Il Jazz Italiano in Epoca Covid: è uscito il terzo libro di interviste di Gerlando Gatto

È uscito in questi giorni “Il Jazz Italiano in Epoca Covid” (GG ed.), il terzo libro di interviste firmato dal nostro direttore, lo storico giornalista di Jazz Gerlando Gatto, dopo “Gente di Jazz (2017, due ristampe) e “L’altra metà del Jazz” (2018), pubblicati entrambi per i tipi di KappaVu Edizioni/Euritmica.

Si tratta di un instant book che raccoglie, attraverso 41 interviste, pensieri, speranze, progetti, consigli di ascolto ma anche paure e preoccupazioni di musicisti e musiciste del Jazz italiano, immortalati in un periodo compreso tra marzo e maggio 2020 durante il lockdown dovuto alle misure di contenimento della pandemia da Covid-19.

Tra gli artisti intervistati in “Il Jazz Italiano in Epoca Covid” troviamo: Maria Pia De Vito, Paolo Fresu, Enrico Intra, Enrico Rava, Franco D’Andrea, Rita Marcotulli, solo per citare alcuni di essi, tutti personaggi di riferimento del jazz nazionale, che compaiono nel volume.

Per l’ideazione e la realizzazione dell’opera, Gatto si è avvalso della collaborazione della giornalista musicale Marina Tuni, che ha anche raccolto alcune delle interviste assieme a Daniela Floris (entrambe autrici su “A Proposito di Jazz”).

Gerlando Gatto

Il libro contiene la prefazione di Massimo Giuseppe Bianchi, pianista, compositore e profondo conoscitore della musica del ‘900, che ben delinea lo spirito della pubblicazione: «In questi mesi di pausa forzata i palcoscenici hanno taciuto. Non hanno taciuto però gli strumenti, né le matite cessato di grattar la punta sui pentagrammi. Le idee arpeggiavano sulle corde dei progetti, quantunque ombreggiati dalle preoccupazioni figlie di un tempo calamitoso. Non sono mancati i mille concerti in streaming da casa, eventi coatti che il violinista Uto Ughi, in un’intervista al quotidiano “La Stampa” ha definito “figli della disperazione del tempo che viviamo”. Gerlando Gatto ha pensato di animare questo sfondo plumbeo, spezzando l’incantesimo malvagio con una quarantina di interviste ad altrettanti musicisti. Ha provato ad andare oltre l’analisi stilistica della loro produzione, disciplina per cui l’acuminato giornalista siciliano si distingue nel panorama italiano in tanti anni di acuta e rispettata militanza nella critica. Ha provato e ci è riuscito. Gerlando capisce e ama la musica, rispetta i musicisti e da loro è rispettato nonché, come da qui traspare, riconosciuto quale interlocutore credibile. Ha congegnato una griglia di domande semplice e uniforme quanto variegata al suo interno. Ha voluto, credo, fare quello che un critico non ha tempo o voglia di fare: comunicare direttamente con la persona, abbracciarla. Da poche risposte vien fuori, allora, molto: il privato, lo stato dell’arte, la musica propria e quella altrui, uno sguardo sulla società italiana, ironie, aneddoti e ricordi. Il gioco ha funzionato e tutti hanno vinto».

Gerlando Gatto, instancabile divulgatore della musica jazz, è anche il direttore del seguitissimo portale A Proposito di Jazz ed ha condotto diverse trasmissioni radiofoniche e televisive nazionali dedicate a questo genere musicale; è anche tra gli estensori della “Enciclopedia del Jazz” edita da Curcio negli anni 1981-‘82 e dal 2007 collabora con la Casa del Jazz di Roma, per la quale ha ideato e condotto diversi cicli di guide all’ascolto.

“Il Jazz Italiano in Epoca Covid” è acquistabile online sul sito lulu.com e alle prossime presentazioni nelle librerie… Covid permettendo! (A breve informazioni dettagliate).

Redazione

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Francesco Bearzatti, sassofonista

Intervista raccolta da Marina Tuni

Francesco Bearzatti – ph Luca A. d’Agostino – Udin&Jazz 2014

Come sta vivendo queste giornate
“Per ora molto bene, in salute e in pace. Tanto studio e tanti film”.

Tutto ciò come ha influito sul suo lavoro?
“Non insegno per scelta e per fortuna non devo dare lezioni on line, però non ho alcuna fonte di guadagno in questo momento. Do fondo alle riserve in attesa di ricominciare”.

Pensa che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
“Per un po’ di tempo ancora si, poi non lo possiamo sapere”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Come ho detto prima, do fondo alle riserve”.

Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Quando sono a Parigi vivo solo ma essendo rimasto bloccato in Italia in questo periodo vivo con i miei genitori. È importantissimo essere con loro, ci facciamo compagnia e ci sosteniamo a vicenda”.

Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Non ho idea di cosa succederà quando tutto questo finirà. Professionalmente andremo incontro ad una situazione molto difficile. Perquanto riguarda i rapporti umani potremmo tutti, sicuramente, riconsiderare alcune priorità”.

Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Assolutamente si, sia a noi musicisti che a tutti gli appassionati di arte e poesia”.

Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Alla spiritualità, che non ha nulla a che vedere con la religione, usata per accalappiare consensi come sono soliti fare alcuni politici sciacalli e mediocri. Abbiamo parecchio tempo per guardarci dentro e questo può essere molto utile per tutti, guarire l’anima e capire meglio come e chi siamo”.

Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
“Non ne ho idea, non sottovaluterei la questione comunque. Uniti si vince.”.

E’ soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
“Dipende da quali. Nessuno è preparato a gestire questa situazione ed è molto difficile prendere decisioni. In futuro sapremo giudicare meglio, certo che alcune parti politiche si stanno comportando da incompetenti e cercano solo facili consensi”.

Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“Di investire sulla sanita pubblica, sulla scuola e sulla cultura, di riportare le infrastrutture dal privato al pubblico, di alzare gli stipendi alle persone che guadagnano poco e aumentare le tasse a chi guadagna tanto. Di non permettere di delocalizzare e togliere il lavoro al nostro paese”.

Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Non sottovalutare la situazione e di informarsi bene su chi sta lavorando bene e su chi invece ha portato questo paese al tracollo. Consiglio anche di approfittare di questo periodo particolare per coltivarsi e nutrirsi di arte”.

Grande musica a GradoJazz by Udin&Jazz: in particolare evidenza Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

Snarky Puppy Grado 11.7.19 ph: Dario Tronchin ©

Si è conclusa con una standing ovation la 29° edizione di “Udine&Jazz” o se preferite la I° di “GradoJazz”. No, non sto giocando con le parole o con i numeri, sto solo sottolineando come, giunto alla sua 29° edizione, “Udine&Jazz”, per volontà del suo ideatore Giancarlo Velliscig, ha abbandonato il capoluogo friulano per motivazioni di carattere politico già ampiamente illustrate in questa stessa sede. La scelta è caduta su Grado, splendida località tra laguna e mare, storica stazione turistica di tedeschi e austriaci. Ed è stata una scelta pagante: ottima l’accoglienza delle autorità comunali, ottima la risposta del pubblico, splendida la location del Parco delle Rose al cui interno è stata istituita una tenso-struttura capace di ospitare un migliaio di persone con una resa acustica soddisfacente. Unico elemento su cui non si è stati in grado di intervenire la pioggia, che si è fatta vedere a giorni alterni provocando comunque qualche guasto come l’annullamento del concerto di “Maistah Aphrica” un gruppo di otto musicisti molto amati e di cui qui in Friuli si dice un gran bene.

Palmanova, 06/07/2019 – Grado Jazz by Udin&;Jazz – King Crimson Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2019

E proprio la pioggia è stata la grande protagonista del concerto che nella Piazza Grande di Palmanova, il 6 luglio, ha inaugurato la fase finale del Festival, dopo i concerti-anteprima a Tricesimo, Cervignano, San Michele del Carso e della rassegna “Borghi Swing” a Marano Lagunare. Nella storica cittadina in provincia di Udine era in programma l’attesissimo concerto dei King Crimson; durante tutta la serata la pioggia ha flagellato costantemente le migliaia di spettatori giunti per ascoltare la storica band. Alle 22,30 tutto lasciava prevedere che il concerto non si sarebbe potuto svolgere, data l’inclemenza del tempo. Ma gli organizzatori hanno tenuto duro nella speranza che la pioggia si fermasse ed hanno avuto ragione ché verso le 23 finalmente ha smesso di piovere e Fripp e compagni hanno fatto il loro ingresso sul palco suonando per circa due ore. Ed è stato tutto un amarcord: ho visto spettatori più che adulti commossi quasi fino alle lacrime nell’ascoltare la musica che probabilmente aveva accompagnato la loro gioventù. Ed in effetti i King Crimson hanno riproposto un repertorio di brani celebri: da “Epitaph” a “In the Court of The Crimson King”, da “Starless” al bis, arrivato all’una di notte, “21st Century Schizoid Man”. L’esecuzione è stata degna di cotanto nome anche se personalmente non ho particolarmente gradito l’insistenza di Fripp sulle distorsioni: uno, due, tre vanno bene… ma tutto un pezzo suonato in questo modo francamente per me è troppo. Confesso comunque di non essere un giudice imparziale dal momento che i King Crimson non hanno mai fatto parte della mia formazione musicale.

Quinteto Porteño ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Archiviato l’evento, eccoci a Grado per la prima serata del festival vero e proprio (il 7 luglio). Apertura come si dice col botto data la grande levatura dei musicisti, italiani, sul palco. A rompere il ghiaccio è stato il “Quinteto Porteño” e per il vostro cronista è stata forse la sorpresa più bella del festival. Amo incondizionatamente la musica di Piazzolla ma solo molto raramente mi è capitato di ascoltare un gruppo che pur rifacendosi alla musica del grande compositore argentino riesca ad esprimerne adeguatamente lo spirito. Di solito manca la carica drammatica, il pathos. Ebbene il “Quinteto Porteño” nonostante abbia eseguito solo musiche originali, è riuscito perfettamente a ricreare quelle atmosfere, quelle suggestioni care a Piazzolla. Il tutto grazie ad una empatia che costituisce l’asse portante del gruppo: così, mentre la scrittura è equamente divisa tra Nicola Milan (accordion) e Daniele Labelli (pianoforte), il compito di esporre la linea melodica è principalmente sulle spalle dell’eccellente violinista Nicola Mansutti, ben sostenuto da Roberto Colussi alla chitarra; una menzione particolare la merita Alessandro Turchet assolutamente sontuoso al contrabbasso sia in fase di accompagnamento sia negli interventi solistici tutt’altro che sporadici. Come si accennava, quel che affascina in questo quintetto è la compattezza declinata attraverso arrangiamenti sempre ben studiati che trovano terreno fertile nella bellezza dei temi caratterizzati sempre da una suadente linea melodica. Così tutti i musicisti si mettono al servizio del collettivo, senza ansia o volontà di strafare; in questo senso perfetto il contributo del fisarmonicista: di solito, nei gruppi tangheri, la fisarmonica tende e strafare; non così nel “Quinteto Porteño” in cui Nicola Milan è apparso sempre misurato, suonando le note indispensabili al progetto, non una di più.

Paolo Fresu Trio, Grado 7.7.19 ph: Gianni Carlo Peressotti ©

A seguire il trio di Paolo Fresu con Dino Rubino al piano e Marco Bardoscia al contrabbasso. I tre hanno presentato la colonna sonora dello spettacolo teatrale “Tempo di Chet” che hanno portato in giro per oltre sessanta repliche. Di qui un’intesa umana oltre che musicale che si percepisce immediatamente, al primo ascolto: il gruppo si muove in maniera coesa, mai una sbavatura, mai un’indecisione, con Fresu a tracciare e dettare le atmosfere, con Rubino a disegnare straordinari tappeti armonici e Bardoscia a legare il tutto.  In repertorio, oltre ad alcuni standard preferiti da Chet Baker, brani originali sempre nello spirito e nel ricordo di Chet. Ecco, quindi, tra gli altri, “My Funny Valentine”, “Basin Street Blues”, “The Silence Of Your Heart”, “Jetrium” un original in cui si ascolta la batteria preregistrata di Stefano Bagnoli, “When I Fall In Love”; in conclusione si ascolta brevemente la voce dello stesso Chet Baker che interpreta “Blue Room”. Particolarmente curiosa la storia di un altro original, “Hotel Universo”, presentato durante il concerto e scritto da Fresu in ricordo di una particolare notte; quella volta a Lucca – è lo stesso Fresu a raccontarlo – “alloggiavo all’ Hotel Universo. La signora alla reception mi dà le chiavi della numero 15. Salgo in camera, è una bella stanza ampia arredata con mobili un po’ retrò, stile anni Cinquanta. Mi sistemo, apro la finestra che dà su piazza del Giglio e prende posto su una sedia. Sopra il letto è appesa una fotografia: è Chet Baker. E’ seduto nello stesso posto in cui sono seduto ora. Dietro, dalla finestra aperta, si vede la piazza, esattamente come ora, dalla medesima finestra. Insomma un bell’omaggio di una albergatrice che evidentemente mi vuole bene”. Comunque ricordi a parte, set assai intenso, di grande impatto emotivo non a caso salutato dal foltissimo pubblico con calorosi applausi.

A completare una prima serata assolutamente positiva un duo di classe con Laura Clemente alla voce e Andrea Girardo alla chitarra. Laura è una vocalist raffinata, dotata di una bella voce, di notevoli capacità interpretative, di un gusto particolarmente ricercato: nel suo repertorio figurano brani tutti di notevole spessore anche se non sempre identificabili con il jazz… ma questo poco importa.

Clemente&Girardo duo 7.7.19 ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Anche la seconda giornata – ad ingresso gratuito –  si apre con una sorpresa: il trio del pianista brasiliano Amaro Freitas, con Hugo Medeiros alla batteria e Jean Elton al contrabbasso. Cresciuto nelle favelas di Recife, il giovane Amaro si è costruito passo dopo passo uno stile del tutto personale, uno stile percussivo in cui tuttavia è possibile riscontrare le influenze di alcuni maestri sia del jazz quali Ellington, Monk e Tatum, sia della musica brasiliana, Egberto Gismonti su tutti. Il rapporto con la musica inizia nella chiesa evangelica grazie al padre che, quand’era bambino, gli insegna a suonare la batteria. La tastiera arriva solo in un secondo momento perché, durante le funzioni religiose, c’è bisogno di uno strumento che funga da accompagnamento. Venendo al concerto di Grado, dopo il brano d’apertura – “Coisa n. 4” di Moacir Santos – Amaro ha sciorinato una serie di sue composizioni (“Dona Eni”, “Samba de César”, “Paço”, “ Trupé”, “Rasif “, “Aurora”, “Mantra”) che hanno letteralmente mandato in visibilio il pubblico, colpito dalla straordinaria energia e inventiva dell’artista brasiliano. All’interno di “Vitrais” ha addirittura creato nuovi innesti musicali basati sulle note di “Con te partirò” di Bocelli e di “Bella Ciao”! Non è certo un caso che Freitas venga, quindi, considerato un rinnovatore della musica brasiliana “attraverso – come afferma lo stesso pianista –  una nuova forma di costruzione melodica e armonica che passa per la valorizzazione percussiva e per il work in progress collettivo che si realizza durante i concerti”.

Amaro Freitas 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

A seguire un’altra esibizione trascinante quella della “North East Ska Jazz Orchestra”. Nata nel 2012 la big band riunisce diciotto musicisti che si rifanno soprattutto alla musica giamaicana. L’intento era quello di unire molte persone attive professionalmente nel panorama della musica giamaicana e afroamericana presenti nel Triveneto. La NESJO fin da subito ha, quindi, ottenuto molti consensi, anche grazie alla collaborazione con importanti esponenti della musica ska e del reggae italiano, consensi che si sono registrarti anche al di fuori dei confini nazionali, in Francia, Spagna, Paesi Bassi, Germania, Slovenia e Croazia. Sostenuto magnificamente dalle voci di Rosa Mussin, Freddy Frenzy e Michela Grena il gruppo si muove su ritmi assai elevati, ottenendo successo di critica e di pubblico, successo che non è mancato a Grado.

Sempre l’8 in cartellone anche un terzo concerto con Lorena Favot 4et “Landscapes” ma, causa stanchezza, non sono riuscito a sentirlo; amici degni di fede mi hanno comunque riferito che si è trattato di una performance in linea con il livello alto della serata.

North East Ska* Jazz Orchestra 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Lorena Favot 4et 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Ed eccoci al 9 luglio con quella che personalmente consideravo la chicca del Festival, vale a dire l’esibizione del Trio di Gonzalo Rubalcaba.

Ma procediamo con ordine. Ad aprire la serata i “Licaones” al secolo Mauro Ottolini trombone, Francesco Bearzatti sax, Oscar Marchioni organo, Paolo Mappa batteria. Nato quasi per gioco con l’album “Licca-Lecca” di una decina d’anni fa, il gruppo ha conservato la vivacità e soprattutto la gioia di suonare degli inizi. Elementi questi che si riscontrano in ogni loro concerto: a vederli sul palco si intuisce immediatamente che si divertono a suonare e in tal modo divertono anche chi li ascolta, mantenendo il livello musicale sempre alto. Così verve, ironia, funky si mescolano in una ricetta originale e trascinante.

Licaones 9.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Successivamente è stata la volta del già citato Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso batteria. Illustrare, in questa sede, la carriera di Rubalcaba è impresa tutto sommato inutile tale e tanta è la popolarità raggiunta in tutto il mondo dal pianista cubano: basti dire che attualmente è considerato una delle massime espressioni del pianismo jazz, vincendo due Grammy e due Latin Grammy e ottenendo ben 15 nomination. Agli inizi era, a ben ragione, considerato un pianista “cubano” in quanto nel suo stile erano ben presenti tutti gli elementi musicali dell’ ”Isola”: Man mano, Gonzalo si è staccato da questo linguaggio per approdare ad una sintesi che è sua e solo sua. Descrivere la sua musica è infatti molto, molto difficile; si ascolta un flusso sonoro illuminato da improvvisi lacerti di gran classe che aprono come uno spiraglio, una luce improvvisa sull’universo sonoro disegnato dal trio. In quest’ottica, particolarmente brillante l’intesa con il bassista, con il quale Gonzalo collabora da una decina d’anni… e si sente chiaramente, dal momento che i due si uniscono, si accarezzano, si compenetrano, sempre insieme, come una mano in un guanto. Oggettivamente difficile il compito del batterista entrato nel gruppo solo da un anno che deve dialogare da pari a pari con il piano di Rubalcaba, senza un attimo di tregua, sempre nella condizione di fornire la risposta giusta e rilanciare verso nuovi traguardi. Comunque devo dire che anch’egli se l’è cavata egregiamente. Insomma davvero un concerto memorabile che resterà nel cuore e nella mente di chi ha avuto la fortuna di assistervi.

Gonzalo Rubalcaba Trio 9.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

I concertini notturni ci riservano un’altra bella sorpresa: Humpty Duo, ovvero Luca Dal Sacco alla chitarra acustica e Matteo Mosolo al contrabbasso. Sebbene il progetto, “Synchronicities” sia interamente dedicato all’opera di Sting e dei Police, il jazz si libera in ogni singola nota con squisita ricercatezza. Non a caso il nome scelto dal duo richiama un celeberrimo brano di Ornette Coleman: “Humpty Dumpty”.

Il 10 serata dedicata al blues. Apertura con il chitarrista Jimi Barbiani accompagnato da Pietro Taucher all’organo e Alessandro Mansutti alla batteria. Professionista di sicuro spessore, Barbiani si è fatto le ossa suonando in giro per il mondo grazie ad una tecnica raffinata, ad un repertorio consolidato e ad una voglia di suonare che dopo tanti anni di professionismo è ancora lì, ben presente.

Jimi Barbiani 10.7.19 Grado ph: Angelo Salvin ©

Il clou della serata era rappresentata da Robben Ford “Purple House Tour” e l’attesa dei tanti amanti del blues non è andata delusa. Ad onta dei 67 anni e di circa 50 anni di carriera Robben conserva tutte le caratteristiche che ne hanno fatto un grande bluesman. Bella padronanza scenica, tecnica chitarristica di primo livello, voce sempre presente, intonata… e una carica di entusiasmo che si è facilmente trasmessa al numeroso pubblico. Considerato “Uno dei più grandi chitarristi del XX secolo” nel corso della sua carriera ha ottenuto cinque nomination ai Grammy, senza trascurare il fatto che la marca di chitarre Fender gli ha dedicato una sua creatura (“Robben Ford Signature”); ultima notazione tutt’altro che trascurabile: nel 1977 è stato il fondatore degli “Yellowjackets” all’epoca chiamato “The Robben Ford Group”. A Grado ha presentato, in quartetto, il suo nuovo album “Purple House” ed è stato un bel sentire. Ottimo il gruppo con un batterista tanto potente quanto di metronomica precisione, moderno il linguaggio caratterizzato da un’alternanza di generi: dal southern al blues, dal rock alla fusion, con qualche sconfinamento nel jazz.

Robben Ford 10.7.19 Grado ph: Angelo Salvin ©

La serata si è conclusa con il trio del chitarrista Gaetano Valli, con Silvano Borzacchiello alla batteria e Gianpaolo Rinaldi alle tastiere (a sostituire degnamente il contrabbasso di Riccardo Fioravanti); in programma il nuovo progetto “Sylvain Valleys & Flowers”, nato dall’intesa di tre amici di vecchia data che si ritrovano a suonare assieme dopo vent’anni scoprendo la passione comune, oltre che per il jazz, per la montagna. Non a caso il clima della performance è stato, oserei dire, dolce, distensivo e meditativo alternando brani inediti e citazioni provenienti dalla tradizione musicale. Un bravo di cuore a Gaetano Valli, artista che non ha ancora ottenuto i riconoscimenti che merita.

 

Gaetano Valli Trio 10.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Ed eccoci alla serata finale dell’11 luglio; come accennato la pioggia ha costretto gli organizzatori a cancellare il primo concerto di “Maistah Aphrica” e l’ultimo del trio di Gianpaolo Rinaldi. E’ rimasta quindi in piedi l’esibizione di Snarky Puppy (main stage e platea completamente al coperto), che a Grado hanno iniziato la loro tournée italiana per presentare il nuovo lavoro discografico, almeno nel titolo di estrema attualità, “Immigrance”. Il concerto ha visto il sold out con molti spettatori anche in piedi – da segnalare al riguardo, finalmente, la presenza di molti giovani. E, come accennavo in apertura, il pubblico ha gradito – e molto – il concerto tanto da riservare al gruppo l’unica stand ovation di tutto il festival. Ovazione assolutamente meritata in quanto ancora una volta il gruppo ha espresso una cifra artistica di assoluto livello. Certo, la loro musica è trascinante ma non facilissima: il collettivo newyorchese, composto da una trentina di musicisti (a Grado rappresentato da nove elementi), si muove su terreni impervi, in cui jazz, funk e R&B si mescolano in un magma sonoro costruito con estrema consapevolezza. In effetti chi crede che la musica di Snarky Puppy sia soprattutto estemporanea si sbaglia e di grosso: il tutto è arrangiato con precisione e grande professionalità, lasciando comunque spazio ad improvvisazioni declinate attraverso una preparazione tecnica di primo livello. Come sempre in primo piano il bassista, compositore e arrangiatore Michael League, vera mente del gruppo, che ha guidato l’esibizione con sicurezza.

Snarky Puppy 11.7.19 Grado ph: Dario Tronchin©

Il recital del gruppo ha quindi chiuso nel migliore dei modi l’esperienza di questo primo “GradoJazz”,  il cui bilancio finale non può che essere positivo. Il festival, organizzato da Euritmica con il sostegno di regione Friuli Venezia-Giulia, comune di Grado, Promoturismo FVG, Fondazione Friuli e in collaborazione con i vari comuni coinvolti, nonostante il cambio di location, sempre pericoloso, ha comunque conservato quelle caratteristiche che nel corso degli anni ne hanno fatto una delle manifestazioni più interessanti dell’intero panorama jazzistico italiano. Intendo riferirmi da un canto al giusto mix tra musicisti internazionali e italiani con una particolare attenzione verso gli artisti friulani, dall’altro alla valorizzazione del territorio e dei relativi prodotti: ad esempio, quest’anno, il vino ufficiale della rassegna è la vitovska del Castello di Rubbia (con etichetta creata ad hoc per GradoJazz) e vi assicuro che si tratta di un gran vino.

Gerlando Gatto

 

 

“Avec le temps”: un disco e un concerto di Giovanni Guidi all’insegna della buona musica

La grandezza di un leader si misura anche dalla compagnia che si sceglie. Ebbene, anche sotto questo aspetto, il pianista Giovanni Guidi si dimostra assolutamente all’altezza della stima che lo circonda. Così, quando nel novembre del 2017 è entrato negli studi di registrazione de “La Buissonne”, a Pernes-les-Fontaines, per registrare un nuovo album per la ECM, ha portato con sé quattro jazzisti di assoluto livello internazionale: Francesco Bearzatti al sax tenore, Roberto Cecchetto alla chitarra elettrica, Thomas Morgan al contrabbasso e João Lobo alla batteria.

Ed è questo stesso gruppo che abbiamo ascoltato il 4 maggio scorso presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. In programma la presentazione del su citato album, “Avec le temps”, dedicato esplicitamente a Leo Ferré che nel 1969 scrisse questa magnifica canzone, una delle più toccanti in assoluto del panorama musicale di tutti i tempi.

Il disco è ottimo e altrettanto lo è stato il concerto anche se con differenze soprattutto di forma: così, ad esempio, l’album si apre con il brano di Ferré che durante il concerto è stato offerto come gradito bis, e l’esecuzione live di alcuni brani non presenti nell’album come “Te lo leggo negli occhi” portato al successo da Franco Battiato e “Morti di Reggio Emilia”.

Comunque, sia che i brani eseguiti fossero tratti dall’album o meno, la sostanza della musica non cambiava di una virgola.

Da un punto di vista stilistico, il quintetto, se da un canto sembrava porre in evidenza il lato melodico e lirico della sua musica, dall’altro non disdegnava escursioni su terreni altri, vicini ad esempio al free, con la front-line nella sua interezza sempre in primo piano. Il gruppo procedeva spedito, cementato da una perfetta intesa, con ognuno dei cinque che ricopriva un ruolo ben preciso. Così se Guidi si riservava il non facile compito di introdurre i brani e di ripercorrere in un secondo tempo la linea melodica, tessendo una tela armonica, spesso modale, Francesco Bearzatti faceva cantare il suo sax disegnando volute perfette con un sound sempre riconoscibile che richiamava comunque grandi del sax tenore con Albert Ayler tra tutti; quando la trama passava nelle mani di Cecchetto era come se la musica acquistasse all’improvviso nuovo spazio, se superasse i ristretti limiti di un teatro per immergersi in una globalità senza spazio e senza tempo, restando così sospesa, difficile da afferrare. Dal canto suo la sezione ritmica si muoveva con estrema pertinenza, contribuendo in maniera determinante a disegnare l’architettura dei brani: davvero impressionante il lavoro di Thomas Morgan, che con la sua cavata possente e un fraseggio essenziale, riusciva con pochissime note a dare corpo e consistenza a tutta la musica del gruppo (per non parlare delle stupefacenti sortite solistiche) mentre il portoghese João Lobo alla batteria, con un drumming non proprio in coerenza con il tempo base,  evidenziava quell’intesa che oramai da molto tempo lo porta a suonare con Guidi.

Interessanti tutti i brani con una menzione particolare, forse, per il significativo e trascinante “You Ain’t Gonna Know Me ‘Cos You Think You Know Me”, una sorta di inno, assai caro a Guidi, sempre suonato nei suoi concerti, dedicato alla fratellanza e all’eguaglianza, scritto dal trombettista Mongezi Feza, straordinario musicista sudafricano espatriato in Inghilterra per le note vicende del suo Paese e scomparso prematuramente a soli 30 anni.

Gerlando Gatto

 

Gente di Jazz: una nuova recensione del critico musicale Neri Pollastri pubblicata su All About Jazz Italia

Il libro del nostro direttore Gerlando Gatto continua a far parlare di se. Dopo la seconda ristampa e numerosi riscontri da parte della critica e dei lettori, arriva questa pregevole ed accurata recensione scritta dal critico musicale toscano Neri Pollastri e pubblicata sul sito All About Jazz Italia (qui il link), che ringraziamo per averci concesso l’autorizzazione a pubblicarla anche sul nostro portale. Ecco la versione integrale:

Gerlando Gatto: Gente Di Jazz

 

Neri Pollastri By NERI POLLASTRI

Gente di Jazz
Gerlando Gatto
232 pagine
KappaVu
2017

“In questo volume Gerlando Gatto -catanese trapiantato a Roma, che di jazz si è occupato fin dai suoi esordi giornalistici risalenti ai primi anni Settanta e oggi una delle firme storiche del jazz italiano -raccoglie alcune delle sue numerosissime interviste con musicisti realizzate nel corso degli anni, selezionandole sulla base di un criterio solo in parte accidentale: la loro partecipazione a Udin&Jazz, festival che si tiene nella città friulana da oltre un quarto di secolo.

Le interviste, raccolte secondo l’ordine alfabetico degli interlocutori, hanno datazioni assai diverse tra loro: talune sono recentissime, molte risalgono agli anni Novanta, talaltre sono ancora precedenti. In alcuni casi -per esempio quelli Enrico Pieranunzi e Gonzalo Rubalcaba -le interviste sono più di una per musicista e permettono così di confrontare periodi diversi della loro carriera artistica.

Gli artisti intervistati sono sia italiani, sia stranieri, spesso di primissimo piano -come nel caso di Enrico RavaStefano BattagliaStefano BollaniPaolo FresuFranco D’AndreaGiancarlo SchiaffiniFrancesco Bearzatti -sia meno noti ma non per questo meno valenti -come Claudio CojanizDario Carnovale, Antonio Onorato, Massimo De MattiaEnzo Favata. Non mancano altri nomi storici del jazz italiano, come Claudio FasoliRoberto GattoRosario BonaccorsoMaurizio Giammarco, mentre tra gli stranieri si trovano alcune autentiche “chicche,” quali Mino CineluMcCoy TynerMartial SolalMichel Petrucciani e Joe Zawinul.

Lo stile delle interviste è estremamente semplice, diretto e colloquiale, frutto anche della modalità in cui sono state effettuate: spesso a margine dei concerti, con un approccio ai musicisti aperto ma anche di timido rispetto, talvolta addirittura a casa dell’intervistatore, a Roma, come nel caso di quelle di apertura -con Battaglia -e chiusura -con Zawinul, diventato quasi un amico di famiglia con un curioso rapporto con la madre di Gatto, pur nella totale incomunicabilità linguistica. Un tal tipo di approccio da un lato favorisce la stesura di pagine molto vive e per il lettore assai stimolanti, dall’altro è molto produttivo nella relazione con gli artisti, i più riflessivi e/o brillanti dei quali, infatti, offrono nel dialogo dei contributi decisamente interessanti.

Ciò accade per esempio nel caso di Battaglia, che parlando del suo passaggio da musicista classico a improvvisatore offre interessanti spunti sulla continuità e la differenza tra i due ambiti musicali; in quello di Bollani, che con le sue modalità schiette e paradossali si spinge anche oltre la musica e prende singolari e interessanti posizioni in campo sociale e, in un certo senso, anche politico; di D’Andrea, che con poche pennellate spiega da dove provenga il suo così rigoroso e al tempo stesso originalissimo mondo musicale; di Rava, che regala alcuni illuminanti aneddoti tratti dalla storia dell’ultimo mezzo secolo di questa musica; di Schiaffini, che condivide alcune lucide riflessioni, tra l’ironico e l’amaro, sullo stato del pubblico e delle istituzioni musicali, ma anche delle belle parole sul senso dell’improvvisazione.

Tutte le interviste sono godibili e interessanti, possibile strumento di comprensione di questa musica non solo per chi ne sia appassionato, ma anche per chi voglia avvicinarla -cosa, com’è noto, spesso per i più non semplicissima -grazie alla presenza di alcuni “fili rossi” che tornano spesso nelle conversazioni, quali lo sviluppo della musica jazz e i suoi rapporti con il pop e la classica, il senso dell’improvvisazione e le sue diverse forme, le ragioni della difficile diffusione di questa musica, le perversioni del mercato e delle istituzioni musicali. Temi, questi, toccati in modo spesso molto diverso (anche per la diversità dei momenti in cui ciascuna intervista è stata effettuata), ma che proprio per questo possono essere compresi in modo più sfaccettato.

Il bel volume, pubblicato dalla casa editrice KappaVu di Udine e già arrivato alla seconda edizione, è completato da una prefazione di Paolo Fresu e da una postfazione di Fabio Turchini, collaboratore di Udin&Jazz che ne riassume lo spirito delle ventisei edizioni, ed è corredato dalle foto di Luca D’Agostino, fotografo storico della rassegna.

In questo volume Gerlando Gatto – catanese trapiantato a Roma, che di jazz si è occupato fin dai suoi esordi giornalistici risalenti ai primi anni Settanta e oggi una delle firme storiche del jazz italiano – raccoglie alcune delle sue numerosissime interviste con musicisti realizzate nel corso degli anni, selezionandole sulla base di un criterio solo in parte accidentale: la loro partecipazione a Udin&Jazz, festival che si tiene nella città friulana da oltre un quarto di secolo.

Le interviste, raccolte secondo l’ordine alfabetico degli interlocutori, hanno datazioni assai diverse tra loro: talune sono recentissime, molte risalgono agli anni Novanta, talaltre sono ancora precedenti. In alcuni casi -per esempio quelli Enrico Pieranunzi e Gonzalo Rubalcaba -le interviste sono più di una per musicista e permettono così di confrontare periodi diversi della loro carriera artistica.

Gli artisti intervistati sono sia italiani, sia stranieri, spesso di primissimo piano -come nel caso di Enrico RavaStefano BattagliaStefano BollaniPaolo FresuFranco D’AndreaGiancarlo SchiaffiniFrancesco Bearzatti -sia meno noti ma non per questo meno valenti -come Claudio CojanizDario Carnovale, Antonio Onorato, Massimo De MattiaEnzo Favata. Non mancano altri nomi storici del jazz italiano, come Claudio FasoliRoberto GattoRosario BonaccorsoMaurizio Giammarco, mentre tra gli stranieri si trovano alcune autentiche “chicche,” quali Mino CineluMcCoy TynerMartial SolalMichel Petrucciani e Joe Zawinul.

Lo stile delle interviste è estremamente semplice, diretto e colloquiale, frutto anche della modalità in cui sono state effettuate: spesso a margine dei concerti, con un approccio ai musicisti aperto ma anche di timido rispetto, talvolta addirittura a casa dell’intervistatore, a Roma, come nel caso di quelle di apertura -con Battaglia -e chiusura -con Zawinul, diventato quasi un amico di famiglia con un curioso rapporto con la madre di Gatto, pur nella totale incomunicabilità linguistica. Un tal tipo di approccio da un lato favorisce la stesura di pagine molto vive e per il lettore assai stimolanti, dall’altro è molto produttivo nella relazione con gli artisti, i più riflessivi e/o brillanti dei quali, infatti, offrono nel dialogo dei contributi decisamente interessanti.

Ciò accade per esempio nel caso di Battaglia, che parlando del suo passaggio da musicista classico a improvvisatore offre interessanti spunti sulla continuità e la differenza tra i due ambiti musicali; in quello di Bollani, che con le sue modalità schiette e paradossali si spinge anche oltre la musica e prende singolari e interessanti posizioni in campo sociale e, in un certo senso, anche politico; di D’Andrea, che con poche pennellate spiega da dove provenga il suo così rigoroso e al tempo stesso originalissimo mondo musicale; di Rava, che regala alcuni illuminanti aneddoti tratti dalla storia dell’ultimo mezzo secolo di questa musica; di Schiaffini, che condivide alcune lucide riflessioni, tra l’ironico e l’amaro, sullo stato del pubblico e delle istituzioni musicali, ma anche delle belle parole sul senso dell’improvvisazione.

Tutte le interviste sono godibili e interessanti, possibile strumento di comprensione di questa musica non solo per chi ne sia appassionato, ma anche per chi voglia avvicinarla -cosa, com’è noto, spesso per i più non semplicissima -grazie alla presenza di alcuni “fili rossi” che tornano spesso nelle conversazioni, quali lo sviluppo della musica jazz e i suoi rapporti con il pop e la classica, il senso dell’improvvisazione e le sue diverse forme, le ragioni della difficile diffusione di questa musica, le perversioni del mercato e delle istituzioni musicali. Temi, questi, toccati in modo spesso molto diverso (anche per la diversità dei momenti in cui ciascuna intervista è stata effettuata), ma che proprio per questo possono essere compresi in modo più sfaccettato.

Il bel volume, pubblicato dalla casa editrice KappaVu di Udine e già arrivato alla seconda edizione, è completato da una prefazione di Paolo Fresu e da una postfazione di Fabio Turchini, collaboratore di Udin&Jazz che ne riassume lo spirito delle ventisei edizioni, ed è corredato dalle foto di Luca D’Agostino, fotografo storico della rassegna. ”

courtesy: All About Jazz Italia – thanks to Neri Pollastri, author

In programma dal 30 giugno al 13 luglio un “Ethnoshock” illuminante per Udin&Jazz 2017

“Ethnoshock” è il titolo scelto per la 27° edizione di Udin&Jazz in programma dal 30 giugno al 13 luglio, un titolo estremamente chiaro che illustra al meglio gli intenti degli organizzatori, guidati con la passione di sempre da Giancarlo Velliscig.

Il jazz nasce come musica meticciata, vale a dire dall’incontro di più culture che si fondono per dar vita a qualcosa di assolutamente nuovo che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare sotto il nome di jazz. Questa musica, facilmente identificabile, ha caratterizzato tutto il secolo scorso. Adesso la situazione è cambiata: morti tutti (o quasi) i capiscuola, molti non riescono più a distinguere cosa sia jazz e cosa no… come se fosse poi così importante etichettare la musica. Il fatto è che oggi, così come ieri, il jazz è innervato da input provenienti da mondi completamente diversi e Udin&Jazz ci propone, quindi, uno straordinario viaggio attraverso musiche e culture che influiscono sempre di più nello sviluppo del jazz e della musica moderna globale, fra sperimentazione e ritmi ancestrali, fra scenari metropolitani e retaggi tribali.

Di qui un cartellone ricco di “stelle” estere di primaria grandezza senza, però dimenticare, così com’è nel DNA del Festival, i musicisti locali: decine di eventi animeranno, quindi, le vie e le piazze di Udine e non solo, per l’organizzazione dell’Associazione Culturale Euritmica, in collaborazione con la Regione Friuli Venezia Giulia, i Comuni di Udine, Cervignano del Friuli e Tricesimo, la Fondazione Friuli e l’Agenzia PromoTurismoFVG.

L’apertura, il 30 giugno a Cervignano, è appannaggio, per l’appunto, di musicisti friulani, il nuovo progetto dei B4Swing Vocal 4et & Renato Strukelj Big Band, mentre in chiusura, il 13 luglio al Castello di Udine, presentata da Max De Tomassi, conduttore del programma radiofonico “Brasil”, e trasmessa in diretta su Radio Rai 1,  una straordinaria “brazilian night”; protagonisti Toquinho e la cantante e chitarrista Maria Gadù. In due diversi set, gli artisti proporranno uno straordinario repertorio della nuova generazione cantautorale brasiliana e i successi di oltre 50 anni di carriera di Toquinho; aprirà la serata il trio di Letizia Felluga.

In mezzo una serie di altri appuntamenti da non perdere. Venerdì 7 luglio al Castello di Udine, unica data in Italia, il concerto di Mulatu Astatke. Grande musicista etiope, Astatke è considerato il padre del genere “Ethio-Jazz”; con il suo progetto dal titolo “Sketches of Ethiopia”, l’artista presenta una straordinaria miscela di suoni jazz e afro, arricchita con elementi di musica latina.

Di stampo diverso ma di assoluto livello sarà l’evento, in programma il 6 luglio, sempre al Castello di Udine, con protagonisti due grandi interpreti della scena musicale italiana contemporanea, Remo Anzovino e Roy Paci. Sul palco assieme alla loro band, i due proporranno, in anteprima assoluta, il potente, emozionate e sentito “Tribute to Muhammad Ali”.

L’8 luglio, ancora al Castello di Udine, appuntamento di spicco con la stella del “desert blues”, artista capace di stregare i grandi della musica mondiale: stiamo parlando di Bombino, nato e cresciuto in Niger, membro della tribù Tuareg Ifoghas e affermatosi nel mondo come straordinario chitarrista. Le sonorità di Bombino, riconducibili a quelle dei Tinariwen, i suonatori del deserto, a cui si aggiungono melodie elettrizzanti, racchiudono lo spirito della resistenza, della ribellione e della libertà, trasudando un groove irresistibile.

Fra gli italiani grande attesa per il duo Musica Nuda, composto dalla cantante Petra Magoni e dal contrabbassista Ferruccio Spinetti. Il duo proporrà, il 6 luglio in Corte Morpurgo a Udine, il nuovo progetto “Leggera”, album composto e cantato per la prima volta interamente in italiano.

Dopo il “la” di Cervignano con i già citati B4Swing Vocal 4et & Renato Strukelj Big Band, sabato 1 luglio a Tricesimo (un ritorno del festival nella splendida piazza della cittadina) andrà in scena lo spettacolo “Over Miles” di Gianluca Mosole, dedicato alla figura di Miles Davis.

Martedì 4 luglio, a partire dalle 18.00, in Piazza Matteotti a Udine, il concerto del Ludovica Burtone 4et. A seguire, sempre in Piazza Matteotti, il progetto dal titolo “SuonoMadre” del Massimo De Mattia 4et. In serata in Corte Morpurgo ecco “We like it hot”, con Vanessa Tagliabue Yorke, concerto dedicato alla musica newyorkese dei secondi anni venti del novecento.

©_ANGELO_TRANIMercoledì 5 luglio, alle 18.00 in Piazza Matteotti, il chitarrista Gaetano Valli presenta, in anteprima per Udin&Jazz, “Hallways”, spettacolo tributo a Jim Hall. Alle 19.30, il sassofonista Francesco Bearzatti sarà protagonista di un personale omaggio al grande Coltrane da tiolo “Dear John”. Spettacolo molto atteso è poi quello delle 21.30 in Corte Morpurgo con il sassofonista londinese Shabaka Hutchings and The Ancestors in “Wisdom of Elders”, progetto che arriva per la prima volta in Italia.

La giovane Udin&Jazz Big Band, orchestra nata un anno fa riunendo molti tra i migliori giovani professionisti del jazz del triveneto, si esibirà il 6 luglio sotto la Loggia del Lionello con “Sounds Across Boundaries”, concerto che vedrà la partecipazione straordinaria del sassofonista Francesco Bearzatti.

Altra storica presenza a Udin&Jazz è quella del pianista Claudio Cojaniz, che con il suo quartetto Second Time presenterà in prima assoluta il progetto “Songs for Africa”, il 7 luglio alle 18.00, spettacolo con il quale l’artista porterà la sua musica alla Caserma Cavarzerani. L’evento vuole costituire un segnale forte di incontro e solidarietà con popoli migranti che stanno vivendo, accolti spesso con ostilità, una fase drammatica della loro storia. Il jazz ribadisce la sua essenza di musica dell’accoglienza e dell’incontro.

In serata in Corte Morpurgo il live di Adnan Joubran, definito dal The Guardian come uno dei musicisti più innovativi del mondo arabo. Questo straordinario suonatore di oud, presenterà al pubblico di Udin&Jazz lo spettacolo “Borders Behind”.

Sabato 8 luglio, alle 17.00 in Piazza Matteotti sarà la volta della marching band Bandakadabra. Alle 18.30 in Corte Morpurgo la cantante Giorgia Sallustio e il suo quintetto proporranno il progetto dal titolo “Around Evans”, appassionato omaggio al pianista Bill Evans.

Come sempre il festival non propone solo musica ma anche incontri, workshop e seminari; così il 5 luglio presso la Galleria di Corte Morpurgo, ci sarà la presentazione ufficiale del libro del vostro cronista “Gente di Jazz”;  il 6 luglio sempre in Corte Morpurgo alle 17.00, Mulatu Astatke risponderà alle domande sulla sua straordinaria esperienza artistica e umana da parte di Marcello Lorrai. Dedicato al cinema è l’incontro di venerdì 7 luglio, ancora in Corte Morpurgo alle 17.00, con la presentazione dei film di Gianni Amico ”We Insist – Noi Insistiamo! Suite per la libertà subito” (1964) e “Appunti per un film sul jazz” (1965).

Da martedì 4 luglio a sabato 8 luglio in Galleria di Corte Morpurgo verrà allestita la mostra dal titolo “Udin&Jazz Rewind”, viaggio a ritroso nel festival attraverso filmati raccolti, nella lunga storia del festival, da Mauro Bardusco e Davide Morandi e fotografie di Luca d’Agostino. In collaborazione con Unidea invece è l’iniziativa “Un viaggio nella storia del sax”, esposizione nelle vetrine dei negozi del centro di Udine di alcuni sassofoni della collezione di Mauro Fain, appassionato cultore di questo strumento.