Rita Marcotulli e Gerlando Gatto ai Musei Capitolini

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Cinque sabati sera all’insegna della musica, del teatro, del gusto e, ovviamente dell’arte: dal 5 novembre al 3 dicembre i Musei Capitolini apriranno le porte in via straordinaria dalle 20 alle 24 (ultimo ingresso ore 23) con un biglietto simbolico di 1 euro.  L’iniziativa è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

Sarà un’occasione unica per passeggiare nelle splendide sale del museo pubblico più antico del mondo, ammirando capolavori come la Lupa Capitolina, lo Spinario, la statua equestre di Marco Aurelio, i quadri della Pinacoteca di Guercino e Caravaggio o la Venere Capitolina e il Galata morente, visitare le mostre in corso, ascoltare concerti, incontri, conferenze e letture o assistere ad una dimostrazione di disegno dal vero. Sulla Terrazza Caffarelli sarà possibile partecipare a degustazioni di prodotti del territorio laziale a cura di Agro Camera e la Caffetteria Capitolina resterà aperta e a disposizione del pubblico fino alle 24.

Ogni sabato sera seguirà un tema diverso e si avvarrà della collaborazione di importanti istituzioni cittadine:

  • sabato 5 novembre

MUSEO IN JAZZ

Le diverse sonorità del jazz attraverseranno le sale del museo a ciclo continuo in questa prima serata in collaborazione con la Casa del Jazz. Un duo in anteprima nazionale con una delle migliori pianiste della nostra scena, Rita Marcotulli, insieme ad uno dei più talentuosi nuovi trombettisti, Francesco Lento; una sequenza di alcuni dei migliori giovani musicisti della scena romana (Vittorio Solimene Trio, Della Gatta/Capasso Duo, No Trio For Cats) ed una micro-storia del Jazz proposta da Gerlando Gatto, per trasmettere le nozioni essenziali alla scoperta di questo affascinante genere musicale.

Ecco il calendario particolareggiato della serata:

Esedra di Marco Aurelio

20,15 e 21,45         VITTORIO SOLIMENE TRIO

21,00 e 22,30          RITA MARCOTULLI / FRANCESCO LENTO DUO

 

Sala Pietro da Cortona

20,45 e 22,45             NO TRIO FOR CATS

22,00                          GERLANDO GATTO

 

Salone di Palazzo Nuovo

21,30 e 23,00             DELLA GATTA/CAPASSO DUO

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Bob Dylan: un Nobel che affonda le radici nelle culture popolari

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Il destino ha voluto che nella stessa giornata (13 ottobre 2016) si sia spento a novant’anni Dario Fo – premio Nobel per la letteratura nel 1997 – e che Bob Dylan sia stato insignito dello stesso titolo. Ora come allora sono fiorite polemiche in tutto il mondo, discussioni che spesso lasciano il tempo che trovano.
Già dal 1996 il nome del cantautore americano era apparso tra le candidature al Nobel ma, a parte questo dato, le polemiche nascono dalla concezione di letteratura che si ha: in questo caso Dario Fo e Bob Dylan – pur nelle innegabili e peculiari differenze – tornano ad essere accomunati.
Entrambi nella lunga carriera, Dylan scrive e canta da cinquantacinque anni, hanno praticato forme d’arte trasversale, unendo i linguaggi e facendoli esplodere nella loro reale potenzialità comunicativa. Teatro e pittura, liriche e musica hanno così, nelle rispettive poetiche, raggiunto vertici impensabili di diffusione e popolarità: il cantautore ha venduto 125 milioni di dischi in tutto il mondo e l’album “From Another World. A tribute to Bob Dylan” del 2014 vede artisti da Cuba, Bangladesh, Macedonia, Taiwan, Myanmar, Iran ed Egitto omaggiarlo.
Fortemente connesso a ciò ricorre in entrambi la capacità di fondere riferimenti e poetiche “alte” e “basse”: qui gli aggettivi riguardano non il valore ma solo la collocazione sociale dei soggetti che si esprimono. La tradizione giullaresca va a braccetto con la lezione brechtiana nel caso di Fo come i riferimenti al blues del Delta ed agli hobos (ed al loro cantore, Woody Guthrie) si nutrono di citazioni e suggestioni provenienti dalla letteratura nel caso di Dylan (il cui nome d’arte viene dall’amato poeta Dylan Thomas). Si tratta – ha scritto Alessandro Portelli su “il manifesto” del 14 ottobre – “di due artisti che cambiano il nostro rapporto con la parola anche intrecciandola con il suono, con la voce, con il corpo, con l’improvvisazione, con la performance e che per questo sembrano estranei all’istituzione letteraria. Più ancora, sia Bob Dylan sia Dario Fo affondano le radici della loro creatività nel mondo delle culture popolari: da “Mistero Buffo” a “A Hard Rain’s-a Gonna Fall”, sono le voci dei vagabondi e di saltimbanchi delle campagne italiane e le voci dei braccianti neri del Delta e dei vagabondi della depressione (…) che attraverso loro si impadroniscono del centro della scena e diventano nuovi linguaggi della modernità”.
Bob Dylan ha dato vita a due soli volumi letterari, secondo canoni “ristretti”: il romanzo sperimentale “Tarantula” scritto nel 1965-’66 e pubblicato nel 1971 (ultima versione in italiano nel 2007, per Feltrinelli); “Chronicles – vol. 1”, prima parte di un’autobiografia in tre volumi, uscita negli Usa nel 2004 (in Italia edita da Feltrinelli nel 2005 per la traduzione di Alessandro Carrera, il massimo studioso di Dylan nel nostro paese). Andrea Colombo (sempre su “il manifesto” del 14 ottobre scorso) ha definito “Chonicles” “un’antologia delle influenze letterarie e musicali della sua vita camuffata da autobiografia”. In realtà il “poema”, tra l’epico ed il surrealista, scritto dal cantautore statunitense sono le sue migliaia di canzoni, che hanno suggestioni e riferimenti letterari e musicali in senso ampio, dal primo album “Bob Dylan” (1961) a “The Tempest” (2012) ed oltre. (altro…)

Udin&Jazz 2016 tra grandi nomi e giovani talenti

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Anche quest’anno seguirò Udin&Jazz l’importante festival ideato e condotto con sicura competenza da Giancarlo Velliscig, giunto alla 26esima edizione.
In programma a Udine e provincia dal 15 al 28 giugno, la manifestazione si è sempre caratterizza per il giusto equilibrio tra lo spazio concesso ai molti talenti locali e quello riservato alle grandi star. Regola cui il Festival non sfugge in questo 2016.
In effetti, scorrendo il programma (che potrete leggere integralmente in coda) troviamo molti nomi legati alle realtà di questi luoghi: ad esempio venerdì 17 giugno il pianista Giorgio Pacorig si esibirà in duo con il batterista Zeno De Rossi; domenica 19 giugno alle 18.30 in Piazza Matteotti si esibirà la “Udin&Jazz Big Band”, nata da un’idea di Emanuele Filippi e Mirko Cisilino, in collaborazione con Euritmica, per riunire molti tra i migliori giovani professionisti del jazz del Nordest. Questa nuova realtà, che conferma l’impegno di Euritmica nella valorizzazione degli artisti del territorio, si esibirà con la straordinaria partecipazione di Soweto Kinch, sassofonista e rapper inglese, artista fra i più sorprendenti della scena internazionale
Sempre Piazza Matteotti ospiterà mercoledì 22 giugno alle 18.30 la Grande Orchestra Jazz “Città di Udine”, compagine storica della città, che proprio quest’anno festeggia il suo cinquantennale presentando ufficialmente il disco che celebra questo importante anniversario, prodotto da Euritmica.
Giovedì 23 giugno alle 18,30, presso la Corte di Palazzo Morpurgo, appuntamento da non perdere con il Dario Carnovale trio feat. Pietro Tonolo. Dario Carnovale è un artista siciliano che ha scelto di vivere a Udine dove ha trovato il terreno ideale per esprimere appieno tutte le proprie grandi potenzialità. Ascoltarlo sarà un vero godimento per le orecchie data anche la statura dei musicisti con cui si presenta: Lorenzo Conte contrabbasso, Alfred Kramer batteria e Pietro Tonolo, sax .
Accanto ai talenti “locali”, ci saranno anche molti jazzisti italiani oramai affermati anche a livello internazionale. E’ il caso del chitarrista Antonio Onorato che prenderà la scena di corte Palazzo Morpurgo sabato 18 giugno alle 18.30 con il suo trio , impreziosito dal featuring del pianista-tastierista Joe Amoruso, le cui sonorità hanno contribuito non poco all’evoluzione del Neapolitan Power, collaborando anche ai più importanti album di Pino Daniele.
E parlando di stelle “nazionali” da ricordare la giornata di lunedì 20 che sarà aperta dal Tinissima 4et di Francesco Bearzatti con “This machine kills fascists”, un omaggio a Woody Guthrie, cantautore popolare, intellettuale, romanziere e attivista politico americano.

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Per quanto concerne, invece, i nomi di rilevanza internazionale Udin&Jazz, dopo l’importante traguardo dei 25 anni, porta a Udine la prima mondiale del tour “Eros” di Paolo Fresu e Omar Sosa e la prima europea del tour del quartetto di Pat Metheny (rispettivamente il 17 e il 18 giugno al Teatro Nuovo Giovanni da Udine). Grande attesa anche per il secondo concerto udinese di Ezio Bosso, (martedì 28 giugno al Piazzale del Castello) dopo il sold out di maggio, e per i nuovi progetti musicali del sassofonista e rapper inglese Soweto Kinch mercoledì 22 giugno, e del compositore, cantante e virtuoso dell’oud Dhafer Youssef, “Birds Requiem”, giovedì 23 giugno al Teatro Palamostre.

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La tradizionale collaborazione con Eupragma produrrà il workshop di teatro d’impresa dal titolo “Lettera 22, bellezza è utopia” dedicato alla figura di Adriano Olivetti, tra visionarietà e valore d’impresa, al quale parteciperanno nomi illustri del mondo della cultura e dell’imprenditoria, martedì 21 alle 16.30 al Palamostre.
E sempre a proposito di iniziative collaterali, da segnalare che Udin&Jazz dedicherà, come di consueto, diversi spazi al connubio tra jazz e letteratura in cui giornalisti di fama, scrittori e critici musicali si confronteranno e dialogheranno con gli artisti ed il pubblico. Tra i nomi attesi figurano lo scrittore e critico musicale Stefano Zenni, il vostro cronista, il filosofo Neri Pollastri di All About Jazz, il professore di Estetica presso l’Università di Udine, Alessandro Bertinetto, Luigi Viva, biografo di Pat Metheny e Marco Restucci, musicista, scrittore e filosofo.
Il Festival Udin&Jazz aderisce all’associazione nazionale i-Jazz ed è gemellato con i Festival internazionali Jazz à Vienne (Francia), Esslingen Jazz (Germania) e Ljubljana Jazz (Slovenia).
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Ciao, Gianmaria

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Gianmaria Testa era un musicista che non aveva bisogno di artifizi, ne’ di mosse ad effetto o sbraiti o di un’ apparenza forzatamente trasgressiva per apparire originale.
Gianmaria Testa aveva la sua unicita’ in una pacatezza profonda che proveniva dall’ intelligenza. Dall’ interpretare la realta’, anche quella dolente, sempre da un punto di vista inusuale e restituirla sotto forma di poesia. Gianmaria raccontava se stesso quasi involontariamente, nell’ atto stesso di raccontare gli altri, con quella empatia vera che solo gli artisti veri sanno provare, e che porta all’ espressivita’ piu’ vera, quella che commuove, e che alimenta pensieri, considerazioni, idee. Il contrario del narcisismo, il contrario dell’ atteggiarsi e dell’ apparire, il contrario del “non essere”: ed e’ per questo che Gianmaria Testa era cosi’ profondamente amato da chi decideva di ascoltare le sue storie e la sua musica.
E’ per questo che il suo messaggio arrivava cosi’ potente attraverso la sua musica: era essenza, era forza, era gentilezza, era sostanza.
Ed e’ per questo che era cosi’ amato anche nel mondo del Jazz, che con lui si era intrecciato piu’ volte.
Daniela Floris, Gerlando Gatto, Daniela Crevena e tutti qui abbracciamo Paola e Nicola con affetto.

Tŭk Music Una realtà importante

Fresu alla Casa del Jazz

Con cinque anni di attività ed una trentina di album pubblicati la Tŭk Music di Paolo Fresu è una realtà discografica dai contorni precisi. Tra le sue ultime uscite “Medina”, del sassofonista Raffaele Casarano, e “The Whistleblowers” con il cantante David Linx, Fresu ed il pianista Diederik Wissels. Di pregio anche l’antologico doppio Cd “Give Me Five By Foot!”, uscito nel luglio 2015: venticinque tracce che ripercorrono gli album pubblicati, con un libretto che ripresenta tutte le copertine, affidate di volta in volta ad un artista differente ed armonizzate dal grafico Benno Simma, generando una vera e propria “galleria di arte e musica”.

Quando il trombettista diede inizio a questa nuova avventura precisò che la Tŭk Music non prendeva il via per i suoi progetti – anche se alcuni vengono documentati, dal quintetto italiano alle colonne sonore, dal duo con Omar Sosa alla Brass Bang! – ma soprattutto per dare voce ai tanti musicisti di valore con cui entrava in contatto. E così ecco gli album di Casarano, Luca Aquino, Dino Rubino, Bebo Ferra, Daniele Di Bonaventura, Francesco Ponticelli, Quartetto Alborada e Debora Petrina. Già il citato album antologico, come alcune rassegne di artisti dell’etichetta, avevano dimostrato la “unità nella diversità” del catalogo Tŭk, che ospita artisti differenti accomunati da uno spirito sperimentale, dal coraggio artistico e da una precisa volontà di essere all’interno del mondo odierno senza subirne la mode, semmai attraversandolo con le proprie chiavi di lettura.

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Gigi Esposito. Determinante il legame col territorio

Luigi Esposito

Fino ai primissimi anni del nuovo millennio, l’attività dell’Onyx Jazz Club di Matera aveva una rilevanza a carattere nazionale: veniva organizzato un bel festival “Gezziamoci”, caratterizzato anche dalla produzione di alcuni progetti originali affidati a grandi musicisti quali, ad esempio, Bruno Tommaso. Il tutto impreziosito da album di eccellente livello. Poi a poco a poco “Gezziamoci” è scomparso dalle scene nazionali. Ma cosa è realmente accaduto? Siamo andati a chiederlo direttamente a Gigi Esposito, Presidente per 28 anni dell’associazione materana e dal 2015 Direttore Artistico dell’Onyx Jazz Club e vera e propria anima pulsante del Festival…nonché responsabile delle attività culturali dell’Ente Parco della Murgia Materana.

Noi continuiamo a lavorare. – ci dice Esposito – Siamo giunti alla XXIX edizione del “Gezziamoci” , il festival jazz di Basilicata, come sai, organizzato e promosso dall’Onyx. Qualche anno fa abbiamo attraversato un periodo migliore per quanto riguarda le disponibilità economiche e questo ci ha permesso di avere una buona visibilità in ambito nazionale. Una delle cose su cui da sempre lavoriamo è il connubio tra musica e territorio, anche attraverso una serie di produzioni originali che poi sono l’anima che caratterizza l’attività dell’associazione.  Io credo che sì, la visibilità è calata perché sono diminuiti i fattori economici che sono basilari per essere sul mercato nazionale dei festival e delle produzioni… Però continua il fermento associativo: attraverso l’etichetta discografica, che si autoproduce con la formula dell’”Azionariato Popolare” che sin dal 1993 metteva in atto ciò che oggi si chiama crowdfunding; attraverso “progetti originali” che legano il festival al territorio; attraverso una fervente attività legata alla conoscenza del territorio con il “Settore Ambiente”; attraverso la programmazione di “Caviamo Cultura” che si svolge nella bellissima Casa Cava, auditorium con oltre 140 posti, per non parlare della partecipazione attiva alla Rete I-Jazz, tra i festival italiani. Insomma meno presenza ma tanto lavoro di base.

Tutto ciò potrebbe anche andar bene… resta però il piccolo problema che se voi continuate a fare iniziative di cui nessuno ha notizia non si capisce bene questi sforzi a cosa servano…
E’ vero… ma proprio qui stanno forse i limiti di un’associazione culturale . Da un canto io sono molto fiero d’aver messo su un’associazione culturale che dal 1985 continua ad essere una vera associazione culturale fatta da un gruppo di amici, appassionati di musica, che settimanalmente si ritrova, discute e cerca di realizzare dei progetti senza alcun vincolo con altre situazioni. Ci sono molti festival in Italia che sono organizzati da musicisti e che servono per invitare altri musicisti che organizzano altri festival… e via di questo passo in una catena che non mi sembra particolarmente entusiasmante. L’Onyx mai ha fatto parte di questi circuiti; “Gezziamoci” è un piccolo festival organizzato da semplici appassionati che si muovono spinti da una vera amicizia, dai rapporti umani con i singoli musicisti. E questa è la parte libera dell’associazione.
Il rovescio della medaglia è che non siamo professionisti e quindi abbiano dei grossi limiti , ognuno di noi lavora, ognuno di noi vive in un campo al di fuori del jazz per cui il tempo da dedicare a queste iniziative è limitato. A ciò si aggiunge il fatto che l’Onyx ha sempre avuto a disposizione limitatissime risorse economiche; eppure una volta si riusciva a fare delle cose di altissimo livello riuscendo, come dicevamo, ad avere una buona visibilità a livello nazionale. Senonché queste poche risorse sono divenute ancora inferiori con quali conseguenze è fin troppo facile immaginare… anche semplicemente per far circolare le notizie. Comunque noi abbiamo una banca dati in cui sono compresi tutti i giornalisti che ci hanno seguiti, tra i quali rientri anche tu.

Mi spiace contraddirti ma sono anni che non ricevo vostre comunicazioni; di qui l’interesse e la curiosità che mi hanno spinto a questa intervista
Allora dovrò controllare la banca dati e reinserire la tua mail personale. Comunque devo confessarti che dopo 30 anni di associazionismo, io personalmente sono un po’ stanco. L’associazione Onyx è fatta da un manipolo di persone che ha la formula magica nell’entusiasmo di realizzare progetti nuovi dialogando con il territorio, con la comunità lucana intera (vedi la rete dei comuni lucani per il “Gezziamoci”).
Questo entusiasmo ha bisogno di essere alimentato non da ricchi finanziamenti, ma soprattutto da riconoscimenti da parte di chi nella mia terra definisce la programmazione culturale e sembra strano ma i consensi più belli arrivano da fuori regione. Personalmente registro persino uno scollamento anche oggi, dove la mia città, che ha ottenuto il bellissimo riconoscimento di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, stenta a rapportarsi con le realtà associative che hanno contribuito negli anni alla sua crescita culturale

Mi stai dicendo che a Matera il pubblico non è attento al jazz o non è attento alle vostro iniziative?
No, non è il pubblico: si tratta di una mancanza di programmazione che sia in grado di costruire un percorso di crescita culturale in Basilicata nelle varie arti. La mancanza di confronto con coloro che gestiscono i fondi, con coloro che impostano la politica/che culturali anche nell’ottica del percorso che porta al 2019 trovo sia non corretto. E invece nulla di tutto questo, il silenzio più assoluto e quei pochi euro che ricevevamo per fare il festival al momento sono scomparsi. Capisci benissimo come una programmazione per un festival diventi difficile se non impossibile. Il “Gezziamoci”, il jazz festival di Basilicata, come tante altre iniziative sono il frutto dell’opera volontaristica di persone che si autotassano persino per pagare il fitto della sede sociale. Non bisogna confondere però questa debolezza con inesperienza organizzativa. Il “Gezziamoci” ha ospitato progetti e musicisti di fama mondiale senza mai dimenticare la crescita dei giovani lucani e pugliesi. Ma noi non molliamo, siamo fiduciosi, sarebbe bello, auspicabile un dialogo con coloro che hanno responsabilità istituzionale per unire le forze e dare nuovo slancio alla musica ed in particolare al jazz come linguaggio universale. (altro…)