I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 2)

“BAM” ovvero un tocco di classica

La BAM international è una casa discografica la cui sede principale si trova in Svizzera (Les Acacias Genève) mentre quella italiana è situata a Cernusco sul Naviglio (Milano). Il suo catalogo è basato, principalmente, sulla musica classica ma ne parliamo in questa sede perché ha da poco pubblicato un album che non esitiamo a definire di assoluta eccellenza: Giuliana Soscia – Indo Jazz Project. Non capita spesso che un album, atteso da un po’ di tempo, risponda appieno alle tue aspettative. Ebbene questo CD ci riesce appieno restituendoci una musica che avevamo già avuto modo di apprezzare dal vivo durante il concerto svolto all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 19 marzo dello scorso anno, ricevendone un‘ottima impressione. In effetti la compositrice/arrangiatrice, pianista e direttore d’orchestra (già anche apprezzata fisarmonicista) Giuliana Soscia ha avuto un’idea tanto originale quanto rischiosa: mettere in scena una musica in cui fossero presenti elementi tratti dalla tradizione indiana classica e dal jazz, eseguiti da un gruppo di musicisti provenienti da questi due mondi musicali. Di qui innanzitutto la capacità di comporre pezzi coerenti con il su citato intento: ecco quindi le sette tracce contenute nel CD che illustrano meglio di mille parole ciò che la Soscia voleva raggiungere. Ma, scritte le composizioni, occorreva trovare gli elementi adatti ad eseguirle: anche questa volta la Soscia si è dimostrata leader all’altezza della situazione chiamando accanto a sé tutti elementi di primissimo piano, da Mario Marzi (sassofono soprano, contralto e baritono) a Rohan Dasgupta (sitar), da Paolo Innarella (flauto, bansuri, sassofono soprano e tenore) a Sanjay Kansa Banik (tabla), a Marco de Tilla (contrabbasso). Quindi un organico inusuale a declinare un’idea inusuale con un sound inusuale ma affascinante dalla prima all’ultima nota. Così il sound degli strumenti tipici del jazz e più in generale della musica occidentale si fondono con alcuni strumenti tipici dell’India in un alternarsi tra scrittura e improvvisazione che nulla toglie all’omogeneità del tutto. E al riguardo bisogna dare atto alla Soscia di aver saputo “scrivere” in maniera tale che i vari assolo si integrassero perfettamente nel contesto generale, ivi compresi i suoi assolo al pianoforte (la si ascolti in “Arabesque”) sempre centrati, senza alcuna forzatura, senza la pur minima voglia di stupire l’ascoltatore con espedienti in una situazione del genere assai facili da trovare.

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“Barnum”: nuova etichetta di classe

Conosciamo Max De Aloe oramai da molti anni e da altrettanti anni lo consideriamo uno dei musicisti più raffinati che calchino i palcoscenici del jazz internazionale. Il suono della sua armonica ci affascina trascinandoci spesso in territori ‘altri’, lontani dal presente. Era quindi logico che nel varare una sua etichetta tenesse ben fermi i cardini del suo essere artista, vale a dire una straordinaria eleganza, una profonda ricerca sulla linea melodica, una comunicazione emozionale…e non solo. Caratteristiche che si ritrovano appieno nei primi titoli del catalogo in cui, sostiene lo stesso De Aloe “i musicisti hanno messo testa, anima, cuore e sudore e dove il pubblico affezionato può godere di un’esperienza ancora magica grazie all’utilizzo di studi di registrazione di assoluta qualità scelti per queste produzioni”.Ma vediamoli più da vicino alcune di queste nuove realizzazioni targate “Barnum”.

Sonnambuli” vede all’opera un trio costituito da Max De Aloe all’armonica, fisarmonica e live electronics, Ermanno Librasi al clarinetto basso e live electronics e Nicola Stranieri alla batteria. L’album è affascinante grazie soprattutto al sound particolare che armonica, fisarmonica e clarinetto basso riescono a produrre con l’incessante sostegno della batteria ed un uso quanto mai misurato ed intelligente degli effetti elettronici. Il tutto declinato attraverso un repertorio di nove brani tutti firmati da Max De Aloe. L’atmosfera dell’album si delinea immediatamente, sin dalle primissime note: un gioco di rimandi, di silenzi, di pause, senza che mai si avverta un attimo di stanca o peggio ancora un surplus di note. I tre si muovono quasi in punta di strumento, con essenzialità a disegnare linee melodiche intriganti e suggestive, con un risultato – sottolinea Paolo Fresu nelle note che accompagnano il CD – “strabiliante nonché nuovo e inatteso”.

Parole che possiamo benissimo adoperare anche per “Sospiri sospesi” in cui ancora Max De Aloe, questa volta solo all’armonica, suona con Gianno Coscia alla fisarmonica e Daniele Di Bonaventura al bandoneon, cui in tre brani si aggiunge la pertinente voce di Manuela Loddo. Un trio, quindi, assolutamente atipico, costituito solo da strumenti ad ancia libera, che si misura su un repertorio di undici brani: due a testa dei tre artisti, tre pagine argentine (“Garganta con Arena” di Cacho Castaña, “Nostalgias santiagueñas” degli Hermanos Abalos e “Sus ojos se cerranon “di Carlos Gardel e Alfredo La Pera”), una cubana (“La maza” di Silvio Rodríguez), e un brano assai conosciuto del folk abruzzese “Vola vola vola”. Alle prese con un programma così vasto e variegato, i tre evidenziano un’intesa perfetta dosando con perizia le dinamiche e soprattutto basando l’esecuzione su un gioco di incastri e di rimandi che escludono qualsivoglia pesante omogeneità di sound. Inutile soffermarsi sulla bravura dei singoli ché si tratta di strumentisti considerati dei veri e propri “maestri” dei rispettivi strumenti anche se non possiamo non sottolineare il ruolo preponderante del bandoneon di Di Bonaventura nei brani di origine argentina.

In “Anima Mundi” è di scena il Trio Atlantis ovvero Roberto Olzer pianoforte, Deobrat Mishra sitar, Prashant Mishra tabla. E già dalla struttura dell’organico si ha una chiara percezione della musica che si ascolta. Un tentativo – ottimamente riuscito – di coniugare stilemi jazzistici con elementi della cultura musicale indiana. Il sound che si ascolta è davvero unico, originale, a conferma che la musica, quando è buona, non conosce confini. Così la profondità della musica indiana si sposa magnificamente con la ricchezza armonica della musica occidentale ivi compreso il jazz. Così pagina scritta e improvvisazione si susseguono senza soluzione di continuità in un unicum che mette in rilievo la grande bravura dei tre artisti: Roberto Olzer, musicista diplomato sia in organo sia in pianoforte nonché laureato in filosofia alla Cattolica di Milano nel 1997; Deobrat Mishra è sitarista di fama mondiale, nato a Varanasi ed esponente di punta della “Benares Gharana school of Indian classical music”; Prashant Mishra è uno dei migliori giovani specialisti di tabla provenienti anch’egli dalla su citata scuola di Benares. Ora non sempre accade che l’incontro di tre grandi personalità produca un buon risultato; questa volta il risultato non buono…è semplicemente ottimo. Se non ne siete convinti ascoltate con attenzione uno qualunque dei brani proposti e scoprirete qualcosa di veramente nuovo, originale, in grado di catturare la vostra attenzione. Che poi vi piaccia o meno, questo è tutt’altro discorso!

I nostri CD. Curiosando tra le etichette (parte 1)

Il mondo del jazz, oramai da anni, vive un paradosso difficile da risolvere: se da un lato i dischi si vendono sempre meno (non a caso trovare un negozio ben fornito è una sorta di mission impossible), dall’altro il mercato è costantemente rifornito di CD molti di buona qualità, ma altrettanti francamente inutili. Il fatto è, come ammettono gli stessi artisti, che il CD è divenuto una sorta di biglietto da visita e un modo di documentare la propria attività in un dato momento storico.
Partendo da queste considerazioni, abbiamo deciso, con l’ausilio di Amedeo Furfaro, di proporvi questa puntata della rubrica “I nostri CD” prendendo le mosse non dai singoli album ma dalle case discografiche più attive nei settori di nostro interesse.

“abeat” sempre all’avanguardia

E partiamo quindi, in rigorosissimo ordine alfabetico, dalla italianissima “abeat” .
Fondata nel 2001 da Mario Caccia a Solbiate Olona (VA), ABEAT RECORDS ha da sempre prodotto dischi che interpretassero le nuove tendenze della musica jazz. Da allora sono numerosi gli artisti del panorama nazionale ed internazionale che hanno realizzato i loro dischi con questa etichetta. Tratte dalle ultimissime produzioni della “abeat records”, vi presentiamo quattro album firmati rispettivamente da Luigi Di Nunzio (“The Game”), Andrea Domenici Trio (“Playing who i am”), Guido Manusardi (“Swingin”) e Michele Perruggini (“In volo”).

Luigi Di Nunzio è un giovane sassofonista napoletano che può vantare una solida preparazione di base avendo conseguito nel 2010 il diploma di sassofono classico con il massimo dei voti con il maestro Andrea Pace. Successivamente inizia una carriera che lo porta ad esibirsi accanto a musicisti di vaglia quali Antonio Faraò, Massimo Nunzi, Francesco Cafiso, David Liebman, Michael Bublé. Il 10 ottobre 2014 esce il suo album d’ esordio dal titolo “Inexistent” sempre per abeat. Nel settembre del 2018 registra “The Game” unitamente a Marco Fiorenzano, synth e piano rhodes, Umberto Lepore, basso e bass synth, e Marco Castaldo, alla batteria, con l’aggiunta di ospiti in alcuni brani L’album è di sicuro interesse dando all’ascoltatore la possibilità di scoprire non solo le capacità esecutive di Di Nunzio ma anche le sue qualità compositive dal momento che tutte le dieci tracce sono sue composizioni. La caratteristica principale del CD va ricercata nel fatto che il sassofonista ha voluto mettere assieme una serie di esperienze e collaborazioni, vissute negli ultimi quattro anni, in generi musicali a lui sconosciuti come l’hip hop, rap, musica elettronica. Di qui un sound abbastanza originale in cui stilemi propri del jazz canonico si fondono con suggestioni provenienti dall’elettronica. Certo, per chi ama il jazz alla Coltrane o alla Gillespie l’album farà storcere il naso, ma, viceversa, per chi ascolta la musica con mente aperta e rivolta al futuro sicuramente troverà nell’album in oggetto parecchi motivi di interesse.

“Playing Who I Am” è il disco d’esordio come leader del pianista Andrea Domenici, classe 1992. Già allievo, tra gli altri, di Mario Rusca, Dado Moroni, Kenny Barron si è diplomato presso The New School for Jazz and Contemporary Music e dal 2012 si è trasferito negli States. Da allora ha cominciato a collaborare con alcuni veri e propri giganti del jazz quali Wynton Marsalis, Gary Bartz, Billy Harper e Dave Douglas. A supportarlo in questo CD Billy Drummond al basso e Peter Washington alla batteria. In repertorio nove brani che spaziano dal jazz canonico (Thelonious Monk) a standard quali “It’ Easy To Remember” di Rodgers cui si aggiungono tre original del leader, a dimostrazione di come Andrea da un lato abbia saputo interiorizzare il linguaggio dei grandi del jazz, dall’altro sia riuscito a sintetizzare le diverse influenze in uno stile del tutto personale. L’album, almeno per chi scrive, rappresenta, quindi, una bella sorpresa. Il linguaggio di Domenici è fluido, sempre pertinente, con una armonizzazione mai banale e un tasso di improvvisazione elevato. L’interazione con i compagni d’avventura è assoluta ad evidenziare un’intesa che va ben oltre il fatto squisitamente musicale. Insomma un artista di cui sentiremo parlare molto e bene.

Swingin” è il titolo del CD inciso dal trio del pianista Guido Manusardi con Roberto Piccolo al contrabbasso e Gianni Cazzola alla batteria nell’ottobre del 2017. Mai titolo fu più azzeccato nel senso che uno swing straordinario, trascinante, profondamente sentito da tutti e tre i musicisti pervade l’album dalla prima all’ultima nota. In repertorio undici brani tra cui un solo original del pianista. Da quanto sin qui detto è facile dedurre che il trio si muove in estrema scioltezza, guidati da quel grande artista che è Guido Manusardi. In effetti Manusardi è sulla cresta dell’onda da tanti anni e mai ha deluso i suoi numerosi ammiratori grazie ad una tecnica sopraffina, ad una squisita sensibilità che gli consente di coniugare rispetto per la tradizione e modernità espressiva, ad un senso della misura che mai lo porta ad esagerare in virtuosismi che pure sarebbero alla sua portata. E questo album è l’ennesima riprova di tutto ciò: si ascolti con attenzione con quanta delicatezza l’ottantaduenne pianista disegna il celeberrimo “Love For Sale” o la carica di swing (per restare in tema) che caratterizza “I’ll Remember April”. Come si diceva in precedenza, è tutto il trio che funziona bene…ciò per sottolineare come i partners scelti da Manusardi, vale a dire il giovane Piccolo e il meno giovane Cazzola (classe 1938), siano stati perfettamente all’altezza della situazione contribuendo in maniera determinante alla bella riuscita dell’impresa. Non a caso l’unico original di Manusardi presente nell’album, “Mister G”, è dedicato proprio al batterista.

Il compositore e arrangiatore Michele Perruggini è il protagonista del quarto album significativamente intitolato “In volo”. Avevamo già avuto modo di apprezzare il talento di questo musicista nel precedente album “Attraverso la nebbia” – sempre per abeat – in cui Michele si presentava anche nella veste di batterista. In questo nuovo CD l’artista abbandona il ruolo di strumentista e si sottopone al giudizio degli ascoltatori come compositore e arrangiatore (coadiuvato da Leo Gadaleta che ha curato gli arrangiamenti degli archi). E il giudizio non può che essere positivo data la bellezza della linea melodica che viene sviluppata in ogni singolo brano. La musica ha un andamento quasi filmico, come se volesse accompagnare alcuni attimi – chissà forse i più significativi – della nostra esistenza, vissuta celebrandone, suggerisce lo stesso Perruggini, “ogni istante, assaporando profondamente con lentezza”. Di qui una musica introspettiva, spesso malinconica, ben resa da tutti i musicisti, a partire da Mirko Signorile sempre presente con il suo pianoforte per finire con la sezione archi composta da Leo Gadaleta e Serena Soccoia ai violini, Teresa Laera alla viola e Luciano Tarantino al violoncello. Il ritmo è sostenuto dall’ottimo contrabbassista Giorgio Vendola e il tutto funziona così bene che mai si avverte la mancanza della batteria.

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Con “ACT” uno sguardo sul Nord-Europa.

L’etichetta tedesca, fondata nel 1992 da Siggi Loch, già per venti anni ai vertici della Warner International, nell’arco di pochi decenni è riuscita ad ottenere una posizione di assoluto prestigio nel panorama musicale internazionale. Ciò perché nel suo catalogo figurano alcuni degli artisti – specie del Nord Europa – più significativi quali, tanto per fare qualche nome, Joachim Kühn, Nils Landgren, Michael Wollny, Jon Christensen…e grosse formazioni come l’Hannover NDR Radio Philharmonic Orchestra. Per non parlare della scoperta e del lancio di uno degli artisti che hanno profondamente segnato gli ultimi anni del pianismo jazz, quell’Esbjörn Svensson scomparso nel 2008 a 44 anni in un incidente mentre effettuava pesca subacquea. Non mancano, ovviamente, artisti fuori dagli immaginari confini del Nord Europa come Rudresh Mahanthappa, Youn Sun Nah e il ‘nostro’ Paolo Fresu. E proprio il trombettista di Berchidda è il protagonista di una vera e propria perla: Danielsson-Fresu, “Summerwind”. Il contrabbassista svedese e il trombettista sardo evidenziano un’intesa straordinaria, come se avessero da sempre suonato assieme mentre questo è in realtà il loro primo progetto in duo. E l’intesa si instaura immediatamente al punto tale che –come sottolineato nelle note di copertina – il brano “Dardusò” viene creato spontaneamente in studio durante le registrazioni. La loro è una musica raffinata, elegante, che si sviluppa quasi per sottrazione, nel senso che il linguaggio è essenziale, scarno, senza che mai si avverta una nota fuori posto, un qualcosa che avrebbe potuto essere eliminato. I due disegnano linee melodiche dalla struggente bellezza e poco importa l’assenza di una carica ritmica qualche avrebbe potuto essere assicurata da una batteria. Insomma poesia allo stato puro che traspare da ogni brano, interpretato con sincera partecipazione e assoluta onestà intellettuale. I due non si schermano dietro la loro arte, ma lasciano fluire il suono così come ‘ispirato’ dalle sensazioni del momento, dalle emozioni che avvertono nell’eseguire un repertorio caratterizzato da brani originali scritti dai due (singolarmente o a quattro mani) cui si aggiunge il celeberrimo “Autumn Leaves” porto con originalità, un brano della tradizione svedese e una composizione di Bach arrangiata dal contrabbassista.

Tra le altre recenti produzioni vi ricordiamo altri due album che ci sembrano particolarmente interessanti.

Il pianista Joachim Kühn è una delle punte di diamante del catalogo ACT. In questo “Love & Peace” appare in trio con Chris Jennings al basso e Eric Schafer alla batteria, impegnato su un repertorio di undici brani con ben sei pezzi scritti dallo stesso pianista, uno per parte dal batterista e dal bassista, cui si affiancano “Night Plans” di Ornette Coleman, un pezzo dei Doors e una composizione di Mussorgsky a ricordarci la sua formazione classica. La formazione è la stessa del precedente “Beauty & Truth” del 2016 e l’album in oggetto non aggiunge alcunché a quanto già non si conosca sulla statura artistica del pianista tedesco: un musicista completo, che fonda la sua arte su una solida preparazione di base e che ha percorso una luminosa e lunga carriera avendo costituito il suo primo trio già nel 1964. Ciò non toglie, comunque, che nel corso degli anni il settantacinquenne pianista di Lipsia abbia cambiato pelle nel senso che ad un pianismo strabordante, spesso virtuosistico ha sostituito un linguaggio più asciutto, un fraseggio meno funambolico e più attento all’espressività. Ne abbiamo molti esempi in alcuni brani di questo album come nel già citato pezzo di Coleman a conferma della grande stima che lega i due artisti. Coleman e Kuhn si incontrarono per la prima volta a Parigi nei primi anni 90, e fu l’inizio di una straordinaria relazione artistica; dopo il loro primo concerto in duo a Verona, Kuhn divenne l’unico pianista con il quale il sassofonista si esibiva regolarmente in duo. Altre esecuzioni di grande interesse la rilettura di “The Crystal Ship” dei Doors e la “lussureggiante” versione di “Le Vieux Chateau” da “Pictures From An Exhibition” di Modest Mussorgsky. Come Al solito eccellente il lavoro della sezione ritmica.

Unbreakable” della Nils Landgren Funk Unit vede la storica formazione del trombonista e vocalist Nils Landgren ‘rinforzata’ dall’innesto di solisti di livello quali il leggendario chitarrista di Detroit Ray Parker Jr., conosciuto ai più per il suo indimenticabile brano per il film Ghostbusters del 1984, e i trombettisti Randy Brecker e Tim Hagans. L’album, presentato in anteprima all’”XJazz Festival” del 2017, si colloca nel solco delle precedenti registrazioni effettuate dal gruppo, quindi un massiccio groove, una travolgente miscela di jazz e funk, nel segno di un esplosivo mix sonoro con una fortissima e trascinante carica ritmica. Il tutto declinato attraverso dieci brani tra cui “Stars In Your Eyes” di Herbie Hancock e “Rockin´After Midnight” di Marvin Gaye impreziosito dall’assolo di Randy Brecker. Il gruppo si muove con una intesa perfetta, cementata attraverso la lunga militanza, e more solito la mano del leader dal trombone rosso si fa sentire sia nella conduzione dell’ensemble, sia nella ripartizione tra pagina scritta e improvvisazione e quindi nel lasciare ai vari solisti un adeguato spazio per i relativi assolo. Un’ultima considerazione: ad evidenziare l’importanza dell’etichetta nella carriera di Nils Landgren, anche in questo album l’artista rivolge uno speciale ringraziamento a Siggi Loch e a tutto lo staff ACT per credere e supportare la sua musica.

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“Alfa Music” da oltre vent’anni sulla scena

Alfa Music ha ormai alle spalle ventiquattro anni di attività. L’ etichetta nasce nel 1990 per volontà di Fabrizio Salvatore e di Alessandro Guardia, soci fondatori. Inizialmente era solo uno studio di registrazione focalizzato verso il circuito romano. Successivamente, verso la metà degli anni ’90, la situazione si evolve e Alfa Music diventa vera e propria etichetta discografica che ad oggi vanta un catalogo particolarmente ricco ed importante. In quest’ambito si inseriscono le nuove produzioni che qui di seguito segnaliamo.

Le Valentine (al secolo Valentina Cesarini accordeon, bandoneon e Valentina Rossi voce) hanno registrato il cd “Recuerdo” dedicato al tango. Quanti seguono questa rubrica conosceranno la nostra passione per il tango, un genere che presenta una caratteristica peculiare: la capacità di raccontare delle storie, spesso amare, ma storie assai vicine alla realtà. A tutto ciò la rivoluzione di Astor Piazzolla ha aggiunto una carica di intenso pathos assai difficile da riprodurre. Di qui, a nostro avviso, una conseguenza logica: nell’esecuzione del tango la bravura nell’interpretazione, nel trasmettere un’emozione fa premio – e di gran lunga – sulla mera abilità, strumentale o vocale che sia. Ecco, partendo da questi parametri, il CD in oggetto non ci ha convinti appieno, ed è un peccato in quanto di elementi positivi ce ne sono. Innanzitutto la scelta del repertorio: undici tracce tra brani originali e riletture di grandi classici tra cui “Por una cabeza” di Carlo Gardel e il celeberrimo “Jealousy”, scritto da Jagob Gade nel 1925, fino ad arrivare ad Astor Piazzolla di cui vengono presentati “Yo soy Maria” con i testi di Horacio Arturo Ferrer, “Oblivion” con parole di Alba Fossati e “Che tango che music” con testi di Angela Denia Tarenzi. E poi la struttura dell’organico incentrata sul duo delle Valentine (Valentina Cesarini accordeon, bandoneon e Valentina Rossi voce) cui si affiancano Pierluca Cesarini, chitarra e Alessandro Aureli, flauto, cajon, percussioni. Ferma restando la bravura tecnica dei musicisti manca però qualcosa, manca quella capacità di trasmettere emozioni, pathos cui prima si faceva riferimento. E’ come se le due protagoniste si fossero preoccupate più di evidenziare le rispettive indubbie capacità che scavare nei brani proposti per carpirne l’intima essenza e restituircela irrorata dalla propria personalissima lettura.

E’ con vero piacere che vi presentiamo questo album inciso a quattro mani da Stefania Tallini e Cettina Donato e quindi giustamente intitolato “Piano 4Hands”. Spesso quando ci troviamo a recensire album di musicisti che conosciamo molto bene e con i quali c’è anche un rapporto di amicizia proviamo un certo imbarazzo e ci poniamo il problema se motivazioni di altro genere possano far premio su un giudizio equilibrato e il più possibile obiettivo. Bene, nel caso in oggetto non abbiamo alcuna difficoltà a dirvi che si tratta di un disco superlativo inciso da due artiste di grandi qualità dal punto di vista tecnico, esecutivo e compositivo. In programma undici pezzi di cui quattro di Cettina, sei di Stefania e uno di ambedue. I motivi che ci inducono a definire questo album “superlativo” sono molteplici. Innanzitutto il coraggio nell’incidere un CD composto da undici originali tutti suonati a quattro mani sulla stessa tastiera, organico tanto insolito quanto scivoloso (anche se ad onor del vero in un brano si ascolta il sempre straordinario clarinetto di Gabriele Mirabassi e in un altro la suadente voce di Ninni Bruschetta). Poi la straordinaria intesa che si è sviluppata tra queste due pianiste, compositrici, arrangiatrici, intesa cementata da un anno di studio, di concerti all’insegna di quell’idem sentire che costituisce una delle principali caratteristiche dell’album. Infine la grande “sapienza” musicale evidenziata dalle due. In questo album, senza che ne venga minimamente intaccata l’omogeneità, c’è davvero di tutto: un certo swing alla Bach (ci si perdoni l’accostamento), un richiamo pertinente al tango (“Minor Tango” e “Duotango”), la giocondità di fare musica (“Danza dei suoni” e “Ditty Duo”), la classe di Mirabassi che si appalesa cristallina e malinconica in “A Veva” di Stefania Tallini, l’irrequieto swing di “Tempus Fugit”, la delicatezza di “Amuri Miu” dolcemente cesellato in siciliano dall’attore Ninni Bruschetta che già da qualche tempo ha instaurato una felice collaborazione artistica con Cettina Donato, c’è la dolce chiusura di “Bluesy Prayer” che ci riconduce al jazz propriamente inteso…ma c’è soprattutto la piena consapevolezza di due artiste cha hanno voluto incontrarsi e fondere la loro arte in un unicum che, ne siamo sicuri, non mancherà di stupirvi.

Ancora diversa l’atmosfera che si respira con il Trio Filante di “Granchio senza scampo”. Non c’è dubbio, infatti, che questo trio sia ‘filante’ di nome e di fatto. ‘Filante’ nel senso che la musica scorre fluida, gradevole, dal primo all’ultimo istante, declinata sull’onda di una consolidata intesa (i tre suonano assieme da una decina d’anni), di melodie ben costruite (grazie alla penna di Francesco Mazzeo, chitarrista nonché autore di tutti i pezzi eccezion fatta per due standard “All The Things You Are” di Jerome Kern e “Someday my prince will come” di Frank Churchill proposta in una versione piuttosto originale) e di una forte pulsione ritmica tanto più stupefacente ove si tenga conto che nel trio mancano batteria e contrabbasso. In effetti Mazzeo è coadiuvato da altri due grandi musicisti che rispondono al nome di Davide Grottelli ai sax e Alessandro Gwis anch’egli compositore ma soprattutto pianista del famoso gruppo “Aires Tango”. Così i tre si ritrovano con estrema facilità lanciandosi in improvvisazioni che non è facile distinguere dalla pagina scritta. E ciò sia che il gruppo affronti brani sostenuti sia che ci si muova su atmosfere più intime, rarefatte. Si ascolti il brano d’apertura “Alici fritte dorate”, un tango finemente cesellato da Francesco Mazzeo e “Tutti i bambini dormono”, dall’andamento ondeggiante, in cui Gwis dà l’ennesima dimostrazione della sua versatilità con Grottelli e Mazzeo anch’essi impegnati in un centrato assolo. Il tutto comunque condito da una sottile ironia che si manifesta nei titoli sia dell’intero album sia dei vari brani, da “Alici fritte dorate” a “Telline affogate”, da “L’ora del vino” a “Gricia” fino al conclusivo “Tisana Live”.

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“Artesuono” valorizza i musicisti friulani

Negli ultimi decenni è successo di rado che una etichetta si identificasse, totalmente, con il suo creatore. E’ stato il caso della ECM (di cui parleremo nella prossima puntata) mentre in Italia l’unico caso è accaduto solo con “Artesuono”. Pronunciare questa parola significa, infatti, richiamare immediatamente la figura di Stefano Amerio, prestigioso artefice di suoni che venti anni fa lanciava l’ ”Artesuono Recording Studio” cui oggi si rivolgono i principali artisti e le più importanti etichette italiane e non solo dato che da alcuni anni è uno degli studi di riferimento della prestigiosa etichetta tedesca ECM. Da questa realtà è poi nata la casa discografica in oggetto. Oltre 170 album di artisti nati e cresciuti in Friuli, pubblicati per diffondere la grande tradizione musicale e artistica di questa Regione ed esportarla al di fuori dei confini regionali e nazionali. Tra le ultimissime produzioni ne abbiamo scelte tre che qui di seguito vi presentiamo.

Mauro Costantini Bus Horn Band – Volume 1” evidenzia come taluni strumenti siano strettamente legati ad un mood; così parlando dell’organo Hammond il pensiero corre immediatamente ad artisti come Keith Emerson, Booker T. Jones, Brian Auger, Tony Banks (Genesis), Billy Preston, Steve Winwood, Joey DeFrancesco, John Medeski e soprattutto James Oscar “Jimmy” Smith, musicisti assai diversi tra di loro ma tutti accomunati dalla fortissima carica ritmica, dal travolgente swing. Ovviamente anche questo album, non sfugge alla regola: Costantini è organista di eccellente livello, padrone dello strumento e perfettamente in grado di piegarlo alle sue esigenze espressive. Esigenze che si manifestano nel rileggere un repertorio del tutto originale, frutto del leader, in cui tuttavia si avvertono echi più disparati: dall’hard-bop, al soul, dal gospel al latin, dal funky allo swing…al pop il tutto porto con apparente semplicità senza alcuna pretesa né di sperimentazione né tanto meno di voler stupire alcuno. Ecco, probabilmente l’apparente semplicità è la miglior chiave di lettura per apprezzare questo album in cui tutti i musicisti sono perfettamente convinti della strada scelta riuscendo così ad assecondare il leader nelle sue scelte. Si ascolti, al riguardo, con quanta partecipazione venga eseguita la conclusiva delicata “After We’ve Gone” dedicata, come illustra lo stesso Mauro Costantini a “Rosanna e Oscar, genitori di un bambino autistico e alle loro dolorose riflessioni sul futuro”. E in chiusura pensiamo valga la pena citare i musicisti che suonano con Costantini: Luca Calabrese alla tromba,
Piero Cozzi sax alto e baritono, Miodrag Ragovic batteria e Federico Luciani percussioni.

Polyphonies” è l’album d’esordio del pianista e compositore friulano Emanuele Filippi alla testa di un nonetto in cui spiccano i nomi di Mirko Cisilino alla tromba e Filippo Orefice al sax tenore. Anche Filippi può vantare una solida preparazione di base avendo iniziato lo studio del pianoforte all’età di otto anni, e ottenuto i diplomi in pianoforte classico e jazz con il massimo dei voti al conservatorio “Jacopo Tomadini” di Udine. Successivamente si è trasferito a New York, dove attualmente vive e studia. Negli anni ha avuto modo di studiare e perfezionarsi con alcuni grandi del panorama internazionale tra cui: Glauco Venier, Michele Corcella, Fred Hersch, Kevin Hays, Bruce Barth. In questo suo primo album, Filippi evidenzia la sua discendenza dal mondo classico dal momento che, come evidenzia lo stesso titolo, le nove composizioni, di cui otto originali (composte in massima parte prima del trasferimento negli States), si rifanno alla musica corale polifonica, in particolare quella di Johann Sebastian Bach. Di qui una musica non facilissima ma ben costruita, ben arrangiata anche se alcuni passaggi avrebbero forse meritato un ulteriore approfondimento. Ma si tratta di peccati veniali tenendo conto che, come si diceva in apertura, si tratta dell’album d’esordio di Emanuele Filippi. Album che, non a caso, è uscito per l’etichetta “Artesuono Sketches”, la nuova linea di Stefano Amerio dedicata proprio alla giovane generazione di talenti locali e non.

In “Meraki” il contrabbassista trevigiano Marco Trabucco si presenta in quartetto con Federico Casagrande alla chitarra, Giulio Scaramella al pianoforte e Luca Colussi alla batteria. Ciò che caratterizza l’album è un’eleganza di fondo declinata attraverso sei composizioni originali del leader cui si affianca un brano della tradizione spagnola. Sin dalle primissime battute si avverte una profonda intesa tra i componenti il quartetto: in particolare se è Trabucco a dettare il clima generale con i suoi interventi sempre ottimamente calibrati (si ascolti il modo in cui introduce l’intero album) sono poi i suoi compagni d’avventura a completare l’opera. Ecco quindi la chitarra di Casagrande salire in cattedra e dialogare magnificamente con il contrabbasso di Trabucco; ecco Scaramella sciorinare un pianismo affascinante nella sua essenzialità (lo si ascolti tra l’altro in “Open Space”) mentre Luca Colussi è batterista completo sotto ogni punto di vista, colonna portante di molte delle sezioni ritmiche che si possono ascoltare nel nostro Paese. Così nella musica del gruppo – come sottolinea nelle note che accompagnano il CD, Enzo Pietropaoli – melodia, armonia e ritmo fluiscono liberamente, grazie al fatto che i quattro artisti posseggono allo stesso tempo esperienza e buon gusto che mettono al servizio della narrazione musicale

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“Auand”, il coraggio del Sud

La Auand Records è un’etichetta discografica di Bisceglie, in Puglia, fondata nel 2001 da Marco Valente. Il significato del nome vuol dire “agguanta” e “attento”; il logo, che è di colore verde e nero, rappresenta una mano con un buco nero in mezzo. Fin dagli inizi l’etichetta si è caratterizzata per la volontà di non seguire strade precostituite e di scovare nuovi talenti. E il risultato è stato ampiamente raggiunto: basti, al riguardo, ricordare il nome di Gianluca Petrella. Della Auand vi proponiamo tre produzioni.

Giovanni Guidi è oramai, a ben ragione, considerato uno degli artisti più rappresentativi del jazz made in Italy e questo “Drive” lo conferma appieno. Guidi suona in trio con Joe Rehmer al basso e Federico Scettri alla batteria, due musicisti di assoluto rilievo: Rehmer si è fatto le ossa suonando con musicisti come Gianluca Petrella, Fabrizio Sferra e Dan Kinzelman, mentre Federico Scettri può vantare collaborazioni con, tra gli altri, Paolo Fresu, William Parker e Francesco Bearzatti. Insomma tre personalità molto spiccate che si sono riunite dando vita ad un album la cui cifra stilistica è costituita da un’improvvisazione che si evidenzia nel modo in cui i tre interagiscono. Basta un soffio, una nota, un accordo lanciati lì e da quel punto si riparte per una nuova avventura, una nuova esplorazione verso terreni prima sconosciuti. Ma c’è un altro elemento che connota fortemente l’album: la voglia di Guidi di abbandonare quelle concezioni estetiche che si riscontrano, ad esempio, nei suoi lavori targati ECM, per cercare un suono più aspro, magmatico, meno ovattato. Di qui la scelta di abbandonare il pianoforte acustico a favore del piano elettrico e tastiere e di ricorrere ad un particolare montaggio dei suoni in fase di postproduzione. Risultato: come si accennava eccellente Anche perché Guidi e compagni, pur evidenziando una profonda conoscenza di quel jazz elettrico degli anni’70 che li ha sicuramente influenzati, sono riusciti ad andare avanti per una strada che è tutta loro, affatto personale.

Right Away” è un album in trio con il reggino Giampiero Locatelli al pianoforte (anch’egli al disco d’esordio), Gabriele Evangelista al contrabbasso ed Enrico Morello alla batteria. In programma otto originali del leader (classe 1976) che evidenzia una buona maturità sia esecutiva sia compositiva. In effetti l’album si fa ascoltare per più di un motivo; innanzitutto la valenza delle composizioni, tutte piuttosto ben strutturate con un giusto equilibrio tra scrittura e improvvisazione e un’armonizzazione complessa a sottolineare la buona preparazione di Locatelli, musicista di estrazione prevalentemente classica, con significative esperienze anche in campo concertistico. In secondo luogo il trio evidenzia un sound del tutto particolare, assai moderno, declinato attraverso un mutare di atmosfere per cui si passa dal clima energetico, materico di forte tensione (si ascolti “Fizzle, Deed Slow, Whistle” e “Right Away”) a pezzi più meditativi come “Path” (splendido nell’occasione il fraseggio di Locatelli), a brani decisamente inquietanti ma coinvolgenti (“Toward Backward” impreziosito da un assolo di Evangelista) fino alla struggente delicatezza di “From The Last Frame”, probabilmente il brano meglio riuscito dell’intero album. Da sottolineare ancora il gran lavoro svolto da Evangelista e Morello che sono risultati determinanti per la riuscita dell’album che in ultima analisi soddisferà non solo gli passionati di jazz.

Frank Martino, Level2 Chaotic Swing”. Il chitarrista Frank Martino si presenta con il suo Disorgan Trio, pianista Claudio Vignali, batterista Niccolò Romanin. Un cognome, il suo, che ricalca quello del grande Pat Martino, ma lo si ricorda solo per un calembour: Pat è jazzista cool, Frank è cool nel senso che è di tendenza, con la sua innovante musica “disorganica”. Sentendolo eseguire “Magnificient Stumble2” di Venetian Snares si potrebbe semmai pensare a certi esperimenti avanzati di Robert Fripp e della sua Lega di chitarristi…Sará/è l’uso di una otto corde, con contorno di live electronics, strumento che consente di ottenere armonizzazioni più ampie, accordi più pieni, arpeggi più estesi, melodie più espanse, echi più ridondanti, ed il brano T”he Glass Half” ne è forse l’esempio più palese! Altra cosa da rimarcare è quella di una formazione abbastanza “classica” ma che esprime suoni neo/postmoderni quasi a voler immettere un proprio DisOrdine nel caos across the universe. Sono sette su nove (l’altro brano non originale è Waltz For Debbie di Evans) composizioni a firma Vignali-Martino a dare saggio di cosa si intenda per Chaotic Swing: un approccio ad elevato tasso elettronico, per come già traspariva nel precedente cd ‘Revert’, che punta ad un sound “trattato”, proiettato verso possibili traiettorie di un jazz futuribile, per uno swing avvolto dal flusso di rumori e sonorità di una società mutante. Dove la musica non può che esserne parziale rappresentazione. (recensione di Amedeo Furfarto)

L’Indo Jazz nella visione di Giuliana Soscia

All’Auditorium Parco della Musica di Roma, ancora una superlativa dimostrazione di quali straordinari traguardi abbia raggiunto nel nostro Paese il jazz al femminile: ci stiamo riferendo al “GIULIANA SOSCIA INDO JAZZ PROJECT” eseguito nella Capitale il 19 marzo scorso.

Già in sede di presentazione avevamo sottolineato la difficoltà prima di immaginare e poi di comporre una musica in cui siano presenti elementi tratti dalla tradizione indiana classica e dal jazz eseguiti da un gruppo di musicisti provenienti da questi due mondi musicali. Allo stesso tempo avevamo però detto che se ad occuparsene era un’artista di grandi qualità compositive e interpretative come Giuliana Soscia allora tutto diventava possibile. E avevamo ragione ché il concerto del 19 è stato un successone salutato dal pubblico con grandi e convinti applausi.

Per i lettori di “A proposito di jazz”, Giuliana Soscia è nome familiare dal momento che tante volte è stata oggetto delle nostre recensioni in relazione a concerti e produzioni discografiche. Ciò non toglie che sia comunque il caso di ribadire come la Soscia sia una delle musiciste più preparate e titolate che affollano il nostro universo jazzistico. Nata a Latina, pianista, fisarmonicista, compositrice/arrangiatrice e direttrice d’orchestra jazz, nel 1988 si diploma in pianoforte con il massimo dei voti presso il Conservatorio di musica S. Cecilia di Roma.  Si perfeziona con il M° S. Cafaro allievo di Petrassi e la Prof.ssa A.M. Pernafelli in interpretazione barocca. È maestro pianista accompagnatore nella classe del tenore M° Gabriele De Julis. Vince numerosi concorsi pianistici e intraprende subito un’intensa attività concertistica. Contemporaneamente comincia a studiare fisarmonica jazz e successivamente composizione e arrangiamento per orchestra jazz, conseguendo il Diploma Accademico di II Livello in Composizione Jazz con il massimo dei voti e la lode. Proprio come fisarmonicista e compositrice jazz ottiene probanti risultati affermandosi non solo in Italia ma in tutto il Vecchio Continente. Così nel 2001 vince il trofeo “Sonerfisa” Premio Internazionale città di Castelfidardo come migliore fisarmonicista italiana e nel 2007 il Premio alla carriera.

Nel 2006 fonda il quartetto “Giuliana Soscia Tango Quartet” che dall’anno successivo si avvale anche di Pino Jodice (che diventerà suo marito). Con questa formazione svolge un’intensa attività concertistica presso prestigiosi festivals e teatri in Italia e all’Estero tra cui il San Carlo di Napoli, il Teatro dell’Opera di Ankara, il Brasile, Lima, Addis Abeba… Impegnata con il “Giuliana Soscia Trio” nella divulgazione della composizione jazz al femminile e soprattutto del ruolo della Donna nel jazz, si esibisce in un prestigioso Tour in India in occasione della Festa della Donna 2016.

L’esperienza indiana si ripete pochi anni dopo: è il febbraio di quest’anno quando l’artista è chiamata ad un altro tour promosso dall’ Ambasciata d’Italia in India, dal Consolato Generale d’Italia di Mumbai e di Calcutta, dagli Istituti Italiani di Cultura di New Delhi e Mumbai ad aprire le Celebrazioni dei 70 anni di Relazioni Diplomatiche tra Italia e India. In tutte queste località la Soscia presenta il suo “Indo Jazz Project” che, come già detto, approda finalmente all’Auditorium romano; accanto a Giuliana – composizione, direzione e pianoforte –  ci sono Mario Marzi importante sassofonista di area classica, Paolo Innarella flauto, bansuri e sax soprano, Rohan Dasgupta sitar, Marco de Tilla contrabbasso e Sanjay Kansa Banik tabla.

Ed è davvero stupefacente ascoltare come la Soscia sia riuscita a comporre un repertorio assolutamente omogeneo in cui il sound degli strumenti tipici del jazz e più in generale della musica occidentale si fondono con alcuni strumenti tipici dell’India. Così, nei vari brani, è possibile enucleare parti scritte e arrangiate in chiave jazzistica che, nella parte centrale, lasciano campo libero alle improvvisazioni dei vari strumenti ognuno con il proprio linguaggio pur rimanendo coerenti con la struttura data. Così sitar e tabla improvvisano con i raga intrecciandosi con l’accompagnamento del contrabbasso e del piano. E bisogna dare atto alla Soscia di aver saputo ‘scrivere’ in maniera tale da lasciare il dovuto spazio ai singoli improvvisatori senza tuttavia trascurare la forza e la compattezza dell’insieme. Il tutto impreziosito da alcuni assolo al pianoforte sempre centrati, senza mai eccedere, senza la pur minima voglia di stupire l’ascoltatore con espedienti in un contesto del genere assai facili da trovare… insomma con quella grande onestà intellettuale che nel corso degli anni abbiamo imparato ad apprezzare nell’artista di Latina.

Il concerto si apre con “Samsara” dedicato al ciclo della vita e in particolare – spiega la stessa Soscia “alla mia rinascita, quando ho deciso di mettere un po’ da parte la fisarmonica a causa di un problema di salute e di riprendere a suonare il pianoforte a pieno ritmo”. L’andamento musicale del brano è molto ciclico e ciclico è l’alternarsi delle parti improvvisate di flauto, pianoforte, sax e sitar.

A seguire “Indian Blues” una forma blues in 7/4 con una melodia molto semplice e solare che ricorda i colori dell’India; il pezzo si avvale di una lunga introduzione con parti scritte in uno stile classico contemporaneo e una improvvisazione di solo piano.

Particolarmente gustoso il terzo brano, “Arabeque” dedicato al mondo arabo, a sottolineare questa influenza araba nella cultura indiana. Di grande impatto l’introduzione stile free jazz con percussioni varie e il contrabbasso ‘percosso’ con l’archetto sugli armonici.

A rievocare la maestosità del fiume Gange l’omonimo brano mentre “Alpha Indi” la stella più luminosa del cielo indiano, è un brano dedicato espressamente dalla Soscia a quelle persone che per generosità e bontà d’animo, brillano come una stella nell’universo.

A chiudere “Bloodshed” una denuncia per le stragi, le miserie umane, un brano per esorcizzare il male nella speranza di un mondo migliore.

Gerlando Gatto

Giuliana Soscia e il suo Indo Jazz Project

Foto di Paolo Soriani

E’ possibile immaginare una musica in cui siano presenti elementi tratti dalla musica indiana classica e dal jazz eseguiti da un gruppo di musicisti provenienti da questi due mondi musicali?

Certo, detta in questo modo, l’impresa sembra al limite del possibile, ma se ad occuparsene è un’artista di grandi qualità compositive e interpretative come Giuliana Soscia allora il discorso cambia. E la prova si avrà lunedì prossimo (19 marzo) quando presso la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma la Soscia eseguirà il suo “GIULIANA SOSCIA INDO JAZZ PROJECT”.

L’evento è stato presentato ieri (12 marzo) alla stampa nel corso di una conferenza organizzata presso l’ambasciata indiana a Roma alla presenza dell’ambasciatrice della Repubblica dell’India a Roma, Reenat Sandhu, del prof. Fabio Scialpi dell’Università La Sapienza di Roma, del prof. Adriano Rossi e del dott. Francesco Palmieri rispettivamente presidente e addetto stampa dell’ISMEO. I giornalisti erano stati convocati per illustrare le iniziative promosse nell’ambito delle celebrazioni per i 70 anni delle relazioni Italia – India. Così questa sera alle ore 21, ad ingresso libero, presso l’Accademia Filarmonica Romana ci sarà “A Symphony in Serenity”, un concerto di musica classica indiana del musicista e virtuoso Partho Sarothy al sarod accompagnato da Anandi Chowdhury alle tabla e Ashis Paul al tanpuri. Il concerto è di quelli da non perdere data la statura artistica di Partho Sarothy considerato a ben ragione uno dei più importanti musicisti indiani contemporanei.

Venerdì 23 e sabato 24 marzo presso il Teatro di Villa Torlonia e sempre ad ingresso gratuito, potremo assistere ad uno spettacolo di danza e musica.

Ma veniamo all’evento che più ci interessa in questa sede, vale a dire il progetto di Giuliana Soscia di cui in apertura, progetto presentato dall’Ambasciata della Repubblica dell’India a Roma e dall’ISMEO (Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente).

Per i lettori di “A proposito di jazz”, Giuliana Soscia è nome familiare dal momento che tante volte è stata oggetto delle nostre recensioni in relazione a concerti e produzioni discografiche. Ciò non toglie che sia comunque il caso di ribadire come la Soscia, diplomata nel 1988 in pianoforte con il massimo dei voti presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma, abbia poi intrapreso una brillantissima carriera di fisarmonicista ottenendo straordinari successi nel mondo del jazz… senza comunque del tutto abbandonare il suo coté classico. Ed è proprio da questa doppia valenza di grande fisarmonicista jazz ma anche di apprezzata compositrice e pianista classica che prende le mosse il progetto dedicato alla musica classica indiana.

L’idea comincia a prendere corpo nel 2016, quando in occasione della Festa della Donna, Giuliana si esibisce in un prestigioso tour in India valorizzando il ruolo della donna anche nel mondo del jazz; forte di questo “messaggio” si esibisce in alcuni importanti teatri indiani. L’esperienza indiana si ripete pochi anni dopo: è il febbraio di quest’anno quando l’artista è chiamata ad un altro tour promosso dall’ Ambasciata d’Italia in India, dal Consolato Generale d’Italia di Mumbai e di Calcutta, dagli Istituti Italiani di Cultura di New Delhi e Mumbai. Ed è quindi Giuliana Soscia con il suo concerto ad aprire le Celebrazioni dei 70 anni di Relazioni Diplomatiche tra Italia e India, il 3 febbraio presso “The India Council for Cultural Relations” di Kolkata, il 7 febbraio presso “India Habitat Centre, Stein Auditorium” di New Delhi e il 9 febbraio nell’ambito del Festival “16th East West Music & Dance Encounters from Feb 4 – 18, 2018” a Bangalore.

Adesso è la volta dell’Italia; come accennato in apertura lunedì 19 marzo la Soscia sarà all’Auditorium Parco della Musica coadiuvata da Mario Marzi uno dei più importanti sassofonisti di area classica, Paolo Innarrella flautista che tutti gli appassionati di jazz conoscono assai bene (nonché specialista di bansuri), Rohan Dasgupta al sitar, Marco de Tilla al contrabbasso e Sanjay Kansa Banik alle tabla. Credo non sia neppure il casso di aggiungere che si tratta di un’occasione unica, da non perdere.

Napoli Jazz Fest: tutte le sfumature della passione nella terza edizione del festival, dedicato al contrabbassista Rino Zurzolo

Di ritorno da Napoli, con gli occhi intrisi di bellezza e con le orecchie dove ancora rieccheggiano miriadi di suoni, mi accingo a scrivere della terza edizione del Napoli Jazz Fest, svoltosi dal 4 al 7 maggio nel cuore del Centro Storico e nel nome di Rino Zurzolo, lo storico contrabbassista di Pino Daniele scomparso di recente, al quale anche A Proposito di Jazz ha tributato un affettuoso omaggio. La rassegna è organizzata dall’associazione culturale Napoli Jazz Club, per la direzione artistica di Michele Solipano (nei prossimi giorni pubblicheremo l’intervista che mi ha rilasciato), con la collaborazione dell’Assessorato comunale alla Cultura e del “Maggio dei Monumenti”, il cui filo conduttore tesse affettuose trame di memoria che attraversano la città, tutte dedicate ad uno dei suoi figli più illustri: Totò, nel cinquantesimo anniversario della morte.

Nel mio articolo di presentazione del Festival ho scritto che Napoli è musica e la musica è Napoli. Niente di più vero. A Napoli la musica è ovunque, la si respira in ogni vicolo ed è proprio attraversando questi quartieri, brulicanti di vita e di creatività, che giungo alla Basilica di S. Giovanni Maggiore, chiesa monumentale risalente al VI secolo e restituita alla comunità partenopea, dopo varie vicissitudini, nel 2012.

Entro nell’imponente Basilica per seguire il concerto inaugurale di NJF, giovedì 4 maggio, quello del quartetto della pianista Elisabetta Serio featuring Javier Girotto, valente sassofonista e compositore argentino. Mi accolgono le note di Take Five di Brubeck e sorrido, pensando alla contrapposizione tra la loquela poetica ed estetica del jazz – il profano – e quella complessa e rituale della liturgia religiosa – il sacro!

Mentre la platea si riempie, in prima fila noto il chitarrista Antonio Onorato e alla mia sinistra quel che rimane dello splendido organo Giovanni Galasso del 1890, al cui restauro verrà destinata una parte dell’incasso.

Alle 21.35 sale sul palco Elisabetta Serio, accompagnata da Marco De Tilla al contrabbasso e da Leonardo De Lorenzo alla batteria. La Serio dedica, con grande commozione, il suo concerto a Zurzolo, con cui, spiega, ha avuto il piacere di suonare per 10 anni e grazie al quale ha conosciuto Pino Daniele, entrambi musicisti fondamentali nel suo percorso artistico, al pari delle collaborazioni con i grandi del neapolitan power, come James Senese, Tullio De Piscopo ed Enzo Gragnianello.

Il concerto inizia con “Flou”, una composizione inedita che entrerà nel nuovo album della pianista napoletana, “Liquido”. Il brano si apre con una morbida intro affidata al pianoforte, che ci regala la bella immagine di un’ispiratissima Elisabetta che suona con gli occhi chiusi. Il contrabbasso disegna una linea tersa, quasi sussurrata, giocata sul registro grave, mentre il batterista esegue delicate ed eleganti fioriture ritmiche con le spazzole.

“Il cielo sotto di me” è uno dei brani di “16”, il secondo lavoro della Serio dopo la riuscitissima opera prima “April”, e in questo brano, dalla melodia struggente, si aggiunge al trio anche Javier Girotto.

L’argentino, fondatore degli Aires Tango, suona il suo strumento, per tutto il concerto, con una sfrenata passione, muovendosi sulle note come se volesse instillare la vita al sax… i suoi assolo sono dei veri e propri happening all’interno delle esecuzioni. Javier si alza e si abbassa con un gioco di gambe che enfatizza l’emissione dei suoni, fugge via con note impossibili, stoppa la musica con il ginocchio sollevato (alla Ian Anderson!)… sensazionale!

“April” brano che da il nome all’album, esordisce con un tempo lento che prende subito corpo e vivacità grazie ad uno spunto tematico pulsante e fortemente ritmato, che ben si addice alla verve solistica di Girotto.  Elisabetta e Javier, che suona sia il soprano sia il flauto andino, si guardano spesso e si sorridono durante l’esecuzione di questo brano, la gioia di suonare assieme li unisce in un abbraccio musicale.

In scaletta anche lo standard di Sidney Bechet,  “Si tu vois ma mère” e “Brad”, una dedica speciale al pianista Brad Mehldau, composta da Elisabetta Serio. La partenopea e l’argentino giocano sul palco alla ricerca di nuove sonorità; Javier inserisce la campana del sax dentro alla cassa del pianoforte, suonando corti fraseggi che provocano la vibrazione delle corde, creando così un terzo strumento che ha una gamma di suoni che si propaga in ogni direzione, grazie anche alla riverberazione naturale dovuta alla conformazione architettonica e acustica della Chiesa. “Fil rouge”, composizione originale tratta da “April”, è un brano di grande impatto evocativo che evidenzia il profondo feeling che lega  i componenti del gruppo e dove la batteria di De Lorenzo esprime un groove coinvolgente.

La vincitrice del Premio Massimo Urbani 2016, Emilia Zamuner, sale sul palco, chiamata dalla Serio, per eseguire Afrika, brano composto dalla stessa pianista, con le parole di Giulia Rosa, e interpretata anche da Sarah Jane Morris. La Zamuner è una portatrice sana di energia (sempre che ce ne fosse stato bisogno!) e la sua voce è calda e ricca di sfumature ambrate.

Il finale è irresistibile con il pubblico a scandire una “Smells like teen spirit”, l’anthem dei Nirvana, la band di Seattle di Kurt Cobain, spogliata dagli orpelli rockettari e rivestita di un linguaggio crossover tendente al jazz. Non c’è niente da dire, quando una canzone è bella lo è a prescindere da qualsiasi approccio o intenzione si usi per eseguirla ed io amo la versione originale di Cobain esattamente come amo le sue rivisitazioni, di Brad Mehldau e Joshua Redman, di Patti Smith e di Elisabetta Serio.

Un divertente gioco di parole chiude la serata: “come bis facciamo tris”, dice Elisabetta (che sarebbe “Trees”… ed è inserito nel secondo disco “16”), aprendoti il cuore con la sua musica ma anche con quel suo splendido sorriso e con la sua spontanea, quasi fanciullesca semplicità. L’incontro con Javier Girotto crea nuovi spazi di bellezza e di creatività.

Il 5 maggio, sempre alla Basilica di San Giovanni, completamente sold-out, Chiara Civello, cantautrice romana che ha avuto l’onore di comporre con Burt Bacharach e di cantare con Al Jarreau (uno su tutti),   presenta il suo nuovo progetto discografico cinematico “Eclipse” (Sony Music), il cui titolo è ispirato ad una poesia di Emily Dickinson. Si tratta del suo sesto album, che arriva a tre anni da “Canzoni” e dopo aver scalato, nel 2005, le classifiche mondiali con “Last Quarter Moon”, pubblicato dalla prestigiosa etichetta americana Verve Records.

Si comincia con “Come vanno le cose”, preceduta da un cinguettio di uccelli molto naturale (merito di Marc Collin dei Nouvelle Vague, produttore dell’album, registrato tra Parigi, Rio e New York) che si espande tra le volte della basilica. Chiara Civello, in un outfit total red e chitarra, ha un modo elegante e sensuale di interpretare le canzoni, che portano firme autoriali importanti come quelle di Bianconi, Di Martino, Kaballà e Donà ed hanno come denominatore comune il cinema.

Chiara, alla chitarra, piano e voce, è accompagnata da Tommaso Cappellato alla batteria e dal giovane polistrumentista siciliano Seby Burgio. I tre musicisti propongono un set decisamente minimal, seppure connotato da una notevole ricchezza sonora, dove le atmosfere spaziano dalla disco all’elettronica spinta, senza dimenticare la musica brasiliana, grande passione della Civello, e la grande tradizione melodica italiana, il tutto declinato in un linguaggio jazz contemporaneo.

Nel corso della performance ho ascoltato la bellissima “Cuore in tasca”, scritta da Antonio Di Martino, “Sambarilove”, dal titolo calembouresco cantato in coro da tutto il pubblico, un ballereccio “sambalanço” composto assieme a Rubinho Jacobina e, verso il finale, “Um Dia”, creata in portoghese con il chitarrista brasiliano Pedro Sa.

Piccola nota a parte per la cover di “Parole Parole” dove il canto, ai limiti dell’essenzialità con qualche etereo e incantevole vocalizzo, è contrapposto ad un arrangiamento di organi elettrici anni Settanta.

Divertente la versione di “El Negro Zumbón”, samba scritta da Armando Trovajoli per il film “Anna” di Lattuada, sulle cui note ballava un’ammiccante Silvana Mangano e venerdì anche una provocante Chiara Civello!

Il concerto termina con un bis di quelli che pesano, per quello che hanno rappresentato nella storia della musica. Sto parlando della struggente “The windmills of your mind”, che Michel Legrand scrisse ispirandosi ad una sinfonia di Mozart e che Paolo Jannacci tradusse per il padre Enzo in “I Mulini dei ricordi”

Chiara la interpreta con grande pathos e la sua voce calda e cangiante emerge per pienezza e profondità, anche nel registro basso… “come cerchi dentro un cerchio, nei mulini dei ricordi…”

Ho aperto l’articolo parlando della bellezza che s’è insediata dentro me dopo questo viaggio… ne custodisco il sapore nella memoria e mi sembra perfetto chiuderlo con le parole di Emily Dickinson, ispiratrice di Chiara Civello ma anche mio imprescindibile ed essenziale punto di riferimento:

La Bellezza – non si crea – È. / La insegui, e si dilegua. / Non la insegui, e si insedia.

A Proposito di Jazz desidera ringraziare i fotografi: Alessandro Catocci e Spectrafoto (Elisabetta Serio) e Antonio Siringo (Chiara Civello) per le immagini a corredo dell’articolo.

Leonardo De Lorenzo e il “Meet and Reel”, un crowfunding innovativo

Ogni tanto ci si chiede come si possa riavvicinare il Jazz ad un pubblico più ampio, e magari anche ad un pubblico di giovani. Due settimane fa mi sono trovata ad assistere ad una tra le soluzioni più efficaci: una nuova forma di crowfunding, il “Meet and Reel”.
Questa “raccolta fondi” (di questo parliamo) per finanziare l’uscita di un disco è avvenuta a Napoli, al Godfather Studio, per la registrazione del nuovo lavoro in trio del batterista Leonardo De Lorenzo, in trio con Ettore Carucci al pianoforte e Marco De Tilla al contrabbasso.
Due giorni di sessione aperta al pubblico, ovvero: come nasce un disco di Jazz, registrato live, senza sovraincisioni? Come nasce una musica così complessa eppure così di impatto, che i non avvezzi e non addetti ai lavori percepiscono troppo spesso come tutta improvvisazione e niente regole?
Sold out (il che vuol dire che l’iniziativa – pur nuovissima dalle nostre parti, attira la curiosità di molti) per assistere ad ognuna delle due serate a circa quattro ore di registrazione live e per di più non digitale ma su preziosi nastri analogici, della durata ognuno di mezz’ ora, governati con maestria dal padrone di casa, Massimiliano Pone.
Si entra nel vivo già dalla prima “take”. I musicisti cominciano a suonare un brano soft, per scaldarsi. Alla fine del brano si svela quanta sia l’attenzione ai particolari, quali le difficoltà, quale la complessità della trama, quanto lavoro ci sia a monte e quanto ancora ne occorra per tramutare un’idea in un disco: non c’è modo più efficace di spiegare la musica. Di svelarne i segreti. Di aprire gli occhi su un qualcosa che si è di solito abituati ad ascoltare (come è giusto che sia) come prodotto fatto e finito.
Attenzione: quando i musicisti arrivano in sala registrazione i pezzi naturalmente li hanno già studiati, provati più volte. Non si assiste dunque ad un lavoro ancora in fieri, per quanto, nel Jazz, come sappiamo, anche il fatto che esistano enormi spazi per gli assoli improvvisati ha sempre quel suo lato di imprevedibilità che altri generi musicali non hanno. Si assiste invece al perfezionare, alle fermate per inevitabili imprecisioni da limare, ai dialoghi tra musicisti sul perché quella take vada registrata ancora. Si capisce quale sia la struttura di un brano, cosa voglia dire la cura quasi maniacale sulle dinamiche, quale grado espressivo si voglia raggiungere attraverso pause, crescendo, scambi, quanto sia importante la musica scritta, quanta preparazione occorra anche per improvvisare su quelle parti.
Non c’è forma migliore per la comprensione di quel mistero che è la musica, e di quel doppio mistero che è il Jazz. Ma non è un disvelare meccanico, che ci toglie il fascino dell’ascolto. Anzi, quel fascino aumenta perché si comprendono finalmente lo spessore, la complessità, ed anche la ferrea volontà dei musicisti di esprimere il meglio possibile il significato profondo di ciò che stanno suonando, di arrivare a chi ascolta attraverso quelle sottigliezze che non si immaginava nemmeno esistessero, ma che sono il motivo fondante dell’impatto spesso emozionante di molta musica che si ascolta per la prima volta: solo che non se ne ha consapevolezza. E’ dunque una forma importante di alfabetizzazione musicale, per chi è al di fuori da questo mondo, raggiunta con l’ascolto, con il guardare il lavoro mentre nasce, con la presa di coscienza che la musica, il Jazz, è tutt’altro che una improvvisazione senza regole e senza costrutto.
Il cd del quale ho assistito ad una parte della registrazione si intitolerà “The Ugly Duckling” e vi posso anticipare che ho ascoltato brani originali molto accattivanti, quasi tutti scritti per l’occasione, che è un Jazz denso di swing, di particolarità ritmiche e di giri armonici complessi ma niente affatto ostici, che non mancano assoli di alto livello che il feeling tra De Lorenzo, Carucci e De Tilla è notevole. Che vi saranno anche brani in sestetto (che purtroppo non ho potuto ascoltare) e che l’uscita del disco è prevista a breve.
L’augurio è che questa forma particolare di autofinanziamento prenda sempre più piede: è utile per i musicisti che debbano finanziare la loro musica, ma è estremamente utile anche per far conoscere ed amare il Jazz. In bocca al lupo a Leonardo De Lorenzo per questa nuova avventura.