Lirica e jazz: le arie d’opera come standard

L’ultimo nato dal matrimonio fra lirica e jazz è l’album “Norma”, di Paolo Fresu con la ODJM (Orchestra Jazz del Mediterraneo) di Paolo Silvestri (Tûk Music) che va ad infiocchettarsi al virtuale “Real Book” di arie dal repertorio operistico italiano ed europeo che via via si è fatto ben corposo.
Il lavoro su Bellini ha, discograficamente parlando, illustri avi nel jazz. Ne citiamo qualcuno. Il 78 giri Bluebird con Glenn Miller and Orchestra che rielabora “Il coro degli Zingari” del Trovatore di Verdi nella spumeggiante “Anvil Chorus”; Fats Waller and his Sextet from Lucia of Lammermoor, di Donizetti su l.p.

Il disco di Barney Kessel, Modern Jazz Performances From Bizet’s Opera Carmen (Contemporary Records, 1959) oggetto di varie ristampe. È stato, in effetti, il chitarrista a segnare il passaggio dalle atmosfere fox trot, stride e da swing-era al più moderno cool negli anni ’50, con azzeccati innesti dalla Carmen (1875) a partire da “La canzone del Toreador – Swingin’ The Toreador”  e principalmente riproponendo a modo suo “Free As A Bird”, la famosa habanera, forma musicale che è un esempio di musica “oggettiva” tratta da fonti preesistenti (…) dalla canzone di Sebastian Yradier El Arreglito, a sua volta una “normalizzazione” europeizzante e salottiera della danza cubana” (cfr. Antonio Rostagno, Ed. Teatro alla Scala, 2015).

Dal canto suo Jacqueline Rosemain ne ha sottolineato la derivazione da una canzone conviviale provenzale, confluita in una raccolta del lontano 1627. Stefano Zenni, nel definire in genere la habanera “danza cubana di andamento moderato, in tempo binario, divisa in due parti, una in tonalità minore e una in maggiore” derivata dalla contradanza, antenata del tango, ne ha puntualizzato la “duplice origine, una spagnola ed una africana, con una radice provenzale” con quel senso di ritardo ritmico tipico della musica nera delle Americhe “dall’oscillazione dello swing alla elasticità della bossa nova” (cfr. Breve storia della habanera, in La musica colta afroamericana, Sisma, 1995). Un’ibridazione di melodie e ritmi che avrà affascinato Kessel per pensare di “jazzare” parti dell’opera, dicono, più rappresentata al mondo, oltretutto così impregnata di “latin tinge”!

Niente di nuovo sotto il sole, certo! Louis Armstrong ascoltava i dischi di Enrico Caruso e la polifonia di New Orleans poteva richiamare in qualche modo situazioni da melodramma tipo il quartetto vocale di “Bella figlia dell’amore”, dal Rigoletto (cfr. Gunther Schuller, Early Jazz). Nello specifico la Carmen si è prestata a progetti più articolati come l’album omonimo firmato da Enrico Rava che fa il paio con “E l’opera va” (Label Bleu, 1993) contenente arie quali “E lucean le stelle” dalla Tosca, estratti dalla Manon Lescaut e da La fanciulla del West di quel Puccini che Chailly ha accostato a Gershwin (si veda in proposito su questa rivista il nostro saggio “L’America di Puccini ne La fanciulla del West” del 16 nov. 2017). Non trapianti di genere bensì proustiana condensa di memoria e memorie, suoni e visioni che riappaiono dal nostro passato.
Restiamo all’opera italiana. Intanto come non ricordare che Pietro Metastasio, il famoso librettista, era un poeta “istantaneo”? Intuiva, strutturava, declamava rime “all’improvviso”, una poesia orale composta, secondo John Miles Foley “come un musicista jazz o folk usa dei modelli nell’improvvisazione musicale”. Ma il jazz, nel settecento, navigava ancora nella placenta delle musiche del mondo.
E così ancora a inizio ottocento.

Eppure c’è chi, come l’inglese Mike Westbrook si è rifatto a Gioacchino Rossini in un pregevole album del 1987, appunto “Westbrook-Rossini”, della svizzera Hat Hut, riproposto anche recentemente con la Uncommon Orchestra, anche con arrangiamenti da La Cenerentola ad integrare abstract musicali da La gazza ladra, “Barbiere”, Otello e l’Ouverture del Guglielmo Tell. Musica varia, giocosa, cromaticamente accesa, quella rossiniana, che si ben adatta ai “remakes” più moderni ed innovativi.
Su Donizetti si è posata l’attenzione di Bruno Tommaso, Roberto Gatto, Cristina Zavalloni, Furio Di Castri, Madeleine Renèe ed è da segnalare il disco-rarità “A casa di Ida Rubinstein” della compianta Giuni Russo in cui la cantante interpreta fra l’altro “La zingara” donizettiana con interventi di Paolo Fresu ed il lieder “A mezzanotte”, con la partecipazione di Uri Caine, pianista a cui si deve The Othello Syndrome (Winter & Winter, 2008). Una passione antica questa per il cigno di Busseto; ricordava Gerlando Gatto su questa rivista che in un titolo di King Oliver del 1923 compare un’ampia sequenza de “La Vergine degli Angeli” da La forza del destino! Viva Verdi! Potrebbe essere uno slogan dei jazzisti inneggiante a siffatta star dalla marcia trionfale anche sul web con milioni di visualizzazioni; le cui opere sono state rivisitate dalla Ted Heath Orchestra nel 1973 così come dalla Banda di Ruvo di Puglia nel 1996, per non parlare ancora dai conterranei Marco Gotti, Trovesi, Di Castri, Bonati, Rea, Massimo Faraò, Attilio Zanchi, Renzo Ruggieri…

Ma perché mai questo interesse dei jazzisti su Verdi?  “Nella musica di Verdi sussiste una sorta di pre-blues poiché vi si descrive l’atmosfera di prima che arrivasse il jazz, anche attraverso personaggi di strada, un popolo di umili, il gobbo, la mondana, la zingara…” ha affermato sempre su queste colonne il chitarrista romano Nicola Puglielli del Play Verdi Quartet. L’operista fu egli stesso trovatore, griot melodrammatico al cui ” mood ” si rifà la cantante e compositrice Cinzia Tedesco, riprendendo parti salienti da Rigoletto, La Traviata, Aida, Nabucco, vista anche “all’opera” con l’Orchestra Sinfonica Abruzzese diretta da Jacopo Sipari, arrangiamenti del pianista Stefano Sabatini. E con lei altri artisti quali il pianista Andrea Gargiulo, il quintetto Tomelleri-Migliardi-Corini-Garlaschelli-Bradascio, l’Orchestra di Piazza Vittorio con in repertorio anche arie dalle opere di Bizet, Weill, Mozart (Il flauto magico e Don Giovanni) quest’ultimo oggetto della egregia rivisitazione del trio di Arrigo Cappelletti.
Andiamo ai veristi. Su Mascagni, sull’Intermezzo di Cavalleria rusticana, è caduta la mano pianistica di Danilo Rea mentre della “sorella siamese” Pagliacci, di Ruggiero Leoncavallo, Max De Aloe ha rielaborato in 4et “Vesti la giubba” nella compilation Lirico Incanto (Abeat, 2008).

Singolare, a proposito di Leoncavallo, una Mattinata tutta anni ’20 della Tiger Dixie Band nel disco dedicato a Bix. Ma sfociamo nel campo delle canzoni d’arte. Torniamo all’opera. Francesco Cilea, altro rappresentante della Giovane Scuola Italiana a inizio secolo scorso, è omaggiato dal pianista Nicola Sergio nel cd Cilea Mon Amour della Nau. Di Puccini in parte s’è detto. Da aggiungere che il compositore trova estimatori di grande spessore nel mondo del jazz internazionale. Basti pensare a “Nessun Dorma” dalla Turandot ripresa da artisti del calibro di Lester Bowie e Don Byron. Finanche il bandleader Gerald Wilson figura fra i filopucciniani!

Fra gli italiani non si può non citare Marcello Tonolo e Michele Polga unitamente al pianista Riccardo Arrighini con il suo album Puccini Jazz- Recondite Armonie del 2008 (nell’ulteriore cd Visioni in Opera si occupa anche di Verdi e Wagner) ed inoltre il duo formato dalla cantante lirica Madelyn Renèe con il sassofonista Jacopo Jacopetti con il disco Some Like It Lyrics (EgeaMusic, 2016), in scaletta anche Bizet, Donizetti, Mozart.
Si potrebbe continuare a iosa fino all’oggi, alla cronaca-spettacoli, ad esempio a Knock Out – melodramma jazz d’amore e pugilato, regia di Silvio Castiglioni, con Fabrizio Bosso e Luciano Biondini – prodotto lo scorso anno, a riprova del fatto che l’opera lirica non è moribonda, anzi l’incontro con il jazz può essere un modo per riattualizzarla, in una sinergia così stretta che non sarà più lecito parlare di contaminazioni.
Chissà, prima o poi un editore si ritroverà forse a stampare un manuale di jazz standard con partiture tratte da opere italiane ed europee! Gli americani – come nel caso di “Summertime” da Porgy and Bess di Gershwin ovvero, passando dal teatro al film musicale, I Got Rhythm di Gene Kelly da Un americano a Parigi – ci hanno pensato da tempo. Un bel dì vedremo.

P.s. Questo articolo è dedicato alla soprano afroamericana Jessye Norman scomparsa il 30 settembre 2019 . In memoriam.

Amedeo Furfaro

Jed Distler e il Monk rivelato

Alcuni musicisti hanno la capacità di travalicare i generi. Leonard Bernstein, oltre che sommo direttore d’orchestra, fu compositore sinfonico e di ‘musical’. Andrè Previn, direttore e compositore assai attrezzato, ed apprezzato, fu un favoloso pianista jazz. Figure come Joseph Schillinger, Gunther Schuller, e prima di loro Ernst Krenek, Erwin Schuloff e soprattutto Kurt Weill (ci fermiamo qui per non appesantire) hanno saputo creare mondi che inglobano contenuti e valori stilistici diversi, spesso eterogenei e, per così dire, intercambiabili.

Non avevo mai pensato, però, di inserire Thelonious Monk (1917-1982) in tale novero.

Non prima, almeno, di aver ascoltato “Fearless Monk” (TNC Jazz) di Jed Distler.

È opportuna una distinzione tra il Monk improvvisatore e il Monk compositore (non molti, in realtà poche decine, i temi da lui congegnati). Il Monk improvvisatore lo potremmo paragonare a un bambino che trae suoni da un giocattolo. Il fascino delle sue improvvisazioni non consiste, credo, nel magistero, nella virtuosità esibita quanto nella capacità di ricreare un ‘ur-ton’, una nuova verginità, oltre che nella gioia che ne scaturisce. Non solo il pezzo eseguito al momento, quindi, ma la Musica stessa sembra ricrearsi quando Monk suona. Come Apollo il sole, Monk porta la musica sul suo carro.

Si sente affermare di quando in quando, da parte di alcuni pedagoghi, che l’artista originario di  Rocky Mount al pianoforte aveva “un brutto suono”. Sorridiamo. Cosa è “brutto” nell’ arte? Dirò invece che possedeva un suono “perfetto” poiché in completo accordo con la sua estetica, scabra e fanciullesca. Il Bill Evans, per fare un esempio, non aveva un “bel” suono in sè, giacché questo non esiste in senso assoluto, ma uno adatto alla poetica che egli veicolava attraverso le dita. Questa era la sua magia. E i pianisti che oggi ripropongono il repertorio di Monk, si osservi, sono giustamente refrattari ad allontanarsi da certe asprezze timbriche tipiche del loro patriarca. All’atto di eseguire “Bemsha Swing”, o “Friday the 13th” li si vede letteralmente ’monkizzarsi’, almeno un poco, farsi spigolosi, apodittici, per risultare non sepolcrali. Tanto si è detto circa l’improvvisazione.

Il Monk compositore invece squaderna tale bellezza di temi, ma verrebbe da dire saggezza di temi, un’armonizzazione tanto sofisticata, da librarsi facilmente oltre il recinto pur confortevole dell’idioma jazzistico del suo tempo per approdare a quello della musica “classica”. Proprio da qui muovono le esecuzioni di Jed Distler. Il loro merito principale? Con arrangiamenti e improvvisazioni di alta qualità, esse rivelano il Monk autore in una luce originale. Nelle sue strabilianti perfomance Distler modella ogni tema come recipiente di foggia via via diversa, nel quale il pianista e compositore di New York riversa lo ‘stream of consciousness’ del proprio sconfinato immaginario musicale. Confluisce di tutto in questo fiume: dalla musica euro-colta di Aaron Copland e William Schuman a George Gershwin, da Olivier Messiaen a Cole Porter, da Beethoven allo swing, dallo stride a La Monte Young. Ciò che colpisce naturalmente non è l’accumulo, ma la naturalezza con cui questo materiale viene integrato, la plausibilità con cui leghe differenti sanno coesistere, la capacità del contenitore – Monk, simile alle tasche di Eta Beta, di accogliere tutto.

Non semplici citazioni, parodie o fuochi fatui, ma un periplo oceanico illuminato da molte isole, rischiarate dal sorriso della perpetua immaginazione musicale di Distler. La musica racchiusa in questo album si discosta dalla logica tema-improvvisazione-conclusione per approdare all’universo della composizione più pura, libera dai crismi di genere. E forse, almeno per me, il ‘vero’ Monk è qui. Dobbiamo ringraziare Distler, quindi, non già per

averci riproposto Monk, ma per avercelo fatto riconoscere. Definirei il suo un Monk scatenato nel senso letterale del termine, ossia libero da catene, convenzioni, sovrastrutture. Scatenato e piacevolissimo. Ascoltare “Fearless Monk” è stato per me come scoprire un padiglione nuovo, lussuoso e confortevole, nella casa dove avevo sempre abitato e i cui spazi credevo di padroneggiare. Era lì da sempre e non lo sapevo. Sono grato a questo disco e al suo artefice, che attendiamo a nuove prove.

Massimo Giuseppe Bianchi

I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 6)

UR Records

Ecco una nuova etichetta discografica in ambito jazz e musica d’autore. UR, “tu sei” – spiegano i responsabili dell’etichetta – “è il manifesto della volontà di mettere la musica e l’artista al centro della produzione, di porre la qualità del lavoro prima di tutto. Tu sei la musica, il pensiero, l’energia, il valore. In tal senso, “tu sei” non è più riferito solamente all’artista, ma a tutti, perché l’ascolto è la forma più autentica di partecipazione e di collaborazione”.

A.B. Normal – “Out Of A Suite”
“Out Of A Suite” è il primo disco da leader di Andrea Baronchelli, trombonista e tubista classe 1989, in possesso di una solida preparazione di base sia in campo classico (diploma al Donizetti di Bergamo) sia in Jazz (diploma al Verdi di Milano). Accanto a lui Michele Bonifati chitarra, Danilo Gallo basso elettrico e Alessandro Rossi batteria, cui si aggiunge Stefano Castagna all’elettronica nel brano “Cortex”. L’album si compone di due parti. La prima, intitolata “A Suite” consta di cinque brani tutti composti dal leader. La seconda parte, “Out”, presenta due brani, “Starting with a Cherry”, di Michele Bonifati, e “Syriarin” ancora di Baronchelli, ispirato da una delle stragi compiute in Siria. Il gruppo si qualifica, a nostro avviso, soprattutto per una attenta ricerca timbrica: ottimamente sostenuto da una poderosa sezione ritmica sempre in primo piano (li si ascolti ad esempio in “Outro”), chitarra e fiato si muovono con grande libertà andando ad esplorare terreni tutt’altro che usuali. Ecco quindi un sapiente ricorso all’elettronica e a sonorità spesso di matrice rock, la ricerca di una timbrica particolare, il mutare completamente di atmosfere senza che ciò incida sull’omogeneità della proposta musicale. Esemplare, al riguardo, “Cortex” che dopo un’intro quasi in punta di piedi si risolve in un tema coinvolgente mentre “The Crown” è una malinconica ballad caratterizzata da un fitto dialogo fra trombone e chitarra.

Archipelagos – “In Your Thoughts”
10 brani. Che appaiono nei pensieri quali sagome fluttuanti di isolette, scogli, faraglioni, disposti a forma di J come jazz, generando visioni di mare calmo e mosso, vento e tempesta, albe e tramonti, scorci e landscapes. Questo è quanto suggerisce l’album “In Your Thoughts”, a cura del 4et Archipelagos, per i tipi musicali della UR Records. C’è un consiglio riportato all’interno della cover “tutto ciò che può fare l’ascoltatore è lasciarsi trascinare in questa traversata senza porsi troppe domande su quello che potrebbe incontrare in prossimità della prossima isola”. Seguire la marea di suoni, ok, ma pensando in alcuni brani – l’iniziale ‘Intro’ o la finale ‘Outro’ (The Big Vedra In The Sky) – ad un’erranza su di una dorsale di natura vulcanica che preme con intermittenti esplosioni di energia della batteria “condotta” da Marco Soldà ed in altri che la musica eroda cavità di conchigle sedimenti il fondo del mare depositandole, tanto è insinuante il gesto pianistico di Francesco Pollon (ad esempio in ‘Mr. mcFallen Waltz’) mentre il contrabbasso di Simone Di Benedetto veleggia sicuro nell’assecondare la mano sinistra nel ritmico “remare” del piano (‘Sabba’) e il sax di Manuel Caliumi detta la rotta armonico/melodica da seguire: a partire dalla sua ‘Nemesi’ per continuare con i tracciati indicati dai compagni di peregrinaggio (‘Sara’, ‘A Smile’, ‘From A Magic Pillow Dream’ …) . Nessun uomo è un’isola, ha scritto Thomas Merton. Ma insieme possono formare un Arcipelago. (Amedeo Furfaro)

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Via Veneto Jazz / Jando Music

La Via Veneto Jazz nasce nel 1993, quasi per caso, dall’incontro fortuito del produttore Biagio Pagano con alcuni musicisti e alcuni fonici uniti dall’esigenza comune di voler valorizzare il lavoro e la musica di molti musicisti e compositori per lo più sconosciuti fuori dell’ambiente degli addetti ai lavori. Man mano la Via Veneto conquista la stima di pubblico e critica specializzata sì da imporsi come une delle più qualificate Etichette di Musica Jazz Italiana. Purtroppo il 28 settembre 2004 l’amico Biagio Pagano lascia questa vita, cosicché la guida dell’etichetta passa al fratello Matteo Pagano che già lavorava con lui e che si è adoperato nel migliore dei modi per raggiungere gli obiettivi cui prima si faceva riferimento. Nel 2011 si verifica un evento a dir poco imprevisto ed inusuale nel mondo discografico in genere, l’inizio di una collaborazione tra la VVJ ed una etichetta nascente, la Jando Music di Giandomenico Ciaramella, personaggio eclettico e veramente appassionato, che porta nella partnership un entusiasmo e possibilità nuove, trovando in cambio una realtà che offre una storia, un prestigio e un know-how già immediatamente disponibili per conservare un riconosciuto ad alto livello, anche all’estero. Questa collaborazione ancora dura, e permette alle due etichette di costituire una delle realtà discografiche indipendenti più interessanti del Paese, conosciuta e presente anche nei mercati esteri.

Doctor 3 – “Canto libero”
Probabilmente non c’è un solo appassionato di musica al quale, in Italia, l’espressione “canto libero” non richiami alla mente il celebre pezzo di Mogol-Battisti. Ed in realtà questo CD è un nuovo, appassionato omaggio ad uno dei più grandi esponenti del cantautorato nazionale. A firmarlo un gruppo i cui fan vanno ben al di là della purtroppo ancora ristretta cerchia del jazz, i “Doctor 3” ovvero Danilo Rea al pianoforte, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Fabrizio Sferra alla batteria. Per i tanti, tantissimi che ben conoscono il trio probabilmente non ci sarebbe da aggiungere altro se non il fatto che anche questo album si iscrive di diritto nella loro migliore produzione. Viceversa per quei quattro o cinque che ancora non avessero mai ascoltato i “Doctor 3” sarà forse interessante sapere che si tratta di un gruppo tra i più celebrati del nostro panorama jazzistico degli ultimi 20 anni. Un gruppo che forte della solidissima preparazione dei suoi componenti, può permettersi il lusso di affrontare qualsivoglia partitura e di piegarla alle proprie esigenze espressive senza perdere alcunché dello spirito originario. E ovviamente la stessa cosa si ripete con questo repertorio, in cui, eccezion fatta per tre composizioni del Trio significativamente intitolate “Doctor 01”, “Doctor 02” e “Doctor 03”, ritroviamo tutti i brani più celebrati di Lucio, da “Pensieri e parole” a “Il mio canto libero”, da “Emozioni” a “29 settembre” da “Mi ritorni in mente” a “Fiori rosa fiori di pesco”…fino a chiudere con un pezzo meno noto ma di una struggente bellezza “Umanamente uomo: il sogno”.

Rosario Bonaccorso – “A New Home”
“Da quando vivo in questa “Nuova Casa”, le sensazioni che ho avuto la fortuna di poter esprimere attraverso la musica di questo nuovo cd, rappresentano un omaggio alla vita, questo grande regalo che ci viene offerto di vivere”: sono le parole con cui Rosario Bonaccorso, bassista sessantenne, chiarisce il senso di questa nuova produzione discografica realizzata in quintetto con Fulvio Sigurtà tromba e flicorno, Enrico Zanisi pianoforte, Alessandro Paternesi batteria e Stefano Di Battista sax soprano e sax alto, compagno di mille avventure. In effetti Bonaccorso e Di Battista vantano una intesa più che ventennale avendo suonato assieme fin dal 1997 in collaborazione con artisti del calibro di Lucio Dalla, Michael Brecker, Joe Lovano, Ivan Lins e avendo inciso alcuni CD per la Blue Note con altre star del jazz come Vince Mendoza, Kenny Barron, Elvin Jones, Jacky Terrasson e Herlin Riley. Varcata la soglia dei 60, Bonaccorso, rispondendo alla sua indole di uomo gentile e riflessivo, si trova a riconsiderare gli anni trascorsi e a guardare al futuro con una nuova consapevolezza. Certo, queste sono sensazioni assai difficili da esplicitare in uno o più brani ma gli undici pezzi, contenuti nel CD tutti a firma del leader, contengono questa forte carica suggestiva sì da immaginare una sorta di filo rosso, una non banale narrazione che accompagna l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota. Il tutto porto con grande naturalezza, calore e sensibilità doti che, come si sottolineava, appartengono non solo al Bonaccorso musicista ma anche al Bonaccorso uomo.

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We Insist! Records

WE INSIST! Records nasce a giugno del 2018 da un’idea di Maria Borghi, Nino Locatelli, Gianmaria Aprile e Pietro Bologna, con la volontà di dare spazio a progetti musicali fortemente improntati alla sperimentazione, alla ricerca e all’improvvisazione. Un progetto che si richiama al titolo dello storico album del 1960 di Max Roach: We Insist! Max Roach’s Freedom Now Suite. Il messaggio dell’etichetta è quello di insistere in tempi di crisi, di andare controcorrente, puntando sempre sulla qualità e sulla musica. Di qui la volontà di promuovere un gruppo di musicisti che pur trattando generi differenti possiedono una visione comune del fare musica; musica fatta con dedizione e pazienza, a cui dedicare tempo, scavando, ricercando. La linea editoriale della WE INSIST! non è indirizzata ad un preciso genere musicale, non è pro o contro questa o quella musica, l’ambizione è di unificare ciò che all’apparenza può sembrare diverso. Inoltre l’incontro con le altre arti è per We Insist linfa vitale, stimolando a ideare e realizzare progetti di ampio respiro, all’interno dei quali creare nuovi sodalizi. Si procede, quindi, per piccoli passi, con l’obiettivo di crescere mantenendo uno spirito di continua ricerca.

Pipeline 8 – “Prayer”
Giancarlo Nino Locatelli – “Situations”
I protagonisti di questi album, offerti in duplice versione – cd o lp – sono il clarinettista Giancarlo Nino Locatelli nella veste di esecutore e Steve Lacy in quella di autore.In effetti la quasi totalità del repertorio contenuto nei due album è dovuto alla penna del grande sassofonista scomparso nel 2004. Tuttavia c’è una differenza fondamentale tra “Prayer” e “Situations”: nel primo Locatelli suona inserito nel gruppo dei “Pipeline 8” completato da Gabriele Mitelli al flicorno contralto e alle percussioni, Sebastiano Tramontana al trombone, Alberto Braida al piano, Gianmaria Aprile alla chitarra, Luca Tilli al violoncello, Andrea Grossi al contrabbasso e Cristiano Calcagnile a batteria e percussioni, mentre in “Situations” Locatelli suona in splendida solitudine. Ad onor del vero è proprio questo secondo album che ci ha particolarmente colpiti: Locatelli evidenzia non solo una grande padronanza tecnica ma soprattutto una profonda conoscenza della musica di Steve Lacy. Qui non siamo di fronte ad una semplice interpretazione quanto ad un vero e proprio riappropriarsi della musica di Lacy facendola, in qualche modo, parte del proprio io, del proprio modo di sentire la musica. Operazione tutt’altro che semplice data la complessità dell’universo sonoro del musicista statunitense. Così non è certo un caso che nel brano “Absence” di Tom Raworth si ascoltino sullo sfondo le campane delle mucche ed i grilli, pratica non estranea alle concezioni di Lacy, che in alcuni suoi solo ha inserito in sottofondo rumori ‘altri’ come una radio che gracchiava. L’LP è corredato da tre belle foto di Steve Lacy opera di Roberto Masotti.
Ciò detto nulla toglie alla valenza dell’altro album “Prayer”, registrato dal vivo nell’ambito di Pisa Jazz nel novembre 2016. Le nove tracce evidenziano come i “Pipeline 8” siano attualmente una delle formazioni più innovative e interessanti del pur variegato panorama nazionale. Il gruppo si muove su coordinate non convenzionali, alla ricerca costante di una lettura della musica di Lacy che sia allo stesso tempo fedele all’originale ma dotata di vita propria. Di qui l’alternarsi di atmosfere notturne ad improvvisi slanci melodici, il tutto impreziosito dalla bravura dei singoli tra cui in particolare evidenza si pongono Andrea Grossi al contrabbasso e Cristiano Calcagnile alla batteria e percussioni. Anche in questo caso la musica di Lacy viene esaminata, esplorata fin nei più reconditi meandri avendo come riferimento tutto l’arco della produzione di Lacy, comprese quindi le collaborazioni con Thelonius Monk o Charles Mingus, fino agli Area di Demetrio Stratos con cui lavorò negli anni settanta.

Andrea Grossi Blend 3 – “Lubok”
Nato a Monza nel 1992, il contrabbassista Andrea Grossi guida ‘Blend 3’ un trio completato da Manuel Caliumi al sax alto e Michele Bonifati alla chitarra elettrica. L’album nasce dalle sensazioni ricavate dal leader dall’osservazione dei ‘lubok’ ovvero un tipo di stampa popolare russa diffusa nell’Ottocento, caratterizzata da una colorazione a mano con accesi colori che sovrapposta alle scene creavano una sorta di sovra-struttura astratta. Ciò per indicare come Grossi intenda riferirsi, con la sua musica, al tutte le tradizioni musicali del ‘900 alla ricerca di uno stile comunque personale. Ed in effetti i tre dimostrano di volersi addentrare su un terreno impervio avendo scelto di suonare senza batteria: quindi da un lato la mancanza di un più preciso e puntuale sostegno ritmico, dall’altro, però, la possibilità di svariare senza limite alcuno, agendo a fondo sulle dinamiche ed esplorando le sonorità del trio in un equilibrio ricercato e trovato tra pagina scritta e improvvisazione. Non a caso nelle note che accompagnano l’album viene esplicitamente detto che “Blend3 non sa quanti brani suonerà o quanto improvviserà, conosce soltanto il suo bisogno primario: prendere nuovamente vita ricercando un costante senso di unicità “. Obiettivo raggiunto? In questo album sì ma attendiamo il trio ad altre prove, ancora più impegnative. Ultima notazione tutt’altro che secondaria: molto curato e raffinato il confezionamento degli LP.

Jazz ‘n Fall 2019. A Pescara, la musica di Dave Holland, Chris Potter, Zakir Hussain, Kenny Barron, Linda May Han Oh e Daniele Cordisco

La Società del Teatro e della Musica “Luigi Barbara” presenta, a novembre, la nuova edizione di Jazz ‘n Fall: un programma di grande livello che si aprirà martedì 5 novembre con il Cross Currents Trio, formato da Dave Holland, Chris Potter e Zakir Hussain, proseguirà mercoledì 6 novembre con il Linda May Han Oh Quintet e si concluderà lunedì 11 novembre con il concerto in piano solo di Kenny Barron e il Daniele Cordisco Organ Trio.

I concerti si terranno al Teatro Massimo di Pescara, con inizio alle ore 21. Il prezzo del biglietto di ingresso ai singoli concerti è di 20 euro.

Anche nell’edizione 2019, Jazz ‘n Fall rinnova il senso dato a questa nuova stagione della rassegna, un ponte, cioè, tra quanto prodotto da musicisti esperti, stimati e diventati grazie alle incisioni e alle esperienze dei veri e propri capiscuola, e i talenti delle nuove generazioni. Una staffetta tra generazioni e stili espressivi, tra intenzioni, riferimenti e provenienze geografiche. Raccogliere – e sviluppare secondo coordinate diverse – l’idea di una musica capace di sfuggire alle definizioni più stringenti per ritrovare le radici comuni nella condivisione e nell’improvvisazione: un approccio creativo e libero da troppi schemi precostituiti per dialogare con il mondo e raccontarne l’attualità.

“New Bottle, Old Wine” è il motto scelto dal Direttore Artistico Lucio Fumo alla ripartenza di Jazz ‘n Fall: è un modo per sottolineare proprio questo significato intimo. Ed è il senso del percorso che prende le mosse dal Cross Currents Trio – progetto che unisce tre personalità importanti come Dave Holland, Zakir Hussain e Chris Potter – e arriva al nuovo lavoro della contrabbassista Linda May Han Oh, passando attraverso esperienze più vicine alle tradizioni del jazz come il piano solo di un Maestro di questo formato quale è Kenny Barron e il fluido organ trio di Daniele Cordisco.

Dave Holland è un caposcuola indiscusso del jazz degli ultimi decenni. Se, giovanissimo, fu tra i protagonisti della svolta elettrica di Miles Davis, ha sempre cercato nuove strade e soluzioni espressive: il trio Gateway, con Jack DeJohnette e John Abercrombie, e il suo splendido quintetto di inizio secolo sono solo due tra le tante testimonianze di un percorso sempre attento nel combinare suggestioni diverse, sotto l’aspetto timbrico, melodico e armonico. Questo nuovo progetto collettivo coinvolge musicisti di spessore assoluto come Chris Potter ai sassofoni e Zakir Hussain alle tabla: Good Hope è il titolo del disco che hanno appena pubblicato e che stabilisce, ancora una volta, come la musica – e, in particolare, il jazz – sia un veicolo naturale di integrazione, costruita con rispetto e maestria da tre artisti versatili ma dalla forte personalità espressiva.

Kenny Barron è tra i pianisti jazz più importanti del panorama attuale. Un vero e proprio maestro nel condurre lo strumento attraverso la sua storia e la sua letteratura in percorsi che tengano conto delle tradizioni senza rimanerne prigionieri. La sua musica sgorga dal pianoforte rispettosa della lezione dei grandi del passato e, allo stesso tempo, fresca e creativa. Il piano solo diventa una maniera ulteriore per affrontare l’essenza più intima di questo discorso: le mani sapienti di Kenny Barron è il modo più diretto per innescare un processo naturale e sempre capace di raccontare come il jazz sia una musica in grado rinnovarsi prendendo le mosse dalle sue radici e dalle sua stessa storia.

La figura artistica di Linda May Han Oh racconta molto bene il percorso jazzistico delle nuove generazioni. Una sintesi tra riferimenti provenienti da contesti diversi e continuamente rimessi in gioco. È quanto emerge dai suoi lavori più recenti – Walk against the wind del 2017 e Aventurine, pubblicato quest’anno – e lo rivela la sua presenza al fianco di musicisti del livello di Pat Metheny e Dave Douglas, tanto per citarne un paio. La musica della contrabbassista è solida e senza compromessi, raccoglie il testimone dalle vicende più recenti del jazz per offrire una sintesi personale e un contributo personale alla scena musicale odierna. Una musica densa, animata da melodie frastagliate e strutture composite ma sempre controllate e ben dirette. Un ambiente sonoro tutto sommato acustico senza rinunciare alle manipolazioni sonore. Una sintesi articolata per confrontarsi con il mondo sempre più sfaccettato di oggi.

Organ trio venato di blues, suonato con trasporto e condotto con grande rispetto per la tradizione: questa la ricetta di Daniele Cordisco, chitarrista dal percorso solido e già maturo, capace di far notare le sue qualità sin da giovanissimo con collaborazioni di sicuro livello e la vittoria nel Premio Internazionale Massimo Urbani. La musica del trio si muove tra standard, brani del songbook statunitense e temi originali con accento scanzonato e ironico, una dose equilibrata di virtuosismo e groove, un tocco romantico e il suono sempre seducente dell’organ trio. Con il chitarrista, suonano anche Pat Bianchi, grande inteprete statunitense dell’organo Hammond, e il batterista Giovanni Campanella.

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 5)

Leo Records

(di Luigi Onori)

L’etichetta inglese Leo Records ha da poco festeggiato il suo quarantesimo anno di esistenza: il 6 giugno 2019 al londinese Cafe OTO si sono esibiti alcuni artisti che hanno, nel tempo, collaborato con Leo Feigin: Carolyn Hume, Paul May, Phil Minton, Roger Turner, Charlie Beresford, Peter Marsh. Sono una piccola rappresentanza di quanto la Leo Records ha documentato nel tempo; saltatore in alto russo – ai tempi dell’Unione Sovietica – Leo Feigin chiese ed ottenne asilo politico in Inghilterra negli anni ’70 ed iniziò a lavorare per la BBC. Nel 1979 non trovò alcun produttore per la musica che, clandestinamente, riceveva dall’Urss e decise di fondare una propria etichetta, con lo slogan “music for inquiring mind and the passionate heart”. Da allora Feigin non ha mai smesso di dare spazio ad artisti d’avanguardia americani, europei, giapponesi…in un catalogo vastissimo; fondamentale – negli anni ’80 e ’90 – fu l’opera di diffusione da parte della Leo Records dell’avantgarde jazz sovietico, che accompagnò la fine del regime e fornì un “luogo”, non solo sonoro, per molti oppositori. Un’idea della vastità, a volte entropica e dispersiva, di orizzonti dell’etichetta inglese ce la offre una delle ultime uscite del 2019, forte di cinque album.

Perelman-Maneri-Wooley, “Strings 3”
Il sassofonista tenore Ivo Perelman è uno degli artisti-pilastro nella produzione della Leo Records, almeno nell’ultimo decennio. A questo straordinario e prolifico improvvisatore di origine brasiliana, Feigin ha concesso di documentare gli incontri con tanti artisti, da cui sono scaturite alcune consolidate collaborazioni. Quella con il solista di viola Mat Maneri (altro “campione” dell’etichetta) è particolarmente solida, anche perché Perelman era da giovanissimo un virtuoso del violoncello, nella natìa San Paolo, ed ha molto registrato con strumenti ad arco. Ecco il senso della serie “Strings”, il cui terzo episodio vede anche il coinvolgimento del promettente trombettista Nate Wooley. I cinquantatre minuti di musica sono articolati in undici tracce semplicemente numerate, frutto della totale improvvisazione-esplorazione di registri sonori, intrecci polifonici, campi sonori nel senso più vasto e “contemporaneo” del termine.

Perelman-Maneri-Wooley-Shipp, “String 4”
La registrazione è posteriore di alcuni mesi, rispetto alla precedente, sempre ai Parkwest Studios di New York. Il trio si amplia a quartetto con l’importante presenza del pianista Matthew Shipp, uno dei ricercatori sonori più interessanti degli ultimi decenni, da qualche tempo un po’ in ombra. I suoi interventi accordali e solistici rendono meno aereo l’intreccio tenore/viola/tromba e Shipp porta, nella libera improvvisazione, un apprezzabile senso della forma e della misura; quasi cinquantacinque i minuti di musica, anche in questo caso suddivisi in nove parti numerate. Perelman è coproduttore della serie “strings” e suo è il “cover artwork” su opere di Tom Beckam. La libertà di esplorazione delle relazioni tra ance e “corde” si coniuga, così, con un attento controllo del prodotto discografico.

Christof Mahnig & Die Abmahnung, “Red Carpet”
Trombettista, leader e compositore di tutti i nove brani, Mahnig si muove su coordinate quasi antitetiche a quelle di Ivo Perelman. La storia-tradizione del jazz è per lui motivo di studio e creazione, recuperando elementi di carattere formale e linguistico senza, però, un processo mimetico né derivativo. La parte centrale del Cd è costituita dalla suite “Three Pictures” (circa quindici minuti) ed il trombettista dialoga in tutte le tracce con il chitarrista Laurent Metéau, il contrabbassista Rafael Jerje ed batterista Manuel Künzi. Il risultato è un album che unisce godibilità e innovazione, sfruttando il ristretto organico in modo magistrale. Il cd è stato prodotto con il supporto economico di istituzioni culturali svizzere (Lucerna).

Blazing Flame Quintet/6, “Wrecked Chateau”
La parola, la poesia (tutti i testi nel booklet) sono al centro di questo lavoro discografico che si potrebbe definire polistilistico: l’ascolto dell’iniziale “Back Into The High Tide We Go” è piuttosto esemplificativa. Tutti le liriche sono del “vocalist” (la sua è una “song poetry”, in realtà) Steve Day, supportato talvolta da Julian Dale che è anche contrabbassista e violoncellista. Il gruppo prevede inoltre Peter Evans (violino elettrico a cinque corde), David Mowat (tromba), Mark Langford (sax tenore, clarinetto basso), Marco Anderson (batteria, percussioni). Non mancano sfumature e accentazioni rock, atmosfere teatrali e riferimenti jazzistici anche nei versi (“Flaming Gershwin”). Musica aperta, porosa, mutevole, visionaria, libertaria, di artisti non più giovani ma ancora “utopistici”.

Oogui, “Travoltazuki”
Feigin riesce a spiazzarti, sempre. Il produttore definisce il gruppo un “disto-disco-trio” ed il lavoro discografico “un laboratorio di sorprese musicali che mettono insieme jazz, disco, progressive rock e improvvisazione”. Il tramite con l’etichetta d’avanguardia inglese è stato il chitarrista svizzero Vinz Vonlanthen (ha inciso più volte per la Leo, nell’ambito della musica improvvisata): ha creato un trio con il pianista/tastierista Florence Melnotte ed il batterista/percussionista Sylvian Fourier (all’occorrenza tutti usano la voce) per rileggere il sound della disco anni ’80 in una chiave assolutamente personale (“Shitimogo”; nell’interno del cd c’è anche un John Travolta “mascherato”). Operazione riuscita? In ogni caso bisogna dar atto a Leo Feigin di una grande apertura, il che non è poco per i suoi ottantuno anni (è nato nel 1938 in quella che si chiamava Leningrado).

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Parco della Musica Records

La Parco della Musica Records è l’etichetta discografica della Fondazione Musica per Roma che dal 2004 pubblica i migliori progetti registrati all’Auditorium Parco della Musica di Roma o proposti da artisti profondamente legati ad esso. Le linee editoriali seguono la stessa ricerca e selezione che caratterizza la programmazione musicale dell’Auditorium. La Parco della Musica Records è riuscita a raggiungere in pochi anni una posizione di prestigio nel mondo discografico guadagnando consensi sempre più positivi da parte della critica nazionale e internazionale e ottenendo numerosi premi e riconoscimenti.

Franco D’Andrea – “Intervals I”, “Intervals II”, “A Light Day”
Franco D’Andrea è artista di caratura mondiale cosicché ogni suo album viene giustamente considerato un evento. Figuratevi quando di album, a distanza pochi mesi, ne escono addirittura tre. Attivo sin dai primi anni Sessanta, il pianista di Merano, come si diceva in apertura, è oggi considerato una punta di diamante del jazz globalmente inteso grazie alla sua classe, alla sua originalità e soprattutto alla sua ansia di ricerca che non conosce pause ad onta dei 78 anni suonati. D’altro canto chi lo conosce personalmente sa benissimo quanto Franco sia ancora fresco nel suo entusiasmo, gentile, disponibile, capace, suonando, di entusiasmarsi, di emozionarsi come un ragazzino alle prime armi. I primi due CD, significativamente intitolati «Intervals», evidenziano appieno quell’ansia di ricerca del pianista che si esercita sull’intervallo, ossia sulla distanza che separa due suoni, intervallo che può essere melodico o armonico. In questa puntigliosa e trascinante disamina D’Andrea è accompagnato da un ottetto di cui fa parte il suo sestetto ormai storico (Andrea Ayassot ai sassofoni, Daniele D’Agaro al clarinetto, Mauro Ottolini al trombone, Aldo Mella al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria), ai quali si aggiungono la chitarra elettrica di Enrico Terragnoli e l’elettronica di Luca Roccatagliati, in arte DJ Rocca, elementi che risulteranno determinanti per arricchire la tavolozza timbrica del gruppo. “Intervals I” contiene la registrazione integrale del concerto tenuto il 21 marzo 2017 all’Auditorium Parco della Musica di Roma, mentre “Intervals II” contiene brani registrati durante le prove per il concerto del 21…Descrivere la musica contenuta nei due album è impresa praticamente impossibile (e forse anche inutile) data la varietà di situazioni e combinazioni che l’artista propone. Comunque una qualche differenziazione – non facile da cogliere – tra i due CD esiste nel senso che il primo volume è più strutturato, in cui è abbastanza facile scorgere i diversi input che hanno contribuito a rendere così particolare e articolato il linguaggio di D’Andrea (si ascolti, al riguardo ‘Intervals 3 / Old Jazz’ e ‘Traditions N.2’). Meno omogeneo il secondo volume, ancora più aperto in quanto, come spiega lo stesso D’Andrea, contiene situazioni estreme sperimentate durante le prove ma poi non confluite nel concerto. Altro aspetto importante che viene in primo piano e che accomuna ambedue i CD è la ricchezza della tavolozza timbrica, arricchita da una sorta di “sezione elettronica”, che contribuisce notevolmente a creare un nuovo suono di gruppo.
A differenza degli altri due album, “A Light Day” è un doppio CD in cui ancora una volta Franco D’Andreea affronta la dimensione, per lui assai congeniale, del piano-solo. In programma parecchie composizioni dello stesso D’Andrea, affiancate a riletture di alcuni storici brani Dixieland. Il risultato è ancora una volta entusiasmante. Come su accennato il piano solo è per D’Andrea un contesto che lo ha già visto indiscusso protagonista. Questa ulteriore produzione discografica ci restituisce un artista semplicemente sontuoso dal punto di vista sia esecutivo sia compositivo. Chi conosce il musicista di Merano sa bene quanto lo stesso sia legato al jazz del passato pur rinnovandolo e rivisitandolo alla luce della sua sensibilità di musicista moderno. Di qui un jazz originale, in cui la ricerca sul materiale si combina perfettamente con quella sul suono e sulla combinazione di elementi derivati sia dal primo jazz sia dal free; e non crediamo di esagerare affermando che D’Andrea è uno dei pochissimi artisti al mondo capace di operare una tale sintesi giungendo a risultati sempre – e sottolineamo sempre – di assoluta originalità e di grande valore artistico.

Riccardo Del Fra – “Moving People”
“Per me, comporre vuol dire trasmettere un significato”; cosí il contrabbassista Riccardo Del Fra inizia la breve presentazione del compact “Moving People”. Trattasi di una suite che il medesimo compositore non esita a definire basata sui canoni di “motion and emotion”, movimento ed emozioni che ne determinano lo sviluppo, l’andamento, le sequenze armoniche. C’è una sottotraccia, nel lavoro commissionatogli dalla Fondazione Genshagen di Berlino, un mandato ispirato all’amicizia fra i popoli: il genere umano in marcia, il suo moto perpetuo, visto nell’attuale momento storico in cui incalza il problema dell’immigrazione con i conseguenti nodi politici da sciogliere. Del Fra assembla per l’occasione una formazione cosmopolita, in rappresentanza di cinque Paesi: ” mette insieme e dirige diversi background stilistici creando un risultato sorprendente” annota Ted Panken mentre Jen Paul Ricard, sempre all’interno della cover, ne sottolinea la bellezza del mondo melodico. Caratteristica del resto tipica anche del precedente disco “My Chet My Song”, inciso per la stessa label, in cui la componente “motoemotiva” era già presente nelle prestazioni di questo contrabbassista lirico, abituato a lavorare in profondità sulle corde per estrarne l’anima, alimentare la fantasia, impregnare in concreto l’interpretazione. La scelta dei partners pare misurata per realizzare al meglio le dieci composizioni dell’album sulla base di quanto programmato, lasciando ampio spazio ora all’improvvisazione (‘Ressac’, ‘Street Scenes’), ora all’immaginazione (‘The Sea Behind’, ‘Around The Fire’), ora alla percezione effimera (‘Ephemeral Refractions’) ora alla spinta ritmica (‘Children Walking Through A Minefield’), al dialogo fra strumenti (‘Wind On An Open Book II’), infine ad ampie aperture (‘Cieli sereni’); in un progetto che i (sette) jazzisti, artisti in cammino e musicisti “d’incontro” per definizione, applicano doviziosamente. Sono il trombettista polacco Tomasz Dabrowski, il sassofonista tedesco Jan Prax, i francesi Rémi Fox al baritono e soprano e Cart-Henry Morisset al pianoforte, e gli americani Jason Brown alla batteria e l’ospite Kurt Rosenwinkel alla chitarra. Il tema principale, “Moving People”, è di quelli che ritornano in mente per merito di una melodia delicata ed iterata che penetra, lasciando una sensazione indefinita di viaggio, intrisa di pathos intenso ed intime suggestioni. (Amedeo Furfaro)

Martux_m – “Apollo 11 Reloaded”
La musica elettronica non ci entusiasma: di qui lo scetticismo con cui ci siamo posti ad ascoltare questo album. Per fortuna le cose sono andate meglio del previsto. Intendiamoci: non è che ci abbia entusiasmato, ma siamo riusciti ad ascoltarlo sino alla fine senza problema alcuno, anzi apprezzando particolarmente i due brani in cui figura Francesco Bearzatti. Ciò perché Martux_m è artista maturo, consapevole delle proprie possibilità, che usa l’elettronica come linguaggio, come mezzo di comunicazione al di là di qualsivoglia intento edonistico. Come si può facilmente evincere dal titolo, il progetto nasce in occasione delle celebrazioni dei 50 anni dello sbarco del primo uomo sulla luna. Assecondando la sua straordinaria fantasia, Martux_m ha inteso, attraverso la sua musica, descrivere le varie fasi della missione Apollo 11, dalla partenza con il primo brano “Lift Off”, al rientro sulla terra con l’ultimo brano “Return”. In mezzo, tra l’altro, due brani particolarmente legati a quello specifico periodo storico: “Us and them” dei Pink Floyd tratto dall’indimenticabile “The dark side of the moon” e “Space Oddity” di David Bowie. In apertura accennavamo alla maturità artistica di Martux_m e a conferma di ciò da segnalare la validità dei collaboratori che il musicista ha scelto per questa nuova impresa discografica: sul piano dell’organico ecco inseriti Giulio Maresca all’elettronica in tutti i brani e il sax di Francesco Bearzatti in “Us And Them” e “Space Oddity”. Ma non basta ché ritroviamo Danilo Rea in veste di compositore dell’ultimo brano “Return”, e arrangiatore (nei due brani in cui si ascolta Bearzatti), il compositore cinematografico Pasquale Catalano (autore di “Sightseeing on the Moon”). Il risultato è, come si accennava, più che soddisfacente, in grado, cioè, di farsi ascoltare da un pubblico che va al di là dei soli appassionati di elettronica.

Fabrizio Sferra, Costanza Alegiani – “Grace in Town”
Conosciamo Fabrizio da qualche decennio, da quando cominciò ad interessarsi di jazz suonando nel ‘West Trio’ assieme al fratello Aldo, eccellente chitarrista. E siamo stati tra i primissimi giornalisti a notarlo e farlo conoscere al popolo del jazz. Di qui il nostro stupore quando ci siamo trovati fra le mani questo album in cui Fabrizio ha abbandonato bacchette e spazzole per reinventarsi compositore e interprete canoro di dieci nuove composizioni da lui stesso scritte con i testi della compagna di viaggio Costanza Alegiani (cui si è aggiunta nel brano di chiusura Sarah Victoria Barberis). Ma perché questo cambio di rotta così radicale? L’album, spiega Sferra in una recente intervista “nasce dalla voglia di riprendere una pratica abituale della fanciullezza e dell’adolescenza (prima cioè di cominciare a dedicarmi, all’età di diciotto anni, allo studio della batteria e all’avventura del jazz, sviluppata poi in questi ultimi quarant’anni), quella cioè del cantare e scrivere canzoni. Quindi è nato, a livello musicale, come un gioco: il ritrovarsi intimo con una vecchia, semplice passione: mettere insieme il canto di una linea melodica con degli accordi, e lasciarsi trasportare nello sviluppo di una forma”. Risultato: un album delicato, a tratti coinvolgente, in cui l’anima jazzistica di Fabrizio Sferra si fonde con la voce di Costanza Alegiani a disegnare un’oretta di buona musica impreziosita da un organico orchestrale di tutto rispetto con Alessandro Gwis al piano e tastiere, Francesco Diodati alla chitarra elettrica, Francesco Ponticelli al basso e Federico Scettri alla batteria in sei dei dieci brani in programma (negli altri alla batteria torna Sferra). Ben calibrato è anche il ricorso all’elettronica che conferisce al progetto un sound assolutamente attuale attraversando territori i più svariati: dal rock al blues, dal moderno allo sperimentalismo, il tutto mantenendosi ad una certa distanza da quel linguaggio jazzistico da cui Sferra proviene.

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Poll Winners Records

E’ un’etichetta specializzata nelle riedizione in CD di molti titoli che possiamo considerare dei veri e propri classici della storia del jazz, titoli che si sono meritati le ‘cinque stelle’ nelle recensioni di “Down Beat”. Caratteristica di queste riedizioni l’aggiunta, oltre all’album originale, di contenuti extra.

Duke Ellington – “Ellington Uptown • The Liberian Suite • Masterpieces By Ellington”
Ancora un doppio cd di grande valore storico; vi ritroviamo tutte le registrazioni effettuate durante le sessioni da cui sono stati tratti gli album di Duke Ellington: “Ellington Uptown” (Columbia ML4639 / CL830), “The Liberian Suite” (Columbia CL848) e “Masterpieces by Ellington” (Columbia ML4418). In particolare “Ellington Uptown” era stato originariamente pubblicato in due diverse versioni, la prima contenente anche “The Harlem Suite” e la seconda con al posto della “Harlem Suite” la “Controversial Suite”. “The Liberian Suite” è stata prima pubblicata come un LP 10 pollici e poi come LP 12 pollici con l’aggiunta di “The Harlem Suite”. Tutte queste registrazioni sono riunite qui con l’aggiunta di un brano (“Come on Home”) che completa le sessioni di “Ellington Uptown”, e quattro rare versioni alternative de “The Liberian Suite” registrate nel corso della stessa sessione. Come ulteriore bonus una versione del brano “The Tattooed Bride” registrato dal vivo alla Carnegie Hall il 13 novembre del 1948. Chi conosce la musica del “Duca” sa che ci troviamo dinnanzi ad una delle migliori formazioni assemblate da Ellington, con tutti i migliori solisti in primo piano, da Cat Anderson a Clak Terry, da Juan Tizol a Britt Woodman, da Russell Procope a Johnny Hodges … tanto per citarne alcuni. La musica è semplicemente straordinaria: non a caso su questi pezzi di Ellington sono stati versati fiumi di inchiostro. Si pensi solo a “The Harlem Suite” ovvero “A Tone Parallel To Harlem” una composizione di 14 minuti in cui Ellington supera i confini del jazz propriamente inteso per assurgere a livelli di assoluta grandezza, al di là di qualsivoglia genere.

Dizzy Gillespie, Charlie Parker – “Diz ‘n’ Bird. The Beginning”
L’album “Diz ‘n’ Bird – The Beginning” (Roost-SK-106) venne pubblicato nel 1959, cinque anni dopo la morte di Charlie Parker, e conteneva rare registrazioni degli albori del bebop. L’album riuniva alcune registrazioni provenienti da un concerto in quintetto del 1947 di Parker e Gillespie alla Carnegie Hall (con John Lewis al piano, Al McKibbon al basso e Joe Harris alla batteria), e da un concerto del quintetto di Gillespie del 1953 alla Salle Pleyel di Parigi (con Bill Graham sax baritono, Wade Legge piano, Lou Hackney basso, Al Jones batteria, Joe Carroll e Sarah Vaughan voce) accoppiandole con registrazioni di Bird per la Dial del 1947 (con Miles Davis, J.J. Johnson trombone, Duke Jordan piano, Tommy Potter basso e Max Roach batteria). Questa nuova edizione in doppio cd include il concerto completo alla Carnegie Hall del 1947, più l’intero concerto alla Salle Pleyel, insieme alle tracce di Dial incluse nell’LP originale; come bonus sono state aggiunte delle registrazioni radiofoniche effettuate al club Birdland nel 1951 dai due in sestetto con Bud Powell piano, Tommy Potter basso, Roy Haynes batteria e Symphony Sid Torin alla conduzione radiofonica). Basterebbero queste semplici elencazioni per capire che si tratta di un album che tutti gli appassionati di jazz dovrebbero possedere. In effetti, oltre al valore storico, si tratta di registrazioni che illustrano tutta la carica dirompente di questi straordinari musicisti che a metà degli anni ’40 irruppero in un panorama jazzistico fino ad allora dominato dalle orchestre swing. Ed è davvero opportuno, consigliabile un ascolto attento soprattutto da parte dei più giovani che si avvicinano al jazz saltando a piè pari i primi 50 anni di questa straordinaria musica.

Django Reinhardt – “Djangology”
Django Reinhardt fu non solo uno dei più grandi jazzisti del secolo scorso, ma per lunga pezza l’unico musicista europeo in grado di competere ad armi pari con i colleghi d’oltre oceano. Il suo stile chitarristico, in effetti, era influenzato molto più dalle correnti europee che non dagli input che avevano formato e fatto crescere il jazz statunitense. Ricordiamo, al riguardo, il celeberrimo quintetto dell’Hot Club di Francia costituito nel 1934 da Django con il violinista Stephane Grappelli, anch’egli europeo. Tutto ciò risalta evidente anche da questo album che contiene innanzitutto il completo lp “Djangology” registrato nel 1949 da Reinhardt e Grappelli a Roma con una sezione ritmica locale con Gianni Safred al piano, Carlo Pecori al contrabbasso e Aurelio De Carolis alla batteria. L’album venne pubblicato dalla RCA Victor nel 1961, quindi dieci anni dopo la scomparsa del chitarrista. Adesso questo CD riporta in luce il “vecchio” lp con l’aggiunta, come bonus, di dodici tracce tratte dalle stesse sessioni del 1949. Quanto alla qualità della musica c’è veramente poco da aggiungere. Anche se accompagnati da una sezione ritmica con cui non avevano molta dimestichezza, chitarrista e violinista esplicano appieno la loro arte con una intensità e una passione che ancora oggi colpiscono a 70 anni dalla loro registrazione. Ritroviamo, così alcuni capolavori assoluti quali “Minor Swing” che non a caso apre il CD, “The Man I Love” che altrettanto non casualmente lo chiude, e poi in mezzo “Lover Man”, “Swing 42”, “Daphné”…Insomma un album che sicuramente non stupirà chi già conosce questo straordinario artista ma che aprirà orizzonti fin ora sconosciuti a quei tanti giovani che mai hanno ascoltato qualcosa di Django Reinhardt.

I NOSTRI CD. Curiosando tra le etichette (parte 4)

CNI

La Compagnia Nuove Indye viene fondata all’inizio degli anni ’90 da Paolo Dossena, storico produttore musicale, paroliere e compositore italiano. Nel corso della sua attività la Compagnia Nuove Indye ha avuto una particolare attenzione verso la musica etnica e dialettale, lanciando artisti come gli Almamegretta o gli Agricantus, senza comunque trascurare altri artisti di assoluto rilievo come Sud Sound System, Enzo Avitabile, Nidi d’Arac, A3 Apulia Project, Maurizio Capone, Bandorkestra, Alessandro Gwis.

Agricantus – “Akoustikòs Vol.I”
Agrigantus è uno dei gruppi in assoluto più significativi che abbiano attraversato la storia della musica italiana negli ultimi decenni. Siamo alla fine degli anni settanta, quando un gruppo di ragazzini di grande talento sperimenta suoni nuovi che non somigliano a niente di conosciuto in quanto coniugano i canti e gli strumenti della tradizione siciliana con le tradizioni africane, dando corpo tangibile alla teoria della musica quale ‘linguaggio universale’. Linguaggio che viene man mano arricchito con riferimenti non solo alla tradizione mediterranea ma anche a quella sudamericana, asiatica e mediorientale. Da quest’inizio il gruppo con gradualità si fa conoscere ottenendo unanimi consensi di pubblico e di critica anche al di fuori dei confini nazionali. Pur vivendo numerose trasformazioni, Agricantus ha comunque conservato una propria precisa identità non scalfita neanche dal fatto che per alcuni periodi ha osservato un rigoroso silenzio da cui sono riemersi solo mesi fa con questo eccellente album. Identità che si sostanzia, come si accennava, nella grandissima capacità di convogliare in un unicum input provenienti dalle più diverse realtà. Non è quindi un caso che la storia discografica di Agricantus abbia oggi un nuovo inizio con la CNI, che, come si diceva, si è da sempre contraddistinta per dare spazio alle più importanti band di world music che il nostro paese abbia prodotto. Questo nuovo lavoro vede nel rinnovato gruppo la splendida voce di Anita Vitale, accanto a musicisti che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni quali Mario Rivera al contrabbasso, Giovanni Lo Cascio batteria e percussioni e il sempre toccante contributo degli strumenti arcaici di Mario Crispi (a cui “A proposito di jazz” ha dedicato una lunga e illuminante intervista). Risultato: un album di assoluta originalità, modernità, degno di essere ascoltato con grande attenzione.

Bandorkestra – “Best Seller”
Ogni volta che mi accingo ad ascoltare un nuovo album di Bandorkestra mi sorge un dubbio: riuscirà anche questa volta la band di Marco Castelli a trasmettermi le stesse emozioni, la stessa straordinaria energia, la ventata di sano ottimismo dell’ultimo ascolto? Questa volta il dubbio era ancora più forte in quanto l’album è stato concepito e realizzato per celebrare i quindici anni di attività artistica del gruppo, una ricca antologia, quindi, in cui sono stati raccolti quindici brani – compresi alcuni inediti – che, nel loro insieme, compendiano efficacemente il percorso artistico di Castelli e soci. Percorso artistico declinato attraverso una concezione musicale assolutamente originale, in grado di transitare da un terreno all’altro senza la minima difficoltà sì da affrontare un repertorio quanto mai variegato: dal jazz allo swing, dallo ska al boogie-woogie, dal latin al reggae… e via di questo passo. Il tutto riuscendo a ben coniugare scrittura e improvvisazione, arrangiamenti istantanei e logica organizzazione. E se ascoltando gli album di Bandorkestra si riesce a mala pena a stare fermi, figuratevi qual è il clima che questa straordinaria band riesce ad instaurare nelle esecuzioni dal vivo. Quindi anche in questo “Best Seller” ritroviamo la solita possente sezione di fiati sorretta da una ritmica tritatutto, senza però tralasciare qualche residua finezza nell’esposizione dei temi e nel dipanarsi degli assoli. I brani, come avrete capito, sono tutti assai godibili anche se ci piace segnalarvi uno degli inediti, il medley “Lotta Love Medley” in cui “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin sfuma in “Come Togheter” dei Beatles e poi in “Happy” di Pharrel Willams. Dal punto di vista solistico, da ascoltare con attenzione l’assolo di Pietro Tonolo in “Anelli” che dimostra, se pur ce ne fosse bisogno, il perché Tonolo sia a ben ragione considerato uno dei migliori sassofonisti e non solo a livello nazionale.

Alessandro Gwis – “#2”
Alessandro Gwis è pianista completo nell’accezione più vera del termine in quanto coniuga una tecnica eccellente con uno stile personale determinato dalle influenze derivanti dalla musica classica, dal rock, dal tango, dal jazz fino alla musica elettronica. Si è fatto le ossa soprattutto con gli “Aires Tango” ma poi ha intrapreso una sua strada finora ricca di successi. Nel 2006 pubblica il suo primo album da leader intitolato semplicemente “Alessandro Gwis” con Luca Pirozzi al contrabbasso e basso elettrico e Andrea Sciommeri alla batteria e percussioni. Ed è con questa stessa formazione (con l’aggiunta di Luciano Biondini all’accordion) che il pianista romano si ripresenta al pubblico del jazz: “#2” propone tredici brani tutti a firma dello stesso Gwis (da solo o con gli altri componenti del trio) che testimonia in modo inequivocabile la raggiunta maturità del pianista anche come compositore. Le composizioni originali sono tutte ben scritte, equilibrate, ottimamente eseguite e soprattutto con un perfetto equilibrio tra parti scritte e parti improvvisate. Equilibrio talmente ben raggiunto che cinque brani (“The Blessed Sadness Of Fall”, “The Baloonatic”, “Ibo”, “The Flood”, “Wind Rose Glitches”) sono esplicitamente indicati come “free improvisations recorded in studio” ma nell’economia generale dell’album si fa fatica a distinguerle dalle altre. I tre si muovono all’insegna di un’empatia frutto di una intensa e fruttuosa collaborazione fra i tre. Così, anche quando il pianista introduce elementi “elettronici”, o al trio si aggiunge l’accordion di Luciano Biondini (“Don’t blame Gwis”) il clima generale non cambia e la musica scorre fluida, libera – se mi consentite l’espressione – sempre caratterizzata da una linea melodica perfettamente riconoscibile.

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Emme Record Label

Il marchio nasce nel 2010 ma ha alle spalle oltre un decennio di esperienze professionali legate all’organizzazione, direzione artistica, Management & Booking. Emme Produzioni Musicali si caratterizza per il fatto di essere una delle pochissime realtà europee capaci di fornire tutti i servizi produttivi, discografici e manageriali, necessari a diffondere nel miglior modo un progetto artistico.

Bonora – “Enkidu”
“Enkidu” è l’album d’esordio di Bonora, un sestetto composto da giovani musicisti provenienti da Veneto, Toscana, Emilia Romagna e Marche: Francesco Giustini (tromba, flicorno), Leonardo Rosselli (sax tenore, sax soprano), Daniele Bartoli (chitarra elettrica), Alberto Lincetto (pianoforte, tastiere), Alberto Zuanon (contrabbasso), Stefano Cosi (batteria). Se dal punto di vista del repertorio (composto interamente da composizioni originali) il gruppo si muove su terreni non proprio nuovi, viceversa dal punto di vista esecutivo si nota una certa originalità. In effetti il sestetto evidenzia una buona conoscenza del mondo musicale riuscendo a enucleare elementi sia dal jazz più tradizionale, sia dal free, sia dal rock (soprattutto per quanto concerne la sezione ritmica), elementi che confluiscono in una visione unitaria andando così a costituire un linguaggio personale che costituisce l’elemento caratterizzante il gruppo. Così mentre i fiati sembrano rifarsi più esplicitamente al mondo del jazz, batteria e contrabbasso forniscono, come già sottolineato, un supporto che sottende una profonda conoscenza del rock. Il tutto si sposa tranquillamente, senza alcuna discrasia ad ulteriore dimostrazione che linguaggi diversi possono fondersi in un unicum di livello a patto che i musicisti siano all’altezza della situazione. E non c’è dubbio che questi giovani artisti, di cui sentiremo spesso parlare, all’altezza della situazione lo siano già.

The Sycamore – “Seamless”
Album d’esordio per il collettivo Sycamore, band nata nel 2015, dall’unione di sei musicisti di origine umbra, ovvero Andrea Angeloni al trombone, Leonardo Radicchi al sassofono, Alessio Capobianco e Ruggero Fornari alla chitarra, Pietro Paris al contrabbasso e Lorenzo Brilli alla batteria. Il loro primo EP, registrato nel novembre 2016 e ottimamente accolto dalla critica internazionale, ha consentito loro di partecipare al Conad Jazz Contest 2017, esibirsi a Umbria Jazz e vincere il primo premio della Giuria Popolare. Questo “Seamless” si lascia ascoltare per almeno due buoni motivi: la linea melodica che caratterizza tutti i brani e la bravura dei musicisti considerati sia singolarmente sia nel collettivo. In effetti, pur essendo al loro esordio discografico, i sei musicisti evidenziano un buon interplay che li porta a interagire con fluidità. Di qui un colloquio costante, una ripartizione degli spazi equa ed equilibrata. Intendo dire che non c’è un solista che svetta sugli altri, ma è un gioco collettivo in cui si inseriscono di volta in volta gli assolo dei sei musicisti. I quali si fanno apprezzare anche come autori dal momento che tutti gli otto brani in programma sono scritti dagli stessi componenti il sestetto, comunque legati da un idem sentire che contribuisce non poco all’omogeneità dell’album. Tra le varie composizioni degna di menzione l’apertura, “La spinara”, ottimo esempio di quell’interplay cui prima si faceva riferimento e “Dark Lights” una suggestiva ballad tutta giocata sul dialogo tra chitarra acustica e clarinetto basso.

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Green Corner

Ecco un’altra etichetta che si è imposta sul mercato grazie ad una scelta precisa: riproporre alcuni capolavori del passato con un catalogo assai vasto in cui figurano artisti di assoluto livello: da John Coltrane a Duke Ellington, da Miles Davis a Bill Evans… e via di questo passo.

Duke Ellington & John Coltrane
Questo doppio album contiene le registrazioni effettuate da Ellington e Coltrane a Englewood Cliffs il 26 settembre del 1962 nella duplice versione stereo e mono. Si tratta delle uniche incisioni realizzate assieme da Duke Ellington e John Coltrane. Per l’occasione, i due “giganti del jazz” sono accompagnati dal bassista e dal batterista dei rispettivi gruppi (che si sono alternati sulle tracce), Aaron Bell e Sam Woodyard (dalla sezione ritmica di Duke), e Jimmy Garrison e Elvin Jones (dalla sezione ritmica di Trane). A ciò si aggiungono, come bonus, quattro brani correlati a Ellington, eseguiti da piccoli gruppi guidati da Coltrane in diverse sessioni, cinque altre versioni di Ellington dei brani dell’album e una versione in quartetto di John Coltrane di “Big Nick”, la sua unica composizione originale dell’album. Ciò premesso, non credo ci sia molto da aggiungere sulla qualità della musica. Si tratta, come nel costume della Green Corner, di grande musica al di là di qualsivoglia etichetta, una musica che pone in evidenza non solo la grandezza esecutiva di due straordinari giganti, ma anche la qualità compositiva di Ellington, uno dei più grandi musicisti che il secolo scorso abbia annoverato. Dal canto suo Coltrane stupisce per la maturità con cui si confronta con un artista già grande: non dimentichiamo che nel 1962 Ellington è già un grande della musica mentre Coltrane solo nel 1960 ha costituito il suo primo gruppo da leader dopo aver militato nei gruppi di Thelonious Monk e Miles Davis. Insomma Coltrane è ancora considerato una promessa… ma che ha già al suo arco una quantità infinita di frecce che nell’arco di pochi anni lo condurranno nell’Olimpo del jazz.

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Labirinti sonori

L’etichetta discografica Labirinti Sonori – Music for Heart and Mind – è stata creata nel 2006 da Stefano Maltese. L’intento è quello di gestire la propria musica con il maggior controllo possibile e allo stesso tempo dare spazio alle produzioni musicali di musicisti che si esprimono con linguaggi personali, lontani dai cliché che mortificano la creatività. A parte i dischi realizzati dallo stesso Maltese e dai musicisti a egli più vicini, il catalogo di Labirinti Sonori annovera anche John Tchicai, Keith Tippett, Steve Lacy.

Roberta Maci – “I’m On The Way”
La multistrumentista Roberta Maci (sax soprano, sax tenore, sax alto, flauti, percussioni, voce) nonostante la giovane età (classe 1992), ha già raggiunto notevoli risultati che si sostanziano in questo primo album da leader alla testa del NBS Quartet, con Stefano Maltese (sax, flauto e percussioni), Giovanni Arena (contrabbasso) e Antonio Moncada (batteria e percussioni)
cui si aggiunge il pianista inglese Alex Maguire conosciuto per le sue collaborazioni con alcuni musicisti attivi nell’ambito del free jazz quali Elton Dean, Sean Bergin et Michael Moore. In questo album d’esordio la Maci evidenzia anche le sue capacità compositive dal momento che sugli undici brani in programma ben sette sono suoi con accanto due composizioni di Stefano Maltese e una a testa per Alex Maguire e Roscoe Mitchell (la ben nota “Odwalla” a chiudere il CD). L’album è apprezzabile da diversi punti di vista. Innanzitutto come strumentista la Maci è artista matura, ben consapevole dei propri mezzi espressivi e perfettamente in grado di maneggiare l’enorme percorso musicale che ha condotto il jazz dalle origini fino alle più moderne espressioni dei nostri giorni, senza dimenticare le musiche della propria terra, la Sicilia. Anche dal punto di vista compositivo le valutazioni non possono che essere positive: le sue creature sono ben costruite, equilibrate, con un filo logico che risulta ben individuabile nella ricerca di un linea melodica a tratti suadente a tratti più sfuggente.

Stefano Maltese – “Redder Level”
Questo doppio album racchiude le registrazioni effettuate il 7 gennaio 2018 durante il “Labirinti Sonori Siracusa Jazz Festival”. Il multistrumentista siciliano è alla testa del suo “Sonic Mirror Quartet” completato da Roberta Maci di cui abbiamo parlato in precedenza, Fred Casadei al contrabbasso e il fido Antonio Moncada batteria e percussioni. In programma 12 pezzi tutti scaturiti dalla penna del leader. Conosciamo Stefano Maltese oramai da tanti anni e non abbiamo alcuna difficoltà ad affermare che si tratta di uno dei jazzisti più originali, genuini, consequenziali e coerenti che il mondo del jazz possa vantare. Da quanto è apparso sulle scene nazionali e internazionali è rimasto sempre fedele al suo modo di essere, alla sua musica che nulla a che fare né con il facile ascolto, né con le mode passeggere, né tanto meno con inutili sperimentazioni fini a sé stesse. Il suo linguaggio è rigoroso, frutto di studi intensi e di una concezione “corale” della musica per cui l’esecuzione è sì frutto di una straordinaria intesa e di uno sviluppo complessivo senza però trascurare le capacità dei singoli che vengono esaltate attraverso il giusto spazio dato ad ogni assolo; si ascolti ad esempio la Maci al sax soprano in “Endless Circless” e al sax alto in “Way To Nowhere” dedicato a John Tchicai con il quale Maltese ha avuto modo di collaborare (registrando tra l’altro in duo nel 2010 l’album “Men From Windy Land”) mentre la sezione ritmica si fa particolarmente apprezzare in “We Everywhere”. Dal canto suo Maltese è l’anima pulsante del gruppo, il leader che impronta di sé ogni brano sia con la sicura conduzione sia con assoli sempre particolarmente centrati.