Anche il Festival di Sanremo si è inceppato

Come sanno quanti seguono questo blog, fino a qualche anno fa avevo l’abitudine di commentare i risultati del Festival di Sanremo. Poi viste le polemiche, spesso senza senso, che tutto ciò provocava, ho finito col lasciar perdere.

Ma, come spesso accade, ogni pazienza ha un suo limite e tale limite questa volta è stato ampiamente superato. Abbiamo assistito a qualcosa che fa il paio con quanto accade nella società dando ragione a quanti affermano che il Festival è in qualche modo lo specchio del Paese reale. E allora il Paese è fermo, impallato, bloccato e il Festival si è impantanato sulle secche di un regolamento tanto assurdo quanto incomprensibile.

Ma, prima di entrare nel vivo del problema, è necessario porre alcune premesse. Innanzitutto non entro nel merito di chi ha vinto o non ha vinto ché, come dice l’amico Massimo Giuseppe Bianchi, “commentare queste cose è impossibile poiché per commentare il nulla musicale ci vorrebbero armi dialettiche troppo affilate che forse non sono state ancora inventate”.

Allora il problema si sposta su chi decide cosa. Il regolamento di quest’anno – lo riassumiamo in poche righe – si basava sul concorso di tre giurie: quella popolare (che si esprimeva con il televoto a pagamento) quella della sala stampa e quella della cosiddetta “giuria di qualità”.

Ora una giuria per essere tale deve basarsi su determinate competenze. Mi spiego meglio: se è previsto un televoto (ripeto a pagamento) allora significa che si vuole premiare la popolarità di un artista, a scapito forse della qualità. Viceversa se si dà la prevalenza ad una giuria di esperti, allora si vuol dare preminenza alla qualità (o presunta tale).

Ma è proprio qui che casca l’asino. Una giuria di esperti dovrebbe essere veramente tale, ma nel caso di Sanremo è davvero così?

Consentitemi di avere qualche ragionevole dubbio. Innanzitutto la giuria della sala stampa è composta da circa quattrocento giornalisti, di tutte le testate italiane; ora avendo ben presente in quale considerazione sia tenuta la musica dalla carta stampata, a come vengono pagati quanti si occupano di questo settore, mi sembra più che ragionevole avanzare qualche dubbio sulla competenza in oggetto. Non aiuta poi la notizia che qui di seguito riportiamo senza commenti. Si tratta di un video postato sui social da Francesco Facchinetti. Siamo al momento finale della kermesse, alla proclamazione del vincitore. Ma si inizia, ovviamente, dal terzo posto. E quando Claudio Baglioni annuncia che in terza piazza ci sono i tre tenorini de Il Volo, si scatena il delirio. In molti, anzi moltissimi, esultano. E c’è anche una donna che urla: “Mer***”. Facchinetti, in calce al video e riferendosi ai giornalisti che insultavano i tenorini, ha commentato: “Io vi prenderei a calci in cu*** fino alla fine del mondo: idioti, cogl*** e buffoni”. E questi giornalisti vi sembrano in grado di valutare alcunché? E, mentre ci siamo, quanti di questi che votano sono davvero “giornalisti” ché non basta scrivere (male) qualche articolo per essere considerato “giornalista”

Ma non basta in quanto oltre a questa cosiddetta giuria ce n’era un’altra pomposamente chiamata “giuria di qualità”. Ma vediamone più da vicino i componenti: Mauro Pagani (musicista), Elena Sofia Ricci (attrice), Ferzan Ozpetek (regista, sceneggiatore e scrittore turco naturalizzato italiano), Serena Dandini (conduttrice televisiva e autrice televisiva), Claudia Pandolfi (attrice), Beppe Severgnini (giornalista, saggista, umorista, opinionista, accademico italiano e chi più ne ha più ne metta…peccato che non risulta particolarmente esperto in fatti musicali), Camilla Raznovich (conduttrice televisiva) e Joe Bastianich (chef e musicista). Quindi solo due soggetti su otto hanno specifiche competenze in materia. E allora che cavolo di “giuria di qualità” è?

Come se ne esce? Secondo me sciogliendo l’equivoco. Si vuol fare di Sanremo un festival davvero di qualità? Allora si selezioni una giuria non mastodontica e composta di “veri” esperti e si lasci loro l’onere di decidere.

Si vuol conservare il carattere nazional popolare del Festival? Allora si lasci la parola agli spettatori (che, lo ripetiamo, per votare pagano mentre i cosiddetti giudici sono lì certo non a loro spese).

Ma evitiamo quanto accaduto quest’anno che il voto popolare sia stravolto da due giurie composte nel modo che abbiamo illustrato.

 

P.S. La Berté meritava un premio se non altro per la straordinaria carriera; qualcuno spieghi a Ultimo che al momento non è nessuno e che se non mette da parte la boria che lo ha contraddistinto nel dopo Festival non andrà da alcuna parte.

Massimo Giuseppe Bianchi svela Bach attraverso il tempo

CD Decca 4814521 / Digitale

Un autore può dirsi immortale se nel futuro altri grandi autori non ne potranno mai prescindere. Il che vale per ogni arte: letteratura, arti figurative, musica. Bach è certamente autore immortale, e non occorre in questo articolo darne le prove, tanto più che chi vi scrive non è certo in grado di parlare di Bach: ma di ascoltarne una interpretazione sì.

E poi le prove dell’immortalità di Bach ce le fornisce Massimo Giuseppe Bianchi, che in questo disco con la prestigiosa casa discografica Decca decide di svelare a chi ascolta come Bach abbia attraversato il tempo, filtrato dalla grande personalità artistica di quattro autori magnifici: Ferruccio Busoni, Max Reger, Franz Liszt, CésarFranck.
Ma non pensate che Bianchi ripercorra questa sorta di metalinguaggio musicale bachiano tenendosi distaccato e lontano da ognuno di questi musicisti, Bach compreso.
Perché nella musica colta, chi esegue anche in maniera rigorosa le composizioni altrui, non è mai pedissequo, ma, se artista a sua volta, che è il caso di Bianchi, filtra l’opera con il proprio sentire e con il proprio personale linguaggio, nonché con il proprio tocco, anche quando, come in questo caso, a monte di tutto il lavoro c’è un severo studio filologico, e una cultura del rispetto delle intenzioni degli artisti che vengono eseguiti.
Dunque in questo ambizioso progetto di rilettura di un titano della musica attraverso quattro grandi compositori, ciò che si ascolta è il miracolo dell’eternità di quella stessa musica, ove per eternità si intenda la capacità del rimanere viva, di riuscire a rimanere “coeva” pur risalendo a secoli prima: Bach travalica il 700 e giunge e rinasce nel 900 in Ferruccio Busoni, che ne trascrive la celeberrima Toccata e Fuga in Re minore BWV 565. Un suo tema dall’ opera 81 diventa la matrice preziosa di Variations ad Fugue on a theme of J.S. Bach di Max Reger. Franz Liszt a lui si ispira per Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen Variations on Bach Cantata,S.179, facendone quasi una dolente visione onirica. Infine César Franck, con Prélude, Corale et Fugue, mostra come un mondo sonoro apparentemente lontano da Bach sia in realtà così intimamente a lui legato. Per chi sia bravo a coglierlo, lo cita, addirittura, ma non occorrono citazioni: Bach si staglia evidente nella solennità grandiosa e quasi drammatica dell’andamento del Preludio, o in quello placido ma struggente del Corale, o in quello contrappuntistico della Fuga.
Massimo Giuseppe Bianchi infine approda a Bach, senza mediazioni se non quella delle proprie sapienti mani con il Capriccio sopra la lontananza dal fratello dilettissimo, in cui la difficoltà è di certo data anche dal dover interiorizzare per poi esprimere, ed evocare, un sentimento profondamente umano e in questo caso molto definito: la nostalgia di un fratello.
Il virtuosismo, che Massimo Giuseppe Bianchi dimostra possedere non certo come qualità fine a sé stessa ma come possibilità ulteriore di espressività, emerge in tutti i brani di questo disco prezioso: prezioso perché testimonianza di un’eterno “esserci” di Bach in tutta la musica a lui successiva. Prezioso perché testimonianza di quanto ogni artista metta sé stesso e qualcosa di inedito e mai udito prima, nonostante il grande passato che lo precede e che lo ha formato.
Ed infine, prezioso poiché mostra che chi esegue musica non propria, se è a sua volta un vero musicista, imprime molto di sé a quell’opera: non a caso Massimo Giuseppe Bianchi è anche improvvisatore di grande personalità. Solo chi ha personalità può, come Bianchi in Around Bach, raccontare la grande musica in maniera così affascinante: come dire, Shakespeare letto da un corretto e didascalico doppiatore è un conto, letto da un grande attore è tutt’altra questione.

 

“A proposito di jazz” cambia pelle

Cari amici,

anche il 2016 sta per andare in archivio e quindi ci sembra giusto tracciare, insieme a voi, un bilancio della nostra attività. Consentitemi, quindi, di iniziare queste poche righe con un sentito ringraziamento ai nostri lettori che ci seguono con affetto non risparmiando elogi.. ma anche critiche il più delle volte ben motivate. Il numero di chi ci legge è in costante crescita tanto che chiuderemo l’anno con un incremento del 20% nelle visite e oltre il 100% in più di pagine viste. Anche la frequenza di rimbalzo è scesa quasi a niente (15%). Ovviamente il buon successo dipende, sarebbe sciocco nasconderlo, anche dalla  buona qualità del servizio offerto e al riguardo è doveroso un ringraziamento ai miei più stretti collaboratori, Simone Minzi, che sin dall’inizio ha fornito quel supporto tecnico senza cui “A proposito di jazz” mai sarebbe esistito, e Daniela Floris che, venuta subito dopo a barca avviata, è stata  fondamentale per far lievitare il tasso qualitativo del sito, dato che a mio avviso (e non solo a mio avviso) è uno dei pochissimi personaggi che quando scrive di musica sa cosa dice avendone studiato i più intimi meccanismi ed essendo perciò in grado di capire esattamente cosa i musicisti stanno facendo.

Nell’intento di allargare i nostro orizzonti abbiamo acquisito altri collaboratori che condividono con noi la passione per questa musica dato che, come dirò più avanti, quel che ci spinge non sono certo i soldi. Avete avuto, quindi, l’occasione di leggere contributi provenienti da Parigi con Didier Pennequin (uno dei critici più stimati della scena pubblicistica francese), dalla Lapponia svedese con Luigi Bozzolan eccellente pianista e didatta; per restare entro i confini nazionali ecco Luigi Onori e Marco Giorgi due critici che non hanno certo bisogno di ulteriori presentazioni cui si sono aggiunti dal nord-est del nostro Paese Marina Tuni e Angelica Montagna, e Amedeo Furfaro dalla Calabria; ultimo, ma non certo in ordine di importanza, il maestro Massimo Giuseppe Bianchi che ha aperto uno spazio dedicato alla musica classica, anche contemporanea, che ha avuto uno straordinario successo.

Come accennato, tutto questo si muove sulla base di una parolina che oggi non è così facile trovare: passione. In effetti da quando è nato “A proposito di jazz” il sottoscritto non ha visto un solo euro. Mi si potrebbe chiedere: allora perché lo fai? La risposta è molto semplice: avendo dedicato tutta la mia vita al giornalismo (economico e musicale) una volta andato in pensione non mi andava di appendere la penna al chiodo. Né mi andava di lavorare ancora “sotto padrone” vista la situazione allucinante in cui versa oggi il mondo dell’informazione nel nostro Paese. Di qui la decisione di creare qualcosa di personale che mi consentisse da un canto di proseguire nella mia professione dall’altro di dedicarmi a ciò che in questa fase della mia vita mi interessa maggiormente, il jazz (moglie e figlio esclusi naturalmente, scusate la precisazione ma ne va della mia sopravvivenza).

Sono stato fortunato nel trovare quei collaboratori che ho ringraziato e abbiamo intrapreso una navigazione che sta proseguendo felicemente. Al riguardo devo riprendere un discorso spinoso che Daniela Floris ha già affrontato su Facebook. Uno dei compiti più delicati per un sito come il nostro è quello delle recensioni discografiche; l’ho detto molte volte ma forse è il caso di ripeterlo: il fatto che noi riceviamo gli album (dato anche il numero degli stessi) non ci obbliga in alcun modo a recensirli, chi dovesse pensare che l’invio di un CD implica automaticamente la sua recensione o anche semplicemente una segnalazione, si sbaglia e farebbe bene a non inviarci alcunché. L’unica cosa che posso affermare è che ogni album verrà da me personalmente ascoltato con attenzione e vi assicuro che non è un impegno da poco. L’equivoco che bisognerebbe sciogliere una volta per tutte è che noi non siamo promoter, quello è un altro lavoro, che potremmo anche svolgere singolarmente ma che, in quanto lavoro, implica una prestazione ed una controprestazione… in parole povere è un lavoro che va retribuito. La recensione, la presentazione, la segnalazione su “A proposito di jazz” è qualcos’altro, è un’attività di servizio che svolgiamo gratuitamente a vantaggio dei lettori e dei musicisti, anche in quei casi in cui i nostri giudizi non sono positivi in quanto cerchiamo di avanzare delle critiche che in qualche modo siano costruttive. Purtroppo non sempre le cose vanno in questo modo. I musicisti (non gli artisti) spesso sono ipersensibili per cui finché scrivi bene nulla quaestio ma se poco poco ti azzardi ad avanzare qualche dubbio allora nel migliore dei casi non capisci alcunché, nel peggiore sei un venduto alla casa discografica concorrente. C’è stato un musicista che è arrivato a minacciarmi “sei finito” senza però specificare a che sorta di fine si riferisse… e via di questo passo.

Comunque, come potete constatare, sono ancora qui. E vorrei chiudere con una precisazione: per motivi strettamente organizzativi, dal prossimo anno “A proposito di Jazz” si trasferisce su altro dominio e quindi probabilmente cambia nome. Ovviamente sarete informati attraverso la newsletter e attraverso avvisi che pubblicheremo su questo stesso spazio.

Nella certezza che continuerete a seguirci con l’attenzione di sempre, vi auguro un BUON NATALE per chi ci crede e un FELICE ANNO NUOVO a tutti.

La tromba di Fabrizio Bosso, il sax argentino di Javier Girotto e il pianoforte di Massimo Giuseppe Bianchi protagonisti a Musica a Rima 2016

Manifesto 001

Giunge alla tredicesima edizione la rassegna musicale estiva “Musica a Rima”, organizzata dall’Associazione Turistica Pro Loco di Rima.
Rima è un piccolo paese di origine Walser ai piedi del Monte Rosa, in Valsesia, ed è una frazione del bellissimo comune di Rima San Giuseppe (VC), situato a ben 1417 metri di altitudine.

Questa stagione musicale, che in ogni edizione ha ottenuto un grande successo sia di critica che di pubblico, ha ospitato negli anni passati musicisti jazz come Enrico Pieranunzi, Fabrizio Bosso, Rosario Giuliani, Luciano Biondini, il pianista americano Jed Distler, Rita Marcotulli, Paolo Damiani, Paolino Dalla Porta, Bebo Ferra, Guido Manusardi, Sandro Gibellini, Pietro Tonolo, Peo Alfonsi e musicisti classici come Cristina Dancila, Antonio Ballista, Massimo Giuseppe Bianchi, l’orchestra d’archi Interpreti Italiani e altri ancora.

Ogni anno numerosi appassionati si ritrovano qui accomunati dalla passione per la montagna ma, soprattutto, da quella per la grande musica della quale la rassegna “Musica a Rima” è un’assoluta garanzia da tanti anni ormai.

Il programma completo prevede:
Domenica 7 agosto, concerto di musica classica con Massimo Giuseppe Bianchi al pianoforte
In programma: L. van Beethoven Sonata Op.13 “Patetica” R. Schumann Papillons Op. 2
 F. Chopin Scherzo n. 3 Op. 39 R. Schumann Carnaval Op. 9

Domenica 14 agosto, concerto jazz con il grande sassofonista argentino Javier Girotto e Claudio Farinone alla chitarra classica e baritono

Domenica 21 agosto concerto jazz con Fabrizio Bosso, premiato nel 2009 e 2010 come miglior trombettista jazz nel “Top jazz” , il premio della critica nazionale annualmente indetto dalla rivista “Musica Jazz”; al suo fianco suonerà il giovane e talentuoso pianista anglo-italiano Julian Oliver Mazzariello

I concerti si terranno nella Chiesa Parrocchiale di Rima con inizio alle ore 17.30 e ingresso a 10 euro. Ingresso gratuito ai minori di 16 anni.
L’organizzazione intende ringraziare sin d’ora gli sponsor che hanno aderito all’iniziativa ed in particolar modo la Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, sponsor principale.
Per qualsiasi informazione telefonare al numero 345 8095160 oppure scrivere a prolocorima@gmail.com
www.prolocorima.it

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Riparte “Musica a Villa Durio” a Varallo Sesia

 

musica a villa durio

“Musica a Villa Durio” a Varallo Sesia, arrivato al ragguardevole traguardo della 31esima edizione, conta oltre 150 concerti di musica classica con felici incursioni anche nel Jazz. Il direttore artistico Massimo Giuseppe Bianchi mostra anche quest’ anno di avere non solo una grande conoscenza del panorama musicale mondiale, ma anche una notevole volonta’ di apertura a tutti i mondi possibili purche’ pregevoli dal punto di vista degli autori, dei  repertori e naturalmente degli  esecutori che sono invitati a calcare il palco di Villa Durio.
Il Festival si svolgera’ dall’ 8 al 24 aprile con quattro concerti imperdibili. Ecco il programma

Programma 31° edizione Aprile 2016

Venerdì 8 Aprile ore 21,00 – Collegiata di San Gaudenzio –
Uto Ughi, violino
Alessandro Specchi, pianoforte
Musiche di Haendel, Tartini, Dvoràk, Saint-Saëns.

Domenica 10 Aprile ore 17.30 – Villa Durio –
Domenico Nordio, violino
Musiche di Bach

Domenica 17 Aprile ore 17.30 – Villa Durio
Antonello Salis, pianoforte e fisarmonica
In solo

Domenica 24 Aprile ore 17.30 – Villa Durio –
Kamilla Schatz, violino
Massimo Giuseppe Bianchi, pianoforte
Musiche di Beethoven

Per contatti ed eventuali prenotazioni:

0163.562711

http://www.musicavilladurio.com 

I nostri CD

I NOSTRI CD

Omer Avital – “New Song” – Plus Loin Music 4568
Quintetto di tutte stelle questo guidato dal contrabbassista Omer Avital, con il trombettista Avishai Cohen, il sassofonista tenore Joel Frahm, il pianista Yonathan Avishai e il batterista Daniel Freedman . Israeliano di origini yemenite da parte di madre e marocchine da parte di padre, Avital è uno di quei personaggi che hanno scritto la storia del jazz israeliano assieme a quel Avishai Cohen che non a caso figura anche in questo album. La sua è una cultura composita, poliedrica: amante del jazz conosce a fondo il blues, il gospel, il soul, così come la musica afro-cubana, i ritmi di estrazione africana… ma da artista, da uomo che vive il suo tempo, inserito in una realtà difficile come quella del suo Paese, non disconosce certo le sue origini. Di qui molti elementi della cultura araba che fatalmente si ascoltano nelle sue composizioni i cui titoli, d’altro canto, evidenziano assai bene questa sua attitudine a rivolgere lo sguardo sia verso l’occidente sia verso l’oriente: “Hafla”, “Tsafdina”, “Maroc” ad esempio richiamano il mondo arabo così come “Ballad for a friend” o “Small time shit” si rifanno a paesaggi, situazioni a noi più vicine. Ma non è solo una questione letteraria ché la musica rispecchia in qualche modo quanto su accennato. Così ad esempio il brano d’apertura, “Hafla”, si muove su coordinate che richiamano espressamente una melodia tradizionale israeliana coniugata con un linguaggio jazzistico ben evidenziato dal solismo di Avishai Cohen. Viceversa nella title track l’atmosfera è più chiaramente e inequivocabilmente jazzistica , con una dolce cantabilità evidenziata dal pianismo di Yonathan Avishai e ancora dalla tromba di Cohen con il leader che si produce in un accompagnamento tanto propulsivo quanto discreto unitamente alle spazzole egregiamente manovrate da Freedman. Con “Tsafdina” siamo sul versante afro-cubano sorretto da un pertinente backghround vocale e da un coinvolgente dialogo pianoforte-batteria che conduce all’assolo conclusivo di Cohen… e via di questo passo in un alternarsi di atmosfere che si protrae sino alla fine dell’album impreziosito da una mescolanza di colori, sapori, timbri che costituisce la forza dell’album. Ultima notazione: i brani sono tutti di Omer Avital.

Tim Berne’s Snakeoil – “You’ve Been Watching Me” – ECM 2443
You've beenTim Berne è musicista “pericoloso” nel senso che se, tanto tanto ti azzardi non dico a parlarne male ma a dire che la sua musica non ti scalda più di tanto, ecco che le vestali “del vero jazz” si ergono indignate a tacciarti nel migliore dei casi di incompetente…altrimenti sei un venduto al soldo di qualche casa discografica concorrente. Ma abbiamo le spalle larghe e quindi sfideremo l’ira di chi ne sa più di noi per dire che Tim Berne è sicuramente un grande musicista ma altrettanto sicuramente che la sua musica non è in cima alla nostra personalissima scala di preferenze. Questo è il terzo album che Berne, con il suo nuovo gruppo “Snakeoil” incide per la ECM: nel 2011 il primo “Snakeoil” , nel 2013 il secondo “Shadow Man” (2013), ed ora questo “You’ve Been Watching Me”, registrato a dicembre del 2014. Il gruppo è rimasto sostanzialmente lo stesso vale a dire con il clarinettista Oscar Noriega, il pianista/tastierista Matt Mitchell e il batterista Ches Smith cui si aggiunge il chitarrista Ryan Ferreira. Come al solito le composizioni di Berne sono caratterizzate da strutture estremamente complesse nel cui ambito l’artista riesce a raggiungere un notevole equilibrio tra le parti d’assieme e lo spazio lasciato ai singoli solisti. Solisti che sono tutti dei fuoriclasse: a parte il leader che ben si ascolta in tutti i brani, Oscar Noriega si fa apprezzare a partire dal brano di apertura, “Lost In Redding”, mentre il chitarrista Ryan Ferreira da vita e spessore alla title track; notevoli l’ utilizzo del vibrafono da parte di Ches Smith e l’impiego delle elettroniche da parte di Matt Mitchell che forniscono al tutto una timbrica e un colore nuovo. I brani sono tutti piuttosto lunghi e si avverte, sempre, la grande conoscenza che Berne ha dell’universo musicale inteso nella sua globalità dal momento che è possibile percepire una serie di influenze che vanno ben al di là del mondo jazz.

Ketil Bjørnstad-“Sunrise. A Cantata On Texts By Edvard Munch”- ECM 2336

Il pianista, compositore, scrittore e poeta Ketil Bjørnstad è una sorta di icona nell’ambito del mondo culturale norvegese e ben a ragione ove si consideri che si tratta di un artista che ha fatto dell’integrità, della sincerità d’espressione la sua particolarissima cifra stilistica. A tali regole non sfugge quest’ultimo album registrato a Oslo nell’aprile del 2012: si tratta di una commissione in quanto il lavoro è stato chiesto al compositore dai responsabili del Nordstrand Musikkselskap Choir in occasione del suo settantesimo anniversario, nel 2011, lavoro che è stato poi eseguito in concerto presso l’Auditorium dell’Università di Oslo; qiì, dietro al palco, si può ammirare il dipinto di Munch intitolato “The Sun”. Ed è proprio a Munch che è dedicata questa composizione in cui è racchiuso molto dell’animo norvegese. Come spiega lo stesso Bjørnstad nelle note che accompagnano l’album, Munch non si limitava a dipingere ma scriveva sia per meglio illustrare i suoi quadri sia per esprimere le proprie emozioni, i propri stati d’animo che ondeggiavano sempre tra un cupo pessimismo e la speranza della luce, speranza e delucidazioni che, ipotizza Bjørnstad, il pittore forse avrà trovato solo alla fine della sua esistenza. Bjørnstad ha cercato di trasporre in musica queste sensazioni, questi sentimenti: si è quindi avvalso di alcuni di questi scritti per costruirvi delle splendide melodie che sembrano fuori dal tempo e dallo spazio nella loro dolce cantabilità. Ad eseguire magnificamente queste partiture sono l’Oslo Chamber Choir, diretto da Egil Fossum, la vocalist Kari Bremnes e musicisti di diversa estrazione come il violoncellista Aage Kvalbein, l’alto sassofonista Matias Bjørnstad, il contrabbassista Bjørn Kjellemyr, il percussionista Hans-Kristian Kjos Sørensen e lo stesso Bjørnstad al pianoforte. L’atmosfera generale è chiaramente riconducibile ad un mix tra musica colta e musica pop mentre , oggettivamente, i riferimenti al jazz sono piuttosto labili.

Tore Brunborg – “Slow Snow” – Act 9586-2
Questo è l’album d’esordio in casa ACT del norvegese Tore Brunborg che già conoscevamo dalla fine degli anni Novanta quando incise, tra l’altro, due ottimi album, “Orbit” in compagnia del batterista Jarle Vespestad e “Lines” con Vigleik Storaas ( Key ),Olaf Kamfjord ( Bss ) e Trond Kopperud (Drs). Anche in questo debutto con la ACT, Brunborg evidenzia appieno tutte le sue qualità sia di eccellente polistrumentista (sax tenore e pianoforte) sia di compositore (il repertorio è composto unicamente da sue composizioni). Si tratta, insomma, dell’ennesimo jazzista talentuoso che la Norvegia sta producendo in questi anni, ed è una sorta di miracolo ove si pensi a quanto poco numerosa sia la popolazione che vive da quelle parti. Ed in effetti anche gli altri musicisti che accompagnano Brunborg sono norvegesi: Aivind Aarset alla chitarra, Steinar Raknes al contrabbasso e Per Oddvar Johansen alla batteria ed elettronica. Ciò detto, va sottolineato come la musica di Tore, seppure si inserisce in quel filone di “jazz nordico” che abbiamo imparato a conoscere ed ammirare nel corso di questi ultimi decenni , presenta tuttavia qualche particolarità. Così ritroviamo quegli spazi ampi, quella tessitura sofisticata, quella cura del suono , quelle atmosfere sognanti , quel caldo lirismo che caratterizzano in linea di massima la produzione dei musicisti norvegesi, ma accanto a ciò ascoltiamo episodi , ad esempio “Tune In” e “Light A Fire Fight A Liar”, in cui la musica si fa più dura, spigolosa quasi a voler reclamare una più precisa identità . E via di questo passo in un alternarsi di situazioni che, lungi dal significare disomogeneità, illustrano al meglio le qualità e dell’ensemble e dei singoli. Così se è vero che le luci sono focalizzate sul leader , è altrettanto vero che non mancano occasioni per evidenziare il talento degli altri: si ascolti l’assolo di Raknes in “History”, mentre Eivind Aarset, uno dei grandi innovatori della chitarra, si fa apprezzare in diversi momenti. Dal canto suo Johansen fornisce un drumming preciso e propulsivo per tutta la durata dell’album.

Terry Lyne Carrington – “The ACT Years” – ACT 9588-2
Preparare una compilation è impresa oggettivamente difficile in quanto si tratta di scegliere tra diverse opzioni e realizzare un album che possa raggiungere lo scopo prefissato. Scopo che può essere di natura differente a seconda che si tratti di lumeggiare un periodo particolare, uno stile, l’attività di una casa discografica o quella di un artista. E’ il caso di questo album la cui protagonista è la celebre batterista Terry Lyne Carrington; sulla scena oramai da molti anni, la Carrington è a ben ragione considerata la migliore batterista-compositrice jazz oggi in esercizio, come d’altro canto affermato da Dizzy Gillespie che l’ascoltò agli inizi della carriera e successivamente confermato dal Grammy ottenuto nel 2011 con “The Mosaic Project” . In effetti Terry Lyne possiede tutte quelle doti che fanno un grande batterista: eccellente tecnica, senso del tempo, forte propulsione ritmica, fantasia, capacità di creare un tappeto ritmico cangiante a seconda delle necessità del solista…
In questo album possiamo ascoltare dodici brani tratti da tre CD “Jazz Is A Spirit” del 2002, “Purple : Celebrating Jimi Hendrix” di Nguyên Lee ancora del 2002 e “Structure” del 2004. La batterista figura accanto ad alcuni dei più bei nomi del jazz mondiale, da Herbie Hancock a Greg Osby da Kevin Eubanks a Wallace Roney, da Terence Blanchard a Gary Thomas… alla vocalist Aida Khann. Insomma un’ottima occasione non solo per rivisitare il drumming della Carrington, ma anche per ascoltare artisti che hanno scritto pagine indimenticabili. In tal senso particolarmente stimolante “Samsara (for Wayne) con Herbie Hancock, Kevin Eubanks, Gary Thomas e Bob Hurst.

Keith Jarrett – “Creation” – ECM 2450
A maggio, in occasione del settantesimo compleanno di Keith Jarrett, sono usciti per la ECM due album. Il primo, live, contenente due Concerti del Novecento per pianoforte e orchestra è già stato recensito su questo sito, con la solita competenza ed arguzia da Massimo Giuseppe Bianchi. Del secondo parliamo adesso. “Creation” raccoglie nove improvvisazioni in piano-solo registrate durante concerti tenuti a Tokyo, Toronto, Parigi e Roma in un breve arco di tempo che va dal 6 maggio all’11 luglio del 2014 e scelte dallo stesso Jarrett – per una volta senza l’apporto di Eicher – sì da farne una sorta di suite. Ora è indubbio che, al netto delle tante bizze che hanno contrassegnato gli ultimi anni della sua carriera, Jarret rimane un pianista straordinario, un artista che quando ritiene di aver trovato le condizioni giuste è in grado di sciorinare musica di ineguagliabile bellezza e valenza artistica. Ci è riuscito anche in questo album? L’interrogativo non è retorico dal momento che la cronaca ci racconta di alcune performances di Jarrett non proprio memorabili. Ecco, questo CD non può certo essere annoverato tra i capolavori del pianista anche se siamo, sempre, su livelli alti. Il fatto è che l’aver scelto improvvisazioni da diversi concerti ha sì fornito all’album una sua omogeneità ma non sempre questo è un fatto positivo. Nel caso in oggetto, infatti, molto si è perso di quella varietà di situazioni che spesso si registra nei concerti di Jarrett quando il pianista, nelle sue improvvisazioni, riflette l’umore del momento, l’ispirazione momentanea creando quel clima di incertezza, straordinariamente coinvolgente, che caratterizza le sue esibizioni. Ad esempio ricordiamo perfettamente una performance a Roma in cui ad una prima parte francamente noiosa fece seguito un secondo tempo di straordinaria brillantezza. Insomma forse non siamo molto lontani dal vero affermando che probabilmente il meglio di sé Jarrett lo ha già dato.

Leszek Możdżer & Friends – “Jazz at Berlin Philarmonic III” – ACT 9578-2
Jazz at the Berlin PhilarmonicIl pianista Leszek Możdżer, classe 1971, è uno dei maggiori esponenti del jazz polacco. Ha cominciato a studiare pianoforte all’età di cinque anni fino al raggiungimento del diploma al Conservatorio Stanislaw Moniuszko di Gdańsk nel 1996. Avvicinatosi al jazz, all’età di 18 anni, inizia la sua carriera con il gruppo del clarinettista Emil Kowalski . Nel 1991 è con il gruppo Miłość (« Amour »). Un anno dopo è premiato all’ International Jazz Competition Jazz Juniors che si svolge a Cracovia. Per questo album registrato live alla Berlin Philharmonie si presenta con il suo trio abituale completato dal contrabbassista svedese Lars Danielsson e dal batterista israeliano Zohar Fresco, con l’aggiunta dell’Atom String Quartet. Il repertorio è basato in massima parte su originals del leader che evidenziano appieno le grandi doti di questo artista. In possesso, come si accennava, di una solida preparazione di base innervata da una cultura classica, Leszek si esprime con un linguaggio che coniuga efficacemente stilemi jazzistici, echi folk con modalità proprie della musica classica, in cui si avverte, evidente, l’influenza dell’eroe nazionale della musica polacca, Chopin . Il tutto impreziosito da un sound affatto particolare che attribuisce all’intero album un’atmosfera suggestiva; in effetti il trio, che ha raggiunto una grande intesa cementata da molti anni di stretta collaborazione, è completamente sintonizzato sulle idee del leader che riesce a fondere il sofisticato gioco di batterista e contrabbassista all’interno di un puzzle cameristico in cui l’Atom String Quartet riveste un ruolo tutt’altro che secondario. E non è certo un caso che molti critici pongano quasi sullo stesso piano il Kronos Quartet e l’Atom String Quartet data la straordinaria capacità improvvisativa dei componenti quest’ultimo gruppo. Si ascolti, al riguardo, le romantiche sonorità del quartetto in “Love Pastas”   (altro…)