Una Guida all’ascolto – concerto con Mingo e Carucci

Officine San Giovanni, martedì 7 marzo, ore 19:15

Nicola Mingo, chitarra
Ettore Carucci pianoforte

Foto di Fabrizio Sodani (cliccare sulle foto per espanderle)

Guida anomala per vari problemi tecnici quella di martedì scorso, tra cui alcuni che hanno impedito purtroppo a Gerlando Gatto di proporre l’ascolto di brani della tradizione jazzistica alternati ai live sul palco delle Officine San Giovanni. Non ci si è persi d’animo e prontamente Nicola Mingo ed Ettore Carucci hanno trasformato in concerto live l’intera ora e mezza prevista dal programma.
Musiche di Wes Montgomery (era questo l’argomento della terza guida all’ascolto alle Officine) ma anche brani originali di Mingo, il duo ha mostrato di avere una coesione notevole, e con grande professionalità è riuscito a catalizzare l’attenzione del pubblico (anche stavolta la sala era sold out) nonostante i diversi guai dell’impianto tecnico. E’ per merito dell’energia, della musicalità e della disponibilità di questi due musicisti che i suddetti problemi sono passati in secondo piano:  fluidità e inventiva nel fraseggio bop per Mingo, grande creatività nell’improvvisazione di Carucci, sempre più bravo, non sono mai venuti meno lo swing, l’interplay, la capacità di proporre e di reinterpretare in maniera originale brani celeberrimi come Road Song o Gjingles, ma anche di presentare “nuove creature” in stile come My Bop  o Black Horse.
Gerlando Gatto è riuscito con pochi interventi a tenere saldo il filo conduttore della serata. Per i prossimi martedì l’impianto sarà a posto: molte le sorprese previste da qui a maggio!

La ripresa positiva delle Guide all’Ascolto di Gerlando Gatto

Riprendono a Roma le Guide all’Ascolto in uno spazio accogliente, le Officine San Giovanni di Largo Brindisi: una bella abitudine, quella dei tardi pomeriggi infrasettimanali, durante i quali si può ascoltare musica dal vivo, entrare nel linguaggio del Jazz, ed ascoltando musica selezionatissima da un esperto, Gerlando Gatto, che del Jazz sa spiegare le origini, le caratteristiche, l’evoluzione, le regole non scritte.
Ieri, martedì, alle 19,15 in punto hanno preso posto sul palco due ottimi musicisti, in una sala sold out: Antonella Vitale, vocalist e Andrea Beneventano, pianista, duo collaudatissimo, di grande esperienza e versatilità, che forti del loro interplay hanno interpretato gli standard scelti come oggetto di studio per l’occasione, e dei quali Gerlando Gatto ha poi fatto ascoltare altre esecuzioni . Versioni contrastanti, simili, irriconoscibili o dalle atmosfere inusuali: perché il Jazz è questo, è variazione, improvvisazione, composizione estemporanea. Quando spiegato, mostrato nella sua ricchezza di spunti e soluzioni, storicizzato, diventa tutt’altro che un genere di nicchia.
Un’ora e mezza passata ad ascoltare e a capire la musica, a Roma, è una occasione preziosa che è un peccato perdere. Sono in programma almeno altre tre incontri, per i prossimi martedì. Il consiglio, per chi vuole conoscere un po’ meglio il Jazz attraverso un contatto diretto con i musicisti e i racconti affascinanti di un vero esperto del genere, è quello di non perderne nemmeno uno.

Montellanico, Bonaccorso e King entusiasmano il pubblico

 

Trittico di lusso alla Casa del Jazz dal 28  al 30 gennaio: protagonisti, nell’ordine, Ada Montellanico e il suo quintetto impegnati nella presentazione del loro nuovo album, il quartetto di Rosario Bonaccorso con “A Beautiful Story” ultimo lavoro discografico del contrabbassista siciliano, e il trio del batterista Dave King.

Conosciamo Ada Montellanico oramai da molti anni e l’abbiamo sempre considerata una delle migliori vocalist del panorama jazzistico nazionale, ciò non solo per le indiscusse qualità vocali ma anche per il coraggio con cui affronta determinate sfide. Ricordiamo, al riguardo, che è stata la prima ad evidenziare come si potesse cantare dell’ottimo jazz utilizzando la lingua italiana…ancora è stata tra i primi, se non la prima in senso assoluto, a saper rileggere in chiave jazzistica le composizioni di Tenco…e via di questo passo attraverso una serie di realizzazioni mai banali. Il tutto senza trascurare quell’impegno sociale cui neanche gli artisti dovrebbero sottrarsi: di qui le meritorie battaglie che Ada sta conducendo come presidente dell’associazione dei jazzisti italiani MIDJ.

In questo solco si inserisce l’ultimo album, “Abbey’s road, omaggio a Abbey Lincoln” (Incipit records, distribuzione Egea) presentato per l’appunto alla Casa del Jazz il 28 gennaio. Sul palco Giovanni Falzone tromba, Filippo Vignato trombone, Matteo Bortone contrabbasso, Ermanno Baron batteria, quindi un combo privo degli strumenti armonici per eccellenza, pianoforte e/o chitarra. Ma l’assenza di tali strumenti  non si è avvertita sia per la bravura della sezione ritmica, sia per gli splendidi arrangiamenti di Falzone che, confermandosi uno dei migliori arrangiatori oggi sulle scene non solo nazionali, ha saputo valorizzare al massimo l’elemento ritmico .   E così il gruppo si muove lungo coordinate ben precise in cui scrittura e improvvisazione sono ben bilanciate con i fiati sempre in evidenza,  la voce della Montellanico a legare il tutto con grande padronanza e, cosa da non sottovalutare, una bella presenza scenica. Ovviamente ascoltando l’album manca il fattore visivo, ma tutti gli elementi che si erano apprezzati durante il concerto li si ritrova intatti, se non addirittura valorizzati come ad esempio la voce della vocalist che dalle primissime file della Casa del Jazz non si percepiva al meglio. Ada canta con convinzione e sincera partecipazione, evidenziando ancora una volta quella che personalmente riteniamo la sua dote migliore, vale a dire la capacità di penetrare nelle pieghe più profonde del testo per poi raccontarlo sì da penetrare nel cuore, nell’anima dell’ascoltatore.

L’album si apre con un esplicito omaggio alla Lincoln scritto   da Falzone e da Montellanico cui fa seguito un programma piuttosto variegato anche se in qualche modo riconducibile alla Lincoln: così è possibile ascoltare  un cameo dalla Freedom Now Suite, mentre per quanto concerne i brani interpretati dalla Lincoln, Ada ha volutamente trascurato gli standards  per concentrarsi sul  suo aspetto autoriale. Così particolare attenzione viene posta sia sul suo  spirito africanista sia – sottolinea la stessa Montellanico nel corso di un’intervista concessa a Luigi Onori –  “su testi importanti come “Throw It Away”,  “Bird Alone”, canzoni dove parla di libertà, identità, liberazione. Ci sono anche composizioni altrui come il pezzo di Charlie Haden “First Song” per cui ha scritto testi di alto livello”.

Risultato: uno spaccato abbastanza esaustivo della complessa personalità della Lincoln sicuramente una delle vocalist più innovative, originali e combattive che la storia del jazz abbia conosciuto.

 

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Domenica 29 gennaio è stata la volta del quartetto del contrabbassista Rosario Bonaccorso con Enrico Zanisi al pianoforte, Dino Rubino al flicorno e Alessandro Paternesi alla batteria, vale a dire tre giovani ma validissimi esponenti del nuovo jazz made in Italy.

In programma la presentazione del nuovo CD “A Beautiful Story” (Jando Music/Via Veneto Jazz) che ripercorre il cammino tracciato nel precedente album “Viaggiando (2015). Si tratta di un percorso che potremmo definire autobiografico in cui Bonaccorso si mette a nudo e narra di sé attraverso la musica, attraverso le composizioni che scoprono la natura di un artista quanto mai sensibile e capace di apprezzare anche le più piccole cose che la vita può darci. In effetti “A Beautiful Story”   rappresenta quella storia meravigliosa che è la vita stessa.

Ma come si traduce tutto ciò in musica? Nell’album in oggetto si traduce in dodici composizioni di Bonaccorso; ascoltandole si ravvisa ancora una volta la propensione

del contrabbassista per la melodia, una melodia dolce, sinuosa, mai banale che ha la forza di farti abbandonare le pene giornaliere per condurti nel suo personalissimo universo musicale in cui bellezza e originalità sono gli elementi principali.

In tale contesto si evince la personalità di Bonaccorso che non solo si impone come eccellente compositore e altrettanto eccellente strumentista (lo si ascolti particolarmente in “Ducciddu“), ma anche come leader di indiscussa competenza. Non a caso ha chiamato alcuni giovani-grandi musicisti che sia alla Casa del Jazz sia nell’album hanno davvero dato il meglio di sé. Ancora una volta straordinario Dino Rubino che, abbandonato il pianoforte, si è esibito solo al flicorno sciorinando una sonorità, spesso “soffiata”, che è risultata assolutamente in linea con le esigenze espressive del leader (assolutamente toccante il suo eloquio in “My Italian Art Of Jazz”) . Enrico Zanisi sfoggia una sorprendente padronanza strumentale sorretta da un eloquio personale, da una mirabile capacità improvvisativa e da una  rara raffinatezza espressiva (lo si ascolti particolarmente in “Der Walfish”) mentre Paternesi è in grado di tessere costantemente un tessuto ritmico ricco di colori.

 

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Lunedì 30 gennaio è stata la volta del trio guidato dal batterista Dave King con Billy Peterson al contrabbasso e Bill Carrothers al pianoforte, tutti e tre originari del Minnesota, ed è stato davvero un bel sentire.

Dei tre il più conosciuto è certamente il leader  per la sua duratura collaborazione con The Bad Plus e Happy Apple, ma le sue attività non si fermano di certo a questi due progetti dato che contemporaneamente  è coinvolto in almeno dieci situazioni  che vanno da quelle più prettamente  jazzistiche come le già citate  Bad Plus e Happy Apple a rock bands come Halloween Alaska,  a progetti elettronici come Gang Font. Per non parlare delle numerose collaborazioni con grandi nomi come  Bill Frisell, Joshua Redman, Jeff Beck, Tim Berne, Craig Taborn, Jason Moran…

Il bassista Billy Peterson ha collaborato con artisti di vaglia quali con Leo Kottke , BB King, Johnny Smith, Lenny Breau. Nel 1975 è apparso nel famosissimo  Blood on the Tracks di Bob Dylan’s e pochi anni dopo ha cominciato una duratura collaborazione con Ben Sidran, che poi ha portato a oltre due decadi di lavoro con la Steve Miller Band.

L’artista che più ci ha impressionato, è stato, comunque, il pianista Bill Carrothers; a vederlo lo si potrebbe scambiare per un impiegato del catasto…ancora più improbabile il modo di sedersi dinnanzi allo strumento, appollaiato su una sedia normale… e poi il tocco finale: via le scarpe. Ma quando dalle apparenze si passa alla sostanza, vale a dire quando Carrothers comincia ad accarezzare i tasti bianchi e neri , allora si capisce immediatamente che siamo di fronte ad un grande, grandissimo pianista, dal linguaggio tanto etereo quanto originale e dalla tecnica strepitosa; il tutto al servizio della musicalità e del progetto del trio. Non è certo un caso che Bill sia stato nominato giovanissimo alle Victoires du Jazz, l’equivalente francese dei Grammy, e non è un caso che abbia riscosso pieno successo dapprima in Europa e poi negli Stati Uniti.

Lumeggiata brevemente la statura artistica dei tre, bisogna dire che il trio funziona alla perfezione. Dave King è una vera e propria macchina del ritmo: dalle sue mani, dalle sue dita scaturisce un flusso sonoro ininterrotto ma quanto mai variegato, speziato da mille colori, mille timbri diversi che conferiscono al tutto un sapore assai particolare. Billy Peterson piazza lì poche note ma tanto basta per equilibrare il trio e ancorarlo armonicamente…anche perché Carrothers al pianoforte non sembra avere bisogno di granché per elaborare i suoi assolo così  originali, frutto di un  intenso studio che gli ha permesso di coniugare le influenze di un trombettista come Clifford Brown con quelle di due straordinari pianisti quali Shirley Horn e Oscar Peterson

Insomma i tre sono riusciti  nell’intento, estremamente difficile, di far rivivere, chiaramente attualizzate, le atmosfere care ai trii di Bill Evans e Paul Bley. Così, in rapida successione, abbiamo ascoltato tutta una serie di standards, da “Moonlight Serenade” a “Slow Boat To China”, da “Lonely Woman” a “Four Brothers”, da “Body and Soul” a “So In Love”… Dinnanzi a questi titoli, qualcuno potrebbe anche parlare di un repertorio banale proprio per il fatto che si tratta di brani arcinoti ed eseguiti più e più volte. Ma il “trattamento” proposto dai tre è stato davvero magnifico per inventiva e capacità di legare strettamente il passato al presente dimostrando ancora una volta una tesi di cui personalmente siamo più che convinti: il jazz non è ciò che si suona ma come lo si suona. In altri termini è sciocco criticare aprioristicamente chi ancora oggi suona gli standards: bisogna vedere come li si presenta, come li si vive. Se non ci credete andate a sentire, quando ne avrete occasione, questo straordinario combo.

Gerlando Gatto

 

Rita Marcotulli e Gerlando Gatto ai Musei Capitolini

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Cinque sabati sera all’insegna della musica, del teatro, del gusto e, ovviamente dell’arte: dal 5 novembre al 3 dicembre i Musei Capitolini apriranno le porte in via straordinaria dalle 20 alle 24 (ultimo ingresso ore 23) con un biglietto simbolico di 1 euro.  L’iniziativa è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

Sarà un’occasione unica per passeggiare nelle splendide sale del museo pubblico più antico del mondo, ammirando capolavori come la Lupa Capitolina, lo Spinario, la statua equestre di Marco Aurelio, i quadri della Pinacoteca di Guercino e Caravaggio o la Venere Capitolina e il Galata morente, visitare le mostre in corso, ascoltare concerti, incontri, conferenze e letture o assistere ad una dimostrazione di disegno dal vero. Sulla Terrazza Caffarelli sarà possibile partecipare a degustazioni di prodotti del territorio laziale a cura di Agro Camera e la Caffetteria Capitolina resterà aperta e a disposizione del pubblico fino alle 24.

Ogni sabato sera seguirà un tema diverso e si avvarrà della collaborazione di importanti istituzioni cittadine:

  • sabato 5 novembre

MUSEO IN JAZZ

Le diverse sonorità del jazz attraverseranno le sale del museo a ciclo continuo in questa prima serata in collaborazione con la Casa del Jazz. Un duo in anteprima nazionale con una delle migliori pianiste della nostra scena, Rita Marcotulli, insieme ad uno dei più talentuosi nuovi trombettisti, Francesco Lento; una sequenza di alcuni dei migliori giovani musicisti della scena romana (Vittorio Solimene Trio, Della Gatta/Capasso Duo, No Trio For Cats) ed una micro-storia del Jazz proposta da Gerlando Gatto, per trasmettere le nozioni essenziali alla scoperta di questo affascinante genere musicale.

Ecco il calendario particolareggiato della serata:

Esedra di Marco Aurelio

20,15 e 21,45         VITTORIO SOLIMENE TRIO

21,00 e 22,30          RITA MARCOTULLI / FRANCESCO LENTO DUO

 

Sala Pietro da Cortona

20,45 e 22,45             NO TRIO FOR CATS

22,00                          GERLANDO GATTO

 

Salone di Palazzo Nuovo

21,30 e 23,00             DELLA GATTA/CAPASSO DUO

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Bob Dylan: un Nobel che affonda le radici nelle culture popolari

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Il destino ha voluto che nella stessa giornata (13 ottobre 2016) si sia spento a novant’anni Dario Fo – premio Nobel per la letteratura nel 1997 – e che Bob Dylan sia stato insignito dello stesso titolo. Ora come allora sono fiorite polemiche in tutto il mondo, discussioni che spesso lasciano il tempo che trovano.
Già dal 1996 il nome del cantautore americano era apparso tra le candidature al Nobel ma, a parte questo dato, le polemiche nascono dalla concezione di letteratura che si ha: in questo caso Dario Fo e Bob Dylan – pur nelle innegabili e peculiari differenze – tornano ad essere accomunati.
Entrambi nella lunga carriera, Dylan scrive e canta da cinquantacinque anni, hanno praticato forme d’arte trasversale, unendo i linguaggi e facendoli esplodere nella loro reale potenzialità comunicativa. Teatro e pittura, liriche e musica hanno così, nelle rispettive poetiche, raggiunto vertici impensabili di diffusione e popolarità: il cantautore ha venduto 125 milioni di dischi in tutto il mondo e l’album “From Another World. A tribute to Bob Dylan” del 2014 vede artisti da Cuba, Bangladesh, Macedonia, Taiwan, Myanmar, Iran ed Egitto omaggiarlo.
Fortemente connesso a ciò ricorre in entrambi la capacità di fondere riferimenti e poetiche “alte” e “basse”: qui gli aggettivi riguardano non il valore ma solo la collocazione sociale dei soggetti che si esprimono. La tradizione giullaresca va a braccetto con la lezione brechtiana nel caso di Fo come i riferimenti al blues del Delta ed agli hobos (ed al loro cantore, Woody Guthrie) si nutrono di citazioni e suggestioni provenienti dalla letteratura nel caso di Dylan (il cui nome d’arte viene dall’amato poeta Dylan Thomas). Si tratta – ha scritto Alessandro Portelli su “il manifesto” del 14 ottobre – “di due artisti che cambiano il nostro rapporto con la parola anche intrecciandola con il suono, con la voce, con il corpo, con l’improvvisazione, con la performance e che per questo sembrano estranei all’istituzione letteraria. Più ancora, sia Bob Dylan sia Dario Fo affondano le radici della loro creatività nel mondo delle culture popolari: da “Mistero Buffo” a “A Hard Rain’s-a Gonna Fall”, sono le voci dei vagabondi e di saltimbanchi delle campagne italiane e le voci dei braccianti neri del Delta e dei vagabondi della depressione (…) che attraverso loro si impadroniscono del centro della scena e diventano nuovi linguaggi della modernità”.
Bob Dylan ha dato vita a due soli volumi letterari, secondo canoni “ristretti”: il romanzo sperimentale “Tarantula” scritto nel 1965-’66 e pubblicato nel 1971 (ultima versione in italiano nel 2007, per Feltrinelli); “Chronicles – vol. 1”, prima parte di un’autobiografia in tre volumi, uscita negli Usa nel 2004 (in Italia edita da Feltrinelli nel 2005 per la traduzione di Alessandro Carrera, il massimo studioso di Dylan nel nostro paese). Andrea Colombo (sempre su “il manifesto” del 14 ottobre scorso) ha definito “Chonicles” “un’antologia delle influenze letterarie e musicali della sua vita camuffata da autobiografia”. In realtà il “poema”, tra l’epico ed il surrealista, scritto dal cantautore statunitense sono le sue migliaia di canzoni, che hanno suggestioni e riferimenti letterari e musicali in senso ampio, dal primo album “Bob Dylan” (1961) a “The Tempest” (2012) ed oltre. (altro…)

Udin&Jazz 2016 tra grandi nomi e giovani talenti

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Anche quest’anno seguirò Udin&Jazz l’importante festival ideato e condotto con sicura competenza da Giancarlo Velliscig, giunto alla 26esima edizione.
In programma a Udine e provincia dal 15 al 28 giugno, la manifestazione si è sempre caratterizza per il giusto equilibrio tra lo spazio concesso ai molti talenti locali e quello riservato alle grandi star. Regola cui il Festival non sfugge in questo 2016.
In effetti, scorrendo il programma (che potrete leggere integralmente in coda) troviamo molti nomi legati alle realtà di questi luoghi: ad esempio venerdì 17 giugno il pianista Giorgio Pacorig si esibirà in duo con il batterista Zeno De Rossi; domenica 19 giugno alle 18.30 in Piazza Matteotti si esibirà la “Udin&Jazz Big Band”, nata da un’idea di Emanuele Filippi e Mirko Cisilino, in collaborazione con Euritmica, per riunire molti tra i migliori giovani professionisti del jazz del Nordest. Questa nuova realtà, che conferma l’impegno di Euritmica nella valorizzazione degli artisti del territorio, si esibirà con la straordinaria partecipazione di Soweto Kinch, sassofonista e rapper inglese, artista fra i più sorprendenti della scena internazionale
Sempre Piazza Matteotti ospiterà mercoledì 22 giugno alle 18.30 la Grande Orchestra Jazz “Città di Udine”, compagine storica della città, che proprio quest’anno festeggia il suo cinquantennale presentando ufficialmente il disco che celebra questo importante anniversario, prodotto da Euritmica.
Giovedì 23 giugno alle 18,30, presso la Corte di Palazzo Morpurgo, appuntamento da non perdere con il Dario Carnovale trio feat. Pietro Tonolo. Dario Carnovale è un artista siciliano che ha scelto di vivere a Udine dove ha trovato il terreno ideale per esprimere appieno tutte le proprie grandi potenzialità. Ascoltarlo sarà un vero godimento per le orecchie data anche la statura dei musicisti con cui si presenta: Lorenzo Conte contrabbasso, Alfred Kramer batteria e Pietro Tonolo, sax .
Accanto ai talenti “locali”, ci saranno anche molti jazzisti italiani oramai affermati anche a livello internazionale. E’ il caso del chitarrista Antonio Onorato che prenderà la scena di corte Palazzo Morpurgo sabato 18 giugno alle 18.30 con il suo trio , impreziosito dal featuring del pianista-tastierista Joe Amoruso, le cui sonorità hanno contribuito non poco all’evoluzione del Neapolitan Power, collaborando anche ai più importanti album di Pino Daniele.
E parlando di stelle “nazionali” da ricordare la giornata di lunedì 20 che sarà aperta dal Tinissima 4et di Francesco Bearzatti con “This machine kills fascists”, un omaggio a Woody Guthrie, cantautore popolare, intellettuale, romanziere e attivista politico americano.

Fresu & Sosa 2016 @ Roberto Cifarelli 4
Per quanto concerne, invece, i nomi di rilevanza internazionale Udin&Jazz, dopo l’importante traguardo dei 25 anni, porta a Udine la prima mondiale del tour “Eros” di Paolo Fresu e Omar Sosa e la prima europea del tour del quartetto di Pat Metheny (rispettivamente il 17 e il 18 giugno al Teatro Nuovo Giovanni da Udine). Grande attesa anche per il secondo concerto udinese di Ezio Bosso, (martedì 28 giugno al Piazzale del Castello) dopo il sold out di maggio, e per i nuovi progetti musicali del sassofonista e rapper inglese Soweto Kinch mercoledì 22 giugno, e del compositore, cantante e virtuoso dell’oud Dhafer Youssef, “Birds Requiem”, giovedì 23 giugno al Teatro Palamostre.

Dhafer Youssef S copia
La tradizionale collaborazione con Eupragma produrrà il workshop di teatro d’impresa dal titolo “Lettera 22, bellezza è utopia” dedicato alla figura di Adriano Olivetti, tra visionarietà e valore d’impresa, al quale parteciperanno nomi illustri del mondo della cultura e dell’imprenditoria, martedì 21 alle 16.30 al Palamostre.
E sempre a proposito di iniziative collaterali, da segnalare che Udin&Jazz dedicherà, come di consueto, diversi spazi al connubio tra jazz e letteratura in cui giornalisti di fama, scrittori e critici musicali si confronteranno e dialogheranno con gli artisti ed il pubblico. Tra i nomi attesi figurano lo scrittore e critico musicale Stefano Zenni, il vostro cronista, il filosofo Neri Pollastri di All About Jazz, il professore di Estetica presso l’Università di Udine, Alessandro Bertinetto, Luigi Viva, biografo di Pat Metheny e Marco Restucci, musicista, scrittore e filosofo.
Il Festival Udin&Jazz aderisce all’associazione nazionale i-Jazz ed è gemellato con i Festival internazionali Jazz à Vienne (Francia), Esslingen Jazz (Germania) e Ljubljana Jazz (Slovenia).
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