Prosegue la rassegna Jazz & Wine Experience all’Hotel DoubleTree by Hilton Trieste, con il Jim Rotondi quintet e il Bob Sheppard trio

Altri due concerti strepitosi per la rassegna che combina live internazionali, degustazioni, cene a tema e incontri con i produttori in uno dei luoghi più esclusivi e storici della città di Trieste. Il Berlam Coffee Tea & Cocktail dell’Hotel DoubleTree by Hilton Trieste si trasforma in un vero e proprio jazz club per una serie di eventi che valorizzano il connubio tra musica, vino e territorio.

Dopo la straordinaria esibizione del quartetto della newyorkese pianista e cantante Dena DeRose, definita dai critici e dal pubblico una delle più grandi voci e interpreti del jazz internazionale, prosegue con altri due strepitosi concerti la rassegna JAZZ & WINE TRIESTE, ospitata negli esclusivi interni del nuovo Hotel.

La rassegna, nata con lo scopo di valorizzare il connubio tra musica live internazionale di alto profilo, eccellenze enologiche locali e ambienti storici e di charme, trasforma il Berlam Coffee Tea & Cocktail in un vero e proprio jazz club e si svolge parallelamente a Trieste, Venezia e Bologna.

E’ già sold out il concerto del Jim Rotondi quintet, in programma domenica 16 febbraio alle 19.30. Jim Rotondi, trombettista newyorkese di fama mondiale, sarà accompagnato da Andy Watson alla batteria e dagli italiani Renato Chicco al pianoforte, Aldo Zunino al contrabbasso e Piero Odorici al Sax. Nato in Montana nel 1962, Jim Rotondi ha vissuto per vent’anni a New York, dove ha collaborato con Lionel Hampton, Ray Charles, Lou Donaldson, Curtis Fuller e George Coleman. Ha registrato quattordici dischi a proprio nome per varie etichette indipendenti di jazz, con diverse formazioni che spaziano dall’hard bop al jazz elettrico. La sua è una sonorità molto particolare e personale che unisce la forza di Freddie Hubbard con il timbro di Chet Baker. Il suono, l’anima, il senso dello swing di Rotondi saranno gli ingredienti di un concerto che racconta la storia del jazz, dall’immenso songbox americano fino all’hard bop, di cui Rotondi è uno dei massimi esponenti viventi. Protagonista, oltre alla musica, sarà la Fondazione Villa Russiz di Capriva del Friuli, altra realtà rappresentativa della storia e delle eccellenze del Collio Friulano, di cui si potranno degustare i vini eleganti, minerali e di grande piacevolezza. Per la serata proporrà il grande CRU bianco Sauvignon De La Tour dedicato al conte Theodor De la Tour, fondatore della cantina. Dopo il concerto sarà possibile cenare al Novecento Restaurant Trieste, con un menù a tema in perfetto stile Jazz & Wine.

Ci sono invece ancora posti disponibili per il concerto di chiusura dell’edizione invernale di JAZZ & WINE TRIESTE, che domenica 8 marzo alle 19.30 avrà come protagonista il trio newyorkese del grande sassofonista Bob Sheppard, accompagnato da Josh Ginsburg al contrabbasso e Anthony Pinciotti alla batteria. Il repertorio comprende standard jazz della tradizione e brani originali, eseguiti in una perfetta comunicazione tra artisti e pubblico, caratteristica preponderante dello stile del trio. Bob Sheppard è uno tra i più richiesti sassofonisti della scena jazzistica internazionale e vanta collaborazioni di massimo livello, sia nell’ambiente jazz che pop, come Freddie Hubbard, Mike Stern, Randy Brecker, Horace Silver, Manhattan Transfer, Burt Bacharach, Kurt Elling, Diane Reeves, solo per citarne alcuni.
Il concerto sarà accompagnato dai vini della cantina Serafini e Vidotto di Nervesa della Battaglia, realtà produttiva di grande tradizione e prestigio. Sono vini che denotano passione e serio lavoro, entusiasmo, impegno e costanza: non è un caso che Serafini & Vidotto abbia dato vita al Rosso dell’Abazia, un vino che ha segnato la storia enologica d’Italia. Si potrà degustare insieme a Phigaia, Incrocio Manzoni e Recantina.

Per informazioni e prenotazioni contattare l’organizzatrice e direttrice artistica Michela Parolin (T: +39 393 0318595, info@jazz-wine.com).

PROGRAMMA

Domenica 16 febbraio 2020 h. 19:30: JIM ROTONDI QUINTET “FEATURING ANDY WATSON”

(Jim Rotondi: tromba e flicorno, Andy Watson: batteria, Piero Odorici: sax tenore, Renato Chicco: piano, Aldo Zunino: contrabbasso)

Wine tasting: VILLA RUSSIZ

Domenica 08 marzo 2020 h. 19:30: BOB SHEPPARD TRIO

(Bob Sheppard: sax, Josh Ginsburg: contrabbasso, Anthony Pinciotti: batteria)

Wine tasting: SERAFINI & VIDOTTO

Costi:

Concerto € 15,00 compreso calice di benvenuto.

Al termine del concerto gli ospiti potranno cenare presso il Novecento Restaurant Trieste con proposta “Menù Jazz & Wine” e sconto 20% sul menù à la carte.

Due album, due concerti: “Taccuino di Jazz popolare” di Giovanni Palombo e “Leonard Bernstein Tribute” di Gabriele Coen 5et

Date le molteplici possibilità offerte da una ben attrezzata sala di registrazione capita sempre più spesso che la versione live del disco si discosti molto da quella incisa. E’ quindi con vero piacere che voglio presentarvi due album che contraddicono questa regola e che anzi, sotto alcuni aspetti, sono risultati più incisivi e avvincenti nella presentazione in teatro.

Sto parlando di “Taccuino di Jazz popolare” (Emme Record Label) e “Leonard Bernstein Tribute” (Parco della musica Records), il primo intestato a Giovanni Palombo, il secondo al Gabriele Coen Quintet. Ambedue i gruppi hanno presentato dal vivo più o meno gli stessi organici dell’album, e più o meno lo stesso repertorio, con una differenza temporale: nel caso di Palombo l’album è uscito prima della presentazione mentre per Gabriele Coen si è verificato l’esatto opposto.

Ed in realtà su queste stesse colonne è stato ampiamente documentato il concerto di Coen all’Auditorium Parco della Musica, dove il clarinettista e sassofonista si è presentato con Benny Penazzi violoncello, Alessandro Gwis pianoforte e live electronics, Danilo Gallo, contrabbasso e basso elettrico e Zeno de Rossi batteria. In questa sede si sono evidenziati due elementi fondamentali: da un  canto l’approfondita conoscenza dell’universo musicale da parte di Coen, il che gli consente di transitare con disinvoltura  dagli omaggi a Kurt Weill e John Zorn, a quest’ultimo rivolto al grande compositore, pianista, direttore d’orchestra e didatta americano Leonard Bernstein, che ha cercato con successo di creare una musica profondamente americana traendo spunto dal jazz e dalla tradizione ebraica; in secondo luogo, avvalendosi anche dei preziosi arrangiamenti di Andrea Avena, la capacità di riproporre in chiave jazzistica sia alcune delle canzoni  più note di West Side Story (1957), tra cui “Maria”, “Tonight” e “Somewhere”, sia alcuni brani di ispirazione ebraica come “Ilana the Dreamer”, “Yigdal” e “Chichester Psalms”, certo meno conosciuti al grande pubblico. Ebbene nel disco si rivive la stessa atmosfera del concerto: un gruppo che si muove all’unisono impegnato nel riprodurre in modo originale la musica di Bernstein, ben attento, però, a nulla perdere della pristina valenza. Di qui un’accurata scelta degli assolo, una tessitura armonica in cui perfettamente si inseriscono gli interventi di Penazzi al cello, una strepitosa sezione ritmica, una conduzione sicura e precisa da parte di Coen che al sax soprano e al clarinetto si fa apprezzare anche come solista.

Il chitarrista Giovanni Palombo è anch’egli una vecchia e cara conoscenza di “A proposito di jazz”. Con lui mi lega un rapporto, non di ieri, basato su stima professionale e umana. Giovanni Palombo è un musicista sotto molti aspetti atipico; non cerca a tutti i costi la luce dei riflettori e non ama entrare in sala di incisione se non ritiene di avere qualcosa di buono da dire. Ecco, in questo “Taccuino di Jazz Popolare”, Giovanni, ben coadiuvato da Gabriele Coen (clarinetto e sax), Pasquale Laino (sax ed elettronica), Benny Penazzi (violoncello), Alessandro D’Alessandro (organetto) e Francesco Savoretti (percussioni), ribadisce, attraverso le sue più recenti composizioni, i punti fondamentali della sua poetica. Vale a dire una concezione musicale che abbraccia diversi generi, dalla world music all’ethno jazz, al folk… senza trascurare riferimenti alla musica araba e a quella colta, soprattutto quando entra in azione lo stupefacente violoncello di Penazzi. Così l’ascoltatore è trasportato in una sorta di viaggio immaginario in cui l’omaggio agli Oregon si sposa con la “luna rossa” di Istanbul, o la toccante “Preghiera della madre” è seguita da un brano che trae ispirazione da un detto tradizionale romano “A Li Santi Vecchi Nun Se Dà Più Incenso”. Il tutto giocato sulla base di una perfetta intesa in cui, ferma restando la valenza di tutti i musicisti, mi piace sottolineare da un canto l’espressività di Palombo, che va ben al di là della semplice conoscenza strumentale, e il lavoro “di fino”, se mi consentite l’espressione, di Francesco Savoretti che con le sue cangianti e colorate percussioni ha offerto un sostegno preciso, incalzante e soprattutto mai invadente. Come si accennava, il disco è stato successivamente presentato in concerto con un organico un po’ diverso dal momento che mancavano Laino e D’Alessandro. Ma il risultato è stato in ogni caso superlativo. Il quartetto si è mosso lungo le direttrici cui prima si faceva riferimento evidenziando la capacità di fondere le diverse esperienze e personalità in un unicum di rara e preziosa originalità. Davvero trascinanti i dialoghi tra Coen e Palombo e ancora una volta prezioso il contributo del già citato Francesco Savoretti.

Gerlando Gatto

Le foto relative a “Taccuino di Jazz Popolare” sono di Cesare Di Cola, fotografo, che ringraziamo

I nostri CD. Italiani in primo piano… ma tanta buona musica anche dall’estero

Stefano Bagnoli We Kids Trio – “Dalì” – Tuk 036

Dopo il progetto dedicato ad Arthur Rimbaud, Stefano Bagnoli si cimenta con un altro concept album esaminando la figura di Salvador Dalì. Accanto al celebre e celebrato batterista, Giuseppe Vitale al pianoforte e Stefano Zambon al contrabbasso, due giovani talenti, rispettivamente di 19 e 20 anni, solidamente ancorati al jazz tradizionale ma nello stesso tempo capaci di misurarsi con successo su terreni più moderni e attuali. L’album consta di 14 composizioni originali a firma del leader e rappresenta una sorta di punto di svolta nella poetica di Bagnoli. In effetti è lo stesso batterista ad affermare che il suo We Kids Trio “sino ad oggi volutamente legato a quella tradizione jazzistica alla quale sono profondamente e visceralmente devoto, viceversa in questo nuovo lavoro lascia spazio alla creatività sonora più ampia e sperimentale”. Di qui una musica aperta, senza confini, a tratti irriverente come la pittura di Dalì, in cui pagina scritta e improvvisazione convivono, in cui la ricerca melodica pur nella sua onnipresenza sconfina spesso nell’imprevisto senza che ciò arrechi un minimo problema all’omogeneità dell’album globalmente inteso. In un tale contesto, certo non banale, Vitale e Zambon evidenziano tutta la loro bravura e sotto la regia del leader dimostrano di sapersi egregiamente districare nel puzzle così ben congegnato e disegnato da Stefano Bagnoli. Un’ultima considerazione perfettamente in linea con l’argomento trattato: la copertina è opera del grafico e illustratore Oscar Diodoro, le cui opere sono state esposte a Roma, Milano, Treviso, Verona, Los Angeles, Parigi e Pechino.

Cuneman – “Tension And Relief” – UR

Questo è il secondo capitolo del progetto posto in essere da Cuneman, un gruppo che si sta facendo conoscere in tutta Italia. Nel 2018 venne pubblicato il loro primo lavoro dal titolo “Cuneman” sempre per l’etichetta milanese UR Records; per “Tension And Relief” all’originaria formazione (Fabio Della Cuna sax tenore e composizione, Jorge Ro tromba e flicorno, Giuseppe Lubatti contrabbasso, Luca Di Battista batteria) si aggiungono Francesco Di Giulio trombone e in otto pezzi il prezioso sousaphone di Mauro Ottolini. Ciò detto resta da sottolineare come la cifra stilistica sia rimasta coerentemente la stessa, vale a dire la costante ricerca di un perfetto equilibrio tra composizione e improvvisazione; il tutto basato sull’interplay che deve necessariamente caratterizzare l’operato di jazzisti di tal fatta. E il risultato è notevole: il gruppo si muove su coordinate ben precise, mettendo in luce qualità sia dei singoli sia del collettivo. E, a mio avviso, i momenti più significativi e convincenti dell’album si hanno quando i sei si muovono contemporaneamente a disegnare un quadro tutt’altro che banale, reso ancora più complesso dalla mancanza di uno strumento armonico. Un’ultima notazione che evidenzia ancor più la valenza dell’album e del gruppo: il repertorio è declinato attraverso undici composizioni tutte scritte da Fabio Della Cuna, il quale passa con estrema disinvoltura e competenza da riferimenti classici, per la precisione a Poulenc nella title track, al jazz più canonico come l’esplicito omaggio a Lee Konitz “Self Conscious-Lee”, fino ad inclinazioni più moderniste come nel caso di “War and Violence” in ambedue le sue parti.

Francesco Fratini – “The Best Of All Possible Worlds” – VVJ 132

Il trombettista Francesco Fratini è il leader di un quartetto completato da Domenico Sanna piano, Luca Fattorini contrabbasso e Matteo Bultrini batteria, cui si aggiungono in alcuni brani Charlotte Wassy voce, Daniele Tittarelli al sax alto, e i rapper Karnival Kid e Kala and The Lost Tribe, con cui ha inciso questo album. I quattro si conoscono e frequentano da diverso tempo ma non avevano, finora, avuto l’occasione di incidere assieme anche perché hanno percorso strade diverse. In particolare Fratini nel settembre 2010 si trasferisce a New York dove frequenta, grazie ad una borsa di studio quadriennale, i corsi della New School For Jazz and Contemporary Music. A New York si ferma per 5 anni avendo così l’opportunità di studiare con insegnanti quali Reggie Workman, George Cables, Aaron Goldberg, Jimmy Owens, Ambrose Akimounsire, Avishai Cohen… tra gli altri. Tornato in Italia nel 2016 costituisce il quartetto di cui parliamo in questa sede e con cui si presenta all’attenzione del pubblico italiano. E se il buongiorno si vede dal mattino non v’è dubbio che di questo gruppo e del suo leader in particolare sentiremo parlare molto a lungo. I quattro si muovono lungo dieci brani tutti scritti dallo stesso Fratini eccezion fatta per ”163 Humboldt Street” di Domenico Sanna e “Buffalo Wings” di Tom Harrell. Scorrendo l’organico, la presenza dei rapper evidenzia al meglio come Fratini sia rimasto legato alla realtà degli States e di come intenda riproporla nella sua musica. Di qui un jazz robusto, solido, impreziosito dalle spiccate individualità di tutti i musicisti

Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura – “Altissima luce. Laudario di Cortona” – Tuk 032

Conosco Paolo Fresu oramai da qualche decennio eppure questo artista riesce ancora a sorprendermi per la straordinaria musicalità che sa infondere in ogni progetto. E’ il caso di questo album concepito e realizzato in collaborazione con il bandoneonista Daniele Di Bonaventura cui si affiancano Marco Bardoscia al contrabbasso, Michele Rabbia alla batteria e percussioni, l’Orchestra da Camera di Perugia e il gruppo vocale “Armonioso incanto” diretto da Franco Radicchia, album impreziosito da una eccellente qualità del suono. In programma la rivisitazione del Laudario di Cortona ovvero una preziosa raccolta di 66 laude (di cui solo 46 canti devozionali) con testo in lingua volgare e su notazione quadrata risalente alla seconda metà del XIII secolo che dovrebbe essere stato copiato fra gli anni 1270 e 1297. Materiale difficile da maneggiare e posso dirlo a ragion veduta dal momento che per ben cinque anni ho seguito mio figlio che studiava e cantava musica sacra. Comunque, a prescindere da queste notazioni personali, l’album è davvero un piccolo gioiello di inventiva e capacità di arrangiare e attualizzare, per giunta in chiave jazzistica, una musica così distante dall’oggi. Dai suddetti 46 canti sono stati estrapolate 13 composizioni (a cui se ne è aggiunta un’altra, quella finale “Laudar Vollio Per Amore”, tratta dal più tardo e similare Laudario Magliabechiano 18). Nel CD in oggetto ogni elemento è al posto giusto: il coro che s’incarica di trasmetterci il misticismo dei canti originari, Fresu e Di Bonaventura che incarnano le due anime di questa musica quella colta e quella popolare, l ‘Orchestra che trasmette una narrazione più ampia, vasta nel cui ambito si rimescolano linguaggi e sonorità che abbracciano non solo la tradizione europea ma anche la cultura araba. Insomma un album da gustare con attenzione in tutte le sue mille sfaccettature.

Roberto Magris – “Sun Stone” – Jmoodrecords – 017

Ancora un eccellente album del pianista triestino Roberto Magris che questa volta si presenta alla testa di un sestetto di caratura internazionale con Ira Sullivan al flauto ed ai sax alto e soprano, Shareef Clayton alla tromba, Mark Colby al sax tenore, Jamie Ousley al contrabbasso e Rodolfo Zuniga alla batteria. In programma sei composizioni originali dello stesso Magris con l’aggiunta di “Innamorati a Milano” di Memo Remigi già entrato nel repertorio di alcuni jazzisti quali Stefano Benini, Marco Gotti, Mario Piacentini…insomma una sorta di standard italiano. Quasi superfluo affermare che Magris ne dà un’interpretazione assolutamente convincente, swingante, senza che venga persa un’oncia dell’originaria linea melodica, il tutto impreziosito dagli assolo dei tre fiati. Ma è tutto l’album che si fa apprezzare per la qualità della musica composta da Magris e la valenza degli esecutori. Il jazz che si ascolta non può considerarsi sperimentale ma proprio per questo acquisisce ancora maggior valore: in un momento in cui il cosiddetto mainstream è additato come qualcosa che si avvicina all’inconcepibile, Magris dimostra come si possa ancora fare non della buona ma dell’ottima musica senza discostarsi troppo dagli insegnamenti del passato. Certo ci vogliono classe, fantasia, capacità compositiva, grande padronanza strumentale, raffinate capacità interpretative, doti non facili da trovare tutte assieme ma che di sicuro fanno parte del bagaglio sia di Magris sia degli altri componenti questo fantastico gruppo. Tra le sette composizioni una menzione particolare la merita “Look at the Stars”, il brano più lungo dell’album, in cui dopo un’intro affidata a pianoforte e sezione ritmica si ascoltano in successione gli assolo dello stesso Magris, del sempre grande Ira Sullivan (classe 1931) al sax soprano, Shareef Clayton alla tromba, Mark Colby al sax tenore e di nuovo Magris prima della ripresa finale che vede la front line esprimersi all’unisono ben sostenuta dalla sezione ritmica.

Francesco Mascio, Alberto La Neve – “I Thàlassa Mas” – Manitù Records

Il chitarrista Francesco Mascio e il sassofonista (soprano) Alberto La Neve sono i protagonisti di questo album in cui si richiama un tema oggi di strettissima attualità: il significato di uno spazio, quale il Mar Mediterraneo, che collega e sotto certi aspetti, accomuna civiltà e tradizioni di più Paesi. Come viene illustrato nelle brevi note di copertina, “I Thàlassa Mas” è il nome con cui i greci chiamavano il Mediterraneo, ma i turchi lo chiamavano in altro modo così come gli arabi, gli albanesi… Questo per sottolineare come luoghi con culture diverse siano uniti dalle onde del medesimo mare. Di qui la partenza per un viaggio non solo musicale ma anche spirituale alla riscoperta di ciò che ci unisce; di qui la creazione di una musica che, prendendo spunto dalle molteplici sonorità dei diversi territori toccati dal Mediterraneo, arrivia ad un unicum di grande fascino; di qui la collaborazione, importante, che a questo intento hanno fornito le voci di Jali Babou Saho (anche suonatore di Kora) artista africano di lingua mandinga, Esharef Ali Mhagag di origine libica e Fabiana Dota di origine napoletana.
Insomma una sorta di jazz etnico che tocca diversi generi musicali (dal francese all’andaluso, dal balcanico al nordafricano, dall’italiano al vicino oriente) declinato attraverso nove composizioni, di cui due a firma di La Neve e sei di Mascio. La terza traccia (“Cano”) è frutto della collaborazione tra Mascio e il già citato Jali Babou Saho. Tutto il repertorio si ispira alle linee sopra illustrate, eccezion fatta per “Soul in September” di Francesco Mascio che si richiama ad un linguaggio jazzistico più tradizionale e mainstream.

Enrica Rava, Joe Lovano – “Roma” – ECM 2654

Ecco uno degli album più interessanti dell’anno: protagonisti due dei più autorevoli jazzisti oggi in esercizio – il trombettista Enrico Rava e il sassofonista Joe Lovano – coadiuvati da una sezione ritmica letteralmente stellare composta da Giovanni Guidi al pianoforte, Dezron Douglas al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria. E vi assicuro che è davvero motivo d’orgoglio per chi, come lo scrivente, segue il jazz da qualche decennio constatare colme oggi i musicisti italiani siano in grado di misurarsi alla pari con gli artisti d’oltre Oceano. Questo album ne è l’ennesima riprova: registrato live durante un concerto del gruppo all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 10 novembre del 2018, “Roma” è stato classificato primo nell’annuale referendum “Top Jazz” nella categoria “disco italiano dell’anno” e contemporaneamente Enrico Rava è stato ancora una volta giudicato “musicista italiano dell’anno” Un doppio riconoscimento che la dice lunga sui meriti dell’album e del musicista. Ad onor del vero non è che i referendum, da chiunque indetti, fotografino sempre al meglio i valori in campo, ma in questo caso i riconoscimenti sono assolutamente meritati. Ad onta della sua non verdissima età (ad agosto ha compiuto 80 anni), Rava, nell’occasione al flicorno soprano, suona bene, come al solito senza eccedere nei virtuosismi ma con una sensibilità, un trasporto, una visione d’assieme che gli fanno onore. Ovviamente non è da meno un altro leone del jazz quale Joe Lovano (classe 1952) che sfodera un linguaggio sassofonistico sempre attuale nonostante si rifaccia alle più genuine tradizioni del jazz. Il tutto declinato attraverso un repertorio che vede ancora in primo piano i due grandi maestri: così l’album si apre con le due composizioni di Rava “Interiors” e “Secrets”, cui fanno seguito i tre brani del sassofonista “Fort Worth”, “Divine Timing” e “Drum Song”, unico episodio in cui Lovano suona il tarogato, che apre la medley di chiusura completata dal coltraniano “Spiritual” e da un “Over the Rainbow” per solo piano. E proprio quest’ultimo brano mi offre l’occasione per sottolineare come la bella riuscita dell’album si deve anche al pianismo sempre raffinato e ben calibrato di Giovanni Guidi, e all’esemplare supporto di Douglas e Cleaver sempre propositivi.

Tower Jazz Composers Orchestra – “Tower Jazz Composers Orchestra”

Questo album, che segna il debutto discografico della Tower Jazz Composers Orchestra, merita una segnalazione particolare per più di un motivo. Innanzitutto evidenzia come l’intesa tra più soggetti possa portare a risultati positivi. L’orchestra è diretta emanazione del Jazz Club Ferrara e il nome Tower si riferisce alla sede storica del club, il rinascimentale Torrione San Giovanni. Ma l’uscita dell’album in oggetto non sarebbe stata possibile senza la collaborazione tra il Jazz Club Ferrara, Bologna Jazz Festival, Regione Emilia Romagna (“Legge Musica L.R 2/18, art. 8”) e Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna. A produrlo la neonata Over Studio Records, etichetta emanazione dell’omonimo studio discografico che si è occupato della registrazione del disco a fine settembre al Teatro De Micheli di Copparo (FE). In secondo luogo è l’ennesima dimostrazione di come il jazz orchestrale conservi un suo fascino particolare ed una sua precisa ragion d’essere…specie se la band segue strade poco battute. In effetti il nome è ispirato alla storica Jazz Composer’s Orchestra di Carla Bley e Michael Mantler e l’intento rimane quello, assai impegnativo, di mettere assieme alcuni compositori-improvvisatori in grado di offrire qualcosa di nuovo. Obiettivo perfettamente raggiunto: nell’organico, composto da musicisti dell’area emiliano-veneta, figurano musicisti di estrazione diversa tra cui figurano nomi ben noti come quelli di Piero Bittolo Bon e Alfonso Santimone che dirigono l’orchestra e della vocalist Marta Raviglia, accanto a giovani di sicuro talento come il trombettista Mirko Cisilino che abbiamo imparato a conoscere a Udine Jazz e la sassofonista Giulia Barba che ho avuto il piacere di intervistare nel 2014 in occasione dell’uscita del suo primo album “The Angry St. Bernard”. Le atmosfere proposte dalla big band sono assai variegate essendo molteplici i punti di riferimento (free jazz, musica latina, musica classica, mainstream orchestrale) ma in tutte si avverte una sapiente scrittura ed un costante equilibrio tra composizione e improvvisazione, una particolare ricerca timbrica, un sapiente uso della dinamica, il ricorso a soluzioni ritmiche inusuali, il tutto supportato dal talento dei musicisti.

Gianluigi Trovesi, Gianni Coscia – “La misteriosa musica della Regina Loana” – ECM 2652

E’ con vero piacere che vi presento questo album in quanto i protagonisti sono, oltre che due grandissimi musicisti, due affettuosi amici che conosco da tempo e che incontro ogni volta con sincero affetto. Ad onor del vero non vedo Gianluigi da circa due anni mentre con Gianni Coscia ci siamo incontrati nello scorso settembre a Castelfidardo per l’annuale edizione del premio internazionale della fisarmonica. In questa occasione Coscia, presentando in concerto un suo brano, omaggiò l’amico di sempre, Umberto Eco. E proprio al grande scrittore e semiologo è dedicato l’album in oggetto che trae ispirazione dal suo «La misteriosa fiamma della regina Loana» del 2004, romanzo illustrato sulla natura della memoria. E così Trovesi al clarinetto piccolo e alto e Gianni Coscia alla fisarmonica imbastiscono un repertorio tutto giocato sul filo dei ricordi, con i due che non nascondono il piacere di suonare assieme e di improvvisare con la solita classe e competenza. L’album si apre con “Interludio”, brano composto da Coscia quando aveva quattordici anni e di cui Eco scrisse i testi, cui fanno seguito una serie di pezzi assai conosciuti che svariano dal jazz, al folk, alla musica popolare italiana come tre frammenti tratti dalla composizione di Leoš Janáček “Nella nebbia”, “Basin Street Blues”, “Pippo non lo sa”, “As Time Goes By”, “Fischia il vento” libera elaborazione di “Bella Ciao”, “Gragnola”, “L’inno dei sommergibili”, una gustosa suite di brani EIAR, per chiudere con “Moonlight Serenade”. Certo l’improvvisazione c’è, lo swing pure, la maestria strumentale quanta ne volete… i virtuosismi strumentali fine a se stessi, il percorrere terreni ai confini del jazz, lo sperimentalismo sui suoni, beh questi elementi non ci sono. Ma siamo sicuri che sia poi così importante?

Gianluca Vigliar – “Plastic Estrogenus” – A.M.A. Records 019

Questo è il secondo album del sassofonista e compositore Gianluca Vigliar in quintetto con Andrea Biondi al vibrafono, Francesco Fratini alla tromba, Luca Fattorini al contrabbasso e Marco Valeri alla batteria, questi ultimi tre presenti anche nel precedente album di Vigliar “Fragia” (2018). Quando ci si accinge ad ascoltare un album di un artista non ancora conosciutissimo bisogna ben chiarire quali sono le aspettative. Se ci si attende di scoprire il novello John Coltrane fatalmente si resterà delusi; viceversa se l’idea è quella di incontrare un musicista di talento ci sono molte più probabilità che le nostre attese non vadano disattese. E’ questo il caso di Gianluca Vigliar, un musicista romano (classe 1979) che pur in possesso di una solida preparazione di base e ad onta delle numerose e prestigiose collaborazioni (Greg Hutchinson, Javier Girotto, Israel Varela, Pino Jodice, Mark White , Paolo Fresu, Pietro Jodice, Giovanni Tommaso… tra gli altri) non ha ancora avuto i riconoscimenti che merita. Questo “Plastic Estrogenus” è una sorta di concept album in cui Vigliar denuncia i danni che la plastica produce all’ambiente e quindi a noi stessi. Come in tutti gli album a tesi è veramente difficile che la musica corrisponda all’assunto per cui è meglio prescindere da questo elemento. Ciò detto bisogna riconoscere a Vigliar da un canto la facilità e la bravura nello scrivere (sei brani su sette sono sue composizioni), dall’altro la capacità di ben arrangiare i brani caratterizzandoli sia con una efficace ricerca timbrica sia con un convincente alternarsi tra “pieni” di buon effetto ed interventi solistici sempre pertinenti.

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Joe Bonamassa – “Live At The Sydney Opera House” – Mascot/Provogue

Iniziamo questa seconda parte della rubrica dedicata alle novità internazionali con un chitarrista bianco che fa musica nera: si tratta del newyorchese Joe Bonamassa (classe 1977). Dopo aver studiato musica classica, Joe, ancora ragazzino, scopre il blues ed è a questo genere che si dedica con tutte le forze esordendo professionalmente nel 2000 e divenendo in breve tempo uno dei migliori esponenti del rock-blues. E quanto tale stima sia meritata viene confermata dagli album che si succedono nel tempo; in particolare dopo i tre CD pubblicati nel 2018, ecco il CD in oggetto registrato dal vivo nel 2016 per l’appunto nella Sydney Opera House, durante il tour di “Blues Of Desperation”. Non a caso molti sono i brani tratti da “Blues Of Desperation”. L’impianto è quello caro al leader vale a dire un rock-blues piuttosto aggressivo, giocato su ritmi veloci e su dinamiche sempre alte. Quindi un linguaggio che potrebbe stancare se non ci fossero anche momenti di maggiore raffinatezza in cui si nota un approccio più jazzistico: è il caso di “Drive” impreziosito da un notevole assolo di Reese Wynans alle tastiere. Tra gli altri pezzi particolarmente convincente la riproposizione di una cover, “Florida Mainiline” tratta da “461 Ocean Boulevard” di Eric Clapton, con un Bonamassa in gran spolvero. E la menzione di Wynans mi offre il destro per sottolineare come il chitarrista presenti in questa occasione una band piuttosto nutrita completata da Anton Fig alle percussioni, Michael Rhodes al basso, Lee Thornburg alla tromba, Paulie Cerra al sax e Mahalia Barnes, Juanita Tippins, Gary Pinto ai backing vocals.

Edmar Castaneda, Grégoire Maret – “Harp vs. Harp” – ACT9044-2

Nonostante la presenza di un’eccellente arpista jazz come Marcella Carboni, sono ancora in molti nel nostro Paese a ritenere che con l’arpa non si possa suonare del buon jazz. Ebbene, a questi scettici consiglio caldamente l’ascolto di questo bell’album in cui si confrontano un grande esponente dell’arpa quale Edmar Castaneda e un eccellente armonicista quale Grégoire Maret, coadiuvati in alcuni brani da Béla Flack al banjo e Andrea Tierra voce. Svizzero l’uno (Maret), colombiano l’altro (Castaneda) hanno in comune alcuni tratti particolarmente significativi: l’aver deciso di abbandonare il proprio Paese per stabilirsi a New York e l’aver cercato e trovato una nuova strada per il proprio strumento. Di qui l’autorevolezza di cui i due godono nel panorama jazzistico internazionale; tanto per citare qualche elemento Maret ha vinto nel 2006 il Grammy Award for Best Contemporary Jazz Album grazie a “The Way Up” con il gruppo di Pat Meteny mentre Castaneda è unanimemente considerato uno dei massimi esponenti dell’arpa jazz, come d’altro canto testimoniato dalle collaborazioni con alcuni giganti del jazz attuale come Paquito D’Rivera, Giovanni Hidalgo, Joe Locke, Wynton Marsalis, John Patitucci, John Scofield, Hiromi. Poco tempo fa i due si sono incontrati al Montecarlo Jazz Festival e hanno deciso di creare un duo; così nel settembre del 2018, hanno radunato a New York il quartetto di cui in apertura dando vita all’album in oggetto. Album che sicuramente non va incontro alle esigenze di sperimentazione presenti in molti appassionati, ma altrettanto sicuramente soddisferà i palati di quanti anche nel jazz continuano a cercare belle melodie e arrangiamenti non particolarmente cervellotici anche se non banali. Ecco, tutto ciò è presente in abbondanza nell’album declinato attraverso otto brani di cui un paio originali (“Blueserinho” di Maret e”No Fear” di Castaneda) e gli altri sei di sapore prevalentemente sudamericano tra cui spiccano, a mio avviso, “Romance de Barrio” di Annibal Troilo e Homero Manzi e “Manhã de Carnaval” di Luiz Bonfá.

Avishai Cohen, Yonathan Avishai – “Playing The Room” – ECM 2641

I duo tromba-piano non sono frequentissimi nel mondo del jazz anche perché la formula è particolarmente insidiosa: manca del tutto il supporto ritmico e il pianoforte deve assumersi il duplice compito di sostenere melodia e armonia. Certo, occorrono musicisti che non solo siano straordinariamente bravi e sensibili ma anche che si conoscano assai bene per poter liberamente interagire. Ebbene queste due condizioni sono del tutto soddisfatte nell’album in oggetto dal momento che il pianista Avishai Cohen e il trombettista Yonathan Avishai si conoscono da circa vent’anni. E tale intesa si avverte sin dalle primissime note disegnate dal pianoforte che introduce il primo pezzo per oltre un minuto prima di ascoltare anche la tromba di Yonathan. Il clima del CD è, quindi, immediatamente riconoscibile: una approfondita ricerca melodica che bandisce qualsivoglia tentazione virtuosistica per far ricorso, unitamente, a quella sincerità d’espressione che da sempre caratterizza questi due artisti. E il repertorio scelto tocca tutti gli aspetti del jazz, eccezion fatta per le più accese sperimentazioni. Ecco quindi, oltre ai due brani di apertura dovuti rispettivamente ad Avishai Cohen e Yonathan Avishai, “Azalea” di Duke Ellington, “Kofifi Blue” di Abdullah Ibrahim, “Crescent” di John Coltrane, “Dee Dee” di Ornette Coleman fino al blues di Milt Jackson, “Ralph’s New Blues”, inciso per la prima volta dal Modern Jazz Quartet nel 1955 e a “Sir Duke”, brano di Stevie Wonder che ha superato gli ancor ristretti confini del jazz, magnificamente intonato dal pianoforte di Cohen sottilmente contrappuntato dalla tromba di Avishai..

Chick Corea Trio – “Trilogy 2” – Concord 00183 2 CD

Eccoci all’Università del jazz ad ascoltare la lezione di uno dei più grandi pianisti della storia del jazz, il pianista settantottenne di origini italiane Chick Corea, con i suoi assistenti, il batterista Brian Blade e il contrabbassista Christian McBride. Ed in effetti ascoltando questi due straordinari CD con sedici tracce (che non caso si è classificato sesto nell’annuale “Top Jazz” nella categoria “disco internazionale dell’anno”) non si può non restare ammirati di fronte ad un artista che non solo non conosce l’usura del tempo ma che anzi riesce a dare nuova linfa, nuova vitalità ad una formula usata ed abusata qual è quella del piano trio con batteria e contrabbasso. In queste due ore di musica non c’è un solo passaggio che suoni scontato, un solo frammento in cui si avverta un minimo di stasi, di ricorso a cliché: la musica è fresca, trascinante, godibile dal primo all’ultimo istante. Il tutto con un repertorio quanto mai impegnativo in cui figurano, tra l’altro, due brani di Thelonious Monk, “Work” e “Crepuscule With Nellie”, di cui il trio fornisce interpretazioni da antologia…per non parlare degli evergreen di Chick Corea quali “500 Miles High” registrato per la prima volta nel 1972 e impreziosito in quest’ultimo album da un poderoso assolo di Brian Blade, il celeberrimo “La Fiesta” e “Now He Sings, Now He Sobs”. Il titolo dell’album prende le mosse dal precedente cd “Trilogy” del 2014, che ottenne ben due Grammy Awards (Best Jazz Instrumental Album e Best Improvised Jazz Solo per “Fingerprints”) e da cui sono stati ripescati per questo nuovo doppio disco solo due brani, “How Deep Is the Ocean” di Irving Berlin, proposto in apertura, e del già citato “Work”. Come il precedente, anche questo “Trilogy 2” comprende esecuzioni provenienti da anni e luoghi diversi: in questo caso Oakland e Tokio nel 2010, Bologna e Zurigo nel 2012, Ottawa, Minneapolis, St. Louis, Rockport, Rochester nel 2016.

Pablo Corradini – “Alma de viejo” –

Compositore polistrumentista argentino che risiede in Italia da 25 anni, Pablo Corradini ha studiato flauto traverso diplomandosi successivamente in piano jazz. Parallelamente si è dedicato allo studio costante del bandoneon, attività che ha affinato confrontandosi spesso con i grandi maestri bandoneonisti del paese natio. Dopo “Betango” ecco la sua nuova produzione caratterizzata ancora una volta dalla riproposizione in chiave jazzistica dei ritmi tradizionali argentini. Per questa nuova impresa, Corradini ha chiamato accanto a se musicisti di vaglia quali Marco Postacchini al sax tenore e soprano e al flauto, Simone Maggio al piano, Roberto Gazzani al contrabbasso e Gianluca Nanni batteria e percussioni cui si aggiungono come special guests Javier Girotto al quena flute (flauto diritto andino) in “Tempo Atras” e un trio d’archi nella title track (Carlo Celsi violino, Fabio Cappella viola, Giuseppe Franchellucci cello). In repertorio undici brani tutti scritti dal leader che propongono un repertorio assai variegato in cui figurano diversi ritmi del folclore argentino come la zamba, la chacarera ed il tango, declinati però attraverso un linguaggio prettamente jazzistico in cui l’improvvisazione non è certo secondaria. Tra i diversi brani particolarmente significativi i due citati in precedenza in cui figurano gli ospiti, ambedue caratterizzati da una dolce linea melodica ben interpretata rispettivamente da Javier Girotto e dal trio d’archi. Dal canto suo il leader conferma appieno quanto di buono aveva già messo in mostra nei precedenti lavori vale a dire una assoluta padronanza strumentale coniugata con una piena maturità e consapevolezza dei propri mezzi espressivi.

Aaron Diehl – “The Vagabond” – Mack Avenue 1153

Ecco un altro album per trio pianoforte, batteria e contrabbasso. Protagonista Aaron Diehl, nome non particolarmente noto anche se si tratta di un artista davvero di grande spessore: non a caso Aaron Diehl è soprannominato “The Real Diehl” da Winton Marsalis ed è considerato dai critici del New York Times tra i più sofisticati e virtuosi pianisti jazz viventi. In questo album, accompagnato da Paul Sikivie al contrabbasso e Gregory Hutchinson alla batteria, Diehl evidenzia i molteplici aspetti della sua personalità artistica attraverso un repertorio variegato in cui accanto a sue composizioni, figurano brani di grandi personaggi del jazz come Sir Roland Hanna e John Lewis e due pezzi riconducibili alla musica colta come “March From Ten Pieces for Piano, Op. 12” di Sergei Prokofiev e “Piano Etude No. 16” di Philip Glass. L’album si divide, quindi, in due parti: nei primi sette brani Diehl si presenta nella duplice veste di compositore ed esecutore ed in ambedue evidenzia una spiccata sensibilità. Le sue composizioni non sono di facilissimo ascolto ma la ricerca di una precisa linea melodica si appalesa sempre precisa mentre le armonizzazioni ben si attagliano al disegno complessivo del pezzo. L’esecutore di assoluta originalità vien fuori nella presentazione di “A Story Often Told, Seldom Heard” di Sir Roland Hanna e del celebre “Milano” di John Lewis: in questi casi, pur rispettando l’originario impianto dei brani, il pianista ne offre una interpretazione affatto personale e ricercata. Infine, nelle due composizioni rispettivamente di Prokofiev e Philip Glass Diehl evidenzia l’ottima conoscenza del pianismo “classico” supportato, cioè, da studi approfonditi non solo della musica jazz. In ogni caso, qualunque repertorio affronti, Diehl si caratterizza per un stile raffinato ed elegante, per un tocco di straordinaria leggerezza, doti che trovano le loro radici, oltre che nello studio cui prima si faceva riferimento, in un indubbio talento naturale. Un’ultima non secondaria notazione: l’album è dedicato alla memoria di Lawrence “Lo” Leathers, batterista statunitense, caduto vittima di un agguato il 3 giugno del 2019 all’età di 38 anni.

Kit Downes – “Dreamlife Of Debris” – ECM 2632

Musicista assolutamente atipico questo Kit Downes, il quale, dopo essersi formatosi nel coro della cattedrale di Norwich dove ha imparato a suonare l’organo, si è successivamente innamorato del jazz ascoltando Oscar Peterson. Di qui una musica spesso straniante in cui si mescolano echi i più diversi. Se ne era avuta piena consapevolezza in “Obsidian” in cui Kit suona in splendida solitudine l’organo da chiesa coadiuvato da Tom Challenger al sax tenore in un solo brano. Stesso discorso per quest’ultimo “Dreamlife Of Debris” registrato nel 2018 nella sala da concerto dell’Università di Huddersfield, anch’essa dotata di un organo a canne, strumento cui Downes non sembra proprio voler rinunciare, così come non sembra voler fare a meno di determinati spazi che consentono una certa qualità di suono. Come spiegato da Steve Lake nelle esaurienti note che accompagnano l’album, il titolo dello stesso riporta una frase tratta dal documentario “Patience (After Sebald)” di Grant Gee, che traduce in immagini i testi vergati da W.G. Sebald, durante i suoi viaggi nella contea di Suffolk, testi che in particolare hanno ispirato il suo capolavoro, “Gli anelli di Saturno”. L’impianto basico di “Dreamlife Of Debris” è simile a quello di Obsidian in quanto pone in primo piano l’improvvisazione ma se ne differenzia sotto due aspetti non secondari: qui Downes ha voluto affiancare all’organo altri strumenti (ancora Tom Challenger sax tenore, Lucy Railton cello, Stian Westerhus chitarra, Sebastian Rochford batteria) e, in secondo luogo, si è presentato non solo come organista ma anche come pianista. Il risultato è assolutamente positivo in quanto l’ascoltatore è immerso in atmosfere senza tempo in cui jazz, musica da chiesa, echi folk, richiami alla musica colta da camera si mescolano incredibilmente in atmosfere il cui fascino è difficile da descrivere. Ascoltate il disco e capirete a cosa ci si riferisce.

Ethan Iverson Quartet – “Common Practice” – ECM 2643

Splendido album del quartetto del pianista Ethan Iverson innervato dalla presenza di Tom Harrell e completato da una eccellente ritmica con Ben Street al contrabbasso e Eric McPherson alla batteria). L’album registrato live al Village Vanguard nel gennaio del 2017 ci consegna un mainstream attualizzato, ricco di swing, esplicitato attraverso sia composizioni oramai classiche (ad esempio “The Man I Love”, “I Can’t Get Started”, “Sentimental Journey”, “All The Things You Are” e “We”) sia nuovi brani dovuti anche al pianista di Menomonie quali “Philadelphia Creamer” e “Jed From Teaneck” che rappresentano un mirabile esempio dell’approccio swing del quartetto. Iverson – lo ricordo per quei quattro, cinque che ancora non lo sapessero – è stato membro fondatore del trio jazz d’avanguardia The Bad Plus con il contrabbassista Reid Anderson e il batterista Dave King, che è riuscito a ricollocarsi in contesti assai diversi. E’ il caso, per l’appunto di questo “Common Practice”, il cui risultato è davvero notevole: l’intesa tra il leader e la tromba di Tom Harrell (classe 1946, votato nel 2018 come miglior trombettista dell’anno dalla U.S. Jazz Journalists Association) si staglia su un tessuto musicale ben disegnato in cui le invenzioni melodico-armoniche del leader sono sostenute da una sezione ritmica capace sempre di proiettare la musica in avanti, in una sorta di slancio che mai viene meno. Si ascolti al riguardo l’interpretazione di quel “Sentimental Journey” composto nel 1944 da Les Brown e Ben Homer (musica) e Bud Green (parole), portato al successo dapprima da Doris Day e successivamente inciso da molti jazzisti tra cui Lionel Hampton, Buck Clayton con Woody Herman, Ben Sidran, Frank Sinatra e Rosemary Clooney. Ma il brano citato è solo un esempio di quanto il gruppo sia ottimamente attrezzato anche per merito della sezione ritmica: si ascolti ancora nel successivo ”Out Of Nowhere” il centrato assolo di Ben Street al contrabbasso.

Louis Sclavis – “Characters On A Wall” – ECM 2645

Molti i riferimenti colti in questo album, vincitore del referendum “Top Jazz” nella categoria “disco internazionale dell’anno”, del clarinettista Louis Sclavis coadiuvato da Benjamin Moussay al piano, Christophe Lavergne alla batteria e Sarah Murcia al contrabbasso. L’ispirazione principale risiede nell’arte del pittore Ernest Pignon-Ernest con il quale Sclavis ha avuto modo di collaborare lungamente a partire dagli anni ’80. In effetti le opere di Pignon-Ernest erano state in precedenza oggetto dell’album di Sclavis “Napoli’s Walls” del 2002, disco ispirato ad un ciclo di immagini che il pittore aveva disegnato sui muri della città campana dal 1987 al 1995 aventi ad oggetto la rappresentazione della morte, le donne di Napoli ed i culti pagani e cristiani. Questa volta l’artista francese, in cinque dei suoi brani originali (“L’heure Pasolini”, “La dame de Martigues”, “Extases”, “Prison” e “Darwich dans la ville”) si ispira a dipinti realizzati da Pignon-Ernest in location diverse, da Parigi alla Palestina. Il disco è completato da un brano di Moussay, “Shadows and Lines”, e due improvvisazioni collettive. Altra differenza rispetto all’album precedente è che mentre in “Napoli’s Walls” si faceva un certo uso dell’elettronica, in questo “Characters” il gruppo è totalmente acustico Ciò detto, l’apertura è significativamente intitolata “L’heure Pasolini”, un brano intimista che disegna assai bene il quadro generale entro cui il gruppo si muoverà lungo tutto l’album. Ovvero una musica ricercata, in cui scrittura e improvvisazione si bilanciano, con la sezione ritmica che lavora quasi in sottofondo per creare le condizioni ideali in cui il leader inserisce i propri straordinari assolo caratterizzati sempre da un suono personale, limpido. Suono che si adatta perfettamente sia ai brani di più chiara ispirazione jazzistica, sia a quelle composizioni in cui si evince chiaramente un’ispirazione di matrice classica, nonostante si tratti di improvvisazioni collettive. Un’ultima notazione: l’album è corredato da un esauriente libretto con prefazione dello stesso Sclavis e ampie note di Stéphane Ollivier.

Israel Varela- “The Labyrinth Project” – VVJ 131

Ecco una sorta di internazionale del jazz: a guidarla il compositore, percussionista e vocalist messicano Israel Varela; al suo fianco il sassofonista canadese-americano Ben Wendel conosciuto soprattutto per essere un membro fondatore del gruppo Kneebody che nel 2009 si è meritato una nomination ai Grammy, il pianista tedesco Florian Weber il cui primo album “Minsarah” del 2006 ha vinto il premio della critica discografica tedesca, il bassista brasiliano Alfredo Paixao vincitore di numerosi Grammy Awards e “collaboratore” di alcune stelle anche al di fuori dell’ambito jazzistico come Julio Iglesias, , Liza Minelli, Henry Salvador… fino al ‘nostro’ Pino Daniele. Insomma un insieme composto da quattro spiccate personalità, evidentemente portatrici di culture e input differenziati, che si incontrano dando vita ad un ensemble del tutto originale…così come originale è la musica da loro proposta. Musica difficile da classificare dal momento che accanto a brani di chiara impronta jazzistica (si ascolti i lunghi assolo di Weber e di Wendel in “Heliopolis”) è possibile ascoltare episodi in cui ci si allontana dal jazz per approdare su sponde diverse come in “Azul” affidata alla coinvolgente e mai scontata vocalità di Israel Varela, in alcuni tratti addirittura commovente. Il quale subito dopo conferma in “Nueve secretos” di essere soprattutto uno strepitoso batterista accompagnando in solitudine il trascinante assolo di Ben Wendel. Nel conclusivo “Cuatro” si ricostituisce il gruppo in una sorta di rielaborazione di tutto il materiale sonoro offerto nell’album, quindi attenzione alle dinamiche, sapiente uso della tavolozza coloristica, giusta suddivisione degli assolo, eccellente equilibrio di scrittura e improvvisazione, il tutto conseguenza di un sapido arrangiamento.

Nico Morelli: la mia musica tra folk pugliese e jazz

Sono le nove del mattino, ora in cui connetto ancor meno del solito. Nel salotto di casa mia c’è un caro amico, il pianista, compositore e arrangiatore Nico Morelli che la sera prima ha presentato al pubblico romano la sua ultima creatura discografica, “Unfolkettable two”. L’album rappresenta un’ulteriore tappa lungo il cammino di ricerca che Nico oramai da molti anni sta percorrendo nell’intento di coniugare le forme espressive del folk pugliese con gli stilemi propri del jazz. E la nostra conversazione prende le mosse proprio dal concerto della sera prima.

“È stata – mi dice Nico – una bellissima esperienza… come sempre ogni qualvolta suoni a Roma. Ci siamo divertiti, il pubblico è stato fantastico, entusiasta… insomma la serata perfetta, si potrebbe dire. L’ultima volta che ho suonato a Roma è stato circa un anno fa, in trio all’Auditorium, questa volta, invece, alla Casa del Jazz, in quintetto con due cantanti”.

-I musicisti con cui suoni in questo quintetto sono tutti pugliesi; vogliamo ricordarli uno per uno?

“Certo che sì; Mimmo Campanale alla batteria, Camillo Pace al contrabbasso, Barbara Eramo voce e percussioni oramai romana d’adozione e Davide Berardi voce e chitarra cui si è aggiunta, come ospite d’onore, la violinista Caterina Bono specialista anche in musica contemporanea”.

Come hai conosciuto Caterina Bono?

“L’ho conosciuta a Parigi in quanto lei era venuta assieme a Barbara Eramo per esibirsi in alcuni concerti. Ci siamo incontrati e devo dire che il suo modo di suonare il violino mi ha davvero impressionato e mi pare che averla inserita in quest’ultimo concerto romano non sia stato un fatto banale”.

Sono assolutamente d’accordo con te: è stata molto brava. Tu, oramai da molti anni, porti avanti questa ricerca basata su una commistione tra la musica folk pugliese e il linguaggio jazzistico. Come ti è venuta questa idea… e il fatto di abitare a Parigi ti induce un qualche sentimento di nostalgia che ti spinge a proseguire su questa strada?

“No, onestamente non è una questione di nostalgia. L’esperienza parigina mi ha messo a confronto con tanti musicisti che vivono lì e che fanno un tipo di ricerca in qualche modo simile alla mia. Parigi, come forse anche Roma, è piena di musicisti che vengono da ogni parte del mondo, musicisti di jazz, musicisti di altre musiche che amano l’atmosfera parigina e decidono di stabilirsi in questa straordinaria città. E sin dagli inizi, parliamo di circa 20 anni fa, ho notato questa tendenza, da parte di molti jazzisti, di mettere assieme le loro differenti origini per dar vita ad un qualcosa di nuovo. E’ un’operazione a mio avviso molto interessante ed anche intelligente… non perché la faccio io… Come ben sai il jazz nasce come musica popolare, musica che racconta la storia di un popolo; poi, con il passare del tempo, il jazz è divenuto una musica sempre più sofisticata tanto da arrivare a delle forme che si discostano molto dall’identità propria di una musica popolare semplice e comunicativa. A volte dimenticando proprio quelle che sono le caratteristiche della semplicità di una musica popolare. Quindi questa ripresa, questo accostamento del jazz alla musica popolare in controtendenza alla estrema sofisticazione del jazz odierno, mi sembra un percorso estremamente interessante. In tal modo si ridà al jazz quella umanità che si può a volte perdere nelle sue attuali sofisticazioni riportando così a questa musica almeno un po’ della sua storia originaria cioè musica della gente, musica di un popolo”.

-Oltre questo indirizzo, c’è qualche altra via che persegui nella tua ricerca, nel tuo modo di esprimerti attraverso la musica e quindi nel tuo modo di comporre, di arrangiare, di suonare?

“In realtà mi sto concentrando molto sul tipo di ricerca di cui abbiamo parlato. Voglio andare quanto più in profondità possibile per cui al momento non sono distratto da altre cose. Devo comunque aggiungere che da qualche anno sto lavorando ad un progetto di piano-solo ma non posso dire che sia pronto; in effetti sto cercando di amalgamare il suono del pianoforte con quello di strumentazioni elettroniche, ma è difficile, complicato, per cui preferisco prendere tempo e presentare il lavoro quando riterrò che sia pronto, al meglio delle mie possibilità. Insomma ci sono queste due strade”.

Tornando alla commistione tra jazz e folk, qui in Italia suoni con musicisti pugliesi, il che è perfettamente comprensibile. Ma a Parigi come fai?

“In realtà questo è il secondo disco che faccio su questa tematica. Il primo l’avevo fatto con dei musicisti che risiedevano tutti a Parigi, non erano pugliesi, però c’era un calabrese – Tonino Cavallo – un musicista bretone di musica world che aveva questa straordinaria capacità di cantare in dialetto pugliese meglio dei pugliesi – Mathias Duplessy – e poi la sezione ritmica con un batterista di origini italiane – Bruno Ziarelli – e un contrabbassista francese – Stéphane Kerecki -. Quindi anche quando suono a Parigi non ho molti problemi a proseguire nella mia ricerca. Comunque da quando è uscito questo secondo album sono riuscito a far venire i miei amici pugliesi a Parigi e quindi a presentarmi al pubblico francese con questa formazione. Ovviamente è molto faticoso perché far venire gente dall’Italia non è semplice, comunque per il momento mai ho dovuto sostituirli. Se capiterà vorrà dire che mi adatterò ma per ora nessun problema”.

Il jazz vive in Italia un momento sotto molti aspetti paradossale: mentre le scuole di musica continuano a sfornare musicisti tecnicamente assai ben preparati, non si capisce bene dove e come questi giovani avranno poi la possibilità di porre in essere queste loro competenze. Qual è la situazione in Francia?

“Sostanzialmente la stessa. C’è un’inflazione di musicisti. Ma la soluzione qual è, chiudere le scuole? Non penso. Comunque questa abbondanza ha i suoi lati positivi. Ti faccio un esempio: quando io ho cominciato era molto, molto difficile trovare un contrabbassista degno di questo nome nel raggio di 200 chilometri quadrati; oggi, giù dalle mie parti ne trovi almeno cinque che è tantissimo. Certo, come dicevi tu, gli spazi si restringono…insomma la situazione è difficile, complessa. Comunque c’è da aggiungere che in questi anni la gente si è abituata a sentire di più questa sorta di parolaccia – “Jazz” – per cui d’altro canto è più facile trovare estimatori”.

Forse in Francia perché in Italia la situazione è sicuramente peggiore: gli spazi si restringono, il pubblico è in calo… per non parlare della carta stampata e dei mezzi radio-televisivi che oramai non dedicano alcuna attenzione alla nostra musica. Se ne parla solo sulla rete con tutti i limiti che ben conosciamo…

“Ti do ragione anche perché in Francia, sotto questo aspetto, le cose non sono molto diverse. La stampa ci dedica sempre meno attenzione. Al riguardo ti racconto un episodio. In Francia c’è un premio che d’abitudine veniva assegnato ad un musicista jazz; ebbene questa volta la presenza di artisti jazz era molto inferiore rispetto al passato. Negli ultimi anni il jazz si è talmente contaminato con espressioni molto più commerciali che oramai ho paura si sia troppo sbilanciato da questa parte”.

Assolutamente d’accordo. In Italia ci sono molti festival jazz che aprono e chiudono i rispettivi programmi con artisti che nulla hanno a che vedere con il jazz avendo come unica preoccupazione quella di riempire gli spazi e chiudere i conti in positivo…

“Che dire… probabilmente è anche colpa del jazz che non è riuscito ad imporsi come forma d’arte capace di sostenersi senza ‘aiuti’ esterni”.

Però questi aiuti pubblici arrivano su larga scala per la musica classica e soprattutto operistica ma nessuno si scandalizza…

“È perfettamente vero. Se non vado errato in Italia i fondi pubblici stanziati dal Ministero vanno per la gran parte alla musica lirica cosicché alle altre forme musicali vanno davvero le briciole. Vogliamo giustificare questo stato di cose con il fatto che il melodramma rappresenta la più genuina tradizione italiana? Sarà anche vero ma questa ripartizione è davvero vergognosa”.

Poco fa parlavamo della Francia. Ci sono altre differenze a tuo avviso tra il mondo del jazz francese e quello italiano?

“Non è facile rispondere a questa domanda. Comunque ti posso dire che in linea di massima l’organizzazione dei concerti è più curata in Francia. L’organizzatore pone la massima attenzione ad ogni aspetto della serata, dal palco alle luci, dalla strumentazione al fatto che la sala sia il più piena possibile. Al riguardo si adottano più strategie: all’inizio i biglietti vengono posti in vendita on-line con uno sconto; avvicinandosi il concerto un’altra parte degli invenduti viene offerta ad un prezzo ancora più basso fino a quando, a ridosso del concerto, spesso si decide di distribuire gratis i rimanenti biglietti di modo che il musicista abbia l’opportunità di esibirsi con una sala piena”.

Scusa se adesso viriamo verso un’altra direzione ma avendo davanti una persona che vive a Parigi ed essendo io un giornalista, non posso fare a meno di rivolgerti la seguente domanda. Qual è in questi giorni la vera situazione a Parigi dal momento che a mio avviso i giornali francesi tendono non dico a nascondere ma quanto meno a minimizzare tutto ciò che sta accadendo nella Capitale francese.

“E purtroppo hai perfettamente ragione. La situazione a Parigi in queste settimane è assolutamente invivibile. Nulla funziona. Non esistono più treni. Le linee della metro sono tutte ferme ad eccezione delle due che funzionano automaticamente senza personale e che attraversano la città in verticale e in orizzontale. Prendi un taxi per recarti in aeroporto e molto spesso perdi il volo perché i blocchi stradali ti impediscono di arrivare in tempo. Così si assiste a scene incredibili. Gente nervosa, gente che litiga, si picchia… e via di questo passo. Non sembra che Macron sia disposto a fornire risposte cosicché questa situazione potrebbe durare ancora a lungo”.

Adesso quando torni a Parigi?

“A metà gennaio. Ma ad aprile sarò di nuovo in Italia e il 10 suonerò all’Alexanderplatz per cui vi aspetto tutti”.

Gerlando Gatto

 

 

 

Una vera Jazz&Wine Experience a Trieste con Dena De Rose 4et e Jermann: la classe non è acqua… è vino e musica!

«Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu», ovvero niente è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi. Calza a pennello l’assioma peripatetico di Tommaso d’Aquino per introdurre il racconto della serata svoltasi il 5 gennaio all’Hotel Hilton Double Tree di Trieste, in occasione del concerto del Dena De Rose Quartet. L’evento è nel cartellone della rassegna Jazz&Wine Experience, con la direzione artistica di Michela Parolin Up Music, itinerante tra Venezia, Trieste e Bologna, fino all’8 marzo 2020 in location prestigiose.

Il progetto è strutturato in modo da abbinare concerti di musica jazz di alto livello con le eccellenze produttive vinicole, valorizzando, al contempo, luoghi simbolo di grande fascino e interesse storico e culturale, come il bel Palazzo di Piazza della Repubblica, risalente ai primi anni del ‘900, che fu la sede della Ras, recentemente e splendidamente restaurato.

Mi perdo già nell’atrio dell’Hotel dove ammiro la riproduzione di un mosaico romano del II° secolo rinvenuto durante i lavori di costruzione del Palazzo e la “Fontana del Gladiatore”, opera di Gianni Marin, che lo storico Salvatore Sibilia descrive come “la più grande opera policroma che esista”. Ma è ora di salire le imponenti scale per giungere al Berlam Coffee Tea & Cocktail, dove mi accoglie Michela Parolin e dove è allestito un punto di degustazione dei vini dell’azienda Jermann di Dolegna del Collio. Assaporo lentamente una morbida Ribolla Gialla mentre mi accomodo al mio posto nell’opulenta sala da concerto (sold-out) con il controsoffitto a cassettoni dorati, nei quali si rincorrono in modo disordinato le lettere R A S (acronimo di Riunione Adriatica di Sicurtà) scolpite in bassorilievo e che io rimescolo e riordino visivamente (e mentalmente!) in A R S… arte.

L’ingresso dei musicisti, dopo una breve presentazione della Parolin e del giovanissimo vignaiolo Felix Jermann, mi distoglie dalle mie elucubrazioni: ed ecco Dena De Rose, voce e pianoforte; Piero Odorici, sassofono; Paolo Benedettini, contrabbasso; Anthony Pinciotti: batteria.

Il set prende avvio con un omaggio, per affinità, alla vocalist e pianista Shirley Horn, della quale ci viene proposto “Sunday in NY”. Dena è superba nel recuperare, ricostruire, reinterpretare gli standard ed eccelle nella prassi improvvisativa e nell’interplay con i suoi musicisti. Il primo dei miei girovaghi pensieri è stato: “questo è jazz in purezza, incontaminato!”

L’anima scivola come sulla seta con la briosa versione di “You stepped out of a dream”, standard del 1940. Ricordavo il brano cantato da Nat King Cole ma questo di Dena ha il giusto swing e raffinate parti di canto scat, ariose e coinvolgenti. Pinciotti accarezza le pelli della batteria in un flow morbido e mai invadente, creando un amalgama sonoro fluido ed estremamente naturale con il contrabbasso di Benedettini. Poi entra Odorici con il suo sax ed io faccio una gran fatica a non muovermi troppo sulla mia sedia… la sala è piena e la mia vicina – molto vicina – mi rivolge sguardi di riprovazione. È straniera: “sorry” le dico, ma non sono affatto convinta di essere dispiaciuta per essermi lasciata trascinare da una musica così coinvolgente!

I tributi di Dena alle sue illustri predecessore continuano con “I have the feeling I’ve been here before” un flashback musicale per un’emozione che riesce a fermare il tempo, pensando a Carmen Mcrae, dalla voce calda e scura…

“Nothing like you has ever been seen before”, di Bob Dorough, è descritta da Dena come una stravagante canzone d’amore ed io aggiungo ricca di colpi di scena, anche perché ha alle spalle una famosa registrazione realizzata da Miles Davis con l’arrangiamento di Gil Evans… e scusate se è poco! In effetti, si potrebbe dire che niente di simile era mai stato visto prima!

Vorrei, a questo punto, soffermarmi su Piero Odorici, perfetto per il repertorio proposto dalla band leader, che rivisita gli standard della tradizione jazzistica con un approccio contemporaneo. Piero è un eccellente sassofonista, di vocazione eclettica, il cui linguaggio affonda nelle radici dell’hard-bop: estetica abbinata ad una solida sostanza melodica e ad un estro improvvisativo notevole.

La scaletta prosegue, tra gli applausi che sottolineano la qualità della performance, e spesso anche i vari assolo, con “ I just found out about love” che Dena rilegge al piano con le giuste sfumature nostalgiche e con una voce che profuma di quel jazz sincero che non necessita di orpelli virtuosistici, pur dimostrando una tecnica raffinatissima.

L’affetto della pianista per Cedar Walton, una delle figure più influenti e amate del jazz, si intuisce nell’esecuzione di “Clockwise”, che lei ha fatto propria scrivendone il testo e che diventa “Listen to your heart”: un misto di poesia e sentimento dove la vera tecnica è espressa dal tocco soave e dall’uso sapiente del pedale… in semplicità, spontaneo come il brindisi di Dena con la Ribolla di casa Jermann!

La mia anima “hipster” e sempre “on the road” per la musica, non poteva non adorare il tributo al crooner, a onor del vero un po’ sui generis, che amo più di ogni altro, (“ogni altro” non me ne voglia!) per me assoluta figura di culto, ovvero Mark Murphy.  Prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2015, il cantante di Syracuse si divideva tra gli Stati Uniti e l’Austria, dove ha insegnato per anni canto jazz alla University of Music and Performing Arts di Graz e dove tuttora la De Rose insegna.

Che Dena abbia proposto “Ode to the Road” (brano firmato da Broadbent di cui Murphy scrisse il testo) oltre all’aver dichiarato il suo amore per la fusion degli Steps Ahead di Mike Mainieri – nella cui line-up ha transitato anche la pianista Eliane Elias –  e degli Yellow Jackets di Robben Ford, artisti che sono nelle fondamenta di quella che è la roccaforte delle mie passioni musicali, mi ha letteralmente conquistata, cosa che le ho anche raccontato discorrendo con lei alla fine del concerto.

I musicisti escono per lasciare spazio ad una Dena romantic mood che, in piano solo, intona “You’re nearer”. E penso che dell’Attimo Fuggente tutti ricordano “O Capitano, mio Capitano” mentre io ho stampate nel cuore queste parole: “La poesia. La bellezza. Il romanticismo. L’amore. Queste sono le cose per cui continuiamo a vivere” e mi lascio trasportare da questa sincera e personale versione, dolce ma senza essere stucchevole… “leave me, but when you’re away, you’ll know…you’re nearer, for I love you so…” Così è.

Inesorabile arriva anche l’ultimo brano. Credete all’amore a prima vista? Ci crede di sicuro la  pianista e compositrice brasiliana Eliane Elias, ascoltata qualche tempo fa proprio qui, a Trieste, con il marito contrabbassista Marc Johnson, autrice ed interprete di “At first sight”.

Dena De Rose ci racconta che la Elias è stata una delle sue muse ispiratrici ma per la pianista di Chicago, che ha composto ed eseguito “That second look”, il secondo sguardo è decisamente più rassicurante! Il suo pianoforte canta, le sue mani scivolano sicure sulla tastiera, il suono è brillante, il ritmo è vibrante, i suoi musicisti sono complici di emozioni… il pubblico le capta.

La jazz woman ci saluta regalandoci come bis “Get out of town” di Cole Porter che ci viene resa in un esclusivo e travolgente arrangiamento dove lei, Piero, Anthony e Paolo sono liberi di esprimere i propri teoremi improvvisativi in un climax finale di inarrestabile e preziosa libertà creativa.

Esco in strada, circonfusa da un alone di distaccato e ineffabile incanto. La Trieste che amo, città di luce, marmorea di salsedine e di storia, sfidata dal vento, luogo dell’anima di poeti, letterati e artisti ammicca con “scontrosa grazia”.

Marina Tuni

A Proposito di Jazz ringrazia Garage Raw per la gentile concessione delle immagini pubblicate nell’articolo.

Lirica e jazz: gli antenati

– Lirica e jazz è binomio di cui ci si è occupati su queste colonne il 19 novembre scorso. Volendo ora effettuare quello che, giornalisticamente parlando, è un “ritorno” sul tema, ne abbiamo discusso con Raffaele Borretti, un’autorità in campo jazzistico che non si sa se definir meglio pianista, collezionista, editore, docente, critico, storico. O forse sì, almeno in questo caso, la qualifica di storico del jazz è quella che più gli si addice nella conversazione, con lui intrapresa, sui prodromi del rapporto fra jazz e melodramma e sul quanto e sul come il jazz, musica di sintesi, si sia ispirato, nei primi decenni della propria storia, all’opera ovvero ad un modello per molti versi chiuso e storicamente datato. Un incontro, quello fra jazz e lirica, alimentato dunque più che altro dalla parte jazzistica. Parliamo di un caso che fece epoca. La canzone “Avalon”, di Al Jolson, De Sylva e soprattutto Vincent Rose, un successo dei primi anni venti del secolo scorso. La melodia in apertura si rifaceva a un passaggio di “E lucevan le stelle” dalla Tosca di Puccini. Gli editori fecero causa ad autori ed editori americani. Ma come andarono realmente le cose?
“Al Jolson, il famoso protagonista — tra l’altro — del “primo” film sonoro, The Jazz Singer del 1927, che con i suoi incassi salvò la Paramount dal fallimento, si era reso protagonista di un’altra vicenda, meno felice. Aveva composto nel 1918, assieme a Vincent Rose (autore anche di successi come Whispering, Blueberry Hill, Linger Awhile), nato a Palermo (ma forse di origini calabresi), e lanciato nello show “Sinbad”, “Avalon”, un brano (depositato nel 1920), al secondo posto in classifica nel 1921, e divenuto notissimo specialmente presso i jazzisti tradizionali (ma utilizzato anche da musicisti più moderni), e riproposto anche in diversi film (tra cui Casablanca). Gli editori americani di Giacomo Puccini ricorsero al tribunale, sostenendo che il motivo era copiato da “E lucevan le stelle”, dalla “Tosca”, e riuscirono a vincere in giudizio, ottenendo un risarcimento enorme, di 25.000 dollari (e la partecipazione ai diritti): si pensi che all’epoca in America si comprava — come risulta anche dal “Sears, Roebuck Catalogue”— un pianoforte con 275 $, un fucile Winchester con 40 $, un’auto Ford T con 360 $! Anche la casa discografica che aveva prodotto la gran parte dei dischi di “Avalon” andò in fallimento. Personalmente, questa storia del “plagio” non mi ha mai convinto: la “similitudine” si basa su solo 10 note iniziali, che sono apparentemente uguali, ma armonicamente diverse (“E Lucevan” è in minore, con due cambi di tonalità, Si minore/Mi minore, “Avalon” è in maggiore, tonalità di Fa), e disposte nel primo caso in due battute, e nel secondo in sei. Anche lo sviluppo melodico è totalmente differente tra i due motivi: in particolare, quello di “Avalon” segue la classica impostazione della song americana, con le sue 32 battute (in uno schema A/B/C/D), quello lirico ha uno svolgimento più elaborato. Questo giudizio sfavorevole a Jolson e Rose risulta ancora più incomprensibile se posto a paragone con altre popular songs di successo, che non hanno avuto alcun seguito giudiziario. E’ il caso, ad esempio, di “Always You”, “composta” da Sid Robin e Will Jason, in realtà “Romanza in Fa minore” di Tchaikowsky, o “Once In A Blue Moon”: quest’ultima, lanciata da Nat King Cole nel 1953, reca addirittura la firma di Burt Bacharach (e fu il suo primo successo), che candidamente confessava di averla tratta dalla “Melody In F” di Anton Rubinstein (interpretata, col titolo originale, da diversi jazzisti, tra cui Teddy Wilson). Altrettanto dubbia è la legge americana sui diritti d’autore, che tutela i motivi per quasi cento anni, ma non lo fa per i titoli, sicché è possibile trovare brani totalmente diversi con lo stesso titolo, come è per “Once In A Blue Moon” (almeno altri tre brani omonimi, del 1923, 1934 e 1960) o il “Ridi, pagliaccio”.

– Un musicista al quale sei molto legato, Ralph Sutton, ha inciso appunto il brano “Laugh Clown Laugh”, portato al successo fra gli altri anche dalla cantante Abbey Lincoln, ispirato al “Ridi Pagliaccio” di Leoncavallo. Ma è solo ispirato o c’è qualcosa di più visto che la melodia in effetti non si richiama con evidenza all’aria operistica in questione?

“Diverso è infatti il caso di “Laugh, Clown, Laugh”, show di Broadway del 1923, riprodotto poi in un silent movie della MGM del 1928. Si tratta in effetti di una trama e di una musica diversi dall’opera di Ruggiero Leoncavallo. Ma, a parte l’identità del titolo (e delle parole, “Vesti la giubba!” alle battute 26 e 27 dello spartito), è evidente la totale ispirazione ai “Pagliacci” di Leoncavallo da parte di Fausto Martino (1919), e di Sam Lewis, Joe Young e Ted Fiorito per la musica che accompagnava la proiezione all’inizio, come d’uso. Anche la vicenda ha molte similitudini: si tratta sempre del dramma vissuto dai due protagonisti per l’amore verso la stessa donna, culminante in una tragica fine. Il brano, originariamente un melodico tre quarti, è stato ripreso da vari artisti, dal cantante/attore Harry Richman (singolare figura di entertainer, pianista, compositore, ed… aviatore… che lanciò nel 1930 “Puttin’ On The Ritz” di Irving Berlin nel film omonimo), ai jazzisti Ted Lewis, Duke Ellington, Benny Carter, Ralph Sutton, Abbey Lincoln, che ovviamente ne danno una versione sincopata”.

-Segnaleresti qualche disco in particolare che contiene riadattamenti jazzistici di musiche classiche, anche non liriche?

“Full Moon And Empty Arms”, depositato nel 1945 da Buddy Kaye e Ted Mossman, non è altro che il “Concerto per pianoforte n. 2” di Sergej Rachmaninov . È stato eseguito e inciso da molti jazzisti: è una delle più belle interpretazioni di Sarah Vaughan ma ci sono anche quelle di Garner, Freddie Hubbard e, perchè no, di Caterina Valente, i Platters, Carmen Cavallaro e… Mina”.

– Sui “prelievi” da Rachmaninov si potrebbe ricordare la querelle sul brano “All By Myself” del 1975 di Eric Carmen il quale trovò un accordo con gli eredi del grande musicista russo. Ma lasciamo da parte il pop. Torniamo al jazz per sottolineare come forse gli italo-americani abbiano tardato nell’imporre oltreoceano il meglio della propria mercanzia culturale. Per rimanere spesso vittime di stereotipi negativi che sono stati costruiti sulla loro pelle senza che si valutasse appieno il valore del proprio background. Un esempio. Il linciaggio di massa avvenuto a New Orleans del 1891 in cui vennero uccisi 11 immigrati italiani in gran parte siciliani, un eccidio che segnò il punto nodale di un sentimento antitaliano da cui i nostri connazionali emigrati si sarebbero gradualmente liberati con il lavoro e i sacrifici ma anche grazie all’affermazione del nostro cultural heritage, alla musica lirica, con l’imporsi di ugole come Enrico Caruso, la programmazione di Opera Houses, la diffusione di 78 giri con canzoni d’arte italiane in uno con lo stile e l’arte italiana. Un processo lento ma costante per diffondere un’idea di Italia fatta anche di Grande Melodia. Lo stesso jazz, musica nero-americana, avrebbe tratto linfa vitale dalla lirica proveniente dall’Europa fino alla nascita di un’opera americana (si veda in proposito su questa rivista l’articolo “L’America di Puccini ne La Fanciulla del West” del 16/11/2017). Potresti meglio schematizzare le tappe più significative di tale influenza?

“Sì. Ma ancora una cosa su Whiteman. Uomo di grande ingegno. Uno dei suoi brani preferiti era “When Day Is Done”, che anni fa, al pari di Antonietto (libro su Reinhardt) vedendo come paroliere Buddy De Silva, pensavo fosse americano, mentre è tratto da un’operetta di Katscher che Whiteman aveva conosciuto nella sua tournée europea, rilanciando poi il brano negli Stati Uniti (dove anche Katscher si trasferì riscontrando notevole successo a Broadway). Al che When Day ritornò in Europa venendo inciso (in tutto il mondo ) dai jazzisti. Dunque, come richiesto, ecco a seguire uno schema che ho predisposto al riguardo.

1926 = Miserere (G. Verdi, “Il Trovatore”, P. IV): Red Nichols, c, & Group, 1926, rec. on cylinder, on Edison phonograph, by Earl Baker (tp) – JA-43, C-1712.

1927 = Avalon (Jolson-Rose) (“E lucevan le stelle”, G. Puccini, “Tosca”, A. III): innume- revoli versioni.

1938 = MIserere (G. Verdi, “Il Trovatore”, P. IV): Jelly Roll Morton, p & vo, L. O. C. Recordings (tre versioni) – J. R. Morton Box.

Anvil Chorus (“Coro degli zingari”, G. Verdi, “Il Trovatore”, P. II): Jelly Roll Morton, p & vo, L. O. C. Recordings – J.R.Morton Box

1939 = Sestetto (G. Donizetti, “Lucia di Lammermour”, A. I, Q. II): Fats Waller, p & org – Palm 22, N 479.

Intermezzo (P. Mascagni, “Cavalleria rusticana”): Fats Waller, p & org – Palm 22, N 479.

1939 = A Little Bit Of Rigoletto (“Bella figlia dell’amore”) (G. Verdi, “Rigoletto”, A. III): Raymond Scott Quintette.

1939 = Miserere (G. Verdi, “Il Trovatore”, P. IV): Sidney Bechet ne fa una appropriata citazione in quella che ritengo una delle più belle (e blues) versioni di Summertime.

1940 = Sextet (G. Donizetti, “Lucia di Lammermour”, A. I, Q. II): John Kirby Orchestra – N-283, Coll 12-11 Radio).

1944 = Anvil Chorus (“Coro degli zingari”, G. Verdi, “Il Trovatore”, P. II): Glenn Miller & The Army Air Force Band – trans., RCA CD 86360

1949 = Laugh! Cool Clown (“On With The Motley”, cioè “Ridi, pagliaccio” o “Vesti la giubba”) (da R. Leoncavallo, “I Pagliacci”, A. I): Nat King Cole Quartet, 1949 – C-37.

1960 = Sextet (G. Donizetti, “Lucia di Lammermour”, A. I, Q. II): Donald Lambert, p – Pumpkin 110.

1962 = Anvil Stomp (“Coro degli zingari”, G. Verdi, “Il Trovatore”, P. II): Firehouse Five Plus Two – GTJ 12049, N 523.

1972 = Inno di Mameli (Novaro): Stan Kenton Orchestra – N 28.

N.B.: Paul Whiteman introduce “Song Of India” nel 1921, poi popolarizza A. Rubinstein, Lehar (e Katscher: ricordare “When Day Is Done”), Massenet, Rimsky-Korsakov, Tchaikovsky, Wagner, Brahms, Grieg, Rachmaninoff; Vi sono poi i tanti brani da opere non italiane, come Wagner (Kenton, etc.), Bizet, e poi operette, in primis “Vilia”, interpretato anche da John Coltrane, ed innumerevoli strumentali, da Chopin a Dvorak, Liszt, von Flotow, Rachmaninoff, C. M. von Weber (sigla di B. Goodman), Debussy, Ravel, Beethoven, Ivanovici, Bach, Prokofiev, Offenbach, Granados, Albeniz, etc.”.

Il materiale musicale è vasto così come lo è il tema delle influenze, anche reciproche, fra generi musicali. Un tema che offre il fianco a diversi aspetti, anche giuridici relativi al diritto morale ed economico d’autore. Ma in questa sede il colloquio con Raffaele Borretti è valso esclusivamente per fissare alcuni punti-base su cui non ci si è probabilmente soffermati ancora abbastanza.
Con lo scopo di avvicinare mondi musicali che, contrariamente a quanto si creda, sono molto più in contatto di quanto ci si possa aspettare.

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Amedeo Furfaro