Krall, Galliano, Lloyd, Kidjo Quattro artisti di classe per l’estate romana

Diana Krall, Richard Galliano, Charles Lloyd, Angelique Kidjo: questi gli artisti che ho ascoltato nel corso delle ultime due settimane a Roma.

Le motivazioni che mi hanno condotto a questi concerti sono piuttosto diversificate e forse vale la pena spendervi qualche parola.

La Krall non è mai stata in cima alle mie preferenze: l’ho sempre considerata una brava musicista, ma non un fenomeno, anche perché il suo canto non mi prende, non mi commuove. Ma allora, mi si potrebbe chiedere, perché sei andato a sentirla? La risposta è semplice: mi intrigava la formazione portata qui a Roma. Non a caso un amico, che come me ha visto il concerto del 14 luglio alla Cavea dell’Auditorium – e del quale non farò il nome neanche sotto tortura – mi ha detto scherzando ma non troppo, “certo, se mi fossi presentato con quel gruppo anch’io avrei avuto successo”.  In effetti l’artista canadese si è presentata con una formazione davvero stellare comprendente Joe Lovano al sax tenore, Marc Ribot alla chitarra ed una ritmica di sicuro spessore con Robert Hurst al basso e Karriem Riggins alla batteria. Ora, con una front-line composta da uno dei migliori tenorsassofonisti oggi in esercizio e da un chitarrista che viene unanimemente considerato un vero e proprio genio dello strumento, tutto diventa più facile. Ed in effetti a mio avviso i momenti più alti della performance si sono avuti quando la Krall ha dialogato con i suddetti jazzisti e quando sia Lovano sia Ribot si sono prodotti in assolo tanto entusiasmanti quanto lucidi e pertinenti. Intendiamoci: la Krall ci ha messo del suo; ha cantato e suonato con la solita padronanza impreziosita da quella presenza scenica che tutti le riconoscono. In un frangente ha accusato anche una piccola defaillance canora, superata con disinvoltura, e il concerto è stato sempre costellato dagli applausi del pubblico. Anche perché il repertorio era di quelli che non possono non piacere; abbiamo, quindi, ascoltato, tra gli altri, “I Can’t Give You Anything But Love”, “I Got You Under My Skin”, “Just Like A Butterfly That’s Caught In The Rain” (con un toccante assolo di Ribot, forse una delle cose migliori della serata), “The Boulevard Of Broken Dreams (Gigolo And Gigolette)” e “Moonglow”. Alla fine un bis e lunghi applausi per tutti.

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Il 16 luglio eccomi alla Casa del Jazz per ascoltare Richard Galliano nell’ambito de “I concerti nel parco”. Per lunga pezza ho considerato Galliano un artista assolutamente straordinario, forse l’unico capace di ricreare le atmosfere care a Piazzolla. Negli ultimi tempi non mi aveva però convinto data l’ansia di suonare sempre troppo durante i concerti. Ricordo una serata di qualche anno fa in cui Galliano si esibì in duo con Gonzalo Rubalcaba: ebbene, in quella occasione il pianista cubano si trovò in evidente difficoltà dinnanzi ad uno straripante Galliano. Anche in questo caso, quindi, sono andato a risentirlo perché mi interessava il contesto, vale a dire la presenza del flautista Massimo Mercelli e dei “Solisti Aquilani Quintet” con Daniele Orlando e Federici Cardilli violini, Gianluca Saggini viola, Giulio Ferretti violoncello e Alessandro Schillaci contrabbasso.

E le mie attese non sono andate deluse in quanto Galliano ha suonato con misura, adeguandosi al gruppo e soprattutto al repertorio scelto che comprendeva musica classica, jazz e qualche tango. Insomma una serata assolutamente eccezionale: in effetti l’intesa tra Galliano, il flautista e il quintetto d’archi è apparsa assolutamente perfetta dando vita ad un’ora e mezza di musica sempre eseguita su altissimi livelli tecnici e interpretativi, in grado, perciò, di soddisfare anche l’ascoltatore più esigente, al di là di qualsivoglia barriera stilistica.

Il concerto si è aperto con “Contrafactus per flauto e archi” del musicista siciliano Giovanni Sollima, eseguito da Massimo Mercelli e i solisti aquilani. Il titolo – come ha spiegato lo stesso Mercelli – si riferisce alla prassi medioevale della contraffazione e il brano è basato su un frammento della venticinquesima variazione delle Goldberg di Bach, una delle più difficili. Il brano ha dato quindi la misura di quello che sarebbe stato l’intero concerto, vale a dire una sorta di incontro tra classico e contemporaneo, nell’intrecciarsi di note, di situazioni che svariavano dall’Argentina di Piazzola alle Venezia del ‘600 di Antonio Vivaldi, alla Germania barocca di Bach.

Dopo il brano di Sollima, è comparso Galliano accolto da un fragoroso applauso. Il fisarmonicista ci ha deliziato con le interpretazioni di “Milonga del Ángel per violino e archi”, di Astor Piazzolla, cui ha fatto seguito una nuova composizione, “Jade concerto per flauto e archi”. Evidentemente dedicata a Mercelli, la suite si compone di tre parti, la prima – illustra Galliano – è un valzer new musette, tinto di jazz e di swing, la seconda una pavana che esplora il suono soave del flauto basso, la terza un movimento perpetuo alla maniera dello chorinho che mette in luce tutti i possibili dialoghi tra il flauto e gli archi”.

Dopo la versione per fisarmonica di un concerto di Bach, ecco “Opale concerto per fisarmonica e archi” dello stesso Galliano; avviandosi alla conclusione, Galliano esegue, tra l’altro, “Primavera Porteña per fisarmonica e archi” di Vivaldi nell’arrangiamento del fisarmonicista, per chiudere con il celebre “Oblivion” di Piazzolla.

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Il 19 luglio ancora alla Casa del Jazz per ascoltare un mio idolo di sempre. Era il 1968 quando, in occasione della mia laurea, un amico già esperto di jazz, mi regalò “Forest Flower: Charles Lloyd a Monterey”, un album dal vivo registrato al Monterey Jazz Festival nel 1966 dal Charles Lloyd Quartet con Keith Jarrett, Cecil McBee e Jack DeJohnette. E fu innamoramento al primo ascolto, innamoramento che dura tutt’oggi. In effetti “Forest Flower” resta uno dei miei dischi preferiti, sicuramente quello più ascoltato e quindi più rovinato.

Tra i tanti meriti di questo straordinario artista mi piace ricordare il fatto che nelle sue formazioni si sono messi in luce alcuni dei più grandi pianisti che il jazz abbia mai vantato, quali Keith Jarrett nel biennio 1966-1968 e Michel Petrucciani all’inizio degli anni ’80.

A Roma si è presentato con una nuova formazione “ Kindred spirits” che unisce i talenti chitarristici di Julian Lage e Marvin Sewell e la sua fedele ritmica composta da Reuben Rogers batteria e percussioni  ed Eric Harland contrabbasso. Il gruppo è certamente ben affiatato, con una forte impronta quasi funky, ma non del tutto originale. In altre parole mi sembra che il modern mainstream si vada sempre più caratterizzando per una sorta di connubio tra jazz e rock in cui, non a caso, la chitarra assume un ruolo di assoluto primo piano. Così è in questo nuovo gruppo in cui Julian Lage e Marvin Sewell sono sempre in bella evidenza; comunque, il perno resta lui, Charles Lloyd, che, ad onta dell’età (81 anni), si fa ammirare per la straordinaria energia creativa e per l’indefessa volontà di cercare nuove vie espressive sia al flauto sia al sax tenore che ancora oggi lo caratterizzano. Non a caso egli stesso si definisce “un cercatore di sound. Quanto più mi immergo nell’oceano del sound – ama ripetere – tanto più sento l’esigenza di andare sempre più in profondità”. Certo, il tempo non è passato invano, i segni dell’età si sentono, si avvertono nel suono non più corposo come prima, si avvertono nel fraseggio fluido ma non come un tempo, egualmente quel passare con disinvoltura dalle tonalità più alte a quelle più basse è sempre lì ma si nota qualche indecisione prima assolutamente impensabile. Ma il fascino resta sempre quello di un tempo, straordinario, immarcescibile!

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Il 24 luglio eccomi ancora alla Cavea dell’Auditorium per Angelique Kidjo che avevo ascoltato il 25 novembre scorso sempre all’Auditorium in chiusura dell’edizione 2018 di RomaEuropa Festival.

Purtroppo la serata non è andata nel verso giusto… almeno per me. In effetti gli organizzatori hanno deciso di far aprire la serata al trio della vocalist Eva Pevarello che nulla ha aggiunto alla mia voglia di sentire buona musica… anzi mi ha costretto a lasciare il concerto prima della fine in quanto la Kidjo ha cominciato a cantare una mezz’ora dopo rispetto a quanto avevo previsto e muovendomi io con i mezzi, correvo il rischio di perdere l’ultima metro. Per non parlare della poca gentilezza – per usare un eufemismo – di un addetto alla sicurezza che si è rifiutato di fornirmi le sue generalità dopo che io avevo fornito le mie. Peccato ché episodi del genere non fanno bene ad una struttura per altri versi condotta bene.

Ciò detto ho trovato la performance della Kidjo piuttosto ripetitiva: in repertorio come l’altra volta il nuovo disco “Remain in Light”, l’album dei Talking Heads registrato dal gruppo insieme a Brian Eno nel 1980 e contaminato dalla poliritmia africana (esplicito il richiamo a Fela Kuti), dal funk e dalla musica elettronica. Introducendo dei testi cantati in lingue del suo paese d’origine (Benin, stato dell’Africa occidentale) e percussioni trascinanti, la vocalist ha realizzato un album più africanizzato rispetto all’originale e più accessibile. E il gradimento del pubblico non è mancato. Nella seconda parte del concerto il pubblico si è accalcato sotto il palco rispondendo così ai ripetuti inviti della Kidjo a cantare, ballare senza comunque dimenticare i molti problemi dell’oggi, dal rispetto dovuto a tutte le donne, all’invito ad apprezzare le diversità (“Se mi guardo allo specchio – ha detto la Kidjo – e vedo sempre un viso uguale al mio, dopo un po’ che noia”)… sino alla denuncia contro la pratica molto diffusa in Africa dei matrimoni combinati tra uomini adulti e bambine di dodici, tredici anni. Non potevano altresì mancare due classici della musica africana come “Mama Africa” e il celeberrimo “Pata Pata” portato al successo da Miriam Makeba. E intonando questi pezzi la vocalist si è immersa nell’abbraccio del pubblico prima scendendo in platea e poi invitando molti giovani a raggiungerla sul palco per chiudere con una sorta di festa collettiva.

Gerlando Gatto

Bernstein, Zirilli, Moroni e Deidda al FolkClub – Torino

 

FolkClub, Torino, ore 2130

Radio Londra

Peter Bernstein, chitarra
Dado Moroni, pianoforte
Dario Deidda, basso
Enzo Zirilli, batteria

Le foto sono di Carlo Mogavero

Prima premessa: il Folk Club a Torino è uno di quei locali in cui ascoltare Jazz è bellissimo. E’ bello entrare in un portone anonimo e scendere le scale per arrivarci. E’ bello lo spazio in cui si svolgono i concerti, è bello stare a contatto con i musicisti sul palco: è un vero Jazz Club, di quelli che potresti trovare anche a Chicago o New York. C’è la giusta atmosfera: tra un set e l’altro si può bere una birra al bancone, ma durante il concerto il silenzio permette di ascoltare (e guardare) senza distrazioni ciò che avviene sul palco. Il patron Paolo Lucà è accogliente e gentile. L’atmosfera è quella dei club degli anni 70 ma senza la puzza di fumo, e con un’organizzazione che non lascia nulla al caso (dall’assegnazione dei posti, alla presenza di un guardaroba). E la musica si sente bene, la programmazione è variata e ricca.

Seconda premessa: Radio Londra è una rassegna preziosa. Come detto più volte il batterista Enzo Zirilli, oramai residente a Londra da anni, esattamente dieci anni fa decise di portare, ad intervalli regolari, sul palco del Folk Club, artisti britannici con cui collabora in Inghilterra a suonare in Italia: spesso sono artisti che qui è raro che vengano. Sono dunque concerti unici, fuori dai circuiti soliti organizzati da uffici stampa e promoter, ed è per questo che una volta l’anno questo blog, e specificamente io Daniela Floris, mi muovo da Roma per ascoltarne almeno uno.

Fatte le dovute premesse, andiamo a parlare del concerto di sabato 10 marzo.

Zirilli, Moroni, Deidda e la guest star Bernstein sono quattro musicisti con una padronanza dello strumento assoluta.
Bernstein è un chitarrista newyorkese quotatissimo che ha all’attivo collaborazioni di lusso, Brad Mehldau, Jimmy Cobb o Diana Krall, tanto per dirne qualcuno, ed è un virtuoso della chitarra, dal suono e dall’impronta molto personali e riconoscibili.
Zirilli è un’ inesauribile fonte di idee, di suoni, percuote la sua batteria in tutti i modi espressivi possibili e percorrendo tutte le dinamiche dal pianissimo al massimo della deflagrazione.
Moroni ha un pianismo personalissimo, travolgente, istintivo, ed è capace di passare dal lirismo più dolce all’ andamento impetuoso con la disinvoltura del fuoriclasse.
Deidda ha una tecnica pazzesca unita ad una fantasia inesauribile e con il suo basso semiacustico (per saperne di più vi riporto a questa intervista a Danilo Gallo) che suonava né più ne meno come un contrabbasso è stato a dir poco funambolico.
Stiamo parlando quindi di un quartetto eccellente.

Dunque, se sabato 10 marzo per caso o per scelta aveste voluto ascoltare un Jazz di alto livello legato alla tradizione, standard di autori come Wes Montgomery, Cole Porter, Wayne Shorter, Benny Golson, Horace Silver, Jerome Kern ed altri ancora; se aveste voluto ascoltare brani strutturati come succede nel Jazz tradizionale (esposizione del tema iniziale – improvvisazione ed assolo in sequenza di tutti e quattro i musicisti – scambi ogni 4 battute tra batteria chitarra o batteria e pianoforte, o batteria e basso, e ritorno al tema iniziale con rallentato finale ); se aveste voluto ascoltare assoli mirabolanti per tecnica e virtuosismo, dinamiche, velocità adrenalinica di esecuzione, o ballad toccanti che si intensificano progressivamente; se aveste voluto ascoltare swing a manetta, walkin’ bass inappuntabili, ghiotti fraseggi chitarristici in stile Wes Montgomery; se aveste voluto vedere musicisti sul palco che si divertono a giocare tra loro percorrendo tutto ciò che è tecnicamente possibile fare col proprio strumento, lasciandovi con la rassicurante cintura di sicurezza di brani celeberrimi; se aveste voluto godervi un bel Missile Blues di Wes Montgomery fatto con tutti i crismi; bene, se aveste voluto tutto questo, questa serata di Radio Londra con Bernstein, Zirilli, Moroni e Deidda sarebbe stata per voi quella giusta, anzi, perfetta. Ma non avreste trovato posto: il locale era sold out. E gli applausi hanno dimostrato che non era sold out a caso: un altro grande successo per questo decimo anno di Radio Londra.







Intervista con il chitarrista siciliano Gaetano Valli

Gaetano Valli, siciliano di Palermo classe 1958, ma “emigrato” a Udine sin da bambino, è chitarrista dotato di squisita sensibilità e persona di grande cortesia e delicatezza. Autodidatta al 100%, come lui stesso ama definirsi, ha sviluppato nel tempo uno stile personale la cui cifra stilistica è caratterizzata dal gusto per le belle melodie e dalla raffinatezza armonica.

Lo abbiamo intervistato all’indomani del concerto tenuto questa estate a “Udin&Jazz” dove ha riproposto, con una diversa formazione, i contenuti della sua ultima produzione discografica, “Hallways”, registrata nell’ottobre del 2016 con Sandro Gibellini e Fulvio Vardabasso alle chitarre, Giovanni Mazzarino al pianoforte, Flavio Davanzo alla tromba, Alessandro Turchet al contrabbasso e Aljosa Jeric alla batteria.

 – Parliamo dal concerto di ieri. Il tuo progetto prevedeva tre chitarre e poi, invece, ti sei trovato a dover fronteggiare i forfait degli altri due chitarristi, Sandro Gibellini e Fulvio Vardabasso. Cosa ti sei inventato?

“Come si dice ho dovuto fare di necessità virtù, ma questo nel jazz ci sta. Abbiamo rivisto alcuni arrangiamenti, Flavio Davanzo, il trombettista, si è reso disponibile a studiare le parti che normalmente vengono suonate dalle chitarre, ho eliminato una voce perché ci sono brani a tre voci, a tre chitarre… comunque, tutto sommato, il risultato è stato buono. Poi mi è venuta questa idea, all’ultimo istante, sapendo che la compagna del contrabbassista è una brava musicista che suona anche l’ukulele, di inserirla in organico per il brano “Calypso” ed è stato un momento che mi è piaciuto parecchio e che è stato apprezzato anche dal pubblico… anche perché, pur muovendomi nell’ambito del jazz, io cerco sempre la risposta del pubblico. Quando capisco – com’era la situazione di ieri – che c’è una platea molto varia, non mi piace propormi con una musica che in qualche modo non si collega con essa… “Calypso” è un brano molto leggero, privo di dissonanze, che fluisce abbastanza bene e l’inserimento dell’ukulele, ripeto, mi è piaciuto molto, anzi c’è il rammarico di non averci pensato in fase di registrazione. Però, un domani, chi lo sa!”

– Vogliamo ricordare il nome della musicista?

“Certo: Marinella Pavan. Lei all’inizio non voleva, è molto timida, viene dal classico, poi mi ha mandato una prova registrata sul telefonino e allora ho insistito parecchio e alla fine ce l’ho fatta”.

– Per quanto concerne il pubblico ti assicuro che se non si fosse saputo che il progetto era per tre chitarre, nessuno avrebbe avuto alcunché da ridire…insomma la performance è piaciuta… e parecchio anche!

“Come ti ho detto, ho cercato di riadattare le cose e quando uno studia un brano ad esempio a tre voci, se ne salta una non è che crolli l’impianto complessivo. Comunque la sonorità della tromba è tale per cui la voce principale diventa determinante e la voce della chitarra è sempre relativamente debole rispetto alla tromba, quindi quello che in origine era un ensemble è diventato un quartetto e la cosa ha funzionato. Ciò anche perché con questa ritmica ho una frequentazione che dura oramai da molti anni: con Aljoša, musicista sloveno, ho fatto gli ultimi quattro dischi; con Alessandro siamo già al terzo disco ed è una vera e propria garanzia: oltre a saper suonare lo strumento, ha una memoria di ferro… controlla… è un regista. E questa è una cosa strana: spesso il contrabbassista, anche se non è il leader, si accolla il compito di controllare, quasi di guidare il tutto. Per me, quindi, è una sicurezza: quando ho qualche dubbio, lo guardo e lui mi mette in riga”.

– Da cosa nasce questo omaggio a Jim Hall?

“Il tutto è nato da un fatto casuale: ci siam trovati io e Fulvio Vardabasso, che è un chitarrista triestino, e nel suonare ci siamo resi conto che, in modo spontaneo, quando ci chiedevamo cosa suonare, la scelta cadeva quasi sempre su pezzi di Jim Hall e quindi ci siamo accorti di avere questa passione in comune. Di qui la volontà di realizzare questo tributo; contemporaneamente abbiamo pensato che sarebbe stato bello introdurre una terza chitarra e così è venuto fuori anche il nome di Sandro Gibellini che conosco da vecchia data, da quando frequentavo i suoi corsi e che ritengo uno dei musicisti più indicati ad interpretare la musica di Jim Hall. Strada facendo abbiamo impostato il lavoro su pezzi di Hall cui ho aggiunto dei pezzi scritti da me pensando non tanto al suo stile e al suo modo di suonare ma alle sue condizioni del suonare, vale a dire alle diverse formazioni con cui il chitarrista si è trovato a lavorare: “Hallways” significa proprio questo, le vie di Hall, i modi di Hall e quindi nel disco si trova un duo (chitarra e contrabbasso secondo la formula Ron Carter-Jim Hall), si trova il quintetto di “Interplay” (l’album di Bill Evans con Jim Hall, Freddie Hubbard, Percy Heath e Philly Joe Jones ndr) e al riguardo ho scritto “Inter Nos” che in qualche modo segue la logica strutturale del brano che dà il titolo all’album, con questo inizio con le linee di basso e chitarra insieme, poi l’aggiunta del pianoforte, quella della  tromba… insomma questo ri-percorrere quelle che sono state le sue intuizioni compositive (lui era sì un grande chitarrista ma forse anche, se non soprattutto, un grande progettista, organizzatore, una mente razionale pazzesca) e mi viene sempre in mente il fatidico confronto con un altro grande della chitarra, Wes Montgomery. Io adoro Wes Montgomery come adoro Jim Hall ma approcciano la musica in modo totalmente diverso: l’uno – Wes – spontaneo, quasi animalesco, l’altro – Hall – razionale, preciso, da ingegnere; quindi se Montgomery è inimitabile, Hall diventa una guida. In effetti una idea originaria di titolo del disco era “Il nostro guru” “Our Guru” ma non suonava bene e così è stata bocciata ma questa è la sostanza: Jim Hall è un guru, qualcuno da seguire. Tornando al disco ho scritto anche “Three Brothers” che richiama il lavoro del trio di Jim Hall con Jimmy Giuffre; c’è poi anche il duo piano-chitarra (“Skating in Central Park”, registrato da Bill Evans e Jim Hall nel 1962 ndr)… Insomma, ho voluto impostare il lavoro non su un fatto stilistico, sull’emulazione del musicista ma su un fatto organizzativo dal punto di vista degli arrangiamenti, delle formazioni”.

– Naturalmente stiamo parlando del tuo ultimo disco che si chiama “Hallways” uscito di recente per i tipi della Jazzy Records. Vogliamo citare gli altri musicisti presenti nel cd?

“Certo; ci sono Sandro Gibellini alla chitarra semi-acustica, Giovanni Mazzarino al pianoforte, Fulvio Vardabasso alla chitarra semi-acustica, Flavio Davanzo alla tromba, Alessandro Turchet al contrabbasso e Aljoša Jerič alla batteria. Io quando suonano gli altri chitarristi, suono la chitarra classica per dare al tutto una sonorità particolare”.

– Hai già avuto qualche riscontro rispetto a questo album?

“Ancora è troppo presto dal momento che il cd è uscito da appena una settimana. Comunque quanti l’hanno ascoltato – amici, parenti, altri musicisti – hanno espresso un giudizio favorevole… e spero che la cosa continui”.

– Adesso parliamo più propriamente di Valli. Ecco, come nasce il Valli musicista?

“Come accade spesso, il Valli musicista nasce grazie ai genitori che gli fanno trovare una casa piena di strumenti – soprattutto da parte di madre – mia mamma suonava il violino e la sua famiglia è stata sempre molto attaccata alla musica. Non a caso mio nonno, mio zio, mia zia, tutti suonavano qualcosa… poi il mio carattere, assolutamente lontano dallo sport e da qualsiasi attività dinamica… ed eccomi pronto ad abbracciare uno strumento. Prima il pianoforte, che però voleva dire studiare sodo, teoria, solfeggio… forse un po’ troppo per il sottoscritto, anche perché voleva dire soprattutto essere ascoltato molto, troppo, in casa. Così sono passato alla chitarra che è uno strumento intimo, ti permette di isolarti… ricordo che l’ho trovata a casa, una Bagnini comprata per corrispondenza… ho cominciato con quella, poi ho cambiato varie chitarre e ho iniziato a suonare, come molti chitarristi, dalla musica rock”.

– E l’incontro con il jazz?

“E’ avvenuto in modo direi naturale. Si cresce, si fanno esperienze ed io mi sono avvicinato al jazz grazie alla fusion. Così sono passato da Battisti a Pino Daniele che è stato il mio colpo di fulmine portandomi ad un certo tipo di raffinatezza, di ricercatezza armonica, quindi George Benson approdando poco dopo al jazz vero e proprio”.

-Che tu identifichi con…?

Miles Davis, John Coltrane, Chet Baker e insomma tutti i grossi nomi che ben conosciamo. Tornando alla mia formazione, ho frequentato i seminari di Perugia, di Siena e poi ho incontrato Sandro Gibellini ai seminari veneziani del Suono Improvviso e da lì sono andato avanti. Insomma sono un autodidatta al 100% però qualche cosetta l’ho studiata, l’ho appresa dai seminari e soprattutto dalla necessità di insegnare perché ad un certo punto mi hanno detto: “vieni ad insegnare nella scuola nostra” e io, preso dal panico (allora lavoravo come progettista e ricordo che avevo sempre sotto mano il libro di teoria musicale) cominciai a studiare seriamente, preparavo le lezioni per la scuola e in qualche modo questa è stata la mia fortuna”.

– A quando risale il tuo primo disco?

“Siamo nel 1996, “Paludi” era il titolo dell’album che era un gioco di parole tra Palermo e Udine”.

– E già perché tu sei nato a Palermo e poi trasferito a Udine

“Esatto. Sto a Udine dal ‘65 … una vita. Mi sono trasferito a seguito della famiglia: i miei genitori, tutti e due insegnanti, hanno avuto una cattedra da questa parti e così eccomi qui… comunque devo dire che mi trovo molto, molto bene. Non è piacevole da dire ma è la verità: qui si vive bene perché c’è un clima molto produttivo, le cose funzionano… in Sicilia funzionano meno”.

– No, non funzionano…

“Ecco, l’hai detto tu. A me piace andare in Sicilia per prendere il meglio, cioè il cibo, il mare, il sole… amici, parenti e ovviamente la musica. In Sicilia c’è tanta buona musica. Ultimamente ho scoperto tutta la parte di Ragusa, Siracusa fino a Catania, vi ho suonato parecchie volte…”.

– Questo immergerti nella musica, come e quanto ha influito sul tuo sviluppo come uomo?

“E’ stato fondamentale. Oggi senza musica non riuscirei a vivere. Io non faccio solo il musicista perché è veramente difficile campare con il jazz, anche se devo dire che non ho molto forzato su questo versante perché ho un carattere piuttosto schivo e non mi piace mettermi in mostra, chiedere favori… insomma, propormi a manager e organizzatori… e poi non riuscirei a vivere la vita del musicista al 100%. Per fortuna i miei genitori mi hanno costretto a prendere una laurea, in architettura, e questo mi ha fatto bene perché si tratta sempre di un lavoro creativo – adesso faccio il designer e quando progetto, lo stereo è sempre acceso -. Insomma, l’ascolto mi accompagna sempre e mi predispone bene al lavoro che faccio”.

– Che tipo di jazz ascolti?

“Io sono appassionato di canzoni per cui ascolto molte cantanti e lavoro tanto con le cantanti: da molti anni ho parecchi duo con cantanti proprio perché mi piace lavorare sulle canzoni”.

– Qualche nome?

“Prima di tutte Lorena Favot con la quale di recente ho fatto un disco che si chiama “Acustikè” assieme ad Alessandro Turchet (contrabbasso), Luca Colussi (batteria, percussioni) e Gianpaolo Rinaldi (pianoforte). Poi, anche per questioni logistiche, molto spesso lavoro con cantanti della zona come Michela Grena, cantante pordenonese caratterizzata da una voce molto black, con Elsa Martin, Letizia Felluga, Valentina Gramazio ma anche con cantanti maschi. Mi piace ricordare Giuseppe Bellanca, talentuoso tenore (canta alla Scala di Milano) che canta benissimo il jazz ed è divino nello scat. Vorrei anche ricordare che con me ha cantato una giovanissima Elisa, ora regina del pop. Pensa che suonavamo gli standard! Era una bravissima interprete di jazz. Peccato che abbia scelto un’altra strada… Il jazz in Italia ha perso una grande vocalist.

– Tra le cantanti estere c’è qualcuna che prediligi?

“A me piace molto una cantante che si chiama Robin McKelle che però nessuno conosce e non riesco proprio a capire perché: ha una voce splendida, forse l’ultimo album potrebbe essere discutibile da parte dei jazzofili perché ha fatto un lavoro molto R&B, ma l’impronta sua di jazzista puro sangue si sente ben precisa. Comunque di cantanti brave ce ne sono moltissime. A me piacciono in particolare quelle che interpretano gli standard… e poi ci sono le grandi del passato che mai passano di moda come Ella Fitzgerald (di cui ascolto particolarmente i lavori fatti in duo ad esempio con Joe Pass)”.

– Non credi che questo voler per forza etichettare la musica – questo è jazz, questo è R&B – sia oramai superato in qualche modo?

“La risposta da parte dei critici e di buona parte dei musicisti è scontata: non credo nelle distinzioni, non credo nelle etichette e via di questo passo… personalmente penso che le etichette servono ai venditori di dischi per incasellare gli album in determinati scaffali”.

– Questo è vero ma è altresì vero che le differenze tra jazz e canzoni pop esiste ed è ben individuabile.

“Fino a un certo punto. Mi viene in mente il lavoro che stanno facendo cantanti famosi della musica leggera come Gino Paoli e Massimo Ranieri che si sono affidati a jazzisti come Danilo Rea, Rava, Fioravanti, Bagnoli e tanti altri. Io li ascolto con interesse, anche se cantano sempre in maniera tradizionale senza usare una pronuncia e un linguaggio jazzistici… ma rimane sempre una parte, che è quella strumentale, in cui il jazz è ben presente”.

– A mio parere quando si fanno lavori del genere o le due parti si integrano o l’esperimento non ha molto senso…

“Sono perfettamente d’accordo. Non bisognerebbe percepire uno scollamento tra chi canta e chi lo accompagna. D’altra parte è lodevole; è bello che certi personaggi cerchino di incontrarsi con una certa qualità. E’ sempre una buona promozione che si fa al jazz. Può succedere addirittura il contrario. Ci sono dei cantanti che hanno uno stile jazzistico e che tuttavia si fanno accompagnare da gruppi pop… penso a Mario Biondi che ogni sera fa le stesse cose, tutto secondo copione. Ecco questa per me è la fine della musica. Io ho smesso di suonare musica leggera perché fare ogni sera le stesse cose è per me impensabile. Mi viene in mente Chet Baker: quante volte ha suonato “My Funny Valentine”? Ti sfido a trovare due esecuzioni uguali. Ecco questa secondo me è la musica. E penso a Bach, a questo grande artista che sicuramente mentre suonava improvvisava, componeva in quel momento. Tutto ciò mi fa pensare con un po’ di tristezza ai musicisti “classici”, i quali sono sempre legati al pezzo di carta; ho incontrato dei musicisti che mi chiedevano:“ma tu come fai? Dove hai la parte?”. Mi ricordo che da ragazzino ho trascritto il “Bourrée” di Segovia, l’ho imparato a memoria, l’ho fatto sentire ad un pianista classico il quale mi ha detto: “bellissimo questo pezzo, dammi la parte che devo assolutamente impararlo”. Tornando alla tua considerazione, se qualche cantante pop vuol fare degli esperimenti con jazzisti e la cosa non riesce vuol dire semplicemente che la musica non è bella, non è valida”.

(ph: Marco Ambrosi, courtesy Jazzy Records)

– Oltre a Jim Hall e Wes Montgomery, c’è qualche altro chitarrista cui ti sei ispirato nel corso della tua carriera?

“Il primo che ho già menzionato e che mi fatto amare il jazz è stato George Benson, un colosso che ancora oggi continua a stupirmi. Come ti dicevo sono passato attraverso la fusion ma oggi non riuscirei più ad ascoltare quella musica. Così sono andato a scoprire i ‘vecchi’ e ho incontrato Barney Kessel e poi tutta una serie… Jimmy Raney… poi sono andato ai moderni anche se mi piacciono i moderni che suonano tradizionale come Anthony Wilson, figlio del grande Gerald Wilson e a lungo collaboratore di Diana Krall, l’olandese Jesse Van Ruller; poi, avendo lavorato a lungo per la rivista “Axe”, sono entrato in contatto con molti chitarristi come Larry Koonse, Peter Bernstein, Julian Lage, Gilad Hekselman, Jonathan Kreisberg e poi con gli italiani Fabio Zeppetella, Sandro Gibellini, Roberto Cecchetto, Umberto Fiorentino e tanti, tanti altri… Comunque mi piace molto suonare sulle armonie. L’unico jazz che non ascolto è il free jazz perché credo sia più interessante suonarlo che ascoltarlo”.

– Tra i tanti musicisti che hai frequentato, ce n’è qualcuno che ti ha lasciato un ricordo indelebile?

“Peter Bernstein è sicuramente uno di quelli che mi hanno particolarmente impressionato sia come persona sia come musicista. Poi, oltre ai già citati Sandro Gibellini e Giovanni Mazzarino, devo ricordare i musicisti della zona con cui ho lavorato e con cui ancora oggi continuo a collaborare come Bruno Cesselli, Nevio Zaninotto, Francesco Bearzatti, U.T.Gandhi, Piero Cozzi, Giovanni Maier e tanti, tanti altri… Riccardo Fioravanti con cui ho fatto un disco che è stato molto apprezzato dalla critica, “Tre per Chet” per la Splasc(H), che nel 1998 ho dedicato a Chet per il decennale della sua scomparsa, con Marco Brioschi, trombettista favoloso che non riesco a capire come mai non sia ancora emerso nel modo giusto dato che è, a mio avviso, il più “bakeriano” che ci sia oggi in Italia. Adesso sto preparando qualcosa per il 2018 e lavorerò ancora con Riccardo e Fulvio Sigurtà”.

– Qual è, tra i dischi da te incisi, quello cui sei più affezionato?

“Direi “Suoni e luoghi” un disco che considero ben equilibrato, molto vario, forse quello che meglio potrebbe riassumere la mia personalità”.

– Con chi l’hai inciso?

“Con “Artesuono” di Stefano Amerio. E Stefano è un’altra figura che mi fa piacere citare in quanto, oltre alle sue innumerevoli qualità che tutti gli riconoscono, personalmente devo dire che mi ha permesso di lavorare bene. Io lo conosco da tanti anni… avevamo aperto una scuola e l’ho coinvolto assieme ai musicisti locali più rappresentativi come Glauco Venier, Zaninotto, Gandhi, Giovanni Maier… e quella volta ho pensato “perché non inserire anche un corso per fonici?”. Così ho chiamato Stefano… lui allora faceva musica leggera, disco-music, tant’è che anch’io, lavorando con lui, facevo album di quel genere sotto lo pseudonimo di Gae Valley. Insomma, per fartela breve, qui in Friuli, nonostante se ne parli poco, c’è comunque un eco-sistema musicale che funziona abbastanza bene”.

– Ecco, come ti spieghi il fatto che qui in Friuli ci siano un sacco di talenti jazzistici che riguardano tutti gli strumenti e un po’ tutti gli stili?

“La musica si sposa molto bene con il carattere solitario e un po’ da orsi dei friulani; noi essere umani abbiamo comunque il bisogno di sfogare il nostro bisogno di espressione e i friulani si esprimono bene attraverso la musica anche perché questa ha bisogno di solitudine, di relax per concentrarsi, per prepararsi. Forse difetta un po’ la coralità: quando si fanno i gruppi, la cosa difficile qui è far stare insieme le persone. Poi, però, quando riesci ad ottenere un buon rapporto con gli altri, i risultati si vedono: c’è dedizione, c’è serietà… poi vedo molto bene i giovani che sono venuti fuori… tanta qualità. In fin dei conti credo che noi vecchietti si sia fatto un buon lavoro di semina di cui ora si raccolgono i frutti”.

(ph: Marco Ambrosi, courtesy Jazzy Records)

– Qualche nome?

“E’ difficile… non vorrei dimenticare per strada qualcuno, ce ne sono veramente tanti. Molti di loro li ho sentiti ma non ti saprei dire il loro nome. Comunque tra i nomi che ricordo bene ci sono Gianpaolo Rinaldi e Emanuele Filippi come pianisti, Marco D’Orlando come batterista… lo stesso Alessandro Turchet, poi Letizia Felluga e Chiara Di Gleria come cantanti e per finire ci sono una sacco di bravi giovani sassofonisti e trombettisti nati nelle bande di paese e poi confluiti nelle classi dei conservatori di jazz di Udine e Trieste”.

Gerlando Gatto

Per le immagini, si ringraziano: Luca A. d’Agostino / Phocus Agency per gli scatti di Udin&Jazz 2017 e Marco Ambrosi e Jazzy Records

 

 

Uscito il nuovo album del cantante e chitarrista Giuliano Ligabue

È uscito il 3 dicembre 2016 nei più importanti Digital Stores il nuovo Album di Giuliano Ligabue, Giuliano Ligabue – Live at Summertime in Jazz, e dal 15 dicembre 2016 è disponbile anche il Compact Disc.

Una registrazione che restituisce l’ultimo grande progetto ideato dal cantante, chitarrista, arrangiatore e compositore italiano, nella sua Prima assoluta, il live inserito nel prestigioso cartellone Summertime in Jazz 2016, organizzato dal Piacenza Jazz Club e tenuto a Travo (PC) lo scorso 15 luglio.

Dodici tracce, sette musicisti, la chitarra e la voce inconfondibile di Giuliano Ligabue che raccontano il nuovo percorso musicale di questo straordinario talento del panorama Jazz, in cui lo Swing si fonde a rivisitazioni di brani Pop e a calde sonorità Bossa nova, in un’intensa, personale e coinvolgente interpretazione vocale e strumentale.

Ad una solida base ritmica – piano, batteria, basso elettrico e la sua chitarra – Giuliano Ligabue ha aggiunto una sezione di quattro fiati – tromba, trombone, sax contralto e sax tenore – a ricreare le suggestioni sonore tipiche delle favolose Big Band che hanno accompagnato dapprima nomi del calibro di Frank Sinatra, Tony Bennett, Nat King Cole, fino ai giorni nostri con quelli di Diana Krall, Michael Bublé e Harry Connick Jr. (altro…)

Prince, il “non Jazz”, e chiedo scusa finalmente liberandomi di un tormento.

Prince

 

Nel 2011 Prince suonò a Perugia, all’Arena Santa Giuliana. Io e Daniela Crevena c’eravamo e seguimmo anche tutte le polemiche solite sulla opportunità di destinare gran parte del budget ad una popstar. Io stessa scrissi ” andiamo a vedere un artista il cui unico legame con il jazz è quello della passione che suscitò in Miles Davis”.
Eppure lo conoscevo bene Prince. Non era un Jazzista ma lo adoravo, non lo avevo mai visto sul palco, e sia io che Daniela non vedevamo l’ ora che arrivasse quel concerto che in teoria con il Jazz aveva poco a che vedere. Questo era ciò che si diceva tra i puristi del Jazz, tra i quali io scrivendo quella frase rientrai di diritto.
Quella frase che sto dolorosamente riesumando qui oggi, che mi ha un po’ tormentata  in questi cinque anni, e che è rimasta scritta nera su bianco in un mio articolo di allora, era connotata da una negazione: Prince non è Jazz.  In realtà avrei dovuto scrivere che Prince non era SOLTANTO Jazz, e per questo Miles se ne appassionò.
Il concerto fu emozionante, e quelle poche righe che gli dedicai dicevano la verità su ciò che avevo provato ascoltandolo e guardandolo: ” spettacolo allo stato puro, effetti speciali, una rockstar mitica che dà i brividi non appena appare sul palco, per chi è cresciuto ascoltando e cantando i suoi successi. Musicisti di livello, costumi fantasmagorici, trucco pesantissimo e tacchi vertiginosi, coriste con voci di grande rilievo, volume altissimo come in ogni concerto pop – rock che si rispetti, e i brani cult eseguiti alla fine, tra cui naturalmente anche un bellissimo (ed emozionante) “Purple Rain” con tanto di pioggia di coriandoli viola e platea luccicante di telefonini accesi.”  Una specie di miraggio, la descrizione quasi adolescenziale di un evento attesissimo e vissuto con il cuore a mille che si cerca di mettere per iscritto per apparire il più dignitosa possibile di fronte ad una star che si vede e si ascolta finalmente, per la prima volta.
E’ rimasta a tormentarmi quella frase di negazione che dal giorno in cui venne pubblicata mi pungeva, ogniqualvolta ascoltavo Prince. Perché non solo il non essere Jazz non può essere un’ accezione negativa, ma anche perché la caratteristica di Prince era il mescolare, era l’innovazione continua, era il progredire in avanti, il contestare, l’ improvvisare, era l’ esplorare. Eccolo il Jazz di Prince, se proprio dobbiamo giustificarne la sua presenza sul palco dell’ Arena Santa Giuliana.
La sua presenza probabilmente sarebbe stata approvata persino da Miles Davis.
Nei tanti concerti che abbiamo seguito a Perugia a dire il vero abbiamo sentito tanto “non jazz” stranamente definito Jazz dai puristi,  anche al “jazzissimo” Morlacchi. Musicisti internazionali acclamatissimi magari deludenti, e tanti, anche italiani, magari in infradito e pantaloncini, che ci hanno asfissiato con i loro infiniti, autocelebrativi, estenuanti assoli.
Prince ora non c’è più, e con lui non ci sono più il suo Jazz, il suo Pop, il suo Blues, il suo Rock, il suo Swing, la sua MUSICA, il suo Purple Rain che ogni volta che lo ascolto, anche con i miei figli, mi commuovo.
Ieri sera mi ha avvisata mio figlio ventunenne, con un sms “Mamma, è morto Prince, mamma hai saputo?”
Mia figlia che ha 18 anni mi ha detto “ma io volevo vederlo” …

Giù il cappello quando un musicista travalica così le generazioni.
Sono contenta solo che Prince non abbia mai letto il mio articolo che lo definiva “non jazz”.  Che questo mio articolo valga come richiesta di scuse, troppo tardi lo so, a lui e a chi mi ha letta nel 2011.

I NOSTRI CD. Novità da tutto il mondo

I NOSTRI CD

Weather Report “The Legendary Live Tapes: 1978-1981″ – Legacy Recordings
wheaterreportAnche nel jazz il mercato discografico attraversa un momento particolarmente difficile: si producono molti, forse troppi dischi che poi nessuno compra anche perché, diciamolo chiaramente, gli album davvero interessanti, degni di essere ascoltati con attenzione e di essere conservati sono pochi. A questa seconda categoria appartiene la sontuosa realizzazione della Legacy Recordings, una divisione della Sony Music Entertainment: un cofanetto di 4 album contenente concerti inediti della band le cui concezioni avrebbero rivoluzionato il mondo del jazz – e non solo – influenzando generazioni di musicisti. Registrato dal vivo tra il 1978 e il 1981, “Weather Report, The Legendary Live Tapes” presenta quella che a detta di molti è stata la migliore formazione del gruppo, vale a dire, Joe Zawinul (tastiere), Wayne Shorter (sassofono), Jaco Pastorius (basso elettrico) e Peter Erskine (batteria) cui si aggiunge nei concerti in quintetto  Robert Thomas, Jr. (percussioni). Questa sorta di compilation da concerti inediti è stata curata e prodotta da Peter Erskine e Tony Zawinul (figlio del compianto Joe); le performances sono state registrate o dal data mixing engineer Brian Risner o direttamente dal pubblico (bootleg). Il tutto è completato da un libretto di 32 pagine scritto da Peter Erskine, con rare fotografie del periodo. I risultati sono assolutamente apprezzabili: abbiamo, infatti, l’opportunità di riascoltare il gruppo in uno dei momenti di maggiore creatività grazie anche all’innesto di quello straordinario fenomeno che fu Jaco Pastorius (lo si ascolti, tra l’altro, in due strepitosi assolo alla fine del CD 1 e nel quarto pezzo del CD 4). Ma è tutta la band ad esprimersi su livelli di eccellenza, evidenziando grande coesione con Zawinul e Shorter impegnati sempre a ricercare nuove vie espressive e un Peter Erskine che già allora dimostrava di essere uno dei batteristi più inventivi e originali della storia del jazz. Venendo ad una disamina più particolareggiata del cofanetto, va subito rilevato che lo stesso non è organizzato in forma cronologica: il primo e il terzo CD si riferiscono ai concerti effettuati in quintetto nel 1980 e ’81 mentre il secondo e il quarto sono dedicati al quartetto registrato durante il 1978. L’ascolto di questi album ci consente alcune considerazioni di fondo: innanzitutto se è vero che i Weather Report ottenevano grandi risultati in studio, è altrettanto vero che dal vivo la qualità delle loro esibizioni non era inferiore e questo indipendentemente dal fatto che il gruppo si esibisse in quartetto o in quintetto. In secondo luogo risalta evidente la maestria pianistica di Zawinul: troppo spesso si è considerato Joe un abilissimo assemblatore di suoni e un grande tastierista trascurando la sua dimensione pianistica: ebbene lo si ascolti nel duetto con Wayne Shorter che apre il secondo CD sulle note di una medley ellingtoniana (“Come Sunday” e “Sophisticated Lady”) per avere un’esatta percezione del suo pianismo. Infine viene ribadita sia la grande capacità del gruppo di controllare sempre e comunque le dinamiche sia la sagacia compositiva di Zawinul i cui temi resteranno nella storia del jazz: due titoli per tutti “Birdland” e “Black Market” registrati in quartetto alla Koseinenkin Hall di Tokyo il 28 giugno del 1978.

Les Ambassadeurs – “Rebirth” – World Village 479113
rebirth“Pop mandingo e groove inalterabile…Il gruppo faro delle nuove musiche africane è di ritorno”. Così recita la fascetta di presentazione di quest’album ed in effetti queste poche parole racchiudono mirabilmente il senso dell’album: il ritorno sulle scene di una band che ha fatto la storia della musica africana. Si era nel 1969 e il vocalist Salif Keita, stella di primaria grandezza, diede vita a questo gruppo che in breve conquistò dapprima il pubblico del Mali e poi dell’intera Africa dell’Ovest grazie alla fortissima carica ritmica, all’inimitabile groove e alla sincerità di ispirazione. E l’orchestra ha avuto anche una ragguardevole importanza sociale dal momento che ha indirizzato verso la musica moltissimi ragazzi che probabilmente avrebbero intrapreso strade diverse, più pericolose. Dopo l’esperienza africana e la fine di questa esperienza, in questi ultimi quaranta anni i singoli componenti degli “ambasciatori” si sono affermati singolarmente nel resto del mondo, divenendo tutti musicisti di primissimo piano . Anche di qui il favore con cui è stata accolta la rinascita della band nel 2015, per una tournée europea e questo EP di quattro titoli uscito a fine giugno in formato CD ed LP. L’organico è straordinario: oltre al già citato Keita, abbiamo – tanto per fare qualche nome – Amadou Bagayoko et Ousmane Kouyate alla chitarra, Cheikh Tidiane Seck et Idrissa Soumaoro alle tastiere, Sékou Diabaté al basso. E la musica non è da meno: fresca, trascinante, coinvolgente come nei primissimi anni ’70. Infine c’è un risvolto umanitario che non ci sentiamo di trascurare: Salif Keita è un albino e gli albini in Africa sono fortemente discriminati; lui ce l’ha fatta, ma per aiutare gli albini in Mali, è stata creta la fondazione “Salif Nantenin Keita” cui andranno i proventi ricavati dalla vendita dell’album.

The David Benoit Trio – “Believe” – Concord 37154
BelieveA chi predilige la musica d’avanguardia e/o improvvisata, poco o nulla dirà l’ascolto di questo album che invece presenta notevoli motivi di interesse per chi ama un jazz più tradizionale. In primo luogo la bontà degli esecutori. Il pianista, compositore e arrangiatore David Benoit si è conquistata negli anni una solida reputazione che gli ha fruttato per ben tre volte la nomination ai Grammy: nel 1989 per Best Contemporary Jazz Performance – Every Step Of The Way; nel 1996 per Best Large Jazz Ensemble Performance – GRP All_Star Big Band; nel 2000 per Best Instrumental Composition – Dad’s Room from Professional Dreamer. Identico discorso per la vocalist Jane Monheit anch’essa insignita di due nomination ai Grammy: nel 2003 , per Best Instrumental Arrangement Accompanying Vocalist(s)- “Since You’ve Asked” e nel 2005 per Best Instrumental Arrangement Accompanying Vocalist(s) – “Dancing in the Dark” , per non parlare della vittoria – nell’ormai lontano 1998 – alla Thelonious Monk International Vocalist Competition. I due avevano già collaborato pochi mesi or sono incidendo il cd ‘2 in Love’ dedicato alla voce e si sono ritrovati per questo disco che, pur nascendo con l’etichetta di ‘album natalizio’ in effetti è perfettamente fruibile in ogni stagione dell’anno. I due sono accompagnati dall’eccellente flautista Tim Weisberg e da una sezione ritmica di assoluta eccellenza composta da Jamey Tate alla batteria e David Hughes al basso cui si aggiunge in alcuni brani un’eccellenza della musica corale, l’ All-American Boys Chorus diretto da Wesley Martin. Come si accennava, il gruppo affronta un repertorio di canzoni natalizie che gli appassionati di jazz gradiranno certamente… anche perché tra queste figura la celebre “My Favorite Things” arrangiata dal trio e dalla vocalist. A questo punto è opportuno sottolineare ancora la levità, la delicatezza con cui i musicisti affrontano un repertorio facile se si vuol produrre semplicemente della buona musica d’ascolto, assai difficile se si pretende qualcosa di più. E crediamo che sia proprio questo il caso di David Benoit e Jane Monheit.

Chick Corea & Bela Flech – “Two” – Stretch Records 37992 02
twoPersonaggio complesso, immaginifico, visionario, Chick Corea sta attraversando molte stagioni del jazz lasciando sempre un’impronta ben visibile della sua arte. Egli appartiene a quella schiera di artisti che mai riposa sugli allori tentando sempre nuove vie, sperimentando continuamente contesti diversi, sonorità inusuali. E’ in quest’ambito che si iscrive la sua collaborazione con il banjoista Bela Fleck che oramai data da lunga pezza. In particolare Corea fu invitato da Bela Flech dapprima a suonare in tre brani nell’album “Tales From The Acoustic Planet” inciso con i Flecktones nel ’94 e quindi ad essere presente in altri tre brani nel doppio “Live art” pubblicato nel ’96. Dal canto suo Corea ricambiò la cortesia invitando il banjoista come ospite d’onore nel DVD “Rendezvous in New York” del 2005. Di qui una fertile collaborazione declinata attraverso varie tournées in duo e la realizzazione dell’album “The Enchantment” nel 2007 che ottenne grandi consensi tanto da guadagnarsi il sesto posto nella classifica di Billboard dei Top Jazz albums mentre Fleck riceveva una nomination al Grammy award per “Spectacle” nella categoria “Migliore composizione strumentale”. E non c’è dubbio che anche questo “Two” ottenga gli stessi favori di pubblico e di critica. I due CD contengono quattordici brani , di cui cinque scritti da Corea e sei da Fleck, cui si aggiungono il celeberrimo “Brazil” di Barroso & Russell presentato in versione tanto originale quanto convincente, “Bugle Call Rag” di Pettis, Meyers, Schoebel e “Prelude en Berceuse” di Henri Dutilleux compositore francese venuto meno nel 2013. Brani che provengono tutti dagli spettacoli che i due hanno portato in giro per il mondo negli ultimi sette anni. Quindi registrazioni live che ,come facilmente intuibile da quanto sopra detto, evidenziano la perfetta intesa tra i due: Chick e Bela sanno benissimo come rapportarsi, quando prendere l’iniziativa e quando lasciarla al compagno, in un gioco di rimandi che non conosce attimi di stanca. La loro comunicazione va al di là del fatto squisitamente musicale articolandosi anche su un piano molto più intimo tanto da toccare chi li ascolta con attenzione e partecipazione.

Bill Frisell – “When You Wish Upon a Star” – Okeh 88751
When you vishPersonalità complessa come quella del già citato Chick Corea, anche Bill Frisell è artista che non disdegna le sfide misurandosi su terreni non proprio facili. E’ il caso di questo album in cui Frisell affronta un repertorio tratto da film e dalla TV che sarebbe potuto risultare banale se non fosse stato illuminato dai lampi di classe di questo chitarrista. Frisell ci riporta ad un periodo non troppo lontano in cui James Bond imperversava sul grande schermo e i programmi televisivi si mantenevano ancora su standard accettabili; di qui una sorta di viaggio onirico in un passato ancora presente – ci si consenta l’ossimoro – in cui vengono rivisitati brani che ben conosciamo. Ecco quindi organizzati in forma di suite “To Kill A Mockinbird” di Elmer Bernstein, “Psycho” di Bernard Herrmann, “Once Upon a Time in the West” di Morricone, “The Godfather” di Nino Rota… e poi altri classici tratti e da film (“When You Wish Upon a Star” una canzone contenuta nel film Pinocchio, con testo di Ned Washington e musica di Leigh Harline, “Moon River” di Henry Mancini e Johny Mercer, “The Shadow of Your Smile” di Heywood, Mandel e Webster da “Castelli di sabbia”, “You Only Live Twice” di John Barry dal celebre “Goldfinger”, “The Bad and the Beautiful” scritto da David Raksin da “Il bruto e la bella” di Minnelli) e da serie televisive (“Bonanza” di Livingston-Evans, “Happy Trails” di Dale Evans) il tutto completato da un eccellente original di Frisell “Tales From The Far Side”. Come si accennava in apertura, Frisell affronta questi brani in modo assolutamente originale rivitalizzando il mistero insito in questa musica che oramai fa parte del patrimonio collettivo. In particolare Frisell e Kang dialogano mantenendo un grande equilibrio tra parte scritta e improvvisazione con Royston e Morgan che supportano il tutto con grande levità. Dal canto suo Petra Haden, pur non essendo un’interprete jazz, si presta assai bene all’intento narrativo del leader.

Ahmad Jamal – “Live in Marciac” – Jazzbook Records – CD + DVD 570078.79
lIVE IN mARCIACRecensire un album del genere è impresa quanto mai difficile: cosa, infatti, si può aggiungere che già non si sappia dell’arte di Ahmad Jamal? Praticamente nulla . Né, a memoria, ricordo un solo album del pianista che non sia stato all’altezza della situazione. E anche questo doppio (CD+DVD) non fa eccezione alla regola. L’ottuagenario pianista di Pittsburgh è registrato durante un concerto svolto a Marciac il 5 agosto del 2014 accompagnato dal bassista Reginald Veal, dal percussionista Manolo Badrena e dal batterista Herlin Riley. Il repertorio è lo stesso del concerto di Londra pochi mesi prima, vale a dire alcuni classici dello stesso Jamal e due standards con l’aggiunta, nell’occasione , di altri due pezzi “Silver” sempre di Ahmad e “Strollin’” di Horace Silver presentati proprio per omaggiare Silver venuto meno proprio pochi mesi prima del concerto di Marciac il 18 giugno del 2014. Quasi inutile aggiungere che Jamal nulla ha perso dell’originaria classe. Il suo pianismo è sorretto da grande tecnica, da un groove incessante e soprattutto dalla personalissima capacità di passare con grande disinvoltura da atmosfere raccolte e intimiste a brani caratterizzati da una forte carica ritmica, mantenendo intatta la sua cifra stilistica. Così, ad esempio, dal clima latineggiante di “Sunday Afternoon” eccoci trasportati nel delicato lirismo, in alcuni passaggi, di “The Gipsy”, per transitare successivamente allo spumeggiante swing di “Strollin”… fino al ben noto “Blue Moon” tutto giocato su un tempo veloce ottimamente sostenuto dai partners del pianista. E al riguardo non si può non evidenziare e l’affiatamento fra i quattro e il valore dei singoli che hanno avuto tutti la possibilità di porsi in primo piano, con uno strepitoso Reginald Veal spesso impegnato ad introdurre i brani sia da solo sia in trio con batteria e percussioni.

Stacey Kent – “Tenderly” – Okeh – Sony Music
TenderlyUna splendida voce, un’interpretazione intensa ma sempre ben calibrata, arrangiamenti raffinati, un repertorio che pesca a piene mani nel classico songbook americano: questa, in estrema sintesi, la carta d’identità dell’album in oggetto assolutamente sconsigliabile per quanti cercano la sperimentazione ad ogni costo. La vocalist si muove, infatti, in un contesto jazzisticamente canonico, potendo contare sulla collaborazione di eccellenti strumentisti quali Jim Tomlinson (suo compagno nella vita oltre che nell’arte), al sax tenore e flauto, il bassista Jeremy Brown e soprattutto il celebre chitarrista, compositore e produttore Roberto Menescal, a ben ragione considerato oramai da molti anni una delle personalità più importanti della scena musicale brasiliana. Nonostante Kent e Menescal appartengano a due generazioni diverse e abbiano background non assimilabili, sono tuttavia legati da un idem sentire musicale assolutamente straordinario. In effetti come la Kent era rimasta sin da piccola affascinata dalla musica brasiliana e dalla bossa nova, così Menescal aveva trovato in Julie London e in Barney Kessel una delle prime fonti di ispirazione. Sulla base di questi comuni amori per il jazz e la bossa nova, la loro reciproca stima si era già in qualche modo concretizzata nel 2013 quando il chitarrista aveva partecipato alla realizzazione dell’album “The Changing Lights” della Kent sonando in due brani, “O Barquinho” una composizione dello stesso Menescal e un original di Jim Tomlinson/Antonio Ladeira “A Tarde”. Visto il buon esito dell’operazione, i due hanno deciso di rincontrarsi per una collaborazione più estesa, che ha trovato un’esauriente esplicazione nelle dodici registrazioni contenute nell’album . Alle prese, come si accennava, con una serie di standard (cui si aggiunge “Agarradinhos” di Roberto Menescal e Rosalia De Souza) è stato quasi naturale trovare un terreno d’intesa nella modalità di approccio al materiale tematico quasi minimalista, con la voce di Stacey non particolarmente estesa ma sempre calda, suadente, a tratti emozionante, mai comunque sopra le righe, con la chitarra di Menescal a sottolineare ogni passaggio, ad evidenziare ogni più piccola sfumatura, con Brown e Tomlinson ad assecondare i preziosi arrangiamenti di Menescal tanto da non far minimante avvertire la mancanza della batteria. (altro…)