Riflettori su Mafalda Minnozzi e Francesco Di Giulio e i loro nuovi progetti

In attesa di pubblicare la solitamente corposa rubrica su “I nostri CD”, cosa che avverrà nei primi di settembre, vorrei sottoporre alla vostra attenzione due artisti che ritengo particolarmente interessanti: una, Mafalda Minnozzi, continua a proporre in giro per il mondo la musica italiana… e non solo, l’altro, Francesco Di Giulio, è un giovane artista abruzzese che meriterebbe ben altra considerazione.

Ma procediamo con ordine. Anticipato esclusivamente dalla pubblicazione di due singoli estratti dall’album – “A felicidade” (24 giugno) e “Once I Loved”D (9 luglio) – e da 8 concerti “première” realizzati a novembre con il quintetto americano, di cui 6 in Italia e 2 al Birdland di NYC (sold-out), il 20 luglio scorso è stato lanciato l’ultimo album di Mafalda Minnozzi, “Sensorial- Portraits in Bossa & Jazz”, distribuito su tutte le piattaforme digitali. Contemporaneamente è stata data la possibilità non solo di ascoltare i brani sulle piattaforme ma anche di vederli sul canale YouTube di Mafalda (disponibili 13 video realizzati durante la registrazione in studio a NY, uno per ogni brano) e di approfondirli con il podcast, per entrare nello spirito dell’artista. Al momento l’approfondimento con i podcast riguarda solo tre brani ma è intenzione dell’artista dedicare ad ogni pezzo la stessa attenzione. Insomma un’azione promozionale a tutto campo che ben si attaglia ad un album che presenta numerosi punti di forza.
Innanzitutto la ‘ricchezza’ dell’organico. A conferma della statura di artista internazionale, per quest’ultima impresa la Minnozzi è riuscita a raccogliere accanto a sé una pletora di musicisti di assoluto rilievo: al contrabbasso si alternano Harvie Swartz (classe 1948) a ben ragione considerato il bassista dei chitarristi avendo inciso tra gli altri con  John Scofield, Mick Goodrick, John Abercrombie, Gene Bertoncini, Mike Stern, Jim Hall, Leni Stern, e Essiet Okon Essiet già con Benny Golson, Johnny Griffin,  Cedar Walton; alla batteria Victor Jones, personaggio di assoluto rilievo nel panorama jazzistico internazionale come dimostrano gli oltre cento dischi cui ha partecipato sia come leader sia come sideman; alle percussioni Rogerio Boccato che può vantare collaborazioni con Maria Schneider, John Patitucci, Danilo Perez; al  pianoforte Art Hirahara già leader in trio e in quartetto con Linda Oh e Donny McCaslin; Will Calhoun  vincitore di decine di premi tra cui il ‘Buddy Rich Jazz Masters Award for outstanding performance by a drummer’ all’Udu nigeriano e shaker nel brano n. 7 (“Samba da Benção”) …e naturalmente quel Paul Ricci, alle chitarre sulle cui eccelse qualità mi sono già soffermato diverse volte su questi stessi spazi.
Secondo punto di forza, la bellezza del repertorio. In cartellone ben sette composizioni di Antonio Carlos Jobim tra cui le notissime “A Felicidade” che apre l’album, “Dindi”, “Desafinado” e “Triste”, mentre gli altri sei pezzi completano un magnifico affresco dei maggiori compositori brasiliani chiamando in causa Baden Powell (“Samba da Benção”), Chico Buarque (“Morro Dois Irmãos”), Toninho Horta (“Mocidade”), Filó Machado (“Jogral”), Alcyvando Luz e Carlos Coqueijo (“É Preciso Perdoar”).
In terzo luogo, ma non certo in ordine d’importanza, l’eccellente livello delle esecuzioni che come sottolinea lo stesso titolo dell’album non si limita ad una mera riproposizione della bossa-nova ma introduce ben individuabili elementi jazzistici nelle celebri melodie brasiliane (si ascolti a mo’ di esempio con quanta pertinenza le note del coltraniano “Lonnie’s Lament” vengano utilizzate per introdurre “É Preciso Perdoar”).

Il risultato è affascinante. La Minnozzi si conferma interprete sensibile, sorretta da una tecnica vocale di rilievo che le consente di ascendere senza difficoltà alcuna alle  note più alte, brava anche nello scat (la si ascolti in “Mocidade”) e cosa non proprio comune perfettamente in grado di esprimersi sia in perfetto portoghese sia in perfetto inglese; la sua voce, a tratti lievemente nasale, si staglia stentorea sul meraviglioso tappeto armonico-ritmico disegnato dai compagni di viaggio, sulla scorta di pregevoli arrangiamenti cui non è di certo estranea la mano di Paul Ricci. E di rilievo il modo in cui riesce a colloquiare con i compagni di viaggio: certo l’intesa con Paul Ricci è cementata da anni di fruttuosa collaborazione ma con gli altri no. Eppure l’intesa è perfetta: si ascolti come riesce a interloquire con le improvvisazioni di Hirahara in “Vivo Sonhando” (Jobim).
E le perle offerte dalla vocalist si succedono senza soluzione di continuità fino al conclusivo “Dindi” di Jobim impreziosito da un ispirato arrangiamento, di sapore blues.
Insomma un album di assoluto spessore, forse il migliore nella già prestigiosa carriera della Minnozzi.

Si ringrazia Chris Drukker per la photogallery di Mafalda Minnozi

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Trombonista abruzzese, classe 1983, Francesco Di Giulio è sulle scene jazzistiche oramai da parecchi anni.
Dopo la maturità scientifica conseguita nel 2002, si dedica interamente alla musica, al jazz. Così nel 2007 ottiene una borsa di studio presso i seminari estivi di Siena Jazz e successivamente partecipa ad un International Jazz Master a Siena. Nel 2009 ottiene il Diploma Accademico di primo livello in Jazz, Musiche improvvisate e Musiche del nostro tempo (Triennio Superiore Sperimentale di I livello) presso il Conservatorio di Musica “G. B. Martini” di Bologna. L’anno successivo vince una borsa di studio presso la New Bulgarian University in cui ha l’occasione di studiare, tra gli altri, con Glenn Ferris. L’attività professionale vera e propria inizia già nei primissimi anni 2000 e negli ultimi dieci anni si è notevolmente intensificata con la partecipazione, tra l’altro, a numerosi gruppi e orchestre sia come I trombone, sia come side-man, sia come compositore.
Per conoscerlo meglio ecco tre album, registrati in periodi diversi.
Cuneman – “Tension and Relief” UR Records è il secondo capitolo del progetto musicale Cuneman che in questa occasione cambia radicalmente pelle: non più il quartetto composto da sax, tromba, contrabbasso e batteria del primo disco del 2018 ma una formazione allargata a sei, con l’aggiunta del trombone suonato proprio da Francesco Di Giulio e del susafono nelle sapienti mani di Mauro Ottolini. Il risultato è eccellente in quanto il gruppo conserva le sue caratteristiche migliori, vale a dire una sapiente ricerca sulle armonie senza scivolare nel banale, con una giusta considerazione del passato ma con più di un occhio rivolto al free jazz. In quest’ambito particolarmente positivo l’inserimento di Di Giulio che riesce a ben dialogare con i compagni di viaggio (si ascolti il suo assolo in “Schifano”). Il gruppo sarà impegnato il prossimo 18 agosto alla Civitella di Chieti.

Completamente diverso il secondo album, “Mo’ Better Band” – “Li vuoi quei kiwi?”
La Mo’ Better Band nasce nel 2003 da un’idea di Fabrizio Leonetti, fondatore e sassofonista del gruppo: l’obiettivo era fondere la versatilità e l’organico tipici della classica banda italiana, con l’energia di un repertorio principalmente funky con “ammiccamenti” al jazz. Il tutto portato per le strade, in mezzo alla gente, per farla ascoltare anche a chi non è un appassionato di jazz.  Il nome della band proviene da ‘Mo’ Better Blues’, il brano eseguito, nell’omonimo film di Spike Lee del 1990, dal Brandford Marsalis Quartet. Di Giulio entra nella band nel 2007 nella duplice veste di strumentista e compositore ed in questo album firma il brano d’apertura (“Jam”) e quello di chiusura (“Soul In Da Hole”) a conferma di un apporto tutt’altro che marginale, come evidenziato anche dal convincente assolo nella title track.
Determinante è invece il ruolo di Di Giulio nel terzo album, “Re-Birth of The Cool” il cui contenuto musicale è già chiaramente espresso nel titolo. Si tratta, infatti, della rilettura dello storico album di Miles Davis pubblicato nel 1957 dalla Capitol Records che raccoglie le registrazioni effettuate tra il 1949 e il 1950 dal “nonetto”, capitanato da Miles Davis con gli arrangiamenti di Gil Evans. Come sottolineato dall’amico e collega Fabio Ciminiera “sulla scorta delle trascrizioni del trombonista Francesco Di Giulio e della sua conduzione e, va da sé, sulla scia delle registrazioni originali è stato costituito un nonetto fedele all’originale, con l’incontro tra musicisti jazz e classici e con alcuni dei solisti emergenti della scena abruzzese-marchigiana”. Confrontarsi con un’impresa del genere non era certo impresa facile e il trombonista-leader in questa occasione ne è uscito più che bene; sotto la sua conduzione il gruppo ha evidenziato un buon affiatamento generale e i musicisti hanno avuto modo di esplicitare appieno le proprie potenzialità data la scelta, effettuata allo stesso Di Giulio, di dare maggiore spazio agli assolo mantenendo inalterate per il resto le strutture architettate all’epoca. Ulteriore elemento che rende particolarmente riuscito l’album, il fatto che è stato registrato dal vivo il 21 giugno del 2012 durante un concerto alla Villa Comunale di Roseto degli Abruzzi.

Gerlando Gatto

Keith Tippett: grande musicista e uomo gentile e affettuoso

Keith Tippett non è più fra noi. Mi sembra impossibile. Sapete com’è, crediamo di essere immortali e che lo siano anche tutti i nostri cari e tutte le cose che fanno parte della nostra vita. Poi succede e si rimane sgomenti, ed è difficile capire veramente cosa accade. Cosicché adesso io non dovrei più suonare con Keith? Niente più concerti e dischi da incidere? Nessun altro dopo concerto bevendo birra insieme? Nessuna confidenza da sussurrare con pudore? Niente più risate che attraversano il silenzio della notte come fulmini improvvisi? No, non riesco a credere che tutto questo e tanto altro non potrà più ripetersi. Pensieri e ricordi affollano velocemente la mia mente.

Keith Tippett e Stefano Maltese

A Keith le ripetizioni piacevano: gli piaceva ripetere serie di note fin quando non erano più singole note ma un unico blocco che viveva di vita propria, staccandosi dalla realtà circostante per divenire flusso e vortice, porta verso altre dimensioni. Si avvicinava al pianoforte come se dovesse officiare un rito sacro, appendeva dei sonagli e predisponeva alcuni oggetti che avrebbe usato all’interno del pianoforte, evocando suoni ancestrali e immaginifici. Quasi sempre iniziava lentamente, come se non volesse profanare il silenzio che si crea prima dell’inizio di un concerto, come un bambino che entra in punta di piedi in un luogo sacro. Spesso il pomeriggio del giorno del concerto l’ho visto esercitarsi energicamente e a lungo, a volte suonando musica di Bach con impeto e padronanza inimmaginabili. Ma gli piacevano anche le ripetizioni verbali, aveva delle frasi che amava ripetere come mantra: “Possa la musica non diventare mai un altro modo per far soldi”; “La vita è dura e alla fine si deve anche morire”; Mi piace tutta la musica tranne il country”; “È l’oscurità che ci permette di vedere la luce”.

Keith Tippett e Stefano Maltese

Keith era un grande musicista ma era anche un uomo gentile, affettuoso, attento, generoso. Una volta mi raccontò di un viaggio in inverno per raggiungere una cittadina inglese dove avrebbe dovuto tenere un piano solo. Lungo la strada le condizioni climatiche peggiorarono notevolmente, c’era neve dappertutto e quando arrivò trovò solo un ragazzo seduto in prima fila ad aspettare. A causa del maltempo non arrivò altro pubblico, ma Keith decise di suonare comunque: “Quel ragazzo aveva sfidato la bufera per essere lì, quindi io dovevo suonare!”, mi disse. E lo fece.
Keith Tippett amava allo stesso modo sia improvvisare che comporre. Il piano solo e il gruppo Mujician (gruppo straordinario, con Paul Dunmall, Paul Rogers e Tony Levin) erano le situazioni privilegiate della musica improvvisata, ma era disponibile anche verso altre situazioni. Verso la metà degli anni ’90 lo coinvolsi in un quartetto con Evan Parker, Antonio Moncada e me stesso: credo che Keith ed Evan non avessero mai suonato insieme prima di allora. Insieme realizzammo un disco per la Splasc(h) registrato dal vivo: “Double Mirror”. Il Tippett compositore ha scritto musica per svariati organici, creando nel 1970 la mitica orchestra Centipede – cinquanta musicisti, centopiedi – incidendo il notevole Septober Energy, prodotto da Robert Fripp, il leader dei King Crimson.

Ieri molte testate giornalistiche hanno titolato: “Addio all’icona del jazz rock che lavorò con i King Crimson”. Ecco, questo a Keith non sarebbe piaciuto per niente. Ogni volta che abbiamo suonato insieme ha sempre mostrato grande disappunto nel leggere che i giornali presentando il concerto scrivevano della sua collaborazione con i King Crimson. Mi diceva: “Sono stato con loro meno di due anni e poi per tutta la vita ho suonato altro ma scrivono sempre questa storia come se fosse la cosa più importante.” Infatti, Keith ha tenuto innumerevoli concerti, ha registrato dischi che sono fondamentali, ha creato gruppi e ha collaborato con musicisti notevoli provenienti da svariati contesti: l’elenco sarebbe enorme, ma bisogna ricordare almeno le collaborazioni con Elton Dean, Nick Evans, Mongezi Feza, Dudu Pukwana, Harry Miller, Mark Charig, Robert Wyatt, Louis Moholo, Stan Tracey, e per averne un’idea più completa basta fare un giro nel web.
Fra i dischi, oltre a quelli già citati, vorrei ricordare almeno Dedicated to You But You Weren’t Listening, Blueprint, Frames (Music for an Imaginary Film), Mujician, Une Croix Dans L’Ocean,     The Unholy Rain Dancer, Couple In Spirit, Ark, Supernova, Colors Fulfilled. Vorrei ricordare anche “The Lion Is Dreaming”, l’album che abbiamo inciso insieme nel 2007. Entrammo in studio senza aver provato i pezzi che avevo preparato – tranne uno che avevamo suonato in concerto il giorno prima – e suonammo i pezzi con grande partecipazione emotiva e fra i miei dischi è decisamente uno di quelli che preferisco. Keith suona magnificamente, e per dare un’idea di quale fosse il nostro rapporto di amicizia posso dire che il pezzo che dà il titolo al disco è dedicato a mio figlio Leonardo (che era nato tre mesi prima di questa registrazione), e l’unico assolo del pezzo lo suona Keith: ero sicuro che la sua sensibilità gli permettesse di interpretare la mia composizione con la delicata poesia di cui era capace.
E poi c’è un’altra cosa forte nella vita di Keith: il suo grande amore (assolutamente ricambiato) per Julie, sua moglie, la compagna della sua vita. Si conobbero nel 1969, quando Keith fu chiamato per scrivere degli arrangiamenti per un disco di Julie che ai tempi era ancora Driscoll, notevole e celebre cantante dall’impronta decisamente soul. Ebbene, si sposarono nel 1970 e da allora sono rimasti sempre insieme, compagni nella vita e nella musica formando una vera “couple in spirit”. Anche Julie è una persona speciale, e sono onorato di averla conosciuta e di aver suonato con lei. Quando eravamo in giro non c’era una volta in cui Keith non parlasse di lei. Una volta restammo insieme più di una settimana per un workshop, e infine arrivò anche Julie per un concerto: ricordo l’emozione di Keith nell’attesa del suo arrivo, come se stesse per incontrarla per la prima volta.
Keith Tippett era un grande musicista e un uomo integro che nella sua vita non è mai sceso a compromessi: ci lascia una grande eredità musicale, umana e spirituale.

Dedicated to You, But You Weren’t Listening (1971)

https://youtu.be/Wg2vuM3jD1U

Centipede – Septober Energy, Part 4 (Unite for Every Nation)

https://youtu.be/dmbLATlmF_w

Ovary Lodge (Keith Tippett-Julie Tippetts-Harry Miller-Frank Perry)

https://youtu.be/crjIGfj8XyM

Enter Alloy Exit Rust (Maltese-Moncada-Parker-Tippett) Excerpt from Double Mirror Live at the Labirinti Sonori Festival 1995 – Noto (Siracusa) August 31, 1995 Stefano Maltese – soprano sax Evan Parker – soprano sax Keith Tippett – piano Antonio Moncada – drums & percussion

https://youtu.be/C7-byclGD78

The Lion Is Dreaming (feat. Keith Tippett)

https://youtu.be/1SQpRXOru7Y

Stefano Maltese

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Andrea Beneventano, pianista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Andrea Beneventano, pianoforte

-Come stai vivendo queste giornate?
“In queste giornate bisognerebbe distinguere le cose negative da quelle positive (quest’ultime non troppe per la verità..); l’aspetto che viene subito in mente è la monotonia delle giornate scandite da elementi tristemente ripetitivi, ci si alza, poi la colazione, studio del pianoforte, verso mezzogiorno pausa, si esce a comprare qualcosa per il pranzo, si cucina, si pranza davanti al TG1 delle 13.30, ogni tanto rispondi a un messaggio sui social (il più delle volte , video e amenità idiote che sottolineano ancora di più la vuotezza delle giornate delle persone, ma forse anche la vuotezza delle persone? O forse anche un bisogno di comunicare anche a costo di mandare baggianate) poi quasi sempre pennichella dopo pranzo, 15.30 circa si fanno i piatti, poi ci si rimette a studiare il piano con qualche pausa qua e là.. Nel frattempo si sono fatte le 19.30 circa, bisogna farsi qualcosa per la cena! E allora vai in cucina a cucinare… Ore 20.00 telefonata ai genitori in Sicilia, poi cena davanti al TG delle 20.30. Poi se c’è un bel film me lo vedo altrimenti si spegne la TV e si ascolta un po’ di musica tra cd Youtube etc. Più o meno a mezzanotte/l’una a letto. Le varianti sono leggere qualche libro, annaffiare le piante nel balcone, pulire la casa, fare la lavatrice etc. Come vedi il quadro non è esattamente il massimo. La cosa più positiva è avere tantissimo tempo a disposizione per suonare e studiare lo strumento, sto anche componendo qualcosa. L’altra cosa positiva sono le lezioni su Skype che faccio tre volte a settimana agli allievi del conservatorio di Latina dove attualmente insegno, quello è un momento bello”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso
“Per il lavoro è un disastro! A parte l’insegnamento sulle piattaforme digitali, che non è sicuramente la stessa cosa delle lezioni tradizionali, il musicista non suonando più in giro non solo non ha più le gratificazioni del pubblico ma non guadagna! Non vorrei essere oggi nei panni di chi lavora soltanto con i concerti… Sono ottimista per il futuro ma chissà però QUANDO si ritornerà esattamente come prima!! nessuno può dirlo”.

Stando così le cose, da dove trai i mezzi di sostentamento?
“Sbarco il lunario con lo stipendio del conservatorio (…che fortuna oggi)”.

Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo da solo e questo mi sembra una “dura prova” in questo periodo”.

Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
Non sono sicuro che questa situazione porterà a particolari cambiamenti nelle persone, se non per la capacità di gestire il lavoro da casa e qualche altra cosa.  Ma quando ci saremo lasciati tutto alle nostre spalle ognuno sarà quello di prima con pregi e difetti”.

Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
La musica per me è forse una delle pochissime cose che mi sta tirando fuori dalla tristezza e negatività di questo periodo, penso che per molti sia così, anche non musicisti”.

Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Ci si può affidare solo a sé stessi, alle proprie passioni da coltivare e alla speranza che tutto finisca al più presto”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“L’unità tra la gente per me non è una finzione. Lo vedi anche quando esci e incroci lo sguardo di qualcuno, sotto le mascherine si avverte la condivisione purtroppo e la sensazione che stare nella stessa barca ci avvicini l’uno all’altro… Forse è solo una mia sensazione. Se poi ti riferisci all’unità nazionale mi sembra che ci sia abbastanza, ma dove lo trovate un ottimista cosi?? L’Italia si è dimostrata abbastanza unita anche nei comportamenti. Senza parlare dei medici e infermieri che tutti noi dobbiamo ringraziare e che in molti hanno sacrificato la loro vita”.

Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
“Non molto a dire la verità. È pur vero che gestire una situazione del genere non è per niente facile, comunque bisogna aspettare i risultati per poter giudicare”.

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Personalmente chiederei visibilità alla categoria dei musicisti e degli artisti in generale e sensibilizzerei il Governo a considerare negli aiuti non solo le fabbriche, gli imprenditori con partita Iva etc. ma tutto il sommerso che non si vede, i musicisti che lavorano senza essere riconosciuti, che non hanno contributi previdenziali e adesso sono letteralmente in ginocchio! Ho aderito anch’io, ultimamente, a lettere indirizzate agli organi competenti che affrontano queste problematiche”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
Nessun suggerimento in particolare”

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Claudio Cojaniz, pianista e compositore

Intervista raccolta da Marina Tuni

Claudio Cojaniz, pianista e compositore

-Come stai vivendo queste giornate?
«Molto studio e composizione. Ascolto la lettura dei giornali su Rai Radio 3 al mattino e basta. Non mi
faccio inondare da troppe notizie. In casa curiamo molto la gastronomia».

-Come questo forzato isolamento ha influito sul tuo lavoro?
«L’incubo mi sta spremendo ancora di più, sollecitando la mia creatività».

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
«Non so cosa sarà il futuro, non ne ho minimamente idea. Dipenderà da dove andiamo. Mai l’umanità si è trovata davanti ad un bivio così tremendo: tra estinzione o rinascita, tra involuzione definitiva o salto evolutivo. Le crisi non sono né positive, né negative: sono una opportunità, invece… dipende da come se ne esce. C’è tanta brava gente in giro e le riflessioni che tutti siamo costretti a fare spero spingano la maggior parte delle persone a rimettere in ordine le gerarchie dei valori. Se prevale la paura, il “dopo” potrebbe diventare una guerra dell’uno contro l’altro, in una società con disuguaglianze ancora più indecenti e la sfiducia totale nei confronti degli stati. Se prevale il rispetto si potrebbe dire che questo disastro ci ha dato l’occasione di ripensare ad un mondo nuovo, a partire per esempio dall’integrazione definitiva delle migliaia di persone che dall’Asia e dall’Africa stanno cercando accoglienza in Europa. In sostanza dobbiamo lavorare per superare la vergogna degli egoismi nazionalisti. Il fare musica è di questo mondo ed il suo futuro, il nostro futuro, dipenderà per quale strada l’umanità intenderà procedere».

-Come riesci a sbarcare il lunario?
«Come posso…».

-Vivi da solo/a o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
«Condivido la mia vita con un’altra persona. Fa la differenza, ci aiutiamo a vicenda ».

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e  professionali sotto una luce diversa?
«Come dicevo sopra, dipende da che parte cammineremo».

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

«È la consapevolezza con cui si ascolta ad aiutare, non tanto la musica in sé, visto che la parola “musica” abbraccia varie situazioni, mercificate quasi tutte. Districarsi là dentro è complesso e implica studio appassionato. La musica è ascolto, altrimenti non esiste…».

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
«A qualunque arma sia capace di aumentare il volume della coscienza. Consiglierei la letteratura e la
poesia per viaggiare dentro sé ed ascoltarsi un po’ di più».

-Quanto c’è di inutile retorica in questi continui richiami all’unità?
«Credo si tratti di una reazione allo spavento cosmico che sta chiudendo ancora di più le persone in una sorta di eremitismo di massa, atterrite dall’apocalisse mediatica messa in atto, sullo sfondo, a colonna sonora della nostra ridicola attuale esistenza».

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vostri organismi di rappresentanza?
«E chi sarebbero mai costoro, i “nostri” organismi? No comment come minimo. Plaudo invece a tutti i produttori musicali, organizzatori di concerti e operatori culturali vari, che dovranno essere capaci di rimettere in piedi almeno una parte di tutto ciò che si stabilì prima di questa schifezza: al massimo sento loro come i “nostri”».

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
«Niente».

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
«Tutto. Poi quando cominci ad ascoltare una seconda volta lo stesso pezzo a quel punto hai fatto una scelta e comincia a dispiegarsi la tua verità. Sarà utile comunque tener presente che non è vero che tutte le strade portano a Roma: quella di mezzo non va da nessuna parte e ci fa smarrire in tanto mare, rendendoci facili prede di scaltri pirati».

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Riccardo Arrighini, pianista

Foto Daniele Maglie

Intervista raccolta da Daniela Floris
Foto di Daniele Maglie

Come stai vivendo queste giornate? 

Abbastanza bene, mi sento molto fortunato in questa situazione perché ho famiglia con moglie e due figli che amo molto,  in comoda casa con giardino ampio, e questo mi permette di soffrire meno di chi è solo o vive in appartamento.


Come ha influito sul tuo lavoro? 

In realtà sono annoverato tra i musicisti che di solito passano diverse ore al giorno al pianoforte per praticare, studiare, scrivere, arrangiare, insegnare (su Skype), quindi la vita in generale non è cambiata più di tanto.

 

Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso? 

Sono molto preoccupato dal punto di vista economico, non so. Credo però che, nella più ottimistica previsione, per noi musicisti il 2020 sia un anno che “salta”…

 

Come riesci a cavartela senza poter suonare? 

In effetti, tra tutte le cose elencabili, quella che sicuramente mi manca di più è il contatto col pubblico durante i miei live. E, ripeto, anche per quanto concerne l’aspetto economico è durissima: ci è venuto a mancare in un attimo sia la possibilità di ottenere performances che lezioni live o seminari/workshop. Non a tutti piace Skype: molti allievi rinunciano o sospendono.
Per quanto mi riguarda sto cercando di esibirmi sul web da casa con “concertini” veri e propri e per quanto riguarda le lezioni uso Skype, insomma, con l’ausilio del web, come fanno adesso moltissimi colleghi, .


Quanto risulta importante vivere insieme alla tua famiglia? 

Molto imporante: per carattere, sono un “comunicativo”, e anche piuttosto gioioso, non riesco a stare da solo per lunghi periodi, dopo un pò mi mancano le persone.

 

Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?

A questa domanda non so davvero cosa rispondere…da una parte mi sento di dire di SI’, perché sicuramente usciremo molto “scottati” da questo isolamento e niente sarà più come prima, in primo luogo nei rapporti umani e professionali. Sicuramente, almeno in una fase iniziale, ci sarà molta più solidarietà tra le persone… dall’altra spero che , dando per scontato che tutto questo presto finirà, dopo una prima fase di “attenzioni” l’essere umano non si faccia coinvolgere di nuovo dalla pigrizia, dall’essere “viziato”, dal tornare a dare per scontate cose come affetti e legami professionali, o anche solo il potersi riabbracciare o stringere una mano.

Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

Assolutamente sì Suonare per me è vera e propria linfa quotidiana (passo almeno 3-4 ore sul piano ogni giorno), come una pianta che annaffio e curo giornalmente. Credo però che tutto questo periodo così allucinante abbia fatto capire a tutto il mondo quanto possa essere noiosa la vita senza l’Arte. Non credo esista persona che, dopo 40 giorni di isolamento, non abbia “frenato” e si sia messo di più in ascolto di se stessa e abbia letto di più, ascoltato più musica o qualsiasi altra cosa inerente ad Arte e Cultura.

 

Se non alla musica, a cosa ci si può affidare? 

Credo che ci siano molti modi oltre la musica per cercare di superare questi momenti difficili per tutti. Io ad esempio pratico meditazione ogni giorno, con effetti impensabili sulla mia “centratura” e concentrazione, ma anche lo yoga o fare attività fisica (chi ha spazi) o, come dicevo prima, leggendo e studiando qualcosa di nuovo. Cercare e “cercarsi”.

 

Quale tuo progetto è rimasto incastrato in questa emergenza e vuoi segnalare? 

Da 2 anni circa sono seguito come musicista dall’agenzia Stilnovo capitanata da Vincenzo La Gioia, mio manager, agente e caro amico, con cui in questa prima fase di lavoro avevamo seminato tantissimo sia a livello strategico che a livello artistico e, di conseguenza, di ingaggi. I diversi progetti che abbiamo messo su, non senza grandi riflessioni e dovizie di particolari, stavano funzionando a meraviglia con concerti in tutta Italia. Segnalo il mio “B.A.T JAZZ TRIO” , con Luca Bulgarelli al contrabbasso e Lorenzo Tucci alla batteria: dovevamo registrare in questo aprile. Il progetto punta sul tema parodistico della Gotham di Batman del “salvataggio della specie”: io sono Batman, Robin è Lorenzo Tucci,  e con Alfred, che è Vincenzo La Gioia, cerchiamo di riportare l’ordine in città soprattutto dalla minaccia di Luca Bulgarelli, il Joker, che è pericolosissimo!)
La scaletta è davvero varia, da brani miei originali a brani pop, rock e di grandi autori come Mozart, Pink Floyd, Petrucciani, Metheny, Mc Coy Tyner e standards.
Ma c’è anche il mio duo con Javier Girotto in un progetto molto melodico e basato su nostre musiche originali, il duo con il trombettista Andrea Tofanelli (come me di Torre del Lago Puccini, dove entrambi abbiamo residenza) sulle arie di Giacomo Puccini rivisitate in chiave jazz: in particolare questa è una operazione che svolgo in piano solo dal 2005 con molti concerti sia in Italia che all’estero) e di cui abbiamo un CD in prossima uscita mondiale dal titolo “OperiAmo”.
Inoltre ci tengo a segnalare i miei altri duo: con la bravissima cantante Sara Della Porta col progetto sul Songbook americano, con Gabriella Zanchi, soprano e attrice, su un suo progetto ancora legato all’Opera in jazz, e infine con Maurizio Rolli, eccellente bassista pescarese, con cui stavamo per l’appunto per varare un progetto davvero interessante per noi 50enni: rivisitare le sigle dei grandi telefilm che hanno caratterizzato la nostra infanzia, da Belfagor, a Star Trek, a Spazio 1999 ad Arsenio Lupin, e così via.
Direi che sono tutti rimasti incastrati proprio nel momento in cui eravamo, io Vincenzo e tutti i musicisti nominati, davvero entusiasti e lanciatissimi!
Ma sono sicuro che non appena tutto si riaprirà, sapremo ritrovare subito quel “mood” e riniziare a fare l’attività che amiamo.

 

Mi racconti una tua giornata tipo? 

Generalmente la mia vita, in condizioni di normalità, è divisa tra quando sono in giro a suonare e quando sono a casa, due dimensioni completamente diverse.
Se sono a casa ho molte ore impegnate nell’organizzazione domestica, quindi tempo per moglie e figli, spesa, pulizie: ma cerco di trovare sempre tre o quattro ore ogni giorno per praticare, arrangiare, comporre, scrivere parti per i musicisti.
Inoltre insegno dal vivo e online da casa.
Quando sono in giro per concerti invece mi lascio completamente avvolgere dall’atmosfera della trasferta/concerto, che dopo 30 anni per me riveste ancora il carattere dell’ ignoto ogni volta, perché devo concentrarmi totalmente su tutti gli aspetti pratico-logistici (in cui sono una frana) che mi a-spettano, oltre ovviamente a preparare fisicamente e mentalmente un concerto.
In questa quarantena forzata la mia giornata tipo parte a metà mattinata (approfitto della non-scuola per dormire un po di più) in cui faccio lavori domestici, aiuto i figli nei compiti, cucino,faccio meditazione, mi godo la casa. Il pomeriggio talvolta ho lezioni online ma perlopiù studio e mantengo le dita (e la testa) in allenamento. Dopo cena leggo o guardo film/serie tv con moglie e figli poi, dalle 23 in poi, vado nel mio studio e lì inizia la vera fase del “mio” rilassamento, in cui mi dedico all’ascolto della musica, non solo jazz, e questa fase può durare anche diverse ore.  Vado a letto tardi, lo so… ma mi è necessario per nutrire la mia insaziabile voglia di conoscere mondi e modi di suonare che possano ispirarmi e anche curiosità di essere sempre aggiornato su tutto quello che succede nel mondo tra i musicisti, anche grazie ad internet che, tra i suoi pregi, permette oggi di essere connessi con tutto in un attimo.

 

Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal governo cosa chiederesti? 

Di cancellare ed annullare per sempre la famosa frase “con la Cultura non si mangia”, pronunciata anni fa da un altrettanto famoso politico.
Con la Cultura a mio avviso si mangia (specie in Italia, e si mangerebbe molto, se volessimo e loro lo sanno) e soprattutto si “respira”. Basta vedere oggi, nel pieno dell’emergenza Coronavirus e in cui le persone hanno più tempo libero, quanto “fame” si ha in più di leggere, migliorare la propria cultura personale o crescita individuale o voglia di leggere, ascoltare musica, guardare documentari, cucinare. Noi italiani abbiamo date per scontate troppe cose in cui siamo tra i primi al mondo, ed è venuto il momento di riappropriarsene.

 

Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento? 

Non credo di essere la persona adatta per consigliare ascolti specifici perché il mio problema è che mi piace tutta la bella musica, o perlomeno quella che io ritengo tale. Ma il mio gusto è talmente a 360° che faccio fatica a suggerirne uno in particolare. Anche dal punto di vista jazzistico ho un’idea molto ampia su questo genere, mi sento molto “aperto” sia al mainstream che alle sperimentazioni o fusioni. Anzi, non ho mai in realtà considerato il jazz come un “genere” ma altresì un “linguaggio” che si impara e si può applicare a qualsiasi ambito.
Come ho accennato più su da molti anni ad esempio porto in giro una mia particolare rivisitazione di brani d’Opera in chiave jazz, basata soprattutto su compositori italiani quali Puccini (il mio conterraneo d.o.c.) Verdi, Rossini, Mascagni, Leoncavallo, ed altri.

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Francesco Cusa, batterista e scrittore

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Francesco Cusa, batterista, scrittore – ph Paolo Soriani

-Come sta vivendo queste giornate.
“Con la consapevolezza di chi attende una catarsi da ogni scenario distopico. In un certo senso posso dire di esser pronto a un evento del genere, avendo avuto una formazione che di simili scenari si è nutrita fin dall’adolescenza: dai fumetti, ai libri, al cinema. Ne ho scritto molto anche nei miei libri, ne parlo in vari miei racconti, come ne “I mille volti di Ingrid”. Dunque, questa “reclusione” per me significa ancora produrre: mi ritrovo con più cose da fare di “prima”, a tal punto che mi risulta difficile comprendere come riuscirò a realizzare tutti i miei progetti una volta finita questa emergenza”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?
“Naturalmente ho subito un grave danno con la cancellazione di molti concerti e di presentazioni dei miei libri. La mia proverbiale fortuna ha fatto sì che uscissero, poco prima dell’esplosione della pandemia, sia il libro “Il Surrealismo della Pianta Grassa” sia il cd doppio “The Uncle” dedicato all’amico recentemente scomparso Gianni Lenoci, con conseguenze facili da immaginare. Sono molto affranto perché avevo organizzato un tour pugliese in memoria di Gianni… speriamo di poter recuperare in futuro. A tal proposito ritengo che sarà molto difficile ripartire. Occorrerà approfittare di questo stallo per rivedere la politica dell’organizzazione musicale in Italia, liberarla dai gangli che la congestionano in clan e cordate, per una gestione e selezione più armoniche e meno elitarie. La parola d’ordine è comunque defiscalizzare”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Da quest’anno, e dopo quasi 15 anni di precariato in giro per l’Italia, a 53 anni suonati ho il mio primo contratto a tempo determinato al conservatorio di Reggio Calabria, dove insegno “Batteria Jazz”. Altrimenti l’avrei vista davvero dura. C’è da dire che ancora però non ho visto una lira… ops! Un euro”.

-Vive da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante?
“Vivo da solo, molto felicemente e per scelta. Per me è una dimensione straordinaria il poter gestire il mio tempo e il mio spazio. C’è un sottile canto che viene intessuto nei reami del domestico. Certo, occorre avere antenne molto potenti e non sentire il bisogno di avere necessariamente qualcuno a fianco. Dico sempre che il vero single si riconosce dal fatto che quando rientra a casa alla sera e si chiude la porta alle spalle prova uno straordinario senso di pace”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“Fortunatamente, penso proprio di sì. Siamo di fronte a un fatto epocale che genererà un importante (ma non ancora decisivo) cambiamento bioenergetico in una grande parte della popolazione mondiale. I rapporti umani e professionali saranno caratterizzati da una prima naturale fase di formale diffidenza e straniamento, per poi tornare in una nuova dimensione di fascinazione. Simbolicamente, questa nuova modalità relazionale rappresenta lo zenit del processo di distanziazione fra sapiens, processo cominciato millenni fa e relativo all’alfabetizzazione”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“Senza ombra di dubbio. La musica come tutto il resto, ossia la meravigliosa opera creativa dell’uomo nel suo contesto ambientale, è l’antidoto sublime contro l’entropia. Nessun momento in cui ci è dato vivere è “terribile”. Nel dolore, nella sofferenza c’è sempre, a saper bene ascoltare, ciò che il filosofo indiano Abhinavagupta definiva il “Tremendo”, ossia quello stadio supremo che non è più conoscenza concettuale ma conoscenza- vita, il canto terrificante e suadente del mistero del campare. Siamo fortunati”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Affidarsi a qualcosa è già essere nella dipendenza. Occorre vivere il proprio tempo e le necessità che esso impone con la consapevolezza di essere nel posto giusto e al momento giusto. Sempre, anche nei momenti più difficili e umilianti della vita. Ci si può affidare a stento alla nostra coscienza e poi, semmai, donare per ricevere. Ma sempre con molta parsimonia, diffidando alquanto. Affidarsi a qualcosa di esterno è abbandonarsi al flusso delle maree. Da naufraghi, scegliere una fascinosa esistenza romantica nell’illusione dell’approdo”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“C’è tutta la banalità necessaria a generare una buona dose di salutare nausea. Naturalmente la paura ha la grande capacità di rimuovere ostacoli, ma è semplicemente un riflesso dell’angoscia. Non si produce nulla di bello se si è nella paura. L’emergenza è lo stato prediletto dallo speculatore”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“No. Anche perché non ho e non riconosco alcun organo che possa rappresentarmi. E poi rappresentare chi, quale me? Chi sono io? Un musicista? Uno scrittore? Un giullare? Un critico? Un impostore? Poco importa. Anche qui torna comoda la domanda precedente: ci si sarebbe dovuti muovere per tempo sulle cose da fare, su tutte assicurare un’intermittenza agli artisti, perché l’arte è il vero pane del mondo… non voto da decenni, non voglio essere rappresentato né politicamente, né tantomeno artisticamente. Posso scegliere di partecipare e condividere ciò che in me risuona e che ritengo utile alla causa comune. Ma dopo quasi trent’anni di vita spesa in collettivi artistici come Bassesfere e Improvvisatore Involontario, adesso preferisco seguire una mia via ‘ascetica’ “.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?

“Nulla. Attenderei che mi si chiedesse cosa posso offrire in base alle mie competenze”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Oramai ascolto prevalentemente colonne sonore di film, dunque, non volendo fare l’ipocrita, consiglierei l’ascolto di due cd appena usciti e che vedono protagonista il mio caro amico Gianni Lenoci, recentemente scomparso: “The Whole Thing” con Gianni Lenoci al piano e Gianni Mimmo al soprano, appena uscito per Amirani, e il mio ultimo “The Uncle (Giano Bifronte)”, doppio cd appena sfornato da Improvvisatore involontario e Kutmusic”.

Gerlando Gatto