Ici France, Ici Paris: annullati i festival Jazz di Vienne e Juan-Les-Pins

Le antiche arene di Vienne (Isère) che data dal I° Secolo D.C. e la celebre Pinède Gould di Juan-Les-Pins (Alpes-Maritimes) saranno stranamente silenziose questa estate. In effetti i festival “Jazz à Vienne” e “Jazz à Juan” sono stati annullati a causa del Covid 19. Coincidenza! La prima manifestazione (dal 25 giugno all’11 luglio) avrebbe dovuto festeggiare la sua 40° edizione e la seconda (dal 9 al 22 luglio), la sua 60° edizione.

“Jazz à Vienne” resta più che mai mobilitata per risollevarsi da questa situazione eccezionale e riconfermare ciò che ha costituito il suo DNA in tutti questi anni: proporre momenti forti e unici di condivisione e scoperta” hanno scritto gli organizzatori in un comunicato, precisando che “questa 40° edizione avrà luogo nel 2021 per i 40 anni del festival”.

“Jazz à Vienne” avrebbe dovuto in particolare ospitare Jamie Cullum, la Count Basie Orchestra, con la vocalist Patti Austin, così come la Jazz At Lincoln Center Orchestra (JLCO), diretta dal trombettista Wynton Marsalis.

Stesso discorso per “Jazz à Juan”. Considerato come “la culla del jazz in Europa”, e davanti “alla molto probabile assenza degli artisti americani (80% della programmazione)”, la Città d’Antibes/Juan-les-Pins e l’Ufficio del Turismo e dei Congressi hanno deciso di “rinviare la 60° edizione dal 9 al 25 luglio 2021” recita un comunicato. La “Jammin’ Summer Session”, che solitamente si svolgeva parallelamente al festival, è stata anch’essa annullata.

Herbie Hancock

Wynton Marsalis – ph Joe Martinez

“Jazz à Juan” aveva programmato una edizione particolarmente importante e prestigiosa con artisti quali Herbie Hancock, Diana Ross, Marcus Miller, Joe Lovano, Wynton Marsalis, Melody Gardot e ancora Gregory Porter e Lionel Richie.

Gli organizzatori danno appuntamento per la 4° edizione di “Jammin’ Juan”, il mercato dei professionisti del jazz dal 2 al 5 dicembre.

Oramai, l’incertezza pesa anche sugli altri festival di luglio, le cui programmazioni sono previste dopo metà mese come il “Nice Jazz Festival” (dal 17 al 21), “Jazz à Sète” (dal 13 al 21), “Jazz des cinq continents” à Marseille (dal 18 al 25) e “Les Nuits de la guitare” di Patrimonio (Corsica – da 20 al 27).

Quanto ai festival di agosto, questa è un’altra storia…

Didier Pennequin

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Maria Pia De Vito, cantante, compositrice

Foto di Gianfranco Rota

Intervista raccolta da Daniela Floris

 

Come stai vivendo queste giornate?

Dopo una prima fase di incredulità / imbambolamento, adesso approfitto della possibilità di stare a lungo a casa mia; per me è una novità. Studio molto, scrivo e leggo molto, mi occupo della manutenzione della casa, del corpo, delle orecchie e della testa! Sono serena, ma anche inquieta, come credo sia normale.

 

Tutto ciò come ha influito sul tuo lavoro?

Ovviamente è un cambiamento radicale. Fermo il lavoro dei concerti, in stallo l’uscita di un disco pronto. Ho iniziato l’insegnamento online con gli studenti del Conservatorio. E’ impegnativo, devi fare quasi un viaggio extra-corporeo per far passare l’energia a distanza… ma è bellissimo. E sono contenta che in questo momento di sperdimento con gli allievi  stiamo riuscendo a mantenere  un filo rosso di motivazione e apprendimento.
Il contraccolpo per lo spostamento in avanti  del Festival Bergamo Jazz,con la mia prima direzione artistica, dopo un anno intenso di lavoro con il bel team della fondazione Teatro Donizetti, e un programma di cui ero fiera, è stato straniante. Ma di fronte alla tragedia immensa che ha travolto  Bergamo, Brescia, tutta la Lombardia, e pian piano il resto del mondo, francamente il rammarico personale è passato decisamente in secondo piano.
Devo dire che con il team di Bergamo Jazz abbiamo avviato in questa clausura una cosa bella:una campagna di raccolta fondi per l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, tramite la Onlus Cesvi, tramite una serie di Concerti online, iniziata con un mio mini concerto e contributi di Tino Tracanna e altri musicisti bergamaschi.  L’associazione dei Festival Jazz  I-jazz ha subito aderito e rilanciato, ed è nata la campagna #iljazzitalianoperbergamo, una catena bellissima. Il concerto di Noa , che ha poi spontaneamente aderito all’iniziativa, è stato una bomba mediatica: la campagna durerà fino a fine maggio, con la massima collaborazione di tanti promoter e tantissimi musicisti che si sono messi a disposizione. Un altra possibilità di lavoro online.

 

Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?

Fare una previsione sui tempi e i modi dell’uscita dall’emergenza è impossibile. Ma è proprio su come si uscirà da tutto ciò che dipende il futuro di tante persone: bisogna capire subito come ricominciare.
La categoria dei musicisti, degli artisti dello spettacolo, senza distinzione di genere, è colpita in maniera drammatica: sappiamo  che i guadagni da vendite di musica online sono irrisori, il vero indotto per la maggioranza dei musicisti è il Live. I limiti imposti dalla sicurezza agli “assembramenti”, le distanze di sicurezza imposte nella fruizione dei concerti saranno un problema per  tutta la filiera: musicisti, organizzatori di festival, promoters, agenzie. Bisogna che qualcosa in questa Nazione cambi, in rapporto ai propri artisti e ai lavoratori della cultura. Per il resto  dobbiamo sperare nella scienza , che un vaccino venga fuori presto, i danni sono già incalcolabili.

 

Come te la cavi senza poter suonare?

Ho di base le  entrate derivanti dal mio insegnamento in Conservatorio, e mi sento già fortunata così. Sono molto preoccupata per i tanti colleghi le cui entrate dipendono esclusivamente dai concerti.

 

Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?

Credo  che da questa quarantena  usciremo  tutti senz’ altro diversi, più consapevoli sul piano personale e su quello del rispetto dell’ambiente, perché  la paura e l’istinto di sopravvivenza ci stanno facendo,nell’immediato, correre ai ripari. Si stanno attivando moltissime catene di solidarietà, ed è una bella cosa. Per chi riesce a mettersi in “pausa” nella pausa, è come un ritiro spirituale, una grande pulizia interna.
Ma non ho molte  illusioni sulle dinamiche dei “poteri” che ritroveremo all’ uscita da tutto questo. Quello che stavamo vivendo prima del Covid non è mica sparito da un giorno all’ altro. E’ solo tutto congelato dalla pandemia e dal lockdown. E la “promiscuità psichica” dei social  è un’arma così facilmente a portata di mano per chiunque voglia manipolare… bisognerà  partecipare e combattere molto .

 

Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

La musica, la poesia, l’arte, il pensiero e la memoria,  sì, possono aiutare molto.

 

Se non alla musica a cosa ci si può affidare?

Al nutrimento della propria anima. La meditazione , la lettura, l’arte praticata o fruita, la condivisione della bellezza, la solidarietà vera, pratica.

 

Mi racconti una tua giornata tipo?

Al mattino, lettura dei giornali, un po’ di lavoro online , pulizie di casa a tempo di musica, un po’ di  warm up fisico, tecnica vocale, e un po’ di spazio “creativo“,ogni giorno diverso. Dopo pranzo studio  al piano e composizione, un po’ di Tai – Chi sulla terrazza  condominiale del mio palazzo, e lezioni online nel pomeriggio avanzato fino a sera.  Dopo cena mi aspetta qualche buon libro o qualche film e qualche raro talk show per aggiornarmi, ma non allo spasimo.


Se avessi la possibilità di essere ricevuta dal Governo, cosa chiederesti?

Tante cose, che si possono riassumere in questo: in generale, massimi investimenti su Sanità, Cultura, Istruzione e Ricerca. L’istruzione e la diffusione della cultura sono la  nostra assicurazione sulla vita
E in questo momento in particolare chiederei un trattamento previdenziale meno iniquo di quello che il nostro paese ha finora offerto ai propri artisti. Un riconoscimento vero, pratico, dell’importanza del nostro lavoro.  Chiederei di guardare al modello francese, o tedesco, o scandinavo.

 

Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?

Come sempre ascolto di tutto, nella mia maniera magmatica e seguendo i fili della ricerca… suggerisco pertanto di ascoltare di tutto, ma con una raccomandazione: esplorare  il presente .
La musica è cosa viva,e va tenuta viva col nostro ascolto del nuovo.

 

Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e che invece vuoi segnalare?

Ho un disco appena finito,con Julian Oliver Mazzariello, Enzo Pietropaoli e Alessandro Paternesi, che si chiamerà “ Dreamers”, e uscirà per i tipi della Jando records. Un disco sui grandi songwriter che dagli anni 60/70 in poi hanno scritto e  sognato di un mondo decisamente migliore di quello che stavamo vivendo prima del Covid;  capaci di  parlare di intimità e tenerezza ma anche di esprimere in musica il loro  sguardo critico sulla storia, la politica, le istanze sociali dei loro e dei nostri tempi. Da Paul Simon, Bob Dylan, David Crosby, alla mia amata Joni Mictchell a Tom Waits.  Appena si riapriranno le porte lo daremo alle stampe, e  spero al più presto potremo tornare ai concerti dal vivo.

McCoy Tyner e il quarto d’ora di ritardo

Ho sempre amato molto il mio lavoro, ma in questo periodo, lo confesso, un po’ meno: il fatto è che sempre più spesso mi trovo seduto davanti al computer per commemorare qualcuno che se n’è andato, molto spesso qualcuno che ho conosciuto, apprezzato ed ammirato. Oggi il dispiacere è duplice perché il mondo del jazz ha dovuto subire una duplice perdita: McCoy Tyner e Peppo Spagnoli, l’uno straordinario e impareggiabile pianista, l’altro produttore discografico senza il quale probabilmente il jazz italiano non sarebbe assurto agli onori di oggi.

Ma consentitemi per il momento di soffermarmi su McCoy Tyner ché di Spagnoli parlerò domani.

Chi sia stato il pianista di Filadelfia e cosa abbia rappresentato per l’evoluzione del jazz lo spiega assai chiaramente nel contributo qui accanto Marina Tuni per cui non mi pare sia necessario aggiungere altro.

Io invece voglio raccontarvi un episodio che mi ha coinvolto personalmente da cui traspare la grandezza non solo dell’artista ma anche e soprattutto dell’uomo.

E’ il gennaio del 1996 e l’ambasciata norvegese mi invita ad assistere al Festival Jazz di Molde in programma dal 15 al 20 luglio. Naturalmente accetto in quanto si tratta di una delle più belle realtà musicali del Vecchio Continente. Istituito nel 1961, il Festival sito in questa cittadina della Norvegia situata nella contea di Møre og Romsdal, ha visto transitare nel corso degli anni alcuni dei più bei nomi del jazz internazionale, oltre ovviamente i “campioni” del jazz norvegese quali, tanto per fare qualche esempio, Jon Balke (1975), Karin Krog (1978), Knut Riisnæs (1984), Terje Rypdal (1985, 1986, 1988) e Jon Eberson. Anche il cartellone del 1996 è di tutto rispetto con la presenza, tra gli altri, di Meredith D’Ambrosio, James Carter, Søyr, Bob Dylan… ma l’evento clou è rappresentato dalla performance del gruppo di McCoy Tyner con Avery Sharpe al contrabbasso, Aaron Scott alla batteria, e, in veste di ospite, Michael Brecker al sax tenore.

Tyner era da sempre uno di quei musicisti che avrei voluto intervistare per cui prima del concerto mi rivolgo all’ufficio stampa del festival per vedere se fosse possibile organizzare un incontro con il pianista all’ora e nel luogo in cui egli avesse deciso. Dopo appena un’oretta l’ufficio stampa mi risponde dicendomi che McCoy Tyner era disponibile e che mi attendeva in camerino un quarto d’ora dopo il concerto.

Sinceramente non stavo nella pelle; il concerto è straordinario come sempre: il pianista non si risparmia dando un saggio più che eloquente del perché venisse considerato uno dei più grandi pianisti del jazz di tutte le epoche.

Emozionato come un bambino, trascorso il quarto d’ora convenuto, mi reco nel camerino ma lui non c’è; passano dieci minuti ed ecco comparire sulla soglia McCoy Tyner in maniche di camicia, visibilmente affaticato ma sorridente. Mi tende la mano e mi dice “I’m sorry, I’m late” dopo di che si siede accanto a me e mi spiega per filo e per segno i motivi del suo ritardo.

Ma vi rendete conto? Un gigante come McCoy Tyner che chiede scusa per un leggero ritardo quando mi è capitato diverse volte di aspettare per un’intervista mezz’ore intere con personaggi che non valgono un’unghia di Tyner.

ph_Tom_Copi

Quasi inutile dire che l’intervista si è svolta in un clima particolarmente caldo, quasi affettuoso, con il pianista che ha risposto a tutte le mie domande.

Ecco un episodio forse piccolo ma per chi conosce il mondo della musica credo possa essere significativo di ciò che era McCoy Tyner e di come amava rapportarsi con gli altri.

Gerlando Gatto

Nico Morelli: la mia musica tra folk pugliese e jazz

Sono le nove del mattino, ora in cui connetto ancor meno del solito. Nel salotto di casa mia c’è un caro amico, il pianista, compositore e arrangiatore Nico Morelli che la sera prima ha presentato al pubblico romano la sua ultima creatura discografica, “Unfolkettable two”. L’album rappresenta un’ulteriore tappa lungo il cammino di ricerca che Nico oramai da molti anni sta percorrendo nell’intento di coniugare le forme espressive del folk pugliese con gli stilemi propri del jazz. E la nostra conversazione prende le mosse proprio dal concerto della sera prima.

“È stata – mi dice Nico – una bellissima esperienza… come sempre ogni qualvolta suoni a Roma. Ci siamo divertiti, il pubblico è stato fantastico, entusiasta… insomma la serata perfetta, si potrebbe dire. L’ultima volta che ho suonato a Roma è stato circa un anno fa, in trio all’Auditorium, questa volta, invece, alla Casa del Jazz, in quintetto con due cantanti”.

-I musicisti con cui suoni in questo quintetto sono tutti pugliesi; vogliamo ricordarli uno per uno?

“Certo che sì; Mimmo Campanale alla batteria, Camillo Pace al contrabbasso, Barbara Eramo voce e percussioni oramai romana d’adozione e Davide Berardi voce e chitarra cui si è aggiunta, come ospite d’onore, la violinista Caterina Bono specialista anche in musica contemporanea”.

Come hai conosciuto Caterina Bono?

“L’ho conosciuta a Parigi in quanto lei era venuta assieme a Barbara Eramo per esibirsi in alcuni concerti. Ci siamo incontrati e devo dire che il suo modo di suonare il violino mi ha davvero impressionato e mi pare che averla inserita in quest’ultimo concerto romano non sia stato un fatto banale”.

Sono assolutamente d’accordo con te: è stata molto brava. Tu, oramai da molti anni, porti avanti questa ricerca basata su una commistione tra la musica folk pugliese e il linguaggio jazzistico. Come ti è venuta questa idea… e il fatto di abitare a Parigi ti induce un qualche sentimento di nostalgia che ti spinge a proseguire su questa strada?

“No, onestamente non è una questione di nostalgia. L’esperienza parigina mi ha messo a confronto con tanti musicisti che vivono lì e che fanno un tipo di ricerca in qualche modo simile alla mia. Parigi, come forse anche Roma, è piena di musicisti che vengono da ogni parte del mondo, musicisti di jazz, musicisti di altre musiche che amano l’atmosfera parigina e decidono di stabilirsi in questa straordinaria città. E sin dagli inizi, parliamo di circa 20 anni fa, ho notato questa tendenza, da parte di molti jazzisti, di mettere assieme le loro differenti origini per dar vita ad un qualcosa di nuovo. E’ un’operazione a mio avviso molto interessante ed anche intelligente… non perché la faccio io… Come ben sai il jazz nasce come musica popolare, musica che racconta la storia di un popolo; poi, con il passare del tempo, il jazz è divenuto una musica sempre più sofisticata tanto da arrivare a delle forme che si discostano molto dall’identità propria di una musica popolare semplice e comunicativa. A volte dimenticando proprio quelle che sono le caratteristiche della semplicità di una musica popolare. Quindi questa ripresa, questo accostamento del jazz alla musica popolare in controtendenza alla estrema sofisticazione del jazz odierno, mi sembra un percorso estremamente interessante. In tal modo si ridà al jazz quella umanità che si può a volte perdere nelle sue attuali sofisticazioni riportando così a questa musica almeno un po’ della sua storia originaria cioè musica della gente, musica di un popolo”.

-Oltre questo indirizzo, c’è qualche altra via che persegui nella tua ricerca, nel tuo modo di esprimerti attraverso la musica e quindi nel tuo modo di comporre, di arrangiare, di suonare?

“In realtà mi sto concentrando molto sul tipo di ricerca di cui abbiamo parlato. Voglio andare quanto più in profondità possibile per cui al momento non sono distratto da altre cose. Devo comunque aggiungere che da qualche anno sto lavorando ad un progetto di piano-solo ma non posso dire che sia pronto; in effetti sto cercando di amalgamare il suono del pianoforte con quello di strumentazioni elettroniche, ma è difficile, complicato, per cui preferisco prendere tempo e presentare il lavoro quando riterrò che sia pronto, al meglio delle mie possibilità. Insomma ci sono queste due strade”.

Tornando alla commistione tra jazz e folk, qui in Italia suoni con musicisti pugliesi, il che è perfettamente comprensibile. Ma a Parigi come fai?

“In realtà questo è il secondo disco che faccio su questa tematica. Il primo l’avevo fatto con dei musicisti che risiedevano tutti a Parigi, non erano pugliesi, però c’era un calabrese – Tonino Cavallo – un musicista bretone di musica world che aveva questa straordinaria capacità di cantare in dialetto pugliese meglio dei pugliesi – Mathias Duplessy – e poi la sezione ritmica con un batterista di origini italiane – Bruno Ziarelli – e un contrabbassista francese – Stéphane Kerecki -. Quindi anche quando suono a Parigi non ho molti problemi a proseguire nella mia ricerca. Comunque da quando è uscito questo secondo album sono riuscito a far venire i miei amici pugliesi a Parigi e quindi a presentarmi al pubblico francese con questa formazione. Ovviamente è molto faticoso perché far venire gente dall’Italia non è semplice, comunque per il momento mai ho dovuto sostituirli. Se capiterà vorrà dire che mi adatterò ma per ora nessun problema”.

Il jazz vive in Italia un momento sotto molti aspetti paradossale: mentre le scuole di musica continuano a sfornare musicisti tecnicamente assai ben preparati, non si capisce bene dove e come questi giovani avranno poi la possibilità di porre in essere queste loro competenze. Qual è la situazione in Francia?

“Sostanzialmente la stessa. C’è un’inflazione di musicisti. Ma la soluzione qual è, chiudere le scuole? Non penso. Comunque questa abbondanza ha i suoi lati positivi. Ti faccio un esempio: quando io ho cominciato era molto, molto difficile trovare un contrabbassista degno di questo nome nel raggio di 200 chilometri quadrati; oggi, giù dalle mie parti ne trovi almeno cinque che è tantissimo. Certo, come dicevi tu, gli spazi si restringono…insomma la situazione è difficile, complessa. Comunque c’è da aggiungere che in questi anni la gente si è abituata a sentire di più questa sorta di parolaccia – “Jazz” – per cui d’altro canto è più facile trovare estimatori”.

Forse in Francia perché in Italia la situazione è sicuramente peggiore: gli spazi si restringono, il pubblico è in calo… per non parlare della carta stampata e dei mezzi radio-televisivi che oramai non dedicano alcuna attenzione alla nostra musica. Se ne parla solo sulla rete con tutti i limiti che ben conosciamo…

“Ti do ragione anche perché in Francia, sotto questo aspetto, le cose non sono molto diverse. La stampa ci dedica sempre meno attenzione. Al riguardo ti racconto un episodio. In Francia c’è un premio che d’abitudine veniva assegnato ad un musicista jazz; ebbene questa volta la presenza di artisti jazz era molto inferiore rispetto al passato. Negli ultimi anni il jazz si è talmente contaminato con espressioni molto più commerciali che oramai ho paura si sia troppo sbilanciato da questa parte”.

Assolutamente d’accordo. In Italia ci sono molti festival jazz che aprono e chiudono i rispettivi programmi con artisti che nulla hanno a che vedere con il jazz avendo come unica preoccupazione quella di riempire gli spazi e chiudere i conti in positivo…

“Che dire… probabilmente è anche colpa del jazz che non è riuscito ad imporsi come forma d’arte capace di sostenersi senza ‘aiuti’ esterni”.

Però questi aiuti pubblici arrivano su larga scala per la musica classica e soprattutto operistica ma nessuno si scandalizza…

“È perfettamente vero. Se non vado errato in Italia i fondi pubblici stanziati dal Ministero vanno per la gran parte alla musica lirica cosicché alle altre forme musicali vanno davvero le briciole. Vogliamo giustificare questo stato di cose con il fatto che il melodramma rappresenta la più genuina tradizione italiana? Sarà anche vero ma questa ripartizione è davvero vergognosa”.

Poco fa parlavamo della Francia. Ci sono altre differenze a tuo avviso tra il mondo del jazz francese e quello italiano?

“Non è facile rispondere a questa domanda. Comunque ti posso dire che in linea di massima l’organizzazione dei concerti è più curata in Francia. L’organizzatore pone la massima attenzione ad ogni aspetto della serata, dal palco alle luci, dalla strumentazione al fatto che la sala sia il più piena possibile. Al riguardo si adottano più strategie: all’inizio i biglietti vengono posti in vendita on-line con uno sconto; avvicinandosi il concerto un’altra parte degli invenduti viene offerta ad un prezzo ancora più basso fino a quando, a ridosso del concerto, spesso si decide di distribuire gratis i rimanenti biglietti di modo che il musicista abbia l’opportunità di esibirsi con una sala piena”.

Scusa se adesso viriamo verso un’altra direzione ma avendo davanti una persona che vive a Parigi ed essendo io un giornalista, non posso fare a meno di rivolgerti la seguente domanda. Qual è in questi giorni la vera situazione a Parigi dal momento che a mio avviso i giornali francesi tendono non dico a nascondere ma quanto meno a minimizzare tutto ciò che sta accadendo nella Capitale francese.

“E purtroppo hai perfettamente ragione. La situazione a Parigi in queste settimane è assolutamente invivibile. Nulla funziona. Non esistono più treni. Le linee della metro sono tutte ferme ad eccezione delle due che funzionano automaticamente senza personale e che attraversano la città in verticale e in orizzontale. Prendi un taxi per recarti in aeroporto e molto spesso perdi il volo perché i blocchi stradali ti impediscono di arrivare in tempo. Così si assiste a scene incredibili. Gente nervosa, gente che litiga, si picchia… e via di questo passo. Non sembra che Macron sia disposto a fornire risposte cosicché questa situazione potrebbe durare ancora a lungo”.

Adesso quando torni a Parigi?

“A metà gennaio. Ma ad aprile sarò di nuovo in Italia e il 10 suonerò all’Alexanderplatz per cui vi aspetto tutti”.

Gerlando Gatto

 

 

 

“Two Ships In The Night” Dino Betti van der Noot e l’ossessione nel comporre

Conosco Dino Betti van der Noot oramai da qualche decennio; ma è sempre bello, stimolante, incontrarlo e scambiare con lui quattro chiacchiere che vanno sempre ben al di là del fatto squisitamente musicale.

Questa volta il nostro incontro è determinato dall’uscita del suo nuovo album (“Two Ships in the Night” presentato a Milano il 18 settembre in uno splendido e riuscito concerto ben recensito dal nostro Massimo Giuseppe Bianchi).

Caro Dino, da dove trai tutta questa energia che poi trasfondi nei tuoi album, come quest’ultimo arrivato – “Two Ships in the Night” – che sembra avviato a ripercorrere i successi delle tue precedenti creature?

“Sono sempre stato abituato a buttarmi a testa bassa nella realizzazione di quello che ho deciso di fare. È successo nel mio lavoro come pubblicitario, succede oggi, quando per fortuna continuo a fare musica. Non so se si tratti di energia o soltanto determinazione; oppure semplicemente dell’urgenza di esprimermi con un linguaggio che mi permette di condividere emozioni che non potrei esprimere in altro modo”.

Tu sei un musicista assolutamente anomalo: ti esibisci dal vivo molto raramente, non suoni (almeno in pubblico) alcuno strumento ma ti limiti – si fa per dire – a comporre, assemblare big band sempre di notevole caratura e dirigerle durante le registrazioni. A cosa attribuisci questo successo che oramai ti arride da tanto tempo?

“In realtà ho suonato diversi strumenti, ma conosco bene i miei limiti come strumentista: meglio che non suoni né la mia musica né quella di altri. Credo che questo limite sia una delle ragioni che mi hanno spinto a comporre musica da far suonare ad altri musicisti. Aggiungi il fatto che (come facevo notare a Marcello Lorrai) sono rimasto folgorato dall’esperienza di suonare il violino in un’orchestra sinfonica e che, quando ho scoperto il jazz, sono stato affascinato dal Kenton del 1949/50 e dall’Herman con le composizioni di Ralph Burns: ecco perché la big band è stata una scelta istintiva. Se di successo vuoi parlare (ma cosa è il successo?), credo che quello che mi distingue è l’aver dato una nuova timbrica alla classica big band e non aver badato a mode o tendenze, facendo una mia strada personale, staccandomi sia istintivamente sia consciamente da modelli anche molto amati, primo fra tutti Ellington”.

Puoi parlarci di questo ultimo album. Da cosa hai tratto ispirazione?

“La risposta che mi viene immediata è: non lo so. Pensandoci bene, ci sono, nascosti lì dentro, momenti che mi hanno emozionato – magari legati alla natura, al mare – e pensieri che mi girano per la testa se rifletto al tempo che stiamo attraversando. Tuttavia, tutto è molto sfumato e, davvero, mi è difficile rispondere. I titoli dei brani possono darti una risposta, perché indicano con una certa chiarezza le sensazioni che vogliono evocare (specifico: non descrivere qualcosa di concreto). The Deafening Silence of the Stars quel senso di infinito che sembra schiacciarti quando sei, nel buio, sotto a un cielo stellato. Those Invisible Wings è semplicemente il piacere di fare musica, le ali chi ti dà la musica. A Thousand Twangling Instruments mi sembra possa calzare su misura su una lamentela di Caliban ne La Tempesta di Shakespeare. Blue Gal of My Life è una delicata ballad dedicata a mia moglie. Something Old, Something New: Somehow Blues è una rivisitazione di quell’archetipo dal quale non possiamo staccarci che si chiama blues. Two Ships in the Night, infine, è nato nel ricordo di una splendida lirica di Longfellow, che è diventata letteralmente un modo di esprimere una condizione umana nei Paesi di lingua inglese. Ma, in fondo, la musica è per sua natura asemantica e vale la pena di ascoltarla semplicemente lasciandosi prendere dall’emozione (se c’è), senza retropensieri”.

Come si svolge il tuo processo creativo?

“Generalmente qualcosa inizia a ronzarmi nel cervello, diventando quasi un’ossessione. Poi cerco di scaricare l’ossessione sui tasti del pianoforte e, man mano, la musica sembra nascere quasi autonomamente, sviluppandosi man mano e suggerendo un ventaglio di strade possibili. Prende forma man mano il percorso compositivo, sia dal punto di vista dello sviluppo a partire dal tema, sia da quello timbrico, sia per le occasioni e l’espressività delle improvvisazioni: tutto contenuto, in nuce, in quella prima ossessione. Poi comincia il lavoro che definirei più “artigianale”, vale a dire la decostruzione delle frasi melodiche in maniera da spostarne gli accenti fuori dagli schemi prevedibili (Massimo Bianchi ha scritto “destabilizzate ritmicamente”) e l’orchestrazione vera e propria. In fondo, però, tutto questo va bene, ma la parte più importante è l’intuizione; quella cosa che, una volta finito tutto, e magari anche registrato, ti fa pensare: ma chi ha composto questa musica? Io no, non ne sono capace…”.

Come ben sai ti seguo da molti anni e mai ho notato un attimo di stanca nelle tue composizioni che, a mio avviso, hanno una sorta di andamento narrativo come se volessero prendere per mano l’ascoltatore portandolo da un punto non meglio definito in un altro punto altrettanto non definito ma di straordinaria fascinazione. Quanto c’è di vero in queste mie sensazioni?

“Quando mi è sembrato di non essere in grado di dire qualcosa che, almeno per me, potesse essere interessante, mi sono fermato: c’è tanta bella musica già esistente che bisogna avere un certo coraggio per proporne dell’altra. E, rispetto alla produzione di molti jazzisti, la mia è decisamente limitata, ma regolarmente non riesco a resistere al bisogno di esprimermi attraverso le note. Le tue sensazioni sono corrette: cerco di instaurare un dialogo, sia con i musicisti che eseguono la mia musica sia con chi l’ascolta, attraverso percorsi spesso tortuosi, con episodi magari contrastanti fra loro, per evocare qualcosa che ognuno potrà interpretare secondo la propria personalità ed esperienza”.

E parliamo adesso dello “strumento” di cui ti servi per esprimere le tue idee: la big band. Con quale criterio scegli i musicisti che ne fanno parte, ti affidi solo a un ‘concetto’ musicale o cerchi anche una qualche affinità umana, una sorta di “idem sentire”?

“Ci sono molti elementi che concorrono: il talento musicale, la capacità tecnica, la disponibilità a mettersi in gioco in situazioni fuori dagli standard, ma anche il lato umano, che è sfociato in questi anni in un forte sentimento di calda amicizia e nel desiderio di fare delle cose insieme. Il tipo di musica che propongo vorrebbe stimolare tutti ad andare oltre a quello che si è fatto fino a quel momento, o comunque a cercare di percorrere strade nuove”.

C’è qualche modello orchestrale cui ti riferisci anche se, ad onor del vero, faccio fatica ad individuarne uno ben preciso?

“Sai che non lo so? Forse a tutti, cercando di trovare una via per uscirne…”.

Che importanza, che ruolo gioca l’improvvisazione nei tuoi concerti e quindi nei tuoi album?

“Sono due momenti molto differenti. In ogni caso (credo di averlo già fatto notare in passato) cerco di fare in modo che le parti scritte sembrino improvvisate e che le improvvisazioni siano il completamento logico ed emozionale di quelle. Questo è uno dei motivi della mia scelta di avere spesso improvvisazioni a più voci, che dialogano e interagiscono, creando una complessa composizione istantanea all’interno del brano. Le improvvisazioni sono comunque parte integrante delle composizioni”.

Quale di questi tre elementi – melodia, armonia, ritmo – ritieni più importante nella tua musica?

“Sono tutti ugualmente importanti, anche se in questi ultimi tempi sto approfondendo la ricerca di una poliritmia più accentuata. Ma a questi tre elementi aggiungerei il colore orchestrale”.

Ascoltando più volte “Two Ships…” il brano che maggiormente mi ha colpito è stato sempre “A Thousand Twangling Instruments”; questo pezzo ha per te un significato particolare?

“È un tema che ho scritto molti anni fa e che, finalmente, sono riuscito a eseguire come pensavo dovesse essere eseguito. L’integrazione della batteria di Stefano Bertoli, delle percussioni di Tiziano Tononi e del tabla di Federico Sanesi è stata la chiave per arrivare a questo risultato. Ma anche tutti gli altri musicisti coinvolti hanno giocato un ruolo essenziale, ognuno con la sua voce personalissima – la somma di queste voci crea il suono dell’orchestra – sia negli insieme, sia nelle improvvisazioni: in questo caso di Vincenzo Zitello, Sandro Cerino e Niccolò Cattaneo”.

A cosa attribuisci il fatto che oramai i grossi mezzi di informazione quasi non si occupano più di jazz?

“Qualcuno ha definito il jazz come la musica di una minoranza destinata a una minoranza. E le minoranze non fanno audience. Poi, cosa è, o cosa dovrebbe essere, il jazz? Dal mio punto di vista – ed è per questo che ho scelto il jazz come espressione – dovrebbe essere qualcosa di continuamente in movimento, alla ricerca di strade nuove, di nuovi modi di espressione. Dovrebbe rappresentare un approfondimento di temi e pensieri di origini totalmente diverse per arrivare a un risultato complessivo originale. Ma è sempre così? Ed è comodo per i mass media?”.

Internet, a parte indubbi meriti, è comunque diventato una sorta di ricettacolo per chiunque voglia misurarsi con la scrittura e la critica musicale in particolare. Di qui un profluvio di castronerie difficile da arginare. Cosa pensi al riguardo?

“Basta non leggere oltre, appena ti accorgi che c’è qualcosa che non torna. D’altra parte, è molto difficile limitare la libera espressione, in rete, anche se questo porta a una proliferazione di fake news. Tuttavia, purtroppo, proprio le bufale raggiungono livelli notevoli di lettura e apprezzamento. Ci vorrebbe un vaccino specifico, ma temo che anche in questo caso nascerebbe un movimento no-vax”.

Cosa pensi di due fenomeni sempre più presenti nel nostro panorama: cantanti, anche famosi, di musica leggera che ripresentano le loro composizioni con una venatura di jazz; la presenza di pop-star nei festival jazz, pop star cui spesso è affidata o l’apertura o la chiusura di tali manifestazioni.

“Business e audience: ti dice qualcosa?”.

Guardandoti attorno sia in Italia sia nel mondo quali sono i “nuovi” musicisti che più ti affascinano?

“Confesso di essere fondamentalmente interessato ai musicisti che suonano la mia musica. So che non è la risposta che ti aspetti, ma davvero sono affascinato da come, tutti, rispondono agli stimoli che cerco di passare loro. Ne ho ricordati sei, poco fa, ma lasciameli ricordare tutti, perché ognuno, con le sue specifiche caratteristiche stilistiche e il suo suono, è essenziale nella costruzione del sound orchestrale complessivo, oltre che per gli interventi improvvisativi. Gianpiero LoBello, grande prima tromba; Alberto Mandarini, raffinatissimo alla tromba e al flicorno; Mario Mariotti, che ha firmato il suo primo assolo in questo album; Paolo De Ceglie, ecco un giovane che promette molto bene; Luca Begonia, con il suo trombone acrobatico; Stefano Calcagno, che man mano sta trovando il suo spazio; Enrico Allavena, un altro giovane promettente; Gianfranco Marchesi, la base solida su cui poggiano gli altri tromboni; Giulio Visibelli, che esce prepotentemente con due assoli memorabili; Andrea Ciceri, entrato subito nello spirito di questa musica; Rudi Manzoli, che troverà più spazio in futuro (l’ha già trovato in concerto); Giberto Tarocco, polistrumentista estremamente duttile; Luca Gusella, solista elegante e raffinato; Emanuele Parrini, voce indispensabile sia negli insieme sia dal punto di vista solistico; Filippo Rinaldo, il più giovane, ma già con una personalità notevole; Gianluca Alberti, in un libero dialogo continuo con orchestra e solisti”.

Che tipo di musica ascolti?

“Pino Candini, molti anni fa, mi ha definito “onnivoro”. Ti basta se ti dico che tendo ad ascoltare soltanto buona musica?”.

Quale, per te, il rapporto tra il jazz e le altre arti?

“È variato molto negli anni, anche perché il jazz ha vissuto periodi completamente diversi fra loro. Certamente può ispirare opere visive: ci sono opere di mia figlia Allegra, le “Immagini Retiniche”, che hanno la stessa immediatezza di una improvvisazione jazzistica; e non è casuale che io le abbia chiesto di poterle utilizzare per le copertine dei miei album. D’altra parte, Giorgio Gaslini aveva paragonato alcune mie composizioni a tele di Pollock piuttosto che di Rothko o di Klee. Poi c’è la poesia, e personalmente ho avuto la fortuna di musicare bellissime poesie di Stash Luczkiw e Lou Faithlines. Ma qui il discorso diventerebbe molto lungo, perché bisognerebbe analizzare che cosa si intende davvero per poesia”.

Oggi, musica a parte, viviamo un periodo storico particolarmente difficile e impegnativo. Quale pensi debba essere il ruolo del musicista – e in particolare del jazzista – nella società di oggi?

“Mantenere in vita un senso poetico, che mi sembra piuttosto assente in gran parte della vita di ogni giorno, stimolando una partecipazione attiva e una comunicazione fra artisti e pubblico. È qualcosa cui il jazz, per le sue peculiarità, mi sembra particolarmente vocato”.

Se dovessi tornare indietro nel tempo, c’è qualcosa che non rifaresti?

“Qualcosa che non ho fatto”.

Il tuo sogno nel cassetto?

“Riuscire a fare un ciclo di concerti con questo gruppo di musicisti straordinari: qualcosa che giustifichi sessioni di prove più lunghe di un pomeriggio in cui si deve fare anche il sound check”.

Gerlando Gatto

Musica e storia sull’isola di Ventotene: torna il festival “Rumori nell’Isola” – 18a edizione

Dal 5 al 7 settembre torna sull’isola di Ventotene (arcipelago Pontino) l’appuntamento con il festival di musica jazz “Rumori nell’Isola”. Giunto ormai alla sua 18esima edizione l’evento si conferma come la manifestazione di riferimento all’interno delle attività culturali dell’isola per quanto riguarda la musica e il jazz in particolare.
Durante la kermesse musicale si svolgerà il consueto “Seminario Internazionale Federalista” organizzato dall’istituto di Studi Federalisti “Altiero Spinelli” che ogni anno porta sull’isola giovani provenienti da tutto il mondo per approfondire e rilanciare le tematiche che caratterizzarono la vita politica e culturale di Altiero Spinelli, il grande sostenitore di una comunità europea sopranazionale. Il messaggio universale della musica, veicolo di integrazione e solidarietà tra i popoli continua ad essere il contributo del festival al processo di integrazione europea.

In questa 18esima edizione, un fil rouge dedicato a giovani cantanti e cantautori che, a partire da una comune formazione jazzistica, hanno creato uno stile personale dando vita a progetti discografici di rilievo. Molti di questi artisti sono già conosciuti al pubblico di Ventotene, essendo stati protagonisti delle residenze artistiche offerte da Rumori nell’Isola all’Ensemble Vocale Burnogualà diretto da Maria Pia De Vito e, nel 2016, di una suggestiva performance in acqua divenuta un video virale sui social. Il Burnoguala’ tornerà a tenere nella forma dello small ensemble con 11 componenti, il concerto corale al faro e coadiuverà le due Masterclass in programma al festival: quella di Maria Pia De Vito “Voce, corpo e improvvisazione” e quella del chitarrista Roberto Taufic “La chitarra tra il Brasile, il jazz e la world Music”. Ai partecipanti delle Masterclass, anche l’opportunità di seguire un seminario di Autopromozione tenuto dall’ufficio stampa Fiorenza Gherardi De Candei (per informazioni: infomasterclassventotene@gmail.com).

Il programma nel dettaglio.
La prima serata giovedì 5 settembre si aprirà come sempre con un breve momento dedicato alle memorie e ai ricordi dei due luoghi di esilio: Ventotene e S. Stefano collegate dalle vicende storiche che hanno caratterizzato la storia italiana. Musica e storia invaderanno l’isola con la lettura di una testimonianza tra le tante pervenuteci dai detenuti politici che vi hanno soggiornato sin dalla fine del ‘700.
A seguire, dalle ore 22, i tre concerti di altrettante cantanti e compositrici: Eleonora Bianchini, Laura Lala e Oona Rea.
Bianchini e Lala, che hanno al loro attivo già altre incisioni discografiche, presentano i loro rispettivi progetti cantautorali di grande grazia musicale e profonda sensibilità nei testi, “Surya” e “Coraggio”; hanno già debuttato insieme all’Auditorium Parco della Musica con un concerto speciale dal titolo “La musica che unisce”, specchio di un pensare comunitario che in questo momento storico è quanto mai prezioso. Il terzo live vede protagonista Oona Rea con il suo album “First name Oona” (ed. Jando Music): un notevole progetto multiforme in cui è autrice di testi originali e poetici.
Le tre artiste saranno accompagnate da musicisti di consolidata fama nazionale: il pianista Seby Burgio, il chitarrista Luigi Masciari, il bassista Marco Siniscalco e il batterista Alessandro Marzi.

La seconda serata di venerdì 6 settembre alle 22 sarà aperta dalla cantante e compositrice Valentina Rossi, che presenterà brani del suo disco “Recuerdo” (edito da AlfaMusic e realizzato insieme alla fisarmonicista Valentina Cesarini), dedicato ad una rilettura del tango tra passato e futuro. Dopo di lei, saliranno sul palco Vittoria D’Angelo e Giuseppe Creazzo con il progetto “Sikè”, basato un repertorio che attinge dai canti e “cunti” siciliani e brani originali per una rilettura della tradizione.
Entrambi saranno accompagnati dal grande Roberto Taufic, illustre chitarrista brasiliano che proseguirà il concerto in solo: un’esperienza musicale di grande intensità, virtuosismo e lirismo.

La giornata conclusiva di sabato 7 giugno si apre già alle ore 12 presso la località Il Faro con una performance collettiva di Maria Pia De Vito con il Burnogualà Small Ensemble e gli allievi delle Masterclass accompagnati da Roberto Taufic.
I concerti serali si avvieranno come di consueto alle 22: in apertura Elena Paparusso con brani dal suo “Inner Nature” (ed. LhoboMusic Jazz), disco premiato in cui si mette alla prova sia come compositrice che in riletture di brani di Björk ed autori contemporanei. A seguire Marta Colombo, voce solista dell’Orchestra Operaia e del progetto “Gioca Jazz”, che presenterà il suo “MUd Pie”, progetto presentato con successo quest’anno al Festival Jazz On the Road di Brescia, in cui declina il suo amore per il blues e per le matrici africane del jazz.
Entrambe saranno accompagnate da musicisti pluripremiati ed affermati sulla scena jazzistica nazionale: Enrico Zanisi, Jacopo Ferrazza e Alessandro Marzi.
Il concerto conclusivo vede sul palco Maria Pia De Vito per un live che ripercorre diverse tappe della sua carriera, dedicato ad una ricercata rilettura di autori come Joni Mitchell, Ivano Fossati e di jazz standards, accompagnata dagli stessi musicisti.
Cantante e compositrice dal percorso artistico volto alla ricerca e alla sperimentazione, Maria Pia De Vito è particolarmente legata all’Isola di Ventotene e alla sua vita culturale; la sua carriera è densa di importanti riconoscimenti e collaborazioni internazionali di prestigio; da anni è in testa alle classifiche del Jazzit Award tra le cantanti italiane; attualmente è direttore artistico del festival Bergamo Jazz.

Il festival è realizzato grazie al patrocinio del comune di Ventotene e al contributo degli operatori turistici locali.
Tutti i concerti sono a ingresso gratuito.

CONTATTI
Info e prenotazioni Masterclass: infomasterclassventotene@gmail.com
Infoline festival: 334.7515066 – 340.4830087
Ufficio stampa festival: Fiorenza Gherardi De Candei tel. 3281743236 info@fiorenzagherardi.com