Il Premio Internazionale a Castelfidardo: quando la fisarmonica la fa da padrona

Entusiasmante, coinvolgente l’atmosfera che si respira a Castelfidardo durante la settimana in cui si svolge l’annuale Premio Internazionale della Fisarmonica (PIF), esplicitamente riconosciuto come uno dei più importanti concorsi in ambito internazionale. Ed in effetti Castelfidardo è conosciuta in tutto il mondo proprio per la sua produzione di tali strumenti: è in questa cittadina delle Marche, in provincia di Ancona che nel 1864 ad opera di Paolo Soprani viene riprodotto uno strumento che anticipa in qualche modo la moderna fisarmonica; da quel momento, Castelfidardo diviene la “patria della fisarmonica” in Italia da tutti unanimemente riconosciuta.

A Castelfidardo, musica da ogni dove, in ogni strada, in ogni vicolo, in ogni angolo… mentre nei luoghi deputati i giovani si affrontano a colpi di mantice per conquistare gli ambiti riconoscimenti. Per un amante della fisarmonica come il sottoscritto, è stata una vera goduria non solo ascoltare tanti eccellenti strumentisti, ma avere la possibilità di visitare lo splendido museo storico la cui collezione è composta da circa 350 esemplari tutti diversi tra loro, molti dei quali “pezzi unici” provenienti da ventidue Paesi diversi. Alle pareti, oltre ad una interessantissima documentazione fotografica dal 1890 al 1970, sono collocate opere di artisti quali Marc Chagall, Tonino Guerra, Silvia Bugari, Rodolfo Gasparri e fedeli riproduzioni pittoriche di Giovanni Boldini, Fernand Leger, Gino Severini. Dislocate inoltre nelle varie sale, opere di scultura di Stefano Pigini, Franco Campanari, Edgardo Mugnoz. Tra le curiosità una lettera di Federico Fellini, il primo disco registrato con la fisarmonica da Pietro Deiro, la partitura originale di “Adios Nonino” di Astor Piazzolla. Tra le altre curiosità che ho avuto modo di vedere, la fisarmonica più grande del mondo, una “creatura” alta 253 cm, larga 190 cm, pesante circa 250 kg, che può essere essere realmente suonata grazie al supporto costruito a mano, come ogni suo componente, da Giancarlo Francenella felicemente coadiuvato da moglie e figlie.

Ma adesso, dopo questi inevitabili richiami di carattere cultural-turistici, veniamo alla gara vera e propria. Quest’anno, dietro esplicita richiesta di Renzo Ruggieri, musicista che non ha certo bisogno di ulteriori presentazioni, è stata reintrodotta la categoria Jazz a dirigere la cui giuria è stato chiamato il sottoscritto unitamente a Samuele Garofali eccellente trombettista, Simone Zanchini fisarmonicista tra i più spericolati sperimentatori, Marc Berthoumieux fisarmonicista e compositore tra i più quotati in quel di Francia e Giovanni Mirabassi pianista che proprio oltr’Alpe si è costruita una solida e meritata reputazione.

Ai nastri di partenza cinque formazioni: due provenienti dall’Italia e tre rispettivamente dalla Francia, dalla Polonia e dalla Bielorussia. Ad esclusione del trio francese “Sasusi” costituito da artisti di strada indubbiamente molto bravi ma assolutamente fuori contesto, gli altri gruppi hanno presentato tutti un livello più che accettabile. Il primo premio è andato al trio del polacco Arek Czernysz; già conosciuto e apprezzato nel suo Paese, Arek ha evidenziato una tecnica più che matura con buone doti improvvisative e quindi buona conoscenza del linguaggio jazzistico; ottima l’intesa con gli altri due compagni di strada. Unico neo, se così lo si può definire, una scarsa presenza scenica che, comunque, potrà essere acquisita con l’esperienza.

Al secondo posto un altro Trio, questa volta bielorusso, guidato dal fisarmonicista Anatoly Taran; anche in questo caso bella tecnica, ottima padronanza dello strumento, perfetta empatia fra i tre… solo che il polacco si è fatto preferire per una più spiccata propensione ad improvvisare e quindi per una maggiore aderenza all’espressione jazzistica.

Al terzo posto il trio italiano formato da Antonino De Luca fisarmonica, Massimo Manzi batteria e Emanuele Di Teodoro al contrabbasso; la formazione non ha certo sfigurato di fronte agli altri gruppi e non a caso a De Luca è andato un premio speciale della critica quale miglior solista.

Quarto il Giuseppe Di Falco Jazz Ensemble che nonostante una performance attanagliata dall’emozione, ha ricevuto, grazie alla bontà dei suoi arrangiamenti, un altro premio speciale costituito dalla possibilità di esibirsi in un concerto ad hoc.

Momenti di grande commozione la serata finale al Teatro Astra quando è stato chiamato sul palco il grandissimo Peppino Principe che proprio lo stesso giorno ha compiuto 90 anni; a questo eccezionale fisarmonicista, che per tanti anni si è sobbarcato quasi da solo il compito di non far scivolare in un colpevole oblio la fisarmonica, è stata conferita l’onorificenza di “ambasciatore della fisarmonica”. Dopo la premiazione dei vincitori delle categorie jazz e varieté, sono saliti sul palco Marc Berthoumieux e Giovanni Mirabassi per un concerto che meglio non avrebbe potuto chiudere la manifestazione; i due, oltre ad essere eccellenti strumentisti, hanno sviluppato nel tempo una pregevole intesa che li porta ad esibirsi su standard molto, molto elevati.

Gerlando Gatto

 

I NOSTRI CD. Dalle parole ai fatti: fisarmonicisti jazz, qualche suggerimento d’ascolto

E parlando di Castelfidardo, di fisarmonica, mi sembrava opportuno segnalarvi qualche CD più o meno recente inciso da fisarmonicisti che si esprimono con un linguaggio jazzistico.

Frank Marocco – “Ballads” – Artist Signed Records 12/009

Frank Marocco, Daniele Di Bonaventura – “Two For The Road” Artist Signed Records 11/008

E questa mini-rassegna discografica non poteva che iniziare con Frank Marocco, sicuramente una delle voci più originali nell’ambito della fisarmonica jazz. Un vero e proprio gigante che ha saputo dare una svolta al modo stesso di concepire lo strumento, di adattarlo a quelle che sono le pronunce jazzistiche grazie anche ad una tecnica formidabile ma posta sempre al servizio della musicalità, dell’espressività. Ne abbiamo probanti esempi in questi due album.

In “Ballads” Marocco si esprime in splendida solitudine affrontando con classe e pertinenza una serie di ballads molto famose come, tanto per citarne qualcuna, “Lover Man”, “In a Sentimental Mood”, “Smoke get’s In Your Eyes”. L’album ha anche un valore storico in quanto si tratta del suo ultimo CD, prima della scomparsa il 3 marzo del 2012 all’età di 81 anni, prodotto in Italia e pubblicato il 28 settembre del 2011. L’Italia è sempre stato un Paese molto amato da Marocco e non solo per le sue origini (il padre era di Caserta, la madre emiliana). Frank ha infatti continuamente collaborato con nostri musicisti tra cui il bandoneonista Daniele Di Bonaventura col quale ha anche inciso in duo il cd “Two For The Road”. L’album è un vero e proprio gioiellino la cui valenza travalica la bellezza dei temi scelti; i due artisti si integrano alla perfezione con le linee di fisarmonica e bandoneon che ora si intrecciano, ora si affiancano a disegnare un universo sonoro di rara suggestione. Splendida, tra le altre, l’interpretazione di “Pure Immagination” di Leslie Bricusse e Anthony Newley.

Renzo Ruggieri – Live Improvisations – APA 109 2 cd

(Da una recensione di Daniela Floris)

Renzo Ruggieri decide di assemblare in maniera ragionata una serie di registrazioni live di suoi concerti in solo, avvenuti nell’ arco temporale tra il 1998 e il 2010, con il preciso intento di porre l’accento sull’improvvisazione libera e sul coesistere del suo accordion con effetti elettronici e loop station: dunque un disco in solo ma con la possibilità di replicare, doppiare, distorcere e rendere mutevoli la voce di uno strumento molto connotato, che siamo abituati ad associare ad un tipo di musica tradizionale, nonostante nel Jazz lo stesso accordion oramai sia sempre più presente ed in alcuni casi innovativo. In questo percorso ardito, quasi una ricerca sperimentale avvenuta negli anni, (questo cd chiude un trittico cominciato con la registrazione in studio di Improvvisazioni Guidate VAP100 e Storie di Fisarmonica Vissuta VAP101 ), Ruggieri si lascia andare ad un’esplorazione integrale (e dal vivo) delle possibilità del proprio strumento, disvelandone le notevoli possibilità espressive, anche quelle più estreme. Quindici i brani in scaletta, ognuno un piccolo mondo a sé, da ascoltare rigorosamente con la totale apertura mentale che permetta di godere senza pregiudizi di suoni a volte anche ostici, ma sempre inseriti in un disegno che ha un qualcosa di ineluttabile, che in qualche modo va “nel modo giusto”. Perché in fondo sono l’espressione di un messaggio profondamente sentito dal musicista che estemporaneamente lo sta formulando: bisogna fidarsi di lui e con lui decidere di partire per quel viaggio in zone inesplorate.

Klaus Paier, Asja Valcic – “Timeless Suite” – ACT 9598-2

Album molto particolare questo che vede l’uno accanto all’altra Klaus Paier all’ accordion e al bandoneon e Asja Valcic al cello, impegnati su un repertorio assai variegato in cui accanto agli original dei due compaiono brani di Stravinsky, di Bach e di Piazzolla opportunamente arrangiati. Il risultato è notevole soprattutto perché alla fine dell’ascolto si resta allo stesso tempo affascinati e straniati, affascinati perché il sound che i due riescono ad esprimere è davvero unico, travolgente nella sua classica modernità. La tecnica messa in campo è straordinaria ma tutto viene declinato con la massima semplicità, senza alcuno sforzo apparente, con grande fantasia tanto che riesce difficile distinguere tra pagina scritta e parti improvvisate… il che se ci riferiamo ai due strumenti a mantice siamo ancora nel solco del prevedibile, mentre il discorso cambia radicalmente se prendiamo in esame il violoncello ché in ambito jazzistico gli esempi di violoncellisti bravi improvvisatori sono rari. Di qui lo stupore, lo straniamento cui si accennava in precedenza in quanto non si riesce a ben identificare se si tratti di jazz, di world music o di cos’altro. Un consiglio? Lasciate da parte le etichette e ascoltate l’album senza porvi eccessivi interrogativi; ne vale la pena!

Antonino De Luca – “Walkin’ On My Way” – Barvin 14/014

Antonino De Luca è uno dei partecipanti al concorso di Castelfidardo su cui ci siamo soffermati nel precedente articolo. Siciliano di nascita, De Luca oramai da anni si è trasferito proprio in quel di Castelfidardo affinando un talento che gli consentirà, quanto prima di raggiungere prestigiosi traguardi. In questo album inciso nel marzo del 2014, si avvale della collaborazione di Luca Pecchia (chitarra), Gabriele Pesaresi (contrabbasso), Federico Nelson Fioravanti (batteria e percussioni) con lo special guest Josè Luis Fioravanti (percussioni). L’album è declinato attraverso dieci brani in cui accanto a composizioni di Victor Young, Michel Petrucciani, Richard Rodgers, Johnny Green, Frank Marocco e Matt Dennis figurano cinque brani dello stesso De Luca che evidenzia in tal modo una bella propensione compositiva. Così il fisarmonicista riesce a transitare con disinvoltura da terreni più propriamente jazzistici ad atmosfere più propriamente brasiliane e funky. Il tutto senza perdere alcunché della propria identità stilistica. Non a caso lo stesso De Luca, nelle brevi note che accompagnano l’album, sostiene “la necessità di comunicare uno stato d’animo, di tirar fuori tutte le proprie emozioni” e come quindi la musica rappresenti il mezzo per comunicare una storia.

Tango transit – “Blut” – Artist Signed Records – 11/007

Il fisarmonicista Martin Wagner, nato nel 1967 a Francoforte, è il fondatore del trio “Tango Transit” completato da Hanns Hohn al contrabbasso e Andreas Neubauer alla batteria. Negli ultimi venticinque anni, questa formazione ha partecipato a numerosi festival prevalentemente di carattere jazzistico (Israele, Scozia, Italia, Francia, Svizzera, Romania) e realizzato quattro albums tra cui questo “Blut” registrato nel 2010 e un DVD live (“Live im Thalhaus” nel 2013). Trattandosi di musicisti di estrazione diversa, il trio ha elaborato uno stile affatto personale in cui confluiscono input provenienti da mondi diversi quali il jazz, il tango… fino al funky e alla musica Cajon. Elementi, questi, che si ritrovano appieno nell’album in oggetto che si articola su un repertorio di 12 brani tutti scritti dal leader, di cui i primi tre fanno parte di un’articolata e lunga suite, che rappresenta, a nostro avviso, la parte migliore dell’album. Tutta giocata e sull’abilità del leader e sull’intesa con gli altri due partners (in special modo con il contrabbassista) la suite si articola su momenti diversificati ben resi dal trio: così dopo un’intro dal sapore vagamente classicheggiante, si instaura prepotentemente un clima tanguero, soppiantato a sua volta da frammenti in cui ha la prevalenza un linguaggio più strettamente jazzistico… e via di questo passo sino alla fine della terza parte assai vicina all’espressività jazzistica anche per merito del già citato contrabbassista.

Massimo Mazzoni, Christian Riganelli – “New Klezmer Tales”Artist Signed Records – 15/015

L’album si avvale di un organico assolutamente inusuale, almeno per gli amanti del jazz: Massimo Mazzoni sax tenore e soprano, Christian Riganelli fisarmonica, cui si aggiungono in due brani, come special guests, Gabriele Mirabassi al clarinetto e Gabriele Pesaresi al contrabbasso. Mazzoni e Riganelli affrontano un repertorio molto impegnativo costituito da sette composizioni originali d’ispirazione klezmer per sassofono e fisarmonica in cui elementi tradizionali si mescolano con input più moderni in una sorta di coinvolgente mistura che raccoglie altresì suggestioni provenienti dalla musica contemporanea, dal contrappunto di marca bachiana e dalle armonizzazioni proprie del jazz; a queste sette composizioni si aggiungono standard della tradizione popolare (Der Heyser Bulgar,  The Blessing Nigun, Badeken Die Kallah, Ballad for a Klezmer)  ed una rivisitazione del III tempo (lamentoso e grottesco) dalla “Hot Sonate” di Erwin Schuloff. Ascoltando l’intero album non si può fare a meno di notare l’amore, la passione e soprattutto l’onestà intellettuale con cui i due hanno affrontato la difficile impresa: nessuno sfoggio virtuosistico, nessuna pretesa di stupire ma la sincera e assidua volontà di aderire a stilemi propri di una musica che per anni e anni ha narrato le vicende, le sofferenze di un intero popolo.

Gerlando Gatto

 

Gente di Jazz di Gerlando Gatto (ed. KappaVu / Euritmica) presentato alla Feltrinelli di Roma

Intervista con il pianista cileno Antonio Flinta, all’indomani dell’uscita del suo nuovo album: “ho la necessità di scoprire cose”

Quando parli con un musicista, quando lo intervisti difficilmente trovi una corrispondenza tra le sue parole, il modo di articolare e concepire le frasi, i concetti, e la sua musica. Viceversa questa corrispondenza c’è, piena, quando si tratta di Antonio Flinta. Il pianista, compositore, arrangiatore cileno, si esprime in maniera non proprio semplicissima, i concetti si susseguono l’un l’altro e quando lo ascolti hai quasi difficoltà a capire dove voglia andare a parare. Poi all’improvviso la nebbia si squarcia e il quadro ti appare, nitido, preciso, facile da leggere. Ecco, la sua musica è composta da tanti elementi, presi singolarmente non facili da decifrare, ma il risultato finale è straordinariamente affascinante, godibile, mai banale, a delineare la personalità di un grande artista. Per averne una facile riprova, basti ascoltare la sua non ricchissima produzione discografica e soprattutto il suo ultimo album, autoprodotto e uscito in questi giorni. Ed è proprio da questo album che prende le mosse questa intervista.

– E’ appena uscito questo tuo album “La Noche Arrolladora”. Cosa rappresenta nell’ambito delle tue produzioni?

“E’ un disco nuovo, nel senso che i brani sono pensati in modo diverso rispetto a quelli contenuti nei precedenti album. Rappresenta, insomma, una certa evoluzione rispetto al passato: mi sto riferendo, ad esempio, al mettere assieme più frasi ritmiche sovrapposte che generano strutture dove improvvisare è più emozionante … ed è un disco molto bello. Ovviamente per noi musicisti l’ultimo album è sempre quello più bello, più valido”.

– Quanto c’è di improvvisazione e quanto di pagina scritta?

“Non credo di esagerare affermando che il 90% è improvvisazione e il 10% pagina scritta. Noi in trio, con Roberto Bucci al basso e Claudio Gioannini alla batteria suoniamo assieme da oltre venti anni… con Paolo Farinelli il sassofonista, sono molti anni che ci conosciamo. Questo per dire che nel gruppo c’è una grande intesa, quindi anche se in alcuni brani c’è una indicazione su ciò che ognuno di noi deve fare, poi quando ci esibiamo mettiamo sempre qualcosa di molto personale, nel momento stesso in cui suoniamo siamo portati ad improvvisare, a creare istantaneamente. A decidere dove andare a seconda di quel che succede… ed è così da tanti anni”.

– Quindi tu ti basi essenzialmente su strutture aperte…

“Alcuni brani sono concepiti come un assieme di elementi apparentemente in contraddizione tra loro ma mettendoli assieme si crea un meraviglioso disordine…  ogni strumento del quartetto suona frasi ritmicamente diverse… così la percezione precisa di dove sta l’uno ritmico, il battere, non c’è. Ecco, creare un tessuto del genere per cui, non sapendo ritmicamente dove sta il tuo compagno e sentendoti un po’ disorientato, è gran parte del clima che si respira in “La Noche Arrolladora”. Tutto ciò genera di per sé una struttura molto aperta… così alle volte accade che tutto converge su un punto ma non è voluto; è la conseguenza di quella improvvisazione, di quella intesa cui prima facevo riferimento”.

– Sentendoti parlare sembrerebbe che l’ascolto del disco sia ostico, e invece no. L’album è molto godibile con una ricerca non banale sulla linea melodica.

“Sono contento di quanto mi dici. E’ un bellissimo paradosso il fatto di comporre pensando ad elementi che possono sembrare molto tecnici come ritmi sovrapposti e frasi spostate, e che invece escano fuori brani che non ti fanno pensare alle singole note ma che, così come un libro, sono capaci di raccontarti qualcosa che va al di là, che ti trasporti in una dimensione altra”.

– Tu appartieni a quella nutrita schiera di musicisti che nel nostro Paese non hanno ancora ottenuto i riconoscimenti che meritano. Io, nel preparare questa intervista, ho cercato di documentarmi su varie fonti e non ho trovato un solo articolo, una sola recensione…una sola riga che non parli di te in termini più che positivi. Eppure il grande successo non arriva… Come mai?

“Il grande successo forse no ma devo dirti che sono egualmente molto, molto soddisfatto di ciò che la vita artistica mi ha dato sino ad oggi. Abbiamo suonato in giro per il mondo un po’ dappertutto… certo in Italia un po’ di meno. Il fatto è che siamo tanti, siamo in molti a suonare bene per cui le occasioni di lavoro si restringono. Comunque personalmente lo ritengo un fatto positivo: più musica c’è, meglio è. E ciò vale soprattutto per chi ascolta, che in tal modo ha più possibilità di scelta, di andare a cercare e trovare qualcosa di diverso”.

– Dal tuo punto di vista di osservatore privilegiato, che viaggia e si esibisce spesso all’estero, come valuti il pubblico italiano rispetto a ciò che si trova negli altri Paesi?

“Il pubblico italiano è semplicemente fantastico: nei mei concerti ho sempre avuto un gran bel rapporto con il pubblico; mi piace raccontare qualcosa sui brani che suoniamo perché penso che ciò possa facilitare l’ascolto e questo viene sempre ben accolto dal pubblico”.

– Quanto influisce il tuo essere artista sulla tua vita privata?

“120% ? Non so… ad un certo punto uno fa una scelta, io volevo fare il jazzista e l’ho fatto… l’ho capito tardi, ma l’ho capito e ho seguito questa inclinazione. Comunque non credo che l’arte debba condizionare la vita, semmai è il contrario, è la vita che condiziona l’arte. Non viene la musica al primo posto, ma un certo modo di vedere le cose sì. Sto qua per scoprire cose… è quello che sento, ho la necessità di scoprire cose e all’ultimo riesco ad esprimere, a comunicare tutto ciò attraverso la musica”.

– Cerco di essere più preciso: ma tutto ciò non toglie spazio, energia alla tua vita familiare, ai tuoi rapporti privati?

“No, non credo. C’è chi dedica l’intera giornata, ventiquattro ore su ventiquattro, alla musica. Io non sono così. Ho la fortuna di avere una famiglia che partecipa a questa percezione della vita dove c’è tanto da vedere, tanto da osservare, da avere anche momenti privati al di fuori dalla famiglia. Quindi non ho problemi da questo punto di vista… anzi forse è la vita privata che in certi momenti condiziona la musica. Non voglio farne a meno… è la mia vita privata che mi alimenta costantemente, che mi dà la forza per andare avanti”.

– Sulla base della mia esperienza, conoscendo da vicino moltissimi musicisti, posso dirti che sei piuttosto fortunato riuscendo a trovare un perfetto equilibrio tra vita privata e vita artistica.

“E’ vero. Ma lo so benissimo: sono molto, molto fortunato. Mia moglie è pianista, musicista, lei capisce benissimo”.

– Guardando indietro c’è qualcosa che non rifaresti o che rifaresti in modo diverso?

“No, penso di no. Con riferimento a quanto dicevamo prima, certo mi piacerebbe suonare di più e lo farò a partire da questo momento. E’ inutile pensare al passato, occorre sempre guardare al futuro. Poi io ho bisogno di tempo per fare le cose, ho bisogno che si sedimentino dentro di me e poi posso attuarle. A vent’anni non potevo fare le cose che faccio adesso quindi va bene così”.

– Parliamo adesso della tua vita piuttosto avventurosa. Tu sei nato in Cile; ma come sei finito in Italia?

“Sono nato in Cile perché mio padre, argentino, lavorava lì. Mia madre spagnola… tutto un miscuglio… mia nonna, da parte di padre, era italiana, quindi dopo aver vissuto in Cile e in Perù siamo venuti a Roma. Successivamente i miei genitori si sono separati e io sono andato con mia madre in Spagna. A Madrid ho studiato musica, poi sono andato alla Berklee e poi sono tornato a Roma dove ho cominciato a suonare”.

– Quando hai iniziato a suonare?

“Quando avevo 14 anni. Mi sono trasferito a Roma quando avevo vent’anni e quasi immediatamente ho trovato questi due compagni di viaggio – Roberto Bucci e Claudio Gioannini – con i quali abbiamo fatto molta strada. Oramai saranno venticinque anni che suoniamo assieme; quando saliamo sul palco siamo pronti ad improvvisare perché ci conosciamo benissimo e sappiamo altrettanto bene dove ci condurrà il cammino intrapreso da ciascuno di noi; è sempre un’avventura perché c’è il rischio che le cose non vadano come tu vuoi ma se non c’è rischio nulla succede… con persone che conosci da tanti anni puoi rischiare di più e tutto ciò mi dà grande gioia”.

– Ti capita di suonare in piano solo?

“Sì, qualche volta, mi piace, ci penso però ancora non è il momento giusto… arriverà”.

– Che tipo di preparazione pianistica hai?

“Da parte di mia madre che è basca, tutti i miei parenti avevano studiato musica, mio nonno e mia nonna il pianoforte, e mia madre oltre al pianoforte la chitarra con Andrés Segovia, per cui sin da piccolo ho da sempre ascoltato musica e ho cominciato a suonare. Ricordo che all’epoca non volevo prendere lezioni perché avevo paura di perdere spontaneità… sentivo Monk e riflettevo ‘ma questo non ha studiato pianoforte’, poi invece in Spagna ho appreso della esistenza della Berklee, ho vinto una borsa di studio dopo aver mandato una cassetta registrata in casa, sono andato a Boston e poi sono venuto qui in Italia, a Roma. Non sono andato in conservatorio, non ho una preparazione classica”.

– C’è un’esperienza artistica che ricordi con maggior piacere?

“Tante; è difficile citarne una o due. Ci sono state delle volte in cui senti che le cose sono uscite da sole, il pubblico risponde perfettamente e così ti senti in una sorta di nuvoletta in cui tutto si è compiuto; ci sono volte in cui pensi di non aver dato tutto e invece il riscontro del pubblico è spettacolare”.

Gerlando Gatto

Intervista con il chitarrista siciliano Gaetano Valli

Gaetano Valli, siciliano di Palermo classe 1958, ma “emigrato” a Udine sin da bambino, è chitarrista dotato di squisita sensibilità e persona di grande cortesia e delicatezza. Autodidatta al 100%, come lui stesso ama definirsi, ha sviluppato nel tempo uno stile personale la cui cifra stilistica è caratterizzata dal gusto per le belle melodie e dalla raffinatezza armonica.

Lo abbiamo intervistato all’indomani del concerto tenuto questa estate a “Udin&Jazz” dove ha riproposto, con una diversa formazione, i contenuti della sua ultima produzione discografica, “Hallways”, registrata nell’ottobre del 2016 con Sandro Gibellini e Fulvio Vardabasso alle chitarre, Giovanni Mazzarino al pianoforte, Flavio Davanzo alla tromba, Alessandro Turchet al contrabbasso e Aljosa Jeric alla batteria.

 – Parliamo dal concerto di ieri. Il tuo progetto prevedeva tre chitarre e poi, invece, ti sei trovato a dover fronteggiare i forfait degli altri due chitarristi, Sandro Gibellini e Fulvio Vardabasso. Cosa ti sei inventato?

“Come si dice ho dovuto fare di necessità virtù, ma questo nel jazz ci sta. Abbiamo rivisto alcuni arrangiamenti, Flavio Davanzo, il trombettista, si è reso disponibile a studiare le parti che normalmente vengono suonate dalle chitarre, ho eliminato una voce perché ci sono brani a tre voci, a tre chitarre… comunque, tutto sommato, il risultato è stato buono. Poi mi è venuta questa idea, all’ultimo istante, sapendo che la compagna del contrabbassista è una brava musicista che suona anche l’ukulele, di inserirla in organico per il brano “Calypso” ed è stato un momento che mi è piaciuto parecchio e che è stato apprezzato anche dal pubblico… anche perché, pur muovendomi nell’ambito del jazz, io cerco sempre la risposta del pubblico. Quando capisco – com’era la situazione di ieri – che c’è una platea molto varia, non mi piace propormi con una musica che in qualche modo non si collega con essa… “Calypso” è un brano molto leggero, privo di dissonanze, che fluisce abbastanza bene e l’inserimento dell’ukulele, ripeto, mi è piaciuto molto, anzi c’è il rammarico di non averci pensato in fase di registrazione. Però, un domani, chi lo sa!”

– Vogliamo ricordare il nome della musicista?

“Certo: Marinella Pavan. Lei all’inizio non voleva, è molto timida, viene dal classico, poi mi ha mandato una prova registrata sul telefonino e allora ho insistito parecchio e alla fine ce l’ho fatta”.

– Per quanto concerne il pubblico ti assicuro che se non si fosse saputo che il progetto era per tre chitarre, nessuno avrebbe avuto alcunché da ridire…insomma la performance è piaciuta… e parecchio anche!

“Come ti ho detto, ho cercato di riadattare le cose e quando uno studia un brano ad esempio a tre voci, se ne salta una non è che crolli l’impianto complessivo. Comunque la sonorità della tromba è tale per cui la voce principale diventa determinante e la voce della chitarra è sempre relativamente debole rispetto alla tromba, quindi quello che in origine era un ensemble è diventato un quartetto e la cosa ha funzionato. Ciò anche perché con questa ritmica ho una frequentazione che dura oramai da molti anni: con Aljoša, musicista sloveno, ho fatto gli ultimi quattro dischi; con Alessandro siamo già al terzo disco ed è una vera e propria garanzia: oltre a saper suonare lo strumento, ha una memoria di ferro… controlla… è un regista. E questa è una cosa strana: spesso il contrabbassista, anche se non è il leader, si accolla il compito di controllare, quasi di guidare il tutto. Per me, quindi, è una sicurezza: quando ho qualche dubbio, lo guardo e lui mi mette in riga”.

– Da cosa nasce questo omaggio a Jim Hall?

“Il tutto è nato da un fatto casuale: ci siam trovati io e Fulvio Vardabasso, che è un chitarrista triestino, e nel suonare ci siamo resi conto che, in modo spontaneo, quando ci chiedevamo cosa suonare, la scelta cadeva quasi sempre su pezzi di Jim Hall e quindi ci siamo accorti di avere questa passione in comune. Di qui la volontà di realizzare questo tributo; contemporaneamente abbiamo pensato che sarebbe stato bello introdurre una terza chitarra e così è venuto fuori anche il nome di Sandro Gibellini che conosco da vecchia data, da quando frequentavo i suoi corsi e che ritengo uno dei musicisti più indicati ad interpretare la musica di Jim Hall. Strada facendo abbiamo impostato il lavoro su pezzi di Hall cui ho aggiunto dei pezzi scritti da me pensando non tanto al suo stile e al suo modo di suonare ma alle sue condizioni del suonare, vale a dire alle diverse formazioni con cui il chitarrista si è trovato a lavorare: “Hallways” significa proprio questo, le vie di Hall, i modi di Hall e quindi nel disco si trova un duo (chitarra e contrabbasso secondo la formula Ron Carter-Jim Hall), si trova il quintetto di “Interplay” (l’album di Bill Evans con Jim Hall, Freddie Hubbard, Percy Heath e Philly Joe Jones ndr) e al riguardo ho scritto “Inter Nos” che in qualche modo segue la logica strutturale del brano che dà il titolo all’album, con questo inizio con le linee di basso e chitarra insieme, poi l’aggiunta del pianoforte, quella della  tromba… insomma questo ri-percorrere quelle che sono state le sue intuizioni compositive (lui era sì un grande chitarrista ma forse anche, se non soprattutto, un grande progettista, organizzatore, una mente razionale pazzesca) e mi viene sempre in mente il fatidico confronto con un altro grande della chitarra, Wes Montgomery. Io adoro Wes Montgomery come adoro Jim Hall ma approcciano la musica in modo totalmente diverso: l’uno – Wes – spontaneo, quasi animalesco, l’altro – Hall – razionale, preciso, da ingegnere; quindi se Montgomery è inimitabile, Hall diventa una guida. In effetti una idea originaria di titolo del disco era “Il nostro guru” “Our Guru” ma non suonava bene e così è stata bocciata ma questa è la sostanza: Jim Hall è un guru, qualcuno da seguire. Tornando al disco ho scritto anche “Three Brothers” che richiama il lavoro del trio di Jim Hall con Jimmy Giuffre; c’è poi anche il duo piano-chitarra (“Skating in Central Park”, registrato da Bill Evans e Jim Hall nel 1962 ndr)… Insomma, ho voluto impostare il lavoro non su un fatto stilistico, sull’emulazione del musicista ma su un fatto organizzativo dal punto di vista degli arrangiamenti, delle formazioni”.

– Naturalmente stiamo parlando del tuo ultimo disco che si chiama “Hallways” uscito di recente per i tipi della Jazzy Records. Vogliamo citare gli altri musicisti presenti nel cd?

“Certo; ci sono Sandro Gibellini alla chitarra semi-acustica, Giovanni Mazzarino al pianoforte, Fulvio Vardabasso alla chitarra semi-acustica, Flavio Davanzo alla tromba, Alessandro Turchet al contrabbasso e Aljoša Jerič alla batteria. Io quando suonano gli altri chitarristi, suono la chitarra classica per dare al tutto una sonorità particolare”.

– Hai già avuto qualche riscontro rispetto a questo album?

“Ancora è troppo presto dal momento che il cd è uscito da appena una settimana. Comunque quanti l’hanno ascoltato – amici, parenti, altri musicisti – hanno espresso un giudizio favorevole… e spero che la cosa continui”.

– Adesso parliamo più propriamente di Valli. Ecco, come nasce il Valli musicista?

“Come accade spesso, il Valli musicista nasce grazie ai genitori che gli fanno trovare una casa piena di strumenti – soprattutto da parte di madre – mia mamma suonava il violino e la sua famiglia è stata sempre molto attaccata alla musica. Non a caso mio nonno, mio zio, mia zia, tutti suonavano qualcosa… poi il mio carattere, assolutamente lontano dallo sport e da qualsiasi attività dinamica… ed eccomi pronto ad abbracciare uno strumento. Prima il pianoforte, che però voleva dire studiare sodo, teoria, solfeggio… forse un po’ troppo per il sottoscritto, anche perché voleva dire soprattutto essere ascoltato molto, troppo, in casa. Così sono passato alla chitarra che è uno strumento intimo, ti permette di isolarti… ricordo che l’ho trovata a casa, una Bagnini comprata per corrispondenza… ho cominciato con quella, poi ho cambiato varie chitarre e ho iniziato a suonare, come molti chitarristi, dalla musica rock”.

– E l’incontro con il jazz?

“E’ avvenuto in modo direi naturale. Si cresce, si fanno esperienze ed io mi sono avvicinato al jazz grazie alla fusion. Così sono passato da Battisti a Pino Daniele che è stato il mio colpo di fulmine portandomi ad un certo tipo di raffinatezza, di ricercatezza armonica, quindi George Benson approdando poco dopo al jazz vero e proprio”.

-Che tu identifichi con…?

Miles Davis, John Coltrane, Chet Baker e insomma tutti i grossi nomi che ben conosciamo. Tornando alla mia formazione, ho frequentato i seminari di Perugia, di Siena e poi ho incontrato Sandro Gibellini ai seminari veneziani del Suono Improvviso e da lì sono andato avanti. Insomma sono un autodidatta al 100% però qualche cosetta l’ho studiata, l’ho appresa dai seminari e soprattutto dalla necessità di insegnare perché ad un certo punto mi hanno detto: “vieni ad insegnare nella scuola nostra” e io, preso dal panico (allora lavoravo come progettista e ricordo che avevo sempre sotto mano il libro di teoria musicale) cominciai a studiare seriamente, preparavo le lezioni per la scuola e in qualche modo questa è stata la mia fortuna”.

– A quando risale il tuo primo disco?

“Siamo nel 1996, “Paludi” era il titolo dell’album che era un gioco di parole tra Palermo e Udine”.

– E già perché tu sei nato a Palermo e poi trasferito a Udine

“Esatto. Sto a Udine dal ‘65 … una vita. Mi sono trasferito a seguito della famiglia: i miei genitori, tutti e due insegnanti, hanno avuto una cattedra da questa parti e così eccomi qui… comunque devo dire che mi trovo molto, molto bene. Non è piacevole da dire ma è la verità: qui si vive bene perché c’è un clima molto produttivo, le cose funzionano… in Sicilia funzionano meno”.

– No, non funzionano…

“Ecco, l’hai detto tu. A me piace andare in Sicilia per prendere il meglio, cioè il cibo, il mare, il sole… amici, parenti e ovviamente la musica. In Sicilia c’è tanta buona musica. Ultimamente ho scoperto tutta la parte di Ragusa, Siracusa fino a Catania, vi ho suonato parecchie volte…”.

– Questo immergerti nella musica, come e quanto ha influito sul tuo sviluppo come uomo?

“E’ stato fondamentale. Oggi senza musica non riuscirei a vivere. Io non faccio solo il musicista perché è veramente difficile campare con il jazz, anche se devo dire che non ho molto forzato su questo versante perché ho un carattere piuttosto schivo e non mi piace mettermi in mostra, chiedere favori… insomma, propormi a manager e organizzatori… e poi non riuscirei a vivere la vita del musicista al 100%. Per fortuna i miei genitori mi hanno costretto a prendere una laurea, in architettura, e questo mi ha fatto bene perché si tratta sempre di un lavoro creativo – adesso faccio il designer e quando progetto, lo stereo è sempre acceso -. Insomma, l’ascolto mi accompagna sempre e mi predispone bene al lavoro che faccio”.

– Che tipo di jazz ascolti?

“Io sono appassionato di canzoni per cui ascolto molte cantanti e lavoro tanto con le cantanti: da molti anni ho parecchi duo con cantanti proprio perché mi piace lavorare sulle canzoni”.

– Qualche nome?

“Prima di tutte Lorena Favot con la quale di recente ho fatto un disco che si chiama “Acustikè” assieme ad Alessandro Turchet (contrabbasso), Luca Colussi (batteria, percussioni) e Gianpaolo Rinaldi (pianoforte). Poi, anche per questioni logistiche, molto spesso lavoro con cantanti della zona come Michela Grena, cantante pordenonese caratterizzata da una voce molto black, con Elsa Martin, Letizia Felluga, Valentina Gramazio ma anche con cantanti maschi. Mi piace ricordare Giuseppe Bellanca, talentuoso tenore (canta alla Scala di Milano) che canta benissimo il jazz ed è divino nello scat. Vorrei anche ricordare che con me ha cantato una giovanissima Elisa, ora regina del pop. Pensa che suonavamo gli standard! Era una bravissima interprete di jazz. Peccato che abbia scelto un’altra strada… Il jazz in Italia ha perso una grande vocalist.

– Tra le cantanti estere c’è qualcuna che prediligi?

“A me piace molto una cantante che si chiama Robin McKelle che però nessuno conosce e non riesco proprio a capire perché: ha una voce splendida, forse l’ultimo album potrebbe essere discutibile da parte dei jazzofili perché ha fatto un lavoro molto R&B, ma l’impronta sua di jazzista puro sangue si sente ben precisa. Comunque di cantanti brave ce ne sono moltissime. A me piacciono in particolare quelle che interpretano gli standard… e poi ci sono le grandi del passato che mai passano di moda come Ella Fitzgerald (di cui ascolto particolarmente i lavori fatti in duo ad esempio con Joe Pass)”.

– Non credi che questo voler per forza etichettare la musica – questo è jazz, questo è R&B – sia oramai superato in qualche modo?

“La risposta da parte dei critici e di buona parte dei musicisti è scontata: non credo nelle distinzioni, non credo nelle etichette e via di questo passo… personalmente penso che le etichette servono ai venditori di dischi per incasellare gli album in determinati scaffali”.

– Questo è vero ma è altresì vero che le differenze tra jazz e canzoni pop esiste ed è ben individuabile.

“Fino a un certo punto. Mi viene in mente il lavoro che stanno facendo cantanti famosi della musica leggera come Gino Paoli e Massimo Ranieri che si sono affidati a jazzisti come Danilo Rea, Rava, Fioravanti, Bagnoli e tanti altri. Io li ascolto con interesse, anche se cantano sempre in maniera tradizionale senza usare una pronuncia e un linguaggio jazzistici… ma rimane sempre una parte, che è quella strumentale, in cui il jazz è ben presente”.

– A mio parere quando si fanno lavori del genere o le due parti si integrano o l’esperimento non ha molto senso…

“Sono perfettamente d’accordo. Non bisognerebbe percepire uno scollamento tra chi canta e chi lo accompagna. D’altra parte è lodevole; è bello che certi personaggi cerchino di incontrarsi con una certa qualità. E’ sempre una buona promozione che si fa al jazz. Può succedere addirittura il contrario. Ci sono dei cantanti che hanno uno stile jazzistico e che tuttavia si fanno accompagnare da gruppi pop… penso a Mario Biondi che ogni sera fa le stesse cose, tutto secondo copione. Ecco questa per me è la fine della musica. Io ho smesso di suonare musica leggera perché fare ogni sera le stesse cose è per me impensabile. Mi viene in mente Chet Baker: quante volte ha suonato “My Funny Valentine”? Ti sfido a trovare due esecuzioni uguali. Ecco questa secondo me è la musica. E penso a Bach, a questo grande artista che sicuramente mentre suonava improvvisava, componeva in quel momento. Tutto ciò mi fa pensare con un po’ di tristezza ai musicisti “classici”, i quali sono sempre legati al pezzo di carta; ho incontrato dei musicisti che mi chiedevano:“ma tu come fai? Dove hai la parte?”. Mi ricordo che da ragazzino ho trascritto il “Bourrée” di Segovia, l’ho imparato a memoria, l’ho fatto sentire ad un pianista classico il quale mi ha detto: “bellissimo questo pezzo, dammi la parte che devo assolutamente impararlo”. Tornando alla tua considerazione, se qualche cantante pop vuol fare degli esperimenti con jazzisti e la cosa non riesce vuol dire semplicemente che la musica non è bella, non è valida”.

(ph: Marco Ambrosi, courtesy Jazzy Records)

– Oltre a Jim Hall e Wes Montgomery, c’è qualche altro chitarrista cui ti sei ispirato nel corso della tua carriera?

“Il primo che ho già menzionato e che mi fatto amare il jazz è stato George Benson, un colosso che ancora oggi continua a stupirmi. Come ti dicevo sono passato attraverso la fusion ma oggi non riuscirei più ad ascoltare quella musica. Così sono andato a scoprire i ‘vecchi’ e ho incontrato Barney Kessel e poi tutta una serie… Jimmy Raney… poi sono andato ai moderni anche se mi piacciono i moderni che suonano tradizionale come Anthony Wilson, figlio del grande Gerald Wilson e a lungo collaboratore di Diana Krall, l’olandese Jesse Van Ruller; poi, avendo lavorato a lungo per la rivista “Axe”, sono entrato in contatto con molti chitarristi come Larry Koonse, Peter Bernstein, Julian Lage, Gilad Hekselman, Jonathan Kreisberg e poi con gli italiani Fabio Zeppetella, Sandro Gibellini, Roberto Cecchetto, Umberto Fiorentino e tanti, tanti altri… Comunque mi piace molto suonare sulle armonie. L’unico jazz che non ascolto è il free jazz perché credo sia più interessante suonarlo che ascoltarlo”.

– Tra i tanti musicisti che hai frequentato, ce n’è qualcuno che ti ha lasciato un ricordo indelebile?

“Peter Bernstein è sicuramente uno di quelli che mi hanno particolarmente impressionato sia come persona sia come musicista. Poi, oltre ai già citati Sandro Gibellini e Giovanni Mazzarino, devo ricordare i musicisti della zona con cui ho lavorato e con cui ancora oggi continuo a collaborare come Bruno Cesselli, Nevio Zaninotto, Francesco Bearzatti, U.T.Gandhi, Piero Cozzi, Giovanni Maier e tanti, tanti altri… Riccardo Fioravanti con cui ho fatto un disco che è stato molto apprezzato dalla critica, “Tre per Chet” per la Splasc(H), che nel 1998 ho dedicato a Chet per il decennale della sua scomparsa, con Marco Brioschi, trombettista favoloso che non riesco a capire come mai non sia ancora emerso nel modo giusto dato che è, a mio avviso, il più “bakeriano” che ci sia oggi in Italia. Adesso sto preparando qualcosa per il 2018 e lavorerò ancora con Riccardo e Fulvio Sigurtà”.

– Qual è, tra i dischi da te incisi, quello cui sei più affezionato?

“Direi “Suoni e luoghi” un disco che considero ben equilibrato, molto vario, forse quello che meglio potrebbe riassumere la mia personalità”.

– Con chi l’hai inciso?

“Con “Artesuono” di Stefano Amerio. E Stefano è un’altra figura che mi fa piacere citare in quanto, oltre alle sue innumerevoli qualità che tutti gli riconoscono, personalmente devo dire che mi ha permesso di lavorare bene. Io lo conosco da tanti anni… avevamo aperto una scuola e l’ho coinvolto assieme ai musicisti locali più rappresentativi come Glauco Venier, Zaninotto, Gandhi, Giovanni Maier… e quella volta ho pensato “perché non inserire anche un corso per fonici?”. Così ho chiamato Stefano… lui allora faceva musica leggera, disco-music, tant’è che anch’io, lavorando con lui, facevo album di quel genere sotto lo pseudonimo di Gae Valley. Insomma, per fartela breve, qui in Friuli, nonostante se ne parli poco, c’è comunque un eco-sistema musicale che funziona abbastanza bene”.

– Ecco, come ti spieghi il fatto che qui in Friuli ci siano un sacco di talenti jazzistici che riguardano tutti gli strumenti e un po’ tutti gli stili?

“La musica si sposa molto bene con il carattere solitario e un po’ da orsi dei friulani; noi essere umani abbiamo comunque il bisogno di sfogare il nostro bisogno di espressione e i friulani si esprimono bene attraverso la musica anche perché questa ha bisogno di solitudine, di relax per concentrarsi, per prepararsi. Forse difetta un po’ la coralità: quando si fanno i gruppi, la cosa difficile qui è far stare insieme le persone. Poi, però, quando riesci ad ottenere un buon rapporto con gli altri, i risultati si vedono: c’è dedizione, c’è serietà… poi vedo molto bene i giovani che sono venuti fuori… tanta qualità. In fin dei conti credo che noi vecchietti si sia fatto un buon lavoro di semina di cui ora si raccolgono i frutti”.

(ph: Marco Ambrosi, courtesy Jazzy Records)

– Qualche nome?

“E’ difficile… non vorrei dimenticare per strada qualcuno, ce ne sono veramente tanti. Molti di loro li ho sentiti ma non ti saprei dire il loro nome. Comunque tra i nomi che ricordo bene ci sono Gianpaolo Rinaldi e Emanuele Filippi come pianisti, Marco D’Orlando come batterista… lo stesso Alessandro Turchet, poi Letizia Felluga e Chiara Di Gleria come cantanti e per finire ci sono una sacco di bravi giovani sassofonisti e trombettisti nati nelle bande di paese e poi confluiti nelle classi dei conservatori di jazz di Udine e Trieste”.

Gerlando Gatto

Per le immagini, si ringraziano: Luca A. d’Agostino / Phocus Agency per gli scatti di Udin&Jazz 2017 e Marco Ambrosi e Jazzy Records

 

 

Seconda ristampa per “Gente di Jazz” il libro di Gerlando Gatto e in ottobre due importanti presentazioni a Roma e a Napoli

Noi della redazione di A Proposito di Jazz siamo particolarmente felici di annunciare la seconda ristampa del libro “Gente di Jazz” – interviste e personaggi dentro un festival jazz – (edizioni KappaVu/Euritmica, 2017), scritto dal nostro direttore Gerlando Gatto. Il volume, che contiene la prefazione di Paolo Fresu, celebre trombettista sardo e grande amico di Udin&Jazz, la postfazione del filosofo e intellettuale friulano Fabio Turchini e le immagini del fotografo Luca d’Agostino, sarà presentato, dopo l’anteprima al Salone Internazionale del Libro di Torino a maggio, nelle città di Roma e Napoli.

Giovedì 12 ottobre, alle 18:00 (ingresso libero) Gerlando Gatto sarà presente alla Feltrinelli Libri&Musica di Largo di Torre Argentina 5/A a Roma, una catena di librerie sempre in prima linea nella divulgazione in toto della cultura. Con lui, a illustrare l’opera, il direttore artistico di Udin&Jazz, Giancarlo Velliscig, i giornalisti e critici musicali Maurizio Favot e Luigi Onori (che scrive anche su questa testata) e i musicisti Maurizio Giammarco e Giancarlo Schiaffini, le cui interviste sono pubblicate all’interno del libro.

Martedì 24 ottobre, Gente di Jazz e il suo autore si spostano a Napoli, nelle sale di Palazzo San Teodoro, un’antica residenza gentilizia, progettata dall’architetto toscano Guglielmo Bechi (lo stesso di Villa Pignatelli), che ha realizzato un’autentica opera d’arte: tre piani in stile neoclassico, dalle intense tonalità cromatiche rosso-pompeiane. La dimora si trova all’inizio della Riviera di Chiaia, la zona residenziale a ridosso del lungomare di Napoli (Riviera di Chiaia 281 – posti limitati; ingressi su invito con lista nominale. Per gli accrediti stampa e gli inviti contattare l’Ufficio Stampa dell’evento +39 339 4510118 o inviare una mail a stampa@euritmica.it ).

Nella città della sirena Parthenope, l’autore dialogherà con il filosofo ed esperto di jazz Marco Restucci (anch’egli autore di un libro, di recente pubblicazione, dal titolo “Dioniso a New Orleans. Nietzsche e il tragico nel jazz”, Albo Versorio), con il già citato Giancarlo Velliscig, nella duplice veste di direttore artistico di Udin&Jazz ed editore (la pubblicazione è edita da KappaVu/Euritmica, Udine) e con il chitarrista Antonio Onorato, anch’egli presente con un’intervista in Gente di Jazz. Antonio, artista di fama internazionale, porterà il suo contributo all’evento anche attraverso alcuni interventi musicali… rigorosamente improvvisati, come nella miglior tradizione del jazz!

“Gente di Jazz” raccoglie una serie di interviste e dialoghi tra il nostro direttore, infaticabile promotore della musica jazz e un gruppo di musicisti che, in epoche anche molto diverse, hanno partecipato al Festival Udin&Jazz; li citiamo, in ordine strettamente casuale: Stefano Bollani, Michel Petrucciani, McCoy Tyner, Danilo Rea, Enrico Pierannunzi, Gonzalo Rubalcaba, Francesco Bearzatti, Giancarlo Schiaffini, Enrico Rava, Claudio Cojaniz, Enzo Favata, Antonio Onorato, Cedar Walton, Joe Zawinul, Franco D’Andrea, Roberto Gatto, Massimo De Mattia, Rosario Bonaccorso, Stefano Battaglia, Mino Cinelu, Claudio Fasoli, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco, Martial Solal, Dario Carnovale.

Gerlando, al di là della sua indiscutibile competenza, è persona sensibile e curiosa. Queste peculiarità fanno certamente la differenza nelle sue interviste, particolarità che si nota soprattutto nel taglio dato alle domande che egli rivolge, dove le personalità dei musicisti emergono sia sul piano artistico ma specialmente su quello umano. In Gente di Jazz affiora tutta la bellezza, la genialità, il valore, anche sociale, di questo genere musicale che, non dimentichiamolo, nacque grazie agli schiavi africani deportati negli Stati Uniti e ai loro canti di protesta.

Gente di Jazz è disponibile in tutte le librerie, online sul sito della casa editrice Kappavu http://shop.kappavu.it/  e sui siti di Feltrinelli, Mondadori, Amazon, Unilibro, Hoepli.

Alle presentazioni l’autore sarà ben lieto di personalizzare la vostra copia.