Sempre in primo piano il jazz italiano ad “Iseo Jazz”

 

Da ben ventisette anni il festival “Iseo Jazz” organizza le sue serate e articola il suo spazio sulla musica prodotta in Italia da jazzisti del Bel Paese. Con coerenza, rigore, divulgazione, ricerca gli organizzatori (la direzione artistica è di Maurizio Franco) propongono numerosi progetti speciali e artisti di varie generazioni, fornendo di anno in anno uno spaccato significativo delle ultime tendenze. Non a caso la rassegna si fregia del sottotitolo “La casa del jazz italiano” ed ha il patrocinio di MIDJ (l’associazione Musicisti Italiani di Jazz); in più, da sempre, la programmazione interagisce con un territorio di rara bellezza e suggestione, rinnovando quel rapporto tra musica e “luoghi” (anche nella loro dimensione amministrativa) che caratterizza le migliori rassegne della penisola.

“Iseo Jazz” inizia il 7 luglio a Palazzolo sull’Oglio (Palazzo comunale) con il trio del pianista Donatello D’Attoma (con Alberto Fidone ed Enrico Morello); completa la serata un progetto speciale intitolato “Il jazz a Milano negli anni cinquanta e sessanta”, epoca e repertorio proposto da Paolo Recchia, Andrea Dulbecco e Nicola Angelucci (sax, vibrafono, batteria).

Il 9 si prosegue a Sale Marasino (chiesa di San Giacomo di Maspiano) con un solo piano di Michele Di Toro, ispirato alle musiche di Nat Cole, George Shearing, Herbie Nichols e Lennie Tristano; anche questo è un progetto speciale della rassegna. Il 10 ci si sposta nell’Azienda Agricola Barone Pizzini (a Provaglio d’Iseo) per uno dei momenti clou del festival: “L’importanza di chiamarsi Enrico”, ovvero solo, duo e trio con i pianisti Enrico Intra ed Enrico Pieranunzi ed il trombettista-flicornista Enrico Rava (sempre progetto speciale dei “Iseo Jazz).

Le serate dell’11 e del 12 propongono le nuove generazioni di jazzisti: nella prima si approda ad Iseo (Sagrato della Pieve di Sant’Andrea) per il Francesco Diodati Trio (Laila Martial, Stefano Tamborrino) ed il Tony Arco Quartetto (Greg Burk, Sandro Cerino, Mauro Battisti) in “Colors of the soul”. Il 12 l’appuntamento è a Pratico (Parco delle erbe danzanti) per l’eversivo trio del trombonista Filippo Vignato (Yannick Lestra, Attila Gyarfas) arricchito dall’eclettica vocalist Marta Raviglia; la serata si completa con Simone Graziano, Francesco Ponticelli ed Enrico Morello.

Il fine settimana conclusivo è tutto ad Iseo e vede artisti di notevole caratura ed esperienza. Sabato 13 al Lido di Sassabanek c’è la Riccardo Fassi Florence Pocket Orchestra; Fassi (piano, composizione, direzione) coinvolge i fiatisti Mirco Rubegni, Stefano Scalzi, Nico Gori e Dario Cecchini e la sezione ritmica composta da Guido Zorn e Bernardo Guerra. Nello stesso spazio si esibisce il gruppo Double Cut guidato da Tino Tracanna, con il “doppio” sassofonista Massimiliamo Milesi e i ritmi Giulio Corini e Filippo Sala. Domenica 14 il gran finale si sposta al Sagrato della Pieve di Sant’Andrea dove riceveranno il “Premio Iseo” alla carriera il contrabbassista-compositore Giovanni Tommaso ed il critico musicale e storico del jazz (in particolare italiano) (nonché nostro validissimo collaboratore) Luigi Onori; Onori anticiperà al pubblico i contenuti del suo libro sul Perigeo, in uscita per Stampa Alternativa in novembre. Tommaso si esibirà in trio con Claudio Filippini ed Alessandro Paternesi. Ultimo concerto per l’Emanuele Cisi Quartet (Dino Rubino, Rosario Bonaccorso, Adam Pache) che omaggerà l’arte sassofonistica di Prez in “No Eyes – Looking at Lester Young”.

 

I Floors in concerto al TrentinoInJazz!

TRENTINOINJAZZ 2019
e
Lagarina Jazz
presentano:

Giovedì 20 giugno
ore 18,00
Montura Alp Station C/O Montura Bistrò
Isera (TN)

Swing2Wedding: Aperitivo Jazz

Ingresso libero

ore 21,30
Cortile Palazzo De Probizer C/O Ristorante Casa del Vino
Isera (TN)

FLOORS

Prenotazione obbligatoria al numero 3421330005
ingresso 10 Euro, con posti limitati a 60

Giovedì 20 giugno, per il secondo appuntamento estivo del TrentinoInJazz 2019 – VIII Edizione, si apre la sezione Lagarina Jazz Festival con un concerto imperdibile: quello dei Floors! A Isera (TN), dopo l’aperitivo in jazz, arriva il trio composto da Filippo Vignato (trombone), Francesco Diodati (chitarra) e Francesco Ponticelli (contrabbasso). Vignato è stato segnalato come “Miglior nuovo talento” del Top Jazz 2016, Diodati vanta al proprio attivo lavori interessanti come leader e dal 2014 è componente del New Quartet di Enrico Rava, Ponticelli è nuovo per il pubblico trentino, non per la scena italiana, dove è attivissimo.

Quella con trombone, chitarra e contrabbasso è una combinazione particolarmente suggestiva, che dà modo alla creatività di spaziare su più piani di livello: diversi “Floors”, appunto. La cosa riesce bene quando i protagonisti sono musicisti giovani e di fervido talento, come Vignato, Diodati e Ponticelli. Loro stessi affermano: “Il nome della band vuole evocare una musica stratificata, con uno sguardo al minimalismo e alla ricerca poliritmica, ma allo stesso tempo fortemente ancorata alla melodia”. Geometrie astratte, dunque, che si incontrano con una schietta intenzione comunicativa. L’itinerario di Floors, iniziato nel 2017, ha fatto tappa nel 2018 a Umbria Jazz e si è rinnovato quest’anno in un tour che ha toccato cinque Paesi europei.

Prossimo appuntamento: domenica 23 giugno Sarah Stride Duo a Rovereto (TN).

Nei luoghi storici della suggestiva città di Gubbio torna il Festival Jazz Gubbio No Borders

Nella città ducale di Gubbio dal 17 agosto al 1 settembre 2019 si terrà la 18esima edizione del Festival jazz  Gubbio No Borders.
Organizzato dall’Associazione Jazz Club Gubbio con la direzione artistica di Luigi Filippini, la manifestazione è divenuta uno degli eventi più attesi dell’estate umbra, con una notevole affluenza di pubblico e ospitando ogni anno grandi esponenti del jazz nazionale. Protagonisti di questa edizione 2019 saranno sicuramente i luoghi storici della Città grazie alla preziosa partnership con il Polo Museale dell’Umbria: il Palazzo Ducale, antica residenza estiva di Federico da Montefeltro, luogo dalla straordinaria bellezza rinascimentale che spicca nell’architettura prevalentemente medievale di Gubbio, il suggestivo Teatro Romano che risale al 20 a.c., il Cortile della Società Generale Operaia di Mutuo Soccorso del Palazzo Benvenuti nel quartiere San Martino, il più antico della Città. Varie ere storiche esaltate architettonicamente che svettano sul paesaggio naturalistico di Gubbio, luogo dal fascino irresistibile che ogni anno richiama nell’Alta Umbria migliaia di turisti.
Fondamentale il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia che ha finanziato l’alta qualità di questa 18 esima edizione, che presenta in cartellone nomi illustri tra cui il pianistaDanilo Rea, il trombettista Fabrizio Bosso, il sassofonista Javier Girotto, il batterista Lorenzo Tucci e il bassista Massimo Moriconi.

Dopo il grande successo e il tutto esaurito dello scorso anno, con studenti provenienti da tutta Italia, tornano le No Borders Masterclass dirette da Leonardo Radicchi e Andrea Angeloni, che si sono distinte sia per l’illustre corpo docenti formato da alcuni tra i jazzisti di punta del panorama nazionale, tra cui Francesco Diodati, Cristiano Arcelli e Gabriele Evangelista, sia per l’elemento distintivo della didattica strutturata in lezioni individuali, che consente ad ogni studente una esperienza personalizzata sulle singole esigenze di apprendimento e perfezionamento.
Il programma completo è presente al link http://www.facebook.com/nobordersmasterclass
Per info e iscrizioni (costo agevolato fino al 15 giugno): masterclass.noborders@gmail.com – tel. 342.6858424 oppure 334.8534002.

Riconosciuto a livello nazionale, il Gubbio No Borders negli anni ha portato nella Città di Gubbio tanti protagonisti del panorama jazz italiano e internazionale.
Quest’anno ad aprire la manifestazione, sabato 17 agosto alle 21.30 nella splendida cornice del Teatro Romano, sarà Danilo Rea, uno dei pianisti più amati in Italia in ambito jazz e pop: lo hanno voluto accanto a sé celebri artisti come Mina, Gino Paoli, Pino Daniele, Domenico Modugno, Claudio Baglioni, Fiorella Mannoia, Riccardo Cocciante, Renato Zero, Gianni Morandi e Adriano Celentano. Il suo talento lo ha portato ad affermarsi anche sulla scena internazionale suonando in tutto il mondo al fianco dei più grandi nomi del jazz come Chet Baker, Lee Konitz, Steve Grossman, Phil Woods, Michael Brecker, Joe Lovano, Gato Barbieri, Brad Mehldau, Michel Camilo e il Premio Oscar Luis Bacalov.
Insieme al trio completato dal noto contrabbassista Ares Tavolazzi e dal batterista Ellade Bandini, Rea interpreterà con il suo inconfondibile stile melodico alcuni brani celebri – tra cui alcune “perle” dei Beatles, e darà prova della sua grande raffinatezza come improvvisatore.

Mercoledì 21 agosto alle 21.30 nel celebre Palazzo Ducale di Gubbio un altro appuntamento con i grandi del jazz italiano: il batterista Lorenzo Tucci, il trombettista Fabrizio Bosso, il sassofonistaJavier Girotto e l’hammondista Luca Mannutza. Quattro musicisti d’eccezione e molto amatidal grande pubblico: Lorenzo Tucci ha suonato in tutto il mondo collaborando con i migliori musicisti jazz contemporanei (tra cui Tony Scott, George Garzone, Mark Turner, Emmanuel Bex, Danilo Rea, Enrico Pieranunzi, Enrico Rava, Stefano Di Battista, Dado Moroni, Rosario Giuliani); l’acclamato Javier Girotto è il fondatore degli amatissimi Aires Tango, e Fabrizio Bosso è uno dei trombettisti di punta della musica italiana: più volte è stato invitato a calcare il palco del Festival di Sanremo insieme aSergio Cammariere, Nina Zilli, Simona Molinari e Raphael Gualazzi,e si è esibito nelle location più prestigiose a livello internazionale sia come solista insieme a grandi direttori d’orchestra come Wayne Marshall o Maria Schneider, sia con la London Symphony Orchestra, sia con formazioni a suo nome.
Il bellissimo Palazzo Ducale ospiterà anche il concerto di mercoledì 28 agosto, sempre alle 21.30: sul palco Massimo Moriconi, una vera e propria icona della musica italiana, e “the new voice talent” Emila Zamuner, con il progetto “Duets” che celebra le canzoni tratte dal songbook americano ed italiano, esaltando la maestria musicale dei due musicisti.
Celebre bassista di Mina, con cui ha inciso ben 34 album, Massimo Moriconi è uno dei musicisti più richiesti in Italia.Oltre ad aver vinto il referendum nazionale di Guitar Club come miglior contrabbassista e come miglior bassista di sala di registrazione, si è aggiudicato anche il referendum della rivista “Chitarre” come miglior bassista jazz-fusion. Nella sua carriera ha registrato oltre 350 dischi, e si è interfacciato con autentici miti tra cui Chet Baker, Billy Cobham, e Lee Konitz. In Italia conta moltissime collaborazioni tra cui quelle con Armando Trovajoli, Lelio Luttazzi, Fabio Concato, Fiorella Mannoia e Franco Califano.

Sarà il quartiere storico di San Martino, ubicato nel cuore della Città, ad ospitare l’ultimo concerto dell’edizione 2019 del Festival: domenica 1 settembre alle 21.30 nel Cortile della Società Generale Operaia di Mutuo Soccorso si terrà il concerto “No BordersMeet Up” con i 9 docenti delle No BordersMasterclass: i chitarristi Francesco Diodati e Paolo Ceccarelli, i sassofonisti Cristiano Arcelli e Leonardo Radicchi, il trombonista Andrea Angeloni, il contrabbassista Gabriele Evangelista, la cantante Marta Raviglia, il batterista Marco Valeri, il pianista Alessandro Giachero. Insieme a loro, si esibiranno gli studenti delle Masterclass.

Info e biglietteria: Associazione Jazz Club Gubbio: tel. 347.8283783 – 075.9220693.

CONTATTI
Facebook: Gubbio No Borders – No Borders Masterclass
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La storia della musica materia d’insegnamento alle superiori – Intervista al chitarrista Nicola Puglielli

‘La musica annulla le distanze’. Questo il titolo dell’iniziativa tenutasi di recente a Cosenza presso l’Auditorium Guarasci del Liceo Classico Telesio.

Si è trattato di un concerto di gemellaggio fra l’Istituto Comprensivo Padula di Acri, diretto dalla dirigente scolastica dott.ssa Simona Sansosti, la cui Orchestra si è esibita con quella romana dell’I.C. “Virgilio”, a sua volta diretto dalla prof.ssa Rosa Isabella Vocaturo, con più di 100 giovani studenti coordinati da Laura Simionato e Danilo Guido. Dunque una bella esperienza di interscambio e di musica d’insieme, nel cui staff ha partecipato il chitarrista romano Nicola Puglielli. È l’occasione per discutere con lui di vari temi a partire dall’insegnamento musicale.

-La didattica musicale è divenuta un ramo preponderante fra le attività del musicista jazz oltre ai concerti e ai dischi… C’è oltretutto al Parlamento la proposta di una legge che prevede l’introduzione della storia della musica alle superiori. Sarebbe un positivo posizionamento per una disciplina musicale. Cosa ne pensi?

“Sono opportunità a dir poco fantastiche. E lo sarebbero ancora di più se ci fosse a monte un progetto di ampio respiro. Un progetto che partisse dalle nostre radici culturali, quelle che ci “perseguitano” sin dalle medie, senza nazionalismi, un lavoro che investisse lirica, canzoni storiche, brani da film, musica latina, specie per la parte chitarristica, che è quella di mia competenza. La chitarra classica resta una strada fra le più formative. I ragazzi, ritengo, vadano musicalizzati tenendo presente che per loro è centrale la timbrica e soprattutto la dinamica, a cui sono interessati perché vicini al suono come elemento-base della musica”.

Dalla formazione alla discografia. Parlaci del tuo album live, registrato al Garbatella Jazz Festival, ‘Play Verdi Live in Rome’, inciso per Terre Sommerse assieme ad Andrea Pace al sax tenore, Piero Simoncini al contrabbasso e Massimo D’Agostino alla batteria.

“Negli ultimi anni ho inciso quattro dischi; il primo era ‘Play Verdi’, il secondo ‘I Trovatori’, con una rivisitazione verdiana alla Django, il terzo, di jazz in senso stretto, ‘In The Middle’ e, quindi, nel 2018, il ‘Play Verdi Live in Rome’. È un lavoro di gruppo, una ricerca nata all’origine su spinta di mio padre, poi realizzata collettivamente grazie ad un rapporto di vera amicizia, e per la comune volontà condivisa nel Play Verdi Quartet di farla, di andare avanti. Siamo partiti dai preludi di Verdi; è lì infatti che abbiamo trovato la nostra chiave elaborativa, in modo rispettoso dell’operista, che resta inarrivabile, si pensi al Preludio dell’Aida. Forse un purista non gradirà la nostra riduzione, ma nel “cigno di Busseto” c’è ” ricchezza che cola”. A differenza di Puccini, più orchestrale, Verdi ha una propulsione ritmica e polifonica molto stimolante”.

È un progetto che ti ha portato in giro per concerti…

“Si, abbiamo fatto vari concerti, con buoni riscontri anche in Germania. Nello specifico in Italia la gente sente familiare il repertorio verdiano, specie le diverse variazioni fra un brano e l’altro, dove ognuno si presenta come un mondo a se stante”.

-In cosa sono sempre differenti le composizioni fra loro?

“Intanto se guardiamo alla espressività ci rendiamo conto che è la nostra cultura che ci ha consentito e ci consente un lirismo “da pelle d’oca”. Ma non è solo questo. Chet Baker ci piace perché con la sua musica e il suo canto raccontava delle storie. Ma se ci si riflette, anche Verdi è molto narrativo, siamo più vicini all’Africa perché lui racconta nelle sue opere le emozioni umane, il dolore, la quotidianità in modo sempre diverso”.

-Verdi stesso un trovatore, un griot melodrammatico?

“In un certo senso. Nella musica di Verdi sussiste una sorta di pre-blues poiché vi si descrive l’atmosfera di prima che arrivasse il jazz, anche attraverso personaggi di strada, un popolo di umili, il gobbo, la mondana, la zingara… È questa la forza oltre che la maestria di Verdi. Nel disco non abbiamo stravolto gli accordi che son rimasti i suoi. Ed è stata per noi una scuola in cui ci siamo sentiti obbligati a suonare, ad improvvisare con pertinenza rispetto al materiale melodico a disposizione”.

Parliamo della nuova generazione di chitarristi jazz italiani. Hai qualche nome? È un jazz in salute?

“Certo. E ci sono giovani preparatissimi, Giacomo Ancillotto, Francesco Diodati, Manlio Maresca, Daniele Cordisco, Gianluca Figliola, Andrea Molinari, Stefano Carbonelli e prima di loro, come età, Marco Acquarelli, Enrico Bracco e vari altri. Fra i giovanissimi Leonardo Bacchiocchi, talento sedicenne, un vero enfant prodige”.

-In una speciale classifica di settore Wes Montgomery è stato definito il più grande chitarrista jazz di tutti i tempi. Sei d’accordo?

“Si. Con Reinhardt. E poi non bisogna dimenticare Joe Pass, il diplomatico della chitarra, Pat Martino, ma anche musicisti di frontiera come Lenny Breau, statunitense naturalizzato canadese, o Ted Greene, due innovatori che si conoscono meno”.

-Ti faccio altri tre nomi di mostri sacri della chitarra non jazz: Jimi Hendrix, Eric Clapton, Mark Knopfler. Estraine uno.

“Hendrix, che riesce a suonare 20 minuti un pezzo di due accordi senza un minimo “decadimento” di tensione nell’esecuzione”.

-Chitarra elettrica o no, per il jazz che proponi oggi?

“Personalmente ho una Fender Jazzmaster, solidbody, che i jazzisti non usano in genere, e poi adopero una classica semiacustica, una Martin American Archtop. Sto lavorando ad un album di sola chitarra. Lo strumento è quello giusto per la mia espressività odierna, per descrivere quello che sono oggi”.

Amedeo Furfaro

 

Con il MAT Trio Jazz del terzo millennio

Marcello Allulli, Francesco Diodati ed Ermanno Baron sono il MAT trio: il gruppo esiste da un decennio e – nella rassegna “Jazz is not dead” – ha celebrato, a modo suo, la lunga vita artistica con un recital alla Casa del Jazz (23 febbraio).

Presentando il bis, il leader-sassofonista Allulli ha parlato di <<melodia circolare>>: si riferiva ad un brano caratteristico del repertorio (“Hermanos”, titolo anche di un progetto/album) che ha una cellula cantabile ripetuta con infinite variazioni. Parte da una melodia sussurrata dai musicisti, si eleva a canto epico e strumentale per poi ridiscendere ad una cantilena a cui il pubblico è invitato a partecipare fin dall’inizio.

La melodia circolare di “Hermanos” è, in realtà, una delle chiavi per accedere al mondo sonoro del MAT trio, un universo che vede sax tenore, chitarra elettrica e batteria interagire in modi tanto variati quanto imprevedibili. I brani, quasi tutti originali, sono spesso condotti su un tempo libero e fluttuante che esalta l’unione tra acustico ed elettrico/elettronico, altro ingrediente del gruppo. Allulli – dondolante, quasi in trance, ad occhi chiusi – è incollato al suo sax tenore mentre Diodati si destreggia tra distorsori, pedaliera, effetti per distillare dalla sua chitarra una gamma di suoni e fraseggi originali; Baron gradua i suoi interventi nella dinamica e nella potenza, sfruttando i ritmi e i colori della propria fantasia percussiva.

Nella musica del MAT trio si possono trovare echi di Albert Ayler (una tecnica di “macerazione iterativa” delle melodie) come degli EST di Esbjorn Svenson (soprattutto in certe scansioni ritmiche), del primo Bill Frisell (per le mille distorsioni/rifrazioni chitarristiche) come del trio Motian/Frisell/Lovano nella comune e assoluta libertà.

Un jazz post-moderno? Non direi perché, nella pluralità dei linguaggi e dei riferimenti, il MAT trio carica di significati i suoi brani, li rende intensi ed autentici e non c’è mai un’ombra di manierismo: che rilegga il Tom Waits di “Time” o peschi nel suo vasto repertorio, non c’è nessun effettismo/tecnicismo fine a sé stesso. Ripetizione, variazione, intensità, destrutturazione e recupero di linee melodiche; dilatazione, enfasi, drammatizzazione: a ciò si assiste in diretta, ad un forgiare della materia sonora che coinvolge.

Grande partecipazione del pubblico alla Casa del Jazz, molti i fan del gruppo che a Roma ha una notorietà ed un seguito notevoli. Trio che, si badi bene, si è sempre aperto facilmente a collaborazioni (Fabrizio Bosso, Francesco Bearzatti, Giovanni Falzone, Antonello Salis…) tra cui quella con il trombettista Davide Boato: insieme si esibiranno al “Vapore” l’11 maggio a Venezia.

Il MAT trio parla di un nuovo album (il terzo) in realizzazione o, forse, in cantiere. La loro musica è un flusso e per immergersi in esso non bisogna avere barriere o preconcetti, definizioni o paradigmi: solo lasciarsi trasportare in territori nuovi, vicini (interiori) e lontani. Jazz del terzo millennio.