Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Enrica Bacchia, vocalist, vocal coach, insegnante, performer, ricercatrice

Intervista raccolta da Marina Tuni

Enrica Bacchia

-Come sta vivendo queste giornate
“La sensazione di impotenza e lo sgomento delle prime settimane hanno lasciato gradualmente il posto ad un profondo senso di calma e benedizione. Ogni azione e ogni gesto diventano gesti e azioni più consapevoli con un valore che mai avrei attribuito loro, nel vortice della fretta di vivere oltre le righe, spremuta dal tempo fino all’inverosimile, del “vecchio” stile di vita. I vicini di casa si sono trasformati in nuovi volti con una diversa valenza, i contatti lontani appaiono – dopo una vita che non ci vediamo – richiamati magicamente dai pixel, magari sgranati, ma pur sempre in un movimento che conferma la vita.
“…E da voi come va? Come state?” È la prima domanda, appena appena ansiosa, che ci si pone. E si discorre, con voci falsate, sull’esistenza, sulla speranza, sul governo, sulle inutili mascherine, sui piccoli dettagli quotidiani. Si chiacchiera, come famiglie di una volta che abitavano le grandi case coloniche di antica memoria.
La connessione bloccata per una manciata di secondi ci permette di avere un’istantanea del parente o dell’amico: un volto fisso in un’immobilità forse un po’ sfocata, ma che ci regala un punto di osservazione leggermente più attento e consente di penetrare oltre il fluire del movimento: il mento in primo piano col relativo sottomento esagerato, i capelli non certo in ordine, qualche piccola ruga in più. Luci soffuse di lampadari invisibili creano autentiche aureole che incorniciano volti senza trucco, quasi ritratti in anticipo sull’emancipazione degli anni ’60, delle allieve che si esibiscono on line, assumendo l’aspetto e l’essenza di autentici, bellissimi Angeli più o meno intonati.
E quando non sono in collegamento, le spalle si rilassano e come una lucertola esco dal rifugio a cercare il sole. Profonda è la gioia per il raggio tiepido che ti tocca per tutto il tempo che desideri. Il tempo… questo Tempo mi scollega dalla routine di “enricautoma” e non ricordo più se il cassonetto va esposto oggi… o era ieri… ma in un contesto così che importanza può avere? E la vista gode del cielo terso come non mai e l’udito è pieno di gratitudine per questo silenzio benedetto che mette tutto in discussione e dà pace al mio sentire di musicista. Una momentanea pausa dal brusio del traffico e dal chiasso assordante, martellante, rumoroso, sporco, cacofonico e perennemente in sottofondo dei locali vicini che usano la musica a tutto volume con lo scopo di stordire e inquinare lo spirito umano deviandolo dalla sua naturalità. Benedico questo silenzio che mi concede di prestare attenzione anche ai più piccoli suoni della natura che trae – oggi – un respiro a pieni polmoni.
È proprio vero: un tempo così dilatato porta il pensiero verso un sentire nuovo, non di superficie e non pilotato dal trantran imposto da abitudini indotte. Ma è proprio quando la parola “dovere” mi spintona così bruscamente che entro in muta connessione con coloro che in questo frangente si trovano in prima linea a combattere, alternando la speranza ai dubbi o alle certezze di uscire vincitori nel grande gioco della Vita. Una lotta contro il tempo, in cui una giornata lavorativa sembra non avere termine e la propria salute fisica e mentale è costantemente sotto attacco. Ecco gli Eroi dei nostri tempi. Anch’essi angeli in terra che ci assistono e ci proteggono, sfidano la sorte per soccorrere, curare, tutelare, progettare, aiutare tutti gli altri, noi, io, tu. Le spalle mi si incurvano ancora.
Io qui, a casa, libera di essere in modalità di attesa, pronta per la commutazione da stato di inutilizzo temporaneo a modalità operativa. Mi sento molto fortunata. Ringrazio.”.

-Tutto ciò come ha influito sul suo lavoro?
“Il lavoro, ovviamente, oggi non c’è. E non faccio progetti futuri. So che sono nata per cantare. Questo è il mio talento, che metto da sempre sul piatto.”.

-Pensa che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
“La portata di questo evento è così straordinaria che nessuno, per il momento, è in grado di azzardare ipotesi al riguardo. Di sicuro dovremo reimpostare le nostre vite, le priorità, cercando di organizzare i primi passi nel Futuro all’insegna della collaborazione senza per forza abbattere o smantellare gli altri”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
Sbarcare il lunario, sinonimo di Tirare avanti la baracca, Riuscire a vivere stentatamente… Perché l’uso di questa espressione nel porre la domanda ad una donna che ha scelto il canto come fonte esclusiva di vita? Quasi una provocazione l’uso di termini tanto crudi, che pur rispecchiano in modo così veritiero il vergognoso degrado in cui Musica – e Arte in genere – sono state fatte volutamente cadere. E noi, i protagonisti, sempre zitti… a rimandare alternative, evitando di far sentire le nostre voci, facendo della sola competizione – nella sua più ampia e arida accezione – il gioco ultimo per sopravvivere”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con mio marito. Due caratteri diametralmente opposti. Un magnifico percorso di vita in cui abbiamo condiviso esperienze fantastiche con gli alti e bassi che, ancor prima di nascere, chiediamo alla vita di esperire. Con oltre quarant’anni trascorsi fianco a fianco siamo ben allenati nel vedere istantaneamente l’altro e, quando occorre, aggiustare diplomaticamente (quasi sempre grazie allo humor) piccole mancanze o (spesso miei) atteggiamenti impositivi.  Oggi ci capiamo senza parlare”.

– Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e   professionali sotto una luce diversa?
“Costruire rapporti umani basati sull’onestà e la trasparenza. È un lavoro che mette in luce le mie parti oscure, lento, duro, fatto di grande attenzione.
Supermercato, carrelli strapieni, brontolii sommessi. Ci si tiene a distanza. L’altro: potrebbe essere lui… Gli occhi e la fronte, uniche parti scoperte e libere dall’impaccio delle mascherine, raccontano, senza sottintesi, vissuti di paure o di solitudine, di nervi a fior di pelle, di disorientamento e smarrimento. In questi contesti, avvicinandoti alle persone, l’avverti. Una sensazione che puoi quasi toccare e, se non sei ben radicato, ti può trascinare in una stanchezza infettiva. Nelle lunghe code d’attesa evito ogni discorso trito e ritrito che possa ricadere sulla gravità del momento mentre vedo, in un’ottica espansa, come i rapporti umani futuri cambieranno per forza di cose. Se non per una precisa scelta personale, ci sentiremo più vicini, più uniti e collegati. I rapporti di lavoro dovranno fondarsi sulla comprensione reciproca e non sullo sfruttamento; sul desiderio innato di dare ciò che siamo veramente. Utopia? No. Semplice realizzazione di ciò che già esiste; senza cercare tanto lontano basta alzare quella sorta di velo che annebbia ancora la vista. Possiamo iniziare ora perché il FUTURO è già oggi. Nel bene e nel male i rapporti umani stanno già cambiando a livello planetario. Non ci siamo già accorti che è possibile entrare in connessione profonda con l’altro anche attraverso la rete? Che i nostri occhi parlano più della voce? Che siamo in maggior misura consapevoli delle piccole azioni quotidiane e delle conseguenze che esse implicano? Ma è ancora presto e ricadiamo ancora nei vecchi schemi, come bambini. Ci vogliono tempo, pazienza, allenamento, ascolto e altro…”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Rispondo con un’unica risposta alle due domande perché le sento strettamente collegate tra loro. Prima però vorrei chiarire un punto cardine del mio sentire. Se il termine Terribile si riferisce alle morti di questi giorni: Sì, la morte appare tanto drammatica agli occhi degli uomini e per la prima volta nella storia dell’umanità paralizza il mondo intero senza discriminazioni; però, l’altro giorno meditavo su quanto fossi stata toccata dallo spazio mediatico conferito alla notizia della scomparsa di un genitore di una pop star. Poco tempo fa è mancata mia madre (ben prima dell’epidemia). Al suo funerale abbiamo pianto ma la sua dipartita è stata alla fine accettata per quello che è: un fatto naturale che prima o poi accade a tutti. Nessuno di noi familiari o amici se l’è presa con la Morte! Possiamo prendercela con la malattia ma non con la morte. Ebbene oggi la visione della Morte è radicalmente cambiata.
Sono consapevole di essere una delle (tante) voci fuori dal coro ma mi ascolti bene: spostiamo nuovamente il nostro punto di vista, sintonizziamoci in un’onda diversa e torniamo a considerare quello che lei definisce un momento terribile. Terribile perché l’unico in grado di farci cambiare uno stile di vita intollerabile sotto tutti i punti di vista? Terribile perché ci obbliga a pensare davvero a come reimpostare le nostre esistenze nel micro e nel macro livello? Terribile perché saremo costretti a correggere la gestione del potere, l’aggressività che abbiamo nel trattare il nostro pianeta, la disparità tra risorse umane e ogni aspetto crudele dell’esistenza che finalmente trova il modo di mostrarsi? Terribile lo è, forse, perché ciascuno è chiamato a scegliere se farne un’opportunità di crescita epocale.
E ora veniamo alla Musica. Ogni pensiero, ogni micro o macro azione, se fatti consapevolmente, possono dare forza al Presente esercitando la creatività, l’immaginazione e la bellezza. E non è forse la musica (ma tutta l’arte della Vita in genere) che ci allena a questo?”

-Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
“Le rispondo con una domanda: che cosa significa veramente Unità? A chi è riferita?
Oggi siamo veramente uniti? In un futuro lontano – suppongo – capiremo tutti il significato concreto del termine unità. Ma, lo ripeto, già ora, da questo preciso momento in poi possiamo allenarci a praticare l’unità, la vera unità, non il suo contrario. Ecco alcuni sinonimi del termine unità che possiamo applicare costantemente al fare quotidiano: consonanza, armonia, amicizia, unificazione, intesa, solidarietà, affiatamento, gruppi, strutture, elementi, grandezza, unicità… Rifare il letto o promuovere un decreto sono entrambi manifestazioni di consapevolezza responsabile”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
“Se dovessi illustrare su carta i cosiddetti organismi di rappresentanza avrei la bizzarra tentazione di raffigurarli come topolini agitati, cavie di un ennesimo esperimento di Pavlov. Oggi non sono in grado di discernere quali Verità si celino dietro la maggioranza delle scelte politiche tanto discutibili attuate in questi tempi.
Da una parte vedo un grande impegno nel tentativo di contenere una situazione d’emergenza mondiale ma il più delle volte le affermazioni, le parole, le voci, il modo di comunicare, le azioni promosse (in buonafede o malafede non ha importanza) rientrano in una banda di frequenza vibratoria diametralmente opposta alla mia.
Mi sembra ovvio, dovrò fare chiarezza dentro me”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Chiederei che in questo giro di boa planetario si lasciassero illuminare dal senso di Umanità che sta germogliando a tanti livelli in tante parti del mondo. I futuri possono essere molteplici e siamo tutti chiamati alla collaborazione e all’ascolto.
Chiederei a coloro che dovrebbero rappresentare ciascuno di noi (l’attuale Governo?) di abbandonare sentieri di potere, controllo, mafie e interessi finanziari slegati da un’esistenza trasparente ed equilibrata. Chiederei loro di affidarsi a menti guidate dall’Etica e dalla Giustizia sociale: persone sagge e giovani visionari ricchi di umanità e voglia di costruire. C’è bisogno di un cambio di coscienze a livello mondiale e di conseguenti azioni; qui siamo tutti in ballo”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Assolutamente no. Sono satura di suggerimenti, lezioni, catene di cuoricini, pareri, consigli dall’alto e dal basso. A me stessa dico: Rimani in silenzio. Riposa. Ringrazia per ciò che hai oggi. Abbi fiducia. Niente progetti. Osserva te stessa che si osserva.
Lascio che arrivi la musica che deve arrivare, la notizia che mi chiede di essere letta, il link speciale che mi mette di buon umore… Mi sento come la larva nel bozzolo che attende la metamorfosi. E di tanto in tanto fischietto o canticchio i più bei motivetti. Sono fiera di vivere questo periodo e di portare il mio canto al mondo”.

Carlo Rebeschini: le lezioni del Maestro

di Enrica Bacchia

Valdobbiadene 6 agosto 2019. Il tempo uggioso non promette certo bene quando sale sul palco accompagnato per l’occasione dai suoi amici: Gianni Fantuz alla batteria e Massimo Vanzan al basso. Visibilmente debilitato, ma nulla lo può trattenere e per oltre due ore e mezza manda in visibilio il suo pubblico giunto per l’occasione da mezza Italia. Ha regalato una ricca panoramica di brani jazz, rock, prog, funk, blues, quasi estraendo il succo vitale di ogni fraseggio e di ogni accordo, mischiando passione, padronanza della tecnica, cuore e anni di esperienza per farci gustare cocktail di ritmi e di note sapientemente filtrati dalla forte personalità artistica e umana.

È stata l’ultima esibizione del grande Artista Maestro Carlo Rebeschini deceduto il 25 settembre 2019.

Dicembre. Fine anni ’70. Ospitata dai fasci di luce puntati sui musicisti, la densa foschia fluttua con un ritmo decisamente opposto allo swing che ad ogni brano ti sta penetrando sempre più sotto pelle. Un impulso impossibile da tenere a freno: file di scarpe più o meno sincronizzate scandiscono il due e il quattro alternandosi allo snap delle dita. Stasera sembra che anche la fitta nebbia di questo gelido dicembre stia cercando un posto a sedere nel locale gremito di gente che assiste al concerto. Ma gli strati di nebbia che ti arrivano alle narici, trasformati in piccoli vortici danzanti ad ogni passaggio delle cameriere, odorano solo di sigarette. Un odoraccio di fumo che graffia gli abiti, gli spartiti, perfino il mio nuovo microfono, mischiandosi incontrollato ai gin tonic che scorrono nelle vene.

Questa sera, oltre al chitarrista Alberto Negroni, proprietario del primo mitico jazz club in provincia di Treviso, mi sto esibendo con un giovane pianista che incontro per la prima volta, un ragazzo che ad occhio e croce dovrebbe avere più o meno la mia stessa età. Lo sto studiando dall’inizio del concerto: le dita affusolate sanno come ottenere dalla tastiera le sonorità volute con una maestria che, quasi in contrasto con la giovane età, già sottintende una conoscenza rigorosa della tecnica musicale. Riesce a passare dal sound del jazz più tradizionale alla fusion e al rock con grande scioltezza. Senso del ritmo impeccabile, sostituzioni spinte, idee originali. L’assolo che sta eseguendo in “La Fiesta” di Chick Corea apre un portale che, per qualche istante, mi concede di accedere a quel suo fare (o almeno così immagino).

L’impressione è paragonabile a un’arrampicata in solitaria che libera il piacere di tastare appigli e appoggi, osa e al contempo scopre istante dopo istante il passaggio che porta, musicisti e pubblico, sempre più in alto, sempre più nell’emozione liberando la magia della musica… su, su fino alla vetta.

I lunghi capelli sciolti alle spalle, lo sguardo proiettato in una dimensione quasi onirica che osserva senza mettere nulla a fuoco, la presenza totale nella consapevolezza di ogni passaggio mai lasciato al caso e il perfetto interplay che intercorre tra i musicisti: con estrema naturalezza, il pianista sembra lasciarsi trasformare in un tramite e quindi permettere che sia lo stesso standard ad interpretare se stesso. È il primo pianista con cui collaboro che non si sta limitando alla perfetta – e troppo spesso arida – esecuzione tecnica della song. Sa come mantenersi bambino ispirato che scopre con meraviglia ciò che si fa da sé. Ne sono entusiasta: ecco un sognatore, un co-creatore di questo mondo.

Mi sto quasi innamorando del personaggio quando sulle note rarefatte dell’assolo del bassista – le dita sempre saggiamente piantate sulla tastiera – lo vedo chinarsi e bisbigliare qualcosa all’orecchio di un suo vecchio amico pigiato in prima fila, quasi di fianco al palco. Non ci posso credere: gli sta chiedendo i risultati della finale di calcio!

Dopo l’ultima jam, prendo tutto il coraggio che mi ritrovo e mi avvicino a questo sorprendente pianista. Desidero congratularmi per le emozioni di cui ci ha resi partecipi ma allo stesso tempo voglio chiedergli – con un briciolo di presuntuosa sorpresa – come abbia potuto far coesistere così spudoratamente la dimensione tanto coinvolgente dell’Arte con quella più ordinaria del calcio in uno spettacolo tanto coinvolgente come quello di stasera. …E quella sera ricevetti la mia prima lezione dal Maestro.

Con una semplicità quasi confidenziale Carlo iniziò a limare la presunzione tipica di chi, come la sottoscritta, pensava che il solo fatto di ritenersi creativo, bastasse a conferirgli uno status di distacco verso le piccolezze del mondo reale. La mia visione del mondo, a differenza della sua, mi autorizzava a ritenermi una vera Artista (si badi bene, di quelle con la A maiuscola). Un ideale avvalorato dal fatto che allora subivo il fascino, seguendoli sul campo mentre erano intenti alla preparazione del “Prometeo”, di personaggi del calibro di Luigi Nono ed Emilio Vedova (uno dei miei insegnanti all’Accademia di Belle Arti di Venezia); oppure duettavo con Bob Stoloff o Mark Murphy nei locali di mezza Italia ed ero ospite di Giorgio Gaslini e Renato Sellani: insomma, una botta di ego da paura!

Le parole scambiate con Carlo dopo quell’assolo connesso alla partita del campionato di calcio, parole che ricordo ancora a distanza di quarant’anni e che hanno marcato tanto profondamente il mio canto, rimangono quale testimonianza della profondità del suo stile consolidatosi nel tempo: come se si limitasse ad essere un semplice testimone del gioco, nella bilancia della vita aveva contrapposto il peso della musica a quello del calcio facendo rimanere i piatti in perfetto equilibrio. Per usare le parole toccanti di Padre Francesco Rigobello nel rendergli l’ultimo saluto nella splendida Abbazia di Follina gremita di persone fino all’inverosimile, per il Maestro “il valore di ogni singolo aspetto della vita era ed è rimasto sempre grande: sapeva vivere la perfezione dell’Universo” con uno stile empatico, inclusivo, incantato davanti a tutte le forme dell’esistenza.

Settembre 2019. WhatsApp. “È Carlo Rebeschini – dico a mio marito nell’altra stanza – Ha pronto il brano. Ti ricordi… quello che aveva promesso di scrivere per me la sera del Pan e Vin in cui è venuto a cena da noi. Ah… Però mi dice che dobbiamo andare noi da luiCi vieni anche tu?

Il suo bel appartamento di Follina che odora sempre di una fragranza antica, fresca e pulita. Nel tardo pomeriggio settembrino il salone vive di una luce solare brillante. Siamo accolti dal dolce sorriso della moglie Carla ma allo stesso tempo avverto un po’ di sommessa animazione data da una singolare complicità amorevole di tutte le donne di casa.

Ciao Carlo… Eccoci finalmente! – gli dico porgendogli una rosa rossa colta in giardino – Glauco ti ha portato una bottiglia di vino speciale” Un istante di imbarazzo: mi rendo subito conto che vino e morfina non possono andare certo d’accordo.

Il suo solito sguardo presente e solamente un paio di frasi quasi a giustificare la malattia, ancora una volta buttate lì come una confidenza che avesse poco a che fare con il motivo della nostra visita. Non una parola di autocommiserazione. Poi subito la carrozzella si sposta alle tastiere già accese per farmi ascoltare il brano affrescando, con grande trasporto, il significato del titolo abbozzato a matita sullo spartito: “Abbraccio l’Albero”.

Ci stavamo confrontando discorrendo beatamente su tonalità, ritmo, sound, testo della canzone e per una frazione di secondo vidi il personaggio con cui avevo la fortuna di parlare: avevo di fronte colui che era stato docente al Conservatorio di Castelfranco, pianista e clavicembalista dell’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia per 36 anni, direttore dell’Orchestra di Padova e del Veneto, dell’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza e di altre da lui stesso formate, il prezioso collaboratore e arrangiatore a fianco dei grandi come Eddy Busnello, Vinicio Capossela, Marco Paolini, Mango, Ruggeri, Boris Christoff, Sting – solo per citarne alcuni – e ancora l’amico del grande musicista Don Mansueto Viezzer, di cui era stato esecutore e direttore d’orchestra delle principali opere. Riprovavo gli stessi brividi di emozione vissuti nelle cattedrali gremite di pubblico quando le voci dei numerosi coristi che ha diretto centinaia di volte, si facevano trasportare quasi ipnotizzate da quella sua direzione paradossalmente ricca di un’umile autorevolezza.

Avvertivo come in quel paio d’ore stesse scrivendo per noi, nel copione dell’esistenza, una nuova improvvisazione, libera ma connessa al tutto, in un intimo dialogo col mistero stesso della vita e della morte. Ancora una volta lo stavo studiando: sembrava non temesse di accogliere come naturale il semplice pensiero della fine dell’esistenza terrena. A testimonianza di questo avevo notato che, come spesso accade quando l’umano si lascia trasportare dal grande dolore, non aveva permesso che l’essenza negativa dell’infermità intaccasse le stanze, gli oggetti e perfino i suoi cari. La sua volontà appariva così forte che il pensiero della morte (tabù per la nostra cultura) si stava traducendo in una vitalità quasi affrettata che si esprimeva con la mobilità particolare degli occhi o con il massimo disappunto verso la tecnologia che non gli permetteva di trovare il file corretto da passarmi in chiavetta, ma anche con la voglia di suonare ancora e ancora quasi a trovare una sorta di solidarietà benigna con l’ignoto.

Nel viaggio di ritorno verso casa, per parecchi minuti tra me e mio marito non ci fu dialogo. Era evidente che ci sentivamo toccati nel profondo e, tacitamente, non volevamo cedere alla tentazione di esternare qualsivoglia banale commento su ciò che avevamo percepito. Nonostante la gravità della malattia dalle sue labbra non era uscita una sola parola di rammarico, neanche la più piccola lamentela, dimostrando come in questo inevitabile frangente fosse consapevole di trovarsi sul ciglio della scoperta suprema. Per dirottare lo spauracchio del dolore, mi misi a verificare la qualità delle foto dello spartito che avevamo scattato col cellulare, apprezzando la fiducia che Carlo mi aveva dimostrato lasciandomi libera di re-interpretarne sia il testo che la melodia con la promessa che l’avremmo incisa quanto prima.

A distanza di pochi giorni risalivo la bella gradinata di marmo che portava al piano superiore del suo appartamento. I contorni grigi degli amici e parenti più stretti, in attesa di assistere alla cerimonia funebre che si sarebbe tenuta di lì a poco contrastava con l’energia leggera e ancora una volta ricca di luce che si diffondeva in quello che era stato il salone/studio di Carlo Rebeschini, stranamente libero da persone. Rimasi da sola per qualche minuto e respirai a fondo quell’essenza brillante fatta di tutto l’amore di quella famiglia, di musica e soprattutto del grande Maestro.

Enrica Bacchia

A Monfalcone una nuova presentazione de L’altra metà del Jazz, il secondo libro di Gerlando Gatto

Dopo il successo delle due ristampe del primo libro #GenteDiJazz, ritorna nelle librerie Gerlando Gatto, con “L’altra metà del jazz”, pubblicato nuovamente per i tipi di KAPPA VU edizioni / Euritmica. Il volume, dopo l’anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino e le presentazioni di Roma, Udine, Milano, Catania, sarà presentato anche alla Libreria Ubik Rinascita Monfalcone, con la partecipazione dell’’autore,di Enrica Bacchia, musicista, vocal coach e scrittrice, di Giancarlo Velliscig, direttore artistico di #Euritmica e… di alcuni ospiti a sorpresa!
Gatto è tra i più importanti giornalisti e critici musicali jazz italiani, nonché Direttore Responsabile del nostro portale nazionale, da lui stesso fondato “A proposito di Jazz”.

Dopo la raccolta di interviste “Gente di Jazz”, dunque, in cui il giornalista ci ha fatto scoprire aspetti artistici ed umani di una nutrita schiera di musicisti, tutti protagonisti in varie edizioni del festival Udin&Jazz, casualmente tutti maschi, questa nuova pubblicazione racchiude una serie di interviste raccolte nel ricchissimo panorama del jazz al femminile nazionale e internazionale.

Donne che amano il jazz, lo vivono e ne fanno territorio in cui esprimere una creatività intensa e spesso dirompente, attraverso scelte anche non facili come affiora chiaramente da molte di queste interviste.
Non solo cantanti, ma molte strumentiste, compositrici, arrangiatrici, vere protagoniste del jazz moderno in cui hanno trovato una loro forte dimensione con personalità, capacità, determinazione e con una profondità che può emergere solo dall’Altra Metà del Jazz. Trenta interviste a personaggi assai noti – e meno noti – tutti accomunati dall’essere donna e, in quanto tali, dall’avere una storia da raccontare, da rivivere assieme al lettore.
La prefazione è a cura della giornalista Rai Claudia Fayenz.

L’ingresso è libero.

Ancora una presentazione prestigiosa per “L’altra metà del jazz” il secondo libro di Gerlando Gatto, inserita tra gli eventi del festival JazzMi

Dopo le presentazioni al Salone del Libro di Torino, Udine, Catania e Roma, il secondo volume di Gerlando Gatto “L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz” (KappaVu / Euritmica edizioni) è stato illustrato il 13 novembre a Milano, nell’ambito di “Compagni di viaggio: incontri con gli autori”, nei meravigliosi locali che ospitano la libreria di viaggio del Touring Club Italiano, nella sua storica sede di Corso Italia, nel cuore della città meneghina.
L’evento era inserito nel cartellone del Festival JazzMi, quest’anno quanto mai denso di concerti e appuntamenti (più di 200 in 13 giorni!).
Introdotto dal giornalista Pino Mantarro, ufficio stampa del T.C.I., l’autore ha dialogato con un interlocutore illustre, Claudio Sessa, già direttore di “Musica Jazz”, critico musicale del “Corriere della Sera”, docente di Storia del Jazz, nonché scrittore con all’attivo diverse pubblicazioni (Il marziano del jazz. Vita e musica di Eric Dolphy; Le età del jazz. I contemporanei; Improvviso singolare. Un secolo di jazz).

Tra il numeroso pubblico presente anche alcuni artisti molto noti: il compositore e band leader Dino Betti van der Noot, il sassofonista Claudio Fasoli e il fotografo Roberto Masotti, tra i più prestigiosi fotografi jazz di tutta Europa, cui si è aggiunto verso metà serata un altro importante fotografo, Pino Ninfa.

Sessa, nella sua esposizione iniziale, ha definito Gatto “un lavoratore del jazz” e ha sottolineato il valore particolare di questa raccolta di interviste, integralmente al femminile, soffermandosi sovente sul tema della “differenza di genere” nell’ambiente jazzistico.

Spesso si tratta di stereotipi consolidati, come quando, parlando di musiciste jazz, vi si abbini immediatamente la figura della cantante e quasi mai quella della strumentista. In certi “universi” – il jazz è uno di questi ma anche quello militare, ad esempio – esiste ancor’oggi un pregiudizio molto diffuso e difficile da divellere: la tendenza ad incasellare il jazz suonato dalle donne come se esistesse un modo maschile e un modo femminile di suonarlo. Da questa sorta di postulato, si è scatenata un’interessante discussione alla quale hanno partecipato parecchi spettatori. Io non ho mai pensato alle donne che fanno jazz in termini di genere e il mio giudizio si è sempre e solo basato su canoni di bravura, di capacità tecniche, di espressività, di gusto… insomma, su dei parametri oggettivi, e questo indifferentemente se a suonare, comporre, dirigere sia un maschio o una femmina. Ascoltando i vari interventi mi sono stupita: se nel 2018 si parla ancora di questo, evidentemente il problema non è, come credevo, superato.

La discussione si è ulteriormente ampliata, a seguito della domanda di una spettatrice, sulla matrice primigenia del linguaggio jazzistico e se sia possibile distinguere, al semplice ascolto, il jazz statunitense da quello europeo, quello italiano da quello scandinavo, solo per citare alcuni esempi.

Quasi tutti sono stati concordi nel sostenere la tesi che il jazz è un idioma universale diffusosi ovunque nel mondo, e pur riconoscendo che il suo epicentro era e rimane, per certi aspetti, l’America del Nord, ha saputo integrarsi nelle culture di altri paesi ritagliandosi spazi e sonorità completamente nuovi, tanto da contestualizzarsi, assumendo una precipua forma identitaria.

E’ stato piuttosto difficile per Claudio Sessa riportare il vivace scambio di opinioni sui binari dell’oggetto della presentazione: il bel libro di Gerlando Gatto!

Dopo tanto erudito disquisire (c’era molto da imparare nelle parole di alcuni relatori…) sono finalmente comparse le vere protagoniste di questa opera, da Enrica Bacchia (che Gerlando ha definito come l’esperienza più intensa), a Dora Musumeci, una della pioniere tra le musiciste jazz, parliamo degli anni Cinquanta, che diede del filo da torcere ai colleghi maschi e fu amica personale dell’autore (che si commuove ogni qualvolta se ne parli…), da Dee Dee Bridgewater a Sarah Jane Morris, queste ultime due interviste così diverse tra loro e dalle quali emergono con grande evidenza due diversi approcci: molto professionale e distaccato per la prima, empatico e pieno di calore umano per la seconda. Gatto ha ricordato con affetto anche la vocalist norvegese Radka Toneff, che si tolse la vita a soli 30 anni, per amore… si dice.

Alla domanda su quali siano i criteri che lo guidano verso la scelta delle musiciste da intervistare, Gatto ha risposto in modo semplice e diretto: “avendo la fortuna di poter scrivere di jazz per pura passione, l’unico criterio è di confrontarmi con gli artisti che più mi piacciono, quelli che musicalmente mi trasmettono qualcosa.”  (Gerlando è laureato in giurisprudenza e ha fatto per anni il giornalista professionista, specializzato in economia. N.d.A.)

Marina Tuni