I jazzisti italiani reclamano maggiore attenzione: i risultati della nostra inchiesta con l’intervento di oltre 50 artisti

Con le interviste a Nico Morelli e Pippo Guarnera si è chiusa la nostra inchiesta sul “Jazz italiano ai tempi del Coronavirus”.
Solitamente le interviste che pubblichiamo su “A proposito di Jazz” si basano su due presupposti fondamentali: una approfondita conoscenza del personaggio da intervistare e una serie di domande che tendono a far emergere non tanto l’artista quanto l’uomo o la donna che a quell’artista hanno dato vita. Quindi, ovviamente, domande studiate ad hoc per ogni soggetto da avvicinare.
Questa volta le cose sono andate diversamente: la nostra intenzione era quella di tastare il polso ai musicisti di jazz italiani per capire come stessero vivendo questo terribile momento. Per avere un quadro almeno minimamente rappresentativo abbiamo studiato una griglia di una decina di domande che abbiamo rivolto, quasi sempre identiche, a tutti i musicisti sì da poterne ricavare delle indicazioni significative.
Abbiamo quindi parlato con oltre cinquanta musicisti che abbiamo presentato solo con nome, cognome e strumento ‘frequentato’ prescindendo dalla loro notorietà. Ecco quindi stelle di primaria grandezza a livello internazionale accanto a giovani alle prime armi ma forniti di sicuro talento.
E da tutti sono arrivate indicazioni molto significative pur all’interno di un contesto variegato, in cui, per fortuna, solo un artista è stato colpito dal virus.

Le prime domande erano rivolte ad inquadrare la situazione sotto un profilo pratico: “Come sta vivendo queste giornate? Come tutto ciò ha influito sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso? Come riesce a sbarcare il lunario?”.
Sulle prime tre domande le risposte hanno, bene o male, disegnato lo stesso spartito: i nostri amici musicisti hanno per lo più approfittato del tempo a disposizione per studiare, leggere, ripercorre la loro vita artistica. Disastrosa, ovviamente, la situazione lavorativa dal momento che tutto è stato bloccato né si ha una qualsivoglia certezza sul come e sul quando sarà possibile riproporre musica dal vivo. Quanto alla domanda sul dove trarre i mezzi di sostentamento si nota una profonda differenza tra chi è supportato dall’insegnamento e chi no. I primi riescono a cavarsela piuttosto bene, o almeno senza grossi problemi, mentre per gli altri è molto più difficile anche perché il governo non sembra aver dedicato particolare attenzione a questa categoria destinata, a quanto sembra, solo a “divertire” dimenticando ancora una volta quale debba e possa essere il ruolo dell’arte in una società che ami definirsi moderna e democratica.
Sul fatto di vivere in compagnia questo particolare momento gli intervistati sono stati concordi nell’attribuire molta importanza alla possibilità di affrontare questi eventi così difficili non da soli anche se i pochi jazzisti che sono stati da soli non sembrano aver sofferto più di tanto questa situazione.

Proiettate al futuro le successive domande: “Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa? Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento? Se non la musica a cosa ci si può affidare? Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?”.
A questo proposito le risposte sono state piuttosto variegate eccezion fatta per l’importanza determinante che la musica possa avere avuto durante il ‘lockdown’. Così i più ottimisti pensano che le cose, dal punto di vista dei rapporti umani e professionali, possano cambiare in meglio mentre i pessimisti ritengono che questa situazione non farà altro che acuire le caratteristiche di ognuno per cui chi era già una brava persona rimarrà tale mentre chi non lo era probabilmente peggiorerà. Identico discorso per l’eventuale sovraccarico di retorica in questi richiami all’unità.

Abbiamo lasciato volutamente indefinita la successiva domanda: “È soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?”. Abbiamo cioè voluto lasciare all’intervistato la possibilità di esprimersi sia sul governo sia sugli organismi di rappresentanza della categoria. Dobbiamo constatare come la maggior parte abbia inteso la domanda riferita al governo il cui operato è stato valutato per lo più positivamente ferma restando quella mancanza di adeguata attenzione cui prima si faceva riferimento. Anche i commenti verso gli organismi di rappresentanza della categoria sono stati tiepidamente positivi anche se non sono mancati, ad onor del vero assai pochi, valutazioni di segno diametralmente opposto tendenti a lumeggiare la scarsa omogeneità della categoria “musicisti jazz”.
Conseguenti le risposte alla successiva domanda: “Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?”. Per lo più i musicisti hanno insistito sulla necessità di una maggiore presa in considerazione delle difficoltà di tutto il settore.

A nostro avviso assolutamente preziose le risposte fornite all’ultima domanda: “Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?”. Seguendo le suggestioni dei nostri amici jazzisti si avrà, infatti, la possibilità di scegliere nel vastissimo panorama musicale alcune opere che tutti dovremmo conoscere ed apprezzare.
Quindi buon ascolto e che l’attuale fase 3 ci porti definitivamente fuori dal pantano.

                                                                                                              Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Pippo Guarnera, organista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Pippo Guarnera, organista

– Come sta vivendo queste giornate?
“Il fatto di dover formulare la risposta a tale domanda mi risulta piuttosto vago e non ben delineabile in quanto non è chiaro neanche a me stesso, mi sento in uno stato altalenante tra sconforto, pseudo euforia, paura (per i miei cari), rabbia, noia, frustrazione”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Un nostro illustre, qualificato e talentoso collega ha scovato il termine intermittente per definire il tipo di attività in cui mi muovo seppur goffamente. So solo che, nonostante si siano moltiplicate le iniziative concertistiche “on line”, mi trovo e mi sento orfano del suonare ”live” con altri musicisti, il far succedere delle cose musicali al momento, tramite la complicità di altri musicisti, ciò che nel Jazz e non solo si chiama “cooking” e in più la percezione della presenza del pubblico a qualche spanna da te, dove anche ogni occhiata casuale a qualcuno degli astanti riesce a restituirti una corrente di sensazioni non esprimibili sia nel pensiero che tanto meno nello scrivere, ma che alimenta il processo in atto.
Tutto questo è rimandato a chissà quando, dal momento che se l’interruzione è stata causata inizialmente dai motivi sanitari di cui tutti sappiamo, in seguito verrà protratta da quello che è realistico attendersi come una lunghissima sospensione in attesa di un vaccino che potrebbe non arrivare mai; in più ci sarà da mettere in conto una depressione economica senza precedenti. Così, ciò che si viveva già prima del patatrac come un’attività ingrata, asfittica e magra, da adesso in poi arriverà alla cancellazione del concetto dell’intermittenza, stabilizzando lo switch sulla posizione “OFF” lasciando così lo spazio musicale al buio”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“In queste condizioni il lunario non si riesce e non si riuscirà a farlo sbarcare in nessun porto. L’unica mia fortuna è quella di avere un pochino di denaro da parte, cosa che mi sta permettendo di non attaccarmi alla canna del gas (almeno per adesso) come invece tanti miei colleghi in sofferenza stanno purtroppo facendo, tanto che mi sento anche abbastanza colpevole a causa del mio temporaneo privilegio”.

Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Sarei dovuto partire il 10 marzo scorso per gli USA dove ho mia moglie (a Chicago) che sta facendo da badante a mia suocera, andare a visitare successivamente mio figlio, il maggiore, ad Atlanta GA e andare a visitare mia figlia con annessi genero e due nipotini (già… sono nonno) a Honolulu HI. Ovviamente tutto è stato cancellato quasi una settimana prima di quella data, di fatto bloccandomi a casa in provincia di Bologna. Diciamo che non sono contento, l’unica salvezza sta nella comunicazione tramite WhatsApp … Per il resto, stare in lockdown per me non è un gran sacrificio, anche prima di tutto questo uscivo da casa solo per andare a suonare e procurarmi il cibo, per tutte le altre cose non mi estraevano da casa neanche col forcipe. Diciamo che l’essere e vivere da solo rende più facile l’isolamento sanitario pur pesandomi in maniera considerevole la separazione dalla famiglia, magari sarà una questione di karma e chi lo sa. Ultimamente prendo anche della vitamina D3 come integratore e sembra giovi all’umore, a volte abissalmente tetro”.

– Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Praticamente inevitabile la rimodulazione dei rapporti umani a seguito di questi eventi, anche se non so quanto sarebbe corretto aspettarsi una maggiore apertura nei rapporti interpersonali dell’eventuale dopo; comunque c’è maggior voglia di “chiacchiera” tra la gente, avverto però anche molto nervosismo e tensione. Per quanto riguarda gli altri musicisti c’è il macigno della separazione fisica, molti dei miei amici e colleghi non abitano vicino per niente. In Italia, a differenza degli Stati Uniti, non abbiamo mega centri urbani con larghe comunità di musicisti dove puoi sostenere un’attività musicale restando sempre nell’ambito dell’area cittadina. I colleghi con i quali interagisco abitano distanti da me, batterista a Pistoia oppure a Forlì, chitarrista a Napoli oppure a Padova e così via … Nel quadro della limitazione degli spostamenti questo stato di cose diventa praticamente atroce”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica potrebbe dare forza sì, però è anche vero che ciò che ti rende sensibile alla musica – ed anche la musica stessa – ti renderà indifeso e cagionevole di fronte alla follia di un mondo che sembra uniformarsi sempre più al vecchio mito di Babele. In effetti non ho neanche la più vaga idea di come potrebbe essere il mio esistere senza la musica. La percezione della musica anche la più casuale, cosa che non puoi mai spegnere, il tuo essere e tutto ciò che ti circonda.  La musica si fonde con la tua vita come una sorta di benevola metastasi che rende indistinguibili e inseparabili entità, pensiero, musica, quotidiano … tutto”.

Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Per le ragioni espresse al punto precedente non ho risposta a questo, ma non sono di sicuro il tipo da impugnare il rosario (abbiamo tristissimi esempi)”.

– Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità? E’ soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“L’insopportabile retorica chiamata in causa ultimamente dai media e autorità varie mi ricorda il ritrovarsi a nuotare nel Mar dei Sargassi dove, al posto delle omonime alghe, si trovano a galleggiare masse di deiezioni di tutti i generi.
Abbiamo semplicemente raccolto ciò che abbiamo seminato negli ultimi 30/40 anni, come Italiani (chi si ricorda della barzelletta dove all’inferno l’organizzazione viene affidata agli Italiani?) senza quasi alcun senso civico e appestati dall’analfabetismo funzionale (credo che ne possiamo vantare il primato in Europa). Qui è costume che il merito venga deriso ed evitato come la peste, in seguito a questo ci gestiamo malissimo e affidiamo i nostri voti per il 99% dei casi ad emeriti e pomposi imbecilli, con le varie cariche istituzionali ridotte a vuoti contenitori di stupidaggini. In più abbiamo un nostro sotterraneo sentimento antiscientifico che finisce per condurre le cose pubbliche ad usare la rudimentale irrazionale logica della convenienza e della scorciatoia illetterata al posto del cuore e dell’intelligenza. Inoltre quando sento rivisitato in varie salse l’inno di Mameli (che personalmente trovo musicalmente orrido, non so neanche se dovrei scusarmi per questo) mi sale la rabbia e m’incazzo, mi ricordano quelli che pensano che mettere il rossetto ad un maiale lo possa elevare ad uno status superiore, azione vana… sempre maiale resta. In questa ottica mi aggrappo a quello che “passa il governo”, tutti in ordine ben sparso con poche idee e ben confuse. Praticamente non ho scelta”.

– Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“La domanda è forse un po’ surreale, non ho alcunché da chiedere. Mi potrei augurare che l’immaginario collettivo possa cambiare verso zone più artisticamente frequentabili. Dove l’onestà, la curiosità, l’intelligenza e i valori umani possano avere un peso maggiore nella conformazione del quotidiano, anche se questo purtroppo sarà difficilmente realizzabile nella pratica e restare una dolce utopia”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Duke Ellington: “Harlem Airshaft”; Thelonious S. Monk: “Crepuscule With Nellie”; John Adams: “Harmonium – Part 2 — Because I Could Not Stop For Death”; Evan Ziporyn: “Frog’s eye”; John Corigliano: “Symphony No. 2 For String Orchestra – II. Scherzo”; Andrew Hill: “Ball Square” – “Shades”; Horace Silver:  “Sister Sadie”; Pergolesi: “Stabat Mater” – “Stabat Mater dolorosa”.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Gaetano Valli, chitarrista e compositore

Intervista raccolta da Marina Tuni

Gaetano Valli, chitarrista – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency

-Come stai vivendo queste giornate?
«In linea di massima in modo piuttosto apatico e pigro. All’inizio, la tensione dovuta alla novità della situazione mi aveva comunque dato una carica di strana energia, tra l’eccitazione di vivere un momento storico e la paura di dover affrontare dei pericoli. Mettiamoci pure il fatto che ho avuto due giorni di febbre alta e non è stato un bel momento. Una volta fatto il tampone, con esito negativo, piano piano la tensione è calata fino ad arrivare all’attuale stato di “depressione da carcerato”. Ora le giornate passano scandite dai pasti e dalle ordinarie mansioni domestiche. Quest’esperienza ci sta insegnando il valore della libertà e il disagio della reclusione. Si diventa appunto apatici e pigri perché mancano le motivazioni. Senza il lavoro l’uomo è perso».

-Come questo forzato isolamento ha influito sul tuo lavoro?
«In modo assolutamente negativo proprio perché, come ti dicevo, manca la motivazione. L’attività del musicista deve essere finalizzata all’incontro col pubblico. Non riesco a suonare se non ho un obbiettivo. Ogni volta che prendo in mano lo strumento lo faccio perché sto suonando per qualcuno, in un club, in un teatro, oppure sto provando per preparare un concerto o per registrare un disco. Se non c’è lo stimolo del progetto, non c’è il carburante per il motore della musica. Questi giorni ho “suonicchiato” annoiandomi ogni volta dopo cinque minuti».

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
«Credo che purtroppo dovremo abituarci sempre di più a queste esperienze. Per fortuna la tecnologia digitale favorisce sempre di più le comunicazioni. Finirà che dovremmo abituarci a suonare attraverso le piattaforme internet. Ma è abbastanza avvilente perché il contatto diretto nella musica è fondamentale».

-Come riesci a sbarcare il lunario?
«Da diversi anni ormai affianco all’attività musicale quella del designer. Anche prima della pandemia avrei comunque avuto difficoltà a vivere di sola musica, sia sotto l’aspetto economico ma anche sul piano della libertà di espressione. L’ho sempre sentita come un’esigenza quella di potermi esprimere nei due campi, musica e design. Sono entrambe attività creative. La musica però non offre garanzie economiche rassicuranti…
Fortunatamente lo smart-working mi ha salvato perché ho potuto continuare a lavorare come designer. Come musicista sarebbe stato impensabile. Ho visto che molti hanno continuato in qualche modo ad insegnare on-line ma credo con scarse soddisfazioni. Certo, se non hai alternativa ti adatti ma non credo che la didattica musicale online possa sostituire quella fatta vis-à-vis. In questi giorni, nella mia regione, è in corso un’apprezzabile iniziativa curata da Euritmica che offre ai musicisti la possibilità di lavorare esibendosi in concerti regolarmente retribuiti e poi messi in rete. Penso sia una proposta valida che potrebbe essere un ottimo esperimento pilota per capire se ci possano essere degli sviluppi futuri in questo tipo di performance».

-Vivi da solo/a o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
«Sposatissimo con figlia a carico. A dir la verità, per l’attività musicale, diciamolo senza ipocrisie, la famiglia non aiuta. Parlo ovviamente della particolare condizione del lock-down. Se non si hanno gli spazi per lavorare in autonomia, la concentrazione va a farsi benedire. Penso che molti musicisti saranno d’accordo con me col dire che vivere uno attaccato all’altro non si concilia affatto col suonare in modo ottimale. Questo ovviamente non ha nulla a che fare con l’amore che la famiglia ti da e che certo influisce positivamente su di te e quindi sulla tua musica».

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e  professionali sotto una luce diversa?
«Spero proprio di no. Prima del maledetto Covid-19 si stava bene e non c’era nessun bisogno di cambiare nulla. Sono convinto, così com’è già successo nel passato, che una volta trovato il vaccino tutto tornerà a posto e torneremo ad abbracciarci alla fine dei concerti».

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
«Dobbiamo ovviamente distinguere tra i semplici fruitori della musica e i musicisti. I primi certamente possono vedere migliorata la loro condizione di forzata clausura. La musica, lo abbiamo visto con il fenomeno del flashmob, è un conforto indiscutibile, unisce e aumenta lo spirito solidale. In certi casi diventa terapeutica contro la solitudine. Ma cantare e suonare nei balconi non può essere di conforto ai musicisti. Confesso che nei primi giorni della pandemia sono stato tentato anch’io di mettermi a suonare fuori di casa in modo che i vicini potessero ascoltare. Vedevo che molti lo stavano facendo e mi sembrava una cosa dovuta ma allo stesso modo non mi pareva fosse serio suonare in un momento così critico. Poi ho letto che anche Morricone ha considerato inopportuno fare una cosa del genere e mi sono convinto a non farlo».

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
«Ciò che a me personalmente ha aiutato molto è stato leggere ed interessarmi alla cultura in generale. Il fatto di non poter uscire mi ha costretto a ricercare in casa le risorse necessarie a farlo. Pensa che ho riletto persino I Promessi Sposi e l’ho visto sotto una luce totalmente diversa rispetto ai periodi del liceo. Tutta la parte che racconta la diffusione della peste è di straordinaria attualità.
Anche se la musica si è quasi fermata per la frustrazione di non poterla finalizzare, i libri e i programmi culturali, che finalmente abbondano, mi hanno sicuramente aiutato a compensare la sua assenza».

-Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
«Se parli di unità in senso politico, credo sia un’utopia. Anche in questi momenti di difficoltà nessuno si è risparmiato nello screditare il lavoro altrui e per molti ogni occasione è stata buona per continuate a fare propaganda politica. Se invece parliamo di unità europea, mai come in questo momento si è corso il rischio di disgregarla. Personalmente sono sempre stato un europeista convinto e, anche da musicista, spero che questa unità resti solida e porti ancora più occasioni di interscambio. Se ci riferiamo allo specifico mondo dei musicisti, credo che questa unità sia ancora più solida. Da musicista siciliano che vive nel profondo nord, è bello constatare che quella dei musicisti è un’unica grande famiglia senza distinzioni di provenienza.  Altrove purtroppo non è così».

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
«Dopo un inizio in sordina, ma si sa il musicista non è un attaccante, qualcosa si è mosso per far sentire che la categoria esiste ed ha le sue esigenze. Io stesso, su invito dell’amico Fulvio Sigurtá, ho aderito ad un’iniziativa di Francesco Bearzatti che, attraverso i social network, aveva lo scopo di richiamare l’attenzione sulle criticità che sta attraversando il nostro settore. Altre iniziative analoghe hanno fatto passare più o meno lo stesso tipo di messaggio: “dal momento che nessuno ci sta considerando, noi musicisti non suoneremo più in forma gratuita”».

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
«Ci sono veramente troppe cose che andrebbero pretese. Più che sul piano dei provvedimenti assistenzialistici, che oggi in clima populista vanno per la maggiore, ciò che cercherei di incentivare è tutto quello che può incrementare le occasioni di lavoro per il musicista ed aumentare la diffusione della musica di qualità per gli ascoltatori. L’atteggiamento di fondo deve essere quello di investire nella cultura musicale. Se andremo incontro ad un periodo in cui i concerti saranno problematici, andranno fatti degli investimenti mirati. Spiace dover dire che i grandi eventi rock e pop dovranno cambiare modalità e forse disincentivati. D’altra parte esiste la possibilità che una musica come il jazz possa costituire un’alternativa da iniziare a proporre con maggiore fiducia. All’inizio sarà difficile convincere un fan di Vasco Rossi a venire ad un concerto di jazz ma forse questa è l’occasione giusta per piantare un seme, e chissà che almeno suo figlio…».

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
«Miles, Bill Evans, Chet Baker, Wes Montgomery… i classici funzionano sempre, come per i libri».

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste… in Sicilia: Rosalba Bentivoglio, vocalist

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Rosalba Bentivoglio, vocalist

-Come stai vivendo queste giornate?
“La necessità di seguire le linee guida dettate dal governo e dal buonsenso fanno da filo conduttore nelle mie giornate e non ti nascondo che la drammaticità del momento le vivo ogni giorno pensando ai miei cari (figlio, nipoti e madre la quale si trova ricoverata in un centro per anziani) poi penso a tutta la comunità, a tutti gli italiani che in questo momento come me soffrono ma devono soffocare i sentimenti familiari e dare ascolto all’intelletto, al raziocinio”.

-Come ha influito sul tuo lavoro; pensi che in futuro sarà lo stesso?
“Certo lo stato attuale ha influito e continua ad influire sul mio lavoro, così come credo sul lavoro di tutti gli artisti, musicisti e non, basti solo pensare che i concerti annullati sono tanti anche perché questa emergenza cade in un momento dell’anno in cui si concretizzano tante nostre presenze sui palchi di tutto il territorio nazionale ed anche europeo. Ma su questo vorrei dire che queste giornate di forzata reclusione in casa ci sta permettendo di rallentare i tempi sia di lavoro che di pensiero in generale creando, o meglio generando una forza introspettiva maggiore e ciò porterà immancabilmente ad una crescita interiore più consapevole e profonda e di tutto ciò avremo la tangibilità in un futuro prossimo e come ciò che accade dopo grandi eventi disastrosi che  inevitabilmente portano indietro le lancette dell’orologio sociale e umano, arriverà un momento di primavera interiore che verrà (come già accade) percepito nelle composizioni musicali che scriveremo con animo diverso”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?

“Attualmente sono titolare di cattedra di canto jazz presso il conservatorio A. Corelli di Messina, quindi a differenza di tanti altri colleghi musicisti credo di potermi reputare fortunata, almeno per la mia sopravvivenza fisica. Ma la mia attività artistica ne risente: le collaborazioni, i progetti in fase di realizzazione, ed altro non vedranno la luce a breve termine. Tutto ciò è gravissimo per un artista”.

-Vivi da sola o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Anche in questo caso visto la reclusione forzata sono stata fortunata, condivido questo periodo (ma già tutta la vita) con il mio compagno Enrico il quale non mi fa mancare l’affetto, le attenzioni e una profonda e proficua collaborazione. Abbiamo un figlio anch’egli musicista (suona meravigliosamente il sax soprano) e inoltre ci affolliamo la famiglia con due bellissimi nipotini. Purtroppo in questo periodo, ovviamente, non possiamo frequentarci ma ci colleghiamo ogni giorno su WhatsApp o su Skype per sentirci vicini”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Sì credo che in questo specifico momento storico di sofferenza umana in cui tutto dovrebbe essere condiviso e in cui l’individuo non viene visto solo come “individuo” ma così come il macrocosmo ingloba il microcosmo riusciremo ad avere una maggiore visione dell’uomo nella sua interiorità e integrità universale. La nostra stessa sorte (ma non solo per questo singolo evento) è posta in uno dei periodi più difficili della storia del mondo; un periodo caratterizzato da profondi sconvolgimenti, dalla rottura di vecchi metodi, legami e rapporti anche e soprattutto con la terra, dal delinearsi all’orizzonte della distruzione di una civiltà. Una visione del dopo ci viene fornita e la troviamo attuale nella letteratura anche in quella greca antica ma soprattutto in un testo scritto nel finire dell’ottocento da H.G.Wells scrittore inglese che ha scritto tra le altre opere : “La guerra dei mondi” scritta nel 1898 e narra di un tempo in cui la terra viene attaccata e invasa da forze aliene, noi terrestri ci difendiamo con cannoni, navi, aerei etc. e mettendo in campo tutte le nostre forze militari, ma veniamo sottomessi dagli alieni che sono in possesso di armi di distruzione più avanzate e a noi sconosciute. Dobbiamo solo ribaltare i piani di visione, come in uno specchio, ed ecco che tutto cambia: << Noi “umani” abbiamo attaccato la terra, e finiamo con…un “semplice raffreddore” che ci stermina tutti, così come nella guerra dei mondi gli alieni verranno sconfitti da un “semplice raffreddore” a cui loro non erano immunizzati, e i terrestri vincono la guerra aiutati dalla “terra”>>. Credo che questo periodo di transizione contiene in sé le più grandi promesse che il mondo abbia mai veduto, e non bisogna disperarsi ma essere profondamente ottimisti. Le strutture del pensiero religioso e filosofico sembrano sul punto di modificarsi, ma non sappiamo ancora come. Se la distruzione avviene, è soltanto perché la vita possa evolvere. Nel processo cosmico ognuno ha la propria minuscola parte da compiere”.

-Credi che la musica possa dare forza per superare questo terribile momento?
“Sì sono certa e credo che la musica ne uscirà più forte e più insostituibile che mai anzi il linguaggio musicale sarà veicolo di vita essendo stata essa stessa “incipit di vita” con l’universo. A questo proposito voglio citare: <<esisteva Eru, l’uno, chiamato Iluvatar che creò per primi gli Ainur, i santi scaturiti dal suo pensiero ed erano con lui prima che ogni altro fosse creato. Ed egli parlò loro, proponendo temi musicali; ed essi cantarono al suo cospetto ed egli ne fu lieto […] ciascuno di essi penetrava quella parte della mente di Iluvatar da cui proveniva. Ma già solo ascoltando si perveniva ad una comprensione più profonda e s’accresceva l’unisono e l’armonia. E all’improvviso gli Ainur (santi, scaturiti dal pensiero dell’uno indivisibile Iluvatar ) scorsero una remota luce, quasi una nuvola con un vivente cuore di fiamma; e seppero che non era soltanto visione, ma che Iluvatar aveva “creato con il loro canto” una nuova cosa: “Ea”, “il mondo che e’ “ >>. [dal Silmarillion di J.R.R.Tolkien ]. Il suono del cristallo stabilizza, amplifica e trasmette il tono puro. Le campane di cristallo emettono una purissima nota dominante, creando un campo vibrazionale armonico che entra in risonanza con il corpo, queste vibrazioni esprimono la più alta armonia e purezza del suono. Nell’universo tutto è energia in vibrazione, anche il corpo umano ed ogni suo organo risponde ad una risonanza. La voce è lo strumento magico per eccellenza e la base è il canto degli armonici studiati nell’antichità dal matematico musicista e filosofo Pitagora che troviamo nella sua pitagorica musica delle sfere, ed è il cosiddetto canto degli armonici, conosciuto anche come canto degli angeli e che oggi con espressione americana è detto overtones. La riscoperta attuale di questa antica tecnica consente di aumentare come una canopia l’effetto del suono. La voce si moltiplica allora in due o tre note contemporanee che agiscono con lenezza su diversi livelli psicofisici, tecnica che io applico nei miei concerti. La vocalizzazione funziona da massaggio psichico e consente di ritrovare l’armonia della propria identità vocale, smarrita nello stress, nel rumore, nello squilibrio del corpo e della mente. Si può riscoprire così il silenzio (tanto trattato e divulgato dal monaco tibetano Thích Nhất Hạnh con il “dono del silenzio”) troppo spesso dimenticato perché lo riempiamo di pensieri negativi e parole inutili, brutta musica, rumore. Invece è il “suono della meditazione”, la voce del futuro: sembra vuoto, ma è pieno di “fantasia e creatività” “.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare
“Certo che per me la musica è fondamentale diciamo che è una necessità di vita e <<tra le righe di ogni mia composizione c’è sempre l’espressione jazz, da me mediata fino al punto da utilizzare il jazz come nutrimento della mia cultura mediterranea ed europea>>. Comunque la mia passione per la pittura a olio è riuscita ad appassionarmi al punto tale che spesso mi ritrovo a dipingere in tutti i ritagli di tempo possibili che la musica mi lascia. Ho già organizzato diverse mostre personali sia in
Italia che in Europa e comincio ad essere sempre più apprezzata e questo mi fa stare bene. In questo periodo di quarantena forzata non posso incontrarmi con i miei musicisti con i quali abbiamo lasciato progetti in sospeso e approfitto di tutto questo per comporre e suonare da sola, certo prima viene l’insegnamento, svolgo on line le mie lezioni di canto jazz (detengo, come già detto, la cattedra e fino a ieri sono stata la coordinatrice del dipartimento jazz nel conservatorio A. Corelli di Messina), e debbo dire che gli allievi mi seguono. L’altro mio grande interesse è la lettura con la poesia in primo piano seguita dalla filosofia, e anche se durante la giornata lavorativa non ho spazio da dedicarle, la sera a letto prima di dormire leggo sempre almeno mezz’ora”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Platone la chiamava psicagogia (formazione degli animi per mezzo della parola). Oggi più che mai credo che il governo italiano, e l’opposizione  parlamentare di estrema destra (come oramai  quest’ultima si è qualificata venendo allo scoperto) facciano riferimento alla retorica sull’unità nazionale ognuno a proprio vantaggio; il governo cerca di tenere compatta la nazione in un momento di grave crisi sanitaria, ideologica e socio-economica mentre l’opposizione di destra fa sì richiami all’unità ma con chiaro riferimento  al popolo specificatamente  solo di alcune regioni italiane”.

-Sei soddisfatta di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Se per rappresentanza intendiamo ciò che stanno facendo i sindacati per noi artisti, sinceramente direi di sì, ad esempio il nostro sindacato abc con a capo Giancarlo Iacomini segue con molta attenzione tutti gli iter burocratici e legislativi  legati alla nostra figura professionale soprattutto (ma non solo) per l’insegnamento, addirittura creando tavoli di lavoro con il ministero suggerendo soluzioni  per meglio collocare i musicisti nel mondo del lavoro, soprattutto come insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado compresi conservatori e università. Abbiamo un canale on line in cui veniamo informati in tempo reale e aiutati se necessario negli iter da seguire. Esiste anche un gruppo di lavoro denominato MIDJ (musicisti italiani di jazz) che sotto la guida di Paolo Fresu, Ada Montellanico e oggi Simone Graziano, è nato qualche anno fa con l’intento di creare un circuito musicale per i jazzisti ed ha concretizzato anche altre iniziative molto importanti, presente con i referenti (di cui anche io ho fatto parte per la Sicilia) in quasi tutto il territorio nazionale”.

Se avessi la possibilità di essere ricevuta dal governo, cosa chiederesti?
“In questo momento drammatico sento forte il problema sanitario, quindi di attenzionare la sanità pubblica ri-statalizzarla, togliendola dalle mani delle regioni, tutte. Riportare al primo posto cultura e ricerca e quando parlo di cultura parlo di scuole, dalle elementari alle università, conservatori e accademie comprese, la musica in tutte le sue forme di rappresentazione e organizzazione, teatro, editoria, biblioteche, musei, ripristinare la storia dell’arte come materia fondamentale in un Paese come l’Italia che vive di arte. Affrontare e risolvere il conflitto di interessi grande quanto una montagna, di un imprenditore italiano proprietario di giornali e TV che egemonizza la comunicazione di massa. Oramai in nessun canale televisivo troviamo informazioni chiare e neutrali senza l’intervento di manipolazione per interessi di parte”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Sì, subito ti dico: gli Azimut con il disco “Depart” con una grandissima Norma Winstone alla voce, (divina, sensibile e intramontabile Norma),  al piano, Kenny Wheeler alla tromba e ospite Ralph Towner chitarra. Poi “Kind of Blue” di Miles Davis, pietra miliare di questo grande trombettista che ha saputo incarnare il jazz nella sua accezione più assoluta e in questo disco si è avvalso della collaborazione di John Coltrane, Bill Evans, Wynton Kelly, Paul Chambers, Jimmy Cobb.  Altro artista importante per cultura musicale e voce è il grande cantante e scrittore di testi Kurt Elling anche lui dell’area newyorchese come Jazzmeia Horn che invece trova ispirazione in un jazz più Hard nel suo “Love and Liberation” e per finire la più innovativa e poetica Gretchen Parlato nel suo “Live in NYC”. Buon ascolto”.

Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste… in Sicilia: Rosalba Bentivoglio, Francesco Branciamore, Stefano Maltese

Interviste raccolte da Gerlando Gatto

Rosalba Bentivoglio – vocalist

-Come stai vivendo queste giornate?
“La necessità di seguire le linee guida dettate dal governo e dal buonsenso fanno da filo conduttore nelle mie giornate e non ti nascondo che la drammaticità del momento le vivo ogni giorno pensando ai miei cari (figlio, nipoti e madre la quale si trova ricoverata in un centro per anziani) poi penso a tutta la comunità, a tutti gli italiani che in questo momento come me soffrono ma devono soffocare i sentimenti familiari e dare ascolto all’intelletto, al raziocinio”.

-Come ha influito sul tuo lavoro; pensi che in futuro sarà lo stesso?
“Certo lo stato attuale ha influito e continua ad influire sul mio lavoro, così come credo sul lavoro di tutti gli artisti, musicisti e non, basti solo pensare che i concerti annullati sono tanti anche perché questa emergenza cade in un momento dell’anno in cui si concretizzano tante nostre presenze sui palchi di tutto il territorio nazionale ed anche europeo. Ma su questo vorrei dire che queste giornate di forzata reclusione in casa ci sta permettendo di rallentare i tempi sia di lavoro che di pensiero in generale creando, o meglio generando una forza introspettiva maggiore e ciò porterà immancabilmente ad una crescita interiore più consapevole e profonda e di tutto ciò avremo la tangibilità in un futuro prossimo e come ciò che accade dopo grandi eventi disastrosi che  inevitabilmente portano indietro le lancette dell’orologio sociale e umano, arriverà un momento di primavera interiore che verrà (come già accade) percepito nelle composizioni musicali che scriveremo con animo diverso”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?

“Attualmente sono titolare di cattedra di canto jazz presso il conservatorio A. Corelli di Messina, quindi a differenza di tanti altri colleghi musicisti credo di potermi reputare fortunata, almeno per la mia sopravvivenza fisica. Ma la mia attività artistica ne risente: le collaborazioni, i progetti in fase di realizzazione, ed altro non vedranno la luce a breve termine. Tutto ciò è gravissimo per un artista”.

-Vivi da sola o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Anche in questo caso visto la reclusione forzata sono stata fortunata, condivido questo periodo (ma già tutta la vita) con il mio compagno Enrico il quale non mi fa mancare l’affetto, le attenzioni e una profonda e proficua collaborazione. Abbiamo un figlio anch’egli musicista (suona meravigliosamente il sax soprano) e inoltre ci affolliamo la famiglia con due bellissimi nipotini. Purtroppo in questo periodo, ovviamente, non possiamo frequentarci ma ci colleghiamo ogni giorno su WhatsApp o su Skype per sentirci vicini”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Sì credo che in questo specifico momento storico di sofferenza umana in cui tutto dovrebbe essere condiviso e in cui l’individuo non viene visto solo come “individuo” ma così come il macrocosmo ingloba il microcosmo riusciremo ad avere una maggiore visione dell’uomo nella sua interiorità e integrità universale. La nostra stessa sorte (ma non solo per questo singolo evento) è posta in uno dei periodi più difficili della storia del mondo; un periodo caratterizzato da profondi sconvolgimenti, dalla rottura di vecchi metodi, legami e rapporti anche e soprattutto con la terra, dal delinearsi all’orizzonte della distruzione di una civiltà. Una visione del dopo ci viene fornita e la troviamo attuale nella letteratura anche in quella greca antica ma soprattutto in un testo scritto nel finire dell’ottocento da H.G.Wells scrittore inglese che ha scritto tra le altre opere : “La guerra dei mondi” scritta nel 1898 e narra di un tempo in cui la terra viene attaccata e invasa da forze aliene, noi terrestri ci difendiamo con cannoni, navi, aerei etc. e mettendo in campo tutte le nostre forze militari, ma veniamo sottomessi dagli alieni che sono in possesso di armi di distruzione più avanzate e a noi sconosciute. Dobbiamo solo ribaltare i piani di visione, come in uno specchio, ed ecco che tutto cambia: << Noi “umani” abbiamo attaccato la terra, e finiamo con…un “semplice raffreddore” che ci stermina tutti, così come nella guerra dei mondi gli alieni verranno sconfitti da un “semplice raffreddore” a cui loro non erano immunizzati, e i terrestri vincono la guerra aiutati dalla “terra”>>. Credo che questo periodo di transizione contiene in sé le più grandi promesse che il mondo abbia mai veduto, e non bisogna disperarsi ma essere profondamente ottimisti. Le strutture del pensiero religioso e filosofico sembrano sul punto di modificarsi, ma non sappiamo ancora come. Se la distruzione avviene, è soltanto perché la vita possa evolvere. Nel processo cosmico ognuno ha la propria minuscola parte da compiere”.

-Credi che la musica possa dare forza per superare questo terribile momento?
“Sì sono certa e credo che la musica ne uscirà più forte e più insostituibile che mai anzi il linguaggio musicale sarà veicolo di vita essendo stata essa stessa “incipit di vita” con l’universo. A questo proposito voglio citare: <<esisteva Eru, l’uno, chiamato Iluvatar che creò per primi gli Ainur, i santi scaturiti dal suo pensiero ed erano con lui prima che ogni altro fosse creato. Ed egli parlò loro, proponendo temi musicali; ed essi cantarono al suo cospetto ed egli ne fu lieto[…] ciascuno di essi penetrava quella parte della mente di Iluvatar da cui proveniva. Ma già solo ascoltando si perveniva ad una comprensione più profonda e s’accresceva l’unisono e l’armonia. E all’improvviso gli Ainur (santi, scaturiti dal pensiero dell’uno indivisibile Iluvatar ) scorsero una remota luce, quasi una nuvola con un vivente cuore di fiamma; e seppero che non era soltanto visione, ma che Iluvatar aveva “creato con il loro canto” una nuova cosa: “Ea”, “il mondo che e’ “ >>. [dal Silmarillion di J.R.R.Tolkien ]. Il suono del cristallo stabilizza, amplifica e trasmette il tono puro. Le campane di cristallo emettono una purissima nota dominante, creando un campo vibrazionale armonico che entra in risonanza con il corpo, queste vibrazioni esprimono la più alta armonia e purezza del suono. Nell’universo tutto è energia in vibrazione, anche il corpo umano ed ogni suo organo risponde ad una risonanza. La voce è lo strumento magico per eccellenza e la base è il canto degli armonici studiati nell’antichità dal matematico musicista e filosofo Pitagora che troviamo nella sua pitagorica musica delle sfere, ed è il cosiddetto canto degli armonici, conosciuto anche come canto degli angeli e che oggi con espressione americana è detto overtones. La riscoperta attuale di questa antica tecnica consente di aumentare come una canopia l’effetto del suono. La voce si moltiplica allora in due o tre note contemporanee che agiscono con lenezza su diversi livelli psicofisici, tecnica che io applico nei miei concerti. La vocalizzazione funziona da massaggio psichico e consente di ritrovare l’armonia della propria identità vocale, smarrita nello stress, nel rumore, nello squilibrio del corpo e della mente. Si può riscoprire così il silenzio (tanto trattato e divulgato dal monaco tibetano Thích Nhất Hạnh con il “dono del silenzio”) troppo spesso dimenticato perché lo riempiamo di pensieri negativi e parole inutili, brutta musica, rumore. Invece è il “suono della meditazione”, la voce del futuro: sembra vuoto, ma è pieno di “fantasia e creatività” “.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare
“Certo che per me la musica è fondamentale diciamo che è una necessità di vita e <<tra le righe di ogni mia composizione c’è sempre l’espressione jazz, da me mediata fino al punto da utilizzare il jazz come nutrimento della mia cultura mediterranea ed europea>>. Comunque la mia passione per la pittura a olio è riuscita ad appassionarmi al punto tale che spesso mi ritrovo a dipingere in tutti i ritagli di tempo possibili che la musica mi lascia. Ho già organizzato diverse mostre personali sia in
Italia che in Europa e comincio ad essere sempre più apprezzata e questo mi fa stare bene. In questo periodo di quarantena forzata non posso incontrarmi con i miei musicisti con i quali abbiamo lasciato progetti in sospeso e approfitto di tutto questo per comporre e suonare da sola, certo prima viene l’insegnamento, svolgo on line le mie lezioni di canto jazz (detengo, come già detto, la cattedra e fino a ieri sono stata la coordinatrice del dipartimento jazz nel conservatorio A. Corelli di Messina), e debbo dire che gli allievi mi seguono. L’altro mio grande interesse è la lettura con la poesia in primo piano seguita dalla filosofia, e anche se durante la giornata lavorativa non ho spazio da dedicarle, la sera a letto prima di dormire leggo sempre almeno mezz’ora”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Platone la chiamava psicagogia (formazione degli animi per mezzo della parola). Oggi più che mai credo che il governo italiano, e l’opposizione  parlamentare di estrema destra (come oramai  quest’ultima si è qualificata venendo allo scoperto) facciano riferimento alla retorica sull’unità nazionale ognuno a proprio vantaggio; il governo cerca di tenere compatta la nazione in un momento di grave crisi sanitaria, ideologica e socio-economica mentre l’opposizione di destra fa sì richiami all’unità ma con chiaro riferimento  al popolo specificatamente  solo di alcune regioni italiane”.

-Sei soddisfatta di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Se per rappresentanza intendiamo ciò che stanno facendo i sindacati per noi artisti, sinceramente direi di sì, ad esempio il nostro sindacato abc con a capo Giancarlo Iacomini segue con molta attenzione tutti gli iter burocratici e legislativi  legati alla nostra figura professionale soprattutto (ma non solo) per l’insegnamento, addirittura creando tavoli di lavoro con il ministero suggerendo soluzioni  per meglio collocare i musicisti nel mondo del lavoro, soprattutto come insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado compresi conservatori e università. Abbiamo un canale on line in cui veniamo informati in tempo reale e aiutati se necessario negli iter da seguire. Esiste anche un gruppo di lavoro denominato MIDJ (musicisti italiani di jazz) che sotto la guida di Paolo Fresu, Ada Montellanico e oggi Simone Graziano, è nato qualche anno fa con l’intento di creare un circuito musicale per i jazzisti ed ha concretizzato anche altre iniziative molto importanti, presente con i referenti (di cui anche io ho fatto parte per la Sicilia) in quasi tutto il territorio nazionale”.

Se avessi la possibilità di essere ricevuta dal governo, cosa chiederesti?
“In questo momento drammatico sento forte il problema sanitario, quindi di attenzionare la sanità pubblica ri-statalizzarla, togliendola dalle mani delle regioni, tutte. Riportare al primo posto cultura e ricerca e quando parlo di cultura parlo di scuole, dalle elementari alle università, conservatori e accademie comprese, la musica in tutte le sue forme di rappresentazione e organizzazione, teatro, editoria, biblioteche, musei, ripristinare la storia dell’arte come materia fondamentale in un Paese come l’Italia che vive di arte. Affrontare e risolvere il conflitto di interessi grande quanto una montagna, di un imprenditore italiano proprietario di giornali e TV che egemonizza la comunicazione di massa. Oramai in nessun canale televisivo troviamo informazioni chiare e neutrali senza l’intervento di manipolazione per interessi di parte”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Sì, subito ti dico: gli Azimut con il disco “Depart” con una grandissima Norma Winstone alla voce, (divina, sensibile e intramontabile Norma), John Taylor al piano, Kenny Wheeler alla tromba e ospite Ralph Towner chitarra. Poi “Kind of Blue” di Miles Davis, pietra miliare di questo grande trombettista che ha saputo incarnare il jazz nella sua accezione più assoluta e in questo disco si è avvalso della collaborazione di John Coltrane, Bill Evans, Wynton Kelly, Paul Chambers, Jimmy Cobb.  Altro artista importante per cultura musicale e voce è il grande cantante e scrittore di testi Kurt Elling anche lui dell’area newyorchese come Jazzmeia Horn che invece trova ispirazione in un jazz più Hard nel suo “Love and Liberation” e per finire la più innovativa e poetica Gretchen Parlato nel suo “Live in NYC”. Buon ascolto”.


Francesco Branciamore – Batterista, pianista

-Come sta vivendo queste giornate?
“Sicuramente mordendo il freno in attesa che qualcuno ci dia una data definitiva per ritornare al fluire normale pur con le dovute precauzioni”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro; pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Intanto l’annullamento di alcune date per l’emergenza ha influito sull’umore musicale. Preparare un concerto richiede un dispendio d’energie non indifferente, come nel mio caso per il piano solo. Se ne esce continuando a rinforzare la vis creativa con nuove composizioni e a prepararsi ancora meglio al primo concerto utile che faremo. Il futuro spero sia migliore di questo che stiamo vivendo noi musicisti e jazzisti in modo particolare, che abbiamo sempre suonato senza paracadute di alcun tipo. Quindi prevedo concerti con meno gente, anche per grosse star, perché le sale da concerto saranno rimodulate per garantire la distanza di sicurezza, magari faranno due turni nello stesso giorno per artista, per permettere a tutti di gustare la performance”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?  
“Sono concertista e docente di composizione jazz al conservatorio di Vibo Valentia, in stato di stabilizzazione, con cattedra annuale”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“La mia famiglia è un piccolo nucleo familiare, siamo 3 persone. Io, mia moglie, docente di Storia dell’Arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Catania e mio figlio ventenne prossimo alla maturità al liceo scientifico. Diciamo che per adesso lo status di sopportazione reciproco è buono. Forse perché ognuno ha un suo spazio vitale dove annullarsi e rigenerarsi. Comunque una bella esperienza. Cerchiamo di animarci l’un l’altro inventandoci ruoli per stupirci reciprocamente e quale miglior modo se non cimentarsi a turno in cucina?  A parte qualche lieve malessere allo stomaco, specialmente quando sono io ai fornelli, il resto è condivisibile”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Direi che saremo più selettivi. Perché continuare ad abbracciare gente che è stata lontana da noi in un momento in cui il contatto, anche se virtuale, poteva accendere entusiasmo e spegnere ansie? Direi pochi ma buoni, come le note in musica, Miles Davis docet”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica è un grande antidoto universale, sia per chi la fa che per chi l’ascolta. Me ne accorgo con i miei studenti, con cui sono in contatto giornalmente. Non li ho mai visti lavorare così tanto e sentirli così vicino. Vogliono sicurezze e abbracciando la musica in toto riescono ad avere quella leggerezza positiva che permette loro di superare questo difficile momento”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Ognuno ha un suo angolo di fede e la cerca dove è abituato a cercarla”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Beh, si stanno muovendo tutti verso un over exposition per mettersi in luce per raccogliere fondi. Mi riferisco agli artisti di musica pop in genere e non solo, a cui va riconosciuto il merito. Ma quelli famosissimi, tipo le regine e i re dello show business con lauti guadagni di diritti d’autore e con conti in banca sostanziosi, potevano far a meno di fare il siparietto mediatico e invece fare di tasca propria una donazione alla protezione civile. Il jazz non ha di questi leoni in Italia, se non davvero pochi”.

-E’ soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“Oggi la Siae manda a tutti i soci un invito a corrispondere un buono spesa agli artisti bisognosi. La NuovoImaie ha organizzato un fondo già attivo per emergenza Coronavirus per dare un contributo a tutti coloro che hanno avuto date annullate da aprile a giugno, ben fatto quindi. Il MIDJ e altre istituzioni jazz  so che si sono mosse in tal senso, ma hanno solo chiesto  per adesso, si attende che venga recepito dagli organi istituzionali”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Maggior tutela per la nostra categoria di musicisti, una maggiore considerazione per il ruolo sociale che la musica e l’arte in genere hanno e una maggiore visibilità mediatica di tutti i protagonisti del  mondo del jazz per la raccolta di fondi per l’emergenza, noi non siamo da meno degli altri, lo abbiamo dimostrato nel triennio di raccolta fondi per l’Aquila nel context “Il jazz per le terre del sisma”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
https://vimeo.com/145825359 – The Ballad of Fred Hersch”.


Stefano Maltese, sassofonista, con Gerlando Gatto

-Come sta vivendo queste giornate?
“Trascorro il tempo suonando, scrivendo musica, leggendo, studiando. Da questo punto di vista per me non è cambiato molto. Allo stesso tempo cerco di comprendere quello che sta accadendo e i pensieri sono molto contrastanti. In questo maltrattato pianeta la maggior parte dei governanti – indotti da coloro che controllano l’economia – ha sempre preferito rafforzare il proprio potere investendo ingentissime somme in armamenti e guerre e sviluppando nel corso del tempo una sopraffina capacità di manipolare le masse e indurle a seguire stili di vita che sempre più allontanano gli esseri umani dal vivere in armonia con sé stessi, con la natura e con i propri simili. Avviene così che un microscopico organismo – un virus – nel volgere di breve tempo riesca a stravolgere l’esistenza degli abitanti di questo mondo. Abbiamo aerei da guerra che si rendono invisibili, navi portaerei che possono colpire da enormi distanze, missili telecomandati che possono colpire obiettivi con assoluta precisione, ma non abbiamo ospedali attrezzati per situazioni come quella che stiamo vivendo; abbiamo telefonini dalle funzioni fino a qualche tempo fa inimmaginabili e sulle nostre teste satelliti di ogni genere per poter essere sempre connessi ma non possiamo fermare una pandemia. Si è costretti alla reclusione – con tutti i rischi che potrebbero esserci di qualsiasi espansione autoritaria – ma non si è in grado di capire qual è la situazione reale”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Ovviamente sono stati annullati concerti e tutte le proposte sono congelate, probabilmente disperse in questo mare di incertezze. Inoltre, saltano a data da destinarsi due rassegne di cui sono direttore artistico, “Labirinti Sonori” e una nuova rassegna prevista per l’inizio dell’estate, e altre due rassegne di cui sono collaboratore. Credo che occorrerà molto tempo prima che si possa ricominciare a lavorare come prima e probabilmente bisognerà organizzarsi in modi differenti”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Per il momento non ho difficoltà di questo genere, e spero che lo stato di inattività non si prolunghi troppo”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia compagna, Roberta Maci, come è noto anche lei musicista, il che aggiunge un punto di forza al legame affettivo, poiché ogni giorno condividiamo ascolti, suoniamo insieme, progettiamo le nostre attività e così via”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Io sono stato sempre abbastanza solitario, conosco la forza interiore che possono dare l’introspezione e la riflessione – nonché le buone letture e l’ascolto di buona musica –, quindi mi auguro che questo triste periodo possa comunque essere colto come un momento di rinascita, che possa far prendere coscienza della necessità di rallentare i ritmi della vita, di prendersi maggior cura di sé stessi e di ciò che ci circonda, capire che lo sfrenato consumismo porta alla distruzione di qualsiasi valore umano ed etico, nonché alla devastazione del pianeta. Questa pandemia, anche se molto dolorosa per i molti che si sono ammalati e per i deceduti, dovrebbe veramente essere un monito, un ulteriore segnale per far riflettere l’Umanità, anche se non nutro molte speranze, in merito. Se pensiamo che ogni giorno muoiono per fame circa 24.000 persone, che oltre due miliardi e mezzo di persone vivono con circa due dollari al giorno e che situazioni catastrofiche di questo genere sono in atto da tempo immemorabile in varie parti del pianeta, senza che la parte di mondo benestante, quella che oggi è più colpita dal Coronavirus, abbia mai veramente cercato di risolvere il problema, non è facile essere ottimisti. Bisognerebbe sanare certe diseguaglianze sociali, bisognerebbe riscoprire il valore di una vita più semplice e ricca di soddisfazioni culturali: ma temo che la maggioranza sia troppo pigra per compiere la più grande rivoluzione che si possa mai attuare, appunto quella culturale”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica è una delle più grandi forze dell’universo e certamente può contribuire in modo determinante per avere consapevolezza, per lo sviluppo delle capacità cerebrali, per sviluppare maggiore sensibilità, per risvegliare sentimenti umani. Nella scena finale di “Orizzonti di gloria”, il capolavoro di Stanley Kubrick, una ragazza tedesca viene costretta a cantare in un bar di fronte a soldati francesi in procinto di ritornare al fronte: questi iniziano a sbeffeggiarla in quanto appartenente alla nazione nemica. La ragazza, con il volto segnato da lacrime silenziose, incomincia a cantare una canzone nella sua lingua, sola, senza alcuno strumento, e i militari pian piano smettono di insultarla e rimangono in impietrito silenzio, poi sommessamente si uniscono al canto della ragazza – senza parole, perché non le conoscono – e i loro occhi diventano umidi e piangono insieme a lei. Non ci sono più nemici, solo essere umani accomunati dal terribile dolore della guerra e dall’impossibilità di comprendere perché tutto ciò sta accadendo. Ecco la forza della musica, potente, che annulla le barriere e diventa il più alto livello di comunicazione e fratellanza”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Come dicevo prima, bisogna affidarsi alle buone letture, riconsiderare gli stili di vita, interrogarsi, cercare di capire come affrontare il futuro”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Di solito non guardo la televisione, adesso lo faccio quel poco che serve per informarmi sulla situazione, quindi non so molto di richiami all’unità, ma in quel po’ che ho sentito la retorica è veramente tanta, e poi non capisco: unità per cosa? Sono assolutamente allergico a questi luoghi comuni”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
“Non saprei, non seguo ciò che accade in tal senso, ho una certa riluttanza verso aggregazioni di questo genere, troppo spesso ho visto che servono al beneficio di pochi. Credo che manchi qualcosa che possa far sentire i musicisti come parte di un unico organismo culturale, e a mio avviso questo dovrebbe essere il primo obiettivo da raggiungere, altrimenti le esigenze e le aspettative saranno sempre troppo differenti all’interno della stessa categoria, se così posso definirla”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Ma io non vorrei mai essere ricevuto da nessun esponente di questo governo! Tranne rari e isolati casi, sono più di vent’anni che il Paese è stato portato verso una deriva culturale che ne ha segnato in modo devastante il declino. Insisto sull’importanza della vita culturale perché da ciò dipende la possibilità di progettare un serio programma per lo sviluppo della società, perché se regna l’ignoranza allora nascono corruzione, diseguaglianze sociali, sopraffazione, povertà e crimine, e non potrà mai esservi un vero sviluppo sociale. Certo, se questo governo non affronta subito il problema immediato di una crisi economica più che incombente non so quali scenari potranno prospettarsi. E qui tornano i dubbi: in questi ultimi 15-20 anni una serie di crisi economiche ha portato la gente a essere sempre più sfiduciata e sempre meno interessata all’arte, più propensa a cambiare telefonino due volte all’anno piuttosto che andare a concerti, mostre e altro”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Suggerirei di cercare qualcosa che non si conosce o si conosce poco, la curiosità può ripagarci piacevolmente, a volte. Detto questo potrei suggerire qualcosa: “November Steps” e “A Flock Descends Into The Pentagonal Garden”, di Toru Takemitsu; “Pres and Teddy” e “Cool Riffs” di Lester Young; Bach, “The Well-Tempered Clavier Complete” by Glenn Gould; “Mingus Oh Yeah” e “Mingus Pre Bird”, di Charles Mingus; “Black Brown and Beige” di Duke Ellington; “The Inflated Tear” e “I talk with the Spirits”, di Roland Kirk; “Bring ‘Em In”, di Buddy Guy; “Rubber Soul” e “The White Album”, dei Beatles, “The Complete Decca Recordings” e “Lady In Satin”, di Billie Holiday. Mi fermo qui, perché di buona musica ce n’è veramente tanta, basta cercare”.

                                                                                                                                     Gerlando Gatto

Lee Konitz: dopo Charlie Parker il più grande altosassofonista. Il musicista è venuto a mancare a 93 anni a causa del Coronavirus

Stanno cadendo come i birilli: uno dopo l’altro i grandi vecchi del jazz ci lasciano per andare a riposare in un altrove sicuramente meglio del mondo in cui stiamo vivendo queste terribili giornate.

Ultimo, in ordine di tempo, Lee Konitz; nato a Chicago il 13 ottobre 1927, il sassofonista è venuto meno mercoledì 15 aprile al Lenox Hill Hospital New York stroncato dal Coronavirus, che ha trovato poca resistenza in un organismo di 93 anni, anche se, ad onta dell’età, Lee era ancora molto attivo suonando spesso e volentieri.

Lee Konitz

Io non credo che ci sia un solo appassionato di jazz che non abbia ascoltato almeno qualche brano di Konitz o su disco o live; certo l’uomo non era dei più facili, ma l’artista aveva raggiunto vette inimmaginabili essendo a ben ragione considerato il più grande alto-sassofonista del jazz dopo Charlie Parker. Il quale, come ricorda l’amico Claudio Sessa, lo gratificò con la famosa frase “Sei l’unico che non mi imita”.

E non v’è dubbio alcuno che Konitz nell’arco di una lunghissima carriera seppe elaborare un suo stile assolutamente personale, frutto di studi molto approfonditi e di una carica inventiva illimitata. Certo i suoi punti di riferimento più evidenti si ritrovano nel cool jazz, ma ciò non toglie che nella sua musica siano ben percepibili input provenienti tanto dal bebop quanto dal jazz d’avanguardia, influenzando altri sassofonisti come Paul Desmond e Art Pepper. Di qui il fatto che ritroviamo Konitz in moltissime registrazioni sia a nome altrui con artisti di impronte assai diversificate, sia sotto suo nome.

Non è il caso di ripercorrere in questa sede le tantissime tappe della sua carriera, soffermandoci, piuttosto, su quelle che riteniamo gli eventi più significativi. Eccolo, quindi, ancora giovanissimo, abbandonare l’originario clarinetto per dedicarsi esclusivamente al sax contralto; eccolo quindi studiare a fianco del pianista di origini italiane Lennie Tristano che lo avvicina in maniera sostanziale sia alla musica colta sia all’intera storia del jazz, con in primo piano sempre l’urgenza di una esecuzione quanto mai rigorosa.

Successivamente nel 1948 Miles Davis lo chiama a far parte di un gruppo che avrebbe cambiato le sorti del jazz, uno straordinario nonetto di cui fanno parte oltre all’arrangiatore canadese Gil Evans, anche Gerry Mulligan, John Lewis, Max Roach…

Negli anni a venire il sassofonista collabora con alcuni dei più grandi artisti del jazz quali, tanto per fare qualche nome, Michel Petrucciani (in “Toot Sweet”), Charles Mingus, Bill Evans, Ornette Coleman, Dave Brubeck, Bill Frisell, Bud Powell, e Stan Kenton.

In tale quadro non vanno dimenticate le collaborazioni con artisti europei e anche italiani; ricordiamo, al riguardo, il duetto con Glauco Venier immortalato nell’album “Ides of march” (artesuono – 2000), “Velvet Soul” (Splasc (H) 1986) con il gruppo di Guido Manusardi; l’album dedicato a Billie Evans di Davide Santorsola (Philology – 1997); la partecipazione ad alcune registrazioni della Jazz Class Orchestra; accanto a Enrico Pieranunzi, Enrico Rava e Roberto Gatto rispettivamente in “Ma l’amore no” (Soul Note – 1997), “Note necessarie” del 1960 e “Sul lungotevere” del 1993.

Konitz è tra i pochi a incidere per solo sax: ecco quindi l’ottimo “Lone-Lee” registrato per l’etichetta danese Steeple Chase il 15 agosto 1974 che consta di due soli brani “The Song Is You” (Jerome Kern, Oscar Hammerstein II) lungo oltre 38 minuti e “Cherokee” (Ray Noble) vicino ai 18 minuti. Straordinaria anche l’intuizione di valorizzare una formula assai rischiosa come quella del duo: ecco quindi “Suite for Paolo” con Stefano Bollani (Philology – 2012), “Live-Lee” con il pianista Alan Broadbent (Fantasy – 2003); nel 2001, insieme a Franco D’Andrea incide l’album “Inside Rodgers”, mentre del 2007 è “The Soprano Sax Albums: Standards” (Philology) con il pianista Riccardo Arrighini.

Insomma un artista assolutamente straordinario che, sicuramente, in questo periodo di forzato riposo (chiamiamolo così), vi invito a riascoltare e riscoprire così uno degli aspetti più coinvolgenti e affascinanti della nostra musica.

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Per sottolineare quanto sia stato terribile per il mondo del jazz questi primi mesi del 2020 ricordo che, oltre agli artisti di cui ci siamo già occupati, sono venuti meno il 1 aprile il chitarrista Buck Pizzarelli a 94 anni e Ellis Marsalis a 85 anni, il trombettista Wallace Roney a 59 anni il 31 marzo, il bluesman Bill Withers il 30 marzo a 81 anni, il batterista Franco Del Prete 76 anni il 13 febbraio.

Gerlando Gatto