OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL IVREA

Tutte le foto sono di Carlo Mogavero

Il tema del Festival Open Papyrus 39 edizione quest’anno è stato ispirato al direttore artistico Massimo Barbiero dalle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
“Giudicando la propria vita di uomo e l’opera politica, Adriano non ignora che Roma finirà un giorno per tramontare e tuttavia il suo senso dell’umano, eredità che gli proviene dai Greci, lo sprona a pensare e servire fino alla fine”.
Questo si legge nel depliant del festival, in cui Barbiero spiega che l’Adriano delle Memorie è paragonabile a quell’Adriano Olivetti che ha lasciato a Ivrea un’eredità culturale che è doveroso mantenere viva, invece che abbandonarsi ad un nostalgico declino. E non si può certo dire che l’Open Papyrus non stia mantenendo vivo l’humus culturale del territorio. Il festival non è solo musica. C’è un’interesse per le eccellenze del territorio (vedi i vini, vedi i formaggi, ad esempio, che sono protagonisti degli aperitivi a Santa Marta, tra una presentazione e un concerto). C’è, da sempre, un interesse per la diffusione di libri che trattano di musica: in questa 39sima edizione sono stati presentati “I giorni della Musica e delle Rose“, Ed. Stampa Alternativa, di Franco Bergoglio, e “Il suono ruvido dell’innocenza” di Davide Ielmini, ed. Gallerie del Libro.  C’è, da sempre, la valorizzazione di realtà locali come le importanti scuole di danza di Ivrea: in questa edizione non sono mancate performance in piazza e flashmob, oltre che la bella interazione sul palco del Giacosa con Odwalla, di cui si parla di seguito. In scena le tre scuole Baobab, Arabesque e Accademia di Danza e Spettacolo. Da molte edizioni sono state organizzate mostre di pittura e mostre fotografiche: quest’anno da ammirare c’era a Santa Marta la mostra di gigantografie/ritratti di Odina Grosso, Sguardi Africani, mentre a via Palestro, al Caffé del Teatro, sette artisti (Tony Muroni, Susanna Clarino, Alfredo Samperi, Lanfranco Costanza, Umberto Pettene, Ennio Marzano, Daniela Borda) hanno esposto le loro opere per la mostra Arte in Fuga.

Barbiero dunque come sempre imposta un Festival Multiculturale, e resiste alle mille difficoltà che inevitabilmente incontra chi ancora ha il coraggio e la forza di occuparsi di cultura. Difficoltà economiche, resistenze di vario tipo, nonché le conseguenze di indifferenza e anche sottovalutazione di un lavoro oramai quasi quarantennale. Eppure ogni anno il Festival va in scena. E come ogni anno A proposito di Jazz è presente per documentarlo.

Il pomeriggio a Santa Marta non è possibile documentarlo poiché siamo arrivati in tempo per lo spettacolo serale al Teatro Giacosa.

Oltre alla presentazione del libro di Franco Bergoglio, citato più su, e la degustazione, ha preso posto sul palco il Quartetto E-Volution, con il progetto 7Dreams: the Voice of an Albatros. Un quartetto composto da Luis Zöschg: guitar, efx, Christoph Zöschg: drums, percussions, Norbert Dalsass: bass, efx e special guest:
Martin Ohrwalder: trumpet, efx.  Il viaggio di un albatro alla ricerca di cibo in veste di sogno, diviso in 7 movimenti.

Teatro Giacosa, ore 2130

Elliott Sharp e Maurizio Brunod
Special project for Ivrea

Elliott Sharp, guitar
Maurizio Brunod, guitar

Un incontro quasi fortuito a Ny, un pomeriggio passato insieme a parlare di musica e la promessa di rivedersi per suonare insieme: “quel suonare insieme è stasera” dice Maurizio Brunod presentando Elliott Sharp.
Dalle due chitarre si materializzano note che si incrociano e sembrano piccole gocce di qualcosa di più denso dell’acqua, fino a quando Sharp non dà il via al tema, che emerge su quelle gocce sonore e non su accordi armonici.


Fino a quando Brunod non comincia l’interazione vera e propria. Si procede con varianti timbriche, effetti, dialoghi, tra due chitarre che hanno un suono diverso tra loro e dunque si mischiano rimanendo perfettamente distinte, Brunod con il suo suono quasi perfettamente liscio e non privo di eco, Sharp più vibrato e terreno. La loop station aumenta le possibilità di combinazione. Ogni tanto si affaccia del blues, e poi si torna al “non suonato prima di ora”.
In alcuni momenti le due chitarre atterrano su unisoni inaspettati che durano un po’, fino a quando uno dei due musicisti improvvisa lasciando l’altro a quelle note scritte e viceversa.

Sonorità avveniristiche, improvvisazione pura, temi melodici che si stagliano improvvisi su impasti armonici densi di effetti. E poi vibrazioni, urli, glissando, e suoni che sembrano quasi uncini che si agganciano su un ricco e suggestivo tramestio di fondo, scuro eppure molto percettibile nei particolari.
Appaiono reminiscenze di tango, piccoli cenni di country, addirittura, ma sono attimi. Per il resto è tutto un procedere cercando, e trovando, suoni e dialoghi del tutto improvvisati e nuovi.

L’ IMPATTO CON CHI VI SCRIVE

Un concerto particolare, suggestivo, quasi del tutto improvvisato.  Due musicisti che comunicano tra loro con un linguaggio inusuale, che diventa anche il modo di comunicare con il pubblico, fatto di atmosfere cangianti, di contrasti improvvisi e di improvvisi lineari unisoni, e che nonostante in comune abbiano anche lo strumento riescono a tramutare in ricchezza di colori sonori la loro differenza, intrecciando fraseggi, timbri in contrasto, dinamiche, temi melodici, sfondi gravi e pastosi o cristallini e leggeri. Al termine, il silenzio improvviso ha riportato chi era presente in sala sulla terra.

Teatro Giacosa, ore 22:15
Odwalla e Baba Sissoko
Concerto del trentennale

Massimo Barbiero: marimba, vibes, percussions
Matteo Cigna: vibes, percussions
Stefano Bertoli: drums
Alex Quagliotti: drums, percussions
Andrea Stracuzzi: percussions
Doudù Kwateh: percussions
Daouda Diabate: djembè kora e dance
Cheikh Fall: djembè kora
Gaia Mattiuzzi: vocal
Baba Sissoko: vocals e tamà
Giulia Ceolin, Gloria Santella, Barbara Menietti: dance

Per fortuna ad Open Papyrus Jazz Festival trovo quasi sempre Odwalla.
Perché è molto difficile poter assistere a questo spettacolo altrove o in altra occasione. E’ un concerto emozionante, mai uguale, dalle sonorità potenti. E’ visivamente una festa, la danza enfatizza la musica e viceversa.
Ho già scritto molto di questo gruppo composto quasi esclusivamente di strumenti a percussione. Della bellezza degli scambi tra la marimba di Massimo Barbiero e il vibrafono di Matteo Cigna, dei rumori infiniti e magici di Doudù Kwateh, del suono avvolgente delle kora di Daouda Diabate e Cheik Fall , della voce versatile e coinvolgente di Gaia Mattiuzzi e di quella evocativa e potente di Baba Sissoko. Della travolgente interazione tra le due batterie di Stefano Bertoli e Alex Quagliotti e le percussioni di Andrea Stracuzzi.
Le danzatrici, Giulia Ceolin, Gloria Santella, Barbara Menietti, hanno tramutato i suoni in movimento emozionando e incantando il pubblico.
E’ una meraviglia di colori, di varietà di battiti e di note.
E’ un fondamentale esempio di civiltà, di meravigliosa convivenza tra culture diverse, tra arti diverse, tra Uomini Donne Africa Europa India Italia. E’ la terra come potrebbe e dovrebbe essere. E’ la prova che tutto è possibile.

La voce, la vitalità di Baba Sissoko spazzano via ogni barriera.

Parlano le foto di Carlo Mogavero, a colori, perché non vi perdiate nulla se non il suono: ma la musica si ascolta anche guardando



 

“La scelta di non scegliere”: Franco Ambrosetti racconta e si racconta

Un importante volume edito da Jazzit ci apre le porte sulla vita di uno degli artisti e compositori più significativi degli ultimi decenni: Franco Ambrosetti. Con la sua tromba ha girato il mondo e ha incontrato artisti importanti, ha suonato la sua musica ovunque, e anche in veri e propri templi del Jazz.
Eppure la sua esistenza non è disegnata solo dal Jazz.

In questa intervista sveliamo qualcuna delle suggestioni che leggendo questo libro ci hanno incuriosito e appassionato, in quanto racconto non solo autobiografico, ma fortemente evocativo di una storia che riguarda tutti gli appassionati di Jazz.
L’intervista è divisa in piccoli paragrafi ispirati proprio dal libro – racconto di Franco Ambrosetti.

IL LIBRO

D.
Come nasce l’idea di dare vita ad un volume così importante, esaustivo, cronologico? Durante la lettura di questo libro sembra emergere una urgenza anche per se stesso di guardare e ricostruire il mosaico della          propria vita, oltre che di farne il racconto (di certo affascinante) ai suoi lettori. E’ così? O c’è altro ancora?

R.
In realtà non avevo alcuna intenzione di scrivere un libro autobiografico. Ma devo dire che amici, critici, booking agents, in generale persone appartenenti al mondo dello spettacolo hanno insistito al punto tale da presentarmi un giornalista, Marco Buttafuoco, che si è prestato a raccogliere le mie memorie. Per svariati giorni durante 6 mesi, ci siamo incontrati affrontando tematiche non solo autobiografiche ma di contenuto riguardo al vasto mondo musicale che frequento e al jazz in particolare.
A pagina 162 esprimo i miei sentimenti riguardo allo scrivere autobiografie e le ragioni per cui, rileggendo il riassunto di tante ore di conversazione mi decisi a riscrivere il testo da capo, dando un taglio personale alla mia storia. E mentre scrivevo, capitolo dopo capitolo mi appassionavo sempre più al viaggio nei ricordi…Forse per questo può sembrare che ci sia alla base una urgenza di raccontare la propria vita ad altri. Non è così, mi stavo soltanto divertendo a rivivere, raccontandoli, oltre settant’anni di vita, con lo stesso  piacere che provo quando faccio un assolo in concerto.

LA DICOTOMIA, IL DILEMMA

D.
Nel suo libro è costante il richiamo al dilemma principale della sua vita: Università o Musica? Musicista o Imprenditore?

R.
ll dilemma deriva dal fatto di CREDERE di dover scegliere. La società, la famiglia, i benpensanti, i conformisti chi ti circondano te lo fanno capire: dovresti decidere cosa vuoi fare da grande.
Ma nel mio caso il  musicista e l’imprenditore sono assolutamente la stessa persona. Il medico che svolge un’ attività politica non esercita forse anche lui attività molto diverse tra loro, pur essendo la stessa identica persona impegnata in due ruoli? L’unico criterio fondamentale per riuscire a combinare musica e industria è avere talento musicale. Se sei nato musicista puoi fare qualsiasi  mestiere. È solo una questione di gestione del tempo.

D.
Potrebbe tracciare episodi specifici della sua vita in cui a questo dilemma ha dato risposte, anche magari temporeggiando? O prendendo decisioni fondamentali, propulsive, che le hanno permesso di andare avanti invece che arenarsi nell’incertezza?

R.
La mia vita ha smesso di essere avvolta dall’incertezza una volta capito che è assolutamente possibile esercitare due professioni in modo assolutamente professionale. Borodin era chirurgo e chimico eccellente, scriveva sinfonie splendide e faceva parte del gruppo dei cinque con (Rimskji Korsakof, Musorskji ecc).

LA CONTINUITA’, LA SCELTA

D.
Lei si definisce, a ragione, dicotomico. Ma si nota anche un fil rouge continuo nella vita della sua famiglia: in fondo ha avuto un padre musicista, lei è musicista, suo figlio è musicista. Tutti e tre però non siete solo musicisti: è una sorta di predisposizione familiare, genetica, o un valore che si è tramandato, consciamente, o naturalmente?

R.
Forse c’è qualcosa di genetico nel fatto che in famiglia tre generazioni si sono dedicate professionalmente alla musica. Ma penso che la consuetudine nell’ascoltare musica quotidianamente oltre che il frequentare ambienti musicali e i musicisti serva a risvegliare i cromosomi deputati alla funzione musicale. Mio padre, io e mio figlio abbiamo fratelli o sorelle. Loro hanno scelto di non fare musica anche se, a mio parere,  avevano talento e avrebbero potuto fare lo stesso. Hanno scelto di non seguire la nostra strada.

D.
La determinazione di portare avanti (con successo) due vite presuppone, a me sembra, non una indecisione paralizzante ma al contrario una volontà ferrea che permetta l’unione delle due vite: per potersi permettere di essere dicotomici occorre avere una cintura di sicurezza ideale che permetta di compiere le acrobazie tra entrambe senza farsi male. Quale è stata e quale è la sua cintura di sicurezza?

R.
La cintura di sicurezza consiste nel sapere di essere la stessa persona che senza conflitto alcuno passa dall’esame dei bilanci o dalla riunione con i sindacati al palcoscenico per intonare “Giant Steps”. Sempre io sono, con o senza tromba. Aggiungo che la musica è un ottima forma di psicoterapia, di valvola di sfogo per qualsiasi problema non direttamente legato alla musica stessa. Aiuta a prendere distanza da ansie e problemi. Ma anche l’attività industriale è un rifugio dai problemi che il mondo musicale può porre.


IL RIGORE

D.
Lei ha condotto e conduce due vite parallele. Imprenditore e Jazzista. Nel suo libro descrive il suo arrivo al Politecnico di Zurigo, come matricola alla facoltà di ingegneria. Un periodo difficile che la vedeva dormire di giorno mentre i suoi compagni di corso la mattina presto andavano a lezione, all’incirca all’ora in cui lei invece tornava dai club in cui suonava. Verrebbe da pensare al rigore degli studenti e dei futuri ingegneri, contrapposto, come lei stesso racconta, all’etichetta di nato stanco affibbiatagli dai suoi colleghi, o allo stereotipo del musicista senza regole, fuori norma.
Ma la musica non prevede anch’essa un certo rigore? In quel periodo quale era la sua disciplina “altra” rispetto agli studenti del Politecnico?

R.
La disciplina “altra” erano le 5-6 ore di esercizio quotidiano che facevo all’Africana, il club dove suonavo a Zurigo. Per 4 anni.

Tutti i giorni. Oltre ai concerti…

D.
Lei ricorda, del periodo di Zurigo negli anni 60, due anni in cui suonò con un musicista che definisce esattamente così, rigoroso: Kenny Clarke. Perché rigoroso?

R.
Rigoroso perché razionale, preciso e intransigente. Come ogni genio.

D.
Leggendo il suo libro emerge una Zurigo vivacissima in quegli anni: molta musica, un viavai di grandissimi musicisti. Lei ne dipinge un ritratto davvero nitido, e a dire il vero chi immagina la Svizzera non la immagina esattamente così. Fino a quando si arriva all’episodio della mancata Jam Session di John Coltrane all’ Africana. E’ il tipico rigore svizzero?

R.
No, è peggio: è la tipica cultura svizzera tedesca in cui tutto ciò che non è obbligatorio è proibito. 

D.
Un altro tipo di rigore che mi piacerebbe lei raccontasse è quello dimostratole da suo padre che, presente ad una Jam Session con Charlie Mingus, decise che lei non doveva accettarne la scrittura, perché aveva gli esami alla facoltà di economia.

R.
Quello non fu rigore. Piuttosto il fatto che io, primogenito e quarta generazione di industriali, ero destinato a gestire le aziende di famiglia. Era per difendere gli interessi familiari, anche rispetto a mio nonno che allora era ancora a capo delle aziende.

D.
Esiste, a suo parere, una categoria di strumentisti più rigorosa di altre, o il rigore è una questione personale, di indole, di carattere?

R.
Il rigore è indirettamente proporzionale al talento. Meno talento, meno facilità con lo strumento, più rigore cioè più ore di studio.

LA VOGLIA DI VIVERE

D.
Questa frase nel suo libro appare a pagina 42, quando descrive l’estate passata a Villa Pirla, residenza presa in affitto da Enrico Intra a Castiglioncello. Cos’è la voglia di vivere per lei? E’ una sensazione legata alla musica o è più in generale una sorta di fiducia nella vita stessa, a prescindere dalla musica? E come ha influenzato le sue scelte, se le ha influenzate?

R.
La voglia di vivere è tutto per me. Sono un ottimista, ho fiducia nella vita al di là della musica, non vedo mai il bicchiere mezzo vuoto. E non sopporto i nichilisti.

 

LE EMOZIONI

D.
La stretta al braccio da parte di Miles: chi vorrà leggerà i particolari di quella particolare serata. Ma quanto ha contato poi nella sua vita di musicista quella stretta fugace ma forte?

R.
Ha contato moltissimo. Anni dopo Miles espresse  opinioni molto lusinghiere su di me, in un’ intervista di cui conservo la copia.
Ma la stretta al braccio ce l’ho nel cuore.

D.
Herbie Hancock al contrabbasso e lei al pianoforte possiamo annoverarla tra le grandi emozioni da raccontare?

R.
Oh sì! Anche se tutta la serata fu un emozione forte. Ma messa nel suo contesto temporale, nel 1965  Herbie non era il mito che è divenuto oggi, e noi giovani affrontavamo le jam session con quella sana incoscienza e leggerezza  che contraddistingue la gioventù.

D.
Le emozioni negative contano anch’esse. Penso alla rabbia ad Umbria Jazz che le fece abbandonare il palco, o alla delusione a Los Angeles per una performance difficile davanti ad Horace Silver. Per lei le emozioni negative sono comunque fonte di creatività? E invece l’amore, gli affetti?

R.
I miei affetti sono sempre stati al centro della mia vita, l’ amore mi ha ispirato innumerevoli composizioni  come “Silli in the Sky” o “ Silli’s Nest” e tra le ultime “ Silli’s long Wave” che ho appena registrato a New York. Anche le delusioni amorose sono fonte di ispirazione per comporre ma il risultato è appesantito dal dolore che si prova in quel momento, pur rimanendo  uno stimolo alla creatività, uno sfogo, una specie di antidolorifico.

 

LE CITTA’, I LUOGHI

D.
Zurigo, Basilea, Lugano, le Cicladi. E un’infinità di viaggi. Quali sono le città che sente più visceralmente parte della sua vita, di musicista e di imprenditore?

R.
New York per la musica. New York come imprenditore. Paros per il relax. Venezia almeno una volta all’anno per spaesarsi.

D.
Se potesse fissare una differenza profonda, per la sua esperienza di musicista, tra Zurigo e New York, quale sarebbe? E quale invece una affinità profonda e inaspettata?

R.
New York è molto più competitiva, più dinamica. È stimolante e frenetica. Zurigo è una delle città più vivibili del pianeta, come Vienna. Tutto funziona. 

Entrambe, Zurigo e Vienna promuovono la creatività di un artista in modo più umano, a ritmi più lenti. In fondo il movimento Dada è nato a Zurigo. E la secessione a Vienna….

D.
Lei ha suonato nei templi del Jazz di tutto il mondo. Quale è quello che di più la ha emozionato, colpito, e quale quello che invece la ha deluso?

R.
La delusione: Lussemburgo. Al concerto c’erano due persone, il portinaio e sua moglie perché la manifestazione non era stata annunciata. Quelle belle sono troppe. Ma diciamo che la prima volta al Blue Note di New York è stato emozionante.

 

I MUSICISTI, I PROGETTI

D.
Un progetto realizzato e uno non realizzato?

R.
Realizzato: l’ultima registrazione fatta in gennaio a New York con John Scofield, Uri Caine, Scott Colley e Jack de Johnette. Uscirà in giugno per l’etichetta Unit. Non realizzato: Suonare una volta con John Coltrane.

 

D.
Un musicista amato e uno meno amato?

R.
Se deve essere uno, l’amato è Frank Zappa. Meno amato, Ted Curson.

IL TEMPO

D.
Lei parla del metodo da lei inventato per ottimizzare il tempo e riuscire ad esercitarsi con la tromba nonostante viaggiasse continuamente per lavoro. Il far quadrare il tempo le è stato facilitato dall’essere musicista? O dalla sua formazione manageriale? O entrambe?

R.
Far quadrare il tempo quando se ne ha poco è una questione manageriale. È parte del concetto di produttività, produrre di più  in meno tempo.

I CRITICI MUSICALI

D.
Io che la intervisto scrivo di musica. E così le chiedo qualcosa sul duro giudizio che lei da dei critici musicali a pagina 59. Non pensa che, come in alcuni casi c’erano e ci sono pregiudizi su musicisti dal doppio mestiere come è lei, non ce ne siano anche sulla competenza di chi scrive di musica? Una delle frasi che sento dire più spesso è “se scrive è solo un musicista mancato”

R.
Ci sono critici buoni e altri no. Come in tutti i mestieri.Sicuramente ci sono molti pregiudizi verso chi, come nel mio caso, è fortunato.

Schönberg scriveva, a proposito di Mahler ,spesso  oggetto di pessime critiche durante la sua vita, che ciò fosse giusto. Perché il critico coperto di onore durante la sua vita potesse avere una compensazione per la vergogna che lo avrebbe sommerso dopo la sua morte. Musicisti e critici fanno mestieri diversi. Uno fa, l’altro giudica. Ma quando ci si mette in vetrina ci si espone automaticamente alla critica. Poco importa che sia competente, corretta o totalmente sballata e scritta da un musicista mancato. Nessuno è obbligato ad andare in scena. Se ci va è il rischio che si corre in ossequio al diritto di critica che è una delle libertà fondamentali della democrazia liberale.
Poi è diritto di ciascuno essere d’accordo o no.

 

IL FUTURO

D.
La mia ultima domanda riguarda il suo futuro di musicista. Dunque i suoi progetti a breve, medio e lungo termine. Ci sono? Quali sono?

R.
Il prossimo progetto è una registrazione in duo con 4-5 pianisti, solo di ballads. Forse in qualche brano aggiungo un bassista.

È previsto per fine anno a New York. I pianisti verranno contattati a breve. Le farò sapere quali saranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia della musica materia d’insegnamento alle superiori – Intervista al chitarrista Nicola Puglielli

‘La musica annulla le distanze’. Questo il titolo dell’iniziativa tenutasi di recente a Cosenza presso l’Auditorium Guarasci del Liceo Classico Telesio.

Si è trattato di un concerto di gemellaggio fra l’Istituto Comprensivo Padula di Acri, diretto dalla dirigente scolastica dott.ssa Simona Sansosti, la cui Orchestra si è esibita con quella romana dell’I.C. “Virgilio”, a sua volta diretto dalla prof.ssa Rosa Isabella Vocaturo, con più di 100 giovani studenti coordinati da Laura Simionato e Danilo Guido. Dunque una bella esperienza di interscambio e di musica d’insieme, nel cui staff ha partecipato il chitarrista romano Nicola Puglielli. È l’occasione per discutere con lui di vari temi a partire dall’insegnamento musicale.

-La didattica musicale è divenuta un ramo preponderante fra le attività del musicista jazz oltre ai concerti e ai dischi… C’è oltretutto al Parlamento la proposta di una legge che prevede l’introduzione della storia della musica alle superiori. Sarebbe un positivo posizionamento per una disciplina musicale. Cosa ne pensi?

“Sono opportunità a dir poco fantastiche. E lo sarebbero ancora di più se ci fosse a monte un progetto di ampio respiro. Un progetto che partisse dalle nostre radici culturali, quelle che ci “perseguitano” sin dalle medie, senza nazionalismi, un lavoro che investisse lirica, canzoni storiche, brani da film, musica latina, specie per la parte chitarristica, che è quella di mia competenza. La chitarra classica resta una strada fra le più formative. I ragazzi, ritengo, vadano musicalizzati tenendo presente che per loro è centrale la timbrica e soprattutto la dinamica, a cui sono interessati perché vicini al suono come elemento-base della musica”.

Dalla formazione alla discografia. Parlaci del tuo album live, registrato al Garbatella Jazz Festival, ‘Play Verdi Live in Rome’, inciso per Terre Sommerse assieme ad Andrea Pace al sax tenore, Piero Simoncini al contrabbasso e Massimo D’Agostino alla batteria.

“Negli ultimi anni ho inciso quattro dischi; il primo era ‘Play Verdi’, il secondo ‘I Trovatori’, con una rivisitazione verdiana alla Django, il terzo, di jazz in senso stretto, ‘In The Middle’ e, quindi, nel 2018, il ‘Play Verdi Live in Rome’. È un lavoro di gruppo, una ricerca nata all’origine su spinta di mio padre, poi realizzata collettivamente grazie ad un rapporto di vera amicizia, e per la comune volontà condivisa nel Play Verdi Quartet di farla, di andare avanti. Siamo partiti dai preludi di Verdi; è lì infatti che abbiamo trovato la nostra chiave elaborativa, in modo rispettoso dell’operista, che resta inarrivabile, si pensi al Preludio dell’Aida. Forse un purista non gradirà la nostra riduzione, ma nel “cigno di Busseto” c’è ” ricchezza che cola”. A differenza di Puccini, più orchestrale, Verdi ha una propulsione ritmica e polifonica molto stimolante”.

È un progetto che ti ha portato in giro per concerti…

“Si, abbiamo fatto vari concerti, con buoni riscontri anche in Germania. Nello specifico in Italia la gente sente familiare il repertorio verdiano, specie le diverse variazioni fra un brano e l’altro, dove ognuno si presenta come un mondo a se stante”.

-In cosa sono sempre differenti le composizioni fra loro?

“Intanto se guardiamo alla espressività ci rendiamo conto che è la nostra cultura che ci ha consentito e ci consente un lirismo “da pelle d’oca”. Ma non è solo questo. Chet Baker ci piace perché con la sua musica e il suo canto raccontava delle storie. Ma se ci si riflette, anche Verdi è molto narrativo, siamo più vicini all’Africa perché lui racconta nelle sue opere le emozioni umane, il dolore, la quotidianità in modo sempre diverso”.

-Verdi stesso un trovatore, un griot melodrammatico?

“In un certo senso. Nella musica di Verdi sussiste una sorta di pre-blues poiché vi si descrive l’atmosfera di prima che arrivasse il jazz, anche attraverso personaggi di strada, un popolo di umili, il gobbo, la mondana, la zingara… È questa la forza oltre che la maestria di Verdi. Nel disco non abbiamo stravolto gli accordi che son rimasti i suoi. Ed è stata per noi una scuola in cui ci siamo sentiti obbligati a suonare, ad improvvisare con pertinenza rispetto al materiale melodico a disposizione”.

Parliamo della nuova generazione di chitarristi jazz italiani. Hai qualche nome? È un jazz in salute?

“Certo. E ci sono giovani preparatissimi, Giacomo Ancillotto, Francesco Diodati, Manlio Maresca, Daniele Cordisco, Gianluca Figliola, Andrea Molinari, Stefano Carbonelli e prima di loro, come età, Marco Acquarelli, Enrico Bracco e vari altri. Fra i giovanissimi Leonardo Bacchiocchi, talento sedicenne, un vero enfant prodige”.

-In una speciale classifica di settore Wes Montgomery è stato definito il più grande chitarrista jazz di tutti i tempi. Sei d’accordo?

“Si. Con Reinhardt. E poi non bisogna dimenticare Joe Pass, il diplomatico della chitarra, Pat Martino, ma anche musicisti di frontiera come Lenny Breau, statunitense naturalizzato canadese, o Ted Greene, due innovatori che si conoscono meno”.

-Ti faccio altri tre nomi di mostri sacri della chitarra non jazz: Jimi Hendrix, Eric Clapton, Mark Knopfler. Estraine uno.

“Hendrix, che riesce a suonare 20 minuti un pezzo di due accordi senza un minimo “decadimento” di tensione nell’esecuzione”.

-Chitarra elettrica o no, per il jazz che proponi oggi?

“Personalmente ho una Fender Jazzmaster, solidbody, che i jazzisti non usano in genere, e poi adopero una classica semiacustica, una Martin American Archtop. Sto lavorando ad un album di sola chitarra. Lo strumento è quello giusto per la mia espressività odierna, per descrivere quello che sono oggi”.

Amedeo Furfaro

 

L’Arcadia Trio in concerto a Milano

Sabato 13 aprile il tour dell’Arcadia Trio del sassofonista Leonardo Radicchi farà tappa a Milano: dopo una splendida serie di concerti con special guest il trombonista (vincitore di 2 Grammy Awards) Robin Eubanks, il trio – completato dal contrabbassista Ferdinando Romano e dal batterista Giovanni Paolo Liguori – torna a calcare i palchi italiani per presentare il nuovo album “Don’t call it Justice” uscito lo scorso febbraio con l’etichetta AlfaMusic (distr. EGEA Music/Believe digital). Il 13 aprile alle 21.30 la formazione sarà in concerto alla Corte dei Miracoli (via Mortara, 4).
Talentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Leonardo Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato “politico” alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.
Così l’Arcadia Trio racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano “Child Song”, ad esempio, racconta di bambini che “devono” essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack “Don’t call it Justice” urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; “Necessary Illusions” è un omaggio alla visione dell’intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia – A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity – Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.
Prodotto da Leonardo Radicchi insieme a Rosso Fiorentino, l’album è stato registrato dal trio, insieme a un piccolo ensemble, lo scorso giugno presso la Sala del Rosso di Firenze e masterizzato alla White Sound Mastering Studio. Ospite del disco è Marco Colonna, impegnato al clarinetto basso.

Leonardo Radicchi, che negli ultimi anni è impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana, ha raccontato le sue storie anche nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
Con questo disco, e quindi attraverso il jazz, vuole raccontare, far riflettere, incitare a un senso di riscossa della mente e del cuore di fronte a una costante di ogni società: l’ingiustizia. Tutto questo attraverso il jazz e la musica, con note portatrici di energia e di un messaggio positivo, che ritroviamo nella track n. 3: our anger is full of joy – la nostra rabbia è piena di gioia.
Secondo Radicchi “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Le esperienze che ha scelto di vivere, e di condividere attraverso questo album, hanno cambiato il suo modo di vedere la vita, rafforzando un sentimento di riscossa e operatività.

Che impatto può avere una musica non di massa sulle grandi dinamiche del nostro tempo? La stessa dei saggi, della poesia, della letteratura, dell’arte in generale. Questo è ciò che muove l’Arcadia Trio.

Le date precedenti del tour 2019: il 7 febbraio al Padova Jazz Club, l’8 febbraio a Perugia, il 9 febbraio a Modena, il 10 febbraio a Pisa Jazz, il 12 febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il 13 febbraio al Teatro Dante Carlo Monni di Campi Bisenzio (Firenze), il 14 febbraio a Mestre, il 15 marzo a Challand-Saint-Victor (Aosta); il 16 marzo a Reggio Emilia.

CONTATTI
Info e prenotazioni: lataiga@latigredicarta.it  347.7768095 – 340.3797037
Facebook > Leonardo Radicchi Music
Ufficio stampa > Fiorenza Gherardi De Candei info@fiorenzagherardi.com  tel. 3281743236
Booking > leonardoradicchi@gmail.com –  arcadiatriobooking@gmail.com tel. 320.4233404

 

I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 2)

“BAM” ovvero un tocco di classica

La BAM international è una casa discografica la cui sede principale si trova in Svizzera (Les Acacias Genève) mentre quella italiana è situata a Cernusco sul Naviglio (Milano). Il suo catalogo è basato, principalmente, sulla musica classica ma ne parliamo in questa sede perché ha da poco pubblicato un album che non esitiamo a definire di assoluta eccellenza: Giuliana Soscia – Indo Jazz Project. Non capita spesso che un album, atteso da un po’ di tempo, risponda appieno alle tue aspettative. Ebbene questo CD ci riesce appieno restituendoci una musica che avevamo già avuto modo di apprezzare dal vivo durante il concerto svolto all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 19 marzo dello scorso anno, ricevendone un‘ottima impressione. In effetti la compositrice/arrangiatrice, pianista e direttore d’orchestra (già anche apprezzata fisarmonicista) Giuliana Soscia ha avuto un’idea tanto originale quanto rischiosa: mettere in scena una musica in cui fossero presenti elementi tratti dalla tradizione indiana classica e dal jazz, eseguiti da un gruppo di musicisti provenienti da questi due mondi musicali. Di qui innanzitutto la capacità di comporre pezzi coerenti con il su citato intento: ecco quindi le sette tracce contenute nel CD che illustrano meglio di mille parole ciò che la Soscia voleva raggiungere. Ma, scritte le composizioni, occorreva trovare gli elementi adatti ad eseguirle: anche questa volta la Soscia si è dimostrata leader all’altezza della situazione chiamando accanto a sé tutti elementi di primissimo piano, da Mario Marzi (sassofono soprano, contralto e baritono) a Rohan Dasgupta (sitar), da Paolo Innarella (flauto, bansuri, sassofono soprano e tenore) a Sanjay Kansa Banik (tabla), a Marco de Tilla (contrabbasso). Quindi un organico inusuale a declinare un’idea inusuale con un sound inusuale ma affascinante dalla prima all’ultima nota. Così il sound degli strumenti tipici del jazz e più in generale della musica occidentale si fondono con alcuni strumenti tipici dell’India in un alternarsi tra scrittura e improvvisazione che nulla toglie all’omogeneità del tutto. E al riguardo bisogna dare atto alla Soscia di aver saputo “scrivere” in maniera tale che i vari assolo si integrassero perfettamente nel contesto generale, ivi compresi i suoi assolo al pianoforte (la si ascolti in “Arabesque”) sempre centrati, senza alcuna forzatura, senza la pur minima voglia di stupire l’ascoltatore con espedienti in una situazione del genere assai facili da trovare.

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“Barnum”: nuova etichetta di classe

Conosciamo Max De Aloe oramai da molti anni e da altrettanti anni lo consideriamo uno dei musicisti più raffinati che calchino i palcoscenici del jazz internazionale. Il suono della sua armonica ci affascina trascinandoci spesso in territori ‘altri’, lontani dal presente. Era quindi logico che nel varare una sua etichetta tenesse ben fermi i cardini del suo essere artista, vale a dire una straordinaria eleganza, una profonda ricerca sulla linea melodica, una comunicazione emozionale…e non solo. Caratteristiche che si ritrovano appieno nei primi titoli del catalogo in cui, sostiene lo stesso De Aloe “i musicisti hanno messo testa, anima, cuore e sudore e dove il pubblico affezionato può godere di un’esperienza ancora magica grazie all’utilizzo di studi di registrazione di assoluta qualità scelti per queste produzioni”.Ma vediamoli più da vicino alcune di queste nuove realizzazioni targate “Barnum”.

Sonnambuli” vede all’opera un trio costituito da Max De Aloe all’armonica, fisarmonica e live electronics, Ermanno Librasi al clarinetto basso e live electronics e Nicola Stranieri alla batteria. L’album è affascinante grazie soprattutto al sound particolare che armonica, fisarmonica e clarinetto basso riescono a produrre con l’incessante sostegno della batteria ed un uso quanto mai misurato ed intelligente degli effetti elettronici. Il tutto declinato attraverso un repertorio di nove brani tutti firmati da Max De Aloe. L’atmosfera dell’album si delinea immediatamente, sin dalle primissime note: un gioco di rimandi, di silenzi, di pause, senza che mai si avverta un attimo di stanca o peggio ancora un surplus di note. I tre si muovono quasi in punta di strumento, con essenzialità a disegnare linee melodiche intriganti e suggestive, con un risultato – sottolinea Paolo Fresu nelle note che accompagnano il CD – “strabiliante nonché nuovo e inatteso”.

Parole che possiamo benissimo adoperare anche per “Sospiri sospesi” in cui ancora Max De Aloe, questa volta solo all’armonica, suona con Gianno Coscia alla fisarmonica e Daniele Di Bonaventura al bandoneon, cui in tre brani si aggiunge la pertinente voce di Manuela Loddo. Un trio, quindi, assolutamente atipico, costituito solo da strumenti ad ancia libera, che si misura su un repertorio di undici brani: due a testa dei tre artisti, tre pagine argentine (“Garganta con Arena” di Cacho Castaña, “Nostalgias santiagueñas” degli Hermanos Abalos e “Sus ojos se cerranon “di Carlos Gardel e Alfredo La Pera”), una cubana (“La maza” di Silvio Rodríguez), e un brano assai conosciuto del folk abruzzese “Vola vola vola”. Alle prese con un programma così vasto e variegato, i tre evidenziano un’intesa perfetta dosando con perizia le dinamiche e soprattutto basando l’esecuzione su un gioco di incastri e di rimandi che escludono qualsivoglia pesante omogeneità di sound. Inutile soffermarsi sulla bravura dei singoli ché si tratta di strumentisti considerati dei veri e propri “maestri” dei rispettivi strumenti anche se non possiamo non sottolineare il ruolo preponderante del bandoneon di Di Bonaventura nei brani di origine argentina.

In “Anima Mundi” è di scena il Trio Atlantis ovvero Roberto Olzer pianoforte, Deobrat Mishra sitar, Prashant Mishra tabla. E già dalla struttura dell’organico si ha una chiara percezione della musica che si ascolta. Un tentativo – ottimamente riuscito – di coniugare stilemi jazzistici con elementi della cultura musicale indiana. Il sound che si ascolta è davvero unico, originale, a conferma che la musica, quando è buona, non conosce confini. Così la profondità della musica indiana si sposa magnificamente con la ricchezza armonica della musica occidentale ivi compreso il jazz. Così pagina scritta e improvvisazione si susseguono senza soluzione di continuità in un unicum che mette in rilievo la grande bravura dei tre artisti: Roberto Olzer, musicista diplomato sia in organo sia in pianoforte nonché laureato in filosofia alla Cattolica di Milano nel 1997; Deobrat Mishra è sitarista di fama mondiale, nato a Varanasi ed esponente di punta della “Benares Gharana school of Indian classical music”; Prashant Mishra è uno dei migliori giovani specialisti di tabla provenienti anch’egli dalla su citata scuola di Benares. Ora non sempre accade che l’incontro di tre grandi personalità produca un buon risultato; questa volta il risultato non buono…è semplicemente ottimo. Se non ne siete convinti ascoltate con attenzione uno qualunque dei brani proposti e scoprirete qualcosa di veramente nuovo, originale, in grado di catturare la vostra attenzione. Che poi vi piaccia o meno, questo è tutt’altro discorso!

I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 1)

Il mondo del jazz, oramai da anni, vive un paradosso difficile da risolvere: se da un lato i dischi si vendono sempre meno (non a caso trovare un negozio ben fornito è una sorta di mission impossible), dall’altro il mercato è costantemente rifornito di CD molti di buona qualità, ma altrettanti francamente inutili. Il fatto è, come ammettono gli stessi artisti, che il CD è divenuto una sorta di biglietto da visita e un modo di documentare la propria attività in un dato momento storico.
Partendo da queste considerazioni, abbiamo deciso, con l’ausilio di Amedeo Furfaro, di proporvi questa puntata della rubrica “I nostri CD” prendendo le mosse non dai singoli album ma dalle case discografiche più attive nei settori di nostro interesse.

“abeat” sempre all’avanguardia

E partiamo quindi, in rigorosissimo ordine alfabetico, dalla italianissima “abeat” .
Fondata nel 2001 da Mario Caccia a Solbiate Olona (VA), ABEAT RECORDS ha da sempre prodotto dischi che interpretassero le nuove tendenze della musica jazz. Da allora sono numerosi gli artisti del panorama nazionale ed internazionale che hanno realizzato i loro dischi con questa etichetta. Tratte dalle ultimissime produzioni della “abeat records”, vi presentiamo quattro album firmati rispettivamente da Luigi Di Nunzio (“The Game”), Andrea Domenici Trio (“Playing who i am”), Guido Manusardi (“Swingin”) e Michele Perruggini (“In volo”).

Luigi Di Nunzio è un giovane sassofonista napoletano che può vantare una solida preparazione di base avendo conseguito nel 2010 il diploma di sassofono classico con il massimo dei voti con il maestro Andrea Pace. Successivamente inizia una carriera che lo porta ad esibirsi accanto a musicisti di vaglia quali Antonio Faraò, Massimo Nunzi, Francesco Cafiso, David Liebman, Michael Bublé. Il 10 ottobre 2014 esce il suo album d’ esordio dal titolo “Inexistent” sempre per abeat. Nel settembre del 2018 registra “The Game” unitamente a Marco Fiorenzano, synth e piano rhodes, Umberto Lepore, basso e bass synth, e Marco Castaldo, alla batteria, con l’aggiunta di ospiti in alcuni brani L’album è di sicuro interesse dando all’ascoltatore la possibilità di scoprire non solo le capacità esecutive di Di Nunzio ma anche le sue qualità compositive dal momento che tutte le dieci tracce sono sue composizioni. La caratteristica principale del CD va ricercata nel fatto che il sassofonista ha voluto mettere assieme una serie di esperienze e collaborazioni, vissute negli ultimi quattro anni, in generi musicali a lui sconosciuti come l’hip hop, rap, musica elettronica. Di qui un sound abbastanza originale in cui stilemi propri del jazz canonico si fondono con suggestioni provenienti dall’elettronica. Certo, per chi ama il jazz alla Coltrane o alla Gillespie l’album farà storcere il naso, ma, viceversa, per chi ascolta la musica con mente aperta e rivolta al futuro sicuramente troverà nell’album in oggetto parecchi motivi di interesse.

“Playing Who I Am” è il disco d’esordio come leader del pianista Andrea Domenici, classe 1992. Già allievo, tra gli altri, di Mario Rusca, Dado Moroni, Kenny Barron si è diplomato presso The New School for Jazz and Contemporary Music e dal 2012 si è trasferito negli States. Da allora ha cominciato a collaborare con alcuni veri e propri giganti del jazz quali Wynton Marsalis, Gary Bartz, Billy Harper e Dave Douglas. A supportarlo in questo CD Billy Drummond al basso e Peter Washington alla batteria. In repertorio nove brani che spaziano dal jazz canonico (Thelonious Monk) a standard quali “It’ Easy To Remember” di Rodgers cui si aggiungono tre original del leader, a dimostrazione di come Andrea da un lato abbia saputo interiorizzare il linguaggio dei grandi del jazz, dall’altro sia riuscito a sintetizzare le diverse influenze in uno stile del tutto personale. L’album, almeno per chi scrive, rappresenta, quindi, una bella sorpresa. Il linguaggio di Domenici è fluido, sempre pertinente, con una armonizzazione mai banale e un tasso di improvvisazione elevato. L’interazione con i compagni d’avventura è assoluta ad evidenziare un’intesa che va ben oltre il fatto squisitamente musicale. Insomma un artista di cui sentiremo parlare molto e bene.

Swingin” è il titolo del CD inciso dal trio del pianista Guido Manusardi con Roberto Piccolo al contrabbasso e Gianni Cazzola alla batteria nell’ottobre del 2017. Mai titolo fu più azzeccato nel senso che uno swing straordinario, trascinante, profondamente sentito da tutti e tre i musicisti pervade l’album dalla prima all’ultima nota. In repertorio undici brani tra cui un solo original del pianista. Da quanto sin qui detto è facile dedurre che il trio si muove in estrema scioltezza, guidati da quel grande artista che è Guido Manusardi. In effetti Manusardi è sulla cresta dell’onda da tanti anni e mai ha deluso i suoi numerosi ammiratori grazie ad una tecnica sopraffina, ad una squisita sensibilità che gli consente di coniugare rispetto per la tradizione e modernità espressiva, ad un senso della misura che mai lo porta ad esagerare in virtuosismi che pure sarebbero alla sua portata. E questo album è l’ennesima riprova di tutto ciò: si ascolti con attenzione con quanta delicatezza l’ottantaduenne pianista disegna il celeberrimo “Love For Sale” o la carica di swing (per restare in tema) che caratterizza “I’ll Remember April”. Come si diceva in precedenza, è tutto il trio che funziona bene…ciò per sottolineare come i partners scelti da Manusardi, vale a dire il giovane Piccolo e il meno giovane Cazzola (classe 1938), siano stati perfettamente all’altezza della situazione contribuendo in maniera determinante alla bella riuscita dell’impresa. Non a caso l’unico original di Manusardi presente nell’album, “Mister G”, è dedicato proprio al batterista.

Il compositore e arrangiatore Michele Perruggini è il protagonista del quarto album significativamente intitolato “In volo”. Avevamo già avuto modo di apprezzare il talento di questo musicista nel precedente album “Attraverso la nebbia” – sempre per abeat – in cui Michele si presentava anche nella veste di batterista. In questo nuovo CD l’artista abbandona il ruolo di strumentista e si sottopone al giudizio degli ascoltatori come compositore e arrangiatore (coadiuvato da Leo Gadaleta che ha curato gli arrangiamenti degli archi). E il giudizio non può che essere positivo data la bellezza della linea melodica che viene sviluppata in ogni singolo brano. La musica ha un andamento quasi filmico, come se volesse accompagnare alcuni attimi – chissà forse i più significativi – della nostra esistenza, vissuta celebrandone, suggerisce lo stesso Perruggini, “ogni istante, assaporando profondamente con lentezza”. Di qui una musica introspettiva, spesso malinconica, ben resa da tutti i musicisti, a partire da Mirko Signorile sempre presente con il suo pianoforte per finire con la sezione archi composta da Leo Gadaleta e Serena Soccoia ai violini, Teresa Laera alla viola e Luciano Tarantino al violoncello. Il ritmo è sostenuto dall’ottimo contrabbassista Giorgio Vendola e il tutto funziona così bene che mai si avverte la mancanza della batteria.

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Con “ACT” uno sguardo sul Nord-Europa.

L’etichetta tedesca, fondata nel 1992 da Siggi Loch, già per venti anni ai vertici della Warner International, nell’arco di pochi decenni è riuscita ad ottenere una posizione di assoluto prestigio nel panorama musicale internazionale. Ciò perché nel suo catalogo figurano alcuni degli artisti – specie del Nord Europa – più significativi quali, tanto per fare qualche nome, Joachim Kühn, Nils Landgren, Michael Wollny, Jon Christensen…e grosse formazioni come l’Hannover NDR Radio Philharmonic Orchestra. Per non parlare della scoperta e del lancio di uno degli artisti che hanno profondamente segnato gli ultimi anni del pianismo jazz, quell’Esbjörn Svensson scomparso nel 2008 a 44 anni in un incidente mentre effettuava pesca subacquea. Non mancano, ovviamente, artisti fuori dagli immaginari confini del Nord Europa come Rudresh Mahanthappa, Youn Sun Nah e il ‘nostro’ Paolo Fresu. E proprio il trombettista di Berchidda è il protagonista di una vera e propria perla: Danielsson-Fresu, “Summerwind”. Il contrabbassista svedese e il trombettista sardo evidenziano un’intesa straordinaria, come se avessero da sempre suonato assieme mentre questo è in realtà il loro primo progetto in duo. E l’intesa si instaura immediatamente al punto tale che –come sottolineato nelle note di copertina – il brano “Dardusò” viene creato spontaneamente in studio durante le registrazioni. La loro è una musica raffinata, elegante, che si sviluppa quasi per sottrazione, nel senso che il linguaggio è essenziale, scarno, senza che mai si avverta una nota fuori posto, un qualcosa che avrebbe potuto essere eliminato. I due disegnano linee melodiche dalla struggente bellezza e poco importa l’assenza di una carica ritmica qualche avrebbe potuto essere assicurata da una batteria. Insomma poesia allo stato puro che traspare da ogni brano, interpretato con sincera partecipazione e assoluta onestà intellettuale. I due non si schermano dietro la loro arte, ma lasciano fluire il suono così come ‘ispirato’ dalle sensazioni del momento, dalle emozioni che avvertono nell’eseguire un repertorio caratterizzato da brani originali scritti dai due (singolarmente o a quattro mani) cui si aggiunge il celeberrimo “Autumn Leaves” porto con originalità, un brano della tradizione svedese e una composizione di Bach arrangiata dal contrabbassista.

Tra le altre recenti produzioni vi ricordiamo altri due album che ci sembrano particolarmente interessanti.

Il pianista Joachim Kühn è una delle punte di diamante del catalogo ACT. In questo “Love & Peace” appare in trio con Chris Jennings al basso e Eric Schafer alla batteria, impegnato su un repertorio di undici brani con ben sei pezzi scritti dallo stesso pianista, uno per parte dal batterista e dal bassista, cui si affiancano “Night Plans” di Ornette Coleman, un pezzo dei Doors e una composizione di Mussorgsky a ricordarci la sua formazione classica. La formazione è la stessa del precedente “Beauty & Truth” del 2016 e l’album in oggetto non aggiunge alcunché a quanto già non si conosca sulla statura artistica del pianista tedesco: un musicista completo, che fonda la sua arte su una solida preparazione di base e che ha percorso una luminosa e lunga carriera avendo costituito il suo primo trio già nel 1964. Ciò non toglie, comunque, che nel corso degli anni il settantacinquenne pianista di Lipsia abbia cambiato pelle nel senso che ad un pianismo strabordante, spesso virtuosistico ha sostituito un linguaggio più asciutto, un fraseggio meno funambolico e più attento all’espressività. Ne abbiamo molti esempi in alcuni brani di questo album come nel già citato pezzo di Coleman a conferma della grande stima che lega i due artisti. Coleman e Kuhn si incontrarono per la prima volta a Parigi nei primi anni 90, e fu l’inizio di una straordinaria relazione artistica; dopo il loro primo concerto in duo a Verona, Kuhn divenne l’unico pianista con il quale il sassofonista si esibiva regolarmente in duo. Altre esecuzioni di grande interesse la rilettura di “The Crystal Ship” dei Doors e la “lussureggiante” versione di “Le Vieux Chateau” da “Pictures From An Exhibition” di Modest Mussorgsky. Come Al solito eccellente il lavoro della sezione ritmica.

Unbreakable” della Nils Landgren Funk Unit vede la storica formazione del trombonista e vocalist Nils Landgren ‘rinforzata’ dall’innesto di solisti di livello quali il leggendario chitarrista di Detroit Ray Parker Jr., conosciuto ai più per il suo indimenticabile brano per il film Ghostbusters del 1984, e i trombettisti Randy Brecker e Tim Hagans. L’album, presentato in anteprima all’”XJazz Festival” del 2017, si colloca nel solco delle precedenti registrazioni effettuate dal gruppo, quindi un massiccio groove, una travolgente miscela di jazz e funk, nel segno di un esplosivo mix sonoro con una fortissima e trascinante carica ritmica. Il tutto declinato attraverso dieci brani tra cui “Stars In Your Eyes” di Herbie Hancock e “Rockin´After Midnight” di Marvin Gaye impreziosito dall’assolo di Randy Brecker. Il gruppo si muove con una intesa perfetta, cementata attraverso la lunga militanza, e more solito la mano del leader dal trombone rosso si fa sentire sia nella conduzione dell’ensemble, sia nella ripartizione tra pagina scritta e improvvisazione e quindi nel lasciare ai vari solisti un adeguato spazio per i relativi assolo. Un’ultima considerazione: ad evidenziare l’importanza dell’etichetta nella carriera di Nils Landgren, anche in questo album l’artista rivolge uno speciale ringraziamento a Siggi Loch e a tutto lo staff ACT per credere e supportare la sua musica.

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“Alfa Music” da oltre vent’anni sulla scena

Alfa Music ha ormai alle spalle ventiquattro anni di attività. L’ etichetta nasce nel 1990 per volontà di Fabrizio Salvatore e di Alessandro Guardia, soci fondatori. Inizialmente era solo uno studio di registrazione focalizzato verso il circuito romano. Successivamente, verso la metà degli anni ’90, la situazione si evolve e Alfa Music diventa vera e propria etichetta discografica che ad oggi vanta un catalogo particolarmente ricco ed importante. In quest’ambito si inseriscono le nuove produzioni che qui di seguito segnaliamo.

Le Valentine (al secolo Valentina Cesarini accordeon, bandoneon e Valentina Rossi voce) hanno registrato il cd “Recuerdo” dedicato al tango. Quanti seguono questa rubrica conosceranno la nostra passione per il tango, un genere che presenta una caratteristica peculiare: la capacità di raccontare delle storie, spesso amare, ma storie assai vicine alla realtà. A tutto ciò la rivoluzione di Astor Piazzolla ha aggiunto una carica di intenso pathos assai difficile da riprodurre. Di qui, a nostro avviso, una conseguenza logica: nell’esecuzione del tango la bravura nell’interpretazione, nel trasmettere un’emozione fa premio – e di gran lunga – sulla mera abilità, strumentale o vocale che sia. Ecco, partendo da questi parametri, il CD in oggetto non ci ha convinti appieno, ed è un peccato in quanto di elementi positivi ce ne sono. Innanzitutto la scelta del repertorio: undici tracce tra brani originali e riletture di grandi classici tra cui “Por una cabeza” di Carlo Gardel e il celeberrimo “Jealousy”, scritto da Jagob Gade nel 1925, fino ad arrivare ad Astor Piazzolla di cui vengono presentati “Yo soy Maria” con i testi di Horacio Arturo Ferrer, “Oblivion” con parole di Alba Fossati e “Che tango che music” con testi di Angela Denia Tarenzi. E poi la struttura dell’organico incentrata sul duo delle Valentine (Valentina Cesarini accordeon, bandoneon e Valentina Rossi voce) cui si affiancano Pierluca Cesarini, chitarra e Alessandro Aureli, flauto, cajon, percussioni. Ferma restando la bravura tecnica dei musicisti manca però qualcosa, manca quella capacità di trasmettere emozioni, pathos cui prima si faceva riferimento. E’ come se le due protagoniste si fossero preoccupate più di evidenziare le rispettive indubbie capacità che scavare nei brani proposti per carpirne l’intima essenza e restituircela irrorata dalla propria personalissima lettura.

E’ con vero piacere che vi presentiamo questo album inciso a quattro mani da Stefania Tallini e Cettina Donato e quindi giustamente intitolato “Piano 4Hands”. Spesso quando ci troviamo a recensire album di musicisti che conosciamo molto bene e con i quali c’è anche un rapporto di amicizia proviamo un certo imbarazzo e ci poniamo il problema se motivazioni di altro genere possano far premio su un giudizio equilibrato e il più possibile obiettivo. Bene, nel caso in oggetto non abbiamo alcuna difficoltà a dirvi che si tratta di un disco superlativo inciso da due artiste di grandi qualità dal punto di vista tecnico, esecutivo e compositivo. In programma undici pezzi di cui quattro di Cettina, sei di Stefania e uno di ambedue. I motivi che ci inducono a definire questo album “superlativo” sono molteplici. Innanzitutto il coraggio nell’incidere un CD composto da undici originali tutti suonati a quattro mani sulla stessa tastiera, organico tanto insolito quanto scivoloso (anche se ad onor del vero in un brano si ascolta il sempre straordinario clarinetto di Gabriele Mirabassi e in un altro la suadente voce di Ninni Bruschetta). Poi la straordinaria intesa che si è sviluppata tra queste due pianiste, compositrici, arrangiatrici, intesa cementata da un anno di studio, di concerti all’insegna di quell’idem sentire che costituisce una delle principali caratteristiche dell’album. Infine la grande “sapienza” musicale evidenziata dalle due. In questo album, senza che ne venga minimamente intaccata l’omogeneità, c’è davvero di tutto: un certo swing alla Bach (ci si perdoni l’accostamento), un richiamo pertinente al tango (“Minor Tango” e “Duotango”), la giocondità di fare musica (“Danza dei suoni” e “Ditty Duo”), la classe di Mirabassi che si appalesa cristallina e malinconica in “A Veva” di Stefania Tallini, l’irrequieto swing di “Tempus Fugit”, la delicatezza di “Amuri Miu” dolcemente cesellato in siciliano dall’attore Ninni Bruschetta che già da qualche tempo ha instaurato una felice collaborazione artistica con Cettina Donato, c’è la dolce chiusura di “Bluesy Prayer” che ci riconduce al jazz propriamente inteso…ma c’è soprattutto la piena consapevolezza di due artiste cha hanno voluto incontrarsi e fondere la loro arte in un unicum che, ne siamo sicuri, non mancherà di stupirvi.

Ancora diversa l’atmosfera che si respira con il Trio Filante di “Granchio senza scampo”. Non c’è dubbio, infatti, che questo trio sia ‘filante’ di nome e di fatto. ‘Filante’ nel senso che la musica scorre fluida, gradevole, dal primo all’ultimo istante, declinata sull’onda di una consolidata intesa (i tre suonano assieme da una decina d’anni), di melodie ben costruite (grazie alla penna di Francesco Mazzeo, chitarrista nonché autore di tutti i pezzi eccezion fatta per due standard “All The Things You Are” di Jerome Kern e “Someday my prince will come” di Frank Churchill proposta in una versione piuttosto originale) e di una forte pulsione ritmica tanto più stupefacente ove si tenga conto che nel trio mancano batteria e contrabbasso. In effetti Mazzeo è coadiuvato da altri due grandi musicisti che rispondono al nome di Davide Grottelli ai sax e Alessandro Gwis anch’egli compositore ma soprattutto pianista del famoso gruppo “Aires Tango”. Così i tre si ritrovano con estrema facilità lanciandosi in improvvisazioni che non è facile distinguere dalla pagina scritta. E ciò sia che il gruppo affronti brani sostenuti sia che ci si muova su atmosfere più intime, rarefatte. Si ascolti il brano d’apertura “Alici fritte dorate”, un tango finemente cesellato da Francesco Mazzeo e “Tutti i bambini dormono”, dall’andamento ondeggiante, in cui Gwis dà l’ennesima dimostrazione della sua versatilità con Grottelli e Mazzeo anch’essi impegnati in un centrato assolo. Il tutto comunque condito da una sottile ironia che si manifesta nei titoli sia dell’intero album sia dei vari brani, da “Alici fritte dorate” a “Telline affogate”, da “L’ora del vino” a “Gricia” fino al conclusivo “Tisana Live”.

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“Artesuono” valorizza i musicisti friulani

Negli ultimi decenni è successo di rado che una etichetta si identificasse, totalmente, con il suo creatore. E’ stato il caso della ECM (di cui parleremo nella prossima puntata) mentre in Italia l’unico caso è accaduto solo con “Artesuono”. Pronunciare questa parola significa, infatti, richiamare immediatamente la figura di Stefano Amerio, prestigioso artefice di suoni che venti anni fa lanciava l’ ”Artesuono Recording Studio” cui oggi si rivolgono i principali artisti e le più importanti etichette italiane e non solo dato che da alcuni anni è uno degli studi di riferimento della prestigiosa etichetta tedesca ECM. Da questa realtà è poi nata la casa discografica in oggetto. Oltre 170 album di artisti nati e cresciuti in Friuli, pubblicati per diffondere la grande tradizione musicale e artistica di questa Regione ed esportarla al di fuori dei confini regionali e nazionali. Tra le ultimissime produzioni ne abbiamo scelte tre che qui di seguito vi presentiamo.

Mauro Costantini Bus Horn Band – Volume 1” evidenzia come taluni strumenti siano strettamente legati ad un mood; così parlando dell’organo Hammond il pensiero corre immediatamente ad artisti come Keith Emerson, Booker T. Jones, Brian Auger, Tony Banks (Genesis), Billy Preston, Steve Winwood, Joey DeFrancesco, John Medeski e soprattutto James Oscar “Jimmy” Smith, musicisti assai diversi tra di loro ma tutti accomunati dalla fortissima carica ritmica, dal travolgente swing. Ovviamente anche questo album, non sfugge alla regola: Costantini è organista di eccellente livello, padrone dello strumento e perfettamente in grado di piegarlo alle sue esigenze espressive. Esigenze che si manifestano nel rileggere un repertorio del tutto originale, frutto del leader, in cui tuttavia si avvertono echi più disparati: dall’hard-bop, al soul, dal gospel al latin, dal funky allo swing…al pop il tutto porto con apparente semplicità senza alcuna pretesa né di sperimentazione né tanto meno di voler stupire alcuno. Ecco, probabilmente l’apparente semplicità è la miglior chiave di lettura per apprezzare questo album in cui tutti i musicisti sono perfettamente convinti della strada scelta riuscendo così ad assecondare il leader nelle sue scelte. Si ascolti, al riguardo, con quanta partecipazione venga eseguita la conclusiva delicata “After We’ve Gone” dedicata, come illustra lo stesso Mauro Costantini a “Rosanna e Oscar, genitori di un bambino autistico e alle loro dolorose riflessioni sul futuro”. E in chiusura pensiamo valga la pena citare i musicisti che suonano con Costantini: Luca Calabrese alla tromba,
Piero Cozzi sax alto e baritono, Miodrag Ragovic batteria e Federico Luciani percussioni.

Polyphonies” è l’album d’esordio del pianista e compositore friulano Emanuele Filippi alla testa di un nonetto in cui spiccano i nomi di Mirko Cisilino alla tromba e Filippo Orefice al sax tenore. Anche Filippi può vantare una solida preparazione di base avendo iniziato lo studio del pianoforte all’età di otto anni, e ottenuto i diplomi in pianoforte classico e jazz con il massimo dei voti al conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine. Successivamente si è trasferito a New York, dove attualmente vive e studia. Negli anni ha avuto modo di studiare e perfezionarsi con alcuni grandi del panorama internazionale tra cui: Glauco Venier, Michele Corcella, Fred Hersch, Kevin Hays, Bruce Barth. In questo suo primo album, Filippi evidenzia la sua discendenza dal mondo classico dal momento che, come evidenzia lo stesso titolo, le nove composizioni, di cui otto originali (composte in massima parte prima del trasferimento negli States), si rifanno alla musica corale polifonica, in particolare quella di Johann Sebastian Bach. Di qui una musica non facilissima ma ben costruita, ben arrangiata anche se alcuni passaggi avrebbero forse meritato un ulteriore approfondimento. Ma si tratta di peccati veniali tenendo conto che, come si diceva in apertura, si tratta dell’album d’esordio di Emanuele Filippi. Album che, non a caso, è uscito per l’etichetta “Artesuono Sketches”, la nuova linea di Stefano Amerio dedicata proprio alla giovane generazione di talenti locali e non.

In “Meraki” il contrabbassista trevigiano Marco Trabucco si presenta in quartetto con Federico Casagrande alla chitarra, Giulio Scaramella al pianoforte e Luca Colussi alla batteria. Ciò che caratterizza l’album è un’eleganza di fondo declinata attraverso sei composizioni originali del leader cui si affianca un brano della tradizione spagnola. Sin dalle primissime battute si avverte una profonda intesa tra i componenti il quartetto: in particolare se è Trabucco a dettare il clima generale con i suoi interventi sempre ottimamente calibrati (si ascolti il modo in cui introduce l’intero album) sono poi i suoi compagni d’avventura a completare l’opera. Ecco quindi la chitarra di Casagrande salire in cattedra e dialogare magnificamente con il contrabbasso di Trabucco; ecco Scaramella sciorinare un pianismo affascinante nella sua essenzialità (lo si ascolti tra l’altro in “Open Space”) mentre Luca Colussi è batterista completo sotto ogni punto di vista, colonna portante di molte delle sezioni ritmiche che si possono ascoltare nel nostro Paese. Così nella musica del gruppo – come sottolinea nelle note che accompagnano il CD, Enzo Pietropaoli – melodia, armonia e ritmo fluiscono liberamente, grazie al fatto che i quattro artisti posseggono allo stesso tempo esperienza e buon gusto che mettono al servizio della narrazione musicale

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“Auand”, il coraggio del Sud

La Auand Records è un’etichetta discografica di Bisceglie, in Puglia, fondata nel 2001 da Marco Valente. Il significato del nome vuol dire “agguanta” e “attento”; il logo, che è di colore verde e nero, rappresenta una mano con un buco nero in mezzo. Fin dagli inizi l’etichetta si è caratterizzata per la volontà di non seguire strade precostituite e di scovare nuovi talenti. E il risultato è stato ampiamente raggiunto: basti, al riguardo, ricordare il nome di Gianluca Petrella. Della Auand vi proponiamo tre produzioni.

Giovanni Guidi è oramai, a ben ragione, considerato uno degli artisti più rappresentativi del jazz made in Italy e questo “Drive” lo conferma appieno. Guidi suona in trio con Joe Rehmer al basso e Federico Scettri alla batteria, due musicisti di assoluto rilievo: Rehmer si è fatto le ossa suonando con musicisti come Gianluca Petrella, Fabrizio Sferra e Dan Kinzelman, mentre Federico Scettri può vantare collaborazioni con, tra gli altri, Paolo Fresu, William Parker e Francesco Bearzatti. Insomma tre personalità molto spiccate che si sono riunite dando vita ad un album la cui cifra stilistica è costituita da un’improvvisazione che si evidenzia nel modo in cui i tre interagiscono. Basta un soffio, una nota, un accordo lanciati lì e da quel punto si riparte per una nuova avventura, una nuova esplorazione verso terreni prima sconosciuti. Ma c’è un altro elemento che connota fortemente l’album: la voglia di Guidi di abbandonare quelle concezioni estetiche che si riscontrano, ad esempio, nei suoi lavori targati ECM, per cercare un suono più aspro, magmatico, meno ovattato. Di qui la scelta di abbandonare il pianoforte acustico a favore del piano elettrico e tastiere e di ricorrere ad un particolare montaggio dei suoni in fase di postproduzione. Risultato: come si accennava eccellente Anche perché Guidi e compagni, pur evidenziando una profonda conoscenza di quel jazz elettrico degli anni’70 che li ha sicuramente influenzati, sono riusciti ad andare avanti per una strada che è tutta loro, affatto personale.

Right Away” è un album in trio con il reggino Giampiero Locatelli al pianoforte (anch’egli al disco d’esordio), Gabriele Evangelista al contrabbasso ed Enrico Morello alla batteria. In programma otto originali del leader (classe 1976) che evidenzia una buona maturità sia esecutiva sia compositiva. In effetti l’album si fa ascoltare per più di un motivo; innanzitutto la valenza delle composizioni, tutte piuttosto ben strutturate con un giusto equilibrio tra scrittura e improvvisazione e un’armonizzazione complessa a sottolineare la buona preparazione di Locatelli, musicista di estrazione prevalentemente classica, con significative esperienze anche in campo concertistico. In secondo luogo il trio evidenzia un sound del tutto particolare, assai moderno, declinato attraverso un mutare di atmosfere per cui si passa dal clima energetico, materico di forte tensione (si ascolti “Fizzle, Deed Slow, Whistle” e “Right Away”) a pezzi più meditativi come “Path” (splendido nell’occasione il fraseggio di Locatelli), a brani decisamente inquietanti ma coinvolgenti (“Toward Backward” impreziosito da un assolo di Evangelista) fino alla struggente delicatezza di “From The Last Frame”, probabilmente il brano meglio riuscito dell’intero album. Da sottolineare ancora il gran lavoro svolto da Evangelista e Morello che sono risultati determinanti per la riuscita dell’album che in ultima analisi soddisferà non solo gli passionati di jazz.

Frank Martino, Level2 Chaotic Swing”. Il chitarrista Frank Martino si presenta con il suo Disorgan Trio, pianista Claudio Vignali, batterista Niccolò Romanin. Un cognome, il suo, che ricalca quello del grande Pat Martino, ma lo si ricorda solo per un calembour: Pat è jazzista cool, Frank è cool nel senso che è di tendenza, con la sua innovante musica “disorganica”. Sentendolo eseguire “Magnificient Stumble2” di Venetian Snares si potrebbe semmai pensare a certi esperimenti avanzati di Robert Fripp e della sua Lega di chitarristi…Sará/è l’uso di una otto corde, con contorno di live electronics, strumento che consente di ottenere armonizzazioni più ampie, accordi più pieni, arpeggi più estesi, melodie più espanse, echi più ridondanti, ed il brano T”he Glass Half” ne è forse l’esempio più palese! Altra cosa da rimarcare è quella di una formazione abbastanza “classica” ma che esprime suoni neo/postmoderni quasi a voler immettere un proprio DisOrdine nel caos across the universe. Sono sette su nove (l’altro brano non originale è Waltz For Debbie di Evans) composizioni a firma Vignali-Martino a dare saggio di cosa si intenda per Chaotic Swing: un approccio ad elevato tasso elettronico, per come già traspariva nel precedente cd ‘Revert’, che punta ad un sound “trattato”, proiettato verso possibili traiettorie di un jazz futuribile, per uno swing avvolto dal flusso di rumori e sonorità di una società mutante. Dove la musica non può che esserne parziale rappresentazione. (recensione di Amedeo Furfarto)