Roma: l’International Jazz Day a Monte Mario – Il jazz quale fattore di aggregazione

Molti sono stati i modi di festeggiare l’International Jazz Day, con grandi e piccole iniziative. Ci piace dare informazioni su “Musica, parole e immagini in jazz”, manifestazione a cura del batterista Ivano Nardi in collaborazione con l’Associazione Laboratorio Stabile, che si è tenuta il 28 aprile scorso, a Roma nel quartiere Monte Mario, presso l’auditorium dell’Istituto Comprensivo “P. Stefanelli”, sede di via Taverna. Siamo, quindi, in una scuola dove – oltre alle consuete ed indispensabili attività didattiche – un’associazione sta realizzando corsi di musica e rassegne, aprendosi ai cittadini e fornendo un servizio culturale che, spesso, sul territorio è limitato se non inesistente.

In questa occasione speciale – dalle 17 alle 20 circa – si sono alternati suoni e discorsi, immagini e suggestioni in una variata alternanza di stili, soggetti, riferimenti a quella musica di matrice afroamericana che è diventata ormai una patrimonio “immateriale” dell’umanità, riconosciuto dall’UNESCO nel novembre 2011, con la proclamazione del 30 aprile come Giornata Internazionale del Jazz. Di questa musica è stata valorizzata proprio la capacità di connettere culture e creare incontro, di unire persone e popoli in un messaggio di fratellanza. Di ciò ed altro ha parlato il promotore Ivano Nardi, sottolineando l’importanza di portare la cultura fuori dai “salotti buoni” e di impegnarsi perché ci siano occasioni di conoscenza in un quartiere che ha le sue problematiche e in una situazione storica in cui chi governa va nella direzione opposta all’accoglienza e all’intercultura. Spesso, ha sottolineato il batterista-organizzatore, le istituzioni sono assenti ed allora emerge il valore di autogestirsi, con le mille questioni aperte del jazz nel suo rapporto con il sociale, con il mercato, con la critica musicale. “Musica, parole e immagini”, dunque, come forma di integrazione e miglioramento delle condizioni sociali.

Sono intervenuti vari musicisti e operatori che è giusto ricordare per la loro presenza disinteressata: il Cermic Duo con Francesco Mazzeo e Lillo Quaratino; il quartetto con Lucia Ianniello, Marco Tocilj, Paolo Tombolesi e lo stesso Nardi; l’altro duo R-Esistenza Jazz con Giulia Salsone e Mauro Nota; l’Ivano Nardi Trio (Eugenio Colombo, Igor Legari) con ospiti Sandro Satta e Marco Colonna; la scrittrice e regista Carola De Scipio che ha mostrato in anteprima immagini dal suo lavoro “Music In, Music Out” dedicato al famoso jazz club romano Music Inn; il duo di Donatella Luttazzi (che ha presentato una nuova composizione dedicata al padre, Lelio) ed un sestetto con la Luttazzi, Sonia Cannizzo, M.Tocilj, P.Tombolesi, Daniele Basirico e Carlo Battisti; l’Esacordo Big Band diretta da Giuseppe Salerno che è espressione di una realtà didattica di quartiere. Un paio delle formazioni erano intitolate e ricordavano la figura di Massimo Urbani, uno dei più grandi jazzisti italiani che è importante rammentare e celebrare a Monte Mario dove è nato e vissuto.

Tra le proposte, tutte di valore, di particolare interesse è stata “Musica e progresso sociale: Horace Tapscott’s Dream. Proeizione e filmato e brani della Pan-Afrikan Peoples Arkestra” di Lucia Ianniello che ha condotto importanti ricerche sulla figura del pianista e compositore di Los Angeles. Tapescott ha volutamente rinunciato ad una carriera internazionale per dedicarsi al suo quartiere e alla creazione di strutture e condizioni che potessero aiutare i suoi abitanti a crescere nella musica e nella speranza. Con varie testimonianze (tra cui quella del batterista Billy Higgins) l’intervento curato da Lucia Ianniello ha fatto vedere come l’utopia di Horace Tapscott si sia trasformata in una realtà anche oltre la sua morte, lasciando al quartiere di Watts una ricca realtà sonora e associativa, proprio quello di cui molte periferie romane – oggi schierate sul fronte del razzismo, del rifiuto e della violenza – avrebbero bisogno.

 

Luigi Onori

Sempre in primo piano il vulcanico Paolo Fresu

 

E’ nota la particolare – per certi versi unica – capacità di concentrazione, creatività ed impegno artistico-intellettuale di Paolo Fresu, da poco presidente dell’Italian Jazz Federation (IJF). Tra il 27 aprile ed il 1° maggio il trombettista-flicornista ha partecipato all’”Umbria Jazz Spring” a Terni, suonando in diversi contesti: insieme al violoncello di Giovanni Sollima e all’Orchestra da Camera di Perugia in un nuovo progetto, in duo con Daniele Di Bonaventura (alla Cascata delle Marmore) e con il quartetto Devil (Bebo Ferra, Paolino della Porta e Stefano Bagnoli). Il 30 aprile era a Verona (teatro Ristori) per l’International Jazz Day con “Lumină”, progetto ideato e realizzato insieme a cinque musicisti pugliesi: la vocalist Carla Casarano, la violoncellista Leila Shirvani, il pianista William Greco, il contrabbassista Marco Bardoscia, il batterista/percussionista Emanuele Maniscalco. In realtà è stato Fresu a pensare integralmente il progetto per la propria etichetta Tŭk Music, concependo un’intera opera intorno al tema della “Luce”, con suggestioni letterarie riprese da Erri De Luca, Lella Costa, Marcello Fois e Flavio Soriga.

Non si vuole, qui, tessere elogi in modo acritico, semplicemente mettere in fila dei fatti e sottolineare come l’artista Fresu riesca a seguire in contemporanea svariate iniziative e a cambiare in tempo reale veste e ruolo senza perdere la sua personalità, sfaccettandola invece in innumerevoli aspetti che le donano una maggiore lucentezza.

Il 23 aprile, ad esempio, era a Roma per inaugurare al teatro Eliseo il festival “Special Guest”, organizzato dal Saint Louis College of Music. Il trombettista proveniva dalle prove a Perugia con Sollima ed aveva, nella mattinata, avuto un importante incontro istituzionale mentre il 24 era già pieno di impegni. Essendo personalmente la sera occupato a seguire un concerto all’Auditorium (l’argentino Aca Seca Trio), ho chiesto ed ottenuto il permesso di assistere alle prove del recital dell’Eliseo. Nove i brani in programma, tutti di Paolo Fresu ma in appositi arrangiamenti per il Saint Louis Ensemble, formazione orchestrale diretta dal vulcanico Antonio Solimene. Gli arrangiamenti, davvero pregevoli, sono opera di Luigi Giannatempo a parte tre brani: “Paris” e “Un tema per Roma” affidati a due giovani ricchi di talento come Fabio Renzullo e Filippo Minisola. Anche un tema popolare sardo, “Duru duru durusia”, è stato proposto in un brillante – e complesso – arrangiamento di Giovanni Ceccarelli.

Assistere alle prove è stata un’occasione per apprezzare la qualità del jazz italiano in senso proprio ed in senso lato. Paolo Fresu è stato, da par suo, concentratissimo, attento e partecipe. Ha suggerito qualche modifica, dispensato complimenti ad orchestrali ed arrangiatori, provato e riprovato – quando necessario – con l’umiltà ed il carisma dei grandi artisti. I nove brani della scaletta percorrevano un vasto periodo, con composizioni dei primi anni (“Opale”, “Fellini”) fino a temi più recenti: oltre ai già citati, erano previsti “Walzer del ritorno”, “Trasparenze”, “Tango della buona aria”, “E varie notti”. Il Saint Louis Ensemble è stato impeccabile, professionale ed ispirato durante le prove, pronto a seguire il vigoroso direttore Solimene, a ripetere parti di brani, ad eseguire in modo perfetto gli arrangiamenti conferendo, tuttavia, alla musica il necessario calore. Qualche esempio. In “Un tema per Roma” le partiture sostengono un tema semplice ed ispirato, come il solo di Fresu che ora rallenta, ora illumina, ora velocizza. In “Parigi” si crea un’atmosfera vellutata ed intima, con flauto e clarinetti in sezione, e con l’apporto del sax soprano (Gabriele Pistilli) l’orchestra è pronta a lanciare un liberatorio solo di flicorno.

Finite le prove, democraticamente, Paolo Fresu, Antonio Solimene e l’orchestra decidevano la scaletta del concerto serale che sarà stato magnifico, come le prove pomeridiane nella loro dimensione di laboratorio ad uno stato già avanzatissimo.

Mi sembra, infine, giusto ricordare tutti i membri del Saint Louis Ensemble: Maurizio Leoni, sax alto e flauto; Gabriele Pistilli, sax tenore e sax soprano; Luigi Acquaro, sax tenore e clarinetto; Luca Padellaro, sax baritono e clarinetto basso; Mario Caporilli, tromba; Antonio Padovano, tromba; Giuseppe Panico, tromba; Elisabetta Mattei, trombone; Federico Proietti, trombone basso e basso tuba; Andrea Saffirio, piano; Fabrizio Cucco, basso e Alessio Baldelli, batteria.

Il festival “Special Guest” ritornerà il 10 e 15 giugno con gli ospiti Fabrizio Bosso & Serena Brancale e Javier Girotto & Martín Bruhn.

Luigi Onori

Latin Bossa Experience all’Elegance, il jazz dal sapore latino

Un gruppo di studio della musica latino americana nato tra le mura dell’iMusic School Rome il cui repertorio abbraccia brani noti del genere, scritti dal grande Antonio Carlos Jobim spingendosi alla ricerca di pezzi di musica meno frequentati fino ad esplorare quelle song scritte da grandi jazzisti quali Joe Henderson ed Horace Silver, in puro stile latin-jazz. La direzione e gli arrangiamenti sono di Angelo Schiavi. Dalla mezzanotte, festeggiamenti per l’International Jazz Day.
Sul palco Stefano Novello (flauto), Vittorio Gervasi (sax), Enrico Guarino (sax), Dario Filippi (trombone), Francesco Pandolfi (piano), Massimo Santacesaria (basso) e Fiorenzo Pompei (batteria), Stefania Patanè (voce), Fernando Brusco (tromba) e Attilio Costa (chitarra).

domenica 29 aprile
Ore 21.30
Elegance Cafè Jazz Club
Via Francesco Carletti, 5 – Roma
Euro 20 (concerto e prima consumazione)
Infoline + 390657284458

La scomparsa di Hugh Masekela nel suo Sudafrica: una tromba contro tutte le ingiustizie

Il 23 gennaio, dopo aver lottato contro la malattia, l’ultima delle sue tante battaglie, è scomparso a 78 anni, il trombettista e vocalist sudafricano Hugh Masekela. Ieri, su tutti i media mondiali, rimbalzando sui social, l’annuncio della famiglia: “dopo una lunga e coraggiosa battaglia contro un cancro alla prostata, si è spento serenamente a Johannesburg, Ramapolo Hugh Masekela, circondato dall’affetto dei suoi cari. È stato un padre, un fratello, un nonno e un amico amorevole. I nostri cuori sono profondamente colpiti da questa incolmabile perdita”. La famiglia ricorda anche il fondamentale ed attivo contributo del musicista alle arti, alla musica, al teatro, che rimarrà nell’anima e nella memoria di milioni di persone in ogni continente: un lascito di amore e di avanguardia creativa che attraversa il tempo e lo spazio.

Masekela, conosciuto anche affettuosamente con il nomignolo Bra Hugh, era considerato uno dei padri dell’Afro-Jazz. Un destino di lotta segnato, il suo: a 14 anni ricevette in dono la sua prima tromba da uno dei personaggi che hanno fatto la storia dei movimenti per i diritti civili in Sud-Africa, Padre Trevor Huddleston, che Nelson Mandela definì un pilastro di saggezza, umiltà e dedizione alla causa dei combattenti della libertà, nei momenti più bui della battaglia contro l’apartheid.

La sua biografia racconta che Masekela, dopo essere stato scritturato, nel 1959, dal pianista e compositore Todd Matshikiza per il musical “King Kong” (dove conobbe quella che sarebbe divenuta in seguito sua moglie, “Mama Afrika” Miriam Makeba) decise, l’anno successivo, di lasciare la sua terra, dopo il massacro di Sharpeville, nel quale perirono una settantina di dimostranti, uccisi dalla polizia. Hugh scelse la città di New York e questo fu l’inizio di un periodo di esilio durato trent’anni. A Manhattan, Hugh frequentò la scuola di musica e i numerosi club di jazz, assorbendo l’influente apporto di artisti quali Coltrane, Davis, Gillespie, Armstrong… e furono proprio questi ultimi a spronarlo a sviluppare il suo stile di jazz, d’ispirazione africana e scevro dagli influssi americani. Nacque così, nel 1963, “Trumpet Africaine”, suo album d’esordio. Fu, tuttavia “The Americanization of Ooga Booga”, album registrato dal vivo nel 1966, che lo stesso Masekela catalogò come “township bop”, un mix di sonorità proprie del jazz americano con massicce influenze della tradizione musicale sudafricana, a portarlo al successo, poco prima che il trombettista decidesse di trasferirsi a Los Angeles.

Qui, determinanti furono gli incontri con alcune delle icone del movimento hippy, come David Crosby e Peter Fonda e la sua crescente popolarità, ma soprattutto la sua indiscutibile bravura, gli valsero importanti featuring con i Byrds in “So You Want To Be A Rock&Roll Star”, Janis Joplin, Jimi Hendrix, gli Who, Otis Redding (nel 1967, sul palco del Monterey Pop Festival) e molti altri, al punto che il singolo strumentale “Grazing In The Grass” gli fece scalare, nel 1968, la Billboard Hot 100 chart, vendendo quattro milioni di copie ed elevandolo al rango di star mondiale.

Da quel momento, la carriera di Bra Hugh è inarrestabile: pubblica decine e decine di album, collaborando con artisti internazionali: Harry Belafonte, Stevie Wonder, Marvin Gaye… La nostalgia della sua terra lo spinge anche a ritornare in Africa, spostandosi dalla Guinea al Ghana e dallo Zaire alla Nigeria, e alcuni dei suoi album storici li compone proprio in quella terra. Ricordo con piacere l’incalzante afrobeat di “Lady” di Fela Kuti, con il quale Hugh visse per qualche tempo in Nigeria, insieme a Stewart Levine… un brano di una forza irruente che ti percuote l’anima. Esattamente come il gradevolissimo “Skokiaan”, con il trombettista statunitense Herb Alpert, una ben bilanciata fusione di South African-American pop jazz.

Desidero ricordare anche “Stimela – The Coal Train”, brano dedicato ai lavoratori delle miniere di Johannesburg e contenuto nell’album “Hope”, registrato dal vivo nel 1993 alla Blues Alley, di Washington, che Hugh, in un concerto a Lugano nel 2015, volle ri-dedicare a tutte le vittime dei “signori della guerra”, in particolar modo alle popolazioni dell’Africa sub-sahariana. Infine, non si può tralasciare “Bring Him Back Home (Nelson Mandela)” che divenne un inno di protesta anti-apartheid e che il trombettista suonò e cantò anche sul palco del memorabile concerto di Paul Simon, “Graceland – The African Concert”, tenutosi nello Zimbabwe, nel 1987 e all’International Jazz Day Global Concert del 2015, a Parigi, sede del quartiere generale dell’Unesco, con John Beasley, Marcus Miller, Mino Cinélu, Guillaume Perret, Lee Ritenour, Avishai Cohen, Kelly Lee Evans e Michael Mayo.

Nel 1990, Masekela fa ritorno nella sua Johannesburg e nel 2004 pubblica la sua autobiografia “Still Grazing”, nella quale non fa mistero dei suoi problemi con la droga e con l’alcool, facendosi promotore di progetti sociali nelle scuole di Soweto, non smettendo mai di comporre musica… “è caduto un baobab e la nazione ha perso una delle sue leggende Jazz” ha twittato il Ministro della Cultura del Sud-Africa, Nathi Mthethwa. Il baobab, l’albero della vita e della conoscenza… quello che protende le sue radici verso il cielo, l’albero immortale, come la musica di Hugh Masekela.

Marina Tuni

Photo: 1) by Michael Ochs Archives/Getty Images – 2) courtesy www.hughmasekela.co.za  – 3-4-5 web

 

Pat Metheny e Trio Rahsaan Due linguaggi a confronto

Due dimensioni concertistiche, due luoghi, due pubblici. Si vuole qui mettere a confronto indiretto il recital di Pat Metheny con il suo quartetto al Parco della Musica (8 maggio, sala S.Cecilia) con quello del trio Rahsaan (Eugenio Colombo, Marco Colonna, Ettore Fioravanti) al 28diVino. La più prestigiosa istituzione sonora capitolina ed un club, migliaia di persone da una parte e qualche decina dall’altra, tutte accomunate dalla passione per la (stessa ?) musica.

Metheny è uno dei pochi jazzisti che riesca a riempire il più grande degli spazi del romano Parco della Musica. Da anni la sua fama va ben al di là dell’ambito jazzistico:  coinvolge i numerosi estimatori del linguaggio chitarristico come coloro che amano cantabilità ed atmosfere evocative di un vasto spettro espressivo, dalla musica brasiliana al country.  Il musicista di Lee’s Summit conserva lo stesso look (maglietta a righe, capelli fluenti e castani) come se il tempo si fosse fermato e ciò crea complicità e “rispecchiamento”, almeno con la parte più “storica” dei suoi estimatori. Il chitarrista ha con sé, da tempo, Antonio Sanchez, un batterista di rara finezza e creatività che segue il leader senza bisogno di spartiti e ne asseconda ( o stimola) le dinamiche, immerso in modo partecipe nel flusso della musica. Al contrabbasso Linda Oh e al piano (confinato in un ruolo di accompagnamento, interrotto da brevi e rari assoli) lo strumentista inglese Gwilym Simcock. Pat Metheny – e questo è l’unico segno del tempo ed una “debolezza” da rock-star – ha un’assistente che, seguendo la scaletta, gli porge o sottrae i vari strumenti che colorano brani e concerto: la Manzer Pikasso Guitar (con 42 corde), la storica Gibson ES 175, la chitarra synth Roland 303, la Manzer Classical… Brani nuovi e del vasto repertorio si susseguono sempre accolti dal favore esplicito di un pubblico che celebra Metheny quale “guitar hero”, ruolo che gli appartiene davvero e che ha meritato sul campo in decenni di recital ed album, guidato da un entusiasmo per la musica che non è mai formale, al contrario generoso.

Alla lunga, tuttavia, il concerto tende ad essere ripetitivo perché ci vorrebbero altri partner, più paritari (Sanchez escluso) e perché la musica di Metheny si configura in una sua splendida quanto manieristica stagione: dona eufoniche certezze, sfodera un dinamismo invidiabile ma non “graffia” più (o molto meno) sul panorama sonoro contemporaneo.

 

Dagli spazi e dalle masse dell’Auditorium precipitiamo metaforicamente (anche a ritroso nel tempo) al 28diVino, locale romano che accoglie proposte innovative e radicali, sempre aperto a giovani jazzisti, novità, sperimentazioni ed incontri (gestito con coraggio da Marc e Natacha, ancora non si sa per quanto). Qui il 30 aprile (International Jazz Day) ha scelto di esibirsi il trio  Rahsaan che ri-propone la musica visionaria e comunicativa del politrumentista Roland Kirk, artista spesso dimenticato il cui magistero ancora brilla per originalità. Colombo, Colonna e Fioravanti hanno suonato in altri locali romani ed hanno registrato il 18 aprile le tracce di un album di prossima uscita: l’esibizione al 28diVino è, quindi, il frutto maturo di una ricerca d’identità che passa attraverso un repertorio arrangiato (soprattutto da Marco Colonna) per due ance (a volte tre o quattro) e percussioni, rendendo essenziale il lirismo kirkiano pur mantenendone l’espressionistica policromia. Del resto il plurisassofonista era in grado di suonare più strumenti contemporaneamente, servendosi di sassofoni, flauti ed “attrezzi sonori” desueti (come il C Melody Sax). Dodici i brani impaginati dal trio in modo narrativo e timbrico, con un continuo cambiare delle ance mentre Ettore Fioravanti alterna e fonde pelli e piatti. Il fiato continuo ed il ff dominano “Voluntareed Slavery”;”Theme for the Euliption” gioca con due alti mentre all’alto di Colombo si affianca il possente baritono di Colonna nella mingusiana “Oh Lord…” (nella registrazione originale c’era Kirk alle ance). E’ teatrale “Three for the festival”, trasuda blues “Inflated Tear”; un funk vicino a quello di Sun Ra o di Albert Ayler si ascolta in “Funk Underneath” e pentatonico è il bis conclusivo, “Blacknuss”.

Non mancano brani originali o di altri autori che ben si integrano con il variegato corpus delle composizioni/happening di Roland Kirk, artista cieco in cui l’aspetto visionario, iconico ed onirico era fondamentale. Il flauto ed il clarinetto basso tratteggiano “Desert Walkin”, arricchito da un exploit percussivo di Fioravanti, e “Frames” entrambi di Colonna. Il “Petit Fleur” di Sidney Bechet viene arrangiato (ed estremizzato) per due alti; “Devi Urga” è di Colombo e “Konia/Otha” dei due polistrumentisti, il cui linguaggio rielabora e personalizza elementi etnici e del radicalismo free. Musica incandescente, quasi “lavica” per un pubblico ristretto eppur partecipe come è, in genere, quello del 28diVino: il pubblico di una “cave” che è basilare terreno di cultura e incubazione per un jazz che rifiuta l’intrattenimento o il revivalismo.

Alla fine pur essendo in gran parte musica di repertorio quella proposta dal trio Rahsaan, suona più nuova che quella dello scintillante quartetto di Pat Metheny; più in dettaglio la musica di Colombo/Colonna/Fioravanti ingloba ed a tratti esalta quei tratti afroamericani che in Metheny esistono in forma ormai stemperata, anche se al chitarrista va riconosciuto il merito storico di aver prodotto e suonato con Ornette Coleman (“Song X”, 1986) quando molti si erano dimenticati del padre del free e di averne sempre valorizzato i brani per il loro lirismo. Ed è, paradossalmente, la vocalità che accomuna i due: il chitarrista bianco di Lee’s Summit (Missouri) e l’altista nero di Forth Worth (Texas).

Cettina Donato – Lucian Ban e Matt Maneri due facce della stessa medaglia

 

Cos’è oggi il jazz? Chiunque volesse dare una qualche sensata risposta a tale interrogativo si troverebbe immerso in un mare di guai. Eh sì, perché definire cosa sia oggi il jazz è impresa al limite dell’impossibile tali e tanti sono gli elementi che contribuiscono a determinare tale linguaggio. Il jazz è la tradizione di Louis Armstrong, le splendide voci di Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, il bebop di Charlie Parker e Dizzy Gillespie, le cascata sonore di John Coltrane, il modale di Miles Davis, l’informale di Cecil Taylor e Ornette Coleman… ma è anche l’espressione di quanti cercano e spesso trovano un ponte sonoro con la musica contemporanea creando qualcosa in cui è ben difficile trovare attinenze con la tradizione di cui sopra.

Di tutto ciò abbiamo avuto ancora una volta plastica conferma ascoltando, alla Casa del Jazz,  una sera dopo l’altra le esibizioni di Cettina Donato e del duo Lucian Ban e Mat Maneri.

Ma procediamo con ordine.

Il 30 aprile in occasione dell’International Jazz Day, la pianista e compositrice messinese ha presentato, per la prima volta live in Italia, il suo quarto lavoro discografico “Persistency – The New York Project” realizzato con Matt Garrison sax, Curtis Ostle contrabbasso e Eliot Zigmund drums. Andare in tournée con tre musicisti di tal fatta è impresa praticamente impossibile per cui la Donato si è presentata con Luca Fattorini contrabbasso  e Francesco Ciniglio batteria che non hanno certo sfigurato. Ecco, Cettina Donato è artista che ancora adopera un linguaggio che non si fatica a definire “jazzistico” essendo profondamente inserito in quella sorta di mainstream che ancora oggi contraddistingue molti jazzisti di  vaglia. E questo suo radicamento lo si nota non solo nel suo modo di “toccare” il pianoforte quanto nelle composizioni che denotano una raggiunta maturità espressiva che le consente di magnificamente adattare le sue capacità strumentali a ciò che vuole esprimere. Di qui una musica che pur rimanendo fortemente ancorata alle radici del jazz è tuttavia in grado di offrire spunti sempre nuovi e…perché no, di commuovere quanti sanno ascoltare non solo con la mente ma anche con il cuore. E di cuore Cettina ne ha davvero tanto; anche durante il concerto romano, l’artista ha tenuto a precisare che l’intero ricavato della vendita del disco sarà destinato ad un progetto da lei fortemente voluto: la costruzione della Residenza “VillagGioVanna”, in provincia di Messina, destinata ad ospitare in maniera permanente bambini, ragazzi e adulti affetti da autismo e che non hanno il sostegno della propria famiglia. Il progetto comprende anche un grande spazio destinato alle attività musicali con uno studio dotato di strumenti, dischi, una sala cinema, un terreno che ospiterà animali domestici per la Pet Therapy ed anche una piscina. Previsto il supporto di medici, assistenti, infermieri, operatori.

Come accennato, la sera dopo siamo tornati alla Casa del Jazz, per ascoltare Lucian Ban al pianoforte  e Matt Maneri alla viola. E qui il discorso cambia radicalmente ché trovare tracce di jazz, canonicamente inteso, è davvero difficile…anche se la performance dei due è stata semplicemente superba.  Lucian Ban è un pianista e compositore rumeno cresciuto in un villaggio della Transilvania e residente da diverso tempo negli Stati Uniti. Il suo pianismo ha radici nel blues, in Ellington, Monk e Jarrett e si collega in qualche modo alla tradizione afroamericana, cui aggiunge le influenze che gli vengono dalla sua terra,  la melodia, la malinconia soffusa. Mat Maneri, americano di origine italiana, figlio del sassofonista Joe Maneri, è invece un affermato violinista e specialista di viola, che ben conosce tutta la lezione del free. I due hanno già suonato insieme nel disco a doppio nome Ban/Hebert intitolato “Enesco Re-Imagined” del 2010 mentre a Roma i due hanno presentato brani tratti da “Transylvanian Concert” registrato nel 2011 e che ha rappresentato l’esordio per ECM del pianista rumeno. L’album nasce da un’esibizione live al Culture Palace di Targu Mures in Romania, regione in cui Lucian Ban ha trascorso la sua infanzia. I due hanno letteralmente affascinato il non numeroso pubblico con una musica tanto straniante quanto profonda, esplorando a fondo quel terreno di confine che sta tra il jazz e la musica contemporanea con una padronanza strumentale fuori del comune. I due si conoscono bene e soprattutto si nota che provano grande gioia nel suonare assieme. Non c’è frase, non c’è spunto, non c’è input lanciato da uno dei due che non venga immediatamente ripreso, sviluppato, rilanciato dall’altro. Comunque quello che tra i due impressiona maggiormente è Maneri per la sua capacità di piegare uno strumento difficile come la viola alle sue esigenze espressive. Così la viola la si ascolta ora con voce perentoria, con un sound profondo quasi del tutto privo di vibrato, ora con voce sottile, delicata a sottolineare i passaggi più intricati del pianista, ora in funzione quasi vocale, il tutto sulle ali di una improvvisazione che sembra non conoscere limiti e che proprio per questo, necessita di una concentrazione totale, assoluta. Non a caso il clima che si crea è di quelli che si fatica a rompere anche con gli applausi alla fine di ogni brano.

Un’ultima ma non secondaria considerazione: ad ascoltare questi due artisti straordinari eravamo circa quaranta; nelle stesse ore per il concertone del I maggio a San Giovanni c’erano migliaia di persone!!!