Jazz e diritto d’autore: il plagio musicale

In natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, secondo Lavoisier.
E in musica? Come avviene che l’ispirazione, attraverso la combinazione di note musicali, dia luogo a sonorità che si presume siano, fino a prova contraria, nuove?
Sono interrogativi che meriterebbero attente riflessioni. In questa sede ci si vuol solo soffermare sulla possibilità che la creazione artistica riproduca, in modo più o meno consapevole, delle «preesistenze». Col rischio che, superata una data soglia, si possa configurare il plagio musicale e cioè un’ «appropriazione indebita» del frutto dell’ingegno creativo di altri. Il che accade allorché, ad esempio, tra due canzoni «la cadenza della traccia solista sulla struttura degli accordi è uguale o molto simile» all’altra ( www.plagimusicali.net) .

La lesione, di tipo morale ed economico, va inquadrata nella tematica del diritto d’autore e riguarda principalmente quella larga serie di controversie inerenti in gran parte il campo della musica leggera rock e pop, in cui l’aspetto economico è prevalente. In Italia la disciplina, fondata su codice civile e legge sul diritto d’autore del 1941, si va assestando gradualmente grazie a dottrina e giurisprudenza, sia italiana che europea. Ma torniamo al plagio. «Anche Mozart copiava» è il titolo del volume edito da Auditorium nel 2004 di Michele Bovi, uno specialista della materia, che riconduce il fenomeno del «prelievo» già alla musica classica.
Meno toccato dal contenzioso appare il jazz anche se, per una tale musica di contaminazioni e sintesi di materiali diversi, è vitale a volte oltrepassare confini musicali con il rischio teorico di sconfinamento in «terra» altrui.
Ciò non avviene di norma con la semplice ‘citazione’, prassi diffusa nella musica neroamericana, che può assumere in genere un valore di ricordo, omaggio, tributo ovvero scherzo riguardoso o semplicemente richiamo a un qualcosa di già noto magari con ammiccante occhiolino all’ascoltatore o allo spettatore per meglio catturarne l’attenzione. Si tratta dunque di una pratica retorica e stilistica che trova fondamento nella propria dichiarata ed esplicita evidenza, ovviamente da contenere entro dovuti limiti.
Escludiamo poi dal novero delle ipotesi di possibile plagio la semplice ‘assonanza’ poiché, essendo 12 le note musicali, può capitare, e spesso capita, che fra composizioni ci sia un ché di assonante.


Altra situazione possibile si ha con il ‘camuffamento’. Nel servizio Tg2 Dossier «La musica in tribunale» del 2 marzo 2002, disponibile anche in rete, postato il 4 giugno 2019, è il ricordato Bovi a raccogliere una breve quanto illuminante intervista con Giorgio Gaslini. Nella stessa il Maestro spiega come il ‘camuffamento’, tipico nel dopoguerra del bebop, sia ben distante dal caso giuridicamente sanzionabile del plagio.
Al riguardo, con esempi al pianoforte, e partendo dal brano «How High The Moon», evidenzia come «depurando» il tema ma conservando la sequenza degli accordi, Charlie Parker abbia sovrapposto la sua «Ornithology», accelerandone il tempo, al sopraddetto standard di Morgan Lewis.


La stessa Ella Fitzgerald, in una splendida versione di «How High the Moon», ha costruito su quegli stessi accordi delle linee di canto in cui ripete di pari passo il tema di «Ornithology».

È, questo, un gioco di innesti che si presta a mille opzioni. Ma attenzione! Pur essendo i primi accordi di «There’ll Never Be Another You» uguali a quello di «Bluesette», gli sviluppi rispettivi seguono percorsi assolutamente differenti.
E poi se prendiamo «At Last» di Warren, costruita su un comune giro armonico, sono quelle note bluesy in 7 a renderne originale la traccia principale.
È assodato allora come sia il nucleo melodico di un brano – la Siae chiede di segnare otto battute sul bollettino di deposito della Sezione Musica – la chiave per individuare un eventuale magari inconsapevole «copia e incolla», con possibile strascico di contestazioni.
Esiste in materia un’ampia letteratura. James Newton denunciò i Beastie Boys per violazione di copyright avendo il gruppo rap effettuato un campionamento di sei secondi di un brano del flautista nel proprio «Pass the Mic». Non era sufficiente per il jazzista aver incassato una quota di diritti rapportata allo spezzone di musica prelevato, e sostenne infatti la tesi che gli fosse dovuto un ammontare proporzionato all’intera durata del brano. La nona corte d’appello di San Francisco nel giugno 2005 gli diede torto reputando i sei secondi non bastevoli a configurare l’intera composizione (cfr. dirittodautore.it).
Nel blues ha fatto epoca il caso del famoso hit «Whole Lotta Love» dei Led Zeppelin per le parti identiche a «You Need Love» interpretata da Muddy Waters ( rollingstone.it 1 agosto 2018).

A fare il punto della situazione è oggi ancora una pubblicazione di Bovi, già apprezzato di recente in «Note segrete. Eroi spie e banditi della musica italiana» (Graphofeel, 2017). Lavoro, quest’ultimo, che conteneva spunti di storia (parallela) del jazz come nel capitolo su Il fascino recondito del night club: «se l’elegante Green Mill Jazz Club di Chicago fu per i primi quarant’anni del secolo scorso uno degli originari ritrovi della storia del night club e insieme salotto di svago per Al Capone e tutti i suoi accoliti d’epoca proibizionismo, così l’esclusivo Copacabana di New York, diretto (dietro le quinte) da Frank Costello e Joe Adonis, ne fu il degno successore»: locali che ospitarono artisti come Ellington, Sinatra, la Holiday, Dean Martin…
Il nuovo libro «Ladri di canzoni. 200 anni di liti musical-giudiziarie dalla A alla Z» (Hoepli) si presenta come un’indagine a tutto campo ricca di notizie e chicche («Yesterday» dei Beatles con l’antenata nel repertorio napoletano del settecento per esempio) che tocca diversi musicisti nel ruolo sia di attori che di convenuti processuali.
Il jazz vi compare in diversi casi. Come Beppe Mojetta, pioniere del jazz di casa nostra, oggetto nel 1954 di una sentenza sfavorevole per la sua «Una canzone e quattro lacrime» in una causa intentatagli da Giuseppe Fugazza. Ed era stato il jazzista Avo Uvezian ad accusare per primo di plagio la famosa «Strangers in The Night» del direttore d’orchestra Bert Kaempfert, cavallo di battaglia di Frank Sinatra.
Nel libro compaiono altri nomi altisonanti di protagonisti della musica americana come Burt Bacharach, menzionato per la sua crociata contro i criteri abituali di trattare il plagio musicale in una messe di vertenze giudiziarie.
Nello specifico la proposta è una commissione di artisti super partes esterna alle aule giudiziarie.
Altri nomi noti alle cronache jazzistiche sono quelli di Bing Crosby, Judy Garland, Kyle Eastwood…

Il problema resta quello di sempre: la chiara delimitazione di ciò che è lecito e ciò che non lo è, e come soppesare il valore artistico del riutilizzo e del «riconfezionamento» .
Che Gaber e Luporini abbiano ripreso il «Voyage» di L. F. Celine non può far scandalo se si pensa che gli autori di «Far finta di essere sani» sono gli inventori del Teatro Canzone, hanno cioè dato forma a un inedito mix artistico. Maneggiare materiali già in circolazione non è dunque pratica riprovevole, tutt’altro. Le biografie di Bach e Haendel, Leoncavallo e Lloyd Webber (di cui si parla nel libro ampiamente) ne sono a riprova. Johann Mattheson asseriva che i prestiti sono ammissibili, e si era in quell’epoca barocca che ha altre analogie col jazz, come l’improvvisazione.
Sul piano giuridico la sentenza della Cassazione 3340/15 ha fra l’altro individuato, a proposito di plagio, la interessante figura del «cuore» di un testo poetico-letterario.
Un elemento di valutazione in più, a livello musicale, potrebbe essere il Plus Valore, concetto clonato dalle categorie economiche, in quanto elemento che caratterizza l’innovatività di una composizione, il suo di più rispetto a precedenti «affinità».
Questi e altri concetti radicati nello «stare decisis» potrebbero convergere in possibili linee guida nell’attività dei periti in questa materia sempre più internazionale e sempre più «internautica».
Da segnalare, infine, sulla tutela dei diritti nel web della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la sentenza C-264/19, del 9 luglio, attinente a violazioni del diritto d’autore (cfr. Guida Rapida 1 «Il Sole 24 Ore», 13/7/20) in cui si demanda fra l’altro agli stati membri la facoltà di prevedere più ampi strumenti di collaborazione a favore dei titolari di proprietà intellettuali. La palla dunque passa a chi ha il potere/dovere di intervenire, raccogliendo un segnale di alto indirizzo giurisprudenziale che non va lasciato cadere nel vuoto.

Amedeo Furfaro

La scomparsa del Maestro Ennio Morricone: il ricordo del batterista Giampaolo Ascolese

di Giampaolo Ascolese

Premetto che non ho lavorato moltissimo con il grande Ennio Morricone, o almeno, non quanto ci abbiano lavorato molti miei colleghi, strumentisti, cantanti, operatori dello spettacolo, giornalisti, presentatori e quant’altro ci regali lo stupendo mondo della Cultura musicale, audiovisiva e multimediale.

Ennio Morricone

Questo non fa altro che accrescere, semmai ce fosse bisogno, la grandezza di Ennio Morricone: ha fatto lavorare TUTTI, nel mondo dello spettacolo e in ambiti prestigiosi come teatri auditorium, incontri internazionali e quant’altro ci si possa immaginare di estremamente gratificante per qualsiasi  “operaio” della musica, sia egli  cantante lirico internazionale, direttore d’orchestra, strumentista , concertista, solista, accompagnatore ,  sarto, falegname, muratore o operatore delle pulizie.

Ho avuto il piacere di conoscere il Maestro, in due occasioni ben distinte ed in due mie  “versioni”,  una da batterista di Jazz, presentato da Enrico Pieranunzi, con il quale ho collaborato dal 1982 al 1984 nello “Space Jazz Trio”, assieme ad Enzo Pietropaoli.
Pieranunzi  fu chiamato proprio da Morricone, perché voleva un trio di Jazz in un club di Jazz nel film “C’era una volta in America” e, bontà sua, non poteva far suonare dei professori dell’orchestra con la quale collaborava stabilmente, una musica molto lontana dalla loro corde.
E quindi chiamò Pieranunzi, assieme a me e ad Enzo, argomentando la sua convocazione in maniera, diciamo, “molto romanesca” e molto divertente, facendo chiaramente capire a noi, che conosceva Enrico da tanto tempo.

Il secondo mio incontro con il Maestro, fu più difficile, nel senso che mi presentai come turnista di strumenti  a percussione e batteria, quindi completamente “senza filtri”, come fosse un esame, fresco fresco di Diploma di Strumenti a Percussione, conseguito dopo 10 anni di studi.
Il suo batterista d fiducia, Renzo Restuccia non c’era, e allora venne da me e mi disse: “Maestro, qui ci vuole un tempo di batteria che fa così…” e cantò con la voce il tempo che voleva, così come abbiamo sempre fatto tutti noi in cantina, quando eravamo ragazzi, perché non sapevamo scrivere il tempo sulla partitura.
Io, a quell’epoca, come ho detto, mi ero appena diplomato in percussioni e, quasi offeso ma sicuramente con aria risentita dissi temerariamente: “Maestro… ma io mi sono appena diplomato in Strumenti a Percussione! Mi scriva qualcosa che così la leggo”.
Non l’avessi mai detto! Andò via e dopo 10 minuti tornò con una partitura per batteria di 4 fogli, che indicava anche quando dovessi usare l’apertura dell’hh e quando dovessi usarlo, invece, con la bacchetta, tanto era particolareggiata e piena di musica.
Sbiancai… Pentito, quasi piangente, gli chiesi scusa e lui, bonariamente disse: “allora fai il tempo che t’ho detto io”, lo ricantò e aggiunse: “però mettici tutto il sentimento che hai, come se fosse la cosa più importante della tua vita”.
Andò poi tutto bene e ne rimase contento; lo ringraziai e gli chiesi  ancora scusa, facendolo ridere e poi suonai anche molte percussioni su una colonna sonora di un film che, sinceramente, non mi sono poi posto il problema di sapere quale fosse.

Ero ancora sconvolto dalla lezione che mi diede. Lezione che è valsa più di ogni diploma da me conseguito.
Grazie Maestro Morricone.

Giampaolo Ascolese

Keith Tippett: grande musicista e uomo gentile e affettuoso

Keith Tippett non è più fra noi. Mi sembra impossibile. Sapete com’è, crediamo di essere immortali e che lo siano anche tutti i nostri cari e tutte le cose che fanno parte della nostra vita. Poi succede e si rimane sgomenti, ed è difficile capire veramente cosa accade. Cosicché adesso io non dovrei più suonare con Keith? Niente più concerti e dischi da incidere? Nessun altro dopo concerto bevendo birra insieme? Nessuna confidenza da sussurrare con pudore? Niente più risate che attraversano il silenzio della notte come fulmini improvvisi? No, non riesco a credere che tutto questo e tanto altro non potrà più ripetersi. Pensieri e ricordi affollano velocemente la mia mente.

Keith Tippett e Stefano Maltese

A Keith le ripetizioni piacevano: gli piaceva ripetere serie di note fin quando non erano più singole note ma un unico blocco che viveva di vita propria, staccandosi dalla realtà circostante per divenire flusso e vortice, porta verso altre dimensioni. Si avvicinava al pianoforte come se dovesse officiare un rito sacro, appendeva dei sonagli e predisponeva alcuni oggetti che avrebbe usato all’interno del pianoforte, evocando suoni ancestrali e immaginifici. Quasi sempre iniziava lentamente, come se non volesse profanare il silenzio che si crea prima dell’inizio di un concerto, come un bambino che entra in punta di piedi in un luogo sacro. Spesso il pomeriggio del giorno del concerto l’ho visto esercitarsi energicamente e a lungo, a volte suonando musica di Bach con impeto e padronanza inimmaginabili. Ma gli piacevano anche le ripetizioni verbali, aveva delle frasi che amava ripetere come mantra: “Possa la musica non diventare mai un altro modo per far soldi”; “La vita è dura e alla fine si deve anche morire”; Mi piace tutta la musica tranne il country”; “È l’oscurità che ci permette di vedere la luce”.

Keith Tippett e Stefano Maltese

Keith era un grande musicista ma era anche un uomo gentile, affettuoso, attento, generoso. Una volta mi raccontò di un viaggio in inverno per raggiungere una cittadina inglese dove avrebbe dovuto tenere un piano solo. Lungo la strada le condizioni climatiche peggiorarono notevolmente, c’era neve dappertutto e quando arrivò trovò solo un ragazzo seduto in prima fila ad aspettare. A causa del maltempo non arrivò altro pubblico, ma Keith decise di suonare comunque: “Quel ragazzo aveva sfidato la bufera per essere lì, quindi io dovevo suonare!”, mi disse. E lo fece.
Keith Tippett amava allo stesso modo sia improvvisare che comporre. Il piano solo e il gruppo Mujician (gruppo straordinario, con Paul Dunmall, Paul Rogers e Tony Levin) erano le situazioni privilegiate della musica improvvisata, ma era disponibile anche verso altre situazioni. Verso la metà degli anni ’90 lo coinvolsi in un quartetto con Evan Parker, Antonio Moncada e me stesso: credo che Keith ed Evan non avessero mai suonato insieme prima di allora. Insieme realizzammo un disco per la Splasc(h) registrato dal vivo: “Double Mirror”. Il Tippett compositore ha scritto musica per svariati organici, creando nel 1970 la mitica orchestra Centipede – cinquanta musicisti, centopiedi – incidendo il notevole Septober Energy, prodotto da Robert Fripp, il leader dei King Crimson.

Ieri molte testate giornalistiche hanno titolato: “Addio all’icona del jazz rock che lavorò con i King Crimson”. Ecco, questo a Keith non sarebbe piaciuto per niente. Ogni volta che abbiamo suonato insieme ha sempre mostrato grande disappunto nel leggere che i giornali presentando il concerto scrivevano della sua collaborazione con i King Crimson. Mi diceva: “Sono stato con loro meno di due anni e poi per tutta la vita ho suonato altro ma scrivono sempre questa storia come se fosse la cosa più importante.” Infatti, Keith ha tenuto innumerevoli concerti, ha registrato dischi che sono fondamentali, ha creato gruppi e ha collaborato con musicisti notevoli provenienti da svariati contesti: l’elenco sarebbe enorme, ma bisogna ricordare almeno le collaborazioni con Elton Dean, Nick Evans, Mongezi Feza, Dudu Pukwana, Harry Miller, Mark Charig, Robert Wyatt, Louis Moholo, Stan Tracey, e per averne un’idea più completa basta fare un giro nel web.
Fra i dischi, oltre a quelli già citati, vorrei ricordare almeno Dedicated to You But You Weren’t Listening, Blueprint, Frames (Music for an Imaginary Film), Mujician, Une Croix Dans L’Ocean,     The Unholy Rain Dancer, Couple In Spirit, Ark, Supernova, Colors Fulfilled. Vorrei ricordare anche “The Lion Is Dreaming”, l’album che abbiamo inciso insieme nel 2007. Entrammo in studio senza aver provato i pezzi che avevo preparato – tranne uno che avevamo suonato in concerto il giorno prima – e suonammo i pezzi con grande partecipazione emotiva e fra i miei dischi è decisamente uno di quelli che preferisco. Keith suona magnificamente, e per dare un’idea di quale fosse il nostro rapporto di amicizia posso dire che il pezzo che dà il titolo al disco è dedicato a mio figlio Leonardo (che era nato tre mesi prima di questa registrazione), e l’unico assolo del pezzo lo suona Keith: ero sicuro che la sua sensibilità gli permettesse di interpretare la mia composizione con la delicata poesia di cui era capace.
E poi c’è un’altra cosa forte nella vita di Keith: il suo grande amore (assolutamente ricambiato) per Julie, sua moglie, la compagna della sua vita. Si conobbero nel 1969, quando Keith fu chiamato per scrivere degli arrangiamenti per un disco di Julie che ai tempi era ancora Driscoll, notevole e celebre cantante dall’impronta decisamente soul. Ebbene, si sposarono nel 1970 e da allora sono rimasti sempre insieme, compagni nella vita e nella musica formando una vera “couple in spirit”. Anche Julie è una persona speciale, e sono onorato di averla conosciuta e di aver suonato con lei. Quando eravamo in giro non c’era una volta in cui Keith non parlasse di lei. Una volta restammo insieme più di una settimana per un workshop, e infine arrivò anche Julie per un concerto: ricordo l’emozione di Keith nell’attesa del suo arrivo, come se stesse per incontrarla per la prima volta.
Keith Tippett era un grande musicista e un uomo integro che nella sua vita non è mai sceso a compromessi: ci lascia una grande eredità musicale, umana e spirituale.

Dedicated to You, But You Weren’t Listening (1971)

https://youtu.be/Wg2vuM3jD1U

Centipede – Septober Energy, Part 4 (Unite for Every Nation)

https://youtu.be/dmbLATlmF_w

Ovary Lodge (Keith Tippett-Julie Tippetts-Harry Miller-Frank Perry)

https://youtu.be/crjIGfj8XyM

Enter Alloy Exit Rust (Maltese-Moncada-Parker-Tippett) Excerpt from Double Mirror Live at the Labirinti Sonori Festival 1995 – Noto (Siracusa) August 31, 1995 Stefano Maltese – soprano sax Evan Parker – soprano sax Keith Tippett – piano Antonio Moncada – drums & percussion

https://youtu.be/C7-byclGD78

The Lion Is Dreaming (feat. Keith Tippett)

https://youtu.be/1SQpRXOru7Y

Stefano Maltese

I nostri CD. I colori del piano jazz

Giovanni Ghizzani – “Lost in the Supermarket” – Dodicilune
“Lost in the Supermarket” è l’album che il giovane pianista e compositore toscano Giovanni Ghizzani ha inciso per la label Dodicilune. Il lavoro prende spunto dal senso di vertigine da smarrimento che si può avvertire in un centro commerciale davanti ai tanti colori della merce esposta. Colori e musica. Val la pena ricordare che la sequenza classica di sette colori era stata associata da Newton alle sette note musicali. Il jazz, se vogliamo, è una sorta di arcobaleno di sottogeneri con vaste venature di suoni. In questo caso, anziché perdersi, Ghizzani esce dal dedalo di corridoi ancor più ispirato nel portare avanti il progetto di un quartetto “over the rainbow” che propone proprie composizioni su testi in inglese scritti dalla cantante Anaïs Del Sordo, supportato da una ritmica che vede schierati il trentino Kim Baiunco al contrabbasso e il siciliano Giuseppe Sardina alla batteria. I musicisti, il cui retroterra curricolare si situa fra blues, funk, rock e free, hanno al proprio attivo ottimi piazzamenti in concorsi fra cui il recente premio della giuria popolare al Conad Jazz Contest. Al versatile team si affianca, nello swing d’apertura (“Claps of Thunder”) il clarinettista Daniele D’Alessandro, presente anche in “Daydream”, omonimo del famoso hit dei Lovin Spoonful; più avanti è la volta del chitarrista Alain Pattitoni in “Living for Tomorrow” e “New Horizons”. Il palinsesto prevede in tutto dodici brani, tre dei quali – “Flows”, “Escape the Wreck”, “30 Ways (to confuse your mind)” – divisi in due parti, in cui risulta centrale, a fini di fluidità dei temi, pur su basi armoniche complesse, lo strumento della voce. In questo, la frontwoman calabrese riesce capacemente “colorando i pezzi di una tinta sonora inconfondibile” per come rileva lo stesso Ghizzani nella nota interna alla cover. È un ‘melodiare’ flessuoso, il suo, in ballad romantiche tipo “Hope” e “Renewal”, che sa spiccare voli felini nei momenti giusti dei pezzi più “metropolitani”. Senza più smarrirsi, il 4et, fra i colori dei prodotti sugli scaffali di un ipermercato della loro Bologna.

Mirco Mariottini, Stefano Battaglia – “Music for Clarinets and Piano” – Caligola
Ernst Ferand, nel volume “L’improvvisazione in nove secoli di musica occidentale”, annota che “non è possibile trovare un solo settore della musica che non sia stato influenzato dall’improvvisazione e neppure una sola tecnica o forma musicale che non abbia avuto origine dalla pratica improvvisativa”. Se si parte da questo assunto l’album di Mirco Mariottini e Stefano Battaglia “Music for Clarinets and Piano” (Caligola) appare una sorta di guida musicale all’agire intenzionale tramite processi improvvisativi in tutte le musiche. Guardando già agli albori della storia della musica, non a caso la prima traccia è dedicata a Ildegarda di Bingen, prima donna a comporre. E senza che manchi il jazz, improvvisativo per definizione, il cui influsso si condensa nelle Impro II e III intitolate, nell’album, a “Jimmy Giuffre” e “Paul Bley”. Poi il percorso abbandona la strada più breve e diviene panoramico. Già nella track su “Igor Stravinsky” emerge il gioco pianistico di cromatismi, policromie, discromie mentre il clarinetto delinea in modo astratto il profilo di un grande contemporaneo in “Bruno Maderna”. La piramide musicale che i due musicisti scalano presenta ulteriori ed impreviste sfaccettature, estranee all’avanguardia novecentesca. Si ritrovano melodie da chanson in “Charles Aznavour”, echi arcaici nel bordone del clarinetto basso nel “ritratto” di “Rosa Balistreri”, ipnotici crepuscoli mediterranei nell’ossessività del flamenco in “Camarón de la Isla”. Scorrono le note come se tastiera ed ancia creassero immagini per una galleria, un’expo di suoni inattesi sparsi nel tempo e nello spazio, che circumnavigano il mondo dall’Ucraina di “Valentin Silvestrov” alla Polonia di “Krzysztok Komeda”, dalla Russia di “Sainkho Namtchylak” fino ancora agli Stati Uniti di “Elliot Carter”. 12 improvvisazioni in totale dove il tema dato è una spiccata personalità musicale su cui l’interpretazione del duo sviluppa possibili esiti alle distinte estetiche e poetiche delle figure di cui sopra. Modelli identitari che si evolvono, come tutta la musica, “con il placido moto che è proprio di un fiume, con l’ininterrotta evoluzione che è propria di un albero di sequoia” (Menuhin).

Giulio Scaramella – “Opaco” – Artesuono
I colori del jazz nella vulgata più diffusa sono il bianco e il nero, come i tasti del pianoforte. Ma ciò è alquanto riduttivo! Ci sono tanti esempi che sconfessano tale stereotipo. L’album del pianista-compositore Giulio Scaramella, “Opaco”, della Artesuono, sta a dimostrare come le tinte di questo gene(re) di espressione musicale possano configurarsi persino in un dimensione coloristica non netta, né trasparente, talora nebulosa, volutamente priva di lucentezza. Che però è capace di trasmettere all’esterno il proprio suono interiore stimolando in chi ascolta i due effetti di cui parla Kandinskij, fisico e psichico, insomma soma e psiche. Il suo trio senza batteria con Federico Missio ai sax e Mattia Magatelli al contrabbasso ne ovatta il guscio ammorbidendolo già dal primo brano che battezza il disco e nella successiva “Musica Ricercata VII” di Ligeti, di minimale raffinatezza. Sarà perché stimolati dal discorso relativo alla “tavolozza” tonale ma il terzo brano in scaletta, “Know Your Knots”, evoca l’idea di un blu opacizzato che implica lento movimento laddove “Over the bar” pare virare, fra il giallo e l’arancione, in sospensione fra energia e instabilità, ambedue ad alta vibrazione metrica. “Time flies (and so do changes)” è uno swing in cui prosegue l’esplorazione “politonale” con “lotte di toni” del trio mentre, dopo “Frammento” e l’omaggio a Coltrane in “Naima”, ecco un “The Wall”, composto stavolta da Magatelli, reso palpitante dalle curate atmosfere impressionistiche replicate in chiusura in “Petite Fleur” di Sidney Bechet. È, quella di Scaramella, una rilettura di orizzonti allargati a più segmenti autoriali – Bach, Bartók, Bill Evans, Ethan Iverson e Mark Turner – beninteso smaltati di opaco.

I jazzisti italiani reclamano maggiore attenzione: i risultati della nostra inchiesta con l’intervento di oltre 50 artisti

Con le interviste a Nico Morelli e Pippo Guarnera si è chiusa la nostra inchiesta sul “Jazz italiano ai tempi del Coronavirus”.
Solitamente le interviste che pubblichiamo su “A proposito di Jazz” si basano su due presupposti fondamentali: una approfondita conoscenza del personaggio da intervistare e una serie di domande che tendono a far emergere non tanto l’artista quanto l’uomo o la donna che a quell’artista hanno dato vita. Quindi, ovviamente, domande studiate ad hoc per ogni soggetto da avvicinare.
Questa volta le cose sono andate diversamente: la nostra intenzione era quella di tastare il polso ai musicisti di jazz italiani per capire come stessero vivendo questo terribile momento. Per avere un quadro almeno minimamente rappresentativo abbiamo studiato una griglia di una decina di domande che abbiamo rivolto, quasi sempre identiche, a tutti i musicisti sì da poterne ricavare delle indicazioni significative.
Abbiamo quindi parlato con oltre cinquanta musicisti che abbiamo presentato solo con nome, cognome e strumento ‘frequentato’ prescindendo dalla loro notorietà. Ecco quindi stelle di primaria grandezza a livello internazionale accanto a giovani alle prime armi ma forniti di sicuro talento.
E da tutti sono arrivate indicazioni molto significative pur all’interno di un contesto variegato, in cui, per fortuna, solo un artista è stato colpito dal virus.

Le prime domande erano rivolte ad inquadrare la situazione sotto un profilo pratico: “Come sta vivendo queste giornate? Come tutto ciò ha influito sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso? Come riesce a sbarcare il lunario?”.
Sulle prime tre domande le risposte hanno, bene o male, disegnato lo stesso spartito: i nostri amici musicisti hanno per lo più approfittato del tempo a disposizione per studiare, leggere, ripercorre la loro vita artistica. Disastrosa, ovviamente, la situazione lavorativa dal momento che tutto è stato bloccato né si ha una qualsivoglia certezza sul come e sul quando sarà possibile riproporre musica dal vivo. Quanto alla domanda sul dove trarre i mezzi di sostentamento si nota una profonda differenza tra chi è supportato dall’insegnamento e chi no. I primi riescono a cavarsela piuttosto bene, o almeno senza grossi problemi, mentre per gli altri è molto più difficile anche perché il governo non sembra aver dedicato particolare attenzione a questa categoria destinata, a quanto sembra, solo a “divertire” dimenticando ancora una volta quale debba e possa essere il ruolo dell’arte in una società che ami definirsi moderna e democratica.
Sul fatto di vivere in compagnia questo particolare momento gli intervistati sono stati concordi nell’attribuire molta importanza alla possibilità di affrontare questi eventi così difficili non da soli anche se i pochi jazzisti che sono stati da soli non sembrano aver sofferto più di tanto questa situazione.

Proiettate al futuro le successive domande: “Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa? Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento? Se non la musica a cosa ci si può affidare? Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?”.
A questo proposito le risposte sono state piuttosto variegate eccezion fatta per l’importanza determinante che la musica possa avere avuto durante il ‘lockdown’. Così i più ottimisti pensano che le cose, dal punto di vista dei rapporti umani e professionali, possano cambiare in meglio mentre i pessimisti ritengono che questa situazione non farà altro che acuire le caratteristiche di ognuno per cui chi era già una brava persona rimarrà tale mentre chi non lo era probabilmente peggiorerà. Identico discorso per l’eventuale sovraccarico di retorica in questi richiami all’unità.

Abbiamo lasciato volutamente indefinita la successiva domanda: “È soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?”. Abbiamo cioè voluto lasciare all’intervistato la possibilità di esprimersi sia sul governo sia sugli organismi di rappresentanza della categoria. Dobbiamo constatare come la maggior parte abbia inteso la domanda riferita al governo il cui operato è stato valutato per lo più positivamente ferma restando quella mancanza di adeguata attenzione cui prima si faceva riferimento. Anche i commenti verso gli organismi di rappresentanza della categoria sono stati tiepidamente positivi anche se non sono mancati, ad onor del vero assai pochi, valutazioni di segno diametralmente opposto tendenti a lumeggiare la scarsa omogeneità della categoria “musicisti jazz”.
Conseguenti le risposte alla successiva domanda: “Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?”. Per lo più i musicisti hanno insistito sulla necessità di una maggiore presa in considerazione delle difficoltà di tutto il settore.

A nostro avviso assolutamente preziose le risposte fornite all’ultima domanda: “Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?”. Seguendo le suggestioni dei nostri amici jazzisti si avrà, infatti, la possibilità di scegliere nel vastissimo panorama musicale alcune opere che tutti dovremmo conoscere ed apprezzare.
Quindi buon ascolto e che l’attuale fase 3 ci porti definitivamente fuori dal pantano.

                                                                                                              Gerlando Gatto

Giuseppe Arcamone: fotografo AFIJ del mese di giugno – la gallery e l’intervista

Dopo l’articolo (qui il link) in cui presentavo la collaborazione di A Proposito di Jazz con  l’Associazione Fotografi Italiani di Jazz AFIJ, nata nel 2019, intervistando anche il suo Presidente Pino Ninfa, e la creazione di una nuova sezione del nostro portale dove stiamo raccogliendo gli scatti dei fotografi aderenti, inauguriamo oggi con piacere l’iniziativa “Il fotografo AFIJ del mese”.

Giuseppe Arcamone

Con cadenza mensile, presenteremo dunque le opere dei fotografi che fanno parte dell’Associazione, partendo da Giuseppe Arcamone, che ho intervistato per voi.
Nato nel 1969, si interessa alla fotografia da quando era adolescente. Una laurea in Architettura, alla Federico II di Napoli, un forte interesse per il movimento del Popolo della Tammorra e per il Jazz, ha coniugato la sua passione per la fotografia con il suo percorso professionale nel mondo della scuola. Nel 2006, il trasferimento a Mantova, le cui atmosfere – diametralmente opposte alla città di Napoli – ispirano scatti vagamente malinconici e di rara intensità. Qui, sperimenta anche il ritratto sportivo, immortalando – da freelance – le gesta delle squadre di rugby e di basket.

Ci racconti qualcosa di te? Tu sei laureato in Architettura, cos’è che ti ha fatto capire che la fotografia sarebbe stata una parte determinante della tua vita?
“La pratica fotografica mi accompagna dalla giovane età. Gli studi di architettura hanno molto influito, mi hanno orientato nel rivedere e nello strutturare la mia personale visione fotografica poiché in essi è implicito il rapporto con la comunicazione visiva. Pur non avendone fatta una professione, la fotografia con il tempo è divenuta una maniera per comunicare il mio mondo interiore”.

Fotografi il jazz ma anche lo sport, la natura… Ho notato che sei attratto soprattutto dai dettagli, da piccoli ma profondamente significativi particolari. Usi molto il bianco e nero e le tue foto spesso comunicano sensazioni di movimento e di velocità. Nel Jazz il ritmo e l’improvvisazione sono fondamentali: “l’improvvisazione sviluppa un’estetica dell’imprevisto”, scrive Jacques Siron, musicista e artista multidisciplinare. Quest’ultimo è un concetto che si può applicare ai tuoi scatti?
“Il dettaglio è un qualcosa che si percepisce puntando a fondo lo sguardo su tutto ciò che ci circonda. Massimo Urbani, alto-sassofonista jazz, sosteneva che “l’avanguardia è nei sentimenti “. Ogni essere umano è dotato di sentimenti, i sentimenti sono dentro ognuno di noi. Cerco di farli emergere guardandomi intorno, reinterpretando tutto ciò che mi circonda, a cominciare dal dettaglio”.

Una foto ben fatta ha un’anima e soprattutto mostra l’essenza del musicista, quel filo, dicevamo, che lo unisce al suo pubblico. Spesso, quando scrivo un articolo, una recensione, mi soffermo a pensare al peso, all’impatto che ogni singola parola potrà avere in chi mi legge… È una grossa responsabilità, non trovi? Capita anche a te di pensarlo per le fotografie che scatti?
“Ebbene si, bisogna pensare a questo. Nel momento in cui si sceglie di manifestare le proprie idee, l’intento deve essere quello di far vibrare le corde dell’animo dell’osservatore,  suscitare emozioni  ed evocazioni uniche”.

-La musica è una fenomenale attivatrice di emozioni.. anche estetiche, se vogliamo. Esiste persino una ricerca che dice che le nostre menti hanno la capacità di elaborare una sorta di libreria musicale che riesce a richiamare, attraverso una singola emozione collegata ad un brano, una multiforme combinazione di sentimenti ad esso associati. Quando scatti una fotografia, quanto la tua mente è condizionata dal fatto che ti piaccia o meno la musica dell’artista che stai fotografando e quanto ciò influisce sul risultato finale?
“Siccome mi definisco un ascoltatore di musica onnivoro, non mi pongo il problema. Talvolta mi capita, azzardando, di fotografare anche musicisti che non ho mai visto né ascoltato in precedenza. Potrei documentarmi prima di incrociarli ma, volutamente, non lo faccio al fine di alimentare un certo fascino dell’imprevisto. Molto probabilmente è un rischio ma mi  concedo di correrlo. Le condizioni ambientali, il flusso sonoro, l’interplay che si instaura con i musicisti e le mie condizioni del momento determinano il risultato finale”.

-Immagino che tu, come un padre nei confronti dei suoi figli, ami ogni tuo singolo scatto… tuttavia, ne ricordi qualcuno di cui sei particolarmente orgoglioso?
“Credo di poter essere orgoglioso di aver potuto fotografare un umilissimo Ornette Coleman. L’ho incontrato nel retropalco e lui, vedendomi munito di fotocamera, si è fermato, si è messo in posa dandomi anche il tempo di organizzarmi, facendosi beffe del suo manager, intento ad impedire a chiunque di fotografare. Un gran signore!”.

Marina Tuni