Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Alessandro Turchet, contrabbassista

Intervista raccolta da Marina Tuni

Alessandro Turchet, contrabbassista

-Come stai vivendo queste giornate?
“Con un’inaspettata integrità spirituale data dalla musica e dallo studio”.

–Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
“Ritengo, molto umilmente, che il lavoro del musicista non sia legato unicamente alla mera “performance”, ma che occupi un continuo spazio-tempo. Quindi, nel nostro mestiere, lo studio, il confronto con i colleghi, l’analisi delle partiture per i lavori discografici futuri, l’organizzazione del materiale, la ricerca, lo sviluppo di nuove idee e molto altro ancora, ne sono parte integrante. E quindi, nonostante restrizioni e lockdown, posso dire di non aver mai smesso di lavorare in questo periodo, ho continuato, diversamente, a svolgere il mio lavoro. Il nostro è un ruolo sociale, ci siamo, condividendo la meravigliosa arte della musica, grazie alle persone. Anche nei periodi più bui della storia, l’umanità ha cercato e si è riscoperta grazie all’arte ed alla cultura! Sono “abbastanza” speranzoso nel futuro, nella possibilità di esprimerci, condividendo”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Ho avuto la fortuna di poter continuare le lezioni con alcuni allievi in via telematica. Ovviamente è una modalità per molti di noi del tutto nuova e che, forse, ci ha colti un po’ troppo di sorpresa ma, superate le prime difficoltà tecniche, è servita sia a me che agli allievi per poter continuare a confrontarci. Mi sento di ringraziare gli studenti per essersi/ci messi in gioco con la volontà di continuare ad imparare reciprocamente”.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo da solo ma non sono solo… Ho trovato una forza inaspettata nella lettura, mi sono immerso nella poesia ed ho continuato a viaggiare con la musica; nell’esperienza sensibile ho trovato e ritrovato vicinanza con amici nuovi e di un tempo, con i miei familiari e con diversi colleghi, anche d’oltre confine, che mi hanno dimostrato una sincera fratellanza”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Non posso parlare al plurale… per quanto mi riguarda sì. In momenti di crisi profonda come questo penso sia naturale riconsiderare, analizzandoli, sia i rapporti umani che quelli professionali, quindi sarà naturale per me un cambiamento, spero in meglio ovviamente”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

“Sinceramente la musica mi ha portato aiuto e soccorso in tantissimi momenti della mia vita e forse ho scelto di fare il musicista proprio grazie alla musica, che mi ha sempre teso la mano nei momenti più bui. Ho sempre pensato che la musica abbia un enorme potere terapeutico e non a caso, in musicoterapia, viene addirittura impiegata a livello educativo e riabilitativo. Quindi sì, in generale penso che la musica possa aiutarci in questo tragico evento”.

-Se non la musica a che cosa ci si può affidare?
“A tutto quello che può darci forza”.

-Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
“Gli slogan, soprattutto se pronunciati con vanagloria, non fanno per me”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Bella domanda, in effetti vorrei sapere anch’io quali sono questi organismi di rappresentanza nel nostro settore… evitando polemiche, visto la tragicità del momento storico che stiamo vivendo, noto che diverse associazioni si stanno muovendo in modo positivo per portare le problematiche legate al nostro lavoro (in primis quella di considerare la musica un lavoro) alle alte sfere del governo. Spero in un dialogo efficace che porti ad altrettante efficaci normative. Utopia?”.

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Anche ragionando in astratto temo che concretamente non verrei nemmeno ascoltato”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Mi sono totalmente re-immerso nell’ascolto dell’Esbjorn Svensson Trio, soprattutto nella loro produzione discografica Live. Consiglierei l’ascolto dell’intera discografia…”.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Nico Catacchio, contrabbassista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Nico Catacchio, contrabbassista

-Come sta vivendo queste giornate?
“Cercando di lavorare e studiare il più possibile. Diciamo che non mi annoio e anzi, alla fine il tempo non è mai abbastanza”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Azzeramento completo del lavoro didattico (non faccio lezioni on line) e dei concerti.
Il futuro è veramente oscuro, anche perché il governo, che nell’emergenza ha operato buone scelte (abbastanza obbligate), ora si è perso e ha istituito commissioni e task force nelle quali alla fine tutti dicono e nessuno decide. Nessuna strategia. E invece, come per l’emergenza, l’uscita ha bisogno di velocità di pensiero e velocità decisionale. Qui mi sembra che non ci sia né l’una né l’altra”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Per una di quelle cose che sembrano coincidenze qualche mese fa ho preso un lavoro extra musicale da fare a casa. La didattica per il mio strumento (il contrabbasso) non permette grandi numeri e i concerti si sa che non danno da mangiare se non a pochi. Quindi mi sono organizzato e alla fine questo mi ha parzialmente salvato in questo momento”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia compagna e, anche qui per una coincidenza, con mia figlia che vive a Roma e che era venuta a trovarmi. Dopo si è trovata bloccata qui con me. Si certo è importante avere rapporti personali. Ma immagino la difficoltà invece di chi è da solo o viceversa di chi si trova a dover vivere in un ambiente ristretto con molte persone senza avere possibilità di un suo spazio. Non è banale. E le pubblicità dei divi della TV che ridacchiando invogliavano a restare a casa fanno solo irritare”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Sicuramente non si torna indietro. C’è un solco profondo tra il prima e il dopo. E come per tutto c’è qualcosa di positivo (la riscoperta che la libertà è un bene prezioso, che non tutto va dato per scontato, che è importante coltivare le competenze, la professionalità, la profondità) e di negativo (economia a picco, ritorno importante di disoccupazione e povertà)”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica è importante. Accompagna l’umanità da sempre o almeno da quando l’uomo è riuscito ad uscire dalla fase animale di pura sopravvivenza. Ma alla gente (mediamente) questo non arriva. Pensa che la musica debba essere gratis perché chi la fa si diverte. Non riesce nemmeno a capire il lavoro che c’è dietro. E anzi, se qualcuno di noi si azzarda a dire che bisogna fare qualcosa in fretta per ricominciare a suonare in concerto, ci sono gli haters che ci si scagliano contro, pronti a dire che è l’ultima delle priorità. Ma se ora è così lo è sempre: perché si muore tutti i giorni. Tanta, tantissima gente muore tutti i giorni e non di coronavirus. È un fatto. La morte è un evento naturale che lo si voglia o meno. Solo che ora, essendo più vicina e pubblicizzata, in tanti si sono accorti di non essere immortali. Ma la musica accompagna la vita e una vita senza colonna sonora è una vita ben povera. Anche qui forse la gente se ne accorgerebbe se la musica smettesse di colpo di esistere. È  come per il mio strumento. Scherzando dico spesso che il contrabbasso è uno strumento di cui si avverte l’esistenza solo nel momento in cui non suona!”.

– Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Arte, musica, conoscenza. Sono i pilastri di una civiltà. Togli una di queste cose e il tetto crolla”.

– Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Si, all’improvviso tutti si sono scoperti patrioti. All’inizio del lockdown tutti alle finestre con le bandiere e l’inno di Mameli. Ma la cosa è durata ben poco. Il patriottismo non è una cosa molto radicata nell’italiano medio”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Grazie ad alcuni musicisti c’è un movimento. Certo anche qui si è dovuti arrivare alla crisi per correre ai ripari. E ora molti musicisti sono nei guai perché non esistono sulla carta”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Inquadramento professionale, ammortizzatori sociali e anche quello che in altri Paesi civili si fa da molto e cioè sovvenzioni agli artisti e ai musicisti perché possano svolgere il loro lavoro di ricerca senza doversi sentire degli emarginati”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Ascoltare. Cosa che ormai nessuno fa più. Fermarsi e ascoltare musica senza fare altro. Non è una perdita di tempo ma un arricchimento importante e sostanziale”.

Il trombettista Aldo Bassi scomparso prematuramente il 10 maggio scorso

Il 10 maggio 2020 è venuto a mancare Aldo Bassi. Da suo amico sento il bisogno di ricordarlo e lo faccio attraverso queste poche righe. In realtà per parlare di Aldo servirebbero moltissime pagine, moltissime pagine per descrivere la sua persona e la breve vita da lui vissuta, breve ma intensa, forse l’unica consolazione…

Aldo Bassi

Aldo è stato un musicista eccezionale, uno straordinario trombettista, compositore e arrangiatore. Uno dei più stimati artisti in Italia che ha collaborato con i più importanti musicisti sia in ambito nazionale che internazionale; ma soprattutto Aldo è stato un musicista che ha avuto sempre un rapporto totale con la musica. Dal diploma di tromba classica conseguito a Roma nel Conservatorio di “Santa Cecilia” (e in seguito studierà anche la tromba barocca, forse pochi lo sanno…) per continuare con l’esperienza a Cuba della musica per l’appunto cubana; ha militato nelle big band più importanti in Italia in qualità di solista e arrangiatore, per continuare con le piccole formazioni come trio, quartetto, quintetto etc. con cui ha registrato dei dischi di altissima qualità con importantissime collaborazioni. Aldo poteva suonare qualsiasi tipo di musica e lo faceva sempre al top, dalla musica classica al jazz (con uno straordinario linguaggio) a qualsiasi altro genere… All’attività concertistica ha unito quella didattica insegnando con la stessa passione che metteva nel suonare.

Ma non sono qui per parlare del suo importante curriculum bensì di Aldo… come musicista, ma anche e soprattutto come persona. Aldo al suo talento naturale ha aggiunto un impegno professionale e una dedizione totale alla musica. Uno degli aspetti che mi ha colpito di più in Aldo è stata l’importanza che aveva per lui lo studio e la preziosità del tempo da dedicare a questa attività. Penso che sia una delle cose che mi abbia trasmesso di più, oltre alle tante idee sul fraseggio. Aldo aveva affittato un box sotto casa mia dove si ritirava per studiare e spesso mi citofonava per farsi una suonata insieme. Indimenticabili quelle mattinate trascorse a suonare e a scambiarci fiumi di idee… Con Aldo ho condiviso tanta musica, concerti e vari momenti di vita, forse da una trentina di anni… Abbiamo anche viaggiato insieme per cinque o sei anni, da Roma a Benevento, per andare a insegnare in Conservatorio. Di quei viaggi ho un bellissimo ricordo fatto di battute, grandi risate ma anche di discorsi sulla musica e sulla didattica. Aldo ha creduto alla musica fino alla fine, fino a quando ha avuto la forza di “soffiare” in quella tromba l’ha fatto. Oltre naturalmente ai suoi affetti, la musica per Aldo è stata motivo di vita. Come persona Aldo era veramente adorabile. Sempre col sorriso e con un umorismo intelligente e raffinato, lo stesso gusto appariva anche nelle sue note. Il suo entusiasmo innato, lo slancio emotivo e soprattutto l’amore per il suo strumento lo portò addirittura a un progetto veramente ambizioso: un disco dove lui suona la tromba senza la presenza di altri strumenti. Il CD, registrato nel 2012 dal titolo “Solo”, è una importante testimonianza della sua estetica musicale, della sua essenza e anche, tutto sommato, del coraggio che ha avuto nel realizzare il progetto. All’interno del CD sono contenute delle parole dedicate al suo strumento: la tromba.  Eccole: “Quaranta anni passati insieme. Passione, sentimenti ed emozioni ormai stratificate nella mia anima. Se mi chiedi come sono stati, ti basti sapere che rifarei esattamente tutto. Mi innamorerei di te, verserei sudore nel cercarti, faticherei per tenerti accanto e mi arrabbierei fino a odiarti, senza però smettere di amarti.”

Ciao amico mio, rimarrai per SEMPRE nei miei pensieri

Andrea Beneventano

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Antonella Vitale, vocalist

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Antonella Vitale, vocalist – foto Víctor Sokolowicz

-Come stai vivendo queste giornate?
“Non è stato facile accettare una condizione così “surreale”. Ricordo che dopo il primo Decreto restrittivo dell’8 Marzo sono stata sopraffatta dall’ansia, dall’incredulità, poi come tutti mi sono dovuta adattare alla nuova condizione cercando di mettere a fuoco l’unico aspetto positivo e anche anomalo della quarantena, cioè il “tempo libero”, pare assurdo ma la sensazione di avere 12 ore libere a disposizione senza nessun impegno mi ha spiazzata!  Il grande silenzio per le strade completamente svuotate dalla routine giornaliera, che magari in altri momenti sarebbe   stato un fantastico generatore di creatività, questa volta suonava strano e un po’ inquietante, così la capacità di concentrazione è venuta meno anche solo per leggere la pagina di un libro. Adesso va meglio, riesco a ritagliarmi i miei spazi, non vedo i TG, ho la giornata scandita da incombenze familiari e domestiche, dipingo, canto e registro video con amici musicisti (ognuno rigorosamente a casa propria) e cerco di non pensare. L’amara consapevolezza di quanto il famoso delirio di onnipotenza dell’uomo in circostanze come questa esca di scena per lasciare posto al sentimento della paura che forse è più pandemica di ogni altro virus,  mi passa nella testa come insidiose interferenze radio”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso?
“Non credo che tutto ritorni come prima, per un buon periodo le misure restrittive impediranno sicuramente che le nostre abitudini tornino alla normalità. L’allontanamento sociale cui siamo sottoposti avrà delle conseguenze future e per tutto il settore artistico rappresenterà un problema serio. Proprio giorni fa in una conversazione telefonica io e te caro Gerlando, ci chiedevamo come potranno in futuro riempirsi nuovamente le platee dei teatri, dei cinema, dei Festival… saremo tutti condizionati dal “contagio” dal mantenimento delle distanze almeno fino a che non troveranno delle cure mirate… e che questo virus non scompaia del tutto.
I social come FB, Instagram,  in giornate così particolari, permettono a tutti, specie a chi è costretto a vivere questi giorni in solitudine, di sentirsi in compagnia. Il musicista poi ha  bisogno di quel pizzico di visibilità che rappresenta un nutrimento necessario per vivere, vedo molte dirette FB in cui chi può organizza delle piccole session o delle brevi interviste… insomma cerchiamo tutti  di mantenere alto lo stato vitale e per il momento ci adattiamo  così. Io stessa ogni tanto pubblico dei video “#ai tempi del coronavirus” registrati a casa con mezzi rudimentali, insieme ad  amici musicisti,  è un modo per sentirsi  in una collettività dove come sempre la Musica fa da collante e panacea per l’anima”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Io fortunatamente ho un impiego part-time che mi permette un minimo garantito, i concerti rappresentavano un piccolo incentivo in più (l’esiguo cachet degli ultimi anni,  non permette certo un’agiatezza economica) ma il punto è che noi  musicisti  abbiamo la sindrome da “palco”, e questo non perché siamo malati, anzi! Le esibizioni live rappresentano l’unico momento di contatto reale con il pubblico con il quale  dialoghi attraverso la tua musica le tue emozioni, la tua espressività. Questa è la vera magia”.

-Vivi da solo o con qualcuno. E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con mio marito e mio figlio. Ho dato sempre alla famiglia la priorità assoluta. Ho costruito qualcosa di importante cui non posso prescindere. Mio marito è un uomo che stimo molto anche per le sue qualità professionali, Oltre ad essere un docente di Storia dell’arte è anche un eccellente fonico con il quale ho realizzato praticamente tutti i miei lavori discografici. La musica ti accende, ti nutre ma spesso può anche spegnerti e interferire nei tuoi stati d’animo, la famiglia è il mio angolo protetto dove trovare rifugio nella routine quotidiana e dove ritrovare un po’ di me stessa”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa? 

“Credo proprio di sì. Abbiamo bisogno delle relazioni senza di cui la vita non avrebbe senso. Attraverso gli altri abbiamo modo di conoscere meglio noi stessi e credo che un evento come questo ci stia facendo riflettere. Vedo i segnali ovunque… ci telefoniamo… ci video-chiamiamo… ci scriviamo… abbiamo bisogno di conforto reciproco e di sapere che non siamo soli. Non saprei se i rapporti professionali subiranno dei cambiamenti, al momento c’è un grande spirito di collaborazione che speriamo continui anche in futuro con lo stesso entusiasmo”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Come ogni forma d’arte la musica è molto importante perché lavora sulle emozioni attraverso i suoni, smuove l’immaginazione, attiva la corteccia cerebrale, il pensiero, insomma è terapeutica, universale e non lo affermo io ma lo hanno  da sempre dichiarato filosofi, musicologi  e scienziati. Cosa potrei dire di più? È evidente che se oggi la musica nel nostro Paese venisse considerata un elemento di alto valore educativo e culturale per la nostra società, probabilmente sarebbe di grande aiuto sotto tanti aspetti primo tra tutti quello di fungere da supporto psicologico in un momento così particolare in cui il nostro stato d’animo è stato messo a dura prova”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?

“Ci si può affidare a noi stessi, alla nostra umana capacità di resistere ai cambiamenti. È sempre stato cosi, abbiamo risorse infinite, i nostri antenati vivevano nelle caverne e si trovavano in un habitat sconosciuto in balia di ogni pericolo. Ne è passato del tempo, tra glaciazioni, carestie guerre… insomma la specie umana è ancora qui e siamo miliardi di persone, forse un motivo ci sarà”.

Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“La retorica è diventata d’uso comune, si parla per stereotipi, c’è l’appello continuo rivolto ai cittadini di restare uniti, compatti, si tira spesso in ballo il termine “resilienza”. Va tutto bene, in Italia vivono circa 60 milioni di persone ed è giusto uniformarsi a delle direttive prese dal governo per arginare la pandemia, ma l’unità fino a quando? Cosa accadrà dopo questo lockdown? E soprattutto quanto durerà?”.

Sei soddisfatta di come si stanno muovendo i Vostri organismi di rappresentanza?
“Al momento quello che noto è una grande confusione. La quarantena dura da più di un mese e la mancanza a tutt’oggi di terapie per sconfiggere il virus ci lasciano timorosi, preoccupati, stanchi del distanziamento imposto. La politica dovrebbe essere coesa a garantire a tutti un sostegno immediato veloce, lasciando da parte la burocrazia farraginosa. Il governo manterrà l’impegno di tutelare tutte le classi lavorative più fragili e colpite, nessuna esclusa? Il settore “Cultura e spettacolo” per il quale la conta dei danni è una voragine enorme, lascia sospesi nel vuoto della precarietà artisti di ogni categoria e purtroppo sento sollevare pochissimo il problema da parte dei vari ministri. Questo mi spiace, perché siamo un paese che ha insegnato l’arte al mondo e non dovremmo dimenticarlo mai”

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“È partita una petizione  #velesuoniamo, diretta al Governo proprio per chiedere un tavolo interministeriale tra MiBACT, Inps e Ministero del Lavoro per la tutela previdenziale e la protezione per tutto il settore dei lavoratori dello spettacolo promossa da Paolo Fresu, Ada Montellanico e Simone  Graziano e sono state già raggiunte quasi 60.000, firme… speriamo bene. Chiederei a questo al Governo di prendere in seria considerazione gli incentivi e gli aiuti alla Cultura e al mondo dello Spettacolo e siccome sono una musicista lo farei citando una bellissima frase di Nietzsche che recita…”Senza la musica la vita sarebbe un errore” “.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Enzo Favata, sassofonista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Enzo Favata, sassofonista

-Come stai vivendo queste giornate?
“Potrei dirti come tutte le persone di questo mondo, vivo le giornate con apprensione e sospensione, paura non solo del nemico invisibile, ma soprattutto del futuro incerto. Detto questo, cerco di usare questo periodo sospeso in maniera differente dal solito e di darmi un organizzazione rigida del tempo e delle cose da fare nell’immediato. Naturalmente un po’ spaventato dal fatto che alla ripresa dei “ giochi”, data la mia condizione di musicista geograficamente lontano dai centri di diffusione della musica, sarà molto difficile che tutto ritorni alla normalità in tempi brevi, ho deciso di riorganizzare il mio tempo, dandomi uno schema rigido alle mie lunghe giornate, suddivise con orari ed impegni precisi: la mattina la passo in studio cercando di fare come tutti i musicisti, pratica con lo strumento, la composizione di nuove idee ecc… ho anche preso in mano il mio archivio con 30 anni di lavori, registrazioni live, colonne sonore, lavori per cinema teatro, album mai usciti, performance e concerti live, un lavoro davvero imponente dato che ci saranno più di 400 ore di registrazione, non voglio lasciarle in un cassetto e le cose più interessanti le sto rimasterizzando e mettendo online, sarà un lavoro che continuerò anche finiti i tempi del coronavirus, per ora ci sono 22 album digitali già pubblicati https://enzofavata.bandcamp.com/  La seconda parte della giornata, dato che per scelta di vita da dodici anni ho deciso di abitare in campagna, il pomeriggio lo dedico alla terra che ho intorno a casa e cerco di fare seriamente un lavoro completamente diverso che richiede devozione e cura come la musica, lavoro a volte sin quando è buio. So che avere queste possibilità di poter non essere incollati ad un divano o reclusi in una piccola casa di 40 mq, di questi tempi può essere una grande fortuna, quindi porto grande rispetto alla condizione degli altri e spero che l’emergenza finisca presto”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso
“Il lavoro stava avendo un profondo cambiamento anche prima di questo sconvolgimento, vivo la scena musicale da davvero tanto tempo e la situazione per i musicisti è precipitata già da tempo, sin dall’avvento di alcune mode digitali che ne ha sconvolto il mercato, appiattendolo su di un concetto davvero restrittivo rispetto al ruolo della musica e del musicista. Personalmente lavoro molto e soprattutto all’estero e non sto a dire quanti concerti e tournée ho perso. Credo che il futuro non sarà più  lo stesso, ma lo vedo in positivo, dopo le grandi tragedie ci sono stati sempre epocali cambiamenti, credo che questa esperienza farà nascere  collaborazioni, nuovi network ed  una maggior coscienza anche da parte dei musicisti e della filiera dello spettacolo, compreso il pubblico: ci sono segnali già evidenti di una consapevolezza e riorganizzazione nel nostro mondo, basta iniziare ad avere più coraggio, a mettersi in gioco anche nella vita associativa, dare qualcosa anche agli altri per ottenere di più tutti e su questo la filiera del jazz italiano ha ancora da lavorare molto”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Sto riprendendo con più costanza la mia attività di colonne sonore, dove ho fatto molto negli anni, alternandola all’attività concertistica; non nascondo che è un momento difficile, ma vedendo il bicchiere mezzo pieno ho deciso di utilizzare i materiali  risorti dal mio archivio e li sto mettendo online. Credo  che  promuovere la tua musica su piattaforme come bandcamp stia iniziando a dare risultati non solo per me, all’estero è uno standard usato ed ha successo, in Italia impera Spotifly che, con tutto il rispetto per la musica per tutti, a noi del jazz fa arrivare qualche euro, per questo lancio un’idea alla stampa specializzata: sarebbe una bella cosa che anche la critica musicale, i media internet i blog e riviste, si dedicassero con più convinzione a questo modo di concepire la produzione musicale diretta tra musicista e fruitore della musica, per semplificare è un po’ come fa la Coldiretti in Italia, che promuove i prodotti  a chilometro zero”.

-Vivi da solo o con qualcuno. E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia famiglia e naturalmente in questo momento è importate, ma lo è sempre stato”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e   professionali sotto una luce diversa?
“Credo che l’isolamento aiuti a capire meglio il valore dei rapporti umani di una volta anche con i contatti diretti, chi non è della mia generazione non conosce il valore di una cartolina di una telefonata, di andare a far visita ad un conoscente, l’era degli sms e poi delle chat hanno appiattito tutto ad un messaggio uguale per tutti da spedire alla tua rubrica telefonica. Meno male che la tecnologia oggi, con le video-chiamate, ci aiuta a ridurre la distanza tra le persone che conosciamo e spesso riduce il noioso susseguirsi di messaggi, in questo periodo le video-chiamate sono aumentate visibilmente e questo modo visivo di dedicare più tempo, a mio parere cambierà notevolmente in meglio il rapporto tra le persone. Io lo sto sperimentando questo trend, conosco persone in tutto il mondo, ma mai come ora ne ricevo segnali e comunicazioni da tutti, credo che sia il leitmotiv che accompagna l’umanità tecnologica   ed è una bella cosa che tutti vogliono sapere degli altri. Anche nel lavoro si usano sempre più video-chiamate anche in gruppo per condividere qualche minuto insieme, guardarsi in faccia, oppure chiedere consigli su certe cose, parlare di problematiche comuni. Tutto questo prima di febbraio era molto più raro, oggi anche se distanti siamo più vicini perché ci accomuna un dramma e la voglia di superarlo”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica aiuterà tutti ad affrontare questo momento, mai come al giorno d’oggi la musica è facilmente raggiungibile ed è facilmente fruibile. La musica influisce molto sul modo in cui pensiamo, in cui ci comportiamo, in cui sentiamo. La musica è un mezzo davvero molto potente che lavora direttamente sulle emozioni. Per noi che la produciamo è una ragione di vita e non da oggi. Per me ora è un momento di grande immersione interiore, come ho detto prima sia nel passato con oltre 30 anni di  archivio dentro cui scavare e riscoprire, sia nel futuro con una  grande la voglia di creare a cui ho iniziato a dedicare più tempo proprio in questi giorni. Il lavoro della riscoperta di mie radici musicali ed anche il lavoro in campagna mi stanno dando la forza non solo di superare, ma anche di creare qualcosa di nuovo, come finalmente la realizzazione di un mio album in solo e la composizione di nuovi materiali per la realizzazione e registrazione del nuovo album con il mio attuale gruppo “The Crossing” con Pasquale Mirra, Rosa Brunello e Marco Frattini di cui esiste un album live recording su bandcamp  https://enzofavata.bandcamp.com/album/enzo-favata-the-crossing-live”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Chi ama la musica e la crea difficilmente pensa ad altro, ma nel concreto a mio avviso la forza per superare questo momento è l’unione il non sentirsi soli anche nel nostro mondo artistico, partecipare socialmente come ho detto prima, essere presenti , non solo con il dito sulla tastiera di un social, ma sentirsi parte di una comunità, far valere i propri diritti, ma anche i nostri doveri” .

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Devo dire che se da un punto di vista bisogna essere assolutamente ottimisti nonostante la banale, ma necessaria retorica di: “ce la faremo, andrà tutto bene, gli italiani sono un grande popolo… ecc…”, bisogna comunque iniziare a raccontare un po’ di verità su cosa è la nostra nazione, non dimentichiamo che l’Italia era già un paese scassato da prima con sei milioni di disoccupati, nove milioni di sommerso (tra cui anche molti musicisti danno il loro piccolo contributo lavorando in nero) cinque milioni di poveri. Insomma l’unità va bene ma anche la coscienza di essere sull’orlo di un baratro e che le risorse che verranno impiegate per la ripresa saranno dei conti salatissimi che dovremo pagare, non dimenticandoci che gli Italiani complessivamente evadono per 150 miliardi all’anno e questo non è un esempio di unità. Su questa domanda vorrei divagare un poco prendendo ad esempio dei post che in questi giorni vedo sul mondo dello spettacolo a proposito di iniziative virtuose come quelle del governo tedesco. Secondo voi possiamo paragonarci? Oppure post “l’Italia è il paese della cultura e dell’arte”.  Ma si ha in mente quanto i governi “cattivi” del Nord investano in cultura? Chi ha frequentato i palcoscenici della Germania, Norvegia, Svezia ma anche dell’Olanda si rende conto di quanto i governi spendono e di quanto il pubblico sia presente e spenda i soldi di un biglietto, anche per andare a vedere musicisti non conosciuti; esiste insomma più senso di unità nel vedere la gente che conduce una vita sociale legata alla cultura, al ritrovarsi per un evento che non sia di natura commerciale o nazional-popolare; speriamo che cambi qualcosa che non sia l’unità dei flashmob dai balconi, e di tante altre iniziative che lasciano il tempo che trovano. Finisco il concetto dicendo che il mondo della musica ha sempre risposto al concetto di unità andando in aiuto sempre per le cause dei più deboli”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“Il mondo del jazz, come è noto, per una parte si è associato in Federazione del Jazz Italiano, che riunisce l’associazione dei Musicisti, quella dei Festival ecc… (conoscete già chi ne fa parte) si tratta comunque di un buon inizio e credo siano stati fatti passi importanti, dato che prima non esisteva nulla; detto questo si ha la necessità di dare un’accelerazione vista la situazione contingente, lasciando da parte certi atteggiamenti garantisti solo per una piccola parte del jazz italiano, siamo una filiera e se una parte soffre, ne soffre l’intera catena. La mia non vuole essere una critica bensì un suggerimento attivo: AMJ, di cui faccio parte e che riunisce i musicisti di jazz, per avere più massa critica deve riuscire ad accogliere più musicisti non solo della fascia “giovanile” e per far questo deve riuscire a dare più fiducia a chi sarebbe intenzionato ad aggregarsi, ma non lo fa perché comunque non si sente rappresentato; è un duro lavoro, credo che l’attuale dirigenza stia facendo anche oltre il possibile, ma bisogna superare questo stallo e gli strumenti necessari si hanno basta metterli in atto. I-Jazz in questo momento, almeno per la fine del 2020 e credo per buona parte del 2021, dovrà essere cosciente del “capitale artistico“ che sono i musicisti di jazz Italiani ed imparare a valorizzarlo maggiormente, anche con importanti azioni di promozione, sviluppare azioni comuni per quanto riguarda il fundraising e mettere in campo, anche aiutati dal Governo, tutte quelle azioni che permettano di promuovere i Festival, Teatri, Rassegne, per riportare a loro il pubblico anche con una visone diversa,  prendendo spunto, come ho spiegato prima, dal pubblico dell’Europa del Nord”.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Il Governo ha iniziato un piccolo dialogo con la Federazione del Jazz ed “a bellu a bellu” ( traduzione dal sardo: a piccoli passi) sta iniziando un percorso. Nella Fase 3 post Coronavirus e con la riapertura delle frontiere chiederei: una disposizione finanziaria maggiore sia nelle attuali risorse per il Fus, sia meccanismi di avvicinamento per quei Festival e realtà importanti (e ce ne sono) che non hanno avuto la fortuna di aver accesso al Fondo Unico per lo Spettacolo; creare incentivi almeno per un quinquennio  per I Festival ed i Palinsesti che ospitino musicisti Italiani di Jazz (di qualsiasi età); creare una campagna di promozione di riavvicinamento del pubblico, anche reintroducendo e incentivando le iniziative statali e private, la programmazione della musica jazz e dei concerti com’era una volta. Infine, ma non meno importante, attivare l’Export Office, una Istituzione di promozione governativa, attiva con successo in tantissime nazioni, che in Italia deve dipendere dal MIBACT , con un modello a struttura aperta ed a sportello, con due call annuali che finanzino i viaggi dei musicisti che ne abbiano diritto, ovvero con dei contratti firmati da Festival ed Organizzazioni straniere, lo stesso Export  Office che andrà a promuovere il jazz Italiano nelle Fiere”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Diciamo che dopo quello che ho detto, consiglio a tutti di andare a scoprire la musica su Bandcamp, è un buon modo per essere uniti e solidali con i musicisti che non stanno lavorando in questo momento e naturalmente, una volta ascoltati i brani, scaricate gli album; trovate anche le più importanti etichette, digitate un genere ed andate a scoprire. Libri? “Logo Land” di Max Barry, per capire in un romanzo del 2003 la società attuale. “In Patagonia” di Bruce Chatwin, per comprendere un mondo in cui la distanza sociale è usuale. “Peggio di un Bastardo” autobiografia di Charles Mingus. Ed infine per chi volesse angosciarsi di più, ma con un libro straordinario “La Peste” di Albert Camus.

Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Francesco Cusa, batterista e scrittore

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Francesco Cusa, batterista, scrittore – ph Paolo Soriani

-Come sta vivendo queste giornate.
“Con la consapevolezza di chi attende una catarsi da ogni scenario distopico. In un certo senso posso dire di esser pronto a un evento del genere, avendo avuto una formazione che di simili scenari si è nutrita fin dall’adolescenza: dai fumetti, ai libri, al cinema. Ne ho scritto molto anche nei miei libri, ne parlo in vari miei racconti, come ne “I mille volti di Ingrid”. Dunque, questa “reclusione” per me significa ancora produrre: mi ritrovo con più cose da fare di “prima”, a tal punto che mi risulta difficile comprendere come riuscirò a realizzare tutti i miei progetti una volta finita questa emergenza”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Naturalmente ho subito un grave danno con la cancellazione di molti concerti e di presentazioni dei miei libri. La mia proverbiale fortuna ha fatto sì che uscissero, poco prima dell’esplosione della pandemia, sia il libro “Il Surrealismo della Pianta Grassa” sia il cd doppio “The Uncle” dedicato all’amico recentemente scomparso Gianni Lenoci, con conseguenze facili da immaginare. Sono molto affranto perché avevo organizzato un tour pugliese in memoria di Gianni… speriamo di poter recuperare in futuro. A tal proposito ritengo che sarà molto difficile ripartire. Occorrerà approfittare di questo stallo per rivedere la politica dell’organizzazione musicale in Italia, liberarla dai gangli che la congestionano in clan e cordate, per una gestione e selezione più armoniche e meno elitarie. La parola d’ordine è comunque defiscalizzare”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Da quest’anno, e dopo quasi 15 anni di precariato in giro per l’Italia, a 53 anni suonati ho il mio primo contratto a tempo determinato al conservatorio di Reggio Calabria, dove insegno “Batteria Jazz”. Altrimenti l’avrei vista davvero dura. C’è da dire che ancora però non ho visto una lira… ops! Un euro”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo da solo, molto felicemente e per scelta. Per me è una dimensione straordinaria il poter gestire il mio tempo e il mio spazio. C’è un sottile canto che viene intessuto nei reami del domestico. Certo, occorre avere antenne molto potenti e non sentire il bisogno di avere necessariamente qualcuno a fianco. Dico sempre che il vero single si riconosce dal fatto che quando rientra a casa alla sera e si chiude la porta alle spalle prova uno straordinario senso di pace”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Fortunatamente, penso proprio di sì. Siamo di fronte a un fatto epocale che genererà un importante (ma non ancora decisivo) cambiamento bioenergetico in una grande parte della popolazione mondiale. I rapporti umani e professionali saranno caratterizzati da una prima naturale fase di formale diffidenza e straniamento, per poi tornare in una nuova dimensione di fascinazione. Simbolicamente, questa nuova modalità relazionale rappresenta lo zenit del processo di distanziazione fra sapiens, processo cominciato millenni fa e relativo all’alfabetizzazione”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Senza ombra di dubbio. La musica come tutto il resto, ossia la meravigliosa opera creativa dell’uomo nel suo contesto ambientale, è l’antidoto sublime contro l’entropia. Nessun momento in cui ci è dato vivere è “terribile”. Nel dolore, nella sofferenza c’è sempre, a saper bene ascoltare, ciò che il filosofo indiano Abhinavagupta definiva il “Tremendo”, ossia quello stadio supremo che non è più conoscenza concettuale ma conoscenza- vita, il canto terrificante e suadente del mistero del campare. Siamo fortunati”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Affidarsi a qualcosa è già essere nella dipendenza. Occorre vivere il proprio tempo e le necessità che esso impone con la consapevolezza di essere nel posto giusto e al momento giusto. Sempre, anche nei momenti più difficili e umilianti della vita. Ci si può affidare a stento alla nostra coscienza e poi, semmai, donare per ricevere. Ma sempre con molta parsimonia, diffidando alquanto. Affidarsi a qualcosa di esterno è abbandonarsi al flusso delle maree. Da naufraghi, scegliere una fascinosa esistenza romantica nell’illusione dell’approdo”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“C’è tutta la banalità necessaria a generare una buona dose di salutare nausea. Naturalmente la paura ha la grande capacità di rimuovere ostacoli, ma è semplicemente un riflesso dell’angoscia. Non si produce nulla di bello se si è nella paura. L’emergenza è lo stato prediletto dallo speculatore”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“No. Anche perché non ho e non riconosco alcun organo che possa rappresentarmi. E poi rappresentare chi, quale me? Chi sono io? Un musicista? Uno scrittore? Un giullare? Un critico? Un impostore? Poco importa. Anche qui torna comoda la domanda precedente: ci si sarebbe dovuti muovere per tempo sulle cose da fare, su tutte assicurare un’intermittenza agli artisti, perché l’arte è il vero pane del mondo… non voto da decenni, non voglio essere rappresentato né politicamente, né tantomeno artisticamente. Posso scegliere di partecipare e condividere ciò che in me risuona e che ritengo utile alla causa comune. Ma dopo quasi trent’anni di vita spesa in collettivi artistici come Bassesfere e Improvvisatore Involontario, adesso preferisco seguire una mia via ‘ascetica’ “.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?

“Nulla. Attenderei che mi si chiedesse cosa posso offrire in base alle mie competenze”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Oramai ascolto prevalentemente colonne sonore di film, dunque, non volendo fare l’ipocrita, consiglierei l’ascolto di due cd appena usciti e che vedono protagonista il mio caro amico Gianni Lenoci, recentemente scomparso: “The Whole Thing” con Gianni Lenoci al piano e Gianni Mimmo al soprano, appena uscito per Amirani, e il mio ultimo “The Uncle (Giano Bifronte)”, doppio cd appena sfornato da Improvvisatore involontario e Kutmusic”.

Gerlando Gatto