Il Jazz Italiano in Epoca Covid: è uscito il terzo libro di interviste di Gerlando Gatto

È uscito in questi giorni “Il Jazz Italiano in Epoca Covid” (GG ed.), il terzo libro di interviste firmato dal nostro direttore, lo storico giornalista di Jazz Gerlando Gatto, dopo “Gente di Jazz (2017, due ristampe) e “L’altra metà del Jazz” (2018), pubblicati entrambi per i tipi di KappaVu Edizioni/Euritmica.

Si tratta di un instant book che raccoglie, attraverso 41 interviste, pensieri, speranze, progetti, consigli di ascolto ma anche paure e preoccupazioni di musicisti e musiciste del Jazz italiano, immortalati in un periodo compreso tra marzo e maggio 2020 durante il lockdown dovuto alle misure di contenimento della pandemia da Covid-19.

Tra gli artisti intervistati in “Il Jazz Italiano in Epoca Covid” troviamo: Maria Pia De Vito, Paolo Fresu, Enrico Intra, Enrico Rava, Franco D’Andrea, Rita Marcotulli, solo per citare alcuni di essi, tutti personaggi di riferimento del jazz nazionale, che compaiono nel volume.

Per l’ideazione e la realizzazione dell’opera, Gatto si è avvalso della collaborazione della giornalista musicale Marina Tuni, che ha anche raccolto alcune delle interviste assieme a Daniela Floris (entrambe autrici su “A Proposito di Jazz”).

Gerlando Gatto

Il libro contiene la prefazione di Massimo Giuseppe Bianchi, pianista, compositore e profondo conoscitore della musica del ‘900, che ben delinea lo spirito della pubblicazione: «In questi mesi di pausa forzata i palcoscenici hanno taciuto. Non hanno taciuto però gli strumenti, né le matite cessato di grattar la punta sui pentagrammi. Le idee arpeggiavano sulle corde dei progetti, quantunque ombreggiati dalle preoccupazioni figlie di un tempo calamitoso. Non sono mancati i mille concerti in streaming da casa, eventi coatti che il violinista Uto Ughi, in un’intervista al quotidiano “La Stampa” ha definito “figli della disperazione del tempo che viviamo”. Gerlando Gatto ha pensato di animare questo sfondo plumbeo, spezzando l’incantesimo malvagio con una quarantina di interviste ad altrettanti musicisti. Ha provato ad andare oltre l’analisi stilistica della loro produzione, disciplina per cui l’acuminato giornalista siciliano si distingue nel panorama italiano in tanti anni di acuta e rispettata militanza nella critica. Ha provato e ci è riuscito. Gerlando capisce e ama la musica, rispetta i musicisti e da loro è rispettato nonché, come da qui traspare, riconosciuto quale interlocutore credibile. Ha congegnato una griglia di domande semplice e uniforme quanto variegata al suo interno. Ha voluto, credo, fare quello che un critico non ha tempo o voglia di fare: comunicare direttamente con la persona, abbracciarla. Da poche risposte vien fuori, allora, molto: il privato, lo stato dell’arte, la musica propria e quella altrui, uno sguardo sulla società italiana, ironie, aneddoti e ricordi. Il gioco ha funzionato e tutti hanno vinto».

Gerlando Gatto, instancabile divulgatore della musica jazz, è anche il direttore del seguitissimo portale A Proposito di Jazz ed ha condotto diverse trasmissioni radiofoniche e televisive nazionali dedicate a questo genere musicale; è anche tra gli estensori della “Enciclopedia del Jazz” edita da Curcio negli anni 1981-‘82 e dal 2007 collabora con la Casa del Jazz di Roma, per la quale ha ideato e condotto diversi cicli di guide all’ascolto.

“Il Jazz Italiano in Epoca Covid” è acquistabile online sul sito lulu.com e alle prossime presentazioni nelle librerie… Covid permettendo! (A breve informazioni dettagliate).

Redazione

 

Il Jazz in Friuli Venezia Giulia passa da GradoJazz: un piacevole contagio in musica che oltrepassa le mascherine!

di Alessandro Fadalti –

Dopo tutte le paure, il senso di impotenza e sfiducia che il lungo periodo di quarantena ha imposto a tutti noi, finalmente una boccata d’aria fresca portata dalla musica! Una reazione necessaria, dopo mesi di esibizioni solitarie nelle stantie cantine domestiche o le alternative esibizioni in live streaming sulla rete le quali, seppur innovative, sono state soluzioni raffazzonate per un settore in crisi ancor prima della pandemia globale. L’assenza di calore umano, una mancanza di fisicità, emotività e annullamento dell’esperienza sociale che il palco offre a tutti gli amanti della musica: queste sono le ferite aperte che hanno a malapena cominciato a cicatrizzarsi.

Con l’estate, però, vien dal mare un’allietante brezza che dissolve l’aria stagnante, sicché il festival di cui vi parleremo, con la sua grande affluenza e i tre sold-out, è la concreta dimostrazione della voglia di ripartire, pur nel pieno rispetto delle regole e norme contro il Covid-19. In effetti, gli usi e le modalità di fruizione degli spettacoli che si adattano ai tempi sono l’elemento vincente per combattere quella che in  primavera si prospettava come una stagione di immobilismo culturale.

La seconda edizione di GradoJazz 2020, la trentesima per lo storico festival Udin&Jazz, organizzata dall’associazione culturale Euritmica di Udine, è un simbolo in tal senso. Come ogni anno il festival presenta un cartellone con artisti jazz di grande caratura, di livello nazionale e internazionale, e anche questa edizione, con i suoi otto concerti, dal 28 luglio al 1 agosto nello spazioso e rinnovato Parco delle Rose di Grado, ha rispettato i pronostici. Quasi ironicamente il tema forte ma sottinteso  di quest’anno è stata la contaminazione, che poi è sinonimo di contagio! Tuttavia, mettendo da parte l’ironia, in arte essa assurge a un altro significato e il Friuli è una terra dove la contaminazione culturale fa da padrona e si dirama in ogni dove.

L’apertura non poteva che essere affidata a un gruppo le cui contaminazioni musicali costituiscono il manifesto artistico: i Quintorigo, band romagnola dalle sonorità rock-barocco con incursioni jazzistiche grazie a un organico inusuale (Alessio Velliscig, voce; Andrea Costa, violino; Gionata Costa, violoncello; Stefano Ricci contrabbasso; Valentino Bianchi, sassofoni e Simone Cavia, batteria) uniscono molteplici mondi della musica, reinterpretandoli nel loro stile. Parlando della formazione: Alessio Velliscig, cantante friulano, ha una voce in grado di sopraffare l’orecchio dell’ascoltatore grazie a un registro canoro ampio e a un mirato controllo dinamico. Alessio, dimostra grande tecnica e teatralità, senza scadere in eccessi di poco gusto. Tra i brani più apprezzati ci sono stati alcuni arrangiamenti tra cui “Alabama Song” di Kurt Weill e Bertolt Brecht, che fu anche un successo dei Doors, un duplice tributo a Charles Mingus con “Moanin’” e “Fables of Faubus” infine “Space Oddity” di David Bowie. In essi, la caratteristica che colpisce è quella di saper sorprendere con rimaneggiamenti invasivi, senza che le canzoni perdano la loro unicità. Infatti, a seguito della più classica struttura strofa-ritornello, seguono dei terzi temi aggiunti al brano e delle improvvisazioni al sax dal suono aggressivo rhythm’n’blues o gli archi con il distorsore, districando il gomitolo dei variopinti generi della musica popular. È in conclusione dell’esibizione che il gruppo riserva due pezzi da novanta che sono la matrice di un’idea di fare musica che si avvicina all’estetica del gruppo, ovvero Frank Zappa. Con gli arrangiamenti di “Cosmik Debris” e “Zomby Woof”, tutte le caratteristiche singolari del gruppo sono evidenziate e la sobrietà teatrale del frontman diventa un’esplosione di gesti e movimenti più dinamici e coinvolgenti, accompagnati da svariati salti di registro, spingendosi in acuti lontani dalle corde di un tenore, che vengono sottolineati da espedienti rumoristici degli strumentisti. Quintorigo è la dimostrazione di come “jazz” sia da anni non solo un genere, ma un multiforme modo di concepire l’approccio alla musica.

Il set successivo è stato quello del duo Bill Laurance (pianoforte) e Michael League (basso). Il progetto è una riproposizione di vari loro brani scritti ed eseguiti per altre formazioni, tra cui gli stessi Snarky Puppy. Stiamo parlando di due amici che nella musica ritrovano un’alchimia, che è sensibile dal primo ascolto. Non è un progetto artistico preciso e definito: il repertorio è costituito da brani con continui incastri ritmici tematizzati a cui seguono degli stacchi omofonici e omoritmici in stile funk, che prosegue in improvvisazioni prima dell’uno, poi dell’altro e si conclude riprendendo il tema. A questo, si aggiunge il tocco risolutivo di Laurance che, quasi scherzando, finge una cadenza finale che lascia il pubblico con l’applauso mozzato, un approccio sicuramente non convenzionale. Il duo respira in un ciclo di opposizioni: se il bassista è molto selvaggio, intuitivo ed espansivo con il suo strumento, Laurance è intellettuale, introverso e colto… una sintesi tra il nietzschiano spirito Apollineo e Dionisiaco. Se i vari brani in stile più classico, tra cui “December in New York” e “Denmark Hill” di Laurance, sono quelli in cui l’anima e il flusso del pianista vengono meglio espressi, in contrapposizione vi è l’estro di League, che scaturisce in brani dal sapore funk come “Semente” degli Snarky Puppy o “Spanish Joint” di D’Angelo. La sintesi è comunque altrove, s’insinua in brani come “Two Birds in A Stone”, un inedito scritto da League dove il bassista prende in mano l’Oud, strumento di cui è promettente novizio.
Nonostante l’esibizione sia stata prossima alla perfezione, nel destreggiarsi acrobatico dei brani c’era una schematicità ripetitiva. Laurance si adagiava spesso sulle ottave medie del pianoforte mentre League non sembrava ascoltare sempre il compagno, nei decrescendo dinamici o nei rallentando pareva inseguirlo più che accompagnarlo, asincronia che non è tuttavia pesata su tutto il concerto. Va detto, in conclusione, che la chiave di lettura dello spettacolo è forse quella di due amici che essenzialmente non ne potevano più di starsene chiusi in casa e lontani dai palchi. Si sono ritrovati e hanno mostrato il loro spirito giocoso, fatto di sguardi e sorrisi di complicità. Una gioia per gli occhi e per le orecchie.

Il giorno seguente è Alex Britti ad occupare un palco già molto caldo dal giorno precedente. Sullo schermo sul fondo sovrasta la scritta “jazz” a caratteri cubitali, ma solo alcuni brani hanno forti influssi blues e jazz. “Mi Piaci”, “Bene Così”, “Buona Fortuna” e “Immaturi” sono canzoni fortemente pop con alcune contaminazioni funk, blues e southern rock, mantenendo però uno stile rigoroso alla canzone italiana tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90. Britti sfrutta intelligentemente la sua vena profondamente blues, ma quei brevi call and response, sotto forma di stacchi con la chitarra, tra i versi e i soli pentatonici corti e in struttura sono abbastanza per parlare di blues e influenze? A mio parere no! Ma ecco il colpo di scena. La similitudine più forte per spiegare la sensazione è attraverso una partita di calcio. Un primo tempo stanco con poche palle gol e molte azioni a centro campo a cui segue un secondo tempo dove la squadra si trasforma. Dopo i primi 45′ di gioco scende in campo il trombettista Flavio Boltro. Entra nel vivo del brano, sul concludersi di “Le cose che ci uniscono”, esibendo un solo che mostra le sue indubbie qualità. Il trombettista torinese è rapido nei fraseggi, il linguaggio è molto modale, è un invito a dialogare rivolto al chitarrista, mettendo in mostra la sua anima più virtuosistica. Cambia profondamente anche lo schema dei brani: dopo un’esposizione della canzone in stile pop seguono delle lunghe sessioni di improvvisazione tra i due, tornando al ritornello come finale. Il brano “Jazz” è un fast che fa da modello a quanto illustrato, un vero e proprio rilascio delle qualità artistiche e tecniche di Britti. Il resto della band (Davide Savarese, batteria; Matteo Pezzolet, basso; Benjamin Ventura, tastiere; Cassandra De Rosa e Oumy N’Diaye, cori) è impeccabile, riescono a salire d’intensità con un accompagnamento perfetto durante i solo. Purtroppo ci sono delle note dolenti; nessuno di loro ha avuto un momento per splendere (eccezion fatta per il solo di batteria di Savarese) e, complice un pessimo mastering, le tastiere e il basso erano poco udibili. Infine, lo spazio quasi nullo dato alle coriste. La seconda parte è stata la più interessante, il picco massimo di spettacolarità è un medley acrobatico tra “Oggi Sono Io” e “7.000 Caffè”; dove tra le due canzoni possiamo sentire una versione completa del tema di “Round Midnight” e “Gasoline Blues” che fungono da ponte. La distensione musicale a chiusura si compone di tre hit per far cantare il pubblico. “La Vasca”, “Solo una volta” e “Baciami” hanno fatto alzare il pubblico dalle sedie, personalmente sarebbe stato molto più di classe concludere con il medley, ma è il pubblico a smentirmi.

La terza giornata è stata una pennellata di voci rosa. Doppio set per due cantanti molto interessanti, l’una all’opposto dell’altra per certi versi. Il primo è il duo Musica Nuda di Ferruccio Spinetti (contrabbasso) e Petra Magoni (voce). Il concerto si apre con un arrangiamento di “Eleanor Rigby” dei Beatles. La loro musica funziona molto bene, la cantante si cimenta in acrobazie vocali, salti di registro importanti, cambi di stile, dal bel canto agli espedienti rumoristici che ricordano Cathy Berberian e molto altro. Il contrabbassista ha una sensibilità compositiva raffinatissima, i brani hanno una struttura solida con tocchi fantasiosi che permettono alla Magoni di trovare spazio in slanci vocali. L’impressione generale è che insieme funzionino in maniera assoluta. La diversità di background musicale tra loro è palpabile e crea ricchezza. Spinetti, nei suoi arrangiamenti, fa percepire un’osmosi tra contaminazioni di musica classica, jazz e contemporanea. Petra, d’altro canto, ha un’esperienza come cantante e interprete vicina agli ambienti alternative pop. La qualità attoriale è quel quid che rende i loro brani diversi, unici.
Ne è un esempio “Paint it Black” dei Rolling Stones, su cui incidono un tono oscuro, amplificando i tratti del dolore intrinseco che permea tutta la canzone; oppure il finale con “Somewhere Over The Rainbow” in cui la sensazione di malinconia e speranza viene accentuata con lunghi sospiri e respiri. Nei brani originali come “Qui tra poco pioverà” e “Come si Canta una Domanda” emerge quanto l’uno debba all’altro, Spinetti offre composizioni e arrangiamenti artistici interessanti, mentre Magoni dona la sua imponente abilità ed estro.
La seconda grande voce femminile, nel set successivo, è molto composta e senza sospiri in coda alle note, con una prorompente carica di emotività. Chiara Civello a Grado è accompagnata da Marco Decimo al violoncello e dall’eclettica Rita Marcotulli al pianoforte. Il trio è inedito e fa percepire la sua estetica dal primo brano con un arrangiamento di “Lucy In The Sky With Diamond” dei Beatles. Ricchezza di riverberi e delay, accompagnati da alcuni solerti colpi di Pandero della cantante, violoncello percosso sulla cassa armonica, alternato a lunghi glissando dal registro medio all’acuto con l’archetto. Il risultato è un’atmosfera onirica e trascendentale, superiore all’originale. Si tratta tuttavia di un unicum, in quanto nei brani successivi lo stile vocale della Civello resta fedele a un’ispirazione brasiliana, in una sorta di “Saudade nostrano”; la voce è dolce e malinconica, risaltata da una scaletta fatta di ballad eleganti come “Estate” di Bruno Martino, “Travessia” di Milton Nascimento e “Anima” di Pino Daniele. Il pianismo della Marcotulli è l’altro grande protagonista del concerto: sfrutta tutte le ottave del piano in una libertà assoluta, ondeggia tra i registri in maniera ipnotica, passa dal pizzicare le corde, all’inserire oggetti metallici nella cordiera (pianoforte preparato), per poi toglierli e percuotere le corde bloccandone la risonanza con le dita. Non sta ferma sul seggiolino e a livello espressivo suscita una sensazione di moto perpetuo; oltretutto inserisce note dissonanti a commento della voce e dell’atmosfera dei brani. In sintesi, ricopre all’interno di questo trio un ruolo timbrico, ritmico, melodico, dinamico, rumoristico ed espressivo. Quello che personalmente definisco “pianismo totale”. Ciò che meglio emerge da questo trio è una forte capacità di espressione attraverso una scaletta fatta da brani lenti, eseguiti con un trasporto e sentimento unico. Punctum dolens di questo concerto, per me, la versione poco gradevole di “Bocca di Rosa” di De André, dai toni molto dark e tragici che cozza con il testo del cantautore genovese, nonostante abbia trovato coraggioso l’arrangiamento. Nel finale, tutti gli artisti dei due set sul palco, per un’esplosione di bellezza!

 

Una delle poche giornate di vaga frescura nella bella isola di Grado ci ha regalato l’esibizione del trombettista Paolo Fresu e del suo quintetto (Tino Tracanna, Sax; Roberto Cipelli, Piano; Attilio Zanchi, Contrabbasso; Ettore Fioravanti, Batteria). Ad arricchire l’ensemble, il trombone di Filippo Vignato. Il progetto riprende lo storico album del 1985, rinominato Re-Wanderlust in occasione della performance dal vivo: un fiore all’occhiello per la rassegna! Un jazz dai tratti un po’ desueti, che non sa di aceto, ma è un vino pregiato. Dal primo brano “Geremeas” si capisce la cifra stilistica, il repertorio è in continuo equilibrio tra fast e slow, come “Touch Her Soft Lips and Part” di William Walton. La sonorità è un riferimento che va dal Bebop al Modal, con accenni di Free. Le strutture sono quelle classiche del jazz ma risalta un’instancabile energia dei musicisti, che con grande vigoria aggrediscono ogni solo, esprimendo libertà. Il sestetto può essere diviso in due sezioni per ruolo, quella del trio: piano, basso, batteria e quello dei tre fiati. Questo scisma emerge soprattutto durante le improvvisazioni collettive, dove ogni fiato emette una voce ostinata e sovrappone frasi sopra altre frasi, per nulla scontate e non omoritmiche, concedendosi di oscillare sul tempo. Il risultato è piacevolmente caotico e non ti permette di concentrarti su un’unica fonte sonora, tutti gli strumenti raggiungono una loro vocalità estemporanea, a tratti indipendente a tratti contagiandosi, divenendo isole in un arcipelago, distanti ma interconnesse. La sezione trio fornisce magistralmente un tappeto solido ai fiati, impedendogli di prendere il volo e di perdersi nel loro stesso processo creativo. Molte sono le eccezionalità e finezze da mettere in luce. In “Trunca e Peltunta” il tema ricalca l’estetica melodica monkiana dell’album “Underground”. In brani soffusi come “Ballade”, si riesce a sentire la colonna d’aria uscire dai fiati e in “Favole” si percepisce molto bene come mai Fresu ami il calore del suono del flicorno, unendolo al suono del Rhodes. Con il finale,“Only Women Bleed”, queste caratteristiche del sestetto raggiungono la loro summa, la contaminazione è anche nell’approccio, specie in quei solo collettivi.

Ultima giornata con il concerto del sassofonista Francesco Cafiso e il suo quintetto “Confirmation”, (Alessandro Presti, Tromba; Andrea Pozza, Piano; Aldo Zunino, Basso; Luca Caruso, Batteria), una dedica al Bebop in tributo ai 100 anni dalla nascita del suo massimo esponente: Charlie Parker. Il primo brano è “Tricotism” di Oscar Pettiford, un inizio differente da quello che ci si poteva aspettare. Quelli che dovrebbero essere dei fast sono più lenti del previsto e gran parte del repertorio, fatta eccezione per “Repetition” e “Little Willie Leaps” di Bird, sono brani di artisti coevi dell’era bebop come “Budo” di Miles Davis e alcuni post bebop come “Little Niles” di Randy Weston. La qualità del lirismo e del fraseggio di Cafiso, assieme alla tromba con sordina di Presti, sono i due elementi più significativi. Il duo, sul fronte del palco, trasmetteva le stesse sensazioni della coppia della 52esima strada: Parker e Gillespie. Non è manierismo bebop come potrebbe sembrare, ed infatti nei solo cercano di far dialogare il linguaggio del passato con alcuni espedienti tecnici del jazz non esclusivamente bebop, come il linguaggio modale, i poliritmi e la rinuncia all’approccio armonico in favore di molteplici variazioni sul tema.
Colpisce la qualità espressa da Cafiso, le frasi dove la punteggiatura si avvicina al parlato, con idee fraseologiche articolate anche in otto battute, trovando respiro soltanto a posteriori.
Dal lato ottoni, i solo di Presti erano ricchi di ritmo e staccato a cui contrapponeva una grande ariosità del suono. Quello che è venuto a mancare da parte di tutto l’organico è l’enfasi scoppiettante tipica dei quintetti di inizio anni ’50. La risultante sonora è rattenuta, dando il sentore di una jam session in concerto, dove il classico rhythm change senza alcuna variazione è lo stilema. Fattore che emerge soprattutto da un batterismo che nell’accompagnamento e nei solo dimostra tecnica e tocco pulito, a cui si oppone una non perfetta connessione con il gruppo e un linguaggio accademico da manuale. La conclusione è una buona ma contenuta esibizione, dove a risplendere sono Cafiso e Presti.

Nel gran finale di GradoJazz by Udin&Jazz sale sul palcoscenico Stefano Bollani, che porta un progetto unico, il musical di Lloyd Webber e Rice: Jesus Christ Superstar del 1971, in variazioni per piano solo. Il primo pensiero che ho avuto è stato quello della paura del flop. Il musical è ricco di tanti stili e generi che trovo complessi da racchiudere in un piano solo annullando la varietà timbrica. Non avevo fatto i conti con l’oste, Bollani è riuscito, grazie alle sue spiccate qualità interpretative, a restituire tutti i sentimenti e le caratteristiche dei personaggi del dramma all’interno delle corde roventi dello Steinway. L’arduo compito è stato rispettato in toto. Udiamo delle variazioni sui temi di alcuni pezzi più importanti della rock opera come: “What’s the Buzz”, il trio tra il personaggio di Maria Maddalena, Gesù e Giuda, dove i pensieri di ogni protagonista hanno un’unità melodica che è stata rispettata, mentre la variazione sta nell’improvvisazione sopra di essi, che amplifica al meglio gli aspetti drammaturgici legati al personaggio. Stesso discorso vale per la romantica e triste aria di Maria Maddalena che si questiona su come manifestare il suo amore per il messia in “I don’t Know How To Love Him”. Così come il dissidio interiore di Giuda in “Damned For All Time”, quando vende Gesù ai Farisei, oppure la reazione sconcertata e confusa degli Apostoli in “The Last Supper”. Altrettanto forte, a livello immaginifico, è il turbinio di semicluster nel brano “The Temple”, che corrisponde alla scena in cui Gesù scaccia i mercanti dal tempio e il monologo di Ponzio Pilato in “Pilate’s Dream”. Sono molti gli espedienti musicali che ricalcano in maniera geniale le immagini del film del ’73. Oltre alle già note abilità pianistiche di Bollani è interessante notare come abbia caratterizzato al meglio i personaggi attraverso la musica. Finale da superstar tra ironia e musica, in un serrato dialogo tra il palco e la platea, chiamata a scegliere dieci brani che il pianista unisce a formare un medley.
Metaforicamente parlando, veder finire questa cinque giorni di concerti jazz è stato come entrare nel finale del film Jesus Christ Superstar: tutti gli spettatori salgono in macchina e abbandonano il Parco delle Rose di Grado, così come nel film i fedeli abbandonano l’ultimo grande spettacolo, ovvero la crocifissione, salendo sul pullman da cui sono arrivati!
Commento finale: un elogio ai fonici e al service in primis che per quanto abbiano potuto risentire del periodo di lockdown hanno tutti lavorato con serietà e professionalità, dimostrando quanto il loro compito sia il motore e l’ornamento che permette agli spettacoli dal vivo di essere “vivi”. L’esperienza globale è stata estremamente gratificante. I migliori auguri per l’edizione invernale di Udin&Jazz, annunciata sul palco dal presentatore Max De Tomassi di Radio 1 Rai (partner ufficiale del Festival) e dal direttore artistico Giancarlo Velliscig, che porterà, senz’ombra di dubbio, quel clima jazz che fa respirare a pieni polmoni nell’ecosistema della musica dal vivo.

Alessandro Fadalti

Si ringrazia l’ufficio stampa di GradoJazz by Udin&Jazz e i fotografi: Angelo Salvin, GC Peressotti e Dario Tronchin

 

“Grado Jazz by Udin&Jazz”: un festival all’insegna dell’ottimismo!

Come preannunciato nelle scorse settimane “Grado Jazz by Udin&Jazz” sarà uno dei pochi festival jazz che avranno luogo nel corso di questa travagliata estate 2020. L’occasione è particolare in quanto si festeggia il trentennale di una manifestazione che ha saputo conquistarsi un posto di rilievo nel pur variegato panorama delle manifestazioni jazzistiche grazie alla costante ricerca di una precisa identità declinata attraverso due precise direttive: musica di alta qualità e grande spazio alle eccellenze locali.

Il festival si terrà dal 28 luglio al primo agosto, nel massimo rispetto delle norme anti-Covid, in compagnia di alcune stelle italiane e un’incursione internazionale d’avanguardia con Michael League & Bill Laurance (Snarky Puppy).

Con questa iniziativa “Euritmica”, che organizza il Festival, vuole rispondere alla necessità, da più parti sollecitata, di considerare la cultura per quello che realmente è, vale a dire un bene necessario e vitale. Già con l’iniziativa JazzAid, Euritmica ha voluto dare un importante segnale di vicinanza agli artisti, per rinnovare anche la consapevolezza che… #JazzWillSaveUs. “Grado Jazz” si inserisce in questa logica fornendo una tangibile speranza dato che i concerti si faranno dal vivo in presenza e in sicurezza. E non ci vogliono certo molte parole per spiegare quanto tutto ciò sia costato agli organizzatori anche in termini economici (distanze, sanificazioni, provvedimenti anti assembramento).
I concerti si svolgeranno nel Parco delle Rose, allestito con uno spazioso palco e centinaia di poltroncine distanziate, con un angolo food&drinks ove si potranno gustare i prodotti enogastronomici del territorio.

Ed ora un rapido sguardo al programma.

Martedì 28 luglio apertura con due concerti. Alle 20 saranno di scena i Quintorigo, con il progetto “Between the Lines”. La serata continua alle 22 con lo straordinario duo di Michael League & Bill Laurance (contrabbasso e pianoforte), anime degli Snarky Puppy (già ascoltati a Grado nella passata edizione).

Mercoledì 29 luglio tocca ad Alex Britti in quartetto, protagonista della scena musicale italiana da molti anni con successi quali “Solo una volta”, “Settemila caffè”, “Mi piaci”.

Alex Britti

Giovedì 30 luglio il duo Musica Nuda, vale a dire Petra Magoni (voce) e Ferruccio Spinetti (contrabbasso); dopo diciassette anni di attività, 1500 concerti in tutta Europa, 11 cd, i due continuano a incantare le platee più diversificate.
Alle 22 una prima assoluta: due grandi donne del jazz italiano per la prima volta insieme, la pianista Rita Marcotulli e Chiara Civello (voce e chitarra), supportate dal violoncello di Marco Decimo.

Venerdì 31 luglio l’immagine più rappresentativa del jazz italiano e grande amico di Udin&Jazz, Paolo Fresu; il trombettista sardo porta a Grado “Re-wanderlust”, progetto composto da vecchie e nuove composizioni dello storico Quintetto, nato nel 1984 (Paolo Fresu, tromba e flicorno; Tino Tracanna, sax tenore e soprano; Roberto Cipelli, pianoforte e Fender Rhodes electric piano; Attilio Zanchi, contrabbasso; Ettore Fioravanti, batteria) cui nell’occasione si aggiunge il giovane trombonista Filippo Vignato.

Paolo Fresu 5et feat Filippo Vignato

Finale in grande stile, sabato 1 agosto con un doppio concerto: alle 20 il quintetto di Francesco Cafiso (sassofonista tra i più rappresentativi del jazz europeo) rende omaggio al genio di Charlie Parker nel centenario dalla nascita, con il progetto “Confirmation” (Francesco Cafiso, sax; Stefano Bagnoli, batteria; Alessandro Presti, tromba; Andrea Pozza, pianoforte; Aldo Zunino, contrabbasso).
A chiudere GradoJazz è il piano solo di Stefano Bollani (ore 22) con il suo nuovo progetto “Piano Variations on Jesus Christ Superstar”: una versione totalmente inedita e interamente strumentale dell’opera rock di Andrew Lloyd Webber che custodisce, come un tesoro, l’originale e che è stata registrata per ECM.

 

Gerlando Gatto

Il Jazz ai tempi del Coronavirus le nostre interviste: Rita Marcotulli, pianista e compositrice

Intervista raccolta da Marina Tuni

Rita Marcotulli, pianista e compositrice – ph Luca d’Agostino – Udin&Jazz 2014

–Come stai vivendo queste giornate?
Vivendo in campagna, chiaramente, non ho le problematiche delle persone che vivono in città, non ho quel senso di claustrofobia, di chiusura, quindi mi ritengo fortunata, faccio la casalinga, faccio di tutto, pulisco, faccio la giardiniera, cucino e devo dire che mi piace! In realtà suono molto poco proprio perché in questo momento sospeso – e lo è in tutto il mondo – tutto sommato sto riscoprendo delle cose che non faccio mai, per cui anche nelle attività più semplici trovo un piacere; peraltro, sai, per noi che viviamo quasi sempre fuori, girando e viaggiando in continuazione, devo dire che non mi capitava forse da 35 anni di rimanere a casa per più di un mese! Quindi me lo sto godendo così, essendo di  indole positiva cerco di trovare anche nella situazione più tragica qualcosa di buono. Questo stato ti fa riflettere, alla fine devo dire che tutto sommato la sto vivendo abbastanza bene, sono tranquilla in questo momento.

-Come ha influito la situazione attuale sul tuo lavoro e  pensi che in futuro sarà lo stesso.
Come riesci a sbarcare il lunario in questo periodo?
Il nostro settore è stato quello più penalizzato, siamo stati i primi a smettere di suonare e saremo gli ultimi a riprendere. La situazione economica è abbastanza disastrosa, nel senso che siamo tutti senza lavoro e non sappiamo quando ricominceremo. Io, fortunatamente, ho messo da parte un po’ di risparmi e quindi sto vivendo con quelli, però è tutto un’incognita; se il lavoro non riparte saremo in grande difficoltà. Comunque, in questo momento sto facendo un film, per cui a casa, per fortuna, un pochino lavoricchio, tuttavia siamo tutti sulla stessa barca. Sai, qui mi sono creata un orticello, ho le mie zucchine, i pomodori e poi devo dire che se uno sta a casa spende molto poco, quindi stiamo molto attenti e utilizziamo i soldi per fare la spesa, quel minimo indispensabile. Siamo tutti nelle mani di Dio e non sappiamo come andrà a finire questa cosa… non si possono fare previsioni certe, solo supposizioni, dobbiamo trovare la forza in noi, credere che finirà presto e che troveremo il modo di farcela.

-Vivi da sola o con qualcuno? E quanto ciò risulta importante in questo delicato momento?
È molto importante avere qualcuno in casa, penso a tante amiche e a tutte quelle persone che vivono da sole… Io in questa situazione mi sento un po’ orsacchiotta, nel senso che ci si abitua a tutto e quindi alla fine anche la solitudine ha un suo perché… cioè, io non sono da sola, ho mio marito, mia figlia, tre cani, due gatti e mi fanno tanta compagnia, dunque non sento così tanto la solitudine… Quello che mi manca sono le amiche, le persone care. Mi chiedo, però, “sarò pronta a rivederle?”; anche qui avverto questo stato di sospensione, ormai sono più di quaranta giorni che siamo isolati e quindi c’è una strana percezione…

-Pensi che questo momento di forzato isolamento ci indurrà a considerare i rapporti umani e professionali sotto una luce diversa?
Indubbiamente! A volte ho come la sensazione di stare vivendo in una fiaba, nel bel mezzo di un sortilegio per cui ti ritrovi bloccata oppure in un film di fantascienza, dove c’è qualcuno che ti ha messo alla prova. La cosa certa è che non dobbiamo mai dare niente per scontato, perché in realtà niente lo è mai, nel senso che è la vita stessa a non essere scontata, tutto può cambiare e trasformarsi da un momento all’altro. L’insegnamento è che dobbiamo “vivere”… anche adesso. Ci lamentiamo di dover stare in casa ma io ho degli amici, anche molto cari, che hanno perso una parte della famiglia, delle situazioni veramente disastrose… c’è gente che vive al Nord che sente solo ambulanze e campane che suonano a morto. Io mi ritengo fortunata anche per questo, perché noi stiamo vivendo tutt’altra situazione. La vita ci porta continuamente a pensare ed io cerco di imparare a vivere nel presente… viviamo adesso, in questo momento, e cerchiamo di godere delle cose belle senza troppo scervellarsi, anche quando la mente va… e pensi… pensi… pensi… fai supposizioni… “come sarà, come non sarà?”. Questa agitazione, quest’ansia, questa paura alla fine è la paura di un pensiero, che però non è certo, nel senso che nessuno può sapere come andrà, quindi secondo me bisogna vivere un po’ con filosofia, per riuscire a godere anche di questo momento di attesa fermandosi un attimo, per leggere un libro, per provare a ritrovarsi con sé stessi, per guardare un bel tramonto.

-Credi che la musica possa dare la forza per superare questo terribile momento?
Assolutamente! Non potrei immaginare un momento così tragico senza bellezza, la musica così come l’arte; soprattutto, penso che la musica sia terapeutica. Ho visto che in qualche ospedale, al Nord, a Brescia, hanno donato un pianoforte e un medico lo suonava dicendo che quella era energia… Io credo di capire che cosa significhi lavorare in un ospedale come quello, dove c’è così tanta tensione, dove il malato ha bisogno di energia e il personale sanitario deve cercare di trasmettergliela… e dove possono trovarla se non attraverso un momento di leggerezza, che sicuramente la musica ti può dare? Quindi cercano di lavorare con la musica, di condividerla, di cantare e questo, secondo me, aiuta, può contribuire anche ad alzare le difese immunitarie, in questo momento anche questo può aiutare e l’unica cosa che possiamo fare è tirare fuori quello spirito, quella forza, quel coraggio e anche, se possibile, un po’ di allegria… abbatterci e criticare non serve a niente.
Abbiamo sentito di complotti cinesi, americani e via discorrendo ma sono tutte supposizioni. Certo, tutto può essere, però non ci serve saperlo in questo momento, ora è importante rendersi conto che siamo tutti sulla stessa barca e io sono d’accordo con Mattarella quando dice che ci vuole l’unità. Siamo tutti esseri umani, gli errori si fanno, si sa, l’Italia è un paese contraddittorio… abbiamo delle qualità meravigliose ma poi… “siamo italiani” e c’è sempre qualcosa che non va, che non funziona… è proprio il nostro modo di essere. Siamo tutti così e quindi, in questo senso, potrebbe essere una rinascita in meglio, capire, vedere, riflettere e soprattutto metterci in discussione, insomma… smettere di criticare questo o quello…

-Se non la musica a cosa ci si può affidare?
Al buon senso, ovvero al senso della vita e al modo in cui ti rapporti con essa… alla beatitudine di vivere. In questo momento di grande incertezza è l’unica cosa alla quale ci si può appigliare.

-Quanto c’è di retorica in questi continui richiami all’unità?
Non so se ci sia retorica… io vedo che c’è sempre gente che continua a lamentarsi, che critica e basta. È un po’ quello che ti dicevo prima… ora serve forza, unione, comprensione per uscire da tutto questo. Bisogna essere uniti, non ci serve adesso questo continuo contraddittorio. Io paragono questo momento al dopoguerra e questo dovrebbe farci riflettere.

-Sei soddisfatto di come si stanno muovendo i vari organismi di rappresentanza?
Se intendi quelli legati alla nostra categoria, beh, credo che per la prima volta si sia compreso veramente che dobbiamo essere uniti. È solo con l’unione e con la partecipazione che riusciremo a fare qualcosa: non è utile a nessuno criticare senza far seguire il  “fare”. Bisogna provarci! Poi, è ovvio, siamo esseri umani e lo sbaglio è sempre dietro l’angolo ma se c’è il desiderio e la voglia è proprio questo il momento in cui possiamo ritrovarci. Certo, le teste sono tante e non è mai facile riuscire a mettere tutti d’accordo, però se uno si prefigge un obiettivo, perché non contribuire per portarlo tutti insieme a termine?

-Se avessi la possibilità di essere ricevuto dal Governo, cosa chiederesti?
Mah… il nostro settore è sempre stato tra i più penalizzati perché la musica, soprattutto, non è mai stata considerata un lavoro. Ho letto di recente un’intervista a Francesco De Gregori che parlava della visione che parecchi hanno in Italia dei musicisti:  “Mi capita di andare a una festa e sentirmi dire ‘dai, perché non ci canti una canzoncina?’. Nessuno nella stessa situazione chiederebbe a un dentista di levargli un dente”.
La musica è un lavoro e nessuno si rende conto di quanta disciplina occorra per riuscire a suonare a certi livelli… non basta una vita, è una missione. Si studia per sette, otto ore al giorno, ci vuole un tale impegno… non puoi permetterti svogliatezza. Chi non lo comprende ignora qual è la vita di un musicista, specialmente se professionista.
Io suono da quando avevo 16 anni, penso si possa immaginare la fatica che ho fatto per avere dei frutti da questo mio lavoro di tutta una vita…
Negli altri paesi europei, in Francia, ad esempio, ci sono altri sistemi, altri parametri, hanno un’altra organizzazione, anche fiscale; è tutto più trasparente, i musicisti prendono millecinquecento euro al mese; certo pagano tante tasse e devono suonare un certo numero di ore ma, una volta fatte, hanno un supporto economico. So che magari non sarebbe giusto fare certi confronti perché alcuni paesi sono magari più ricchi ma in Germania, in questo particolare momento hanno ricevuto cinquemila euro… noi non abbiamo niente, zero, zero, zero… Io non sto prendendo niente e mi sento fortunata perché ho qualche risparmio, altrimenti non saprei come vivere. Si, i seicento euro, ma non so nemmeno se ci rientreremo, al momento a me non è arrivato niente. Comunque, seicento euro ti servono solo per mangiare, non ti bastano neppure per pagare le bollette…
Però mi rendo conto che siamo in uno stato di emergenza e che il nostro Stato deve fare i conti con il debito pubblico, sono cose che vanno valutate e se hai un minimo di coscienza devi tenerlo in considerazione. Ci vorrebbe un’organizzazione diversa ma anche l’onestà di tutti i cittadini… gli italiani  dovrebbero cambiare testa…
Ti faccio un esempio, il mio compagno veniva qui da me in vacanza e in quel periodo non lavorava. Avrebbe comunque avuto diritto ad un sussidio dal suo Stato ma non lo prendeva, non si sarebbe mai permesso di prenderlo. Lo Stato è al tuo servizio, se ti serve qualcosa è presente ma lo è anche perché tu paghi regolarmente. È tutto chiaro e cristallino.
Qui ci sono altri parametri, per noi lo Stato è sempre lì per fregarci invece che tutelarci. È proprio un atteggiamento mentale che andrebbe cambiato e io spero che quello che stiamo vivendo ora possa servire anche perché ciò avvenga, io me lo auguro.

-Hai qualche particolare suggerimento di ascolto per chi ci legge in questo momento?
Dipende sempre dagli stati d’animo. Se ho voglia di mare e di estate ascolto sempre Elis Regina che mi porta in Brasile, nella musica melodica e armonica, come in “Essa Mulher”, un album che ho consumato, oppure Jobim con Elis regina (“Elis & Tom” N.d.A); mi piace molto João Gilberto, amo molto la musica brasiliana. Ascolto anche pop, Björk, ad esempio. Poi  Miles, Keith Jarrett… tutta la musica! In realtà non ti saprei dare un suggerimento più preciso, dipende dal mio stato d’animo. L’altra mattina ascoltavo Béla Bartók, “Allegro barbaro”… Ora sto scrivendo la musica per un film, quindi mi metto lì e compongo… Io consiglio comunque di ascoltare tanta musica, che sia classica, jazz, pop, indiana… insomma, andate a curiosare!

Da Udin&Jazz una botta di ottimismo…

Buongiorno a tutti.
L’altro ieri mi è arrivato uno di quei tanti disegni, filmini, foto che attualmente circolano su FB. Il giochino era interpretare una foto nella maniera più corretta possibile. Bene, io in quella immagine ho visto un bidone della spazzatura che galleggiava nell’aria; solo in un secondo tempo mi sono accorto che l’illusione ottica era dovuta ad una macchia di umidità sotto il bidone. Troppo tardi! La spiegazione annessa alla foto diceva che se avessi visto, per l’appunto, il cassonetto galleggiare per aria significava che la forzata reclusione stava avendo su di me effetti deleteri. Ed in effetti non stento a crederci.

Scherzi a parte (ma vi assicuro che quanto narrato è vero) la situazione si fa sempre più pesante anche perché non si riesce ad avere una, che sia una, indicazione certa sulla ripresa. Ho sentito dire che per gli over 70 si preannuncia una reclusione forzata fino a tutto dicembre. Non ci voglio credere ma sarebbe una misura pazzesca che non credo incontrerebbe molti favori.
In questo quadro così cupo, il settore delle arti e quindi del jazz non se la passa particolarmente bene, come dimostrato dall’inchiesta che stiamo conducendo su questo stesso spazio. Certo le iniziative anche a scopo solidaristico non mancano, ma sono ben poca cosa nel mare magnum della desolazione che ci circonda.
Di qui la necessità almeno di segnali positivi, incoraggiamenti che ci inducano a ben sperare nel futuro.

È in questo quadro che si inserisce l’iniziativa di Udine Jazz 2020 che, ben conscia delle difficoltà che si frappongono al normale svolgimento dell’annuale Festival, ha tuttavia deciso di rendere noto il programma. Anche questa edizione – particolarmente importante perché si tratta del trentennale – si articolerà attraverso una serie di concerti che toccheranno diverse località della regione, partendo da Udine, passando per Tricesimo, Cervignano, San Michele del Carso, Aquileia, approdando a Marano Lagunare con Borghi Swing per chiudersi a Grado, con GradoJazz, per gli eventi clou della manifestazione.

E che si tratti di eventi clou non c’è dubbio alcuno dati i nomi degli artisti già sotto contratto (che ovviamente si spera di non dover disdire): il Quintetto dell’ambasciatore del jazz nel mondo, il grande pianista Herbie Hancock, per il tour dei suoi ottanta anni; il gruppo guidato dal funambolico chitarrista degli statunitensi Vulfpeck, Cory Wong; la reunion dello storico quartetto di John Patitucci, tra i più influenti bassisti contemporanei; gli Ozmosys del grande drummer Omar Hakim con il featuring dell’avveniristico chitarrista Kurt Rosenwinkel; la Jazz Diva Dee Dee Bridgewater, con la sua travolgente vocalità; il mitico Gilberto Gil, padre della musica carioca degli ultimi decenni, preceduto da Mahmundi, una delle più talentuose interpreti della nuova musica brasiliana.

Non meno prestigiosa la presenza degli italiani: Stefano Bollani con il nuovissimo progetto solistico ispirato al musical Jesus Christ Superstar; il duo Paolo Fresu/Daniele Di Bonaventura, nel segno di un lirismo dagli aromi mediterranei; la pianista Rita Marcotulli con la cantante Chiara Civello, per la prima volta insieme sul palco; Mauro Ottolini con la sua Orchestra dell’Ottovolante e la vocalist Vanessa Tagliabue Yorke; e ancora Enzo Favata con il suo The Crossing 4et; il bassista Danilo Gallo, tra le più innovative figure del jazz nazionale; Roberto De Nittis “Dada”, pianista, premio Top Jazz 2019 come miglior nuovo talento italiano; i friulani (che in questo festival mai mancano) Claudio Cojaniz/Giovanni Maier, nuovamente insieme; il trio della vocalist Alessandra Franco con Anna Garano e Simone Serafini; il compositore e arrangiatore Bruno Cesselli; Max Ravanello con un ensemble di 6 tromboni, e la Udin&Jazz Big Band, con i migliori giovani talenti regionali di nuovo assieme…

Peccato non ci sia Massimo De Mattia un musicista che ascolto di rado ma che mai finisce di stupirmi con la sua straordinaria lucida inventiva.

Gerlando Gatto

La scomparsa di Jon Christensen, vero innovatore del linguaggio ritmico

Non si può certo dire che questo 2020 sia iniziato sotto i migliori auspici per il mondo del jazz: dopo la recente scomparsa a 66 anni del pianista Lyle Mays, il 17 febbraio ci ha lasciati Jon Christensen uno dei più grandi batteristi degli ultimi anni.

Per chi scrive, Christensen è legato ad una delle stagioni più entusiasmanti della sua vita: a cavallo tra l’82 e l’83 abitavo a Stavanger ed ero divenuto amico del gestore del locale jazz club, Terry Nilssen-Love, pittore di vaglia nonché padre del celebre batterista Paal Nilssen-Love (classe 1974) che ho quindi conosciuto sin da bambino. Ebbene, “approfittando” di questa amicizia, quasi ogni sera ero lì, al jazz-club di Stavanger dove ho avuto l’opportunità di conoscere moltissimi musicisti norvegesi e non. Tra questi c’è stato anche Jon Ivar Christensen, personaggio straordinario tanto sul palco quanto al di fuori di esso.

Nato a Oslo il 20 marzo del 1943, Jon è stato uno degli artefici di quel movimento non solo musicale che ha completamente cambiato il volto del jazz europeo…e probabilmente anche di quello internazionale. La sua carriera inizia presto quando nel

1961 è membro prima del quartetto di Arild Wikstrøm e quindi del trio di Egil Kapstad e Karin Krog; particolarmente fruttuoso il periodo dal 1962 al 1965 quando incontra e suona con parecchie star di carattere internazionale quali Bud Powell, Don Ellis e Dexter Gordon. Negli anni a venire particolarmente importanti il 1964 quando ha inizio la collaborazione con Jan Garbarek, il 1975 quando viene eletto “Drummer of the Year” dalla “European Jazz Federation”, il 1976 quando esce il primo e se non erro unico album sotto suo nome, “No Time for Time”, con Arild Andersen al basso, un giovane Pål Thowsen alla seconda batteria e Terje Rypdal alla chitarra, album che gli vale lo “Spelleman award” premio conferito agli artisti musicali norvegesi, equiparabile ai Grammy Awards.

Per tutto il periodo successivo, Christensen è rimasto sulla cresta dell’onda e non c’è anno in cui non abbia prodotto qualcosa di interessante, imponendosi come il batterista preferito in casa ECM…ma in questa sede sarebbe assolutamente inutile ripercorrere passo dopo passo quella che è stata una carriera semplicemente straordinaria, e mai come in questo caso l’aggettivo è pertinente. Mi limito a ricordare solo le sue collaborazioni con musicisti italiani: nel 1993 incide con Rava “L’Opera Va”, per la Label Bleu, dedicato a una rivisitazione del melodramma italiano nonché le incisioni con Rita Marcotulli e Paolo Fresu che su Facebook ha ricordato con parole commosse l’amico scomparso “È venuto a mancare prematuramente Jon Christensen, uno dei più innovativi e raffinati batteristi jazz della scena contemporanea. Più volte presente a ‘Time In Jazz’, ho avuto l’onore di condividere con lui i palcoscenici europei con il gruppo Heartland assieme a David Linx e Diederik Wissels. Un pezzo di storia che se ne va ma che lascia il testimone a tanti musicisti contemporanei. Un pensiero va alla moglie Ellen Horn e alla sua famiglia oltre che all’amico Palle Danielsson, con il quale formava una delle sezioni ritmiche più elastiche e fantasiose della storia recente”.

Probabilmente, quindi, è più importante chiedersi quale sia stato il contributo che il batterista norvegese ha dato allo sviluppo del jazz. Ebbene, sotto questo profilo io credo che la lezione di Christensen sia paragonabile a quella di alcuni batteristi afro-americani come Jack DeJohnette, Tony Williams e Roy Haynes. Non è certo un caso che dal suo modo di suonare abbiano preso spunto altri due eccezionali batteristi norvegesi quali Audun Kleive e il già citato Paal Nilssen-Love. Personale la sua concezione del ritmo, concepito in maniera ‘elastica’ ed eseguito in termini di ‘ondate sonore’, il tutto impreziosito dal suono secco del piatto vero e proprio suo marchio di fabbrica. Come sottolinea acutamente Massimo Giuseppe Bianchi, non solo eccellente pianista ma anche attento ascoltatore e critico musicale, Jon Christensen “non si limitava a delineare i ritmi, ma estraeva colori dalla batteria, strumento timbricamente poverissimo, che sotto l’effetto delle sue bacchette si trasformava nella tavolozza di un pittore manierista”.

Ma i riconoscimenti nei confronti di Jon non vengono solo adesso che se n’è andato; sono stati molti, negli anni scorsi, i giornalisti e i critici che si sono espressi in maniera lusinghiera nei suoi confronti; così ad esempio Ken Micallef, batterista egli stesso nonché critico musicale, sulla rivista “Modern Drummer” nell’agosto del 1995  scriveva che Christensen “ha contribuito a lasciare un’impronta unica e originale nel jazz, un’impronta che nel corso dei suoi quarant’anni di carriera, ha solo potuto approfondirsi. In Norvegia e all’estero, la sua informale ed elastica interpretazione del tempo, e lo stile straordinario con i piatti, hanno contribuito alla definizione del suono della musica ECM”.

Insomma un’altra grave perdita per la comunità del jazz, una perdita con non sarà facile rimpiazzare.

Gerlando Gatto