “I concerti nel parco” – per la quarta volta nella location in via di Porta Ardeatina – con la direzione artistica di Teresa Azzaro. Vera e propria anima della manifestazione, la Azzaro è persona sicuramente capace, competente… peccato che non possieda il dono della sintesi. Il suo intervento, davvero lungo… molto lungo, ha reso impossibile seguirla con attenzione sino alla fine. Comunque, scorrendo il ricco programma, ci sono alcuni appuntamenti di rilievo anche per gli appassionati di jazz.

In particolare, l’11 luglio sarà di scena Sarah Jane Morris, una delle vocalist più carismatiche e interessanti dell’intero panorama musicale al di là di qualsivoglia etichetta mentre il 16 luglio il fisarmonicista di statura mondiale, Richard Galliano, e il flautista Massimo Mercelli si incontreranno con i Solisti Aquilani.

Il 27 luglio il duo Omar Sosa (pianoforte) e Yilian Canizares (violino e voce) si esibiranno con il percussionista Gustavo Ovalles nelle vesti di special guest. Infine, il 1° agosto, il graditissimo ricorso dell’Orchestra di Piazza Vittorio con la direzione artistica e musicale di Mario Tronco.

Gerlando Gatto

 

I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 2)

“BAM” ovvero un tocco di classica

La BAM international è una casa discografica la cui sede principale si trova in Svizzera (Les Acacias Genève) mentre quella italiana è situata a Cernusco sul Naviglio (Milano). Il suo catalogo è basato, principalmente, sulla musica classica ma ne parliamo in questa sede perché ha da poco pubblicato un album che non esitiamo a definire di assoluta eccellenza: Giuliana Soscia – Indo Jazz Project. Non capita spesso che un album, atteso da un po’ di tempo, risponda appieno alle tue aspettative. Ebbene questo CD ci riesce appieno restituendoci una musica che avevamo già avuto modo di apprezzare dal vivo durante il concerto svolto all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 19 marzo dello scorso anno, ricevendone un‘ottima impressione. In effetti la compositrice/arrangiatrice, pianista e direttore d’orchestra (già anche apprezzata fisarmonicista) Giuliana Soscia ha avuto un’idea tanto originale quanto rischiosa: mettere in scena una musica in cui fossero presenti elementi tratti dalla tradizione indiana classica e dal jazz, eseguiti da un gruppo di musicisti provenienti da questi due mondi musicali. Di qui innanzitutto la capacità di comporre pezzi coerenti con il su citato intento: ecco quindi le sette tracce contenute nel CD che illustrano meglio di mille parole ciò che la Soscia voleva raggiungere. Ma, scritte le composizioni, occorreva trovare gli elementi adatti ad eseguirle: anche questa volta la Soscia si è dimostrata leader all’altezza della situazione chiamando accanto a sé tutti elementi di primissimo piano, da Mario Marzi (sassofono soprano, contralto e baritono) a Rohan Dasgupta (sitar), da Paolo Innarella (flauto, bansuri, sassofono soprano e tenore) a Sanjay Kansa Banik (tabla), a Marco de Tilla (contrabbasso). Quindi un organico inusuale a declinare un’idea inusuale con un sound inusuale ma affascinante dalla prima all’ultima nota. Così il sound degli strumenti tipici del jazz e più in generale della musica occidentale si fondono con alcuni strumenti tipici dell’India in un alternarsi tra scrittura e improvvisazione che nulla toglie all’omogeneità del tutto. E al riguardo bisogna dare atto alla Soscia di aver saputo “scrivere” in maniera tale che i vari assolo si integrassero perfettamente nel contesto generale, ivi compresi i suoi assolo al pianoforte (la si ascolti in “Arabesque”) sempre centrati, senza alcuna forzatura, senza la pur minima voglia di stupire l’ascoltatore con espedienti in una situazione del genere assai facili da trovare.

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“Barnum”: nuova etichetta di classe

Conosciamo Max De Aloe oramai da molti anni e da altrettanti anni lo consideriamo uno dei musicisti più raffinati che calchino i palcoscenici del jazz internazionale. Il suono della sua armonica ci affascina trascinandoci spesso in territori ‘altri’, lontani dal presente. Era quindi logico che nel varare una sua etichetta tenesse ben fermi i cardini del suo essere artista, vale a dire una straordinaria eleganza, una profonda ricerca sulla linea melodica, una comunicazione emozionale…e non solo. Caratteristiche che si ritrovano appieno nei primi titoli del catalogo in cui, sostiene lo stesso De Aloe “i musicisti hanno messo testa, anima, cuore e sudore e dove il pubblico affezionato può godere di un’esperienza ancora magica grazie all’utilizzo di studi di registrazione di assoluta qualità scelti per queste produzioni”.Ma vediamoli più da vicino alcune di queste nuove realizzazioni targate “Barnum”.

Sonnambuli” vede all’opera un trio costituito da Max De Aloe all’armonica, fisarmonica e live electronics, Ermanno Librasi al clarinetto basso e live electronics e Nicola Stranieri alla batteria. L’album è affascinante grazie soprattutto al sound particolare che armonica, fisarmonica e clarinetto basso riescono a produrre con l’incessante sostegno della batteria ed un uso quanto mai misurato ed intelligente degli effetti elettronici. Il tutto declinato attraverso un repertorio di nove brani tutti firmati da Max De Aloe. L’atmosfera dell’album si delinea immediatamente, sin dalle primissime note: un gioco di rimandi, di silenzi, di pause, senza che mai si avverta un attimo di stanca o peggio ancora un surplus di note. I tre si muovono quasi in punta di strumento, con essenzialità a disegnare linee melodiche intriganti e suggestive, con un risultato – sottolinea Paolo Fresu nelle note che accompagnano il CD – “strabiliante nonché nuovo e inatteso”.

Parole che possiamo benissimo adoperare anche per “Sospiri sospesi” in cui ancora Max De Aloe, questa volta solo all’armonica, suona con Gianno Coscia alla fisarmonica e Daniele Di Bonaventura al bandoneon, cui in tre brani si aggiunge la pertinente voce di Manuela Loddo. Un trio, quindi, assolutamente atipico, costituito solo da strumenti ad ancia libera, che si misura su un repertorio di undici brani: due a testa dei tre artisti, tre pagine argentine (“Garganta con Arena” di Cacho Castaña, “Nostalgias santiagueñas” degli Hermanos Abalos e “Sus ojos se cerranon “di Carlos Gardel e Alfredo La Pera”), una cubana (“La maza” di Silvio Rodríguez), e un brano assai conosciuto del folk abruzzese “Vola vola vola”. Alle prese con un programma così vasto e variegato, i tre evidenziano un’intesa perfetta dosando con perizia le dinamiche e soprattutto basando l’esecuzione su un gioco di incastri e di rimandi che escludono qualsivoglia pesante omogeneità di sound. Inutile soffermarsi sulla bravura dei singoli ché si tratta di strumentisti considerati dei veri e propri “maestri” dei rispettivi strumenti anche se non possiamo non sottolineare il ruolo preponderante del bandoneon di Di Bonaventura nei brani di origine argentina.

In “Anima Mundi” è di scena il Trio Atlantis ovvero Roberto Olzer pianoforte, Deobrat Mishra sitar, Prashant Mishra tabla. E già dalla struttura dell’organico si ha una chiara percezione della musica che si ascolta. Un tentativo – ottimamente riuscito – di coniugare stilemi jazzistici con elementi della cultura musicale indiana. Il sound che si ascolta è davvero unico, originale, a conferma che la musica, quando è buona, non conosce confini. Così la profondità della musica indiana si sposa magnificamente con la ricchezza armonica della musica occidentale ivi compreso il jazz. Così pagina scritta e improvvisazione si susseguono senza soluzione di continuità in un unicum che mette in rilievo la grande bravura dei tre artisti: Roberto Olzer, musicista diplomato sia in organo sia in pianoforte nonché laureato in filosofia alla Cattolica di Milano nel 1997; Deobrat Mishra è sitarista di fama mondiale, nato a Varanasi ed esponente di punta della “Benares Gharana school of Indian classical music”; Prashant Mishra è uno dei migliori giovani specialisti di tabla provenienti anch’egli dalla su citata scuola di Benares. Ora non sempre accade che l’incontro di tre grandi personalità produca un buon risultato; questa volta il risultato non buono…è semplicemente ottimo. Se non ne siete convinti ascoltate con attenzione uno qualunque dei brani proposti e scoprirete qualcosa di veramente nuovo, originale, in grado di catturare la vostra attenzione. Che poi vi piaccia o meno, questo è tutt’altro discorso!

I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 1)

Il mondo del jazz, oramai da anni, vive un paradosso difficile da risolvere: se da un lato i dischi si vendono sempre meno (non a caso trovare un negozio ben fornito è una sorta di mission impossible), dall’altro il mercato è costantemente rifornito di CD molti di buona qualità, ma altrettanti francamente inutili. Il fatto è, come ammettono gli stessi artisti, che il CD è divenuto una sorta di biglietto da visita e un modo di documentare la propria attività in un dato momento storico.
Partendo da queste considerazioni, abbiamo deciso, con l’ausilio di Amedeo Furfaro, di proporvi questa puntata della rubrica “I nostri CD” prendendo le mosse non dai singoli album ma dalle case discografiche più attive nei settori di nostro interesse.

“abeat” sempre all’avanguardia

E partiamo quindi, in rigorosissimo ordine alfabetico, dalla italianissima “abeat” .
Fondata nel 2001 da Mario Caccia a Solbiate Olona (VA), ABEAT RECORDS ha da sempre prodotto dischi che interpretassero le nuove tendenze della musica jazz. Da allora sono numerosi gli artisti del panorama nazionale ed internazionale che hanno realizzato i loro dischi con questa etichetta. Tratte dalle ultimissime produzioni della “abeat records”, vi presentiamo quattro album firmati rispettivamente da Luigi Di Nunzio (“The Game”), Andrea Domenici Trio (“Playing who i am”), Guido Manusardi (“Swingin”) e Michele Perruggini (“In volo”).

Luigi Di Nunzio è un giovane sassofonista napoletano che può vantare una solida preparazione di base avendo conseguito nel 2010 il diploma di sassofono classico con il massimo dei voti con il maestro Andrea Pace. Successivamente inizia una carriera che lo porta ad esibirsi accanto a musicisti di vaglia quali Antonio Faraò, Massimo Nunzi, Francesco Cafiso, David Liebman, Michael Bublé. Il 10 ottobre 2014 esce il suo album d’ esordio dal titolo “Inexistent” sempre per abeat. Nel settembre del 2018 registra “The Game” unitamente a Marco Fiorenzano, synth e piano rhodes, Umberto Lepore, basso e bass synth, e Marco Castaldo, alla batteria, con l’aggiunta di ospiti in alcuni brani L’album è di sicuro interesse dando all’ascoltatore la possibilità di scoprire non solo le capacità esecutive di Di Nunzio ma anche le sue qualità compositive dal momento che tutte le dieci tracce sono sue composizioni. La caratteristica principale del CD va ricercata nel fatto che il sassofonista ha voluto mettere assieme una serie di esperienze e collaborazioni, vissute negli ultimi quattro anni, in generi musicali a lui sconosciuti come l’hip hop, rap, musica elettronica. Di qui un sound abbastanza originale in cui stilemi propri del jazz canonico si fondono con suggestioni provenienti dall’elettronica. Certo, per chi ama il jazz alla Coltrane o alla Gillespie l’album farà storcere il naso, ma, viceversa, per chi ascolta la musica con mente aperta e rivolta al futuro sicuramente troverà nell’album in oggetto parecchi motivi di interesse.

“Playing Who I Am” è il disco d’esordio come leader del pianista Andrea Domenici, classe 1992. Già allievo, tra gli altri, di Mario Rusca, Dado Moroni, Kenny Barron si è diplomato presso The New School for Jazz and Contemporary Music e dal 2012 si è trasferito negli States. Da allora ha cominciato a collaborare con alcuni veri e propri giganti del jazz quali Wynton Marsalis, Gary Bartz, Billy Harper e Dave Douglas. A supportarlo in questo CD Billy Drummond al basso e Peter Washington alla batteria. In repertorio nove brani che spaziano dal jazz canonico (Thelonious Monk) a standard quali “It’ Easy To Remember” di Rodgers cui si aggiungono tre original del leader, a dimostrazione di come Andrea da un lato abbia saputo interiorizzare il linguaggio dei grandi del jazz, dall’altro sia riuscito a sintetizzare le diverse influenze in uno stile del tutto personale. L’album, almeno per chi scrive, rappresenta, quindi, una bella sorpresa. Il linguaggio di Domenici è fluido, sempre pertinente, con una armonizzazione mai banale e un tasso di improvvisazione elevato. L’interazione con i compagni d’avventura è assoluta ad evidenziare un’intesa che va ben oltre il fatto squisitamente musicale. Insomma un artista di cui sentiremo parlare molto e bene.

Swingin” è il titolo del CD inciso dal trio del pianista Guido Manusardi con Roberto Piccolo al contrabbasso e Gianni Cazzola alla batteria nell’ottobre del 2017. Mai titolo fu più azzeccato nel senso che uno swing straordinario, trascinante, profondamente sentito da tutti e tre i musicisti pervade l’album dalla prima all’ultima nota. In repertorio undici brani tra cui un solo original del pianista. Da quanto sin qui detto è facile dedurre che il trio si muove in estrema scioltezza, guidati da quel grande artista che è Guido Manusardi. In effetti Manusardi è sulla cresta dell’onda da tanti anni e mai ha deluso i suoi numerosi ammiratori grazie ad una tecnica sopraffina, ad una squisita sensibilità che gli consente di coniugare rispetto per la tradizione e modernità espressiva, ad un senso della misura che mai lo porta ad esagerare in virtuosismi che pure sarebbero alla sua portata. E questo album è l’ennesima riprova di tutto ciò: si ascolti con attenzione con quanta delicatezza l’ottantaduenne pianista disegna il celeberrimo “Love For Sale” o la carica di swing (per restare in tema) che caratterizza “I’ll Remember April”. Come si diceva in precedenza, è tutto il trio che funziona bene…ciò per sottolineare come i partners scelti da Manusardi, vale a dire il giovane Piccolo e il meno giovane Cazzola (classe 1938), siano stati perfettamente all’altezza della situazione contribuendo in maniera determinante alla bella riuscita dell’impresa. Non a caso l’unico original di Manusardi presente nell’album, “Mister G”, è dedicato proprio al batterista.

Il compositore e arrangiatore Michele Perruggini è il protagonista del quarto album significativamente intitolato “In volo”. Avevamo già avuto modo di apprezzare il talento di questo musicista nel precedente album “Attraverso la nebbia” – sempre per abeat – in cui Michele si presentava anche nella veste di batterista. In questo nuovo CD l’artista abbandona il ruolo di strumentista e si sottopone al giudizio degli ascoltatori come compositore e arrangiatore (coadiuvato da Leo Gadaleta che ha curato gli arrangiamenti degli archi). E il giudizio non può che essere positivo data la bellezza della linea melodica che viene sviluppata in ogni singolo brano. La musica ha un andamento quasi filmico, come se volesse accompagnare alcuni attimi – chissà forse i più significativi – della nostra esistenza, vissuta celebrandone, suggerisce lo stesso Perruggini, “ogni istante, assaporando profondamente con lentezza”. Di qui una musica introspettiva, spesso malinconica, ben resa da tutti i musicisti, a partire da Mirko Signorile sempre presente con il suo pianoforte per finire con la sezione archi composta da Leo Gadaleta e Serena Soccoia ai violini, Teresa Laera alla viola e Luciano Tarantino al violoncello. Il ritmo è sostenuto dall’ottimo contrabbassista Giorgio Vendola e il tutto funziona così bene che mai si avverte la mancanza della batteria.

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Con “ACT” uno sguardo sul Nord-Europa.

L’etichetta tedesca, fondata nel 1992 da Siggi Loch, già per venti anni ai vertici della Warner International, nell’arco di pochi decenni è riuscita ad ottenere una posizione di assoluto prestigio nel panorama musicale internazionale. Ciò perché nel suo catalogo figurano alcuni degli artisti – specie del Nord Europa – più significativi quali, tanto per fare qualche nome, Joachim Kühn, Nils Landgren, Michael Wollny, Jon Christensen…e grosse formazioni come l’Hannover NDR Radio Philharmonic Orchestra. Per non parlare della scoperta e del lancio di uno degli artisti che hanno profondamente segnato gli ultimi anni del pianismo jazz, quell’Esbjörn Svensson scomparso nel 2008 a 44 anni in un incidente mentre effettuava pesca subacquea. Non mancano, ovviamente, artisti fuori dagli immaginari confini del Nord Europa come Rudresh Mahanthappa, Youn Sun Nah e il ‘nostro’ Paolo Fresu. E proprio il trombettista di Berchidda è il protagonista di una vera e propria perla: Danielsson-Fresu, “Summerwind”. Il contrabbassista svedese e il trombettista sardo evidenziano un’intesa straordinaria, come se avessero da sempre suonato assieme mentre questo è in realtà il loro primo progetto in duo. E l’intesa si instaura immediatamente al punto tale che –come sottolineato nelle note di copertina – il brano “Dardusò” viene creato spontaneamente in studio durante le registrazioni. La loro è una musica raffinata, elegante, che si sviluppa quasi per sottrazione, nel senso che il linguaggio è essenziale, scarno, senza che mai si avverta una nota fuori posto, un qualcosa che avrebbe potuto essere eliminato. I due disegnano linee melodiche dalla struggente bellezza e poco importa l’assenza di una carica ritmica qualche avrebbe potuto essere assicurata da una batteria. Insomma poesia allo stato puro che traspare da ogni brano, interpretato con sincera partecipazione e assoluta onestà intellettuale. I due non si schermano dietro la loro arte, ma lasciano fluire il suono così come ‘ispirato’ dalle sensazioni del momento, dalle emozioni che avvertono nell’eseguire un repertorio caratterizzato da brani originali scritti dai due (singolarmente o a quattro mani) cui si aggiunge il celeberrimo “Autumn Leaves” porto con originalità, un brano della tradizione svedese e una composizione di Bach arrangiata dal contrabbassista.

Tra le altre recenti produzioni vi ricordiamo altri due album che ci sembrano particolarmente interessanti.

Il pianista Joachim Kühn è una delle punte di diamante del catalogo ACT. In questo “Love & Peace” appare in trio con Chris Jennings al basso e Eric Schafer alla batteria, impegnato su un repertorio di undici brani con ben sei pezzi scritti dallo stesso pianista, uno per parte dal batterista e dal bassista, cui si affiancano “Night Plans” di Ornette Coleman, un pezzo dei Doors e una composizione di Mussorgsky a ricordarci la sua formazione classica. La formazione è la stessa del precedente “Beauty & Truth” del 2016 e l’album in oggetto non aggiunge alcunché a quanto già non si conosca sulla statura artistica del pianista tedesco: un musicista completo, che fonda la sua arte su una solida preparazione di base e che ha percorso una luminosa e lunga carriera avendo costituito il suo primo trio già nel 1964. Ciò non toglie, comunque, che nel corso degli anni il settantacinquenne pianista di Lipsia abbia cambiato pelle nel senso che ad un pianismo strabordante, spesso virtuosistico ha sostituito un linguaggio più asciutto, un fraseggio meno funambolico e più attento all’espressività. Ne abbiamo molti esempi in alcuni brani di questo album come nel già citato pezzo di Coleman a conferma della grande stima che lega i due artisti. Coleman e Kuhn si incontrarono per la prima volta a Parigi nei primi anni 90, e fu l’inizio di una straordinaria relazione artistica; dopo il loro primo concerto in duo a Verona, Kuhn divenne l’unico pianista con il quale il sassofonista si esibiva regolarmente in duo. Altre esecuzioni di grande interesse la rilettura di “The Crystal Ship” dei Doors e la “lussureggiante” versione di “Le Vieux Chateau” da “Pictures From An Exhibition” di Modest Mussorgsky. Come Al solito eccellente il lavoro della sezione ritmica.

Unbreakable” della Nils Landgren Funk Unit vede la storica formazione del trombonista e vocalist Nils Landgren ‘rinforzata’ dall’innesto di solisti di livello quali il leggendario chitarrista di Detroit Ray Parker Jr., conosciuto ai più per il suo indimenticabile brano per il film Ghostbusters del 1984, e i trombettisti Randy Brecker e Tim Hagans. L’album, presentato in anteprima all’”XJazz Festival” del 2017, si colloca nel solco delle precedenti registrazioni effettuate dal gruppo, quindi un massiccio groove, una travolgente miscela di jazz e funk, nel segno di un esplosivo mix sonoro con una fortissima e trascinante carica ritmica. Il tutto declinato attraverso dieci brani tra cui “Stars In Your Eyes” di Herbie Hancock e “Rockin´After Midnight” di Marvin Gaye impreziosito dall’assolo di Randy Brecker. Il gruppo si muove con una intesa perfetta, cementata attraverso la lunga militanza, e more solito la mano del leader dal trombone rosso si fa sentire sia nella conduzione dell’ensemble, sia nella ripartizione tra pagina scritta e improvvisazione e quindi nel lasciare ai vari solisti un adeguato spazio per i relativi assolo. Un’ultima considerazione: ad evidenziare l’importanza dell’etichetta nella carriera di Nils Landgren, anche in questo album l’artista rivolge uno speciale ringraziamento a Siggi Loch e a tutto lo staff ACT per credere e supportare la sua musica.

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“Alfa Music” da oltre vent’anni sulla scena

Alfa Music ha ormai alle spalle ventiquattro anni di attività. L’ etichetta nasce nel 1990 per volontà di Fabrizio Salvatore e di Alessandro Guardia, soci fondatori. Inizialmente era solo uno studio di registrazione focalizzato verso il circuito romano. Successivamente, verso la metà degli anni ’90, la situazione si evolve e Alfa Music diventa vera e propria etichetta discografica che ad oggi vanta un catalogo particolarmente ricco ed importante. In quest’ambito si inseriscono le nuove produzioni che qui di seguito segnaliamo.

Le Valentine (al secolo Valentina Cesarini accordeon, bandoneon e Valentina Rossi voce) hanno registrato il cd “Recuerdo” dedicato al tango. Quanti seguono questa rubrica conosceranno la nostra passione per il tango, un genere che presenta una caratteristica peculiare: la capacità di raccontare delle storie, spesso amare, ma storie assai vicine alla realtà. A tutto ciò la rivoluzione di Astor Piazzolla ha aggiunto una carica di intenso pathos assai difficile da riprodurre. Di qui, a nostro avviso, una conseguenza logica: nell’esecuzione del tango la bravura nell’interpretazione, nel trasmettere un’emozione fa premio – e di gran lunga – sulla mera abilità, strumentale o vocale che sia. Ecco, partendo da questi parametri, il CD in oggetto non ci ha convinti appieno, ed è un peccato in quanto di elementi positivi ce ne sono. Innanzitutto la scelta del repertorio: undici tracce tra brani originali e riletture di grandi classici tra cui “Por una cabeza” di Carlo Gardel e il celeberrimo “Jealousy”, scritto da Jagob Gade nel 1925, fino ad arrivare ad Astor Piazzolla di cui vengono presentati “Yo soy Maria” con i testi di Horacio Arturo Ferrer, “Oblivion” con parole di Alba Fossati e “Che tango che music” con testi di Angela Denia Tarenzi. E poi la struttura dell’organico incentrata sul duo delle Valentine (Valentina Cesarini accordeon, bandoneon e Valentina Rossi voce) cui si affiancano Pierluca Cesarini, chitarra e Alessandro Aureli, flauto, cajon, percussioni. Ferma restando la bravura tecnica dei musicisti manca però qualcosa, manca quella capacità di trasmettere emozioni, pathos cui prima si faceva riferimento. E’ come se le due protagoniste si fossero preoccupate più di evidenziare le rispettive indubbie capacità che scavare nei brani proposti per carpirne l’intima essenza e restituircela irrorata dalla propria personalissima lettura.

E’ con vero piacere che vi presentiamo questo album inciso a quattro mani da Stefania Tallini e Cettina Donato e quindi giustamente intitolato “Piano 4Hands”. Spesso quando ci troviamo a recensire album di musicisti che conosciamo molto bene e con i quali c’è anche un rapporto di amicizia proviamo un certo imbarazzo e ci poniamo il problema se motivazioni di altro genere possano far premio su un giudizio equilibrato e il più possibile obiettivo. Bene, nel caso in oggetto non abbiamo alcuna difficoltà a dirvi che si tratta di un disco superlativo inciso da due artiste di grandi qualità dal punto di vista tecnico, esecutivo e compositivo. In programma undici pezzi di cui quattro di Cettina, sei di Stefania e uno di ambedue. I motivi che ci inducono a definire questo album “superlativo” sono molteplici. Innanzitutto il coraggio nell’incidere un CD composto da undici originali tutti suonati a quattro mani sulla stessa tastiera, organico tanto insolito quanto scivoloso (anche se ad onor del vero in un brano si ascolta il sempre straordinario clarinetto di Gabriele Mirabassi e in un altro la suadente voce di Ninni Bruschetta). Poi la straordinaria intesa che si è sviluppata tra queste due pianiste, compositrici, arrangiatrici, intesa cementata da un anno di studio, di concerti all’insegna di quell’idem sentire che costituisce una delle principali caratteristiche dell’album. Infine la grande “sapienza” musicale evidenziata dalle due. In questo album, senza che ne venga minimamente intaccata l’omogeneità, c’è davvero di tutto: un certo swing alla Bach (ci si perdoni l’accostamento), un richiamo pertinente al tango (“Minor Tango” e “Duotango”), la giocondità di fare musica (“Danza dei suoni” e “Ditty Duo”), la classe di Mirabassi che si appalesa cristallina e malinconica in “A Veva” di Stefania Tallini, l’irrequieto swing di “Tempus Fugit”, la delicatezza di “Amuri Miu” dolcemente cesellato in siciliano dall’attore Ninni Bruschetta che già da qualche tempo ha instaurato una felice collaborazione artistica con Cettina Donato, c’è la dolce chiusura di “Bluesy Prayer” che ci riconduce al jazz propriamente inteso…ma c’è soprattutto la piena consapevolezza di due artiste cha hanno voluto incontrarsi e fondere la loro arte in un unicum che, ne siamo sicuri, non mancherà di stupirvi.

Ancora diversa l’atmosfera che si respira con il Trio Filante di “Granchio senza scampo”. Non c’è dubbio, infatti, che questo trio sia ‘filante’ di nome e di fatto. ‘Filante’ nel senso che la musica scorre fluida, gradevole, dal primo all’ultimo istante, declinata sull’onda di una consolidata intesa (i tre suonano assieme da una decina d’anni), di melodie ben costruite (grazie alla penna di Francesco Mazzeo, chitarrista nonché autore di tutti i pezzi eccezion fatta per due standard “All The Things You Are” di Jerome Kern e “Someday my prince will come” di Frank Churchill proposta in una versione piuttosto originale) e di una forte pulsione ritmica tanto più stupefacente ove si tenga conto che nel trio mancano batteria e contrabbasso. In effetti Mazzeo è coadiuvato da altri due grandi musicisti che rispondono al nome di Davide Grottelli ai sax e Alessandro Gwis anch’egli compositore ma soprattutto pianista del famoso gruppo “Aires Tango”. Così i tre si ritrovano con estrema facilità lanciandosi in improvvisazioni che non è facile distinguere dalla pagina scritta. E ciò sia che il gruppo affronti brani sostenuti sia che ci si muova su atmosfere più intime, rarefatte. Si ascolti il brano d’apertura “Alici fritte dorate”, un tango finemente cesellato da Francesco Mazzeo e “Tutti i bambini dormono”, dall’andamento ondeggiante, in cui Gwis dà l’ennesima dimostrazione della sua versatilità con Grottelli e Mazzeo anch’essi impegnati in un centrato assolo. Il tutto comunque condito da una sottile ironia che si manifesta nei titoli sia dell’intero album sia dei vari brani, da “Alici fritte dorate” a “Telline affogate”, da “L’ora del vino” a “Gricia” fino al conclusivo “Tisana Live”.

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“Artesuono” valorizza i musicisti friulani

Negli ultimi decenni è successo di rado che una etichetta si identificasse, totalmente, con il suo creatore. E’ stato il caso della ECM (di cui parleremo nella prossima puntata) mentre in Italia l’unico caso è accaduto solo con “Artesuono”. Pronunciare questa parola significa, infatti, richiamare immediatamente la figura di Stefano Amerio, prestigioso artefice di suoni che venti anni fa lanciava l’ ”Artesuono Recording Studio” cui oggi si rivolgono i principali artisti e le più importanti etichette italiane e non solo dato che da alcuni anni è uno degli studi di riferimento della prestigiosa etichetta tedesca ECM. Da questa realtà è poi nata la casa discografica in oggetto. Oltre 170 album di artisti nati e cresciuti in Friuli, pubblicati per diffondere la grande tradizione musicale e artistica di questa Regione ed esportarla al di fuori dei confini regionali e nazionali. Tra le ultimissime produzioni ne abbiamo scelte tre che qui di seguito vi presentiamo.

Mauro Costantini Bus Horn Band – Volume 1” evidenzia come taluni strumenti siano strettamente legati ad un mood; così parlando dell’organo Hammond il pensiero corre immediatamente ad artisti come Keith Emerson, Booker T. Jones, Brian Auger, Tony Banks (Genesis), Billy Preston, Steve Winwood, Joey DeFrancesco, John Medeski e soprattutto James Oscar “Jimmy” Smith, musicisti assai diversi tra di loro ma tutti accomunati dalla fortissima carica ritmica, dal travolgente swing. Ovviamente anche questo album, non sfugge alla regola: Costantini è organista di eccellente livello, padrone dello strumento e perfettamente in grado di piegarlo alle sue esigenze espressive. Esigenze che si manifestano nel rileggere un repertorio del tutto originale, frutto del leader, in cui tuttavia si avvertono echi più disparati: dall’hard-bop, al soul, dal gospel al latin, dal funky allo swing…al pop il tutto porto con apparente semplicità senza alcuna pretesa né di sperimentazione né tanto meno di voler stupire alcuno. Ecco, probabilmente l’apparente semplicità è la miglior chiave di lettura per apprezzare questo album in cui tutti i musicisti sono perfettamente convinti della strada scelta riuscendo così ad assecondare il leader nelle sue scelte. Si ascolti, al riguardo, con quanta partecipazione venga eseguita la conclusiva delicata “After We’ve Gone” dedicata, come illustra lo stesso Mauro Costantini a “Rosanna e Oscar, genitori di un bambino autistico e alle loro dolorose riflessioni sul futuro”. E in chiusura pensiamo valga la pena citare i musicisti che suonano con Costantini: Luca Calabrese alla tromba,
Piero Cozzi sax alto e baritono, Miodrag Ragovic batteria e Federico Luciani percussioni.

Polyphonies” è l’album d’esordio del pianista e compositore friulano Emanuele Filippi alla testa di un nonetto in cui spiccano i nomi di Mirko Cisilino alla tromba e Filippo Orefice al sax tenore. Anche Filippi può vantare una solida preparazione di base avendo iniziato lo studio del pianoforte all’età di otto anni, e ottenuto i diplomi in pianoforte classico e jazz con il massimo dei voti al conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine. Successivamente si è trasferito a New York, dove attualmente vive e studia. Negli anni ha avuto modo di studiare e perfezionarsi con alcuni grandi del panorama internazionale tra cui: Glauco Venier, Michele Corcella, Fred Hersch, Kevin Hays, Bruce Barth. In questo suo primo album, Filippi evidenzia la sua discendenza dal mondo classico dal momento che, come evidenzia lo stesso titolo, le nove composizioni, di cui otto originali (composte in massima parte prima del trasferimento negli States), si rifanno alla musica corale polifonica, in particolare quella di Johann Sebastian Bach. Di qui una musica non facilissima ma ben costruita, ben arrangiata anche se alcuni passaggi avrebbero forse meritato un ulteriore approfondimento. Ma si tratta di peccati veniali tenendo conto che, come si diceva in apertura, si tratta dell’album d’esordio di Emanuele Filippi. Album che, non a caso, è uscito per l’etichetta “Artesuono Sketches”, la nuova linea di Stefano Amerio dedicata proprio alla giovane generazione di talenti locali e non.

In “Meraki” il contrabbassista trevigiano Marco Trabucco si presenta in quartetto con Federico Casagrande alla chitarra, Giulio Scaramella al pianoforte e Luca Colussi alla batteria. Ciò che caratterizza l’album è un’eleganza di fondo declinata attraverso sei composizioni originali del leader cui si affianca un brano della tradizione spagnola. Sin dalle primissime battute si avverte una profonda intesa tra i componenti il quartetto: in particolare se è Trabucco a dettare il clima generale con i suoi interventi sempre ottimamente calibrati (si ascolti il modo in cui introduce l’intero album) sono poi i suoi compagni d’avventura a completare l’opera. Ecco quindi la chitarra di Casagrande salire in cattedra e dialogare magnificamente con il contrabbasso di Trabucco; ecco Scaramella sciorinare un pianismo affascinante nella sua essenzialità (lo si ascolti tra l’altro in “Open Space”) mentre Luca Colussi è batterista completo sotto ogni punto di vista, colonna portante di molte delle sezioni ritmiche che si possono ascoltare nel nostro Paese. Così nella musica del gruppo – come sottolinea nelle note che accompagnano il CD, Enzo Pietropaoli – melodia, armonia e ritmo fluiscono liberamente, grazie al fatto che i quattro artisti posseggono allo stesso tempo esperienza e buon gusto che mettono al servizio della narrazione musicale

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“Auand”, il coraggio del Sud

La Auand Records è un’etichetta discografica di Bisceglie, in Puglia, fondata nel 2001 da Marco Valente. Il significato del nome vuol dire “agguanta” e “attento”; il logo, che è di colore verde e nero, rappresenta una mano con un buco nero in mezzo. Fin dagli inizi l’etichetta si è caratterizzata per la volontà di non seguire strade precostituite e di scovare nuovi talenti. E il risultato è stato ampiamente raggiunto: basti, al riguardo, ricordare il nome di Gianluca Petrella. Della Auand vi proponiamo tre produzioni.

Giovanni Guidi è oramai, a ben ragione, considerato uno degli artisti più rappresentativi del jazz made in Italy e questo “Drive” lo conferma appieno. Guidi suona in trio con Joe Rehmer al basso e Federico Scettri alla batteria, due musicisti di assoluto rilievo: Rehmer si è fatto le ossa suonando con musicisti come Gianluca Petrella, Fabrizio Sferra e Dan Kinzelman, mentre Federico Scettri può vantare collaborazioni con, tra gli altri, Paolo Fresu, William Parker e Francesco Bearzatti. Insomma tre personalità molto spiccate che si sono riunite dando vita ad un album la cui cifra stilistica è costituita da un’improvvisazione che si evidenzia nel modo in cui i tre interagiscono. Basta un soffio, una nota, un accordo lanciati lì e da quel punto si riparte per una nuova avventura, una nuova esplorazione verso terreni prima sconosciuti. Ma c’è un altro elemento che connota fortemente l’album: la voglia di Guidi di abbandonare quelle concezioni estetiche che si riscontrano, ad esempio, nei suoi lavori targati ECM, per cercare un suono più aspro, magmatico, meno ovattato. Di qui la scelta di abbandonare il pianoforte acustico a favore del piano elettrico e tastiere e di ricorrere ad un particolare montaggio dei suoni in fase di postproduzione. Risultato: come si accennava eccellente Anche perché Guidi e compagni, pur evidenziando una profonda conoscenza di quel jazz elettrico degli anni’70 che li ha sicuramente influenzati, sono riusciti ad andare avanti per una strada che è tutta loro, affatto personale.

Right Away” è un album in trio con il reggino Giampiero Locatelli al pianoforte (anch’egli al disco d’esordio), Gabriele Evangelista al contrabbasso ed Enrico Morello alla batteria. In programma otto originali del leader (classe 1976) che evidenzia una buona maturità sia esecutiva sia compositiva. In effetti l’album si fa ascoltare per più di un motivo; innanzitutto la valenza delle composizioni, tutte piuttosto ben strutturate con un giusto equilibrio tra scrittura e improvvisazione e un’armonizzazione complessa a sottolineare la buona preparazione di Locatelli, musicista di estrazione prevalentemente classica, con significative esperienze anche in campo concertistico. In secondo luogo il trio evidenzia un sound del tutto particolare, assai moderno, declinato attraverso un mutare di atmosfere per cui si passa dal clima energetico, materico di forte tensione (si ascolti “Fizzle, Deed Slow, Whistle” e “Right Away”) a pezzi più meditativi come “Path” (splendido nell’occasione il fraseggio di Locatelli), a brani decisamente inquietanti ma coinvolgenti (“Toward Backward” impreziosito da un assolo di Evangelista) fino alla struggente delicatezza di “From The Last Frame”, probabilmente il brano meglio riuscito dell’intero album. Da sottolineare ancora il gran lavoro svolto da Evangelista e Morello che sono risultati determinanti per la riuscita dell’album che in ultima analisi soddisferà non solo gli passionati di jazz.

Frank Martino, Level2 Chaotic Swing”. Il chitarrista Frank Martino si presenta con il suo Disorgan Trio, pianista Claudio Vignali, batterista Niccolò Romanin. Un cognome, il suo, che ricalca quello del grande Pat Martino, ma lo si ricorda solo per un calembour: Pat è jazzista cool, Frank è cool nel senso che è di tendenza, con la sua innovante musica “disorganica”. Sentendolo eseguire “Magnificient Stumble2” di Venetian Snares si potrebbe semmai pensare a certi esperimenti avanzati di Robert Fripp e della sua Lega di chitarristi…Sará/è l’uso di una otto corde, con contorno di live electronics, strumento che consente di ottenere armonizzazioni più ampie, accordi più pieni, arpeggi più estesi, melodie più espanse, echi più ridondanti, ed il brano T”he Glass Half” ne è forse l’esempio più palese! Altra cosa da rimarcare è quella di una formazione abbastanza “classica” ma che esprime suoni neo/postmoderni quasi a voler immettere un proprio DisOrdine nel caos across the universe. Sono sette su nove (l’altro brano non originale è Waltz For Debbie di Evans) composizioni a firma Vignali-Martino a dare saggio di cosa si intenda per Chaotic Swing: un approccio ad elevato tasso elettronico, per come già traspariva nel precedente cd ‘Revert’, che punta ad un sound “trattato”, proiettato verso possibili traiettorie di un jazz futuribile, per uno swing avvolto dal flusso di rumori e sonorità di una società mutante. Dove la musica non può che esserne parziale rappresentazione. (recensione di Amedeo Furfarto)

Ai nastri di partenza JAZZMI 2018: dal 1 al 13 novembre a Milano

Terza edizione per il festival JAZZMI che punta a consolidare il successo ottenuto nei suoi primi due anni di vita, e a confermare una formula che ha raccolto il consenso unanime di pubblico e critica. Jazz quindi, sempre nella sua accezione più ampia, ovvero Jazz raccontato, narrato, vissuto, proiettato, fotografato, suonato, gustato, cantato, divulgato, spiegato, letto, urlato, sognato, declinato, partecipato, condiviso.

Storia, attualità, futuro di questo genere musicale in perenne movimento, fatto di integrazione tra culture diverse, accogliente, ospitale, universale e atto a rappresentare al meglio il nostro tempo.

Ad aprire l’edizione 2018 sarà l’ART ENSEMBLE OF CHICAGO, leggendaria formazione dell’avanguardia chicagoana, che inizia così a festeggiare i 50 anni di attività e carriera. Una scelta fortemente simbolica. “GREAT BLACK MUSIC-ANCIENT TO THE FUTURE” è, infatti, il loro slogan per definire un approccio che agli organizzatori di JAZZMI è stato da sempre modello e ispirazione.

JAZZMI ideato e prodotto da Triennale di Milano, Triennale Teatro dell’Arte e Ponderosa Music & Art, in collaborazione con Blue Note Milano, realizzato grazie al Comune di Milano – Assessorato alla Cultura, con il sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, main partner INTESA SANPAOLO, partner HAMILTON WATCH e FLYING BLUE di AIR FRANCE e KLM, si svolge sotto la direzione artistica di Luciano Linzi e Titti Santini.

Il palcoscenico del Teatro Dell’Arte sarà per il terzo anno la base di partenza del festival per esplorare la città. Qui si esibiranno grandi nomi del Jazz e in particolare nuovi talenti di tutto il mondo; si potranno approfondire le storie del Jazz attraverso conferenze spettacolo e si articoleranno le giornate della seconda edizione di JAZZDOIT, ideato per riunire gli operatori e il pubblico intorno a tavoli di lavoro per scambiare idee su temi culturali, economici ed estetici”, dice Severino Salvemini, presidente del Triennale Teatro dell’Arte.

Dalla Triennale JAZZMI si allargherà coinvolgendo Teatro dal Verme, Sala della Balla del Castello Sforzesco, Palazzina Appiani e Pinacoteca di Brera (con un’apertura straordinaria dedicata al festival) per arrivare così al secondo cuore pulsante del festival, Blue Note Milano, con tante novità ed importanti ritorni.

JAZZMI diventa anche un’occasione unica per vivere i quartieri della città fuori dal centro, zone periferiche che offrono la possibilità di ascoltare Jazz in luoghi simbolici. Nei weekend sono articolati quattro percorsi dalla mattina alla sera che permettono, di concerto in concerto, di esplorare le diverse anime di Milano: Quarto Oggiaro, Niguarda e Dergano fra biblioteche, bocciofile, bunker e scuole. Ma anche beni sequestrati alle mafie, una chiesetta in un parco, mulini e due palestre fra Chiaravalle, Corvetto e via Padova grazie alle collaborazioni avviate con LaCittàIntorno, il progetto triennale promosso da Fondazione Cariplo per favorire il benessere e la qualità della vita nelle nostre città e in particolare nelle aree più fragili in esse presenti.

Al Triennale Teatro dell’Arte si terrà una fitta programmazione di concerti nazionali ed internazionali: Art Ensemble Of Chicago, (il concerto sarà aperto da un reading di Paolo Rossi) Kamaal Williams, James Senese e Napoli Centrale, Judi Jackson, Paolino Dalla Porta, Artchipel Orchestra, Camille Bertault, Abdullah Ibrahim, Bireli Lagrene, Yazz Ahmed, Madeleine Peyroux, Azul, Gianni Coscia e Daniele Di Bonaventura, Antonio Sanchez, Imogen Heap, Enrico Rava feat Joe Lovano, Colin Stetson, Jason Moran, Marquis Hill Blacktet.

La programmazione del Blue Note prevede i live di: Nnenna Freelon, Victor Wooten Trio, Aziza Quartet, Steve Kuhn Trio, John Scofield, Bill Frisell, Ron Carter, Chiara Civello, Christian Sands Trio e Yellow Jackets.

Anche quest’anno in cartellone abbiamo esponenti storici del panorama Jazz italiano, Paolo Conte al Teatro Arcimboldi in una serata celebrativa per i Cinquant’anni di Azzurro, Stefano Bollani con il suo nuovo progetto dedicato al Brasile (Que Bom) e Paolo Fresu & Lars Danielsson, alla Sala Verdi del Conservatorio.

Anche per la terza edizione JAZZMI arriverà in tutta la città, con concerti in importanti sedi come Santeria Social Club, Base Milano, Alcatraz e una nuova prestigiosa location, il Teatro Gerolamo, spesso definito come la “Piccola Scala” i cui protagonisti in tre serate saranno Enrico Intra, Alberto Tafuri e Mario Rusca.

Il Teatro dal Verme vedrà esibirsi un duo d’eccezione composto da John Zorn, figura chiave della musica contemporanea in coppia con l’eclettico Bill Laswell.

Il Conservatorio aprirà le sue porte anche per il concerto del pianista Chick Corea; mentre all’Alcatraz è atteso Maceo Parker, capostipite del movimento Funk formatosi alla scuola di James Brown.

Sempre tanti luoghi in programma per i concerti: la Santeria Social Club ospiterà il 10 novembre il concerto dell’eclettico quartetto britannico dei Portico Quartet mentre all’Arci Biko sono attesi Hailu Mergia, polistrumentista autore di un raffinato e coinvolgente Ethio-Jazz e il batterista Yussuf Dayes, capace di fondere Jazz, Hip Hop ed elettronica.

Prevista anche una gita fuori porta, al Cine Teatro Nuovo di Varese, (il 10 novembre) con Peppe Servillo e il suo tributo a Lucio Battisti con eccellenti musicisti Jazz.

A Mare Culturale Urbano il live del saxofonista Odet Tzur, per un incontro tra Oriente e Occidente, a BASE Milano la notte di festa del festival il 2 novembre con gli Istanbul Session e Dj Gruff.

Menzione particolare merita “Jazz, Istruzioni per l’uso” una band di sei elementi capitanata da Massimo Nunzi che domenica 4 Novembre, al Conservatorio, ripercorre il passaggio epocale del 1968, anno che tanto ha segnato la cultura e la musica in generale.

Agli “Art Ensemble Of Chicago” protagonisti nella serata di apertura è dedicata la presentazione del libro “Grande Musica Nera”, in cui Paul Steinbeck analizza l’epopea del mitico combo di Chicago. (Triennale di Milano, 1 novembre). E nella sezione dedicata alla presentazione di libri da segnalare che il 13 novembre, presso la libreria e centro nevralgico del Touring Club Italiano, in corso Italia 10, il nostro direttore Gerlando Gatto presenterà il suo ultimo libro “L’altra metà del Jazz – Voci di Donne nella Musica Jazz” edito da Euritmica/Kappavu.

Redazione

Summertime in Jazz 2018

Se cinque vi sembran pochi. Cinque anni di vita per Summertime in Jazz sono un bel traguardo, consentono di guardare a quanto finora fatto e ai risultati ottenuti con ragionevole soddisfazione, di tarare tutto quanto sperimentato nelle passate edizioni per calibrare al meglio la manifestazione sulla base delle risposte ricevute dal suo pubblico, di progettare andando a inserire ogni volta un tassello nuovo, perché una rassegna è una cosa viva e come tale ha bisogno di rinnovarsi, per continuare a raccogliere interesse e a proporsi come punto di riferimento per il territorio.

Nasce nel 2014 l’idea di creare una costola estiva del Piacenza Jazz Fest con una formula itinerante di concerti che andassero a valorizzare alcuni degli angoli più affascinanti delle valli dei fiumi Trebbia e Arda, vanto della nostra provincia. Partita dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano, ente che ha a cuore la crescita continua del territorio e dei suoi abitanti – prodigandosi nel premiare le iniziative più meritevoli nei campi del sociale, dell’istruzione, dell’arte e della cultura – l’idea è stata fatta propria dall’associazione culturale Piacenza Jazz Club, che l’ha trasformata in uno dei suoi fiori all’occhiello.

Gli altri soggetti direttamente coinvolti in Summertime in Jazz sono tutti i Comuni che ne ospitano almeno una tappa e che collaborano attivamente alla sua realizzazione, offrendo il loro prezioso supporto. Tutti i sindaci, gli assessori, i delegati agli eventi, i volontari delle proloco e i tecnici dei vari comuni interessati dalla rassegna si sono rivelati da sempre dei fidati collaboratori, impegnati in prima linea per la buona riuscita dell’evento programmato nel loro paese.

Dieci gli appuntamenti musicali principali per questa quinta edizione, che si concentreranno tra la fine del mese di luglio e la prima metà di agosto, disseminati tra le perle della provincia con una sostanziosa anteprima in città ai primi di luglio. Completano il programma i tre concerti di Jazz SummerWine, che si svolgeranno in alcune tra le più rinomate cantine del territorio, e il concorso fotografico a premi “Le vie di Genova e il Piacenziano”. Ogni tassello è stato pensato come un modo peculiare per raccontare e beneficiare il più possibile delle diverse sfaccettature della bellezza e della ricchezza del nostro patrimonio artistico, culturale, paesaggistico ed enogastronomico.

Tutti i concerti e gli eventi del programma sono a ingresso libero, liberamente fruibili dunque e pensati per un pubblico eterogeneo, curioso di andare alla scoperta di attività e di musica sempre di qualità molto elevata.

Si parte dunque dalla città per il concerto d’anteprima, più precisamente dal cortile del nobile palazzo Rota Pisaroni che ospita la Fondazione di Piacenza e Vigevano, main partner della rassegna, lunedì 2 luglio alle 21.30 con un duo di grande attrazione e di caratura internazionale, composto dalla cantante coreana Youn Sun Nah, una maestra dell’improvvisazione dalla voce tanto sottile quanto potente e versatile, e dal leggendario chitarrista svedese Ulf Wakenius, per i più noto in particolare per essere stato l’ultimo chitarrista di Oscar Peterson.

A partire da sabato 21 luglio si snoderà poi a ritmi piuttosto serrati di 3, 4 concerti alla settimana la rassegna vera e propria, che andrà a concludersi, già in clima ferragostano, l’11 agosto.

Come sempre, l’attenzione degli organizzatori nella selezione delle proposte è stata molto alta; inoltre si è cercato di coniugare il luogo che ospita il concerto con la musica che più vi si adatta, in modo da creare una perfetta atmosfera, che andrà a caratterizzare ogni serata e che ne farà risaltare le specificità. Ogni concerto avrà così una sua speciale impronta, che esalterà lo spirito del luogo pronto ad accoglierlo.

Una peculiarità di questa quinta edizone è di aver predisposto inaugurazione e chiusura nelle due più alte località, rispettivamente della Val D’Arda (Morfasso) e della Val Trebbia (Cerignale). Per la Val d’Arda sono confermati gli appuntamenti quasi tutti nella prima settimana di rassegna a partire appunto da Morfasso sabato 21 luglio alle 21.30 con un gruppo di grande verve come i GEZZZ…, in una formazione speciale allargata a cinque elementi che ospiterà anche due strumenti a fiato; presso l’antica Pieve di Vernasca lunedì 23 luglio alle 21.30, dove si potrà assistere al dialogo di due anime a confronto: quella della vocalist Greta Panettieri, virtuosa cantante insieme al suo quartetto e quella di uno dei più grandi trombettisti italiani ormai sulla scena jazzistica mondiale da più di 15 anni, Flavio Boltro; a Cortemaggiore mercoledì 25 luglio alle 21.30 con la band dei No Smoking, guidata dall’istrionico Alan Farrington, nata con l’intento di fondere i migliori standard americani del ‘900 tra passato e presente, in una riuscitissima contaminazione che gioca tra lo swing e il groove contemporanei.

Si tornerà ancora in Val d’Arda per le tappe agostane di Castell’Arquato martedì 7 agosto alle ore 21.30 con un’altra importante band che furoreggia e porta divertimento ovunque si esibisca con il suo spettacolo ad alto tasso di Swing, cioè Vik and the Doctors of Jive, un vero inno alla gioia in versione Jazz; e ancora nel borgo di Vigoleno giovedì 9 agosto alle 21.30 con le atmosfere più raccolte e intimistiche del Tango, non prive di ruggenti zampate jazz, con i Triosphere, trio in purezza, fatto di bandoneón, chitarra elettrica e contrabbasso.

Le tappe che vedranno protagonista la Val Trebbia invece partono da quella assai suggestiva di domenica 29 luglio (unico caso in cui il concerto inizia alle 18.30) sulla Pietra Perduca con il Trio Amaranto, una formazione che, viaggiando tra il mito di Django e suggestioni folk, suonerà rigorosamente in acustico sul sagrato della chiesetta di S. Anna; per proseguire in piazza Trento a Travo mercoledì 1° agosto alle 21.30 con il quintetto che prende il nome dalla cantante Debora Lombardo che presenterà in quell’occasione il suo ultimo lavoro, uscito da pochissimo, dal titolo “Daydreams”, dedicato agli indimenticabili brani del passato che spaziano tra diversi generi; non può mancare nemmeno Rivergaro mercoledì 8 agosto, dove alle 21.30 in Piazza S. Agata andrà in scena lo spumeggiante Trio Bobo, composto dalla sezione ritmica di “Elio e le storie tese”, ovvero Faso al basso e Christian Meyer alla batteria, insieme a un chitarrista sopraffino come Alessio Menconi; insieme i tre promettono effetti speciali e faranno di certo scintille perché sono ottimi musicisti che si divertono molto quando suonano e sanno come trasmettere al pubblico, coinvolgendolo, lo stesso grado di divertimento. La rassegna si concluderà sabato 11 agosto alle 21.30 nel luogo che è la new entry di quest’anno, quel borgo di Cerignale situato nell’Alta Val Trebbia che festeggia proprio in quei giorni una delle sue ricorrenze più sentite, la “Festa della Transumanza”, con un concerto raffinato e suggestivo fatto dei “Sospiri sospesi” (titolo dell’omonimo CD) di “Tre ance libere”, in rigoroso ordine alfabetico i grandissimi Gianni Coscia alla fisarmonica, Max De Aloe all’armonica e fisarmonica e Daniele Di Bonaventura al bandoneón.

Sempre in primo piano il vulcanico Paolo Fresu

 

E’ nota la particolare – per certi versi unica – capacità di concentrazione, creatività ed impegno artistico-intellettuale di Paolo Fresu, da poco presidente dell’Italian Jazz Federation (IJF). Tra il 27 aprile ed il 1° maggio il trombettista-flicornista ha partecipato all’”Umbria Jazz Spring” a Terni, suonando in diversi contesti: insieme al violoncello di Giovanni Sollima e all’Orchestra da Camera di Perugia in un nuovo progetto, in duo con Daniele Di Bonaventura (alla Cascata delle Marmore) e con il quartetto Devil (Bebo Ferra, Paolino della Porta e Stefano Bagnoli). Il 30 aprile era a Verona (teatro Ristori) per l’International Jazz Day con “Lumină”, progetto ideato e realizzato insieme a cinque musicisti pugliesi: la vocalist Carla Casarano, la violoncellista Leila Shirvani, il pianista William Greco, il contrabbassista Marco Bardoscia, il batterista/percussionista Emanuele Maniscalco. In realtà è stato Fresu a pensare integralmente il progetto per la propria etichetta Tŭk Music, concependo un’intera opera intorno al tema della “Luce”, con suggestioni letterarie riprese da Erri De Luca, Lella Costa, Marcello Fois e Flavio Soriga.

Non si vuole, qui, tessere elogi in modo acritico, semplicemente mettere in fila dei fatti e sottolineare come l’artista Fresu riesca a seguire in contemporanea svariate iniziative e a cambiare in tempo reale veste e ruolo senza perdere la sua personalità, sfaccettandola invece in innumerevoli aspetti che le donano una maggiore lucentezza.

Il 23 aprile, ad esempio, era a Roma per inaugurare al teatro Eliseo il festival “Special Guest”, organizzato dal Saint Louis College of Music. Il trombettista proveniva dalle prove a Perugia con Sollima ed aveva, nella mattinata, avuto un importante incontro istituzionale mentre il 24 era già pieno di impegni. Essendo personalmente la sera occupato a seguire un concerto all’Auditorium (l’argentino Aca Seca Trio), ho chiesto ed ottenuto il permesso di assistere alle prove del recital dell’Eliseo. Nove i brani in programma, tutti di Paolo Fresu ma in appositi arrangiamenti per il Saint Louis Ensemble, formazione orchestrale diretta dal vulcanico Antonio Solimene. Gli arrangiamenti, davvero pregevoli, sono opera di Luigi Giannatempo a parte tre brani: “Paris” e “Un tema per Roma” affidati a due giovani ricchi di talento come Fabio Renzullo e Filippo Minisola. Anche un tema popolare sardo, “Duru duru durusia”, è stato proposto in un brillante – e complesso – arrangiamento di Giovanni Ceccarelli.

Assistere alle prove è stata un’occasione per apprezzare la qualità del jazz italiano in senso proprio ed in senso lato. Paolo Fresu è stato, da par suo, concentratissimo, attento e partecipe. Ha suggerito qualche modifica, dispensato complimenti ad orchestrali ed arrangiatori, provato e riprovato – quando necessario – con l’umiltà ed il carisma dei grandi artisti. I nove brani della scaletta percorrevano un vasto periodo, con composizioni dei primi anni (“Opale”, “Fellini”) fino a temi più recenti: oltre ai già citati, erano previsti “Walzer del ritorno”, “Trasparenze”, “Tango della buona aria”, “E varie notti”. Il Saint Louis Ensemble è stato impeccabile, professionale ed ispirato durante le prove, pronto a seguire il vigoroso direttore Solimene, a ripetere parti di brani, ad eseguire in modo perfetto gli arrangiamenti conferendo, tuttavia, alla musica il necessario calore. Qualche esempio. In “Un tema per Roma” le partiture sostengono un tema semplice ed ispirato, come il solo di Fresu che ora rallenta, ora illumina, ora velocizza. In “Parigi” si crea un’atmosfera vellutata ed intima, con flauto e clarinetti in sezione, e con l’apporto del sax soprano (Gabriele Pistilli) l’orchestra è pronta a lanciare un liberatorio solo di flicorno.

Finite le prove, democraticamente, Paolo Fresu, Antonio Solimene e l’orchestra decidevano la scaletta del concerto serale che sarà stato magnifico, come le prove pomeridiane nella loro dimensione di laboratorio ad uno stato già avanzatissimo.

Mi sembra, infine, giusto ricordare tutti i membri del Saint Louis Ensemble: Maurizio Leoni, sax alto e flauto; Gabriele Pistilli, sax tenore e sax soprano; Luigi Acquaro, sax tenore e clarinetto; Luca Padellaro, sax baritono e clarinetto basso; Mario Caporilli, tromba; Antonio Padovano, tromba; Giuseppe Panico, tromba; Elisabetta Mattei, trombone; Federico Proietti, trombone basso e basso tuba; Andrea Saffirio, piano; Fabrizio Cucco, basso e Alessio Baldelli, batteria.

Il festival “Special Guest” ritornerà il 10 e 15 giugno con gli ospiti Fabrizio Bosso & Serena Brancale e Javier Girotto & Martín Bruhn.

Luigi Onori