Paolo Fresu e Massimo Martinelli: doppia intervista, dal Teatro dell’Opera di Roma, al grande trombettista sardo e al Direttore della Banda dei Carabinieri

Il 27 maggio 2019 si è tenuto, al Teatro dell’Opera di Roma, il concerto della Banda Musicale dei Carabinieri, in occasione del 205° annuale di Fondazione dell’Arma.

La formazione di oltre cento elementi, diretta dal M° Massimo Martinelli, ha ospitato due musicisti straordinari: la virtuosa violinista americana Caroline Campbell e uno tra  i trombettisti più conosciuti e amati in Italia e nel mondo, Paolo Fresu.

A Proposito di Jazz ha ricevuto dal Comando Generale il gradito invito, per il secondo anno, a partecipare per raccontare la prestigiosa serata (questo il link alla mia recensione: http://www.online-jazz.net/2019/06/03/la-banda-dei-carabinieri-a-roma-con-paolo-fresu-e-caroline-campbell-le-affascinanti-contaminazioni-sinestetiche-della-musica/ ).

Nell’occasione, il direttore Gerlando Gatto ed io abbiamo intervistato Paolo Fresu, che ci parla anche della 32esima edizione di Time in Jazz, il festival sardo di cui è direttore artistico e che si svolgerà a Berchidda dal 7 al 16 agosto, e il M° Massimo Martinelli, che dirige la Banda dell’Arma da quasi vent’anni.

Marina Tuni

Paolo Fresu

 -Tu hai cominciato a suonare da ragazzo con la Banda Musicale “Bernardo De Muro” di Berchidda, tuo paese natale. Che ricordi hai di quel periodo e quanto è stata importante questa esperienza?

« Ho iniziato a suonare a 11 anni e il mio universo musicale era la Banda di Berchidda – a quell’epoca non c’era internet o youtube – che vedevo passare in tutti i momenti significativi della vita, una ricorrenza speciale, un matrimonio, un funerale, la festa del paese… Ricordo ancora l’odore e la luce particolare della sala dove sono entrato per la prima volta, ricordo gli strumenti appesi ai muri… la mia crescita musicale e umana è imprescindibilmente legata alla banda di Berchidda, della quale porto ancora la divisa quando mi capita di suonarvi! La banda è una scuola di vita, non solo di apprendimento della musica, e io le devo molto, al punto che senza di lei non sarei diventato un musicista ma, con ogni probabilità, un tecnico della Sip! Un altro ricordo legato a quei tempi è il gruppo che formammo per suonare alle feste e ai matrimoni, che a Berchidda si festeggiano per giorni… ed è di quell’epoca il mio primo approccio al jazz. Uno di noi, il pianista, aveva in casa una notevole collezione di dischi e fu così che oltre alla musica tradizionale provammo ad inserire in repertorio alcuni pezzi dei Nucleus (band prog-jazz-rock inglese fondata nel 1969 dal trombettista Ian Carr – N.d.R) però la gente si fermava stupita, smettendo di ballare, e quindi dovevamo correre ai ripari, ritornando al liscio!”

(Courtesy: timeinjazz.it)

 -Dunque dopo questa esperienza bandistica sei approdato al Conservatorio ma lì le cose non sono andate molto bene

“Sì e no; innanzitutto per entrare in Conservatorio ho faticato perché dovevo fare l’esame di ammissione; era un esame banalissimo ma egualmente mi cacciarono dicendo che non ero musicale. Evidentemente in quel momento avevano bisogno di altri strumenti, di altre cose… io me la presi parecchio e testardamente riuscii poi ad entrare in Conservatorio, anche se non è stata effettivamente un’esperienza straordinaria. Ciò perché ho incontrato un insegnante poco flessibile… erano gli anni in cui il jazz veniva ancora visto da alcuni – non da tutti – come una musica del diavolo; gli allievi che facevano jazz erano visti come un po’ diversi e gli insegnanti ci dicevano di non suonare il jazz e cose di questo genere”.

-In che anni siamo?

“Siamo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Io mi sono diplomato, credo, nel 1981, ’82. Contemporaneamente frequentavo l’Istituto Tecnico Industriale a Sassari, mi sono diplomato come perito elettrotecnico e l’ultimo dei cinque anni della scuola frequentavo contemporaneamente il Conservatorio di Musica. Poi, come ho ricordato prima, non accettai un posto di lavoro che mi era stato offerto dalla Sip perché mi ero diplomato con il massimo dei voti (erano gli anni in cui le aziende si informavano dalle grandi scuole professionali e assumevano immediatamente). Presi poi il diploma di teoria e solfeggio, cominciai a insegnare nelle scuole medie per tre anni e questo mi diede la possibilità di essere autosufficiente. Nel frattempo avevo formato il mio primo gruppo con Roberto Cipelli, Bonati, Roberto Billi Sechi, che era un batterista sardo, e andavo un po’ in giro a suonare… sia a Cagliari, dove avevo degli amici che avevo conosciuto… sia nel continente, dove suonavo in vari posti, ad esempio al Capolinea di Milano o in altri luoghi; poi insegnavo e quindi avevo già una certa autonomia che mi permetteva di gestire la mia vita senza gravare sulle spalle  dei miei genitori”.

-Quand’è che hai cominciato a vivere professionalmente di musica?

“Nel 1982, ’83; in quel periodo venni a Roma per partecipare ad un programma con Bruno Tommaso che si chiamava “Un certo discorso”, con Pasquale Santoli in via Asiago; quello fu il primo ingaggio professionale serio… era un’orchestra di giovani che fu costruita ad hoc; nello stesso ’82 feci anche una cosa a Cremona, abbastanza importante, si chiamava “Recitar cantando” che era una rassegna di musica soprattutto contemporanea; formammo un’orchestra con Bruno Tommaso, Renato Geremia, Albert Mangelsdorff, c’erano Schiaffini, Eugenio Colombo, Filippo Monico… Tutti quelli della creatività, insomma! Mi trovai quindi, nell’arco di poco tempo, a fare “Recitar cantando”, che era un progetto più sul free, diciamo così, e contemporaneamente suonavo con Bruno Tommaso delle cose molto raffinate, che avevano a che fare con la musica barocca, con Pergolesi… Sempre in questo stesso periodo iniziai a suonare anche col mio gruppo che poi nacque nel 1983, perché il primo disco dell’84 è proprio del quintetto, quello storico. Suonavo con Paolo Damiani in un progetto mediterraneo dove c’erano anche Danilo Terenzi, Julie Goell una cantante argentina, Giancarlo Schiaffini, Ettore Fioravanti. Il secondo disco della mia vita l’ho registrato a Roma, si chiama “Flashback” ed è un disco della Ismez; in questa produzione figurano molti dei musicisti cui prima facevo riferimento e questa è stata in assoluto la mia prima registrazione in studio. Poi, con Paolo Damiani si formò il quintetto “Roccellanea” in cui c’erano sempre Ettore Fioravanti e Giancarlo Schiaffini, con l’aggiunta di Gianluigi Trovesi al sax alto e clarinetto basso. Nel 1984 pubblicai il mio primo disco come leader, “Ostinato”, e vinsi il premio come miglior talento del jazz italiano, indetto da Adriano Mazzoletti per RadioUno Rai. Lì, in occasione della premiazione, conobbi Flavio Boltro che suonava con i “Lingomania” di Maurizio Giammarco: fino ad allora ero convinto di essere l’unico nuovo giovane trombettista jazz! Non perché fossi il più bravo ma perché non ce n’ erano, o almeno tutti dicevano che non ce n’erano. In effetti in quegli anni, tolti quelli della vecchia generazione come Valdambrini, Fanni, Nunzio Rotondo, non è che i giovani trombettisti abbondassero, tutt’altro! C’era la generazione di mezzo, quella, per intenderci, di Enrico Rava che in qualche modo aveva spazzato via gli altri; Enrico è stato il primo musicista italiano ad essere conosciuto all’estero e ad essere andato a vivere a New York e a Buenos Aires… e quindi si attendeva qualche giovane; c’erano giovani jazzisti in tutti gli strumenti ma non c’erano trombettisti. Io quindi ebbi molta fortuna, non perché fossi particolarmente bravo ma perché altri non ce n’erano e quindi mi chiamavano di frequente. Comunque, come accennavo, a Roma scoprii che di trombettisti giovani ce n’erano almeno due, entrambi, guarda caso, nati nel 1961. Poi ovviamente ne son venuti molti altri, bravissimi…

-L’ attività didattica quanto ti è servita, se ti è servita, nell’essere musicista?

“Mi è servita moltissimo anche perché me la sono costruita in autonomia. Un po’ sulle spalle degli allievi, diciamocelo, perché allora si faceva così, non essendoci ancora una metodologia didattica del jazz che fosse già matura. Ripeto, in quei primi anni ‘80 ognuno si costruiva un suo metodo funzionalmente a quello che aveva appreso. Io, considerandomi per il jazz un autodidatta – non dimenticare che io vivevo in Sardegna, non ho mai studiato jazz in particolare, sentivo dei dischi, apprendevo dai dischi e poi suonavo con gli altri – tutto quello che facevo, le frasi, le idee erano cose che mi venivano in automatico, che si erano sedimentate in me da qualche parte. Quindi, nel momento in cui andai a Siena, nel 1980 e nell’82 come allievo – un allievo che non sapeva nulla… – e poi dal 1985 come insegnante, ho dovuto crearmi un metodo, ho dovuto studiare me stesso in qualche modo, per non dover dire agli altri “guardate che quello che faccio lo faccio perché ho imparato dai dischi” e quindi evitare che qualcuno dicesse “sì va be’, ho capito ma  noi che abbiamo pagato 500 mila lire e veniamo dalla periferia più profonda e ci siamo fatti un mazzo così, allora perché siamo venuti fino a Siena?”. Ho sentito quindi il dovere di costruirmi una metodologia che permettesse, per lo meno a loro, di arrivare più velocemente ad un risultato; così ho fatto un’indagine su me stesso: suonavo delle cose e mi chiedevo: “perché le suono, qual è il motivo per cui metto una nota prima e una nota dopo?” E poi cercavo di trasferire tutto ciò ai ragazzi. Tornando a quel che dicevo prima, quando andai a Siena, nell’80, non c’era ancora il corso di tromba; quando tornai nell’82 il corso esisteva ed era affidato a Enrico (Rava N.d.R);  però Enrico era un insegnante sui generis, lui diceva sentite quello che faccio ed entrate; saremmo stati una decina di allievi, ebbene nove  andarono via molto scontenti e io invece fui l’unico felice perché avevo orecchie grandi e stavo a sentire; in realtà quella fu per me un’esperienza preziosissima, però mi rendevo conto che non poteva essere quella la metodologia migliore da offrire a dei ragazzi che venivano lì, facendo anche molti sacrifici. Quindi, pur mantenendo quella idea quasi poetica, diciamo così, di creatività e di immediatezza, con la musica che sta per aria… eccetera eccetera… sentivo anche il bisogno di dare delle certezze; come vi dicevo mi sono creato un metodo per spiegare cos’è lo swing, oppure per spiegare che cos’è una cadenza di secondo quinto primo, che era un’introspezione rispetto a me stesso. Ecco, io cercavo di capire come facevo le cose in modo spontaneo e una volta compreso cercavo di raccontarlo agli allievi”.

-Sempre sulla base di quello che ci siamo detti, secondo te che cosa andrebbe fatto per valorizzare meglio il ruolo delle bande, di cui poche realtà si interessano?

“Ma intanto credo che si sia tutti d’ accordo sull’importanza e sul valore delle bande”.

-A parole si. Ma con i fatti?

“Le bande continuano ad esistere. Forse sono meno di prima ma vedo che al sud ce ne sono di fiorenti; l’anno scorso ho fatto una bellissima esperienza con la banda di Montescaglioso, che è una fantastica banda da giro, divenuta anche famosa perché Chet Baker suonò con loro molti anni fa. Ho avuto modo, diciamo così, di conoscere un po’ la realtà delle bande da giro, che sono delle bande che sviluppano, peraltro, anche un meccanismo di professionalità importante: girano per mesi e mesi, hanno tutto un sistema estremamente organizzato di vita, oltre che di musica. Comunque, per rispondere alla tua domanda, le bande vanno finanziate perché se sono sostenute possono vivere, se non hanno i denari per andare avanti, non ce la fanno. Per cui bisogna che in quella che oggi è la nuova legge sullo spettacolo dal vivo e nei decreti attuativi ci sia più attenzione verso le bande, perché sono una straordinaria scuola che mette insieme molti contesti diversi, quali la musica, la capacità di suonare con gli altri, l’improvvisazione… la banda effettivamente è la più importante scuola della musica italiana, perlomeno per ciò che riguarda i fiati”.

-Come sei arrivato al concerto di questa sera?

“Perché, appunto, essendo appassionato di bande, sempre di più in questi ultimi anni mi viene offerta la possibilità di fare un concerto con questi organici ed io accetto molto volentieri. Ne ho fatto uno due anni fa per i suoni delle Dolomiti con la musica di Pozza di Val di Fassa ed è stato bellissimo; l’anno scorso ho fatto questa esperienza a Montescaglioso, di cui ti ho parlato. Il Maestro Martinelli già dall’anno scorso mi ha offerto l’opportunità di partecipare al classico concerto che la Banda dei Carabinieri dà in città, ma prima proprio non potevo; me l’ha riproposta nuovamente quest’anno e stavolta ci siamo riusciti”.

Dal programma di sala leggiamo che suonerai tra l’altro un pezzo della tradizione sarda, “No photo reposare”, pezzo che sappiamo hai suonato spesso anche con jazzisti. Come sarà eseguirlo adesso con la Banda dei Carabinieri?

“Tutto torna … credo che sarà molto emozionante; devo dire che con le big band, con le quali mi esibisco meno, dopo aver suonato Porgy and Bess e aver approfondito tutto il repertorio di Miles e di Gil Evans… insomma, dopo aver suonato con quei suoni lì, ovvero i suoni di Gil Evans che vestiva Miles Davis, devo dire che a suonare con altre big band ti manca l’aria, perché lì c’è proprio la poesia che esce, il canto della tromba… Gil Evans è come un bravissimo sarto che appena ti vede, senza chiederti alcunché, senza prendere alcuna misura, sa perfettamente cosa metterti addosso. Quando suono con le altre big band sento che c’è poco spazio, non per l’egoistico assolo ma per l’innesto della tua voce. Devo dire, invece, che quando suono con una banda c’è ancora quella cosa lì, perché questa idea dei legni, degli ottoni è molto più simile alla concezione di Gil Evans, per certi versi, in quanto quella scrittura viene dal ‘900 europeo… insomma nella banda ritrovo di più quella libertà di spazi e anche quei suggerimenti un po’ poetici e di atmosfera che la big band tende a toglierti. Ovviamente la banda non è jazzistica come lo è un’orchestra, non credo tuttavia che qui si stia parlando di jazz o non jazz ma semplicemente di musica. Credo che non ci si debba porre più di tanto il problema della qualità dello swing di una banda rispetto ad un’orchestra jazz”.

-Hai mai pensato di inserire nel catalogo della tua casa discografica – la Tuk – un’incisione con una banda?

“No non l’ho mai pensato però… “why not?” e penso che non sarebbe male, visto che abbiamo una serie di sezioni dedicate a mondi diversi; quello delle bande è molto interessante, peraltro, e non so se ci sia in Italia una una label che ha un catalogo espressamente dedicato alle bande. Comunque constato che mi arrivano pubblicazioni al riguardo da varie nazioni, vedo che ci sono persone che scrivono, che arrangiano ed una buona prerogativa delle bande è che spesso si suona musica originale, nuova, cosa che in Italia, purtroppo, accade poco anche negli altri generi musicali. Quindi effettivamente la banda non è  importante solamente perché mette insieme i musicisti e perché ti insegna a suonare da piccolo ma perché c’è anche un aggancio con la contemporaneità che, come vi dicevo, spesso manca in altri generi musicali e in altri organici”.

 -Abbiamo dato un input e speriamo che si realizzi e se effettivamente accadrà spero ci penserai.

“Perché no!”

-Di chi sono gli arrangiamenti dei pezzi che suonerai al Teatro dell’Opera con la Banda dei Carabinieri?

“Credo che la maggior parte degli arrangiamenti siano di Massimo Martinelli, che è il direttore della banda, mentre il mio “Fellini” è stato riarrangiato da Daniele Di Bonaventura, che ne aveva fatto una versione per archi; poi questa versione è stata a sua volta riadattata da Agostino Panico, che è colui che arrangiò “Fellini” per la banda di Montescaglioso, con la quale abbiamo eseguito più pezzi miei; in questo caso ce n’è uno solo”.

-Poi ci sarà il tuo festival di Berchidda, dal 7 al 16 agosto, con un sacco di musicisti jazz ma anche artisti di altri generi…

“Certo, ci saranno, ad esempio, Mirko Casadei e Ornella Vanoni e poi quest’anno, in particolare, c’è una marea di musicisti italiani giovani che si aggiungono a quelli dello scorso anno, che sono sempre di più. Berchidda secondo me – e lo dico con piacere – è uno dei pochi festival che può permettersi oggi di programmare anche le cose meno conosciute, diciamo, perché la gente viene, e viene perché si fida di quello che facciamo e accorre sempre più numerosa, indipendentemente da quello che troverà. E quindi questo è un dato molto importante perché ci permette di spingere non necessariamente sui grandi nomi… certo, ogni tanto ci sono anche dei grandissimi ma non è fondamentale”.

-Non deve esserlo perché se un festival non valorizza i talenti locali, a che serve?

“Assolutamente; l’esperienza con i musicisti italiani, ovviamente, c’è sempre… però in questi tre anni è molto cresciuta perché proprio tre anni fa, in occasione dell’anniversario dei trent’anni, sette musicisti italiani che negli anni precedenti avevano suonato da noi, rimanendo estasiati da Berchidda (come quasi tutti i musicisti che arrivano), mi dissero che sarebbero tornati anche come volontari. Dunque, inizialmente un po’ per scherzo, ho chiesto loro di venire non solo per suonare, regolarmente pagati, ma anche come volontari. In che modo? Magari vendendo le magliette ai concerti dei colleghi… ed è stata un’esperienza straordinaria anche perché loro si sono divertiti moltissimo a contatto diretto con la gente; quella stessa gente, che il giorno prima li aveva visti sul palco per un concerto straordinario, il giorno dopo li vedeva al banchetto a misurare le magliette! Inoltre, quegli stessi sette musicisti, nell’edizione dei trent’anni, li abbiamo mischiati tra loro ed è quindi nata una serie di progetti estemporanei e degni di nota. Dall’anno scorso, invece, abbiamo deciso di continuare ad avere dei musicisti che si fermano qualche giorno per stare con noi, diciamo così, a fare i volontari e a dare una mano; ma adesso ognuno viene con il proprio progetto e poi magari il giorno dopo fa anche un’ospitata con un altro musicista; questo dà l’idea di un festival che prova a fotografare il presente attraverso i molti concerti che propone: quelli degli italiani (c’è anche Gegè Munari), quelli dei giovanissimi, in una mescolanza di tutti gli stili musicali perché credo che sia importante, in questo momento soprattutto, poter raccontare che cos’è il jazz italiano senza necessariamente dover fare né le quote nazionali né le quote rosa… queste cose non fanno parte della nostra concezione di musica… più semplicemente disegniamo dei programmi che crediamo debbano essere sviluppati con musicisti italiani, non per il mero fatto che siamo italiani ma perché i musicisti italiani valgono. Valgono, raccontano delle cose straordinarie e la gente rimane sconvolta; quelli che non li conoscono dicono “ma come è possibile che uno suoni così bene?” e quindi penso che questo sia molto importante per sviluppare ancora di più la musica. Comunque ci sono anche i grossi nomi, Omar Sosa oppure Nils Petter Molvær e, con un po’ di follia, apriremo il parco centrale con la produzione teatrale “Tempo di Chet”, che è un’impresa molto impegnativa. Dal continente arrivano appositamente due TIR, con otto attori, le scene, sarta, macchinisti… Berchidda, almeno per un giorno, diventa una sorta di piccola Edimburgo. Faremo una sola replica, però ci sembrava bella l’idea di proporre lo spettacolo, ecco. Quest’anno siamo giunti alla 32°, edizione – che ha come emblematico sottotitolo “Nel mezzo del mezzo” – e oltre all’omaggio a Fabrizio De André, a cui Time in Jazz, nel ventennale dalla scomparsa, dedica la serata inaugurale a L’Agnata (la tenuta nei pressi di Tempio Pausania che fu la dimora del cantautore genovese – N.d.R.), c’è una novità molto importante, a cui io tengo moltissimo: un festival parallelo dedicato all’infanzia. L’iniziativa si svolge attraverso sei appuntamenti, che sono progetti legati al jazz, alla musica improvvisata e che sono destinati proprio al pubblico dei bambini. Anche questa è una cosa per noi molto importante, che vogliamo abbia un seguito in futuro e speriamo che venga accolta da altri festival, visto che in seno alla Federazione è nata anche l’associazione ‘Il Jazz va a scuola’, che vuole spingere sul bisogno che si ha di portare la musica improvvisata in seno alla scuola, a partire da quella dell’infanzia. Per cui quello che vorremmo fare è proprio suggerire a tutti i festival italiani di dedicare sempre spazi per i bambini, il che fuori dall’Italia si fa da tempo. Basti vedere cosa accade nei paesi scandinavi o in Germania… in Italia devo dire un po’ meno… sì qualche festival lo fa, però è sempre lasciato un po’, diciamo così, ad una casualità mentre questa proposta potrebbe e dovrebbe essere incanalata meglio e ridisegnata su scala nazionale”.

***

Colonnello Massimo Martinelli, direttore della Banda dei Carabinieri

Maestro Martinelli, data la natura della nostra testata, partiamo dal Jazz! Già lo scorso anno scrivemmo con piacere del concerto per i 204 anni di fondazione dell’Arma, alla Nuvola di Fuksas, rimanendo piacevolmente sorpresi del fatto che, oltre al repertorio classico ed “istituzionale”, lei inserì quelle che noi definimmo “pennellate di jazz”. In quella performance avvenne attraverso le note di Benny Goodman, suonate da una delle ospiti, la bravissima pianista Gilda Buttà e anche con una sua composizione d’ispirazione jopliniana; quest’anno c’è Paolo Fresu, forse il più importante trombettista jazz italiano (e non solo). Ci racconta le sue frequentazioni con il jazz?

“Mi sono avvicinato al jazz in maniera graduale, essendo un musicista di formazione classica. Gli studi al conservatorio, con il mio primo diploma in Musica corale e direzione di coro, mi ha consentito di allargare i miei orizzonti in più direzioni… anche in quella della popular music. Un’innata predilezione per Bernstein e i compositori americani che hanno assorbito gli stilemi jazzistici, rileggendoli e inserendoli in un loro stile personale, sono stati il tramite per avvicinarmi ad un linguaggio della contemporaneità in cui il jazz risulta sempre presente. E poi la curiosità per la musica di Scott Joplin e i ritmi sincopati, che ho assorbito suonandola per la danza, quando ero accompagnatore al pianoforte presso l’Accademia Nazionale di Danza nella mia città natale, Roma. Come ricordava lei, la mia formazione professionale ha influenzato sicuramente la composizione da cui è tratto il Ragtime che abbiamo suonato lo scorso anno alla Nuvola di Fuksas: “Jazzman Swinging”, dedicato a Corrado Troiani, primo Flicorno soprano della Banda dell’Arma; si tratta di 5 pezzi brevi per solista e banda alcuni dei quali di notevoli difficoltà virtuosistiche.”

-Nelle vostre esecuzioni è lasciato un qualche spazio alle improvvisazioni?

“L’improvvisazione, che ho praticato dopo il diploma (classico) in pianoforte, è stata per me un modo assai utile per sperimentare un livello sconosciuto di profondità musicale, attraverso il quale esprimere me stesso. Qualcuno pensa che la libertà espressiva che c’è nell’improvvisazione è un qualcosa che va oltre qualsiasi schema, formale, melodico e armonico; è vero l’esatto contrario: non è il sentirti libero da schemi a farti improvvisare, è l’improvvisazione che ti fa sentire libero, ma all’interno di schemi formali, armonici, tonali o modali o su qualsiasi altra scala (nel caso del jazz, blues o pentatonica che sia) che bisogna conoscere e praticare con disinvoltura. Non è la libertà musicale che ti fa improvvisare bene ma la conoscenza di un patrimonio musicale estremamente variegato; per questo è così difficile improvvisare bene: bisogna conoscere la struttura del pezzo, l’armonia, l’altro o gli altri con cui improvvisi, un dialogo continuo in cui ci si scambia un flusso continuo di informazioni tra individui a volte di formazione musicale totalmente diversa e che hanno seguito percorsi altrettanto diversi; ecco perché mi piace incentivare nei miei musicisti, tra l’altro bravissimi anche in questo, il gusto e il piacere per l’improvvisazione, che ho inserito quest’anno nel mio arrangiamento di “Moonlights”, una serie di brani ispirati alla luna che ha visto protagonisti Caroline Campbell e Paolo Fresu in un’esecuzione strabiliante dal punto di vista sia tecnico che espressivo.”

-La matrice di parecchi musicisti proviene dalle bande tradizionali o da quelle militari. Quale potrebbe o dovrebbe essere il ruolo di queste formazioni nell’attuale panorama socio-culturale del nostro Paese?

“Come ho scritto in un mio libro dal titolo “La Fedelissima”, che parla dei musicisti con le stellette, vi è una continua osmosi di strumentisti a fiato che transita dalle bande musicali di piccoli o grandi centri italiani per approdare alle bande militari; queste rappresentano un punto di arrivo professionale che consente ai più bravi neo laureati in discipline musicali di trovare una stabilità economica e un coronamento alle loro aspettative professionali. Nel tessuto sociale italiano le bande hanno sempre rappresentato innanzitutto un luogo di aggregazione e di socializzazione e allo stesso tempo di apprendimento della musica; tale ruolo è venuto sempre meno negli ultimi anni, poiché i giovani vengono ‘distratti’ da internet e dai social media, che rappresentano un tramite immediato al raggiungimento degli stessi obbiettivi: la conoscenza tra individui e la conoscenza della musica. Ma come si sa, la strada più breve non sempre è quella migliore e le nuove generazioni rischiano di perdere una serie di passaggi importanti nella formazione personale, fatta di contatti umani diretti e non mediati dal computer, da esperienze musicali vissute in prima persona e condivise con altri più o meno esperti, in grado comunque di avviarti alla professione in maniera naturale e talvolta appassionata.”

-Lei dirige la banda da quasi venti anni. Quali sono stati, in questo periodo, le trasformazioni, i cambiamenti che ha apportato?

“È stato un processo lento ma continuo quello di ampliare il repertorio in ogni direzione, non trascurando nessuna delle opzioni che consentono alla banda di esprimersi al meglio; ho cercato di incentivare le occasioni di far esprimere i musicisti della banda come singoli musicisti o in piccoli gruppi strumentali, in tal modo tutti si sono sentiti protagonisti di un progetto musicale di lungo periodo che ha portato nella banda stimoli positivi e confronti costruttivi all’insegna del far musica con lo spirito giusto, quello della condivisione di emozioni positive. Anche dal punto di vista strumentale, l’entrata in banda del fagotto, l’utilizzo sempre più massiccio del pianoforte, della batteria, delle cornette e di strumenti rari, quali il saxofono sopranino, ha consentito al complesso musicale di sperimentare sonorità nuove e più moderne. Infine una maggiore attenzione data alla registrazione e alla comunicazione audio-visiva ha permesso alla Banda dell’Arma di farsi ulteriormente conoscere rendendosi ‘visibile’ a un pubblico sempre più vasto di appassionati e non.”

Interviste realizzate “a quattro mani” da Marina Tuni e Gerlando Gatto

 

A Proposito di Jazz ringrazia il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Maestro Direttore della Banda, Colonnello Massimo Martinelli, l’Ufficio Cerimoniale e Paolo Fresu per la collaborazione.

Photo courtesy: Fototeca Ufficio Cerimoniale Arma dei Carabinieri

Adam Pieronczyk Quintet al Civitafestival 31 edizione

Le foto sono di LAURA GIROLAMI

CIVITAFESTIVAL

Forte Sangallo, Cortile Maggiore

Venerdì 12 luglio 2019

Ore 21:30

Adam Pieronczyk Quintet

Adam Pieronczyk, sax tenore e soprano
Ramberto Ciammarughi, pianoforte
Jacopo Ferrazza, contrabbasso
John B. Arnold, batteria

guest Fabio Zeppetella, chitarra elettrica

Trentunesima edizione del Civita Festival: una volta di più il direttore artistico Fabio Galadini riesce a portare a casa un Festival denso di eventi di ogni genere, quest’ anno senza alcun contributo pubblico, ma solo con sponsor e incassi di biglietti di ingresso a prezzi popolarissimi, che si svolgono per la maggior parte nello stupendo Cortile Maggiore del Forte Sangallo. Teatro, Danza, Musica, Reading, una varietà di spettacoli davvero notevole, un successo di pubblico altrettanto notevole: un pubblico variegato di esperti, appassionati, ma anche di curiosi, a riprova che se si investe nella cultura in maniera intelligente la gente risponde eccome. Anche quest’anno, come ogni anno.

Tra gli eventi il concerto del quintetto di Adam Pieronczyk. Un gruppo inedito, formatosi per l’occasione, con la regia del batterista John B.Arnold. Una regia attenta che ha messo insieme cinque musicisti portatori di personalità musicale alquanto spiccata. Questo è ciò che è accaduto al Forte Sangallo, o meglio, ciò che io ho visto e ascoltato accadere dal mio punto di vista (e di osservazione)

Adam Pieronxczyk apre il concerto con un assolo di sax: una intro libera che dopo qualche minuto svela il tema portante del brano, che viene doppiato dalla mano sinistra di Ramberto Ciammarughi al pianoforte, e dal contrabbasso di Jacopo Ferrazza. John B. Arnold entra con la batteria, senza toccare il rullante, insistendo sui tom e sui ride. La chitarra di Fabio Zeppetella comincia ad incalzare ed elegge ad alter ego, in un dialogo serrato, il pianoforte. Il suono potente del contrabbasso tira le fila della tessitura complessiva, fino all’ assolo di Ciammarughi.

Un assolo in cui idee estemporanee si intrecciano con frammenti del tema principale, mai buttati via. La mano destra e la mano sinistra sono totalmente indipendenti tra loro, è come ascoltare l’esecuzione di due strumenti, due linee complementari, non linea principale e accompagnamento.
Segue l’improvvisazione di Pieronxczyk: un fraseggiare legato, melodico, denso di idee ma aperto alle sollecitazioni degli accordi pieni del pianoforte e del procedere instancabile del contrabbasso.

Al rientro in scena della chitarra elettrica, con una nota ribattuta ostinata, il volume si intensifica fino ad un massimo che poi gradualmente si assottiglia: si torna al sax che rimane solo, come all’inizio, e che sussurra, fino all’ultimo armonico.

Il secondo brano comincia con sax e contrabbasso all’unisono: la batteria colora con suoni sospesi. Il pianoforte interviene con tocchi sporadici. Si unisce all’unisono anche la chitarra, unico suono non acustico. A un breve silenzio, suggestivo, segue il tintinnare del ride e una sezione in quartetto. Il (doppio) pianoforte di Ciammarughi, la batteria di Arnold, il contrabbasso di Ferrazza e la chitarra di Zeppetella procedono insieme in un dialogo serrato, fino a quando non entra Pieronxczyk. Tacciono chitarra e piano, e un nuovo trio entra in scena: contrabbasso, batteria e sax.
Su giri armonici semplici si imperniano idee suggestive. La composizione dei musicisti sul palco cambia continuamente dando adito a una ricerca sonora e timbrica costante.

Quando il dialogo è tra Pieronxczyk e Ciammarughi, in alcuni brani che prevedono questo inizio, il sax accenna il tema e il pianoforte prende corpo lentamente, passando da una leggera scansione armonico – ritmica ad una interazione paritaria. Niente è mai ripetuto, ma, allo stesso tempo, nessun “mattoncino sonoro” viene prematuramente abbandonato. Una cellula melodica, o ritmica, può nascere dal sax, passa alla chitarra elettrica, rimbalza sul pianoforte, viene ripresa dal contrabbasso, mentre anche la batteria riesce a cantarla. Il tutto veleggiando tra momenti adrenalinici ed episodi intimisti, passando per molte sfumature possibili.
Dimenticavo di scrivere che tutta la musica suonata, bis compreso, è stata musica originale.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un quintetto, come accennavo, che – poste precedenti collaborazioni tra alcuni di loro, come quella lunghissima tra Ramberto Ciammarughi e Fabio Zeppetella, o quella tra John B. Arnold e Adam Pieronxczyk, si è costituito per la prima volta proprio in occasione del Civitafestival.
I musicisti, come spesso accade in questi casi, hanno provato poco prima di suonare: le possibilità di solito sono due. Si può assistere a una Jam Session, magari anche di altro livello, o si assiste a un concerto in cui non si improvvisa su schemi prevedibili, ma si compone estemporaneamente qualcosa di nuovo e, chissà, anche irripetibile.
Ho assistito alla performance di un quintetto affiatato, composto da cinque musicisti capaci di dare forma comune e suggestiva alla spiccata personalità di ognuno, estemporaneamente.
Ho notato i dialoghi serrati tra Fabio Zeppetella e Jacopo Ferrazza: chitarra elettrica e contrabbasso intrecciati in una trama base fondante della pienezza, della compiutezza del sound complessivo. E protagonisti di assoli interessanti e intensi.
Ritengo una fortuna quella di aver avuto la possibilità di ascoltare Ramberto Ciammarughi, artista tanto defilato quanto originale, capace di essere delicato e vulcanico, ovvero dall’espressività sanguigna, torrenziale, ma anche improvvisamente intimista. Consiglio a tutti di non perdere i pochi concerti cui cede: è un pianista originale, dallo stile del tutto particolare.
Non conoscevo Adam Pieronxczyk: è stato una bella scoperta, ho trovato il suo modo di suonare singolarmente in equilibrio tra una spiccata vena melodica e una istintiva propensione alla sperimentazione, con fraseggi inusuali che spiccano durante le parti in solo o l’esposizione dei temi ma anche la capacità di intrecciarsi con il resto del gruppo diventando parte di un voicing interessante anche quando le sequenze armoniche sono costruite su schemi semplici.
John B. Arnold fa parte di quel voicing: con la sua batteria spesso va oltre l’accompagnamento ritmico e si inserisce armonicamente nel tessuto complessivo. Davvero un bellissimo suono.

 

I NOSTRI CD. Grandi nomi alla ribalta

Nik Bärtsch’ S Ronin – “Awase” – ECM 2603
Una musica iterativa, a tratti quasi ipnotica: questo il tratto caratterizzante questo nuovo album del pianista zurighese che nell’occasione si presenta in quartetto con Kaspar Rast alla batteria, Thomy Jordi al contrabbasso e Sha al clarinetto basso e al sax alto. La musica appare del tutto coerente con le posizioni più volte espresse dallo stesso musicista secondo cui “alcune tra le nostre strategie musicali e drammaturgiche sembrano abbeverarsi di procedure minimali: concentrazione dei materiali, consapevolezza attraverso la ripetizione, combinazione di pattern” procedure che si ritrovano non solo nel mondo del jazz ma anche in altre espressioni musicali come il funky. Comunque, tornando al jazz e a Bärtsch c’è da sottolineare come il pianista ancora una volta sia riuscito a coniugare la fedeltà a quei modelli cui prima si faceva riferimento con una sincera ansia di ricerca che ha sempre caratterizzato la sua arte. In questo nuovo album da evidenziare ancora il significativo apporto di tutti i componenti il quartetto, dal batterista che con il suo drumming costante e preciso è servito da collante per tutto il gruppo, al contrabbassista ‘fornitore’ di un flusso armonico-ritmico tanto elegante quanto funzionale per finire con le ance di Sha che si fa apprezzare non solo come strumentista (specialmente al clarinetto basso) ma anche come compositore (suo “A” uno dei brani più suggestivi dell’intero album). Dal canto suo il leader evidenzia come si possa strutturare un minimalismo di marca europea, distinto da quello statunitense, in cui ripetitività e groove, si conciliano con improvvisazione da un lato e disciplina, dall’altro. Tra i vari pezzi da segnalare il lungo “Modul 58” in cui dopo un’introduzione soft il clima si trasforma man mano fino a trasportare l’ascoltatore in un’atmosfera funky, assai movimentata che si distacca nettamente dal resto dell’album.

Greg Burk – “As a River” – Tonos Records
Musicista di rara sensibilità e uomo di squisito garbo, Greg Burk è uno dei non tantissimi musicisti con cui è gradevole parlare non solo di musica. Ma evidentemente in questa sede ci occupiamo di Greg in quanto jazzista ed in quanto autore di questo gradevolissimo piano solo. Esperienza non nuova per Burk che nel 2016 incise per la Steeplechase Lookout, sempre per piano solo, “Clean Spring”. “As a River”, registrato a Milano nel 2018, rappresenta comunque l’ennesima testimonianza di un talento che più passa il tempo e più si affina. Un talento che riguarda congiuntamente esecutore e compositore in quanto anche questa volta, come spesso nei precedenti album, i brani eseguiti sono da lui stesso composti. I pezzi appaiono ben strutturati, sorretti da un solido impianto formale in cui Burk riesce a sintetizzare i molteplici input che rendono così variegata la sua arte. Ecco quindi il sapiente mescolarsi di scrittura e improvvisazione, ecco una ricca tavolozza timbrica cui far ricorso, ecco un fraseggio sempre elegantemente ritmico, ecco quella varietà di situazioni che costituisce un’altra delle sue caratteristiche peculiari. Così, ad esempio, al clima quasi onirico di “The Slow Hello” si contrappone il fraseggio più libero, improvvisato di “Into The Rapids”, fino a giungere all’evocativo “Sequoia Song” scritto a seguito di una visita al Sequoia National Park. Dal punto di vista più strettamente pianistico, il linguaggio di Greg è allo stesso tempo forte e fluido, sempre caratterizzato da una evidente cantabilità che mai lo porta a forzare sul lato meramente spettacolare (si ascolti con attenzione “Sun Salutation” in cui Greg fornisce un’evidente dimostrazione di cosa significhi per un pianista l’indipendenza delle mani o ancora “Serena al telefono” caratterizzato da un ritmo latineggiante ben introdotto da un fraseggio con la sinistra).

Javier Girotto – “Tango nuevo revisited – act 9878-2
Chi segue “A proposito di jazz” sa bene quanto il sottoscritto ami Piazzolla e la sua musica. Di qui l’interesse con cui ascolta ogni nuovo album che includa brani del compositore argentino e la difficoltà di trovare un interprete che, in qualche modo, possa rielaborare e far rivivere adeguatamente la sua musica. Con questo album ci troviamo dinnanzi ad un’operazione assolutamente nuova e assai ben riuscita: la riproposizione di un album oramai considerato storico, vale a dire quel “Tango Nuevo” (conosciuto anche come “Summit” o “Reunion Cumbre”), registrato nel 1974 da Astor Piazzolla con il sassofonista Gerry Mulligan. Accanto a questi due grandi c’era un organico piuttosto ampio composto da Angel Pocho Gatti (pianoforte, Fender Rhodes, organo Hammond), Filippo Daccò e Bruno De Filippi (chitarre), Pino Presti (basso), un giovane Tullio De Piscopo (batteria e percussioni), Alberto Baldan Bembo e Gianni Zilioli (marimbe), Umberto Benedetti Michelangeli (violino), Renato Riccio (viola) e Ennio Miori (violoncello). Fu un successo internazionalmente straordinario e questo nuovo album si riallaccia prepotentemente a quelle registrazioni del ’74: in effetti – come spiega lo stesso Girotto – Siegfried “Siggi” Loch, fondatore e produttore di ACT, particolarmente affezionato al lavoro di Piazzolla e Mulligan avendone curato la produzione e la distribuzione su scala mondiale, ha proposto al sassofonista argentino ma oramai italiano d’adozione, di registrare nuovamente il disco che consolidò l’incontro tra l’ultimo innovatore del tango e uno dei migliori sax-baritonisti dell’intera storia del jazz. Girotto ha accettato, scelto l’organico (Gianni Iorio bandoneon e Alessandro Gwis (piano, tastiere)…ed ecco questo nuovo straordinario album. L’organico come si nota, è notevolmente ridotto rispetto alla versione originale ma è stato fortemente voluto da Girotto per “dare più apertura all’improvvisazione e spazio ad ogni solista”. In programma “Close Your Eyes And Listen”, “Twenty Years Ago”, “Summit”, “Reminiscence”, e “Years Of Solitude” già presenti in “Summit” cui si aggiungono “Escualo”, “Deus Xango” e “Fracanapa” sempre composti da Piazzolla nonché “Aire de Buenos Aires” e “Etude for Franca” di Gerry Mulligan. Dieci brani che se da un canto ci riportano, vivissima, l’immagine di un compositore straordinario come Piazzolla, dall’altro ci confermano la statura artistica di un personaggio come Javier Girotto che non ha paura di misurarsi con dei veri e propri mostri sacri della musica globalmente intesa.

Larry Grenadier – “The Gleaners” – ECM 2560
La discografia jazzistica per solo contrabbasso non è certo ricchissima: sono passati cinquant’anni da quando Barre Phillips incise da solo “Journal violone” subito acclamato da pubblico e critica. Da allora non sono stati moltissimi i bassisti che si sono cimentati in questa non facile impresa: tra di loro ricordiamo Barry Guy, Stanley Clarke, Dave Holland, Eberhard Weber, Miroslav Vitous… Adesso è la volta di Larry Grenadier, strumentista sontuoso che si è fatto le ossa suonando con alcuni mostri sacri del jazz quali, tanto per fare qualche nome, Herbie Mann, Paul Motian, Charles Lloyd ma soprattutto Brad Mehldau con il quale ha collaborato per molti anni. Nessuna sorpresa, quindi, che il patron della ECM, Manfred Eicher, gli abbia proposto questa sfida, vinta brillantemente. L’album è infatti profondo, stimolante e porta in primo piano la straordinaria tecnica di Larry nonché la sua sensibilità interpretativa. Il titolo s’ispira al film The Gleaners di Agnès Varda, in cui la regista racconta i suoi incontri ovunque in Francia con spigolatori e spigolatrici, recuperanti e robivecchi. Tra i pezzi composti dallo stesso Grenadier una dedica al suo primo eroe Oscar Pettiford, cui si accompagnano riproposizioni di temi firmati da George Gershwin, John Coltrane, Paul Motian, Rebecca Martin e Wolfgang Muthspiel. E in ognuna di queste parti Larry adotta uno stile differente, creando anche mirabili compilation con brani di compositori assai differenti come “Compassion” di John Coltrane e “The Owl of Cranston” di Paul Motian “. Egualmente mirabile il linguaggio vagamente folk adoperato nell’interpretazione di “Woebegone”. Insomma un album pregevole sotto ogni punto di vista che risponde pienamente a quell’esigenza, esplicitata dallo stesso Grenadier, di operare “uno scavo sugli elementi fondamentali di chi sono io come bassista. La mia era una ricerca verso un centro di suono e timbro, fili di armonia e ritmo che formano il punto cruciale di un’identità musicale. ”

Vijay Iyer e Craig Taborn – “The Transitory Poems” – ECM 2644
E’ il 12 marzo del 2018 quando Vijay Iyer e Craig Taborn salgono sul palco della Franz Liszt Academy di Budapest per dar vita ad un concerto che la ECM registra e che ci viene proposto in questo eccellente album. I due pianisti sono personaggi noti nella comunità del jazz, così come nota è la loro intesa cementata da lunghi anni di collaborazioni: era, infatti, il 2002 quando i due iniziarono a collaborare nella Note Factory di Roscoe Mitchell, partecipando ambedue agli album di Roscoe Mitchell «Song For My Sister» (PI, 2002) e «Far Side» (ECM, 2010). Questa nuova realizzazione in duo non presenta, quindi, particolari sorprese restituendoci due artisti nel pieno della maturità e perfettamente consapevoli delle proprie possibilità. Di qui una musica senza confini stilistici che si rivolge al futuro senza tuttavia dimenticare il passato. Ecco quindi tre significativi omaggi ad altrettanti giganti del jazz: “Clear Monolith” dedicato a Muhal Richard Abrams, “Luminous Brew” per Cecil Taylor e la riproposizione di “Meshwork/Libation – When Kabuya Dances” composta da Geri Allen, mentre “Sensorium” è un omaggio a Jack Whitten, pittore e scultore americano scomparso nel 2018, che nel 2016, è stato insignito della National Medal of Arts. Queste citazioni non sono fine a sé stesse ma illustrano la mentalità di due grandi musicisti che non si chiudono in una torre eburnea ma vanno incontro ad un universo culturale onnicomprensivo. Ovviamente la musica non è fatta per palati semplici: qui non c’è alcunché di consolatorio né ascrivibile alla categoria del facile ascolto. E l’unico momento in cui i due si lasciano andare ad un qualche risvolto melodico è nel finale dell’album, ovvero nell’interpretazione di “When Kabuya Dances”, della Allen Occorre, quindi, una fattiva partecipazione da parte dell’ascoltatore che sia in grado di percepire l’onestà intellettuale dei due pianisti che non si lasciano andare a virtuosismi di sorta preferendo addentrarsi, pur tra indubbie difficoltà, nei meandri dei rispettivi animi.

Landgren, Wollny, Danielsson, Haffner – “4WD”- ACT 9875 2
Album godibile questo “4 Wheel Drive” che vede assieme per la prima volta quattro fra le maggiori personalità del jazz europeo, vale a dire Nils Landgren (trombone e voce), Michael Wollny (piano), Lars Dannielsson (basso e cello) e Wolfgang Haffner (batteria). Questi quattro jazzisti si erano incrociati molte volte in passato, ma prima di adesso mai avevano avuto la possibilità di registrare tutti assieme. E il fatto di aver titolato l’album “4 Wheel Drive” (“Quattro ruote motrici”) è tutt’altro che casuale: in buona sostanza i quattro hanno voluto sottolineare come il gruppo non abbia un vero leader ma tutti i musicisti sono sullo stesso piano ed hanno la stessa responsabilità nella strutturazione e nell’esecuzione dei brani. Quindi, a seconda dei vari pezzi, ognuno di loro riveste ora il ruolo di solista ora quello di accompagnatore…ed essendo tutti dei maestri nei rispettivi strumenti è facile avere un’idea della qualità offerta. Qualità rafforzata dalla felice scelta del repertorio: quattro original firmati da ciascuno dei musicisti e poi una serie di cover tratte dalla produzione di alcuni giganti della musica: Paul McCartney, Billy Joel, Phil Collins e Sting. Insomma un album di chiara impostazione moderna anche se non riconducibile completamente al jazz. In effetti i quattro interpretano le cover alla luce della loro sensibilità evidenziando come gioielli della musica pop possano validamente entrare a far parte del repertorio di jazzisti di vaglia. Si ascolti con quanta sincera partecipazione Nils Landgren interpreti vocalmente “Another Day in Paradise” di Phil Collins, “Shadows in the Rain” di Sting, “Maybe I’m Amazed” di Paul McCartney mentre dal punto di vista strumentale lo si apprezza nella intro e nella parte finale di “If You Love Somebody Set Them Free”; Michael Wollny è superlativo soprattutto in “Just The Way You Are” di Billy Joel mentre Lars Danielsson fa cantare il suo cello in “That’s All”. Quanto a Wolfgang Haffner non ‘cè un solo brano in cui il suo apporto non sia determinante.

Dominic Miller – “Absinthe” – ECM
Sarà la mia natura un po’ malinconica, sarà la mia passione per il tango o comunque per le atmosfere legate a questa musica, fatto sta che ho trovato questo album del chitarrista argentino Dominic Miller semplicemente straordinario. Ben coadiuvato da Santiago Arias al bandoneon, Manu Katché alla batteria, Nicolas Fiszman al basso e Mike Lindup alle tastiere, Miller distilla le sue preziose note rifuggendo da qualsivoglia pretesa virtuosistica accompagnando l’ascoltatore nella scoperta di un universo sonoro che man mano si dipana con sempre maggior chiarezza sotto i nostri sensi. Universo disegnato con mano sicura dallo stesso Miller autore di tutti e dieci i brani in programma, in cui la bellezza della linea melodica la fa da padrona assoluta. In apertura facevo riferimento al tango: in effetti qui le atmosfere tanghere sono ricreate magnificamente dal bandoneon di Arias che non disdegna, comunque, di ricordarci che buona musica si può fare anche ricorrendo a linee, a stilemi propri del pop più significativo. E così nell’album tutti hanno un proprio spazio: splendidi Manu Katché alla batteria e Nicolas Fiszman al basso in “Christiania”, mentre Lindup si fa ammirare in “Mixed Blessing” (al sintetizzatore), in “Étude” (al piano) e nel brano di chiusura, “Saint Vincent”, di cui sottolinea ed evidenzia il toccante lirismo. Dal canto suo il leader si mette in evidenza, come strumentista, soprattutto nel già citato “Étude” caratterizzato da un crescendo di ritmo e volume e da un ostinato arpeggio di chitarra che dona al brano un andamento circolare tutt’altro che banale.

Sokratis Sinopoulos – “Metamodal” – ECM 2631
Sokratis Sinopoulos, lyra; Yann Keerim, pianoforte; Dimitris Tsekouras, contrabbasso; Dimitris Emmanouil, batteria: questi i componenti del quartetto che nel luglio del 2018 ha inciso questo album, “Metamodal”, apparso quattro anni dopo “Eight Winds”. Ma il tempo non sembra essere trascorso invano nel senso che il quartetto ha abbandonato certi toni forse un po’ troppo patinati, per avvicinarsi maggiormente ad una world music in cui le diverse influenze dei musicisti si amalgamano in un linguaggio oscillante tra musica cameristica di impostazione classicheggiante e improvvisazione jazzistica. Il tutto impreziosito da una ricerca sul suono che rimane forse la caratteristica principale dell’artista greco, sempre straordinario con la sua lyra. E per quanti non lo conoscono è forse opportuno spendere qualche parola su Sinopoulos. Dopo aver studiato chitarra classica e musica bizantina alla Tsiamoulis school – una scuola della capitale dove fa anche parte del coro dell’istituto- nel 1988 si avvicina alla lira bizantina, strumento ad arco, risalente alla Bisanzio del decimo secolo dopo Cristo. Studia altresì il liuto con Ross Daly e nello stesso periodo dà vita al suo primo gruppo musicale, i Labyrinthos,. Nel 1999 riceve il Melina Mercouri National Award, fra i più importanti premi ellenici in campo musicale, nella categoria miglior giovane artista. Nel 2010 fonda il Sokratis Sinopoulos Quartet, con cui debutta nel 2015 con il già citato album ‘Eight Winds’ mischiando tradizione e sperimentazione. Indirizzo cui non si sottrae in questo “Metamodal”: in tal senso assolutamente riuscito il connubio con il pianoforte di Yann Keerim, connubio che si lascia apprezzare in ogni brano (si ascolti solo a mò di esempio con quale e quanta delicatezza il pianista introduca la lyra di Sokratis in “Metamodal II – Illusions”). E a proposito del repertorio, occorre sottolineare come a conferma delle notevoli capacità di scrittura del leader, i nove brani del CD sono tutti composti dal leader eccezion fatta per la chiusura “Mnemosyne” riservata ad una improvvisazione collettiva. Ci siamo già soffermati su Sinopoulos e Keerim, ma il quartetto non avrebbe la valenza che ha se al contrabbasso e alla batteria non ci fossero altri due strumentisti di classe eccelsa che forniscono al tutto un delizioso tappeto ritmico-armonico.

David Torn, Tim Berne, Ches Smith – “Sun of Goldfinger” – ECM 2613

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Album sotto molti aspetti straniante questo che vede protagonisti David Torn alla chitarra elettrica, Tim Berne al sax alto e Ches Smith alla batteria cui si aggiungono nel secondo brano Craig Taborn al piano ed effetti elettronici, il quartetto d’archi Scorchio e altri due chitarristi, Mike Baggetta e Ryan Ferreira. Il fatto che il trio Torn-Berne-Smith sia giunto a questa realizzazione discografica è la logica conseguenza di una lunga collaborazione che a partire dal 2010 li ha visti protagonisti in numerosi concerti. Per non parlare del fatto che da un canto Torn e Berne vantano una fruttuosa collaborazione di vecchia data (si ricordi «Prezens», del 2007) mentre Ches Smith collabora con Berne già dal 2012 quando fu inciso «Snakeoil». Tutto ciò per inquadrare il contesto anche storico in cui l’album si inserisce e che comunque la dice lunga sul tipo di musica che si ascolta. Mattatore del primo pezzo, “Eye Meddle” è l’inesauribile Tim Berne che fornisce un’impronta precisa all’esecuzione del brano all’insegna di quel “caos organizzato” al cui interno è praticamente impossibile (ammesso che poi sia così importante) distinguere tra parti scritte e libera improvvisazione. Il linguaggio di Berne è more solito magmatico, trascinante, senza un attimo di pausa, mirabilmente sostenuto dalla batteria di Ches, mentre Torn scarica sull’ascoltatore altre vagonate di masse sonore. Il secondo brano, “Spartan, Before It Hit”, si differenzia notevolmente innanzitutto per l’allargamento dell’organico che vede impegnati anche i già citati Craig Taborn al piano ed effetti elettronici, il quartetto d’archi Scorchio e altri due chitarristi, Mike Baggetta e Ryan Ferreira. Questo ha un effetto immediato sulla musica cha appare più aperta, più strutturata in cui il quartetto d’archi ha un ruolo importante nell’evocare atmosfere più cameristiche e, perché no, godibili. Dal canto suo Craig Taborn interviene con un pianismo misurato ma del tutto pertinente e quindi capace di ricondurre a sé anche le sortite solistiche di un Berne altrimenti inarrestabile. Nella terza parte dell’album, si ritorna alle temperie del primo brano ossia a quella sorta di magma ribollente, di caos in qualche modo ordinato al cui interno rifulgono le capacità improvvisative dei singoli.

Huw Warren, Mark Lockheart – “New Day” – Cam Jazz 79442
Anche questo album fa parte delle registrazioni effettuate da Stefano Amerio per la CAM JAZZ nelle cantine del Friuli-Venezia Giulia; in particolare questa volta siamo nella cantina Livio Felluga di Brazzano di Cormòns. Protagonisti il pianista Huw Warren e il sassofonista Mark Lockheart impegnati su un repertorio di otto brani di cui cinque scritti da Warren, due da John Taylor e uno dal sassofonista. Dopo quello di Vijay Iyer e Craig Taborn ecco quindi un altro album in duo. Ora, quando ci troviamo dinnanzi ad un duo ci assale sempre il dubbio che i due artisti siano in grado di superare brillantemente una prova difficile. L’impresa appare ancora più ardua quando il mini-organico è costituito soltanto da pianoforte e sassofono. Bene, ma come si dice spesso si fanno i conti senza l’oste, ovvero senza tenere nella giusta considerazione i due musicisti che, nel caso in oggetto, sono due autentici fuoriclasse. Huw Warren l’abbiamo imparato a conoscere grazie anche alle collaborazioni con Maria Pia De Vito; il pianista e compositore gallese costituisce una delle più interessanti realtà del panorama jazzistico europeo grazie alla sua straordinaria versatilità che gli consente di affrontare con disinvoltura diversi generi musicali. Mark Lockheart è un sassofonista del jazz britannico che si è fatto le ossa come membro della grande band di Loose Tubes negli anni ’80, dopo di ché ha proseguito una brillante carriera solistica. In questo album i due offrono il meglio del loro repertorio: grande empatia, linguaggi che si compenetrano alla perfezione, capacità di articolare il discorso musicale senza far rimpiangere la mancanza di batteria e contrabbasso ché il pianoforte esalta le doti armoniche di Warren mentre il sostegno ritmico è costantemente assicurato da ambedue i musicisti in un gioco ora di chiamata e risposta ora di reciproche puntualizzazioni che mai denunciano sbandamenti o rifugi nella banalità espressiva.

Stefano Zenni sarà tra i protagonisti della nuova edizione di Celano Jazz Convention

Stefano Zenni sarà tra i protagonisti della nuova edizione di Celano Jazz Convention, diretta dal chitarrista Franco Finucci. Giovedì primo agosto 2019, il musicologo terrà due incontri nell’ambito della nuova edizione della rassegna: il primo, riservato ai partecipanti della masterclass, è intitolato “Charles Mingus e il chorus esteso”; il secondo, invece, è aperto al pubblico ed è dedicato alla figura del grande Louis Armstrong, un ritratto inedito dell’artista che ha fatto trionfare la corporeità afroamericana.

“Charles Mingus e il chorus esteso” è il titolo della masterclass rivolta agli studenti iscritti ai corsi di Celano Jazz Convention. Abitualmente l’improvvisazione jazz si pratica sulla forma chorus. Ma dagli anni Cinquanta Charles Mingus ha sviluppato un modo più ampio e ardito di concepire i ritornelli, come pannelli di episodi differenti, che estendono le strutture tradizionali e forzano il rapporto tra compositore e improvvisatore, con esiti di eccezionale audacia e complessità.

Stefano Zenni ha, di recente, dedicato un suo libro alla figura di Louis Armstrong. “What a Wonderful Jazz. La rivoluzione musicale di Louis Armstrong” è la conferenza aperta al pubblico, in cui il musicologo spiega come il trombettista abbia cambiato il corso della storia della musica. Dietro l’intrattenitore immensamente popolare e le sue radicali innovazioni artistiche, si cela anche un individuo poliedrico, fuori del comune: lo scrittore e umorista, l’attivista in equilibrio tra impegno e potere, il creativo tecnologico. Un ritratto inedito dell’artista che ha fatto trionfare la corporeità afroamericana.

La presenza di Stefano Zenni arricchisce il festival costruito dal chitarrista Franco Finucci, direttore artistico della rassegna. L’offerta didattica rivolta ai giovani talenti del jazz è affidata ad una squadra di docenti di alto profilo, formata da Paolo Damiani (arrangiamento, composizione e orchestra aperta), Marco Di Battista (analisi delle forme), Max Ionata (sassofono), Umberto Fiorentino (chitarra), Elisabetta Antonini (canto), Luca Mannutza (pianoforte), Luca Bulgarelli (contrabbasso), Maurizio Rolli (basso elettrico), Marcello Di Leonardo (batteria) e Marcello Malatesta (sound engineering). Marcello Malatesta e Marco Di Battista condurranno anche il corso di tastiere elettroniche. Quest’anno si aggiungono, inoltre, il percorso didattico rivolto a bambini e ragazzi diretto da Andrea Gargiulo, intitolato “Jazz for Kids and Teens” e il “Chitarreto”, laboratorio chitarristico condotto da Roberto Zechini.

Inoltre, fino al 10 giugno, è possibile usufruire della promozione sul costo di iscrizione alla masterclass. Tutte le informazioni si possono trovare sul webmagazine Jazz Convention, mediapartner anche per questa nuova edizione di Celano Jazz Convention.

Ogni sera, naturalmente, il festival proporrà al pubblico i concerti nelle piazze più suggestive di Celano e, in caso di pioggia, si svolgeranno presso l’Auditorium Enrico Fermi. In tarda serata, si apriranno le jam session nei locali della città.

La seconda edizione rappresenta così il naturale seguito del disegno avviato lo scorso anno dal direttore artistico Franco Finucci: un percorso di lunga gittata, capace di unire qualità musicale, accoglienza e promozione del territorio.

 Cosa potrebbe accadere

Tra composizione e improvvisazione, groove e jazz-rock d’assalto il nuovo disco di Marraffa, Papajanni e Di Giacinto. Lo pubblica la berlinese Aut Records, ospiti Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis e Valeria Sturba
CASINO DI TERRA
COSA POTREBBE ACCADERE
Aut Records
8 tracce – 46′. 17”
“Rispetto ad altri miei progetti, Casino di Terra si contraddistingue per l’esplorazione di sonorità più affini al rock, senza però negare la continuità con l’approccio che ho cercato di sviluppare negli anni, basato sulla sperimentazione di pratiche compositive orientate all’improvvisazione. La contaminazione con espressioni musicali in cui è presente una componente ritmica più legata al groove, d’altra parte, è una costante nelle vicende del jazz e della musica improvvisata – basti pensare a Ornette Coleman. Il sound che contraddistingue la band è quindi un terreno di ulteriore sperimentazione, in cui cerco di dare alla mia ricerca uno sbocco coerente”.
Una presentazione avvincente, quella di Edoardo Marraffa, che illustra le caratteristiche del trio Casino di Terra. Un manifesto programmatico e artistico dal quale emergono gli elementi più rappresentativi di un progetto unico nel suo genere: jazz e groove, rock e improvvisazione, sperimentazione e ricercaricordando maestri come Ornette Coleman. Il nuovo album Cosa potrebbe accadere (Aut Records) è la dimostrazione lampante di un percorso fuori dalle classificazioni, alla continua ricerca di nuovi orizzonti.
Sassofonista e compositore, esponente di spicco della musica improvvisata in Italia, Edoardo Marraffa lavora dal 1993 sul suono del sassofono, in particolare il tenore, esplorando i confini del suo potenziale espressivo. Figura spesso nella programmazione di tanti festival europei e internazionali e ha suonato con giganti quali Tristan Honsinger, William Parker, Hamid Drake, Han Bennink, Wadada Leo Smith, realizzando più di venti album tra collaborazioni con altri artisti e progetti originali (l’ultimo è Diciotto, uscito nel 2018). Un tassello significativo di questo percorso è Casino di Terra, fondato con Sergio Papajanni e Gaetano Di Giacinto, artefice di un disco d’esordio nel 2015 intitolato Ori. Con l’arrivo di Valeria Sturba Casino di Terra diventa un quartetto e nel 2019 pubblica il secondo album con la indie-label berlinese Aut Records.
Dichiara Marraffa: “Ho esplorato a lungo le possibilità del sassofono, spesso illudendomi di aver inventato qualcosa di veramente nuovo, per poi accorgermi che non era vero. Ma ho l’intenzione di insistere per sempre. Mi diverto così. Casino di Terra nasce come trio, è stato questo il “formato” da cui siamo partiti nel concepire Cosa potrebbe accadere. La collaborazione con una musicista straordinariamente versatile e incline alla sperimentazione come Valeria Sturba ha rappresentato l’occasione per ampliare l’organico ad un nuovo elemento, nell’idea di conferire al sound della band una varietà timbrica più ampia e di aggiungere nuovi livelli di interplay tra i musicisti”. Come accaduto in Ori, ma con un’attenzione maggiore agli elementi del groove e all’impatto ritmico, Casino di Terra immagina un jazz-rock diretto, esplicito, nel quale trovano spazio anche colori, timbri e soluzioni all’insegna della varietà, come l’Arp Odissey di Fabrizio Puglisi e il Fender Rhodes di Stefano De Bonis.

Il nome della band – Casino di Terra è una località della Val di Cecina – allude a un’organizzazione razionale e terrena della materia sonora, nella quale il fulcro è l’improvvisazione, una pratica sistematica alla quale Marraffa dedica la sua vita musicale da anni, in costante dialogo con la composizione. “Gli otto brani di Cosa potrebbe accadere sono tutti composti. Non ci sono – qui e nella produzione di Casino di Terra in generale – dei pezzi totalmente improvvisati. L’improvvisazione viene spesso vista come contrapposta o addirittura antitetica alla composizione. Si tratta di una dicotomia fuorviante, legata al concetto molto recente (e tutto occidentale) di composizione come realizzazione di un prodotto “definitivo” che può al massimo essere “interpretato” da un esecutore diverso dall’autore. Se però si guarda alle pratiche musicali che caratterizzano le tradizioni musicali popolari in buona parte del mondo, ci si rende conto immediatamente di come, accanto alla trasmissione orale, l’improvvisazione sia un altro elemento che ritorna costantemente. Intendere l’improvvisazione come pratica sistematica vuol dire certamente spingersi sul terreno dell’improvvisazione totale – da sempre presente nel mio percorso – ma anche esplorare la dialettica tra composizione e improvvisazione – una dialettica in cui la composizione “apre” all’improvvisazione e l’improvvisazione si presenta come una forma di “composizione istantanea”.

Cosa potrebbe accadere:
1. Cosa potrebbe accadere
2. Orlando
3. Fantasmi di Nadia
4. Golden Square
5. Red Carpet
6. Belka
7. Ma te ne sai di più
8. La gran follia
Edoardo Marraffa: tenor sax
Sergio Papajanni: bass
Gaetano Di Giacinto: drums
Featuring:
Fabrizio Puglisi: Arp Odissey 1 & 8
Valeria Sturba: electric violin  2 & 4
Stefano De Bonis: Fender Rhodes 7
Edoardo Marraffa:
Aut Records:
Synpress44 Ufficio stampa:

VICENZA JAZZ 2019: Uri Caine Trio, la poesia dell’improvvisazione e delle dinamiche

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Vicenza Jazz 2019

Teatro Olimpico, domenica 12 maggio, ore 21

URI CAINE TRIO, Calibrated Thickness
Uri Caine, pianoforte:
Mark Helias, contrabbasso
Clarence Penn, batteria

Il pianoforte di Uri Caine apre il concerto con accordi liberi eseguiti in pianissimo. Un pianissimo molto intenso, percettibile seppure molto vicino al sussurro… il Teatro osserva un attento silenzio perché quel pianissimo, così sonoro, attira irresistibilmente l’attenzione. Il contrabbasso di Mark Helias si inserisce, sommessamente, dopo poco ed improvvisa, con l’arco, intrecciandosi al piano. Infine si unisce Clarence Penn,, con le sue spazzole di legno, e il Trio procede con una cura particolare nel creare un timbro complessivo denso di suggestioni, nonostante ogni musicista proceda, pur nell’evidente ascolto reciproco, con digressioni totalmente individuali.



Ad un tratto appare un walkin’ bass e l’atmosfera cambia totalmente: parte un blues, Penn passa alle bacchette, appaiono scambi pianoforte / batteria ogni 12 battute, il pubblico quasi si sente a casa, è un’incursione in un mondo sonoro noto, sicuro…  ma non per molto.
Il blues si disgrega, si torna ad un pianissimo profondo, espressivo, sottile ma non esile, appena udibile ma pieno di pathos: la certezza dunque si dilegua, nascono idee improvvisate su un qualcosa di non strutturato. Clarence Penn in un ambito come questo può permettersi di cambiare tipo di bacchette tutte le volte che vuole, talvolta propendendo anche per una asimmetria tra le due.
Ogni idea estemporanea che si concretizza, viene curata, variata, e valorizzata da ognuno dei tre musicisti. Uri Caine gradatamente rumoreggia con arpeggi cupi, Mark Helias con il suo contrabbasso ne enfatizza i suoni scuri, il volume si alza ma sfuma presto in un diminuendo che arriva ad un altro pianissimo impalpabile eppure, ancora una volta, denso di suono.

 

Un assolo di contrabbasso introduce l’episodio successivo. Clarence Penn sceglie i mallets, che risuonano su un tom coperto da un asciugamano e sui ride. Il tema introdotto dal contrabbasso viene ripreso dal pianoforte e si procede di nuovo verso un episodio più definito, riferibile ad un mondo sonoro noto, questa volta un funky trascinante, in cui di nuovo le dinamiche sono fondamentali: si passa da volumi alti a volumi bassissimi con forchette molto ampie, quei pianissimo vedono tacere la batteria (già volutamente non amplificata) ed apparire piccoli sonagli, quasi sparire il contrabbasso se non per dare piccoli punti di riferimento armonici, diminuire esponenzialmente il tocco sul pianoforte.

 

Piano piano si delinea lo schema di un concerto che è molte cose insieme.
La prima caratteristica che emerge man mano è la cura dello SPESSORE sonoro.
Thickness in inglese significa spessore. E lo spessore sonoro in effetti è la caratteristica più notevole dell’andamento della musica suonata da questo Trio: da sottilissimo a intensissimo, da pianissimo a fortissimo, da sussurrato a percussivo.  Calibrated Thikness, spessore calibrato: le dinamiche portate ai loro minimi e ai loro massimi con un rigore che dà luogo alla perfezione, specialmente in quei pianissimo che più volte sono stati descritti e che davvero denotano tutto l’andamento del concerto.
La seconda è l’alternanza tra episodi di improvvisazione completamente libera e episodi che si rifanno a schemi jazzistici più definiti: lo swing, la ballad, il funky, il blues. In ogni episodio c’è comunque quella ricerca raffinata delle dinamiche che è la cifra espressiva di questo Trio.
Contrasto dunque tra atmosfere diverse e tra spessori/ dinamiche diverse. Un’idea di performance pensata con cura, progettata a monte nei particolari dal punto di vista della sua impalcatura , ma allo stesso tempo caratterizzata da  un enorme spazio concesso all’improvvisazione, libera ed estemporanea, o all’interno di schemi più noti.
Nonostante la struttura sia, come detto, rigida per alternanze di episodi e di dinamiche, ciò che accade non è mai uguale. Ad un capitolo libero che parte con un bicordo altalenante di contrabbasso, in cui la batteria è percossa dolcissimamente con le sole mani, si alterna, come parte jazzistica riconoscibile ‘Round Midnight: alla quale segue un altro capitolo libero fatto di ondate sonore, senza temi melodici, in cui conta il timbro complessivo e quel passare da un ribollire magmatico del pianoforte all’improvviso scampanellio di note acute, a cui segue di nuovo un walkin’ bass cui segue un accenno di ragtime.
Di nuovo la libertà improvvisativa, stavolta leggera, a volume minimo, suggestiva ed evocativa, e poi una atmosfera pop quasi alla Elton John. E poi un loop martellante e così via fino a due bis, cominciando da un assolo di batteria tribale e concludendo il concerto con uno di quei pianissimo eseguiti su un fraseggio che evoca Bill Evans.


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L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

L’alternarsi di episodi diversi, l’attenzione poetica alle dinamiche hanno reso questo concerto un’esperienza a tratti veramente emozionante. L’altalenare tra la libertà assoluta nella quale ci si può cullare stupiti e l’approdo successivo a mondi sonori conosciuti è interessante, crea aspettativa e, una volta che lo schema avviluppa chi ascolta, crea una certa dipendenza nell’attesa che arrivi l’episodio successivo. Ma, a prescindere da quell’ altalenare “strutturale”, i pianissimo così traboccanti di suono, di armonici, di particolari affascinanti sono parsi, senza esagerare, incantevoli: a chi vi scrive, ma a sentire alla fine del concerto i commenti di chi c’era, non solo a chi vi scrive.
Uri Caine in stato di grazia, Mark Hellas versatile, creativo, poetico, e Clarence Penn sinceramente straordinario per forza, delicatezza, fantasia, poesia.



Alla fine di questo concerto abbiamo fatto un salto al Caffè Trivellato perché suonava una compagine inusuale: quattro baritoni e batteria, per la formazione Barionda della sassofonista Helga Plankensteiner

Helga Plankensteiner, Massimiliano Milesi, Giorgio Beberi, Javier Girotto: sax baritono
Mauro Beggio: batteria

Siamo arrivate quasi alla fine della performance, ma in tempo per ascoltare una compagine davvero singolare, energica e con la capacità di far arrivare ben distinti e percepibili le linee ritmico melodiche nel loro intreccio polifonico, tutt’altro che confuso, nonostante la potenza, come potete immaginare, del suono complessivo di quattro sax baritoni, strumenti possenti,  con la batteria di Beggio impagabile nel tirare le fila di una sonorità così ridondante.

Ecco le foto, dalle quali forse potete immaginare un po’ di ciò che è accaduto!