Adam Pieronczyk Quintet al Civitafestival 31 edizione

Le foto sono di LAURA GIROLAMI

CIVITAFESTIVAL

Forte Sangallo, Cortile Maggiore

Venerdì 12 luglio 2019

Ore 21:30

Adam Pieronczyk Quintet

Adam Pieronczyk, sax tenore e soprano
Ramberto Ciammarughi, pianoforte
Jacopo Ferrazza, contrabbasso
John B. Arnold, batteria

guest Fabio Zeppetella, chitarra elettrica

Trentunesima edizione del Civita Festival: una volta di più il direttore artistico Fabio Galadini riesce a portare a casa un Festival denso di eventi di ogni genere, quest’ anno senza alcun contributo pubblico, ma solo con sponsor e incassi di biglietti di ingresso a prezzi popolarissimi, che si svolgono per la maggior parte nello stupendo Cortile Maggiore del Forte Sangallo. Teatro, Danza, Musica, Reading, una varietà di spettacoli davvero notevole, un successo di pubblico altrettanto notevole: un pubblico variegato di esperti, appassionati, ma anche di curiosi, a riprova che se si investe nella cultura in maniera intelligente la gente risponde eccome. Anche quest’anno, come ogni anno.

Tra gli eventi il concerto del quintetto di Adam Pieronczyk. Un gruppo inedito, formatosi per l’occasione, con la regia del batterista John B.Arnold. Una regia attenta che ha messo insieme cinque musicisti portatori di personalità musicale alquanto spiccata. Questo è ciò che è accaduto al Forte Sangallo, o meglio, ciò che io ho visto e ascoltato accadere dal mio punto di vista (e di osservazione)

Adam Pieronxczyk apre il concerto con un assolo di sax: una intro libera che dopo qualche minuto svela il tema portante del brano, che viene doppiato dalla mano sinistra di Ramberto Ciammarughi al pianoforte, e dal contrabbasso di Jacopo Ferrazza. John B. Arnold entra con la batteria, senza toccare il rullante, insistendo sui tom e sui ride. La chitarra di Fabio Zeppetella comincia ad incalzare ed elegge ad alter ego, in un dialogo serrato, il pianoforte. Il suono potente del contrabbasso tira le fila della tessitura complessiva, fino all’ assolo di Ciammarughi.

Un assolo in cui idee estemporanee si intrecciano con frammenti del tema principale, mai buttati via. La mano destra e la mano sinistra sono totalmente indipendenti tra loro, è come ascoltare l’esecuzione di due strumenti, due linee complementari, non linea principale e accompagnamento.
Segue l’improvvisazione di Pieronxczyk: un fraseggiare legato, melodico, denso di idee ma aperto alle sollecitazioni degli accordi pieni del pianoforte e del procedere instancabile del contrabbasso.

Al rientro in scena della chitarra elettrica, con una nota ribattuta ostinata, il volume si intensifica fino ad un massimo che poi gradualmente si assottiglia: si torna al sax che rimane solo, come all’inizio, e che sussurra, fino all’ultimo armonico.

Il secondo brano comincia con sax e contrabbasso all’unisono: la batteria colora con suoni sospesi. Il pianoforte interviene con tocchi sporadici. Si unisce all’unisono anche la chitarra, unico suono non acustico. A un breve silenzio, suggestivo, segue il tintinnare del ride e una sezione in quartetto. Il (doppio) pianoforte di Ciammarughi, la batteria di Arnold, il contrabbasso di Ferrazza e la chitarra di Zeppetella procedono insieme in un dialogo serrato, fino a quando non entra Pieronxczyk. Tacciono chitarra e piano, e un nuovo trio entra in scena: contrabbasso, batteria e sax.
Su giri armonici semplici si imperniano idee suggestive. La composizione dei musicisti sul palco cambia continuamente dando adito a una ricerca sonora e timbrica costante.

Quando il dialogo è tra Pieronxczyk e Ciammarughi, in alcuni brani che prevedono questo inizio, il sax accenna il tema e il pianoforte prende corpo lentamente, passando da una leggera scansione armonico – ritmica ad una interazione paritaria. Niente è mai ripetuto, ma, allo stesso tempo, nessun “mattoncino sonoro” viene prematuramente abbandonato. Una cellula melodica, o ritmica, può nascere dal sax, passa alla chitarra elettrica, rimbalza sul pianoforte, viene ripresa dal contrabbasso, mentre anche la batteria riesce a cantarla. Il tutto veleggiando tra momenti adrenalinici ed episodi intimisti, passando per molte sfumature possibili.
Dimenticavo di scrivere che tutta la musica suonata, bis compreso, è stata musica originale.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un quintetto, come accennavo, che – poste precedenti collaborazioni tra alcuni di loro, come quella lunghissima tra Ramberto Ciammarughi e Fabio Zeppetella, o quella tra John B. Arnold e Adam Pieronxczyk, si è costituito per la prima volta proprio in occasione del Civitafestival.
I musicisti, come spesso accade in questi casi, hanno provato poco prima di suonare: le possibilità di solito sono due. Si può assistere a una Jam Session, magari anche di altro livello, o si assiste a un concerto in cui non si improvvisa su schemi prevedibili, ma si compone estemporaneamente qualcosa di nuovo e, chissà, anche irripetibile.
Ho assistito alla performance di un quintetto affiatato, composto da cinque musicisti capaci di dare forma comune e suggestiva alla spiccata personalità di ognuno, estemporaneamente.
Ho notato i dialoghi serrati tra Fabio Zeppetella e Jacopo Ferrazza: chitarra elettrica e contrabbasso intrecciati in una trama base fondante della pienezza, della compiutezza del sound complessivo. E protagonisti di assoli interessanti e intensi.
Ritengo una fortuna quella di aver avuto la possibilità di ascoltare Ramberto Ciammarughi, artista tanto defilato quanto originale, capace di essere delicato e vulcanico, ovvero dall’espressività sanguigna, torrenziale, ma anche improvvisamente intimista. Consiglio a tutti di non perdere i pochi concerti cui cede: è un pianista originale, dallo stile del tutto particolare.
Non conoscevo Adam Pieronxczyk: è stato una bella scoperta, ho trovato il suo modo di suonare singolarmente in equilibrio tra una spiccata vena melodica e una istintiva propensione alla sperimentazione, con fraseggi inusuali che spiccano durante le parti in solo o l’esposizione dei temi ma anche la capacità di intrecciarsi con il resto del gruppo diventando parte di un voicing interessante anche quando le sequenze armoniche sono costruite su schemi semplici.
John B. Arnold fa parte di quel voicing: con la sua batteria spesso va oltre l’accompagnamento ritmico e si inserisce armonicamente nel tessuto complessivo. Davvero un bellissimo suono.

 

Le chansons di Zeppetella, Bex, Lauren e Gatto dal vivo all’Elegance

“Chansons!” è un’idea musicale, un trattato di diplomazia, un abbraccio tra cugini. Un bel gioco, soprattutto, inventato da Jando Music per raccontare due mondi vicinissimi, che da sempre si osservano con reciproca curiosità e si influenzano a vicenda. L’Italia e la Francia si stringono la mano e si alleano, mettendo in campo quattro talenti cristallini: Fabio Zeppetella e Roberto Gatto, a rappresentare il tricolore col verde; Geraldine Laurent ed Emmanuel Bex come ambasciatori dei “bleus”. L’inedito quartetto interpreta undici canzoni che raccontano al meglio la tradizione musicale e più specificamente cantautorale dei due Paesi. Dal capostipite Bruno Martino, passando per De André e De Gregori e arrivando a Pino Daniele, da una parte. Jacques Brel e Leo Ferré, Yves Montand e Joe Dassin dall’altra. I brani di “Chansons!” conquistano fin dal primo ascolto. L’interpretazione dei quattro musicisti, manco a dirlo, è straordinaria. Se l’intesa tra Gatto, Bex e Zeppetella era già collaudata, e fonte di preziose gemme musicali, l’innesto di Laurent rende il tutto ancora più sorprendente e ricco.
Sul palco Fabio Zeppetella (chitarra), Emmanuel Bex (organo,voce), Geraldine Laurent (sax) e Roberto Gatto (batteria).

Giovedì 19 aprile
Ore 21.30
Elegance Cafè Jazz Club
Via Francesco Carletti, 5 – Roma
Euro 22 (concerto e prima consumazione)
Infoline + 39 06 57284458

I nostri CD. In attesa delle festività natalizie tanta buona musica da ascoltare

Piera Acone & Marco Castelli M&S Band – “La bicyclette” – Caligola 2226
I rapporti tra jazz e canzone francese non datano certo da ieri, dal momento che Parigi è stata per lungo tempo abituale dimora di tanti jazzisti americani. Di qui un filone che mai si è esaurito e che viene riproposto in questo bel disco della vocalist Piera Acone accompagnata dalla M&S Band ovvero Marco Castelli ai sax tenore e soprano, Paolo Vianello al piano, Edu Hebling al contrabbasso e Gabriele Centis alla batteria. Il repertorio è ovviamente tutto incentrato su alcuni classici della canzone francese composti tra il 1936 e il 1938, eccezion fatta per “Sympathique” scritta da Thomas Lauderdale & China Forbes nel 1998. Così accanto alla title track portata al successo da Ives Montand, figurano brani più che celebri come “Sous le ciel de Paris”, “Que reste-t-il de nos amours”, “C’est si bon”… per non parlare di pezzi cantautorali quali “Les cornichons” di Nino Ferrer e “Comment tuer l’amant de ta femme” di Jaques Brel. Acone interpreta il tutto con verve, personalità e sincero rispetto per le melodie originali, pur non rinunciando ad alcune succose personalizzazioni come nel caso di “Mon manège a moi” e “La foule”. Sa a tutto ciò si aggiunge la maestria sassofonistica di Marco Castelli e la sapienza di Paolo Vianello nell’arrangiare l’album, si capisce come ci si trovi dinnanzi ad un disco godibile dal primo all’ultimo minuto. Certo se amate il jazz moderno, le sperimentazioni ardite, le forzature strumentali e/o vocali allora certamente questo non è il disco per voi. Un’ultima considerazione non per questo meno importante: la pronuncia francese della Acone è semplicemente perfetta a conferma dell’interesse che questa vocalist ha sempre coltivato nei confronti della cultura d’oltralpe.

Anthus – “Calidoscopic” – Temps Record 1616
Splendido album di questo vocalist, compositore, arrangiatore catalano giunto al suo terzo CD da leader che lo consacra artista di livello assoluto. Ben coadiuvato da Pol Padrós tromba e flicorno, Max Villavecchia piano, Manel Fortià contrabbasso e Ramón Díaz batteria e percussioni, l’artista presenta un repertorio di dieci brani tutti da lui scritti, con alcune punte di eccellenza come in “Mediterraneum”. E forse non a caso il brano che meglio evidenzia le potenzialità di Anthus anche come compositore prende il nome dal mare che bagna la Spagna, l’Italia e molti altri Paesi. Il fatto è che Anthus, con questo album, si impone alla generale attenzione come uno dei migliori, più completi esponenti di quello che molti definiscono “jazz mediterraneo” ossia una forma espressiva capace di unire input diversificati quali le musiche tradizionali dei Paesi che sul Mediterraneo si affacciano, il pop, il rap, la classica e il jazz ovviamente. E che il jazz costituisce la base su cui l’intera costruzione si basa è dimostrato sia dalla struttura dei brani sia dal fraseggio degli strumentisti con in primo piano il pianista Max Villavecchia a proprio agio tanto con impianti “tradizionali” quanto con linguaggi diversi, più vicini, ad esempio, alla musica araba. Dal canto suo il leader sfodera un vocalismo straordinario, adoperando spesso la voce in funzione strumentale senza articolare verbo ma riuscendo sempre a calamitare l’attenzione dell’ascoltatore. Insomma davvero una bellissima scoperta!

Stefano Battaglia – “Pelagos” – ECM 2CD 2570/71
Immergersi nell’universo sonoro di Stefano Battaglia è impresa tutt’altro che facile: occorre avvicinarsi a questa musica con il cuore aperto, la mente sgombra da qualsiasi pregiudizio e soprattutto la voglia di lasciarsi andare e introitare qualcosa di meravigliosamente oscuro ma altrettanto meravigliosamente affascinante. In effetti Stefano è uno dei musicisti più coerenti e meno banale che abbiamo ascoltato nel corso della nostra storia di cronista e critico. Ogni nota che viene dalle sue dita ha un peso specifico, un ruolo ben preciso nell’ambito del discorso che egli porta avanti con lucida determinazione. Parlare di etichette a proposito della sua musica risulta davvero inopportuno ché tante sono le sponde su cui si rinfrangono le sue composizioni e le sue interpretazioni: dal jazz, alla musica classica, dalle sonorità orientali fino a quelle sperimentazioni di carattere prevalentemente rumoristico che oramai da tempo fanno parte del bagaglio di Battaglia. I due CD ci offrono oltre due ore di musica, eseguita al piano e al piano preparato, tutta giocata su tempi piuttosto lenti e su dinamiche tutt’altro che intense. Battaglia è alla continua scoperta di un filo rosso che lega le sue composizioni (“Pelagos”, “Halap”, “Exklium”, “Migration”, “Mantra” ed Ufratu”), il canto arabo andaluso di “Lamma Bada Yatathanna” e il resto della musica che è “totalmente e spontaneamente improvvisata” come spiega lo stesso pianista milanese nelle note che accompagnano i CD. E il filo rosso è costituito, come si può arguire anche dai titoli dei brani, dal dolente contributo che Stefano vuole offrire al raggiungimento di una soluzione al problema dei migranti la cui cultura non può e non deve essere alternativa alla nostra: possiamo convivere in pace e la musica è lì a manifestarlo nel modo più evidente possibile.

Tim Berne – Incidentals – ECM 2579
Questo è il quarto album dei Tim Berne’s Snakeoil; registrato a New York nel dicembre del 2014, comprende, oltre al leader Tim Berne al sax alto, Oscar Noriega al clarinetto e clarinetto basso, Matt Mitchell al paino ed elettronica, Che Smith batteria, vibrafono, percussioni e timpani cui si aggiunge, nell’occasione, la chitarra elettrica di Ryan Ferreira, con l’obiettivo, spiega Berne, di “raggiungere in qualche modo uno spazio più sonoro”. Inoltre nell’intro di “Hora Feliz” e in “Prelude One” che chiude l’album, si può ascoltare la chitarra del produttore David Torn. Come al solito il livello della musica di Berne è assai elevato per merito sia delle cinque composizioni tutte dello stesso leader (lunghe dai sette ai ventisei minuti) sia della sapienza esecutiva del quintetto. In primo piano, naturalmente, il sax del leader: Berne si incarica di dettare il clima generale che passa da atmosfere assai complesse, dense, in cui le linee tracciate dagli strumenti si intersecano a creare puzzle tutt’altro che banali, ad atmosfere in cui il tutto si dirada ed in queste occasioni è soprattutto Oscar Noriega a salire in primo piano. Così melopee quasi ipnotiche si alternano a frasi sghembe, spigolose sì da rendere praticamente impossibile la distinzione tra pagina scritta e libera improvvisazione. Il tutto mentre il sound della chitarra si integra perfettamente con il sax di Tim, Mitchell si fa ammirare non solo al piano ma anche all’elettronica e la sezione ritmica è impegnata in un lavoro costante, a tratti trascinante, a mantenere mobile, inafferrabile la musica del quintetto.

Franco D’Andrea – “Traditions Today: Trio Music vol.III”
Dopo il primo volume incentrato sull’Electric Tree con dj Rocca & Andrea Ayassot, e il secondo volume con protagonista il Piano Trio con Aldo Mella & Zeno De Rossi, ecco questo terzo volume – in due cd, uno in studio e l’altro live – in cui D’Andrea suona con Mauro Ottolini al trombone e Daniele D’Agaro al clarinetto. Si chiude, così, il progetto discografico Trio Music dedicato al pianista di Merano in occasione del suo settantacinquesimo compleanno e della consegna di un Riconoscimento alla Carriera per il suo percorso artistico e il legame che lo unisce alla Fondazione Musica per Roma. Se dicessimo che l’ascolto dell’album ci ha stupiti diremmo una sesquipedale bugia: conosciamo Franco da oltre quarant’anni e sappiamo benissimo come, ad onta dell’età non proprio verde, egli non sbagli un colpo. Ogni suo album, ogni suo concerto è una delizia per chi ama la buona musica e questo album non fa eccezione alla regola, anzi ché il trio con Ottolini e D’Agaro è attualmente una delle sue formazioni più brillanti. I tre si conoscono alla perfezione e, quel che è più importante, si divertono un mondo a suonare assieme, e questa gioia la comunicano agli ascoltatori. La linea stilistica è oramai ben nota: riuscire a coniugare passato e presente, dimostrare come si possa essere moderni, al passo dei tempi, suonando una musica che appartiene ad un passato anche remoto. Di qui l’esecuzione di brani storici come “I Got Rhythm”, “Basin Street Blues”, “Muskrat Ramble”, “King Porter Stomp”, “St. Louis Blues”, e pezzi più recenti come “Naima” di cui i tre offrono una versione quanto mai originale e convincente.

Dinamitri Jazz Folklore – “Ex Wide – Live” – Caligola 2225
Album sotto certi aspetti straniante ma di sicuro interesse questo in cui i ‘Dinamitri Jazz Folklore’ proseguono la loro ricerca sulla musica africana evidenziandone i rapporti con il blues. Dicevo straniante perché l’album, registrato durante il concerto tenuto all’ExWide di Pisa il 19 dicembre del 2015, si discosta notevolmente da quelle esplorazioni sonore in completa solitudine, alla scoperta di se stessi, che hanno caratterizzato alcuni album del sassofonista tra cui il recentissimo “ReCreatio”; ma si discosta altresì anche dai precedenti album in quanto Dimitri Grechi Espinoza mostra questa volta l’aspetto più gioioso della formazione forse anche a discapito di quella profondità di indagine che aveva distinto i precedenti lavori. Così il repertorio si articola in maniera assai variegata passando dal chitarrista tuareg maliano Ahmed Ag Kaedi al gruppo afro-beat The Daktaris, dallo stesso leader all’altra formazione Tartit proveniente anch’essa dal Mali, fino a giungere a Tony Scott con la sua “African Dance”. Insomma una sorta di rilettura di quelle che sono le radici africane del jazz mescolata alla passione per il funky e il groove: una mistura divertente, spesso entusiasmante e, soprattutto, mai banale. Insomma anche in questo caso Dimitri Grechi Espinoza e i suoi compagni di viaggio (assieme da molti anni) riescono a trovare un buon equilibrio tra il divertimento e l’approfondimento, tra la scrittura e l’improvvisazione, tra l’importanza del collettivo e la specificità dei singoli.

Ferdinando Faraò – “To Lindsay – Omaggio a Lindsay Cooper – Music Center
L’Artchipel Orchestra diretta da Ferdinando Faraò si va affermando, giorno dopo giorno, come una delle più belle realtà del jazz made in Italy. E questo album ne è l’ennesima conferma. Come esplicita il titolo, l’album è dedicato alla figura di Lindsay Cooper, deceduta nel 2013, splendida fagottista, oboista, e attivista politica, membro del gruppo Avant-Prog Rock e Jazz, “Henry Crow” e prima dei “Comus”. Ora, riprodurre la musica di un’artista spesso urticante, sicuramente fuori dagli schemi come Lindsay Cooper non era certo impresa facile; eppure la band l’ha affrontata con grande entusiasmo anche perché Faraò è un grande appassionato della scena jazz e rock inglese degli anni ’70 avendo già eseguito composizioni di artisti quali Hugh Hopper, Alan Gowen, Robert Wyatt, Dave Stewart, Mike Westbrook & Fred Frith. Anche questa volta Faraò è riuscito a a centrare in pieno l’obiettivo. I brani cari alla Lindsay vengono ripresentati con arrangiamenti nuovi, scritti dallo stesso Faraò e basati su trascrizioni di vari musicisti, che riescono a vestire di abiti nuovi composizioni che risalgono agli anni ’80. L’impatto orchestrale è forte, prepotente, sin dall’inizio dell’album con le prime note di “Half The Sky” proveniente dall’ultimo album degli Henry Cow, “Western Culture” del 1978. Ma ascoltare l’album è come rileggere, sempre con estrema pertinenza, alcune delle più belle pagine della vita di Lindsay: così, ad esempio, dall’assolo della danzatrice svizzera Maedée Duprès musicato dalla Lindsay – “Face On” del 1983- proviene “As She Breathes” presentato con un arrangiamento per sole voci, “England Descending” è tratto dall’opera sulla guerra fredda “Oh Moscow” del 1987, frutto del sodalizio con Sally Potter… e via di questo passo sino alla fine dell’album. Da segnalare, infine, la presenza alla batteria di Chris Cutler già a fianco della Cooper negli “Henry Cow” e soprattutto presente nei vari album da cui sono tratti i brani presentati dall’Artchipel Orchestra. Al riguardo da aggiungere che la scaletta contiene anche un brano originale firmato da Ferdinando Faraò.

Tiziana Ghiglioni – “No Baby” – Dodicilune 377
Il già nutrito catalogo della Dodicilune si arricchisce di un altro personaggio di primissimo livello. Lei, Tiziana Ghiglioni, rimane a tutti gli effetti una delle più importanti, originali e dotate vocalist a livello non solo italiano. E questo album ne è l’ennesima riprova… se pur ce ne fosse stato bisogno. Nell’occasione Tiziana si presenta con un trio d’eccezione: Gianni Lenoci al pianoforte è una garanzia dato il curriculum dell’artista pugliese diplomato in pianoforte al Conservatorio “S. Cecilia” di Roma e in musica elettronica al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, dove ha conseguito anche il Diploma Accademico di secondo livello in pianoforte; Steve Potts, ai sax soprano e alto, è ben conosciuto soprattutto per il suo trentennale rapporto con Steve Lacy di cui ha introitato ogni più recondita sottigliezza. Ben coadiuvata da questi due grandi musicisti, Tiziana dà un saggio delle sue straripanti capacità interpretative usando la voce in funzione meramente strumentale o in modo più convenzionale, canonico. Ascoltando i dieci brani contenuti nell’album, di cui ben quattro a firma congiunta Ghiglioni-Lenoci, mai si avverte un attimo di stanca, di deja-vu, di ascoltato. I tre macinano musica a pieno ritmo con una intensità e una consapevolezza davvero uniche, sorretti da una intesa completa che per nulla fa rimpiangere la mancanza del basso. Si ascolti ad esempio con quanta sincera partecipazione i tre dialogano in “Fagan” di Lenoci e Ghiglioni (la quale evidenzia anche un’ottima vena creatrice), con la vocalist che non disegna di mettersi da parte per lasciare spazio ai compagni d’avventura, in particolar modo a Lenoci particolarmente ispirato. Ricca di sfaccettature la riproposizione del classico “Lonely Woman” di Ornette Coleman con il sax di Potts che si staglia sull’ostinato di Lenoci il quale si ritaglia successivamente un convincente assolo mentre la Ghiglioni dopo l’introduzione, si ferma per ricomparire intorno al minuto otto per andare a chiudere con magistrale delicatezza. Ultima segnalazione per “Let Us Live” in cui Tiziana dà veramente un saggio di bravura per il modo in cui lascia emergere tutte le sfumature insite nella composizione di Waldron… ma la cosa non stupisce più di tanto chi ben conosce Tiziana dal momento che Waldron è da sempre uno dei suoi artisti preferiti

Iro Haarla – “Ante Lucem” – ECM 2457
La compositrice/pianista/arpista islandese Iro Haarla è la protagonista di questi interessante album incentrato su una suite in quattro movimenti composta dalla stessa Haarla. La suite è scritta per quintetto jazz e orchestra sinfonica; nell’album accanto alla Haarla pianoforte e arpa troviamo Hayden Powell, tromba, Trygve Seim, sassofoni, Ulf Krokfors, contrabbasso, Mika Kallio, percussioni mentre l’orchestra sinfonica è la Norrlands Operans Symfoniorkester diretta da Jukka Iisakkila. Fatte le dovute presentazioni, parliamo un po’ della musica che non si discosta da quelle che sono sempre state le direttrici su cui si è mossa l’artista islandese. Quindi una non facile ricerca sulla linea melodica all’insegna di un melanconico romanticismo nordico a tratti davvero toccante; un’armonizzazione ricercata, raffinata; una scrittura ben delineata che tuttavia lascia spazio alle parti improvvisate. Ed in effetti il fascino principale dell’album consiste nel modo in cui la Haarla fa interagire il gruppo jazz con l’orchestra sinfonica. Al riguardo è notevole l’omogeneità dell’opera che non soffre della diversa provenienza dei suoi esecutori tutti protesi ad interpretare al meglio le indicazioni del compositore. E l’obiettivo viene raggiunto a pieno ché durante gli oltre sessanta minuti dell’album mai si avverte una qualsivoglia dissonanza tra i jazzisti e l’orchestra sinfonica. C’è da dire, comunque, che in questo caso il clima prevalente è quello sinfonico cui i jazzisti si adattano magnificamente con un Trygve Seim ancora una volta superlativo. Un’ultima notazione: il titolo non si riferisce solo alla lotta tra le tenebre e la luce ma, come spiega la stessa Haarla, “raffigura il nostro pellegrinaggio terreno attraverso le sofferenze, superando le difficoltà e raggiungendo infine la tranquillità dell’animo. Riceviamo la redenzione tramite la luce”.

Vijay Iyer Sextet – “Far From Over “ – ECM 2581
Questo è forse il migliore album che il pianista-compositore abbia finora prodotto confermando appieno i riconoscimenti ottenuti a livello internazionale quali la nomina del “DownBeat Artist of the Year” nel 2012, 2015 e 2016 e le parole del Guardian che descrivono il suo lavoro come “un vertiginoso pinnacolo di jazz contemporaneo multitasking”. Per questa nuova fatica Vijay si è avvalso della collaborazione di un gruppo di validi improvvisatori quali Graham Haynes cornetta e flicorno, Steve Lehman sax alto, e Mark Shim sax tenore con la solita sezione ritmica costituita da Stephan Crump al contrabbasso e Tyshawn Sorey alla batteria. In programma dieci brani tutti composti dal leader che, attraverso la sua musica, tende sempre più a valorizzare sia ogni singolo componente il gruppo sia il collettivo. Di qui alcuni elementi caratterizzanti l’album: il piano elettrico e l’elettronica nel momento in cui richiamano esperienze passate indicano contemporaneamente una nuova via percorribile dal pianista-compositore indiano-statunitense; i tre fiati conferiscono all’ensemble una ricchezza timbrica che non poteva esserci nel classico trio pianoforte e sezione ritmica; il gioco sulle dinamiche appare molto importante così come la profonda interazione tra i musicisti. A quest’ultimo riguardo Iyer non ha calcato la mano sugli arrangiamenti, sulla pagina scritta lasciando così mano libera ai compagni di viaggio per raggiungere quella valorizzazione del tutto cui prima si accennava. Operazione ovviamente complessa, ma perfettamente riuscita dato che il gruppo mai perde la sua compattezza sia nei brani di ispirazione più canonica come la title tracke, “Nope” o “Into Action” dove fa capolino un’atmosfera funky ben sostenuta dalla batteria di Tyshawn Sorey, sia nelle composizioni più sperimentali e ‘tirate’ come “Down to The Wire” impreziosita dagli assolo del leader e di Soreycome o “Good on The Ground”. Una menzione a parte meritano “For Amiri Baraka” (ovvero Everett LeRoi Jones) per la delicatezza e la sincerità dell’omaggio reso ad uno dei grandi personaggi della storia afro-americana e “Wake” per le atmosfere oniriche, quasi ipnotiche che disegna a differenziarsi notevolmente da tutte le altre composizioni.

Greg Lamy Quartet – Press Enter – Igloo
Lo abbiamo già scritto ma forse è opportuno ripeterlo: in questo momento storico la chitarra, nell’ambito del jazz, è tornata strumento di primissimo piano grazie alle continue produzioni di alcuni grandi artisti oramai affermati a pieno titolo (pensiamo a Ralph Towner, Bill Frisell, John Scofield… tanto per citarne alcuni), e all’apparire di altri talenti come questo Greg Lamy. Anche se non più giovanissimo, il quarantatreenne Lamy, nativo di New Orleans e ‘laureato’ al Berklee College of Music di Boston, esercita oramai la sua attività in Europa, principalmente tra il Lussemburgo e Parigi. Di recente lo abbiamo ascoltato assieme al cantautore Marco Massa di cui abbiamo già parlato molto bene in questo stesso spazio. Adesso Lamy si presenta al pubblico del jazz con un suo nuovo album inciso in quartetto con Gautier Laurent al contrabbasso, Johannes Muller al sax e Jean-Marc Robin alla batteria, vale a dire la stessa formazione che avevamo ascoltato e apprezzato nel precedente lavoro del 2009 “I See You”. Anche in queste seconda prova Lamy conferma le buone impressioni avute ascoltando “I See You”, cioè innanzitutto un profondo radicamento nel blues che lo porta a cercare ed ottenere una certa sonorità che ben si attaglia a quel tipo di espressività. In secondo luogo un’eccellente tecnica che gli consente un fraseggio fluido, scorrevole, giocato principalmente su singole note; a tutto ciò si accompagnano una felice vena compositiva e la capacità di guidare con mano sicura il gruppo, duettando spesso in maniera convincente con il sassofonista Johannes Muller.

Luigi Masciari – “The G-Session” – Tosky Records 018
Ecco in primo piano un altro chitarrista: Luigi Masciari. Dopo le felici avventure con “Emoticons” e “Noise in The Box”, l’artista napoletano si ripresenta alla testa di un trio davvero particolare, con Roberto Giaquinto alla batteria e niente popò di meno che Aaron Parks al piano e piano elettrico, con l’aggiunta, in un brano, della voce di Oona Rea. Parks (classe 1983) ha oramai raggiunto una reputazione di carattere internazionale essendosi fatto le ossa con artisti del calibro di Terence Blanchard e Kurt Rosenwinkel e avendo inciso a suo nome una decina di album tra cui due – “Arborescence” e “Find the Way” – per la ECM. Insomma un pianista con i fiocchi il cui contributo, specie al Fender Rhodes, è risultato decisivo per la bella riuscita dell’album, il cui titolo deriva dal fatto che è stato inciso nello studio G di Brooklyn il 7 dicembre del 2015. Dal canto suo Masciari si riconferma ottimo musicista a 360 gradi: non solo strumentista di livello capace di elaborare complesse linee architettoniche che ben si adattano al diverso clima dei brani e perfettamente in grado, quindi, di transitare da brani veloci a pezzi a tempo più lento, ma anche autore maturo, in grado di sfornare composizioni ben equilibrate e altrettanto ben strutturate in cui gli interventi dei singoli trovano il terreno per esprimere le proprie potenzialità. Si ascolti, ad esempio, l’eccellente lavoro di Giaquinto in “Music Man” anche se, a nostro avviso, i brani meglio riusciti sono “Boogie Blue” in cui Masciari riesce nel non facile compito di coniugare modernità e tradizione e Don’t Touvh My Chords” vero e proprio pezzo di bravura per Aaron Parks.

Stephan Micus – “Inland Sea” – ECM 2569
Ecco altre dieci tracce con cui il multistrumentista di Stoccarda si ripresenta, sempre in solitaria, al suo pubblico che lo segue e lo ama incondizionatamente. In effetti quella di Micus non è musica per palati facili, è musica che parla prevalentemente al cuore con un linguaggio di rara raffinatezza frutto non solo della qualità intrinseca della musica ma anche della sua particolare timbrica dovuta agli innumerevoli strumenti che nel corso della sua carriera Micus ha collezionato e suonato. Non si esagera affermando che partendo dagli strumenti di Micus si potrebbe tracciare una sorta di atlante musicale che abbraccia tutti i continenti. Così anche questo suo ventiduesimo album per la ECM non si discosta da quanto sopra detto ché anzi, già nel titolo, c’è un preciso richiamo agli specchi d’acqua che si ritrovano all’interno delle zone caucasiche e dell’Asia Centrale da cui provengono alcuni degli strumenti usati da Stephan. Di qui un’ulteriore considerazione che si attaglia a tutte le produzioni di Micus: i suoi album non vanno ascoltati prendendo in considerazione i singoli brani, ma accogliendo nel proprio io tutta la musica che il multistrumentista ci propone in una sorta di flusso continuo senza soluzione di continuità. Solo così si potrà gustare in tutta la sua dolce malinconia il modo in cui Micus si appropria di suggestioni provenienti da ogni parte del mondo per unificarle in un unicum di rara bellezza e soprattutto di grande originalità. In effetti il modo di periodare di Stephan, le sue capacità compositive non trovano eguali distanziandosi in maniera netta da qualsivoglia espressione di genere new age…. Così come, d’altro canto, parlare di jazz è del tutto inappropriato.

Roscoe Mitchell – “Bells for the South Side” – ECM 2494/95 2cd
Questo doppio album registrato in buona parte al Museum Of Contemporary Art di Chicago nel settembre del 2015 per celebrare il cinquantesimo anno dell’Art Ensemble of Chicago, ci restituisce un Roscoe Mitchell (classe 1940) in piena forma ad onta degli ottanta anni che inesorabilmente si avvicinano. Il sassofonista di Chicago guida un gruppo di eccellenti musicisti divisi in quattro diversi trii la cui genesi è illustrata dallo stesso musicista nelle note di copertina: uno, con Jaribu Shahid (contrabbasso) e Tani Tabbal (batteria e percussioni), rappresenta il riproporre una collaborazione che aveva visto i tre lavorare assieme nel “Sound Ensemble” a metà degli anni Settanta; quello che vede accanto a Mitchell i due suoi colleghi docenti al Mills College, James Frei (fiati) e William Winant (percussioni varie) nasce nel 2011 in occasione di Angel City Jazz Festival; il terzo annovera Mitchell, Kikanju Baku (batteria e percussioni) e Craig Taborn (piano, organo elettronico); il quarto è completato da Hugh Ragin (tromba) e Tyshawn Sorey (trombone, piano, batteria, percussioni). Questi nove musicisti sono chiamati ad interpretare un repertorio dovuto tutto alla penna del laeder. Di qui un variare di situazioni, di atmosfere che comunque trovano un loro punto di raccordo nell’estetica del leader, che individua nel rapporto tra musica e silenzio la sua principale caratteristica. Quasi inutile sottolineare come il facile ascolto non faccia parte di questo progetto: il sassofonista continua ad essere fedele a sé stesso, proseguendo lungo le direttrici che oramai da molti anni informano la sua carriera. L’atmosfera è chiaramente disegnata sin dal brano d’apertura, il lungo “Spatial Aspects of the Sound”, che alterna momenti di assoluta contemplazione in cui i suoni sono quanto mai diradati a momenti di vera e propria esplosività in cui la batteria gioca un ruolo di primissimo piano. Col procedere dell’album si avverte anche la presenza dell’elettronica sempre dominata dalla mente di Mitchell che anche nella più spericolata improvvisazione rimane sempre lucido, presente: così “Dancing in the Canyon” dopo un lungo dialogo tra percussioni ed elettronica tra Craig Taborn e Kikanju Baku si sviluppa attraverso una sfrenata improvvisazione di tutti e tre i musicisti con un Mitchell letteralmente favoloso al sax soprano. Ma questo è solo un esempio di ciò che potrete ascoltare all’interno di questo doppio CD ché di musica intelligente, senza tempo ne troverete parecchia, fino al conclusivo “Odwalla” vecchio cavallo di battaglia dell’Art Ensemble of Chicago.

Marilena Paradisi, Kirk Lightsey – “Some place Called Where” – Losen Records 187-2
Nella scala delle nostre personalissime preferenze Marilena Paradisi è artista che occupa una posizione di rilievo. La seguiamo da tempo e troviamo che mai abbia sbagliato un colpo, ivi compresi quegli album di straordinaria sperimentazione con cui la vocalist ha rischiato molto, uscendo comunque ulteriormente rinforzata dalla difficile prova. Oggi, infatti, Marilena è artista matura, ben consapevole dei propri mezzi espressivi e quindi perfettamente in grado di affrontare qualsivoglia repertorio. Quest’ultimo album, straordinario, in duo con una vera e propria icona del jazz quale il pianista Kirk Lightsey, ne è la piena conferma. Affrontando un repertorio di otto brani, firmati da alcuni dei più grandi esponenti del jazz (da Mingus a Mal Waldron, da Ron Carter a Wayne Shorter… tanto per fare qualche nome) la vocalist dialoga in maniera superlativa con il pianoforte di Kirk: mai un fraseggio, fuori posto, non una singola nota senza un suo specifico peso, nessuna forzatura. Di qui una musica delicata, mai banale, che si insinua dolcemente nell’animo di chi sa ascoltare, con la voce di Marilena che disegna atmosfere di grande suggestione e il pianoforte di Lightsey che evidenzia ancora una volta la sua dimensione orchestrale. Comunque ciò che maggiormente affascina dell’album è la perfetta intesa stabilitasi tra i due che si percepisce immediatamente, la complicità, il sapersi comprendere, il piacere di suonare assieme. I brani sono tutti interessanti anche se ce n’è uno che merita una particolare menzione se non altro per il modo in cui è nato: la scaletta è stata condivisa dai due ma Kirk ha proposto a Marilena una sua composizione, ‘Fresh Air’, incitandola a scriverne i testi di cui fino a quel momento era orfana. La Paradisi ha accettato e ne è nata una piccola perla anche perché Kirk ci regala un bell’assolo al flauto. Insomma un album imperdibile!

Chris Potter – “The Dreamer Is The Dream” – ECM
Questa estate abbiamo avuto modo di riascoltare dal vivo Chris Potter e ne abbiamo ricavato la medesima ottima impressione avuta durante i concerti e ascoltando i suoi dischi. Chris è oramai da considerare uno dei migliori sassofonisti sulle scene internazionali essendo dotato di tutte quelle doti che fanno di un musicista un grande artista: tecnica sopraffina, sound originale, fraseggio liquido e articolato, abilità nello scegliere i compagni d’avventura e nel condurre un gruppo, capacità improvvisativa e per ultima, ma non certo per importanza, grande sapienza compositiva. In questo terzo album targato ECM e registrato in quartetto con David Virelles al piano e alla celeste, Joe Martin al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria, c’è un’evidente esplicazione di quanto sopra detto. E cominciamo dal repertorio: in programma sei brani tutti a firma di Chris e tutti contrassegnati da originalità e lirismo; basti ascoltare la delicatezza della linea melodica disegnata in “Heart in Hand” o il senso della costruzione con cui Potter ha concepito la title trcke. Sotto il profilo esecutivo Potter è un vero e proprio maestro, comunque per chi nutrisse ancora qualche dubbio gli consigliamo di ascoltare con attenzione l’intro di “The Dreamer Is The Dream” in cui Chris si cimenta al clarinetto basso o “Memory and Desire” in cui il leader dà ampia dimostrazione della sua versatilità con un brillante assolo al sax soprano. Quanto alla capacità di scegliersi i compagni di viaggio, tutti i componenti del gruppo hanno modo di mettersi in luce. Così il pianista David Virelles, di origine cubana, ci regala uno strepitoso assolo in “Yasodhara” il brano più sghembo ma forse proprio per questo più interessante dell’intero album. Dal canto loro Marcus Gilmore si pone in bella evidenza in “Ilimba” mentre Joe Martin evidenzia tutta la sua bravura nell’esposizione del tema di “The Dreamer Is The Dream”.

Projeto Brasil – “Projeto Brasil de Antonio a Zé Kéti” – ARTBHZ
Abbiamo ricevuto questo DVD solo ora e quindi ci affrettiamo a segnalarvelo in quanto farà la gioia di quanti amano la musica brasiliana. Protagonista il trio “Projeto Brasil” composto da Célio Balona alla fisarmonica, Clóvis Aguiar al pianoforte e Milton Ramos al contrabbasso. I tre si muovono lungo coordinate ben precise: presentare un repertorio variegato che comprende proprie composizioni ma soprattutto riletture dei grandi compositori brasiliani, attraverso arrangiamenti moderni caratterizzati da una sonorità particolare, sonorità raggiunta soprattutto attraverso l’organico inusuale e il ruolo fondamentale della fisarmonica. Balona e compagni hanno cominciato a lavorare assieme nel 2006 e con questo progetto hanno girato il mondo ottenendo ovunque un clamoroso successo. Nel marzo del 2007 sono stati i protagonisti di uno show al teatro Sesiminas di Belo Horizonte con la partecipazione dell’Orquestra de Cordas diretta dal maestro Geraldo Vianna e del balletto di Lelena Lucas. Ed è per l’appunto questo spettacolo che si può apprezzare nel DVD in oggetto. La musica –ma la conosciamo tutti – è semplicemente superlativa così come l’interpretazione fornita dal trio seppure nell’ambito di una grande orchestra d’archi. Molti i brani degni di menzione anche se i due che ci hanno particolarmente colpiti sono “Velas Içadas” di Ivan Lins e Vitor Martins e la sempre struggente “Beatriz” di Edu Lobo e Chico Buarque, impreziosita nell’occasione da una performance di danza.

Alessandro Rossi – “Emancipation” – CamJazz 3319-2
Per chi segue con attenzione anche le nuove tendenze del jazz, la bontà di questo album non costituirà una sorpresa. In effetti Alessandro Rossi, passo dopo passo, si è costruita una solida reputazione sia come batterista sia come compositore: dopo le esperienze in Conservatorio sotto la guida di Andrea Dulbecco, ha proseguito gli studi prima a Milano e poi a New York avendo come maestri nomi quali Jeff Ballard, Clarence Penn e Nasheet Waits. Nel 2009 il suo primo album ed ora questo “Emancipation” in cui Rossi si presenta in quartetto con Andrea Lombardini al basso elettrico, Massimo Imperatore alla chitarra e Massimiliano Milesi ai sassofoni e al clarinetto. L’album illustra assai bene il percorso compiuto dal musicista. Innanzitutto una scrittura al tempo stesso inventiva e rigorosa nel cui ambito trovano posto riferimenti al passato così come input provenienti dalle correnti più moderne anche al di fuori del jazz propriamente detto. Di qui l’inserimento di elementi elettronici in contesti sostanzialmente acustici, di qui il tentativo di abbattere qualsivoglia barriera stilistica per suonare con molta libertà, ‘emancipazione’ per l’appunto da qualsiasi etichetta. Dal punto di vista esecutivo, Rossi evidenzia una gran tecnica e un superlativo controllo della dinamica oltre alla capacità di guidare il gruppo con mano sicura. E i suoi compagni rispondono ‘presenti’ alle chiamate del leader con un’intesa che mai viene meno. Si ascolti, ad esempio, con quanta sicurezza affrontano “Punjab” di Joe Henderson impreziosito dagli assolo di Imperatore e Milesi, come sono capaci di rimodulare “Lithium” dei Nirvana in una versione piuttosto estremizzata e come affrontino in “Free Spirit” territori molto vicini al free senza per questo alterare l’equilibrio dell’insieme.

Diego Ruvidotti – “Simply Deep” – Music Center
‘Simply Deep” spiega il trombettista Diego Ruvidotti è per me “una predisposizione dell’animo nell’affrontare la vita, dunque anche la musica come sua proiezione. La semplicità di esprimere sinceramente ciò che siamo, di comunicare con trasparenza e di dialogare con il mondo in modo profondo e coraggioso”. Una dichiarazione di intenti abbastanza precisa che ci introduce ad un approccio verso la musica che non consente inutili orpelli, forzature, cervellotiche sperimentazioni. Obiettivo raggiunto? Direi proprio di sì. Il quartetto “Dream Machine”, completato da Alessandro Bravo al piano, Alessandro Bossi al basso elettrico e Fabio d’Isanto alla batteria, è registrato dal vivo al ‘Ricomincio da tre’ di Perugia e, si muove lungo direttrici ben individuabili. Vale a dire una profonda conoscenza della storia del jazz ivi comprese le più moderne tendenze e il desiderio di coniugare passato, presente e futuro in una miscela tanto originale quanto perfettamente fruibile. E così tutte e dieci le composizioni contenute nell’album, a firma del leader, si ascoltano con piacere essendo possibile trovare in ognuna delle componenti di originalità. Così alla sognante linea melodica di “Very Cris’ Song” cesellata dal piano di Alessandro Bravo e soprattutto della title tracke con un sontuoso dialogo tra pianoforte e contrabbasso imitati subito dopo da tromba e percussioni, si contrappone l’andamento quasi funky di “Voiceless Rap”, mentre in “Fastol” la tromba di Ruvidotti sembra ispirarsi a stilemi propri del be-bop. Ma forse le cose migliori sono raccolte nei tre episodi della suite ”Beyond The War” in cui Ruvidotti dà libero sfogo alle sue capacità interpretative adoperando con egual maestria tromba e flicorno.

Zeppetella, Bex, Laurent, Gatto – “Chansons!” – VVJ 113
Un titolo semplice ma estremamente esplicativo: “Chansons!” ovvero “Canzoni” detto alla francese in quanto l’album è imperniato su brani tratti per lo più dalla grande canzone d’autore italiana e francese. Il quartetto, anch’esso italo francese, è di gran classe: Fabio Zeppetella chitarra, Emmanuel Bex organo e voce, Gèraldine Laurent sax alto e Roberto Gatto batteria sono tutti jazzisti che non hanno bisogno di ulteriori presentazioni data la loro fama. In questa situazione i quattro si esprimono al meglio legati da un idem sentire, vale a dire dalla voglia di riproporre pezzi ben conosciuti ma trascolorati attraverso una propria originale visione. Ecco quindi dopo una partecipata versione de “E la chiamano estate”, tutto sommato abbastanza vicina all’originale, una “Bocca di Rosa” di De André filtrata attraverso le maglie prima del sassofono della Laurent e poi dell’organo di Bex e della chitarra di Zeppetella che la destrutturano quasi del tutto. “Buonanotte fiorellino” di De Gregori gode di un trattamento più dolce, volutamente assai breve, affidato alle ance della Laurent. Due i brani scelti dal repertorio di Pino Daniele: “A me piace ‘o blues” la cui linea portante è disegnata in maniera fedele da Zeppetella interrotta solo da un eccellente assolo di Gatto; “Napule è” si avvale di una toccante interpretazione di Bex con voce fitrata dall’elettronica, ben sostenuta dalla Laurent veramente in palla in ogni brano. Il coté italiano si conclude con una “Luna rossa” presentata in versione latineggiante. Il ‘versante’ francese si apre con l’indimenticabile “Avec le temps” di Leo Ferré interpretato in modo del tutto fedele all’originale mentre trasfigurato dall’organo di Bex e dalla chitarra di Zeppetella è il successivo “C’est si bon” che si fatica a riconoscere. Versione piuttosto canonica quella di “L’été indien” e “Le temps des cerises”; l’album si conclude con una scoppiettante versione di “Le bon dieu” di Jacque Brel con l’intero quartetto in bella evidenza.

Intervista con il chitarrista siciliano Gaetano Valli

Gaetano Valli, siciliano di Palermo classe 1958, ma “emigrato” a Udine sin da bambino, è chitarrista dotato di squisita sensibilità e persona di grande cortesia e delicatezza. Autodidatta al 100%, come lui stesso ama definirsi, ha sviluppato nel tempo uno stile personale la cui cifra stilistica è caratterizzata dal gusto per le belle melodie e dalla raffinatezza armonica.

Lo abbiamo intervistato all’indomani del concerto tenuto questa estate a “Udin&Jazz” dove ha riproposto, con una diversa formazione, i contenuti della sua ultima produzione discografica, “Hallways”, registrata nell’ottobre del 2016 con Sandro Gibellini e Fulvio Vardabasso alle chitarre, Giovanni Mazzarino al pianoforte, Flavio Davanzo alla tromba, Alessandro Turchet al contrabbasso e Aljosa Jeric alla batteria.

 – Parliamo dal concerto di ieri. Il tuo progetto prevedeva tre chitarre e poi, invece, ti sei trovato a dover fronteggiare i forfait degli altri due chitarristi, Sandro Gibellini e Fulvio Vardabasso. Cosa ti sei inventato?

“Come si dice ho dovuto fare di necessità virtù, ma questo nel jazz ci sta. Abbiamo rivisto alcuni arrangiamenti, Flavio Davanzo, il trombettista, si è reso disponibile a studiare le parti che normalmente vengono suonate dalle chitarre, ho eliminato una voce perché ci sono brani a tre voci, a tre chitarre… comunque, tutto sommato, il risultato è stato buono. Poi mi è venuta questa idea, all’ultimo istante, sapendo che la compagna del contrabbassista è una brava musicista che suona anche l’ukulele, di inserirla in organico per il brano “Calypso” ed è stato un momento che mi è piaciuto parecchio e che è stato apprezzato anche dal pubblico… anche perché, pur muovendomi nell’ambito del jazz, io cerco sempre la risposta del pubblico. Quando capisco – com’era la situazione di ieri – che c’è una platea molto varia, non mi piace propormi con una musica che in qualche modo non si collega con essa… “Calypso” è un brano molto leggero, privo di dissonanze, che fluisce abbastanza bene e l’inserimento dell’ukulele, ripeto, mi è piaciuto molto, anzi c’è il rammarico di non averci pensato in fase di registrazione. Però, un domani, chi lo sa!”

– Vogliamo ricordare il nome della musicista?

“Certo: Marinella Pavan. Lei all’inizio non voleva, è molto timida, viene dal classico, poi mi ha mandato una prova registrata sul telefonino e allora ho insistito parecchio e alla fine ce l’ho fatta”.

– Per quanto concerne il pubblico ti assicuro che se non si fosse saputo che il progetto era per tre chitarre, nessuno avrebbe avuto alcunché da ridire…insomma la performance è piaciuta… e parecchio anche!

“Come ti ho detto, ho cercato di riadattare le cose e quando uno studia un brano ad esempio a tre voci, se ne salta una non è che crolli l’impianto complessivo. Comunque la sonorità della tromba è tale per cui la voce principale diventa determinante e la voce della chitarra è sempre relativamente debole rispetto alla tromba, quindi quello che in origine era un ensemble è diventato un quartetto e la cosa ha funzionato. Ciò anche perché con questa ritmica ho una frequentazione che dura oramai da molti anni: con Aljoša, musicista sloveno, ho fatto gli ultimi quattro dischi; con Alessandro siamo già al terzo disco ed è una vera e propria garanzia: oltre a saper suonare lo strumento, ha una memoria di ferro… controlla… è un regista. E questa è una cosa strana: spesso il contrabbassista, anche se non è il leader, si accolla il compito di controllare, quasi di guidare il tutto. Per me, quindi, è una sicurezza: quando ho qualche dubbio, lo guardo e lui mi mette in riga”.

– Da cosa nasce questo omaggio a Jim Hall?

“Il tutto è nato da un fatto casuale: ci siam trovati io e Fulvio Vardabasso, che è un chitarrista triestino, e nel suonare ci siamo resi conto che, in modo spontaneo, quando ci chiedevamo cosa suonare, la scelta cadeva quasi sempre su pezzi di Jim Hall e quindi ci siamo accorti di avere questa passione in comune. Di qui la volontà di realizzare questo tributo; contemporaneamente abbiamo pensato che sarebbe stato bello introdurre una terza chitarra e così è venuto fuori anche il nome di Sandro Gibellini che conosco da vecchia data, da quando frequentavo i suoi corsi e che ritengo uno dei musicisti più indicati ad interpretare la musica di Jim Hall. Strada facendo abbiamo impostato il lavoro su pezzi di Hall cui ho aggiunto dei pezzi scritti da me pensando non tanto al suo stile e al suo modo di suonare ma alle sue condizioni del suonare, vale a dire alle diverse formazioni con cui il chitarrista si è trovato a lavorare: “Hallways” significa proprio questo, le vie di Hall, i modi di Hall e quindi nel disco si trova un duo (chitarra e contrabbasso secondo la formula Ron Carter-Jim Hall), si trova il quintetto di “Interplay” (l’album di Bill Evans con Jim Hall, Freddie Hubbard, Percy Heath e Philly Joe Jones ndr) e al riguardo ho scritto “Inter Nos” che in qualche modo segue la logica strutturale del brano che dà il titolo all’album, con questo inizio con le linee di basso e chitarra insieme, poi l’aggiunta del pianoforte, quella della  tromba… insomma questo ri-percorrere quelle che sono state le sue intuizioni compositive (lui era sì un grande chitarrista ma forse anche, se non soprattutto, un grande progettista, organizzatore, una mente razionale pazzesca) e mi viene sempre in mente il fatidico confronto con un altro grande della chitarra, Wes Montgomery. Io adoro Wes Montgomery come adoro Jim Hall ma approcciano la musica in modo totalmente diverso: l’uno – Wes – spontaneo, quasi animalesco, l’altro – Hall – razionale, preciso, da ingegnere; quindi se Montgomery è inimitabile, Hall diventa una guida. In effetti una idea originaria di titolo del disco era “Il nostro guru” “Our Guru” ma non suonava bene e così è stata bocciata ma questa è la sostanza: Jim Hall è un guru, qualcuno da seguire. Tornando al disco ho scritto anche “Three Brothers” che richiama il lavoro del trio di Jim Hall con Jimmy Giuffre; c’è poi anche il duo piano-chitarra (“Skating in Central Park”, registrato da Bill Evans e Jim Hall nel 1962 ndr)… Insomma, ho voluto impostare il lavoro non su un fatto stilistico, sull’emulazione del musicista ma su un fatto organizzativo dal punto di vista degli arrangiamenti, delle formazioni”.

– Naturalmente stiamo parlando del tuo ultimo disco che si chiama “Hallways” uscito di recente per i tipi della Jazzy Records. Vogliamo citare gli altri musicisti presenti nel cd?

“Certo; ci sono Sandro Gibellini alla chitarra semi-acustica, Giovanni Mazzarino al pianoforte, Fulvio Vardabasso alla chitarra semi-acustica, Flavio Davanzo alla tromba, Alessandro Turchet al contrabbasso e Aljoša Jerič alla batteria. Io quando suonano gli altri chitarristi, suono la chitarra classica per dare al tutto una sonorità particolare”.

– Hai già avuto qualche riscontro rispetto a questo album?

“Ancora è troppo presto dal momento che il cd è uscito da appena una settimana. Comunque quanti l’hanno ascoltato – amici, parenti, altri musicisti – hanno espresso un giudizio favorevole… e spero che la cosa continui”.

– Adesso parliamo più propriamente di Valli. Ecco, come nasce il Valli musicista?

“Come accade spesso, il Valli musicista nasce grazie ai genitori che gli fanno trovare una casa piena di strumenti – soprattutto da parte di madre – mia mamma suonava il violino e la sua famiglia è stata sempre molto attaccata alla musica. Non a caso mio nonno, mio zio, mia zia, tutti suonavano qualcosa… poi il mio carattere, assolutamente lontano dallo sport e da qualsiasi attività dinamica… ed eccomi pronto ad abbracciare uno strumento. Prima il pianoforte, che però voleva dire studiare sodo, teoria, solfeggio… forse un po’ troppo per il sottoscritto, anche perché voleva dire soprattutto essere ascoltato molto, troppo, in casa. Così sono passato alla chitarra che è uno strumento intimo, ti permette di isolarti… ricordo che l’ho trovata a casa, una Bagnini comprata per corrispondenza… ho cominciato con quella, poi ho cambiato varie chitarre e ho iniziato a suonare, come molti chitarristi, dalla musica rock”.

– E l’incontro con il jazz?

“E’ avvenuto in modo direi naturale. Si cresce, si fanno esperienze ed io mi sono avvicinato al jazz grazie alla fusion. Così sono passato da Battisti a Pino Daniele che è stato il mio colpo di fulmine portandomi ad un certo tipo di raffinatezza, di ricercatezza armonica, quindi George Benson approdando poco dopo al jazz vero e proprio”.

-Che tu identifichi con…?

Miles Davis, John Coltrane, Chet Baker e insomma tutti i grossi nomi che ben conosciamo. Tornando alla mia formazione, ho frequentato i seminari di Perugia, di Siena e poi ho incontrato Sandro Gibellini ai seminari veneziani del Suono Improvviso e da lì sono andato avanti. Insomma sono un autodidatta al 100% però qualche cosetta l’ho studiata, l’ho appresa dai seminari e soprattutto dalla necessità di insegnare perché ad un certo punto mi hanno detto: “vieni ad insegnare nella scuola nostra” e io, preso dal panico (allora lavoravo come progettista e ricordo che avevo sempre sotto mano il libro di teoria musicale) cominciai a studiare seriamente, preparavo le lezioni per la scuola e in qualche modo questa è stata la mia fortuna”.

– A quando risale il tuo primo disco?

“Siamo nel 1996, “Paludi” era il titolo dell’album che era un gioco di parole tra Palermo e Udine”.

– E già perché tu sei nato a Palermo e poi trasferito a Udine

“Esatto. Sto a Udine dal ‘65 … una vita. Mi sono trasferito a seguito della famiglia: i miei genitori, tutti e due insegnanti, hanno avuto una cattedra da questa parti e così eccomi qui… comunque devo dire che mi trovo molto, molto bene. Non è piacevole da dire ma è la verità: qui si vive bene perché c’è un clima molto produttivo, le cose funzionano… in Sicilia funzionano meno”.

– No, non funzionano…

“Ecco, l’hai detto tu. A me piace andare in Sicilia per prendere il meglio, cioè il cibo, il mare, il sole… amici, parenti e ovviamente la musica. In Sicilia c’è tanta buona musica. Ultimamente ho scoperto tutta la parte di Ragusa, Siracusa fino a Catania, vi ho suonato parecchie volte…”.

– Questo immergerti nella musica, come e quanto ha influito sul tuo sviluppo come uomo?

“E’ stato fondamentale. Oggi senza musica non riuscirei a vivere. Io non faccio solo il musicista perché è veramente difficile campare con il jazz, anche se devo dire che non ho molto forzato su questo versante perché ho un carattere piuttosto schivo e non mi piace mettermi in mostra, chiedere favori… insomma, propormi a manager e organizzatori… e poi non riuscirei a vivere la vita del musicista al 100%. Per fortuna i miei genitori mi hanno costretto a prendere una laurea, in architettura, e questo mi ha fatto bene perché si tratta sempre di un lavoro creativo – adesso faccio il designer e quando progetto, lo stereo è sempre acceso -. Insomma, l’ascolto mi accompagna sempre e mi predispone bene al lavoro che faccio”.

– Che tipo di jazz ascolti?

“Io sono appassionato di canzoni per cui ascolto molte cantanti e lavoro tanto con le cantanti: da molti anni ho parecchi duo con cantanti proprio perché mi piace lavorare sulle canzoni”.

– Qualche nome?

“Prima di tutte Lorena Favot con la quale di recente ho fatto un disco che si chiama “Acustikè” assieme ad Alessandro Turchet (contrabbasso), Luca Colussi (batteria, percussioni) e Gianpaolo Rinaldi (pianoforte). Poi, anche per questioni logistiche, molto spesso lavoro con cantanti della zona come Michela Grena, cantante pordenonese caratterizzata da una voce molto black, con Elsa Martin, Letizia Felluga, Valentina Gramazio ma anche con cantanti maschi. Mi piace ricordare Giuseppe Bellanca, talentuoso tenore (canta alla Scala di Milano) che canta benissimo il jazz ed è divino nello scat. Vorrei anche ricordare che con me ha cantato una giovanissima Elisa, ora regina del pop. Pensa che suonavamo gli standard! Era una bravissima interprete di jazz. Peccato che abbia scelto un’altra strada… Il jazz in Italia ha perso una grande vocalist.

– Tra le cantanti estere c’è qualcuna che prediligi?

“A me piace molto una cantante che si chiama Robin McKelle che però nessuno conosce e non riesco proprio a capire perché: ha una voce splendida, forse l’ultimo album potrebbe essere discutibile da parte dei jazzofili perché ha fatto un lavoro molto R&B, ma l’impronta sua di jazzista puro sangue si sente ben precisa. Comunque di cantanti brave ce ne sono moltissime. A me piacciono in particolare quelle che interpretano gli standard… e poi ci sono le grandi del passato che mai passano di moda come Ella Fitzgerald (di cui ascolto particolarmente i lavori fatti in duo ad esempio con Joe Pass)”.

– Non credi che questo voler per forza etichettare la musica – questo è jazz, questo è R&B – sia oramai superato in qualche modo?

“La risposta da parte dei critici e di buona parte dei musicisti è scontata: non credo nelle distinzioni, non credo nelle etichette e via di questo passo… personalmente penso che le etichette servono ai venditori di dischi per incasellare gli album in determinati scaffali”.

– Questo è vero ma è altresì vero che le differenze tra jazz e canzoni pop esiste ed è ben individuabile.

“Fino a un certo punto. Mi viene in mente il lavoro che stanno facendo cantanti famosi della musica leggera come Gino Paoli e Massimo Ranieri che si sono affidati a jazzisti come Danilo Rea, Rava, Fioravanti, Bagnoli e tanti altri. Io li ascolto con interesse, anche se cantano sempre in maniera tradizionale senza usare una pronuncia e un linguaggio jazzistici… ma rimane sempre una parte, che è quella strumentale, in cui il jazz è ben presente”.

– A mio parere quando si fanno lavori del genere o le due parti si integrano o l’esperimento non ha molto senso…

“Sono perfettamente d’accordo. Non bisognerebbe percepire uno scollamento tra chi canta e chi lo accompagna. D’altra parte è lodevole; è bello che certi personaggi cerchino di incontrarsi con una certa qualità. E’ sempre una buona promozione che si fa al jazz. Può succedere addirittura il contrario. Ci sono dei cantanti che hanno uno stile jazzistico e che tuttavia si fanno accompagnare da gruppi pop… penso a Mario Biondi che ogni sera fa le stesse cose, tutto secondo copione. Ecco questa per me è la fine della musica. Io ho smesso di suonare musica leggera perché fare ogni sera le stesse cose è per me impensabile. Mi viene in mente Chet Baker: quante volte ha suonato “My Funny Valentine”? Ti sfido a trovare due esecuzioni uguali. Ecco questa secondo me è la musica. E penso a Bach, a questo grande artista che sicuramente mentre suonava improvvisava, componeva in quel momento. Tutto ciò mi fa pensare con un po’ di tristezza ai musicisti “classici”, i quali sono sempre legati al pezzo di carta; ho incontrato dei musicisti che mi chiedevano:“ma tu come fai? Dove hai la parte?”. Mi ricordo che da ragazzino ho trascritto il “Bourrée” di Segovia, l’ho imparato a memoria, l’ho fatto sentire ad un pianista classico il quale mi ha detto: “bellissimo questo pezzo, dammi la parte che devo assolutamente impararlo”. Tornando alla tua considerazione, se qualche cantante pop vuol fare degli esperimenti con jazzisti e la cosa non riesce vuol dire semplicemente che la musica non è bella, non è valida”.

(ph: Marco Ambrosi, courtesy Jazzy Records)

– Oltre a Jim Hall e Wes Montgomery, c’è qualche altro chitarrista cui ti sei ispirato nel corso della tua carriera?

“Il primo che ho già menzionato e che mi fatto amare il jazz è stato George Benson, un colosso che ancora oggi continua a stupirmi. Come ti dicevo sono passato attraverso la fusion ma oggi non riuscirei più ad ascoltare quella musica. Così sono andato a scoprire i ‘vecchi’ e ho incontrato Barney Kessel e poi tutta una serie… Jimmy Raney… poi sono andato ai moderni anche se mi piacciono i moderni che suonano tradizionale come Anthony Wilson, figlio del grande Gerald Wilson e a lungo collaboratore di Diana Krall, l’olandese Jesse Van Ruller; poi, avendo lavorato a lungo per la rivista “Axe”, sono entrato in contatto con molti chitarristi come Larry Koonse, Peter Bernstein, Julian Lage, Gilad Hekselman, Jonathan Kreisberg e poi con gli italiani Fabio Zeppetella, Sandro Gibellini, Roberto Cecchetto, Umberto Fiorentino e tanti, tanti altri… Comunque mi piace molto suonare sulle armonie. L’unico jazz che non ascolto è il free jazz perché credo sia più interessante suonarlo che ascoltarlo”.

– Tra i tanti musicisti che hai frequentato, ce n’è qualcuno che ti ha lasciato un ricordo indelebile?

“Peter Bernstein è sicuramente uno di quelli che mi hanno particolarmente impressionato sia come persona sia come musicista. Poi, oltre ai già citati Sandro Gibellini e Giovanni Mazzarino, devo ricordare i musicisti della zona con cui ho lavorato e con cui ancora oggi continuo a collaborare come Bruno Cesselli, Nevio Zaninotto, Francesco Bearzatti, U.T.Gandhi, Piero Cozzi, Giovanni Maier e tanti, tanti altri… Riccardo Fioravanti con cui ho fatto un disco che è stato molto apprezzato dalla critica, “Tre per Chet” per la Splasc(H), che nel 1998 ho dedicato a Chet per il decennale della sua scomparsa, con Marco Brioschi, trombettista favoloso che non riesco a capire come mai non sia ancora emerso nel modo giusto dato che è, a mio avviso, il più “bakeriano” che ci sia oggi in Italia. Adesso sto preparando qualcosa per il 2018 e lavorerò ancora con Riccardo e Fulvio Sigurtà”.

– Qual è, tra i dischi da te incisi, quello cui sei più affezionato?

“Direi “Suoni e luoghi” un disco che considero ben equilibrato, molto vario, forse quello che meglio potrebbe riassumere la mia personalità”.

– Con chi l’hai inciso?

“Con “Artesuono” di Stefano Amerio. E Stefano è un’altra figura che mi fa piacere citare in quanto, oltre alle sue innumerevoli qualità che tutti gli riconoscono, personalmente devo dire che mi ha permesso di lavorare bene. Io lo conosco da tanti anni… avevamo aperto una scuola e l’ho coinvolto assieme ai musicisti locali più rappresentativi come Glauco Venier, Zaninotto, Gandhi, Giovanni Maier… e quella volta ho pensato “perché non inserire anche un corso per fonici?”. Così ho chiamato Stefano… lui allora faceva musica leggera, disco-music, tant’è che anch’io, lavorando con lui, facevo album di quel genere sotto lo pseudonimo di Gae Valley. Insomma, per fartela breve, qui in Friuli, nonostante se ne parli poco, c’è comunque un eco-sistema musicale che funziona abbastanza bene”.

– Ecco, come ti spieghi il fatto che qui in Friuli ci siano un sacco di talenti jazzistici che riguardano tutti gli strumenti e un po’ tutti gli stili?

“La musica si sposa molto bene con il carattere solitario e un po’ da orsi dei friulani; noi essere umani abbiamo comunque il bisogno di sfogare il nostro bisogno di espressione e i friulani si esprimono bene attraverso la musica anche perché questa ha bisogno di solitudine, di relax per concentrarsi, per prepararsi. Forse difetta un po’ la coralità: quando si fanno i gruppi, la cosa difficile qui è far stare insieme le persone. Poi, però, quando riesci ad ottenere un buon rapporto con gli altri, i risultati si vedono: c’è dedizione, c’è serietà… poi vedo molto bene i giovani che sono venuti fuori… tanta qualità. In fin dei conti credo che noi vecchietti si sia fatto un buon lavoro di semina di cui ora si raccolgono i frutti”.

(ph: Marco Ambrosi, courtesy Jazzy Records)

– Qualche nome?

“E’ difficile… non vorrei dimenticare per strada qualcuno, ce ne sono veramente tanti. Molti di loro li ho sentiti ma non ti saprei dire il loro nome. Comunque tra i nomi che ricordo bene ci sono Gianpaolo Rinaldi e Emanuele Filippi come pianisti, Marco D’Orlando come batterista… lo stesso Alessandro Turchet, poi Letizia Felluga e Chiara Di Gleria come cantanti e per finire ci sono una sacco di bravi giovani sassofonisti e trombettisti nati nelle bande di paese e poi confluiti nelle classi dei conservatori di jazz di Udine e Trieste”.

Gerlando Gatto

Per le immagini, si ringraziano: Luca A. d’Agostino / Phocus Agency per gli scatti di Udin&Jazz 2017 e Marco Ambrosi e Jazzy Records

 

 

Silvia Manco a “Officine San Giovanni”

 

Dopo un periodo di “assenza” per motivi tecnici, ritornano a “Officine San Giovanni” le Guide all’ascolto dirette e coordinate da Gerlando Gatto. Martedì 20 giugno ultimo appuntamento prima delle vacanze estive con una delle più rinomate jazziste italiane: Silvia Manco.

Pianista, cantante, compositrice, autrice di testi, arrangiatrice, Silvia intraprende lo studio del pianoforte all’età di sei anni conseguendo il diploma di compimento inferiore presso il Conservatorio di Lecce. Dopo le prime esperienze musicali accanto al padre, musicista di piano bar, a 19 anni, sulla spinta della passione per il jazz, si trasferisce a Roma dove studia presso l’Università della Musica e viene a contatto con l’ambiente artistico della capitale. In tale contesto collabora con alcuni tra i più importanti musicisti italiani quali Roberto Gatto, Renzo Arbore, Sandro Deidda, Dario Deidda, Fabio Zeppetella, Lino Patruno mentre in ambito pop la ritroviamo accanto a Massimo Ranieri (tour 2009) e Arisa (Sanremo 2010); a teatro collabora con Giorgio Albertazzi.

Nel 2002 nasce il trio che porta il suo nome, vincitore dell’edizione 2006 del premio “Porsche Jazz”, combo che stilisticamente si riallaccia soprattutto al Nat “King” Cole trio.

Nel 2007 l’album d’esordio dal titolo “Big city is for me” incentrato su atmosfere sixties, beat e bossa nova; nel 2008 il brano “Ntartey” vince il concorso come migliore composizione jazz all’interno della rassegna Piacenza Jazz.

A maggio 2010 il secondo album “Afternoon songs”, prodotto da Roberto Gatto, con la partecipazione, tra gli altri, dello stesso Roberto Gatto, di Fabio Zeppetella, Dario Deidda, Daniele Tittarelli e Giovanni Falzone, cui fa seguito, sempre nel 2010, “Suddenly It’s Christmas Time” in trio con Fabio Accardi e Giuseppe Bassi, con i sassofonisti  Max Ionata e Gaetano Partipilo special guests in alcuni brani.

Nel 2012 pubblica per l’etichetta Dodicilune l’album “Casa Azul” ispirato alla figura della pittrice messicana Frida Kahlo: al disco partecipano Tommaso Cappellato alla batteria e Andea Lombardini al basso elettrico, ospite Maurizio Giammarco in 3 delle sei composizioni originali del disco.

Nel 2016 esce “Nino” un tributo a  Nino Manfredi con un gruppo guidato da Roberto Gatto e comprendente Silvia Manco, Luca Velotti, Francesco Lento, Luciano Biondini, Luca Bulgarelli

A “Officine San Giovanni” Silvia presenterà un programma incentrato su alcuni classici del jazz tra cui l’immarcescibile Lush life Billy  Strayhorn.

Micaela Martini a Mocambo in Jazz

Micaela Martini a Mocambo in Jazz,
in cartellone con alcuni dei più grandi jazzisti italiani

17 novembre 2016 ore 21 Mocambo Art Music Bar, Inzago (MI)

Giovedì 17 novembre 2016 alle ore 21.00, Micaela Martini, chitarrista, cantante, compositrice milanese, sarà tra le protagoniste di Mocambo in Jazz, la rassegna musicale che vede alternarsi sul palco del Mocambo Art Music Bar a Inzago (MI), i più grandi nomi del panorama jazz italiano.

L’iniziativa in corso da settembre e in programma fino al 22 dicembre 2016 è organizzata da Mocambo e Associazione Culturale Quintospazio, ed ha l’obiettivo di portare la musica jazz sul- le sponde della Martesana.
La kermesse, che avrà ospite la giovane strumentista ed interprete Micaela Martini, vanta in car- tellone artisti affermati quali Guido Bombardieri, Eleonora D’Ettole e Dario Faiella Trio.

Micaela Martini salirà sul palco dello storico locale come chitarra e voce dei Wild and kind souls, quartetto formato con Mirko Cantù (chitarra), Piero Pasini (basso) e Joshua Tancredi (batteria), con i quali si esibirà in alcuni brani della tradizione jazz con incursioni soul e blues.
In programma anche un secondo concerto in duo con Max Caronia, già chitarrista dei Maisie, che chiuderà la rassegna il 22 dicembre, dove per l’occasione sarà presentato in anteprima il singolo “Pois” inserito nel loro album di debutto atteso per il 2017.

“Sono davvero felice – racconta Micaela Martini, – di poter condividere il cartellone con artisti di questo calibro, alcuni di loro sono stati dei grandi maestri per me. Inoltre mi rende orgogliosa partecipare ad una rassegna che porta la musica jazz nei luoghi dove sono nata e cresciuta”.

Micaela Martini, chitarrista, vocalist e band leader, si affaccia al panorama jazz italiano contemporaneo come giovane strumentista ed interprete per giungere recentemente alla composizione e all’arrangiamento. Da sempre interessata all’approccio spirituale nella musica, si avvicina alla concezione musicale di John Coltrane, che la ispira nel suo percorso di ricerca poetica e umana.
Studia chitarra e canto jazz con Silvia Infascelli e Eleonora D’Ettole e contemporaneamente si dedica allo studio del pianoforte e della batteria.
Approfondisce il linguaggio jazz e frequenta corsi e stage con Peter Bernstein, Kurt Rosenwinkel, Fabio Zeppetella, Scott Henderson, oltre a partecipare ad alcuni workshop ad Umbria Jazz. Si occupa a sua volta di didattica musicale, idea e organizza laboratori per bambini con giochi ed esercizi propedeutici.
Le sue esibizioni sul palco la vedono impegnata con diverse formazioni, sia in qualità di strumentista sia di vocalist, e si sviluppano in contesti differenti quali rassegne, teatri e locali. Sin dagli esordi si esibisce in diversi duo, trio e quartetti con artisti locali quali Stefa- no Capomagi e Piero Pasini e più recentemente con i promettenti artisti esordienti Mirko Cantù e Joshua Tancredi. Con Max Caronia, suo partner decennale, è attualmente in studio per la registrazione del loro primo album, la cui uscita è attesa per il 2017. www.micaelamartini.com

MOCAMBO IN JAZZ

10 settembre – 22 dicembre 2016
Mocambo Art Music Bar
Via Marchesi, 16, 20065 Inzago (MI)
Organizzazione | Mocambo e Associazione Culturale Quintospazio

Ingresso gratuito

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