Harry Warren, un songwriter dall’Arberia a Brooklyn


Che Harry Warren, il famoso songwriter, fosse figlio di emigrati calabresi, è cosa nota da tempo. Il suo nome era Salvatore ed i suoi erano Antonio Guaragna, coniugato con Rachele De Luca che lo aveva dato alla luce il 24 dicembre del 1893 in quel di Brooklyn.

Da tempo si era ipotizzato che la loro zona di provenienza fosse quella situata nel triangolo Cassano-Castrovillari-Morano. Ma la prova provata e probante del luogo di origine della famiglia non la si era ancora rinvenuta. Qualcuno potrà dire: cui prodest? A chi giova saperlo, oltre che agli studiosi locali? La risposta è che non è proprio così. Intanto sono state ideate varie iniziative nei luoghi di origine di alcuni musicisti “oriundi”, come l’Eddie Lang Festival di Monteroduni e il Centro Studi Nick La Rocca di Salaparuta. Ma c’è soprattutto il discorso del genius loci, dell’ascendenza che il cultural heritage potrebbe esercitare sull’artista, sulla sua produzione, sul suo stile. Non sarà certo un caso che tanti crooners – Sinatra, Martin, Bennett, Como, lo stesso Bublé – abbiano radici nella patria del bel canto! Ma torniamo a Warren, al suo stato di famiglia storico. Dove neanche il suo biografo Tony Thomas era arrivato, nel suo volume del 1975, pur avendo raccolto testimonianze dallo stesso Warren, è giunto lo studioso Peppino Martire, attraverso una lunga e laboriosa ricerca d’archivio che lo ha finalmente portato alla scoperta: la famiglia di Warren, il mitico autore di brani sempreverdi come At Last e September In The Rain, There Will Never Be Another You e The More I See You, I Only Have Eyes For You e Nagasaki, fregiati da Oscar come Lullaby of Broadway, You’ll Never Know, On the Atchinson Topeka and The Santa Fe, era di Civita, un paese arbëresh situato nell’area già individuata della provincia di Cosenza, ai piedi del Pollino.
La comunicazione, ancora non del tutto ufficiale, è stata data nel corso di “La notte romantica dei borghi più belli d’Italia” dal primo cittadino Alessandro Tocci.
La notizia ha fatto il giro della stampa locale con la comunità civitese in fibrillazione. Pochi chilometri più a sud, da qualche anno a questa parte, a Torano Castello, ritorna spesso John Patitucci a riabbracciare i parenti, il che ha generato una serie di concerti con apprezzati e amicali del bassista nella terra dei propri avi. Un che di nostalgia ha toccato anche artisti come George Garzone e Sal Nistico nei loro ritorni in Calabria ma senza particolari effetti di “indotto”. Cosa che al contrario potrebbe avvenire oggi non con Warren, passato a miglior vita il 22 settembre 1981, a Los Angeles, ma con gli eredi della sua memoria e del suo corpus musicale. Certo, si creerà visibilità, e non solo fra gli appassionati, se le istituzioni, con il sindaco in prima fila, e i media, non solo regionali, si muoveranno col piede giusto, stabilendo i giusti rapporti oltreoceano con la attiva e meritoria company “Harry Warren Entertainment”.
Intanto va precisato che Martire, grazie al certosino lavoro profuso, ha individuato, presso l’archivio diocesano di Cassano Jonio, un documento del 1873 da cui si rilevano le date di nascita, nel 1850, dei genitori di Tuti, vezzeggiativo di Harry, e la località di Civita in quanto luogo dei natali.
In un saggio del 1992 notavo che in generale non sono evidenti matrici italiane nel corpus delle composizioni warreniane anche se in alcuni casi è rintracciabile la leggerezza propria del nostro canto, come in By The River Sainte Marie e principalmente in That’s Ammore.
Siamo in pieno campo della american popular music con più di un piede nel dorato mondo della celluloide, specie nel musical, e frequenti sconfinamenti nell’area jazzistica per la caratteristica linea melodica di molti standard di concentrare in poche frasi sintetiche un dato significato musicale. Quello che verrebbe da rilevare ora, alla luce dei rinvenimenti archivistici di Martire, è che, forse, il suo istinto melodico latino potrebbe essere stato ulteriormente rinforzato da cromosomi musicali propri degli arbëreshë, gli italo-albanesi, i quali hanno in dote, specie nel folklore, cantabilità, talora polivocalità, danzabilità (ed i casi della vita collegheranno Warren al coreografo Busby Berkeley!).
Insomma ci sarà di che dire, ipotizzare, scrivere, raccontare, una volta acquisiti e resi pubblici i necessari documenti a supporto di un dato anagrafico che inorgoglisce, con i civitesi, tutto il sud, ma che dico, l’Italia tutta, e l’Altra Italia, il Paese Doppio che vive oltreoceano e che ha lasciato un pezzo d’anima da queste parti.

Amedeo Furfaro

Rita Marcotulli riceve dal Presidente Mattarella l’onorificenza di Ufficiale della Repubblica Italiana

E’ una delle artiste italiane più illustri, e per i suoi innumerevoli meriti in ambito musicale il Presidente Sergio Mattarella le ha conferito l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: è Rita Marcotulli, pianista e compositrice di grande talento ed eleganza. Prima donna ad aver vinto un David di Donatello per la miglior colonna sonora (nel 2011, per “Basilicata coast to coast”), annovera tra gli altri suoi riconoscimenti il Ciak d’oro, il Nastro d’Argento e le due vittorie al Top Jazz della rivista Musica Jazz prima come miglior talento emergente e poi come miglior talento italiano.
Già ufficializzata, la prestigiosa nomina di Ufficiale della Repubblica Italiana sarà ulteriormente suggellata il 1 giugno al Quirinale con la sua partecipazione al ricevimento per la Festa della Repubblica.
Nel corso della sua carriera Rita Marcotulli è riuscita ad affermare il suo stile raffinato in numerosi progetti e generi musicali che l’hanno portata ad esibirsi in tutto il mondo con grandi artisti e nelle location più importanti a livello internazionale.
Memorabili i suoi concerti con Pino Daniele (è suo il pianoforte e alcuni arrangiamenti dell’album “Non calpestare i fiori nel deserto” vincitore di 8 dischi di platino e della Targa Tenco), Ambrogio Sparagna, la sua esibizione al Festival di Sanremo 1996 con Pat Metheny, il tour mondiale come membro del gruppo del celebre batterista statunitense Billy Cobham, la sua sapiente rilettura dei Pink Floyd con un grande ensemble tra cui Raiz Fausto Mesolella, il live multimediale dedicato a Caravaggio presentato nel 2018 al Festival Umbria Jazz.
Nel 2013, è stata chiamata come membro della Giuria di qualità per la 63esima edizione del Festival di Sanremo.
In ambito jazz spiccano i progetti e le performance con Enrico Rava, Michel Portal, Javier Girotto, Jon Christensen, Palle Danielsson, Peter Erskine, Joe Henderson, Helène La Barrière, Joe Lovano, Kenny Wheeler, Norma Winston, Luciano Biondini, Charlie Mariano, Marilyn Mazur, Sal Nistico, Maria Pia De Vito. Per oltre 15 anni è stata membro del gruppo del sassofonista statunitense Dewey Redman – padre del noto sassofonista Joshua Redman – suonando in tutta Europa e in Sud America.
Tra le sue recenti collaborazioni troviamo Max Gazzè, Gino Paoli, Peppe Servillo, Noa, Massimo Ranieri, Claudio Baglioni e John De Leo. In ambito teatrale e cinematografico: Lella Costa, Chiara Caselli, Stefano Benni, Rocco Papaleo (per cui ha scritto le colonne sonore di “Basilicata coast to coast” e “Una piccola impresa meridionale”), Fabrizio Gifuni, Sonia Bergamasco, Gabriele Lavia, Paolo Briguglia, Daniele Formica, Michele Placido.

Nella sua discografia, oltre 25 album tra cui “Woman Next Door – Omaggio Truffaut”, che nel 1998 il magazine inglese The Guardian ha nominato miglior disco dell’anno, e l’ultimo di Giorgio Gaber “Io non mi sento italiano”.
L’ultimo, appena uscito, è il live “Yin e Yang” (ed. Cam Jazz) in duo con il batterista e vocalist messicano Israel Varela, che a sua volta annovera collaborazioni con Pat Metheny, Charlie Haden, Bireli lagrene, Diego Amador, Bob Mintzer, Mike Stern, Yo Yo Ma, Jorge Pardo. Per questo nuovo progetto, Rita Marcotulli sarà impegnata nei prossimi mesi in tour con un eccellente quartetto europeo formato dal noto bassista Michel Benita, il sassofonista britannico Andy Sheppard (vincitore di numerosi British Jazz Awards) e lo stesso Varela.

CONTATTI
Ufficio Stampa: Fiorenza Gherardi De Candei
Tel. 328.1743236 Email info@fiorenzagherardi.com

A Grado Jazz by Udin&Jazz Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

L’estate si avvicina e i vari festival del jazz che ogni anno affollano lo stivale scaldano i motori e presentano i rispettivi programmi.

Chi segue “A proposito di jazz” sa bene come oramai non amiamo particolarmente questo tipo di manifestazioni il più delle volte inutili passarelle di grandi nomi che tra l’altro si ha modo di ascoltare anche durante il resto dell’anno. Ci sono tuttavia eventi che sfuggono a questa regola e che quindi siamo ben lieti seguire e di segnalarvi, manifestazioni che si caratterizzano anche per la volontà di valorizzare i talenti locali dando loro il giusto spazio.

E’ in questa categoria che va inserita “Udin&Jazz” che quest’anno ha cambiato nome e location: ecco quindi il “Festival Internazionale GradoJazz by Udin&Jazz”, organizzato da Euritmica con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e del Comune di Grado, in collaborazione con i comuni di Cervignano del Friuli, Marano Lagunare, Palmanova e Tricesimo. Giunta alla sua 29° edizione, la rassegna si è oramai imposta all’attenzione generale per aver offerto al suo pubblico il meglio della scena jazz contemporanea, tra avanguardia e tradizione, ospitando grandi artisti internazionali e italiani, con un’attenzione particolare, come si accennava, ai musicisti del Friuli Venezia Giulia.

Il Festival si svolge a cavallo tra i mesi di giugno e luglio in diverse località della regione per approdare a Grado, che da quest’anno ospita il clou della storica manifestazione.

Nella settimana gradese, sono in programma concerti, workshop, mostre, libri, incontri, proiezioni, visual art, il tutto impreziosito da una piacevole ospitalità nello scenario magnifico della laguna di Grado, l’isola del sole, un lembo di terra sospeso tra mare e vento, tra storia e futuro.

Dopo un prologo già dal 25 giugno con concerti a Tricesimo, Cervignano del Friuli, Savogna d’Isonzo e un weekend a Marano Lagunare, il Festival entra nel vivo il 6 luglio, a Palmanova (Ud), città stellata patrimonio mondiale dell’Unesco, dove i mitici King Crimson, progressive rock band britannica di livello mondiale, si esibiranno nella  Piazza Grande nella prima delle quattro date italiane del Tour che celebra il 50°anniversario di attività per il gruppo di Robert Fripp e compagni; la serata finale  a Grado (Go), dove l’11 luglio gli Snarky Puppy, una delle più belle realtà della nuova scena musicale internazionale, saliranno sul palco del Jazz Village al Parco delle Rose, nella prima delle cinque date in Italia, per presentare il nuovo album “Immigrance”, uscito il 15 marzo.

Ma, procedendo con ordine, diamo un’occhiata più da vicino al ricco cartellone.

Il 25 giugno, la Piazza Garibaldi di Tricesimo vedrà esibirsi le vocalist e la band del NuVoices Project; il 26 sarà Cervignano del Friuli ad accogliere i Pipe Dream, una band internazionale con quattro delle personalità più interessanti nella nuova scena creativa italiana e con il violoncellista americano Hank Roberts; il 27, l’incantevole Castello di Rubbia a Savogna d’Isonzo ospiterà un “piano solo” di Claudio Cojaniz; nel weekend del 28, 29 e 30 giugno ritorna a Marano Lagunare la rassegna Borghi Swing by Udin&Jazz – seconda edizione – con un programma costruito ad hoc per valorizzare da un canto le migliori espressioni del panorama jazzistico del FVG, dall’altro i luoghi, l’ambiente, la storia, i riti, la cultura e l’enogastronomia del territorio in cui tale musica si è sviluppata.

Dal 3 luglio il festival si trasferisce a Grado, con una mostra di sassofoni d’epoca curata da Mauro Fain e proiezioni di filmati di concerti jazz storici; il 6 luglio, in occasione del “Sabo Grando”, la fanfara jazz Bandakadabra allieterà con la sua musica le vie del centro; il 7 luglio, GradoJazz entra nel vivo con la formula dei due concerti su due diversi palcoscenici (alle 20 e alle 21.30), nel Jazz Village del Parco delle Rose, dove lo spettatore, oltre alle emozioni della musica, potrà vivere anche una “street food experience” con degustazioni di prodotti dell’enogastronomia del FVG. Le cinque serate saranno precedute alle ore 18.00 da incontri con artisti, giornalisti, scrittori che animeranno i Jazz Forum nella struttura del Velarium, accanto all’ingresso principale della spiaggia.

Le notti gradesi si allungheranno al Jazz Club, dal 7 all’11 luglio, sulla spiaggia principale, verso mezzanotte, night music dal vivo, sorseggiando un drink sotto la luna a due passi dal mare…

La prima serata gradese del festival, il 7 luglio (ore 20), ci porterà ad immergerci nelle suggestive atmosfere argentine con il Quinteto Porteño, un tributo alla musica del grande Astor Piazzolla; alle 21.30, l’attesissima performance di uno tra i musicisti più noti d’Italia: il trombettista Paolo Fresu, con il suo nuovo progetto discografico “Tempo di Chet”, in trio con Dino Rubino (uno dei pochissimi musicisti che suona altrettanto bene tromba e pianoforte), e Marco Bardoscia (uno dei più interessanti contrabbassisti del jazz europeo). Questo dialogo a tre voci, raffinato, di grande impatto emotivo e intellettuale, è iniziato per l’avventura teatrale del progetto “Tempo di Chet – La versione di Chet Baker” e tutte le musiche sono composte da Fresu.

L’8 luglio, nel primo dei due concerti in programma, un’eccezionale performance: quella del trio del pianista Amaro Freitas, uno dei nuovi talenti del jazz contemporaneo brasiliano. A seguire, alle 21.30, una grande festa musicale con la North East Ska* Jazz Orchestra, formazione di 20 elementi cresciuta in regione, forte di un sound travolgente rodato sui palchi di mezza Europa, che qui presenta il suo nuovo lavoro discografico.

Il 9 luglio, a più di dieci anni dal disco “Licca-Lecca”, premiato dal pubblico con oltre 10.000 copie vendute, i Licaones ripropongono a Grado (ore 20) il loro progetto musicale con ai fiati, il sassofonista Francesco Bearzatti e il trombonista Mauro Ottolini, all’organo Oscar Marchioni e alla batteria Paolo Mappa.

Alle 21.30, sale sul palco del Parco delle Rose una delle stelle del jazz mondiale: il pianista Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso alla batteria. Definito dal New York Times “un pianista dalle capacità quasi sovrannaturali”, Rubalcaba è il più celebre musicista cubano della sua generazione, un virtuoso dalla tecnica strabiliante, la cui abilità improvvisativa ha contribuito a spianare la strada al movimento del jazz latino-americano e oggi ai vertici del pianismo jazz mondiale. Ed è proprio questo, a nostro avviso, l’evento clou del Festival. Personalmente conosciamo Gonzalo da molti, molti anni, avendolo incontrato ad un Festival della Martinica quando ancora era un giovane talentuoso pianista ma poco- se non per nulla – conosciuto in Europa. Da allora Gonzalo ha di molto modificato il suo stile pianistico che se prima era perfettamente riconoscibile come ‘cubano’ adesso non è in alcun modo etichettabile essendo espressione di un talento purissimo che mal sopporta qualsivoglia schematizzazione

Il 10 luglio, serata dedicata al blues! S’inizia con la Jimi Barbiani Band, nuovo progetto di uno dei migliori chitarristi blues rock slide d’Europa. Si prosegue, alle 21.30, con il grande bluesman californiano Robben Ford, il musicista che fondò i mitici Yellowjackets! La sua è una musica difficile da definire; suona e canta il blues con grande classe ma il suo percorso artistico prevede importanti incursioni nel jazz, nella fusion e nel funky. Non a caso vanta collaborazioni discografiche eccellenti con artisti di assoluto livello quali, tanto per fare qualche nome, Miles Davis, i Kiss, Burt Bacharach, Muddy Waters, George Harrison, Joni Mitchell. Cinque volte candidato ai Grammy, è stato definito dalla rivista Musician “uno dei più grandi chitarristi del XX secolo”.

La serata finale del festival, giovedì 11 luglio, sarà aperta da Maistah Aphrica, progetto che porta i suoni dell’Africa rivisitati dai migliori protagonisti del panorama jazz made in FVG. Il concerto-evento degli Snarky Puppy, collettivo con base a New York e con circa 25 membri in rotazione, fondato dal bassista Michael League, chiuderà l’edizione 2019 di GradoJazz by Udin&Jazz.

Gerlando Gatto

 

 

Dave Samuels: un artista dai molteplici aspetti – Il vibrafonista è recentemente scomparso all’età di 70 anni

Un’altra stella del jazz è andata a brillare lassù nel cielo: il 22 aprile si è spento a New York City, dopo una lunga malattia, il vibrafonista e percussionista Dave Samuels. Aveva 70 anni.

Nato a Waukegan, nello Stato dell’Illinois, il 9 ottobre 1948, Dave Samuels ha legato il suo nome al celebre gruppo fusion “Spyro Gyra” con cui ha suonato per molti anni.

Ma, ovviamente, la sua storia di musicista comincia molto prima, e precisamente nel 1954 quando, a soli sei anni, inizia a prendere lezioni di batteria e pianoforte influenzato dai due fratelli maggiori che suonano, rispettivamente, sassofono e pianoforte. Successivamente, negli anni dell’università a Boston, passa al vibrafono e alla marimba studiando, tra gli altri, con Gary Burton e frequentando il Berkley College of Music.

Non ancora trentenne, nel 1974, si trasferisce a New York dove viene immediatamente, chiamato a suonare in occasione del celebre concerto alla Carnegie Hall del 24 novembre dello stesso anno per la reunion tra Gerry Mulligan e Chet Baker, concerto che per fortuna possiamo riascoltare grazie al doppio LP registrato dal vivo e pubblicato dalla CTI.

Più o meno dello stesso periodo è l’altra prestigiosa collaborazione con Carla Bley, e poi con Frank Zappa (lo si ascolta nell’album “Zappa in New York” del ’77), Paul McCandless e David Friedman, suo insegnante a Boston e con il quale crea il duo Double Image e incide due album, nel 1977 e nel 1994.

Nel 1977 inizia la sua lunga e fruttuosa collaborazione con “Spyro Gyra”, di cui diventa membro effettivo e stabile solo in occasione dell’album del 1983 “City Kids”; grazie all’apporto di Samuels, “Spyro Gyra” viene nominato dalla rivista Billboard come miglior gruppo di jazz contemporaneo degli anni ’80.

Ma gli interessi di Samuels non si limitano alla fusion essendo egli un grande estimatore della musica caraibica; eccolo, quindi, nel 1993 dare vita al “Caribbean Jazz Project” con Paquito D’Rivera e Andy Narell specialista di steel pan, che diventa ben presto la sua creatura preferita, lanciandolo definitivamente nell’olimpo dei grandi. Così nel 2005 lascia “Spyro Gyra” e si dedica al nuovo progetto declinato attraverso la ricerca dei molti stili che animano il jazz latino e afro-caraibico. E che la ricerca abbia dato fruttosi succosi è dimostrato dal fatto che il gruppo vince un Grammy per il Miglior Latin Jazz Album (“The Gathering” del 2002) e un Latin Grammy nella stessa categoria (“Afro Bop Alliance” del 2008).

A fianco di queste prestigiose realizzazioni, Samuels prosegue la sua carriera da solista: nel 1980 incide, con un gruppo di musicisti italiani (Furio Di Castri, Tullio De Piscopo, Giorgio Baiocco), “One Step Ahead” il primo di dieci album da leader.

Samules è stato anche un valido didatta avendo insegnato al Berklee e al New England Conservatory of Music; ha scritto anche due volumi didattici “Mallet Keyboard Musicianship” nel 1988 e “Contemporary Vibraphone Technique” nel 1992.

Insomma con Samuels se n’è andato un grande artista che traeva le sue motivazioni da tutti gli aspetti dell’essere musicista: la composizione, l’arrangiamento, il solismo…senza trascurare il desiderio di trasmettere ai più giovani il suo sapere.

Gerlando Gatto

The Latin Quarters in concerto al Rossini Jazz Club di Faenza.

Giovedì 4 aprile 2019, il Rossini Jazz Club di Faenza ospita il concerto di The Latin Quarters, formazione composta da Luca Gardini al sax contralto, Mario Accardo al pianoforte, Filippo Lucchi al basso elettrico e Gianluca Berardi alla batteria. La rassegna diretta da Michele Francesconi si presenta in questa stagione con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

The Latin Quarters è un progetto avviato nel 2008 come laboratorio di musiche folkloriche dell’America Latina e isole caraibiche diretto da Filippo Lucchi, insegnante di chitarra e tres cubano, all’interno delle attività didattiche della Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli. In seguito, il progetto si è sviluppato come formazione stabile che utilizza l’incontro delle armonie e del linguaggio del jazz con il folklore latinoamericano, come tratto caratteristico.

Filippo Lucchi, in veste di bassista elettrico, si è avvalso della collaborazione di musicisti come il pianista Mario Accardo, il batterista Gianluca Berardi e il sassofonista Luca Gardini per proporre alcune rivisitazioni dei brani più celebri presenti nel repertorio di artisti del panorama attuale del latin jazz, come Paquito D’ Rivera, Claudio Roditi, Ray Barretto o Michel Camilo, e di temi classici di compositori come Ernesto Lecuona o Chano Pozo.

I ritmi provenienti da Cuba, Brasile, Puerto Rico e isole caraibiche sono perciò gli ingredienti delle esibizioni di The Latin Quarters e permettono al quartetto di condurre gli ascoltatori in un viaggio attraverso un mondo sonoro vasto e ricco di sfumature.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, cambia sede e si sposta al Bistrò Rossini che diventerà, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si passa appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Resta invece immutato lo spirito che anima l’intero progetto: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si unisce, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini e l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

Giovedì 11 aprile 2019, la stagione del Rossini Jazz Club si conclude con l’appuntamento affidato agli Allievi dei Corsi di Jazz della Scuola Sarti di Faenza.

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.

Sanremo, la profanazione del Tempio

 

L’ analisi relativa al recente festival di Sanremo fatta dal direttore Gerlando Gatto non fa una grinza. Ne sottolineerei il punto della quasi assenza di esperti musicali all’interno di giurie pur qualificate da presenze autorevoli della cultura e dello spettacolo, da una parte. E dall’altra l’inadeguatezza di un regolamento, quello sanremese, che sottovaluta il voto popolare rispetto a giornalisti, artisti e cooptati vari ad operare la scelta dei vincitori.
Vorrei anche osservare, a titolo personale, che, stavolta, la scelta effettuata incontra il favore e riflette in parte i miei gusti musicali (parlo da semplice telespettatore “silenzioso”, uno di quelli che si astengono dal televoto, e che valuta in concreto i singoli brani molto più dei musicisti, la loro valenza e provenienza), ciò a prescindere da qualsivoglia risvolto politico o ideologico.

Il jazz, per fare un parallelismo, è musica di contaminazione e di sintesi creativa ma sfido chiunque a dimostrare che, in generale, sia di destra o di sinistra.
Così non mi pare sia scandaloso che un nostro connazionale di origine sardo-egiziana si aggiudichi il piazzamento più prestigioso nella maggiore kermesse canora del belpaese.

In occasione dell’affermazione di Mahmoud, invece, stiamo assistendo a talune reazioni sconcertanti che non ci sono state quando, ad esempio, si affermò il grande Riccardo Cocciante, nato in Vietnam, a Sanremo.

O, nello sport, nessuno giustamente obiettò difese di italianità al cospetto dei goal di un centravanti della nazionale quale Balotelli, anch’egli italiano come Mahmoud. Quest’ultimo ha avuto però il torto di dissacrare il tempio della canzone indigena trasformando la manifestazione della città dei fiori in una sorta di “giochi senza frontiere” musicali, in coerenza allo spirito ‘baglioniano’. Visto che le radio e la rete pare stiano dando ragione al suo mood etnopop sarà interessante vederlo in gara all’Eurofestival a rappresentare l’Italia latino/ multiculturale! Mi ritrovo, nel merito, a condividere il verdetto dei giurati, al di là della composizione eterogenea della giuria stessa, ma ritengo per il futuro che si debba lasciare maggior spazio agli addetti ai lavori – critici e/o musicisti – il cui parere potrà tranquillamente coesistere e avere pari dignità del voto “social” e popolare.

Non ci sono, in questo caso, caste o [élites da cui dipendono i destini della patria. Si tratta di affidare visibilità anche al punto di vista di interpreti, analisti e lettori ponderati della nostra musica popolare contemporanea, fuori dalla (legittima) impulsività del televoto popolare. Nel rivendicare uno spazio ai “competenti”, da condividere col pubblico pagante dei televotanti, convengo che il sistema vada rivisto in modo da prevenire accuse di verticismo antidemocratico, del tutto fuori luogo se fatte da chi ha aderito preventivamente al regolamento dell’Ariston e lo contesti chiassosamente a luci spente.

Amedeo Furfaro