I NOSTRI CD. Molte le novità dall’Italia e dall’estero

Massimo Barbiero – “Woland – Omaggio a ‘Il maestro e Margherita’” – Autoprodotto
Massimo Barbiero, batterista e percussionista, è senza dubbio uno dei musicisti italiani più coerenti e originali, senza che, a tutt’oggi, abbia ottenuto i riconoscimenti che merita. Anche questo suo ultimo album si inserisce nell’ambito di quelle produzioni di qualità cui l’artista ci ha abituati oramai da molti anni. L’organico è un trio con Eloisa Manera al violino ed al violino elettrico a cinque corde e Emanuele Sartoris al pianoforte. In repertorio dieci brani che sostanziano un omaggio a “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, uno dei più importanti lavori del Novecento letterario, e “Woland” è uno dei nomi germanici del Diavolo, ed è anche il nome (in russo Воланд) di uno dei personaggi chiave di questo romanzo. Quindi un concept album in cui la sapienza compositiva di Barbiero trova ancora una volta il modo di esplicarsi appieno, anche se questa volta il carico compositivo è ripartito egualmente fra i tre artisti. Ammesso e non concesso che sia ancora importante definire ciò che si ascolta, incasellarlo in una cornice predeterminata, ebbene con la musica di questo album tutto ciò non è possibile. Non è jazz propriamente detto, non è musica colta nell’accezione del termine ma una sorta di percorso tra culture musicali diverse, alle volte molto diverse. E sta proprio qui la bravura dei musicisti che nulla concedono al facile ascolto riuscendo comunque a conquistare l’attenzione dell’ascoltatore sin dal brano d’apertura, “Abadonna” di Massimo Barbiero, in cui violino e pianoforte quasi si inseguono su un terreno accidentato che taluni hanno voluto accostare ad atmosfere impressioniste. In “Margherita”, sempre di Massimo Barbiero, è soprattutto il violino, ben supportato dal tappeto ritmico disegnato dal leader, a dettare le atmosfere del brano, questa volta più leggibili e narrative, in cui si avvertono echi sia di Vivaldi sia di Paganini. Di livello anche la suite in tre parti, di undici minuti, “Suite dei tre demoni” di Eloisa Manera, sempre in bilico fra scrittura ed improvvisazione, come del resto l’intero disco. La conclusione è affidata ad una composizione di Sartoris, “Pilato, potere temporale”, in cui il pianismo dell’autore si evidenzia in tutta la sua essenzialità, ben lontana da qualsivoglia esibizionismo.

Francesco Bearzatti / Carmine Ioanna – “Favolando” – artesuono 186
Carmine Ioanna, fisarmonicista d’origine irpina, e Francesco Bearzatti, sassofonista e clarinettista cresciuto nella provincia friulana, sono i “responsabili” di questo godibile album. Il titolo riflette la predilezione dei due artisti per raccontare, attraverso la musica, storie, in questo caso specifico ‘favole’. Il sodalizio nasce due anni or sono sulla base della comune volontà di improvvisare divertendosi e questa caratteristica si coglie appieno ascoltando l’album, declinato attraverso composizioni dei due artisti, un brano tratto dalla tradizione dell’Azerbaijan e tre improvvisazioni espressamente dichiarate come tali. Neppure per un attimo si avverte la sensazione che l’uno voglia prevaricare l’altro ma, sottolinea Ioanna, – siamo “due persone che si amano, si completano, non si sovrappongono mai perché vanno nella stessa direzione”. “Soprattutto c’è, secondo me, – ribadisce Bearzatti – una bella mescolanza di ego, nel senso che non c’è nessuno che sovrasta l’altro”. Una musica, quindi, che ci consegna due artisti in grado di improvvisare costantemente, mai perdendo il bandolo della matassa, anzi continuando a sviluppare un discorso sempre coerente e con tale intensità da non far rimpiangere la mancanza degli altri strumenti. Sassofono e fisarmonica, nella mani dei due artisti, riescono a produrre una massa sonora spesso di tipo orchestrale che si inserisce in una atmosfera davvero magica, “da favola” per riportarci al titolo dell’album, in cui si avvertono echi della musica popolare così come del jazz, della musica contemporanea, della world music. Il tutto, sottolinea ancora Bearzatti, per aprire delle piccole brecce, non già per fare musica di massa, e per puntare al grande pubblico.

Black Coffee & Martine Thomas – “Once Upon A Time” – Caligola 2273
Ecco un album raffinato, oserei dire in alcuni momenti sofisticato, in cui si privilegia senza remora alcuna la ricerca della bella melodia. Di qui un repertorio che spazia da alcuni temi cari agli appassionati di jazz (uno per tutti “My Favorite Things”), alla canzone francese, rappresentata da ben quattro titoli (“Et maintenant” di Gilbert Bécaud, “Ne me quitte pas” di Jacques Brel, “L’hymne à l’amour” di Edith Piaf e “La Bohème” di Charles Aznavour), dalla black music (“I Can’t Help It” di Stevie Wonder e Susaye Greene) ad esplicite reminiscenze blues (“Butterfly” di Herbie Hancock)… alle atmosfere vagamente brasiliane di “The Island” di Ivan Lins, Marilyn e Alan Bergman,… con l’aggiunta di due intermezzi strumentali “End of Chapter One e Two”. A cucinare questa gustosa ricetta sono la cantante americana di origini haitiane Martine Thomas che attualmente vive a Zara, coadiuvata dai Black Coffee, il trio croato costituito da Renato Švorinić, bassista e leader, dal pianista Ivan Ivić e dal batterista Jadran Dučić, cui si aggiungono come special guests Daniele di Bonaventura, bandoneon, presente solo in “Et maintenant”, e Massimo Donà, la cui tromba si ascolta in quattro tracce. Vista la varietà dei brani si potrebbe temere una certa disomogeneità dell’album. Invece “Once Upon A Time” mantiene una sua intrinseca coerenza derivante dal come il gruppo approccia la materia: innanzitutto la ferma volontà di rispettare le linee melodiche dei vari pezzi cui si aggiungono i sapidi arrangiamenti di Renato Švorinić e Ivan Ivić. E il discorso appare quanto mai evidente soprattutto nei quattro pezzi francesi interpretati con gusto ed eleganza dalla Thomas e impreziositi da arrangiamenti mai banali. In questo senso particolarmente apprezzabile è anche la versione di “I Can’t Help It” con un centrato assolo di Ivić al piano elettrico.

Felice Clemente – “Solo” – Crocevia di suoni 018
Affrontare la registrazione di un album per sole ance è impresa quanto mai difficile da cui sono usciti indenni solo alcuni grandissimi personaggi quali Sonny Rollins, Steve Lacy, Lee Konitz, Anthony Braxton. In questo album ascoltiamo un artista italiano, Felice Clemente, che usa sax tenore, sax soprano e clarinetto, in una registrazione effettuata nella chiesa settecentesca di Montecalvo Versiggia il 15 e 16 novembre del 2019. La scelta della location non è stata casuale o indifferente: in effetti, come acutamente sottolinea Paolo Fresu nelle note che accompagnano l’album, la dimensione armonica di un solo di sax e clarinetto si esplica nella magia dei rimandi di echi e riverberi, che traggono spunto dalla navata e dalle arcate di una chiesa o di una basilica. Quasi a dimostrare quanto il fitto dialogo tra gli strumenti e il luogo che li accoglie sia frutto di un “antico matrimonio che appartiene alla storia dell’uomo”. Ecco quindi come, grazie anche ad una presa di suono eccellente, sia possibile apprezzare in tutta la loro bellezza queste architravi sonore rette da echi, riverberi che solo in un ambiente come quello di una chiesa (ovviamente con caratteristiche particolari) sarebbe stato possibile ottenere. Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile se non ci fosse stata anche e soprattutto la valentia di Felice Clemente compositore, arrangiatore, esecutore di grande raffinatezza che ha voluto disegnare un percorso non facile attraverso un repertorio che parte da un classico del jazz, “Harlem Nocturne” di Hearle Hagen per concludersi con una libera improvvisazione, passando attraverso tre sue composizioni originali, e brani di Branford Marsalis, Godard, Morricone, Nuzzolese, Di Gregorio, Javier Perz Forte e Bach.

Cordoba Reunion – “Sì” – abeat 214
Ecco un altro gradevole album firmato Cordoba Reunion, ovvero il prestigioso quartetto costituito da musicisti tutti nativi della stessa città, Cordoba, ma residenti in paesi diversi (Francia, Italia e Argentina): Javier Girotto ai sassofoni, Gerardo Di Giusto al piano, Gabriel “Minino” Garay percussioni e batteria e Carlos “El Tero” Buschini basso e guembri. Registrato a Milano nel marzo del 2019, l’album contiene undici tracce di cui nove firmate dagli stessi membri del gruppo e due da Julien Lourau un sassofonista francese classe 1970. Come già nei precedenti album, “Argentina Jazz” del 2004 e “Sin lugar a dudas” del 2008, il gruppo si muove su direttrici molto ben individuabili: uno straordinario mix tra tanghi, milonghe e chacareras da un lato, jazz, improvvisazione, sperimentazione dall’altro. Evidentemente una impresa così difficile può essere intrapresa con un minimo di possibilità di successo solo se ad affrontarla sono musicisti che coniugano una spiccata personalità individuale con una capacità di rapportarsi ai compagni d’avventura. Ebbene i quattro musicisti in oggetto possiedono ambedue queste doti essendo tecnicamente molto ferrati ma allo stesso tempo capaci di condurre il discorso musicale sulla base di una profonda empatia. Risultato: un latin-jazz assolutamente coinvolgente che risponde ad un progetto musicale in cui la ricchezza ritmica della musica argentina, seppur ancorata al ricco patrimonio folklorico del Paese, dimostra come la stessa non sia solo tango e milonga, ma molto, molto di più.

Fausto Ferraiuolo – “Il dono” – abeat 212
La genesi di questo album viene esplicitata dallo stesso leader laddove afferma da un canto che il progetto è nato dall’incontro con Jeff Ballard conosciuto molti anni addietro durante una masterclass a Siena, dall’altro che “Il dono” è per lui quello dell’incontro, per cui “donare o ricevere sono due aspetti dello stesso gesto”. Gesto che si concretizza in questo album in cui il musicista napoletano, ben sostenuto da Aldo Vigorito al basso, suo ‘storico’ compagno d’avventure musicali, e dal già citato Jeff Ballard alla batteria (particolarmente importante la sua militanza nel trio di Brad Meldhau), presenta undici brani tutti di sua composizione, eccezion fatta per “O Impro Mio” (Ferraiuolo-Vigorito-Ballard), “Improtune” (Ferraiuolo-Vigorito-Ballard) e “Somebody Loves Me” (George Gershwin). I pezzi originali, per esplicita ammissione dello stesso pianista, sono dedicati alle persone a lui più care. La caratura dell’album appare evidente sin dal primo brano, “Fire Island”: i tre si muovono su un piano di assoluta parità ritagliandosi spazi appropriati (ad esempio in questo brano possiamo già gustare un preciso e gustoso assolo di Aldo Vigorito). Nasce da qui una musica che si inscrive nell’alveo del jazz canonico, con improvvisazioni serrate (particolarmente azzeccata quella sulla falsa riga di “O sole mio” trasformato in “O impro mio”), scambi trascinanti, ricerca di suadenti linee melodiche (particolarmente apprezzate da chi scrive quelle di “4 Septembre” e “C’est tout”) mentre in “Baires” specie nella parte finale si avverte una certa influenza ‘tanguera”. Infine “Improtune” si avventura su terreni contigui al free per tornare ad atmosfere più consuete con la convincente interpretazione del gershwiano “Somebody Loves Me”.

Tommaso Gambini – “The Machine Stops” – Workin’ Label 37
Ecco un’altra prima discografica: protagonista il chitarrista Tommaso Gambini torinese ma newyorkese di adozione, alla testa di un gruppo ad organico variabile composto dai suoi abituali collaboratori Manuel Schmiedel al pianoforte, Ben Tiberio al contrabbasso e Adam Arruda alla batteria cui si aggiungono l’alto sassofonista olandese Ben Van Gelder, il tenor sassofonista e compositore americano Dayna Stephens, il clarinettista Jacopo Albini e la flautista Anggie Obin. In scaletta sette brani tutti firmati dal chitarrista, e riferiti al racconto omonimo dello scrittore inglese Edward Morgan Forster del 1909, racconto che paradossalmente sembra avere molti punti di contatto con la tragica realtà di oggi. Forster parla di una Macchina inventata dall’uomo che prende il sopravvento sulla nostra stessa volontà; sostituite i termini Macchina con Virus e il gioco è fatto. Quindi, almeno sulla carta, si tratta di un concept album. Ma, come al solito in questi casi si pone l’interrogativo: è riuscita la musica a tradurre in suoni tali concetti? Francamente non del tutto; non ho sentito quel clima, cupo, drammatico che forse meglio si sarebbe attagliato alla situazione di cui sopra. Ad onor del vero, il brano d’apertura, anche grazie all’inserto parlato tratto dal volume in oggetto, riflette bene il clima dello stesso ma nei brani successivi è come se l’atmosfera si addolcisse e quindi la tensione si allentasse. Comunque, onestamente, non ho letto il racconto per cui potrebbe darsi che anche i successivi pezzi riflettano in qualche modo i contenuti dello scritto. Ma tutto ciò è abbastanza irrilevante in quanto poco toglie alla valenza dell’album che risulta apprezzabile: Gambini scrive bene, arrangia altrettanto bene e come chitarrista si è fatto ampiamente conoscere collaborando con jazzisti quali Antonio Sanchez, George Garzone, Miguel Zenon e non si lavora con personaggi del genere se non sei più che bravo.

Erroll Garner – “Octave” – Mack Avenue 02
Erroll Garner è sicuramente uno dei giganti della musica jazz. La “Octave Remastered Series”, prodotta da Peter Lockhart e Steve Rosenthal, continua a riproporre alcune delle perle di questo straordinario pianista. Questo ultimo album include nove pezzi tratti da tre album “That’s My Kick” registrato nel 1967 con Milt Hinton basso, Herbert Lovelle e George Jenkins batteria, José Mangual e Johnny Pacheco congas, Wally Richardson e Art Ryerson chitarra; “Up In Erroll’s Room” del novembre dello stesso 1967 con Ike Isaacs basso, Jimmie Smith batteria, Jose Mangual congas featuring “The Brass Bed”; e “Feeling Is Believing” del 1969 con Wally Richardson chitarra, Joe Cocuzzo, Jimmie Smith e Charlie Persip batteria, Jose Mangual congas, Jerry Jemmott e George Duvivier basso. Per chi conosce il jazz, credo bastino solo queste note per comprendere come si tratti di musica di assoluta livello, registrata quando il pianista di Pittsburgh stava vivendo uno dei suoi tanti momenti positivi. In particolare i brani contenuti nell’album ci mostrano un Garner alla testa di formazioni diverse ma che sempre sono in grado di seguire con partecipazione le idee del leader, il cui pianismo, smagliante, mai conosce un attimo di stasi, di indecisione. E siamo sicuri che anche l’ascolto di questo album aprirà una dialettica, a mio avviso del tutto inutile, tra chi considera Garner un assoluto genio musicale (ed io sono tra questi) e chi invece lo valuta pianista di eccellente tecnica ma troppo dedito a inutili virtuosismi.

Giulio Gentile / Emanuela Di Benedetto – “There’s no Place Like Home” – artesuono 192
Album d’esordio per il pianista Giulio Gentile e la vocalist Emanuela Di Benedetto che da giovani appassionati di musica Jazz, hanno poi studiato al dipartimento Jazz del Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara. Il duo nasce nel 2012 e si fortifica attraverso la partecipazione a numerosi festival, tra cui “MuntagninJazz”, “La Settimana Mozartiana”, il “Castelbuono Jazz Festival”, la rassegna “Sabato in Concerto Jazz” per “Archivi Sonori”. Presto arrivano anche i primi riconoscimenti come il Premio “BEST BAND” al “Bucharest International Jazz Competition 2016”, l’affermazione al “Premio Marco Tamburini 2016” per la sezione band mentre nel 2017 sono vincitori del “Premio Nazionale delle Arti” sezione Jazz tenutosi a Milano Logico, quindi, che si giungesse a questo primo album il cui organico è completato dal batterista Marcello Di Leonardo, dal bassista Luca Bulgarelli, dal sassofonista Manuel Trabucco e dal flicornista Jorge Ro. In repertorio otto brani con musica di Gentile e testi della vocalist. Tenendo conto che si tratta di una ‘prima’ assoluta, l’album presenta note positive riscontrabili soprattutto nella bella intesa tra voce e pianoforte, nella delicatezza dei temi proposti, nella eleganza con cui si manifesta l’amore per la musica e nell’attenzione con cui si guarda alla realtà di oggi. Ecco quindi un omaggio alla città di New York da parte di una giovane donna, una dichiarazione d’amore verso una natura che si vorrebbe più tutelata, un grido di dolore per la lontananza dell’amato/a, un ritratto dell’emigrazione ricco di poesia.

Dimitri Grechi Espinoza – “The Spiritual Way” – ponderosa 147
Nel panorama musicale internazionale Dimitri Grechi Espinoza si è oramai ritagliato uno spazio ben preciso grazie alla sua ricerca che conduce oramai da tempo e che si sostanzia nel progetto Oreb, il monte dove Mosé incontrò Dio. E credo basti questo solo elemento per capire la dimensione in cui opera il sassofonista. Anche questo suo ultimo lavoro, intitolato “The Spiritual Way” per la Ponderosa Music Records, si inserisce, dunque, in quella ricerca che attraverso la musica conduce all’estasi. In particolare in questo terzo volume di Oreb, Dimitri affronta il tema delle virtù spirituali, dando eco e risonanza a uno scritto della tradizione cinese che delinea un percorso di ascesi interiore. Il tutto espresso, ovviamente, attraverso una musica la cui particolarità può essere facilmente percepita se solo la si ascolti con un minimo di attenzione e cuore aperto. In compagnia del suo fido sax tenore, Dimitri ha inciso questo album nel febbraio del 2019 in una località del tutto particolare come il Battistero di Pisa di San Giovanni in Piazza dei Miracoli, un luogo che data la sua particolare acustica è risultato fondamentale per la riuscita dell’impresa. Ed in effetti l‘artista pone a base della sua ricerca anche il rapporto fra suono e spazio-sonoro e il suo significato spirituale. Il suono del sax si staglia stentoreo, preciso, nitido, straordinariamente coinvolgente, ricco di riverberi, che richiama altri grandi del passato primo fra tutti il John Coltrane nella versione più intimista e spirituale. Così il sassofonista ci trascina in un mondo “altro”, un mondo in cui noi tutti avremmo forse voglia di rifugiarci dato il terribile momento che stiamo attraversando.

Hiromi – “Spectrum” – Telarc 0081
Vulcanica, tecnicamente fortissima, semplicemente straordinaria: questi gli apprezzamenti che critici e pubblici di tutto il mondo hanno rivolto a Hiromi Uehara una delle più talentuose protagoniste della nuova scena jazz internazionale. La pianista giapponese (classe 1979) si è messa in luce già da bambina e durante tutti questi anni non ha fatto altro che studiare, suonare, studiare e suonare affinando una tecnica davvero strepitosa e migliorando notevolmente anche l’interpretazione. Queste doti vengono tutte in luce in questo album per solo piano registrato in Giappone nel settembre del 2019. E’ interessante sottolineare come questo sia solo il secondo CD registrato dalla Hiromi per piano solo dopo “Place to Be” del 2009 a conferma di quanto l’artista sia attenta a misurare le proprie capacità. E così “Spectrum” si segnala come una delle migliori prove della pianista che si conferma non solo strumentista in possesso di una conoscenza profonda della tastiera, capace di padroneggiare diversi linguaggi, ma anche interprete raffinata, attenta ad ogni aspetto della sua performance. Hiromi accarezza letteralmente ogni tasto dello strumento, dando a ciascuna nota un suo peso specifico cosicché l’esecuzione raggiunge livelli di profondità non facilmente eguagliabili. Cosa che si nota sia nei brani originali, sia nei pezzi già famosi come “Blackbird” di Lennon-McCartney, “Rhapsody in Various Shades of Blue” ovvero “Rhapsody in blue” corredata da varie interpolazioni, alcune originali altre tratte da “Blue Train” di John Coltrane e “Behind Blue Eyes” di Pete Townshend. Splendida la chiusura affidata ad un melodico “Sepia Effect”.

Karabà – “Viola” – emme record 1916
“Viola” è il secondo album dei Karabà, al secolo Alessandro Casciaro al pianoforte e compositore dei brani, Alberto Stefanizzi alla batteria e Stefano Rielli al contrabbasso.
Il gruppo si muove con grande intesa cementata dal fatto che i tre suonano assieme dal 2016 essendo riusciti, cosa non sempre scontata, a fondere le proprie forti personalità in un unicum assolutamente credibile. Anche perché Karabà si tiene ben lontano da sterili sperimentazioni muovendosi su terreni prettamente jazzistici, senza se e senza ma, un jazz indubbiamente moderno ma che nulla dimentica degli insegnamenti del passato. Il tutto agevolato, se non determinato, dalla buona penna di Alessandro Casciaro compositore di otto brani (su nove); l’unico pezzo non originale è “Tonight Tonight” che chiude il disco; si tratta di un riarrangiamento per piano solo del celebre brano degli Smashing Pumpkins che grazie all’estro di Alessandro Casciaro prende nuovo lustro, senza nulla perdere dell’originario fascino. Tornando alle composizioni di Casciaro, le stesse se da un canto esaltano la forza del collettivo, dall’altro offrono ad ognuno dei musicisti la possibilità di esporre appieno le proprie potenzialità. Così, sulla scorta di melodie ben disegnate e di armonizzazioni ricercate, Casciaro ha modo di esporre il suo pianismo sempre essenziale, ben sostenuto da una sezione ritmica affiatata, precisa e, come già detto, capace di prendere in mano il filo del discorso. I brani sono tutti gradevoli anche se personalmente ho preferito “Parco bello luogo” per gli espliciti richiami al bebop grazie soprattutto ad un poderoso assolo di Stefano Rielli e “Primavera 19” per la delicatezza della linea melodica.

Riccardo Morpurgo- “Kaleidoscopic” – artesuono 184
Morpurgo, Maier, Ricci – “” – Palomar records 58
Il pianista Riccardo Morpurgo è presente in due titoli usciti di recente.
Nel primo è alla guida del Mandala Trio completato da Alessandro Turchet al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria, vale a dire una delle più affiatate e valide sezioni ritmiche che il jazz italiano possa vantare. Il nome del gruppo è di per sé indicativo: il termine “mandala” si riferisce alle culture buddiste e induiste, e si tratta di immagini geometriche usate per trovare l’equilibrio, l’essenza del proprio essere. Ecco, partendo da queste premesse il trio si avventura in un percorso piuttosto accidentato, declinato attraverso dieci composizioni dello stesso Morpurgo. L’intento è quello di trovare un equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione dal momento che, per esplicita ammissione dello stesso pianista, i tre alternano momenti di assoluta coerenza ad una struttura data a momenti in cui si svincolano da qualsivoglia legame e si lanciano in improvvisazioni totali. Evidentemente i momenti più interessanti sono proprio questi in cui Morpurgo e compagni si lasciano andare con risultati eccellenti sia per la bravura del leader sia per quella compattezza ed intesa batteria-contrabbasso cui prima si faceva riferimento. Quindi un disco non facile ma di sicuro interesse.
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Nel secondo album – “Mesmer” – Morpurgo è ancora in trio ma con Giovanni Maier al contrabbasso e Pietro Ricci alla batteria; l’album esce per la ‘Palomar records’ una piccola etichetta fondata e curata da Giovanni Maier, che lavora esclusivamente in autoproduzione e con tirature limitate. Questo “Mesmer” è dedicato quasi totalmente alle musiche di Paul Motian in quanto sei delle composizioni presentate sono del batterista (la settima è invece di Charlie Haden). Il risultato è più che eccellente data da un canto la valenza delle composizioni che lumeggiano al meglio la capacità di scrittura di Motian spesso non adeguatamente valorizzata, dall’altro la capacità del trio di renderle proprie e quindi di reinterpretarle in modo personale ma pertinente. Si parte con “Psalm” title track dell’omonimo album registrato nel dicembre 1981 dal gruppo comprendente Paul Motian, Bill Frisell alla chitarra, Joe Lovano al sax tenore, Billy Drewes ai sax tenore e alto, Ed Schuller al basso e si chiude con “Mesmer” tratto dall’album “Garden of Eden” del 2004. Per tutta la durata dell’album i tra si muovono quasi con cautela, rifuggendo da qualsivoglia esibizione di bravura tecnica e affidandosi molto all’interpretazione. Di qui una musica suggestiva, misurata, spesso eseguita per sottrazione senza che però venga compressa l’abilità individuale. Si ascolti ad esempio il magnifico duetto basso batteria in “Morpion” tratto dall’album “One Time Out” (Blue Note 1987).

Marius Neset, London Sinfonietta – “Viaduct” – ACT 9048-2
Il sassofonista norvegese Marius Neset (Bergen 1985) si ripresenta al pubblico del jazz alla testa del suo gruppo anglo-scandinavo (Ivo Neame piano, Jim Hart vibrafono, marimba e percussioni, Petter Eldh basso, Anton Eger batteria e percussioni) con il robusto supporto della London Sinfonietta, complesso di ben 19 elementi diretta da Geoffrey Paterson con cui Neset, sempre per la ACT, aveva già inciso nel 2016 l’album “Snowmelt”. Neset è a ben ragione considerato uno dei migliori jazzisti delle nuove generazioni tanto che la rivista Downbeat lo considera non solo uno dei più eccitanti artisti jazz del momento ma anche un musicista di straordinaria preparazione tecnica dotato altresì di una felice vena compositiva. Doti, queste, che risaltano evidenti anche da quest’ultimo album, contenente un paio di suite intitolate rispettivamente “Viaduct part 1” in 6 capitoli e “Viaduct part.2” in 4 elementi. Originariamente commissionata per il concerto d’apertura del Kongsberg Jazz Festival nel 2018, “Viaduct” ha offerto a Neset la fantastica opportunità di mostrare le molteplici facce del suo stile, così composito, ricco di richiami, colorito e soprattutto capace di convogliare numerosi input provenienti da fonti diverse. Il suo sassofono è sempre preciso, con un sound potente sia al tenore sia al soprano, che richiama sia il migliore Brecker sia il grandissimo Garbarek, capace di dettare le atmosfere che si respirano per tutta la durata dell’album. Certo, la bravura di Neset come sassofonista è indubbia, ma non sarebbe stata sufficiente a determinare la bontà dell’album se non fosse stata declinata attraverso le dieci composizioni originali dello stesso Neset che riescono a coniugare il jazz propriamente inteso, ricco quindi anche di improvvisazione, con la musica classica contemporanea.

Enrico Pieranunzi – “Frame” – Cam J 7955 2
Enrico Pieranunzi è musicista colto e in quanto tale ‘aperto’ verso tutte le altre forme artistiche. Nel passato, anche recente, ne abbiamo avuto prova evidente riscontrando la sua profonda predilezione per il cinema e le colonne sonore. Si ricordi, ad esempio, il concerto organizzato il 20 febbraio scorso dall’Ambasciata d’Italia e dall’Istituto di Cultura Italiana a Washington in occasione del centenario della nascita di Federico Fellini, con Enrico Pieranunzi, accompagnato da Luca Bulgarelli al basso e da Mauro Beggio alla batteria, impegnato in un repertorio interamente dedicato alle colonne sonore del maestro romagnolo. In questo album l’interesse del pianista romano è rivolto alle arti figurative: immaginatevi una galleria d’arte in cui sono esposti i capolavori di Pollock, Hopper, Picasso, Paul Klee, Rothko, Matisse e Mondrian; Enrico si sofferma dinnanzi ad ogni quadro e disegna, in splendida solitudine, con le note del pianoforte o alla celesta, un affresco da inserire in una ipotetica ‘cornice’, “Frame” per l’appunto. L’effetto è quanto meno intrigante: Pieranunzi non si smentisce e la sua arte pianistica rifulge sempre luminosa sia che si avventuri in stupefacenti e trascinanti avventure magari con illustri partner d’oltre oceano, sia, come in questo caso, che si rivolga di più al suo coté intimista regalandoci una serie di bozzetti che illustrano meglio di mille parole le sue riflessioni determinate dai pittori sopra citati. Un’ultima considerazione: capita sempre più spesso che la data di pubblicazione di un disco sia di molto posteriore alla sua incisione; ad esempio questo album è stato registrato nel 2012 ma pubblicato solo nel febbraio di questo non felicissimo 2020.

Andreas Schaerer, Hildegard Lernt Fliegen – “The Waves Are Rising, Dear!
Già altre volte, questa testata si è occupata di Andreas Schaerer sottolineandone le innumerevoli virtù e la capacità di interpretare più parti in commedia dal momento che la sua arte gli consente di fare non solo ciò che hanno fatto i più grandi vocalist del jazz, ma di esibirsi come “beatboxer”, di imitare vari strumenti e di improvvisare con uno scat inventivo e trascinante. Questa volta lo svizzero di Berna si presenta alla testa del suo gruppo “Hildegard Lernt Fliegen” il più creativo e originale progetto musicale che la Svizzera abbia potuto offrire in questi ultimi anni. In effetti una performance del gruppo è sempre qualcosa di straordinario dal momento che è difficile stabilire se si tratti di un concerto jazz, rock, rap, di cabaret, di musica da circo (si ascolti, ad esempio il brano d’apertura “Dripping Pint”) con incursioni sempre misurate anche nel mondo dell’elettronica. Ad assecondare le acrobazie vocali di Andreas cinque solisti di eccellenza quali il trombonista e tubista Andreas Tschopp, i sassofonisti Matthias Wenger e Benedikt Reising (che si ascoltano rispettivamente anche al flauto e al clarinetto basso), il bassista Marco Muller e Christoph Steiner alla batteria e alla marimba. Il tutto rinforzato, purtroppo in un solo brano “Embraced By The Earth” dalla presenza del celebrato fisarmonicista francese Vincent Peirani e dalla intensa voce di Jessana Némitz. Così la musica scorre impetuosa, tutt’altro che banale, lontana da qualsivoglia piacevolezza superficiale in cui l’ascoltatore è coinvolto nella sua totalità, mente e corpo, emozione e intelletto. Da questo punto di vista è difficile scegliere in particolare qualche brano anche se personalmente ho maggiormente apprezzato il già citato pezzo in cui si ascoltano anche Peirani e la Némitz e il brano di chiusura “Love Warrior: Part I-IV” che si muove su coordinate più spiccatamente jazzistiche.

Ian Shaw – “Integrity” – abeat 01
Il cantante, pianista e songwriter inglese Ian Shaw è considerato, insieme a Mark Murphy e Kurt Elling, uno dei migliori cantanti jazz di sesso maschile di tutto il mondo. Lo evidenziano i tanti riconoscimenti ottenuti in questi anni: miglior Vocalist Jazz ai BBC Jazz Awards nel 2007 e nel 2004, e nomination nella categoria Miglior Vocalist del Regno Unito ai JazzFM Awards nel 2013… In questo album Ian è accompagnato da un trio italiano composto da Alessandro Di Liberto al piano, Tommaso Scannapieco al basso ed Enzo Zirilli alla batteria. In programma accanto ad alcuni grandi classici ‘leggeri’ come “People”, cavallo di battaglia di Barbara Streisand dal film “Funny girl” del 1964 (arrangiato per l’occasione da Di Liberto), e “Smile” di Charlie Chaplin arrangiata da Enzo Zirilli, ecco alcuni standards del jazz tra i meno battuti come “Use me” di Bill Withers che chiude l’intero disco. In tutti i brani risalta evidente il ruolo svolto dagli strumentisti che riescono a intessere un tappeto ritmico-armonico in cui si inserisce con assoluta pertinenza la voce di Ian Shaw che, dal canto suo, evidenzia una maturità espressiva non comune. Di solito quando si ascolta un disco il cui leader è un cantante (indipendentemente dal sesso) la formula è quella del vocalist con accompagnamento. In questo caso la situazione è completamente diversa in quanto il gruppo appare perfettamente coeso e si muove all’unisono dando ad ognuno la possibilità di mettersi in evidenza. Certo, Ian Shaw è la stella dell’album e la sua prestazione è assolutamente all’altezza dei suoi precedenti album che hanno giustificato, nel tempo, i riconoscimenti cui in apertura si faceva riferimento. I brani sono tutti notevoli con una preferenza, del tutto personale, per il celeberrimo “Smile” di Charlie Chaplin.

Djime Sissoko, Djama Djigui – “Kabako” – Caligola 2272
Tutti conosciamo Baba Sissoko; ebbene Djime è il di lui nipote che vive a Bamako in Mali. Come si dice buon sangue non mente e anche questo artista è degno della massima attenzione. Si badi bene, però: la sua musica non è quella sorta di jazz fortemente contaminato dall’Africa che ha reso famoso Baba; qui siamo sul terreno della musica africana, meglio maliana, lontana da qualsivoglia contaminazione e proprio per questo di grande fascino. Djime si presenta alla testa del suo gruppo, “Djama Djigui” una formazione assolutamente particolare in quanto composta da fratelli, cugini, vicini che sono cresciuti assieme, discendenti della grande famiglia dei Griot Sissoko, tra cui ovviamente il più volte citato Baba. L’album, oltre della maestria del leader al ngoni (strumento a corda proprio dell’Africa occidentale) e al tama (strumento a percussione sempre dell’Africa occidentale) e dello straordinario affiatamento del gruppo, si avvale della splendida voce della moglie di Djime, Aichata Bah. Oltre a quella di Aichata, si possono altresì ascoltare le voci di Baba in “Ma Kono Djarabi” e in “Djumara Djeli”, di Sadibuou Kanté in “Djuku Ya Magnie” e di Samba Tourè in “Anka Miri”, tutti in veste di ospiti. Particolarmente significativo il brano che chiude l’album,”Tama solo”, in cui Djime Sissoko evidenzia tutto il suo virtuosismo per l’appunto al tama. “Kabako”, oramai l’avrete già capito, ci conduce in un meraviglioso viaggio attraverso il Mali grazie alla sua musica che affonda le proprie radici nella tradizione di quella terra.

Warren Wolf – “Reincarnation” – Mack Avenue1169
L’ afroamericano Warren Wolf, anche attraverso i suoi quattro precedenti album pubblicati per la Mack Avenue tra il 2005 e il 2016, si è affermato come uno dei migliori vibrafonisti degli ultimi anni e in questa nuova incisione ha chiamato accanto a sé giovani sideman e alcuni veterani. Con lui ecco quindi Brett Williams al Fender Rhodes ed al pianoforte, Richie Godds al basso elettrico e su “Livin’ the Good Life” al contrabbasso, Mark Whitfeld su due brani alla chitarra, Carroll “CV” Dashell III alla batteria ed alle percussioni e due cantanti che si alternano: Imani-Grace Cooper e Marcellus “bassman” Shepard. L’album è sostanzialmente incentrato sul R&B, sul soul e su una fusion di qualità, mentre dal punto di vista dell’ispirazione, il fattore dominante è l’amore declinato attraverso le sue mille sfaccettature; è lo stesso Wolf a chiarirlo: “Questo è un album sull’amore e la musica che mi fa stare bene – spiega Wolf – A questo punto della mia carriera, volevo solo dimostrare che posso essere versatile ed esprimermi in molti stili diversi”. Così ad esempio “For Ma” è dedicato alla madre, Celeste Wolf, deceduta nel 2015, “Sebastian e Zoë” è un delicato omaggio ai suoi due bambini più piccoli, mentre “Come And Dance With Me” è stata scritta per la moglie che è una ballerina. Da quanto sin qui detto, risulta evidente come l’album riuscirà particolarmente gradito a quanti amano la black music nella sua accezione più ampia. Tuttavia, ad opinione del vostro recensore, uno dei pezzi meglio riusciti è “Sebastian and Zoe” in cui Shepard , con espliciti riferimenti a Barry White, dialoga con Imani-Grace Cooper facendo rivivere quelle atmosfere che hanno segnato per molti di noi gli anni ’70.

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Enzo Favata, sassofonista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Enzo Favata, sassofonista

-Come stai vivendo queste giornate?
“Potrei dirti come tutte le persone di questo mondo, vivo le giornate con apprensione e sospensione, paura non solo del nemico invisibile, ma soprattutto del futuro incerto. Detto questo, cerco di usare questo periodo sospeso in maniera differente dal solito e di darmi un organizzazione rigida del tempo e delle cose da fare nell’immediato. Naturalmente un po’ spaventato dal fatto che alla ripresa dei “ giochi”, data la mia condizione di musicista geograficamente lontano dai centri di diffusione della musica, sarà molto difficile che tutto ritorni alla normalità in tempi brevi, ho deciso di riorganizzare il mio tempo, dandomi uno schema rigido alle mie lunghe giornate, suddivise con orari ed impegni precisi: la mattina la passo in studio cercando di fare come tutti i musicisti, pratica con lo strumento, la composizione di nuove idee ecc… ho anche preso in mano il mio archivio con 30 anni di lavori, registrazioni live, colonne sonore, lavori per cinema teatro, album mai usciti, performance e concerti live, un lavoro davvero imponente dato che ci saranno più di 400 ore di registrazione, non voglio lasciarle in un cassetto e le cose più interessanti le sto rimasterizzando e mettendo online, sarà un lavoro che continuerò anche finiti i tempi del coronavirus, per ora ci sono 22 album digitali già pubblicati https://enzofavata.bandcamp.com/  La seconda parte della giornata, dato che per scelta di vita da dodici anni ho deciso di abitare in campagna, il pomeriggio lo dedico alla terra che ho intorno a casa e cerco di fare seriamente un lavoro completamente diverso che richiede devozione e cura come la musica, lavoro a volte sin quando è buio. So che avere queste possibilità di poter non essere incollati ad un divano o reclusi in una piccola casa di 40 mq, di questi tempi può essere una grande fortuna, quindi porto grande rispetto alla condizione degli altri e spero che l’emergenza finisca presto”.

-Come ha influito tutto ciò sul tuo lavoro? Pensi che in futuro sarà lo stesso
“Il lavoro stava avendo un profondo cambiamento anche prima di questo sconvolgimento, vivo la scena musicale da davvero tanto tempo e la situazione per i musicisti è precipitata già da tempo, sin dall’avvento di alcune mode digitali che ne ha sconvolto il mercato, appiattendolo su di un concetto davvero restrittivo rispetto al ruolo della musica e del musicista. Personalmente lavoro molto e soprattutto all’estero e non sto a dire quanti concerti e tournée ho perso. Credo che il futuro non sarà più  lo stesso, ma lo vedo in positivo, dopo le grandi tragedie ci sono stati sempre epocali cambiamenti, credo che questa esperienza farà nascere  collaborazioni, nuovi network ed  una maggior coscienza anche da parte dei musicisti e della filiera dello spettacolo, compreso il pubblico: ci sono segnali già evidenti di una consapevolezza e riorganizzazione nel nostro mondo, basta iniziare ad avere più coraggio, a mettersi in gioco anche nella vita associativa, dare qualcosa anche agli altri per ottenere di più tutti e su questo la filiera del jazz italiano ha ancora da lavorare molto”.

-Come riesci a sbarcare il lunario?
“Sto riprendendo con più costanza la mia attività di colonne sonore, dove ho fatto molto negli anni, alternandola all’attività concertistica; non nascondo che è un momento difficile, ma vedendo il bicchiere mezzo pieno ho deciso di utilizzare i materiali  risorti dal mio archivio e li sto mettendo online. Credo  che  promuovere la tua musica su piattaforme come bandcamp stia iniziando a dare risultati non solo per me, all’estero è uno standard usato ed ha successo, in Italia impera Spotifly che, con tutto il rispetto per la musica per tutti, a noi del jazz fa arrivare qualche euro, per questo lancio un’idea alla stampa specializzata: sarebbe una bella cosa che anche la critica musicale, i media internet i blog e riviste, si dedicassero con più convinzione a questo modo di concepire la produzione musicale diretta tra musicista e fruitore della musica, per semplificare è un po’ come fa la Coldiretti in Italia, che promuove i prodotti  a chilometro zero”.

-Vivi da solo o con qualcuno. E quanto ciò risulta importante?
“Vivo con la mia famiglia e naturalmente in questo momento è importate, ma lo è sempre stato”.

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e   professionali sotto una luce diversa?
“Credo che l’isolamento aiuti a capire meglio il valore dei rapporti umani di una volta anche con i contatti diretti, chi non è della mia generazione non conosce il valore di una cartolina di una telefonata, di andare a far visita ad un conoscente, l’era degli sms e poi delle chat hanno appiattito tutto ad un messaggio uguale per tutti da spedire alla tua rubrica telefonica. Meno male che la tecnologia oggi, con le video-chiamate, ci aiuta a ridurre la distanza tra le persone che conosciamo e spesso riduce il noioso susseguirsi di messaggi, in questo periodo le video-chiamate sono aumentate visibilmente e questo modo visivo di dedicare più tempo, a mio parere cambierà notevolmente in meglio il rapporto tra le persone. Io lo sto sperimentando questo trend, conosco persone in tutto il mondo, ma mai come ora ne ricevo segnali e comunicazioni da tutti, credo che sia il leitmotiv che accompagna l’umanità tecnologica   ed è una bella cosa che tutti vogliono sapere degli altri. Anche nel lavoro si usano sempre più video-chiamate anche in gruppo per condividere qualche minuto insieme, guardarsi in faccia, oppure chiedere consigli su certe cose, parlare di problematiche comuni. Tutto questo prima di febbraio era molto più raro, oggi anche se distanti siamo più vicini perché ci accomuna un dramma e la voglia di superarlo”.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
“La musica aiuterà tutti ad affrontare questo momento, mai come al giorno d’oggi la musica è facilmente raggiungibile ed è facilmente fruibile. La musica influisce molto sul modo in cui pensiamo, in cui ci comportiamo, in cui sentiamo. La musica è un mezzo davvero molto potente che lavora direttamente sulle emozioni. Per noi che la produciamo è una ragione di vita e non da oggi. Per me ora è un momento di grande immersione interiore, come ho detto prima sia nel passato con oltre 30 anni di  archivio dentro cui scavare e riscoprire, sia nel futuro con una  grande la voglia di creare a cui ho iniziato a dedicare più tempo proprio in questi giorni. Il lavoro della riscoperta di mie radici musicali ed anche il lavoro in campagna mi stanno dando la forza non solo di superare, ma anche di creare qualcosa di nuovo, come finalmente la realizzazione di un mio album in solo e la composizione di nuovi materiali per la realizzazione e registrazione del nuovo album con il mio attuale gruppo “The Crossing” con Pasquale Mirra, Rosa Brunello e Marco Frattini di cui esiste un album live recording su bandcamp  https://enzofavata.bandcamp.com/album/enzo-favata-the-crossing-live”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“Chi ama la musica e la crea difficilmente pensa ad altro, ma nel concreto a mio avviso la forza per superare questo momento è l’unione il non sentirsi soli anche nel nostro mondo artistico, partecipare socialmente come ho detto prima, essere presenti , non solo con il dito sulla tastiera di un social, ma sentirsi parte di una comunità, far valere i propri diritti, ma anche i nostri doveri” .

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Devo dire che se da un punto di vista bisogna essere assolutamente ottimisti nonostante la banale, ma necessaria retorica di: “ce la faremo, andrà tutto bene, gli italiani sono un grande popolo… ecc…”, bisogna comunque iniziare a raccontare un po’ di verità su cosa è la nostra nazione, non dimentichiamo che l’Italia era già un paese scassato da prima con sei milioni di disoccupati, nove milioni di sommerso (tra cui anche molti musicisti danno il loro piccolo contributo lavorando in nero) cinque milioni di poveri. Insomma l’unità va bene ma anche la coscienza di essere sull’orlo di un baratro e che le risorse che verranno impiegate per la ripresa saranno dei conti salatissimi che dovremo pagare, non dimenticandoci che gli Italiani complessivamente evadono per 150 miliardi all’anno e questo non è un esempio di unità. Su questa domanda vorrei divagare un poco prendendo ad esempio dei post che in questi giorni vedo sul mondo dello spettacolo a proposito di iniziative virtuose come quelle del governo tedesco. Secondo voi possiamo paragonarci? Oppure post “l’Italia è il paese della cultura e dell’arte”.  Ma si ha in mente quanto i governi “cattivi” del Nord investano in cultura? Chi ha frequentato i palcoscenici della Germania, Norvegia, Svezia ma anche dell’Olanda si rende conto di quanto i governi spendono e di quanto il pubblico sia presente e spenda i soldi di un biglietto, anche per andare a vedere musicisti non conosciuti; esiste insomma più senso di unità nel vedere la gente che conduce una vita sociale legata alla cultura, al ritrovarsi per un evento che non sia di natura commerciale o nazional-popolare; speriamo che cambi qualcosa che non sia l’unità dei flashmob dai balconi, e di tante altre iniziative che lasciano il tempo che trovano. Finisco il concetto dicendo che il mondo della musica ha sempre risposto al concetto di unità andando in aiuto sempre per le cause dei più deboli”.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“Il mondo del jazz, come è noto, per una parte si è associato in Federazione del Jazz Italiano, che riunisce l’associazione dei Musicisti, quella dei Festival ecc… (conoscete già chi ne fa parte) si tratta comunque di un buon inizio e credo siano stati fatti passi importanti, dato che prima non esisteva nulla; detto questo si ha la necessità di dare un’accelerazione vista la situazione contingente, lasciando da parte certi atteggiamenti garantisti solo per una piccola parte del jazz italiano, siamo una filiera e se una parte soffre, ne soffre l’intera catena. La mia non vuole essere una critica bensì un suggerimento attivo: AMJ, di cui faccio parte e che riunisce i musicisti di jazz, per avere più massa critica deve riuscire ad accogliere più musicisti non solo della fascia “giovanile” e per far questo deve riuscire a dare più fiducia a chi sarebbe intenzionato ad aggregarsi, ma non lo fa perché comunque non si sente rappresentato; è un duro lavoro, credo che l’attuale dirigenza stia facendo anche oltre il possibile, ma bisogna superare questo stallo e gli strumenti necessari si hanno basta metterli in atto. I-Jazz in questo momento, almeno per la fine del 2020 e credo per buona parte del 2021, dovrà essere cosciente del “capitale artistico“ che sono i musicisti di jazz Italiani ed imparare a valorizzarlo maggiormente, anche con importanti azioni di promozione, sviluppare azioni comuni per quanto riguarda il fundraising e mettere in campo, anche aiutati dal Governo, tutte quelle azioni che permettano di promuovere i Festival, Teatri, Rassegne, per riportare a loro il pubblico anche con una visone diversa,  prendendo spunto, come ho spiegato prima, dal pubblico dell’Europa del Nord”.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
“Il Governo ha iniziato un piccolo dialogo con la Federazione del Jazz ed “a bellu a bellu” ( traduzione dal sardo: a piccoli passi) sta iniziando un percorso. Nella Fase 3 post Coronavirus e con la riapertura delle frontiere chiederei: una disposizione finanziaria maggiore sia nelle attuali risorse per il Fus, sia meccanismi di avvicinamento per quei Festival e realtà importanti (e ce ne sono) che non hanno avuto la fortuna di aver accesso al Fondo Unico per lo Spettacolo; creare incentivi almeno per un quinquennio  per I Festival ed i Palinsesti che ospitino musicisti Italiani di Jazz (di qualsiasi età); creare una campagna di promozione di riavvicinamento del pubblico, anche reintroducendo e incentivando le iniziative statali e private, la programmazione della musica jazz e dei concerti com’era una volta. Infine, ma non meno importante, attivare l’Export Office, una Istituzione di promozione governativa, attiva con successo in tantissime nazioni, che in Italia deve dipendere dal MIBACT , con un modello a struttura aperta ed a sportello, con due call annuali che finanzino i viaggi dei musicisti che ne abbiano diritto, ovvero con dei contratti firmati da Festival ed Organizzazioni straniere, lo stesso Export  Office che andrà a promuovere il jazz Italiano nelle Fiere”.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
“Diciamo che dopo quello che ho detto, consiglio a tutti di andare a scoprire la musica su Bandcamp, è un buon modo per essere uniti e solidali con i musicisti che non stanno lavorando in questo momento e naturalmente, una volta ascoltati i brani, scaricate gli album; trovate anche le più importanti etichette, digitate un genere ed andate a scoprire. Libri? “Logo Land” di Max Barry, per capire in un romanzo del 2003 la società attuale. “In Patagonia” di Bruce Chatwin, per comprendere un mondo in cui la distanza sociale è usuale. “Peggio di un Bastardo” autobiografia di Charles Mingus. Ed infine per chi volesse angosciarsi di più, ma con un libro straordinario “La Peste” di Albert Camus.

Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Claudio Angeleri, pianista

Intervista raccolta da Gerlando Gatto

Claudio Angeleri, pianista – ph: Dario Guerini

-Come sta vivendo queste giornate?
“Io sto a Bergamo. Il centro purtroppo di questa terribile epidemia. Ho cercato subito di essere vicino ai giovani facendo quello che so fare meglio. Cioè insegnando e suonando. Sono stato inoltre impegnato ad organizzare il Jazz Day on Line con l’Associazione Il Jazz va a scuola e il MIUR Comitato nazionale per l’apprendimento pratico della musica. Le mie giornate sono davvero piene”.

-Come ha influito tutto ciò sul suo lavoro? Pensa che in futuro sarà lo stesso?

“Dall’inizio di questa triste avventura ho già perso una ventina di concerti. Il futuro non sarà assolutamente lo stesso. Cambieremo modo di essere e anche di fruire della musica per almeno i prossimi due / tre anni. Per questo motivo occorre rimodulare completamente il nostro lavoro. In tal senso il web mi ha dato la possibilità di aggiornare e ripensare le possibilità offerte dalla musica in rete. Sto registrando ad esempio diversi video didattici in cui suono anche molto”.

-Come riesce a sbarcare il lunario?
“Sono docente di ruolo nella scuola, dirigo e insegno pianoforte jazz al CDpM di Bergamo. Sono fortunato e così come me ci sono tanti musicisti che insegnano nelle scuole e nei conservatori. Il mio pensiero però ora va soprattutto a chi vive solo di concerti. Occorre un sostegno economico pubblico anche per questa categoria di lavoratori”.

-Vive da solo o con qualcuno. E quanto ciò risulta importante?
“La famiglia, gli affetti, l’amicizia sono un sostegno fondamentale in questo momento”.

-Pensa che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
“I rapporti umani sono già cambiati. Credo però che in Italia non si capisca ancora cosa significhi vivere in una città come Bergamo dove, nel mese di marzo, moriva una persona ogni 10 minuti. Se si provasse a vivere solo un giorno qui da noi credo si cambierebbero tanti comportamenti irresponsabili che purtroppo avvengono in tutta Italia. Devo dire però che in questa situazione terribile ho sperimentato una straordinaria vicinanza di tante persone, amici che non sentivo da tempo, studenti. Sento di avere delle responsabilità per il ruolo che rivesto, quindi faccio del mio meglio per essere un esempio attraverso l’impegno, lo studio quotidiano, il lavoro”.

-Crede che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?

“La musica costituisce uno straordinario riferimento per tutti anche per chi non la pratica professionalmente come noi. Ci dà equilibrio, forza e speranza. È il futuro”.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
“È difficile per un musicista rispondere a questa domanda. La musica è totalizzante e mettiamo tutti noi stessi anche nelle nostre componenti spirituali ed etiche oltre che artistiche. Per Coltrane la musica era innanzitutto preghiera, elevazione dell’anima”.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
“Non lo trovo retorico. Siamo in guerra e dobbiamo essere uniti per vincere. Ne sono davvero convinto. Poi cercheremo le responsabilità e occorrerà essere molto severi. Ma ora bisogna andare oltre anche se capisco non sia facile”.

-È soddisfatto di come si stanno muovendo i V/si organismi di rappresentanza?
“I musicisti non hanno un vero sindacato di rappresentanza. L’associazione MIDJ, di cui sono referente regionale per la Lombardia, si è data molto da fare attraverso diverse iniziative di supporto all’emergenza economica. Oltre alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica e della politica sul “mestiere del musicista” però non si può fare molto di più. Certo che più siamo più contiamo. Quindi occorre esserci e mettersi in gioco”.

-Se avesse la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederebbe?
“È un discorso delicato. È facile sparare a zero sulla classe politica attuale, viste le competenze che esprime. Tuttavia ora non è il momento di cercare responsabilità su cui sarà necessario indagare molto approfonditamente dopo. Ora bisogna uscire dall’emergenza e quindi chiederei innanzitutto di agire in fretta nelle forniture dei materiali che servono ai medici e al personale sanitario riducendo la burocrazia e ascoltando solo gli scienziati più autorevoli. Poi sarà il momento della ricostruzione e saremo tutti chiamati a reinventarci. Serviranno idee, competenze e professionalità nuove. Ho molta fiducia nei giovani. Può essere una grande occasione”.

-Ha qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
Il jazz italiano oggi è molto variegato, ricco di stimoli ed eccellenti musicisti. Il panorama discografico riserva quindi delle piacevoli sorprese e comprando i dischi di jazz italiano si può inoltre sostenere concretamente il nostro settore. La rivista JazzIt, ad esempio, ha proposto i migliori 100 dischi del 2019. A Proposito di Jazz suggerisce già diversi ascolti. Fidiamoci e non resteremo pentiti”.

Gerlando Gatto

Al via una nuova collaborazione tra AFIJ, Associazione Fotografi Italiani di Jazz e la nostra testata. Intervista a Pino Ninfa

La bellezza del Jazz risiede nelle sue infinite forme e sfaccettature e noi di A Proposito di Jazz lo sappiamo bene, essendo sempre a caccia delle emozioni e delle suggestioni che questa musica è capace di generare.

Il nostro lavoro di comunicatori, promotori e recensori del Jazz sarebbe manchevole se le nostre parole non fossero accompagnate dalle immagini, preziosa testimonianza visiva dei nostri racconti… perché crediamo che, una volta finita la musica, le parole e le immagini possano continuare a mostrare l’anima del musicista, percorrendo quel filo di Arianna che lo unisce al suo pubblico. Le parole e le immagini sono la musica che va oltre, che si può sentire anche guardando, leggendo, ricordando… Non a caso tutti i nostri pezzi sono sempre corredati dalle foto gentilmente concesse dai nostri amici fotografi.

Per tutto questo, quando abbiamo appreso che dodici fotografi italiani di jazz, dopo un percorso durato oltre un anno, hanno formato un’associazione, l’AFIJ, con tanto di Atto Costitutivo, Statuto e soprattutto dotandosi di un Codice Etico con le linee guida per gli associati, abbiamo pensato che sarebbe stato bello presentare l’iniziativa e seguirne l’evoluzione, dedicandole una rubrica fissa sul nostro portale, per farvi conoscere da vicino i fotografi che ne fanno parte – che sono al momento una trentina – e pubblicando, a turno, il profilo di ognuno di essi e una galleria dei loro lavori più rappresentativi.

Prima di passare alle singole presentazioni, che avranno cadenza mensile, iniziamo con una selezione di immagini dei soci fondatori, che sono: Giuseppe Arcamone, Antonio Baiano, Giuseppe Cardoni, Riccardo Crimi, Luca d’Agostino, Umberto Germinale, Pino Ninfa – che abbiamo intervistato per voi – Andrea Palmucci, Luciano Rossetti, Andrea Rotili, Domenico Scali e Paolo Soriani.

Da maggio del 2019 l’AFIJ è entrata a far parte della Federazione Nazionale Il Jazz Italiano, presieduta da Paolo Fresu, nata nel 2018 su iniziativa delle quattro associazioni rappresentative del settore: i-Jazz (l’associazione dei festival italiani), MIdJ (realtà che raggruppa i musicisti jazz), e le neonate AdeidJ (Associazione delle etichette indipendenti di jazz) e Italia Jazz Club (associazione dei jazz club).

Molte sono le iniziative a cui l’associazione ha già partecipato, tra le quali ricordiamo le mostre fotografiche: “Nuova Generazione Jazz”, nell’ambito di “Jazzahead” a Brema, “Il jazz italiano per le terre del sisma” a L’Aquila a cura di Paolo Soriani, alla Triennale di Milano, per “Jazzmi”, dove Luciano Rossetti ha esposto i suoi lavori per i 50 anni ECM. Tra i workshop: il progetto multimediale al Conservatorio di Cosenza, con performance di musica e fotografia degli allievi fotografi seguiti da Pino Ninfa, e dei musicisti coordinati dal maestro Nicola Pisani, quello di Jimmy Katz a Morrovalle, nello studio di Andrea Rotili e persino in India, dove Ninfa ha tenuto il corso “Visione e Improvvisazione nell’era tecnologica” all’Indian Institute of Engineering Science and Technology, Shibpur (IIEST Shibpur).

E ancora, in Friuli Venezia Giulia, a cura di Luca d’Agostino: un protocollo su “Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento” (ex “alternanza scuola/lavoro”) con l’Istituto Alberghiero Pertini di Grado a GradoJazz by Udin&Jazz, frutto di una sinergia tra Anpal Servizi (Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro), Lotus Flower, e l’Associazione Euritmica e un laboratorio formativo al Liceo Artistico Statale Sello di Udine durante Jazz&Wine of Peace, in collaborazione con il Circolo Culturale Controtempo.

Recentemente l’AFIJ ha premiato il vincitore della borsa di studio per giovani fotografi, che diventerà una mostra ospitata al Blue Note di Milano (già pronta ma purtroppo saltata causa Covid-19).

I fotografi AFIJ partono dunque dall’assunto che la fotografia sia parte fondamentale della cultura legata al jazz, di cui si conosce la storia, oltre che per la musica, anche per le immagini che l’hanno raccontata attraverso gli obiettivi di fotografi come Herman Leonard, William Claxton, Francis Wolff, William Gottlieb. Questi maestri della fotografia hanno creato una iconografia storica che si affianca ai suoi protagonisti e ne diviene testimonianza imprescindibile per capire l’evoluzione di questa cultura musicale nel corso degli anni.

Uno degli scopi principali dell’AFIJ è inoltre quello di conferire quella dignità che il ruolo del fotografo professionista merita nel contesto jazzistico e, più in generale, nello scenario più vasto dei festival e della comunicazione. L’Associazione, in totale sinergia e condivisione di intenti, sarà dunque una squadra compatta, un collettore di progetti, un punto di riferimento per i giovani talenti che si affacciano a questo affascinante mondo, portando energia nuova ma senza mai dimenticare che l’attività di fotografo dev’essere affrontata con serietà, dignità e spirito di collaborazione.

Marina Tuni

Quattro domande al fotografo Pino Ninfa, tra i decani dei fotografi jazz (ma non solo…) e Presidente dell’associazione

Pino Ninfa

Della genesi dell’AFIJ abbiamo parlato poc’anzi; c’è qualcosa che desideri aggiungere sulle motivazioni hanno portato voi fotografi a riunirvi in modo ufficiale?
Intanto che ho accettato di fare il presidente perché vorrei poter fare arrivare dei giovani fotografi in AFIJ e quindi creare uno scambio di vedute e di esperienze fra generazioni di fotografi.
Per fare questo abbiamo realizzato un concorso con relativa borsa di studio per fotografi under 35.
Contribuire a sviluppare una identità come categoria in una realtà come quella attuale, dove la figura del fotografo non ha l’importanza che meriterebbe per capacità e professionalità.

Una foto ben fatta ha un’anima e soprattutto mostra l’essenza del musicista, quel filo, dicevamo, che lo unisce al suo pubblico. Spesso, quando scrivo un articolo, una recensione, mi soffermo a pensare al peso, all’impatto che ogni singola parola potrà avere in chi mi legge… È una grossa responsabilità, non trovi? Capita anche a te di pensarlo per le fotografie che scatti?
Si certamente anche se da tempo devo dire che oltre all’idea di come rappresentare un musicista mi interessa il contesto in cui opera. A questo proposito mi viene in mente una frase di Faulkner: “Non abbiamo mai visto niente allo stesso modo, ma guardavamo la stessa cosa”. Ecco, sono stimolato nell’incontrare visioni da offrire allo spettatore per condividere con lui le atmosfere di quel momento, offrendogli una mia personale visione.

-La musica, si sa, è una fenomenale attivatrice di emozioni.. anche estetiche, se vogliamo. Esiste persino una ricerca che dice che le nostre menti hanno la capacità di elaborare una sorta di libreria musicale che riesce a richiamare, attraverso una singola emozione collegata ad un brano, una multiforme combinazione di sentimenti ad esso associati. Quando scatti una fotografia, quanto la tua mente è condizionata dal fatto che ti piaccia o meno la musica dell’artista che stai fotografando e quanto ciò influisce sul risultato finale?
Molte delle foto che faccio sono in situazioni dove non c’è musica, nel senso che mi piace incontrare il musicista non solo sul palcoscenico. Quando lo fotografo durante un concerto la musica ha la sua influenza, insieme al  fascino dell’atmosfera che lo circonda.

Quando, appena diciassettenne, sei partito dalla tua Catania per trasferirti a Milano, sapevi già quale direzione avresti voluto dare alla tua vita? L’arte fotografica, la musica, l’impegno nel sociale facevano già capolino al tuo orizzonte?
No, tutto è arrivato dopo. Mi ha aiutato essere un appassionato di musica prima che un fotografo.
Amare l’arte cercandone segreti per arrivare in profondità. Col tempo ho imparato che il jazz è un principio che si può applicare in molti ambiti e che l’improvvisazione è una storia importante al pari di cogliere l’attimo. Tutte e due hanno bisogno di conoscenza e talento per poterle applicare in quello che si vorrebbe dire e fare.

(Marina Tuni)

 

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Paolo Fresu, trombettista e compositore

Intervista raccolta da Marina Tuni

Paolo Fresu – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © Udin&Jazz 2016

–Come stai vivendo queste giornate?
Tutto sommato bene. Ho la fortuna di avere una casa in collina immersa nel verde e mi ritengo fortunato rispetto a tanti. È un momento in cui dobbiamo sempre pensare a chi sta peggio di noi…
Sto con la famiglia più del solito e non posso non sottolineare il fatto che non ho trascorso un tempo così lungo con loro negli ultimi 40 anni. Inoltre scrivo musica, registro musica, leggo, sento i dischi e seguo con attenzione le istanze del mondo dei lavoratori dello spettacolo che versano in condizioni di estremo disagio. Partecipo ad una miriade di tavoli di discussione su questi tempi e si sta tentando di mettere assieme tutti e di dialogare perché il nostro mondo è molto vasto ed altrettanto sfilacciato.
Dirigo anche le attività della Federazione Nazionale il Jazz Italiano, della quale sono il presidente. Insomma, le giornate al tempo del coronavirus sono più brevi, intense e più impegnate del solito.

-Come ha influito la situazione attuale sul tuo lavoro?.
Quale lavoro? Dal lockdown non c’è lavoro per gli artisti e per l’esercito di coloro che mandano avanti la filiera dello spettacolo! Lavoriamo tanto ma senza introiti. Da parte mia posto tante cose sui social e la cosa mi piace. Ho comprato una scheda audio e mi diverto a registrare da solo o su cose già esistenti e anche a montare video ma questo è un lavoro per l’anima, non per le tasche. Io posso anche permettermi di stare a casa a ‘divertirmi’ e a dare un senso alla mia clausura attraverso la creatività ma per molti è un vero dramma…

-Pensi che nel prossimo futuro sarà lo stesso?
Spero di no e spero si riprenda il prima possibile. Con le ovvie restrizioni. Se non si riprenderà in tempi brevi parte della nostra categoria sarà rasa al suolo e non si rialzerà.
Se ciò avverrà anche lo sforzo che il Governo sta facendo nel riconoscere i 600 Euro mensili sarà uno sforzo inutile. Perché con 600 Euro non si campa se non c’è dell’altro.
Sono fermamente convinto che l’unica musica per evitare lo sfacelo sia quella di sforzarci, tutti e nel rispetto di tutti, a riaprire le attività dello spettacolo (ovviamente non quello dei concerti da stadi e palazzetti dello sport) prima dell’inizio dell’estate. Sarà una tesa di mano verso le imprese culturali e queste potranno ridistribuire economia ai lavoratori che, a loro volta, la distribuiranno sulla socialità. C’è bisogno di arte, di cultura e di musica per alimentare lo spirito.

Come riesci a sbarcare il lunario in questo periodo?
Personalmente vivo con quello che avevo messo da parte prima. L’unico introito possibile, seppure minimo, può essere la monetizzazione della rete ma non basta a giustificare il lavoro e l’impegno profuso. Viviamo di ciò che suoniamo con il nostro strumento per gli altri. Se lo facciamo solo per noi stessi ciò ci riempie solo l’anima pur alimentando lo spirito.
Anche le attività della mia etichetta discografica in questo momento sono quasi ferme e abbiamo deciso di pubblicare per ora i dischi futuri solo sulla rete. L’unico lavoro fisico è “2re-Wanderlust” perché era già in stampa ma i negozi di dischi sono chiusi. In compenso riaprono le librerie… Speriamo nella prossima Siae semestrale e molti artisti sperano in un aiuto sia da parte della Siae che di Nuova Imaie e ItsRight per i diritti connessi. Alcuni altri invece riescono a prendere i 600 Euro dallo Stato ma purtroppo non tutti, solo quelli che nel 2019 hanno maturato almeno 30 prestazioni professionali. Cosa impossibile per molti lavoratori del nostro mondo.

-Vivi da solo o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante in questo delicato momento?
Ho la grande fortuna di vivere con una bella famiglia unita. Con mia moglie e mio figlio, che ha dodici anni e suona la batteria e ama i Beatles. Credo sia la più grande fortuna in questo momento. Perché ci si scambia il piacere delle piccole cose e si limano i piccoli contrasti. Come regalo per il suo compleanno avevo comprato tre biglietti per andare a sentire Paul McCartney a Napoli il 10 giugno. Ci riconosceranno un voucher da spendere in 12/16 mesi ma non voglio cambiare i biglietti di McCartney per un altro artista…
La musica non è un supermercato dove se non c’è la carta igienica di una certa marca ne compri un’altra…

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
Assolutamente si. Lo spero vivamente…

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
Già lo sta facendo. Peccato che continui ad essere poco considerato il suo valore e il suo senso nella società. Soprattutto nella fase di ricostruzione e di riapertura. Si sta dando valore alla rete e allo streaming ma, in tutta sincerità, spero non sia il futuro della musica perché questa va vista, sentita e respirata con gli altri. Sono cosciente che la rete e lo streaming possono diventare dei nuovi strumenti di lavoro e di introito – soprattutto ora – ma è altrettanto necessario che ci sia una attenzione etica e una legislazione adeguata perché altrimenti usciremo dal tempo del coronavuirus con un messaggio sbagliato: quello che la musica può arrivare nelle nostre case a costo zero annichilendone il senso e non comprendendo che dietro c’è una filiera enorme che investe e che contribuisce al PIL del nostro Paese. Inoltre ciò che si fa in rete deve essere di assoluta qualità e questo non avviene sempre. Non si può assistere a un concerto in rete senza quelle modalità e quelle attenzioni che riversiamo nella performance dal vivo perché la macchina  dello spettacolo, qualsiasi questa sia, ha delle regole e delle esigenze costruite in anni e anni di lavoro.
Il coronavirus non può distruggere quello che abbiamo faticosamente costruito con le nostre vite, con il nostro impegno e con la grande passione che ci anima.

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
Ognuno si affida a ciò in cui crede. Ci si affida a noi stessi, ci si affida altri altri, ci si affida a un Dio. A un fiore che sboccia in queste giornate di primavera intensa. Ciò è un segnale importante perché qualsiasi segnale dovrebbe portarci a riflettere e a considerarlo non solo un segnale ma un monito.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
Non ho idea e non mi interessa. Tutto può essere retorico e tutto può essere giusto. Dipende solo da noi. Dalla nostra capacità introspettiva di guardare dentro di noi e allo stesso tempo di guardare gli altri. Ben venga il concetto di unità, ad esempio, se questa è sentita ed è vera. Ben venga tutto ciò che è vero se lo è veramente…

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
Purtroppo no. Riconosco il grande sforzo che si sta facendo ma c’è molta confusione e la tesa di mano non è sufficiente. Si sta ad ascoltare molto le esigenze di alcuni ma non di tutti. Il mondo della cultura e delle spettacolo ad esempio è il primo ad essere stato chiuso e non si sa quando ripartirà ma intanto si riaprono le spiagge (e ne sono felice come tutti) come se in queste non ci siano gli stessi problemi di assembramento come in un piccolo concerto. Pur comprendendo il bisogno del nostro Governo di stare a sentire soprattutto la parte legata alla sanità e nel rispetto dei troppi morti questa non è oggi l’unica priorità. Se non si affrontano tutti gli argomenti e non si sta a sentire le istanze e i consigli di tutti, i morti sul campo saranno molti di più.

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
Un sacco di cose. Troppe da poterle riportare in questa intervista… E avrei un sacco di idee. Anzi, ho un sacco di idee da proporre. E non solo io…

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
Resistete. Resistiamo. Tutti assieme ce la faremo… Retorica?

I nostri libri

Prima di passare alla presentazione di quattro volumi, vorrei rispondere ad alcuni amici che mi chiedono perché le rubriche dedicate ai libri escono così di rado. La risposta è molto semplice: ascoltare un disco occupa due, tre ore. Leggere un libro, con la dovuta attenzione, molto di più.

Aldo Gianolio – “Il trombonista innamorato e Altre storie di jazz” – Robin Edizioni – pgg. 280, € 18,00
E’ possibile parlare seriamente di jazz ma inducendo il lettore ad un sorriso tanto più prezioso in questo momento storico così terribile? Certo è difficile, molto difficile, ma ci si può riuscire a patto che siano rispettate determinate condizioni: che lo scrittore sia veramente tale e cioè che sappia padroneggiare altrettanto bene la materia trattata (il jazz) e la lingua italiana; che lo stile narrativo sia piano ma non banale sì da condurre il lettore in una dimensione diversa dalla realtà ma del tutto credibile; che tutta l’opera sia pervasa da un sottile umorismo di fondo. Ebbene tutte queste caratteristiche le trovate appieno nel libro in oggetto, grazie alla competenza di Aldo Gianolio critico ben noto e apprezzato negli ambienti jazzistici.
Il volume si articola attraverso quaranta ritratti di jazzisti più o meno noti, in rigoroso ordine alfabetico, partendo da Cannonball Adderley per chiudere con Lester Young. In realtà molti di questi ritratti li avevamo già letti nel precedente libro dello stesso Gianolio, “A Duke Ellington non piaceva Hitchcock”, per cui “Trombonista innamorato” si presenta come una riedizione ampliata del precedente volume. L’impianto narrativo rimane ovviamente lo stesso: le storie sono raccontate dal musicologo John Ferro, in perenne polemica diretta con Bill Olsen, “biondino saccente della nuova critica di Chicago” ma più in generale con tutti gli altri critici di jazz.
Così Gianolio, attraverso Ferro, ci introduce nel mondo del jazz parlandoci, contemporaneamente della cultura afroamericana, dei locali dove si esibiscono i musicisti e le città americane dov’è nato e cresciuto il jazz.
Tutti e quaranta i ritratti sono godibili; personalmente ho molto apprezzato la descrizione della tempesta di sabbia che si è abbattuta sulla corriera di Fletcher Henderson e la descrizione del concerto alla Massey Hall di Toronto il 15 maggio 1953.
Comunque per chiudere preferisco soffermarmi su quello che dà il titolo al libro: il trombonista innamorato è un tale Alexander Balos “Williams, detto “Sandy” (1906-1991) il quale è divorato dalla passione per una donna, l’avvenente Magnolia. Nonostante il padre di lei l’abbia promessa in sposa a un facoltoso tabaccaio di Boston, il trombonista riesce comunque ad incontrare l’amata, a conquistarla tanto da fare l’amore “per quattro ore difilate senza risparmiarsi, dimagrendo ognuno come minimo due chili”.
Il libro è corredato da disegni assai gustosi dello stesso autore.

Maxine Gordon – “Dexter Gordon” – EDT/Siena Jazz – Traduttore: Francesco Martinelli – pgg. 320, € 22,00
Dexter Gordon è stato uno dei più grandi sassofonisti che abbiano attraversato la storia del jazz, personaggio assolutamente unico e non solo per la sua musica; un solo dato per lumeggiare al meglio quanto precedentemente detto: Gordon è l’unico jazzista che sia stato candidato all’Oscar come attore protagonista in “Round Midnight – A mezzanotte circa” il celebre film del 1986 diretto da Bertrand Tavernier, che vinse l’oscar per la migliore colonna sonora firmata da Herbie Hancock; sempre per la sua performance nel film Gordon vinse nel 1987 il premio Donatello quale miglior artista straniero. E ancora non è un caso se per tutto il 2013, in occasione dei novant’anni dalla sua nascita, venne celebrato in varie parti del mondo, dalla Danimarca agli Stati Uniti, dalla Francia alla Svezia, e così via.
Le complesse vicende che hanno accompagnato la vita artistica e umana del celebre sassofonista sono perfettamente lumeggiate in questo libro che, nato come una autobiografia, è stato poi ultimato dalla moglie Maxine e presentato in italiano con la sempre puntuale e competente traduzione di Francesco Martinelli.
Ciò premesso, bisogna dire che la lettura del libro è una vera gioia per chi ama il jazz e ancora di più per quanti ben conoscono l’arte di Dexter il quale viene a ragione considerato da un lato il musicista che ha portato il linguaggio del bebop sul sax tenore e dall’altro uno dei simboli del cool jazz.
Il libro prende le mosse da quel 1987 quando a Gordon venne l’idea di scrivere la sua biografia, impresa che avrebbe voluto affrontare con James Baldwin purtroppo scomparso nel dicembre di quello stesso anno. Gordon cominciò quindi a scrivere coadiuvato dalla moglie con l’intento di raccontare non solo la sua di storia ma anche “la storia della cultura dei musicisti di jazz più creativi, la storia dell’amore per James Baldwin e per altri brillanti scrittori, la storia del modo in cui l’America accoglieva e allo stesso tempo respingeva persone di colore tra le più intelligenti e creative”. Obiettivo raggiunto? Assolutamente sì.
Il fatto è che seguire la vita di Gordon è come vedersi scorrere dinnanzi agli occhi la storia stessa della musica jazz con le sue mille sfaccettature. Di qui l’affrontare due delle tematiche più importanti nella vita dei jazzisti afro-americani, la droga e l’emigrazione. Dexter cadde nelle spirali della tossicodipendenza per tutti gli anni ’50, essendo stato arrestato per la prima volta nel 1946 cui fece seguito due anni dopo la prima detenzione. E poi per tutti gli anni ’50 la scomparsa dai palcoscenici e il tentativo finalmente riuscito di liberarsi dalla scimmia. Nei primi anni ’60 l’altra svolta nella vita e nella carriera di Dexter: la voglia di lasciare gli States per trasferirsi in Europa, così come avevano fatto molti altri jazzisti. E nel vecchio Continente Gordon ottiene il successo che merita tano da ritornare a New York quattordici anni dopo accolto finalmente come una star.
Insomma una lettura allo stesso tempo interessante per quanto ci svela della vita di Gordon… e non solo, e piacevole per lo stile adoperato sempre coerente e soprattutto sempre lontano da qualsivoglia esercizio retorico.

Guido Michelone – “Musica e politica – Il ventennio che ha cambiato il mondo 1958-1978” – Melville Edizioni – pgg.300, € 19,90
Uno dei parametri per valutare la valenza di una pubblicazione è la quantità di informazioni che ci viene veicolata e il modo in cui le stesse sono articolate all’interno di un quadro coerente e ben strutturato.
Ecco, da questo punto di vista, il nuovo volume di Guido Michelone risponde appieno a chi dalla lettura di un volume si attende quanto sopra detto.
Se poi il lettore è stato egli stesso testimone degli avvenimenti narrati, ecco che il piacere della lettura si moltiplica…ed è quanto accaduto al vostro recensore che di quegli anni è stato testimone non sempre passivo.
In effetti il volume si occupa del rapporto tra musica e politica nell’arco temporale che va dal 1958 al 1978. Venti anni che sono stati determinanti non solo per la musica ma per il pianeta nella sua interezza. Ovviamente tutto questo si è riflesso con particolare virulenza sul nostro Paese che ha dovuto attraversare momenti davvero difficili e complicati.
Comunque, come accennato, il libro prende in esame soprattutto il rapporto tra politica e musica: la prima influenza la musica fra utopie, speranze, disillusioni, mentre la musica s’ispira alla politica nel costruire il presente e il futuro, senza perdere alcunché dell’identità comunicativa e del fascino spettacolare. La genesi del volume è illustrata dallo stesso autore laddove spiega che il libro “nasce da una serie di articoli pubblicati su quotidiani e riviste, nel corso degli ultimi anni: brevi saggi attraverso 29 leader carismatici che, in maniere spesso tra loro diversissime, simboleggiano un ventennio definibile rosso”. Ecco dunque sfilare sotto i nostri occhi, anno per anno, musicisti straordinari come, iniziando dal 1958, Gianni Coscia, Luciano Berio, John Cage…accanto a leader politici come Fidel Castro, Kennedy, Che Guevara…e via di questo passo fino all’ultimo anno preso in considerazione, il 1978, con tutte le drammatiche vicende che l’hanno purtroppo caratterizzato (su tutti rapimento e assassinio di Aldo Moro).
Per meglio lumeggiare il rapporto tra musica e politica, per ogni capitolo l’autore indica una serie di musiche (album o singoli pezzi) da ascoltare costruendo così un percorso musicale di grande interesse. Il volume è corredato da una ricca bibliografia mentre, personalmente, avrei molto gradito anche un indice analitico.
Insomma una lettura ed un ascolto che possono farci rivivere emozioni magari sepolte da uno spesso strato di nostalgia.

Luigi Onori – “PERIGEO Una storia tra innovazione e sperimentazione” – Stampa Alternativa – pgg. 125 € 14,00
Il mondo del jazz italiano conosce bene e apprezza le doti di Luigi Onori, del prof. Luigi Onori, quale critico e saggista informato e puntuale. Personalmente frequento Luigi da qualche decennio e non a caso mi onoro di annoverarlo tra i collaboratori del blog su cui state leggendo queste righe. Insomma non ci voleva certo questo volume per determinare ciò che penso di Onori, ma dal momento che adesso parliamo di libri diciamo subito che la storia del Perigeo, così come ci viene presentata in questa occasione, conserva intatta quella carica di prorompente novità che accompagnò la sua comparsa nel panorama musicale non solo italiano.
Siamo nei primissimi anni ’70, quindi almeno in parte lo stesso periodo analizzato da Michelone nel libro di cui sopra; esce il primo volume del Perigeo e Onori riesce ad inquadrare perfettamente il clima in cui si colloca questo album, un’atmosfera non del tutto favorevole a queste innovazioni che avrebbero collocato Tommaso e compagni tra i pionieri del jazz-rock italiano. Ecco quindi le stroncature da parte di personaggi da tutti considerati tra i massimi conoscitori del jazz confrontarsi con le opinioni di chi, viceversa, vede nel Perigeo il germe di una nuova musica molto più coerente e adatta al tempo che si vive. Ecco affermarsi l’ideologia dell’autoriduzione e della musica gratuita per tutti, fonte di grandi contrasti ideologici. Ecco, quindi le masse giovanili che accorrono ai concerti del gruppo, ecco un grandissimo come Joe Zawinul preoccupato del fatto di avere come spalla ad un concerto dei suoi Weather Report proprio il Perigeo. E chi scrive ricorda perfettamente quel periodo e di aver accolto immediatamente con grande favore quella nuova musica anche perché pochi anni prima – nel 1969 – avevo ascoltato Miles Davis presentare a Juan Les Pin alcuni brani della sua nuova straordinaria creatura “Bitches Brew”, “scintilla scatenante” – come ricorda Giovanni Tommaso – per la nascita e lo sviluppo del Perigeo.
Tutti questi elementi li ritroviamo nel libro di Onori che racconta la storia del gruppo con quello stile asciutto, piano, che gli è congeniale, facendo parlare spesso i diretti interessati, vale a dire i componenti del gruppo. Così il volume si apre tracciando una biografia dei singoli componenti: Giovanni Tommaso, Franco D’Andrea, Bruno Biriaco, Claudio Fasoli di estrazione jazzistica e Tony Sidney chitarrista di formazione classica ma presto trasferitosi nel campo del rock.
Nel secondo capitolo si analizza la nascita e la crescita del gruppo per ricostruire la storia “genealogica” del Perigeo; nel terzo si analizzano le registrazioni in studio e quelle dal vivo; nel quarto e ultimo capitolo una lunga intervista con Giovanni Tommaso, anima fondativa del gruppo.
Particolarmente interessante il capitolo in cui vengono analizzate le registrazioni del gruppo anche se per una più corretta fruizione è indispensabile accompagnare la lettura del testo con l’ascolto della relativa musica.
Il volume è corredato da una esaustiva bibliografia e da un sempre utilissimo indice dei nomi. Un’ultima notazione cui ricorro spesso: perché mettere le note a fine volume e non a pié di pagina come si faceva una volta?