I nostri libri

I nostri libri

Krin Gabbard – “Charles Mingus – L’uomo, la musica, il mito” – EDT pgg.330 €22,00

Accingersi alla lettura di un nuovo libro è avventura sempre entusiasmante…ci si immerge in un universo sconosciuto, disegnato dall’autore, e al termine di questo percorso puoi sentirti arricchito o deluso. Le aspettative sono di solito alte, gli esiti incerti. Di qui l’importanza delle primissime pagine che possono spingerti a proseguire con entusiasmo o, viceversa, a guardare con diffidenza ciò che segue.
Al riguardo devo precisare che quando mi accingo a leggere un volume che so di dover recensire, cerco di non perdere alcunché di ciò che l’autore vuol comunicare. Quindi attribuisco una certa importanza anche all’introduzione. Ed è proprio in questa primissima parte del volume che ho trovato una perfetta concordanza con il ‘sentire’ dell’autore Krin Gabbard, già docente di Letteratura comparata alla State University, a capo del dipartimento di Jazz Studies alla Columbia University e insegnante di tromba alla New York Jazz Academy. Gabbard definisce il gruppo che Mingus guidava nel ’75 come il ‘suo ultimo grande quintetto’ un gruppo che sapeva accelerare o rallentare in perfetta sincronia in un modo che nessun’altra formazione riusciva a fare. Insomma qualcosa di unico. Valutazione su cui concordo pienamente. In effetti quando mi si chiede qual è il concerto che più mi è rimasto impresso, io rispondo senza esitazioni quello del gruppo di Mingus che si esibì al Sistina di Roma il 17 marzo del 1975 e che annoverava Don Pullen al piano, Dannie Richmond alla batteria, Jack Walrath alla tromba e George Adams al sax tenore… insomma proprio la stessa formazione citata da Gabbard.
E proseguendo nella lettura del libro, un altro elemento che mi ha particolarmente colpito è la capacità dell’autore di farti entrare talmente dentro la materia trattata da invogliarti ad approfondirla ancora di più. Ecco quindi che leggendo questo “Charles Mingus” ho sentito il desiderio di riprendere in mano l’autobiografia del contrabbassista per meglio comprenderla alla luce delle osservazioni di Krin.
Al di là di queste preliminari osservazioni, tutto il libro è godibile dalla prima all’ultima riga, grazie anche ad una prosa fluida, scattante, priva di qualsiasi autocompiacimento letterario (ma in ciò un ruolo importante lo gioca la traduzione sempre puntuale di Francesco Martinelli).
Molto funzionale ed intelligente la quadripartizione del volume. Nella prima parte – “Un circo in una vasca da bagno” – si affronta la vita e la carriera artistica di Mingus illustrate con dovizia di particolari e con un andamento narrativo che non conosce pause. Il lettore è catturato dalle vicende umane e musicali di Mingus, da quanto i suoi problemi di salute fisica e mentale abbiano influito sugli alti e bassi della sua carriera e deve, perciò, seguirlo fino all’epilogo. Particolarmente toccanti le pagine in cui si parla, per l’appunto, della malattia che porterà l’artista ad una fine prematura.
Assolutamente originale ed innovativa la seconda parte – “Poeta, paroliere, autobiografo” – in cui le doti di Mingus quali per l’appunto l’essere ‘poeta, paroliere e autobiografo’ vengono inquadrate nel più generale contesto dei rapporti tra jazz e letteratura. Di qui alcune caratteristiche che rendono particolare la personalità di Mingus: così, a differenza di Baraka, Mingus non crede che le opere d’arte possano essere separate dal caos giornaliero della storia e della politica, tutt’altro! Non è quindi un caso che le parole scritte da Mingus per i suoi brani mettano in evidenza diversi aspetti della sua poetica: dall’amore perduto al paranormale… fino alla stupidità del razzismo foriero di tanta infelicità e alla altrettanto stupida resistenza dei bianchi ad accettare l’idea che l’umanità sia una sola. Secondo Gabbard il Mingus letterato verrà, comunque ricordato soprattutto per “Beneath the Underdog”, la sua autobiografia che l’autore mette a confronto con altre autobiografie di musicisti jazz sottolineandone gli aspetti di assoluta originalità specie laddove il contrabbassista mette a nudo la sua ricerca di una identità coerente, identità complessa che però non gli viene riconosciuta in una società da cui è visto semplicemente come “nero”.
Nella terza parte, “La musica della Third Stream e il resto della storia del jazz”, l’autore, nell’evidenziare i diversi aspetti che in qualche modo legano Mingus da un lato sia al bop sia al cool, dall’altro alla musica popolare del Sud America (con una spiccata predilezione per quella messicana) e al flamenco, fa rilevare un lato ancora poco lumeggiato della poetica mingusiana. Ci riferiamo alla sua monumentale composizione “Epitaph” eseguita nel 1989 al Lincoln Center, composizione che secondo Gabbard avvicina in modo inequivocabile Mingus a quella Third Stream teorizzata tra gli altri da Gunther Schuller.
Nella quarta parte, “Sul palco e fuori con Richmond, Dolphy e Knepper”, l’attenzione viene incentrata su questi tre musicisti che sono stati tra i collaboratori più fedeli e duraturi di Mingus nonostante i rapporti alle volte burrascosi specie con Jimmy Knepper.
Nell’ “Epilogo” si parla dei film che vedono la partecipazione di Mingus sia come autore della musica sia addirittura come comparsa non trascurando le pubblicità televisive che hanno a volte utilizzato musiche mingusiane a lumeggiare un altro aspetto della composita personalità dell’artista.
A completare il volume una ricca bibliografia e una ‘discografia scelta’ nonché un utilissimo indice analitico.
Insomma un libro da non perdere.

Ashley Kahn – “Kind of blue. New York, 1959. Storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis” – Il Saggiatore – pgg 292 €28,00

I lettori di “A proposito di jazz” conoscono già Ashley Kahn in quanto è stato recensito il suo splendido volume “Il rumore dell’anima”. Lo scrittore si ripresenta al pubblico internazionale con questa nuova perla dedicata a “Kind of Blue” un album che a ben ragione viene considerato una pietra miliare nella storia musicale del ‘900. In effetti è praticamente impossibile che un amante del jazz non conservi nei suoi scaffali almeno una copia di questo capolavoro, magari una in LP e un’altra in CD. Ma, attenzione, il titolo non deve trarre in inganno: certo, la parte centrale del volume è imperniata sull’album in oggetto, ma c’è di più, molto di più. In effetti delle sedute di incisione che portarono alla nascita del capolavoro si comincia a parlare solo a pag. 112.
In precedenza, Ashley, con l’acume che gli è congeniale, si incarica di tracciare un quadro del musicista seguendone gli sviluppi stilistici e inquadrando il tutto nel contesto di una società statunitense che in quegli anni (siamo nella prima metà degli anni ’50) sta conoscendo profondi cambiamenti. E’ in questo periodo che nasce quel sound che caratterizzerà Miles nel corso di tutta la sua carriera, quel sound che troverà la sua massima esplicazione alla fine del decennio quando, nel 1959, darà vita al capolavoro in oggetto.
Come suo solito Kahn entra dentro le cose – se mi consentite l’espressione – nel senso che non si accontenta delle testimonianze raccolte a piene mani ma vuole vedere, constatare personalmente tutto ciò che riguarda l’oggetto della sua indagine. Di qui l’esame delle partiture originali, la visione di tutti i documenti che riguardano le sedute di incisione (anche se non strettamente inerenti al fatto musicale), l’ascolto attento, quasi maniacale dei nastri originali delle due sessioni che diedero alla luce Kind of Blue… insomma un esame a 360 gradi i cui risultati sono ora a disposizione di tutti.
Ed è davvero straordinario poter ascoltare l’album avendo a disposizione una sorta di guida all’ascolto che ti consente di penetrare nelle più recondite pieghe di una musica straordinaria. Così, attraverso le parole di Bill Evans, di John Coltrane e degli altri musicisti è come se noi stessi, con un balzo all’indietro di 59 anni, fossimo lì, in quello studio della Columbia, sulla trentesima strada di New York, a sentire le battute che si scambiarono i musicisti in quelle ore, i dubbi e le discussioni che segnarono la ricerca di una nuova strada che avrebbe portato al jazz modale… a partecipare, insomma, alla nascita di un capolavoro che, ovviamente, non veniva considerato tale da chi in quel momento lo stava creando ovvero Miles Davis, John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers e Wynton Kelly.

Amedeo Furfaro – “Agenda Jazz – Appunti di Jazz Appreciation” – CJC – pgg143 €8,00

Giornalista, critico musicale e musicista Amedeo Furfaro evidenzia una bella facilità di scrittura dando alle stampe una nutrita serie di volumi. L’ultimo arrivato è questo “Agenda Jazz” che prende spunto dalle vicende personali dell’autore che in tanti anni di attività pubblicistica, legata al jazz, ha avuto modo di approfondire molte situazioni legate a questo genere musicale. Di qui la ricchezza dei temi trattati nel libro così come brevemente elencati dallo stesso Furfaro nell’introduzione: “Jarrett ed Hancock, Mozart e Puccini, il latin tinge e i colori del jazz, la filatelia e la fotografia, la grafica umoristica e gli autografi, l’improvvisazione e il futurismo”.
Gustoso il primo capitolo in cui l’autore cerca di fornire delle risposte a quanti si chiedono quanto possa valere oggi un autografo di un grande del jazz.
Particolarmente stimolante –e proprio per questo degno di ulteriori approfondimenti – il capitolo dedicato al rapporto tra jazz e cartoni animati, rapporto che vive un momento particolarmente difficile dato che, eccezion fatta per sporadici episodi, il jazz sembra rarefarsi sempre più nei commenti sonori.
Fa riflettere il capitolo dedicato alla “Filatelia” laddove l’autore pone giustamente in rilievo come mentre in tutte le altre parti del mondo anche l’emissione filatelica abbia dato il giusto spazio e la dovuta importanza alla musica jazz, nel nostro Paese non si registra alcuna apertura costante al grande jazz italiano nonostante alcune figure del jazz made in Italy siano oramai apprezzate se non osannate a livello internazionale.
Dopo brevi scritti dedicati a Hancock, Jarrett, Patitucci ecco forse quella che a nostro avviso, è la parte più curiosa e interessante dell’intero volume vale a dire una raccolta di vignette già uscite in forma sparsa su “Musica News” in cui si ironizza sul jazz, sui jazzisti dimostrando, così, come si possa fare satira bonaria su un universo così particolare come quello jazzistico.
Non mancano riflessioni sulla musica colta (Il rapporto tra Mozart e il jazz), sulla lirica (Puccini), sul tango, alcune interviste (Noa Anja Lechner e Riccardo Fassi sulla musica di Zappa) e una serie di scatti fotografici “strappati – sottolinea l’autore a concerti degli anni ’80 con mezzi di fortuna “.
Il volume è corredato da tre indici. dei gruppi musicali, dei brani, dei musicisti

Pino Ninfa – “Racconti in Jazz” – Postcart – pgg.163 €13,50

Ninfa è uno dei migliori fotografi che il panorama culturale italiano possa vantare, e non abbiamo usato la parola ‘culturale’ a caso ché l’arte di Pino non si estrinseca solo nel jazz andando ben al di là dei confini nazionali con straordinari reportage focalizzati sul sociale e realizzati in località molto lontane e non particolarmente tranquille, per usare un eufemismo. Al riguardo mi piace ricordare “Round about Township”, un viaggio fotografico in cui Ninfa racconta con toccante sensibilità e partecipazione le difficili condizioni di vita delle periferie urbane di Johannesburg e Città del Capo, luoghi storici dell’apartheid, ancora oggi simbolo di povertà e malessere sociale.
Ma veniamo al libro in oggetto: spesso si sente dire che la fotografia rappresenta una sorta di documentazione ‘oggettiva’. A mio avviso niente di più sbagliato; la fotografia risente, eccome, da chi la fa: è il fotografo che sceglie l’inquadratura, le condizioni di luce, il momento in cui azionare lo scatto… è il fotografo, insomma, che crea la fotografia. E per rendersene conto basta osservare con attenzione quanto pubblicato nel libro in oggetto.
Tutti noi potremmo fotografare in un club o in teatro musicisti come, tanto per fare qualche nome, Enrico Intra, Abdullah Ibrahim, i Funk Off, ma saremmo in grado di dare alla foto la stessa forza espressiva, la stessa carica comunicativa che Ninfa infonde nelle sue creazioni? Francamente ne dubito dal momento che l’essere artisti non è prerogativa di tutti.
Ché, lo ripeto, di vere e proprie creazioni artistiche si tratta: c’è chi si esprime con il pennello, chi con le note, chi, come fa Pino, con la macchina fotografica. E i risultati sono eccellenti, dal momento che le immagini di Ninfa non si lasciano racchiudere in una cornice spazio-temporale ma raccontano storie ed emozioni che si prolungano nel tempo. La cosa è ancora più vera quando, come nel caso in oggetto, alle foto si accompagna una breve introduzione, un breve scritto che serve a contestualizzare la foto. Ninfa sa perfettamente di non essere uno scrittore e proprio per questo, nel corso di un’intervista, spiega come “il mio uso della parola è molto vicino al parlare quotidiano, mentre attraverso la mia sensibilità visiva riesco a essere più personale nel trovare storie da raccontare agli altri e a me stesso”.
Molte di queste foto le ho viste nel corso di una mostra realizzata all’Auditorium Parco della Musica di Roma e ricordo perfettamente l’impressione di ammirato stupore che mi hanno trasmesso nonostante conosco e apprezzo Pino da molto tempo. Questo per dire che non c’è una foto che mi abbia impressionato più delle altre: è un racconto che va gustato attimo dopo attimo, immagine dopo immagine.

Jack Walrath, Tributo a Charles Mingus il 12 febbraio al Candiani

CANDIANI GROOVE
Febbraio 2017

Domenica 12 febbraio, ore 18.00

JACK WALRATH QUARTET
«A tribute to Charles Mingus»
Jack Walrath (tromba), Marcello Tonolo (pianoforte)
Marc Abrams (contrabbasso), Mauro Beggio (batteria)

ingresso unico : intero € 8, ridotto € 5
(riduzioni per Candiani Card, Cinemapiù, IMG Card, soci Caligola, studenti)
ridotto speciale per giovani fino ai 29 anni (posti limitati) € 3

MESTRE (VE), Auditorium del Centro Culturale Candiani
Piazzale Candiani, 4° piano (info e biglietteria, tel. 041.2386126) (altro…)

Ferrara in Jazz 2014-2015, al via la seconda parte

Ferrara in Jazz 2014 – 2015
XVI Edizione
18 ottobre 2014 – 27 aprile 2015

Con la partecipazione di oltre tremila visitatori provenienti dall’intera Penisola e da svariate nazioni estere nei primi mesi di programmazione, il Jazz Club Ferrara si appresta ad inaugurare la seconda parte della sedicesima edizione di Ferrara in Jazz, che si svolgerà nell’incantevole cornice del Torrione San Giovanni dal 31 gennaio al 27 aprile 2015 grazie al contributo di Regione Emilia-Romagna, Comune di Ferrara, Banca di Romagna, Endas Emilia-Romagna e del main sponsor Caffè Meseta oltre ad altri partner privati.

La riapertura, fissata per sabato 31 gennaio, è affidata al trio del pianista e compositore statunitense Kenny Werner.Lo splendido bastione rinascimentale patrimonio UNESCO, recentemente incluso tra le prestigiose location per il cinema di Emilia-Romagna Film Commission, riserva ad un pubblico trasversale ed in costante crescita conferme e novità, spettacoli e didattica, nella prospettiva di un ampio sguardo alla musica internazionale con radici saldamente affondate nel territorio.

Lungo ben tre mesi di grande musica, atti a ricreare l’atmosfera di un vero e proprio festival, si rinnovano le co-produzioni con Ferrara Musica e Crossroads – Jazz e altro in Emilia-Romagna unitamente a “The Unreal Book”, nuovo progetto didattico realizzato in collaborazione con Endas Emilia-Romagna.

Con la consueta cadenza di tre concerti settimanali (venerdì, sabato e lunedì), la seconda parte di Ferrara in Jazz 2014-2015 consta di quindici Main Concerts tenuti da grandi nomi del panorama nazionale ed internazionale come Kenny Werner, Roberto Gatto, Craig Taborn, Domenico Caliri, Chris Potter, Javier Girotto, Miguel Zenon, Wayne Escoffery , Jack Walrath e Gary Smulyan, Antonio Faraò, Joey DeFrancesco, Mark Turner, Peter Bernstein, Steve Lehman, Ambrose Akinmusire, Omer Avital, Michael Blake, David King, Billy Drummond e molti altri.

Affiancano gli appuntamenti principali: i lunedì di Happy Go Lucky Local con immancabili jam session, concerti e presentazioni discografiche dei migliori talenti del jazz italiano; i venerdì firmati Somethin’Else caratterizzati da itinerari gastronomico-musicali sempre nuovi e sfiziosi, alla scoperta di suoni e sapori del mondo.

Prosegue anche quest’anno la prestigiosa rassegna OFF, realizzata da Ferrara Musica in collaborazione con Jazz Club Ferrara, che vede esibirsi sul palco del Torrione i solisti della Mahler Chamber Orchestra e della Chamber Orchestra Of Europe, due tra le più importanti orchestre da camera d’Europa.

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Angelo Valori al Berklee College of Music

Angelo Valori e Gil Goldstein (foto Andrea Buccella)

Angelo Valori è stato invitato a presentare Notturno Mediterraneo al Berklee College of Music di Boston, negli Stati Uniti. Valori è al Berklee come ricercatore ospite dal 22 al 30 di aprile. Tra i momenti salienti del soggiorno bostoniano c’è stata la presentazione analitica della sua musica svoltasi, lunedì 26 aprile, alle 18 ora locale: un incontro in cui, oltre ad ascoltare i brani, Valori analizzerà le partiture e le strutture delle sue composizioni.

Un riconoscimento importante in quanto afferma il peso della scrittura e dell’elemento mediterraneo nelle nuove possibilità del jazz odierno. Il programma della settimana bostoniana, porterà Valori ad esporre gli elementi delle proprie composizioni e a confrontarle con una comunità musicale internazionale ed estremamente qualificata. (altro…)

Trentanove volte Siena Jazz

120 allievi, il massimo dei posti disponibili, stanno frequentando le aule della Fortezza Medicea. Con una nuova formula sono iniziati i Seminari Estivi della Fondazione Siena Jazz

Mentre le piazze di Siena risuonano dei tanti appuntamenti con i più grandi nomi, nelle aule della Fondazione Siena Jazz si svolge la 39ª Edizione dei Seminari Estivi, che proseguirà fino al prossimo 7 agosto. La Fondazione Siena Jazz dopo attenta riflessione ha deciso di cambiare radicalmente l’impostazione didattica dei propri corsi estivi internazionali, creando un Seminario che sia leader europeo nel settore non solo per strutture e strumentazione, ma anche per qualità e quantità di docenti internazionali, tutti grandi artisti e musicisti di chiara fama.

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Multiculturita Jazz Band e Vito Di Modugno Organ Quartet

Mercoledì 8 luglio ore 21. MULTICULTURITA SUMMER JAZZ FESTIVAL 2009

Sarà un entusiasmante doppio set di matrice pugliese a consacrare il terzo rendez vous della settima edizione del Multiculturita Summer Jazz Festival, rassegna organizzata dall’Associazione Multiculturita J.S., con la direzione artistica di Michele Laricchia ed il supporto promozionale di Jazzitalia.
Mercoledì 8 luglio (inizio ore 21) il palco insistente sul Sagrato della Reale Basilica sarà calcato alle ore 21,00 dal roboante combo Multiculturita Jazz Band, capitanato dal trombettista Mino Lacirignola con Attilio Troiano al clarinetto e sassofono, Umberto Viaggiano alla chitarra, Giuseppe Venezia al contrabbasso, Fabio Delle Foglie alla batteria. Ospite della band il trombettista italo-americano Michael Supnick, già noto al grande pubblico per aver preso parte ad importanti programmi televisivi della RAI quali: La Corrida, Scommettiamo Che?, Indietro Tutta condotta da Renzo Arbore, al fianco del quale si è anche esibito in tournee. Supnick nella sua carriera ha collaborato con musicisti del calibro di Carl Anderson, Jimmy La Rocca (figlio di Nick La Rocca), Tom Baker, Bob Mintzer, Ed Polcer, Tony Scott, Andy Stein, Dick Sudhalter, Jack Walrath, Giovanni Amato, Renzo Arbore, Amedeo Ariano, Fabrizio Bosso, Riccardo Fassi, Javier Girotto, Rosario Giuliani, Nucci Guerra, Carlo Loffredo, Gegè Munari, Romano Mussolini, Massimo Nunzi, Stefano Palatresi, Lino Patruno, Gigi Proietti, Gegé Telesforo ed i Maestri De Sica, Bacalov, Biseo, Mazza, Moricone, Pisano, Pregadio, Vesicchio.

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