McCoy Tyner: un immortale non può morire.

Rimuginando, questa notte, su che cosa avrei scritto sulla scomparsa, a 81 anni, di McCoy Tyner ho pensato che ci sono molti verbi che hanno lo stesso significato di “morire” e uno di essi è “spirare”. Spirare è un verbo che ricorda il vento o il respiro… aria in movimento che trasforma ciò che sfiora in qualcosa di completamente nuovo.

Ecco, McCoy Tyner è un respiro agitatore e rivoluzionario che ha trasformato il pianismo jazz degli ultimi decenni sia dal punto di vista espressivo, riscrivendone i linguaggi con una visione del tutto innovativa, sia dal punto di vista tecnico, sviluppando i concetti dell’improvvisazione modale e reimpiantando le radici africane del jazz nel fervido humus della scena jazzistica coeva.

La sliding door di McCoy Tyner si apre nel momento in cui egli decide di lasciare, dopo soli 6 mesi, il Jazztet hard-bop di Benny Golson, dove suonava assieme ai gemelli Art e Addison Farmer, Curtis Fuller e Dave Bailey. Tyner ebbe a dichiarare, in una datata intervista, che scelse di andare dove sarebbe stato veramente felice, ovvero rispondendo alla chiamata di John Coltrane. Trane, dopo aver suonato con Miles Davis e Thelonius Monk voleva formare un suo gruppo, come band-leader.

Fu così che nacque il leggendario John Coltrane Quartet nella cui formazione c’era Trane al sax tenore e soprano, McCoy Tyner al pianoforte (che sostituì Steve Kuhn), Elvin Jones alla batteria e Steve Davis al basso. Dopo alcuni cambiamenti di bassisti, nel 1961 subentrò stabilmente Jimmy Garrison: quattro veri giganti che in carriera si sono esibiti sia come band-leader, sia come sideman (seppur di lusso!) del fior fiore della musica jazz ma che con questo quartetto hanno certamente conquistato l’immortalità! Nei cinque anni di attività, il John Coltrane Quartet è il generatore di quella musica che  ha contribuito a mutare il corso della storia del jazz: parliamo di album come “My Favorite Things” (dove la title track è una rilettura modale del brano di Richard Rodgers), “Live At The Village Vanguard” “Impressions”, il capolavoro in forma di suite “A Love Supreme” e non si può pensare a quei suoni e a quelle atmosfere se non considerando il fondamentale apporto del pianoforte di Mr.Tyner alla stessa stregua del sassofono di Coltrane.

​Purtroppo, la magica alchimia che si era creata all’interno del quartetto si sfascia a seguito di un alterco con Jones e alla decisa sterzata di Trane verso il free jazz, il pianista lascia dunque il gruppo per fondare un suo Trio, che tuttavia non decolla immediatamente.

Tra il 1967 e 1970 Tyner incide alcuni album con l’etichetta Blue Note, continuando sulla scia dell’hard bop: “The Real McCoy”, “Time for Tyner”, “Tender Moments”, “Expansions” (con Wayne Shorter e Ron Carter nientepopodimeno che al violoncello!) ed “Extensions”.

Photo by Bonnie Schiffman

Dopo il passaggio alla Milestone, registra un live dal Montreaux Jazz Festival, “Enlightenment”, con la potente “Walk Spirit, Talk Spirit”. Alla fine della sessione Tyner dice al sassofonista Azar Lawrence che quella è stata la miglior performance della sua vita. Non c’era una sola pagina scritta!

Tyner fu sempre fedele alla strumentazione acustica, tranne in qualche felice occasione, come in “Sahara”, sensazionale brano dove il pianista si cimenta anche con percussioni e con una sorta di cetra giapponese e nell’album “Trident”, dove suona voce celeste (strumento idiofono a percussione, simile al pianoforte N.d.A) e clavicembalo. Sperimentazione e ricerca d’alto rango.

Udin&Jazz 1996: photo by Luca d’Agostino Phocus Agency

Tra gli anni ’80 e ’90 la sua attività – e popolarità – si esprime ai massimi livelli, non potendo citare tutta la sua enorme discografia e collaborazioni, mi limiterò a ricordare gli album di quel periodo per me irrinunciabili: “The Turning Point”, con la sua big band, “McCoy Tyner Plays John Coltrane: Live at the Village Vanguard”, che contiene una delle mie ballad dell’anima, “Naima”; “McCoy Tyner with Stanley Clarke and Al Foster”, uno strano album dove le melodie modali si mescidano al funk e al blues; “lluminations” registrato con Gary Bartz, Terence Blanchard, Christian McBride e Lewis Nash, che vince un Grammy Award come miglior album strumentale nel 2005.

Poderoso e propulsivo. Sono i due aggettivi che mi sovvengono se penso al pianismo di McCoy Tyner, ho scritto ieri notte sulla mia bacheca Facebook e qui aggiungo anche la assoluta perfezione della sua mano sinistra.

Questo 2020 è iniziato davvero male per la musica jazz.

Un ultimo ricordo per questo immenso artista, la cui scia espressiva continua e continuerà ad ispirare innumerevoli musicisti: il 21 giugno del 1996 McCoy Tyner suonò a Udine, al Festival Udin&Jazz, al Cinema Cristallo, con il suo trio composto da Avery Sharpe, al basso, Aaron Scott alla batteria e con il featuring di Michael Brecker.

Udin&Jazz 1996: photo by Luca d’Agostino Phocus Agency

Ne parlavo con il direttore artistico del Festival (che quest’anno festeggia i 30 anni), Giancarlo Velliscig: fuori diluviava ma all’interno l’atmosfera era bollente, la sala gremita, l’entusiasmo alle stelle e gli applausi senza fine…

In scaletta la strepitosa “Impressions” di Coltrane e nel finale una composizione originale  “Flying High”.

Già. Vola alto Mr. Alfred McCoy Tyner.

Marina Tuni

Udin&Jazz 1996: photo by Luca d’Agostino Phocus Agency

 

Si ringrazia il fotografo jazz Luca d’Agostino – Phocus Agency per le immagini del concerto di McCoy Tyner a Udin&Jazz il 21 giugno 1996.

McCoy Tyner e il quarto d’ora di ritardo

Ho sempre amato molto il mio lavoro, ma in questo periodo, lo confesso, un po’ meno: il fatto è che sempre più spesso mi trovo seduto davanti al computer per commemorare qualcuno che se n’è andato, molto spesso qualcuno che ho conosciuto, apprezzato ed ammirato. Oggi il dispiacere è duplice perché il mondo del jazz ha dovuto subire una duplice perdita: McCoy Tyner e Peppo Spagnoli, l’uno straordinario e impareggiabile pianista, l’altro produttore discografico senza il quale probabilmente il jazz italiano non sarebbe assurto agli onori di oggi.

Ma consentitemi per il momento di soffermarmi su McCoy Tyner ché di Spagnoli parlerò domani.

Chi sia stato il pianista di Filadelfia e cosa abbia rappresentato per l’evoluzione del jazz lo spiega assai chiaramente nel contributo qui accanto Marina Tuni per cui non mi pare sia necessario aggiungere altro.

Io invece voglio raccontarvi un episodio che mi ha coinvolto personalmente da cui traspare la grandezza non solo dell’artista ma anche e soprattutto dell’uomo.

E’ il gennaio del 1996 e l’ambasciata norvegese mi invita ad assistere al Festival Jazz di Molde in programma dal 15 al 20 luglio. Naturalmente accetto in quanto si tratta di una delle più belle realtà musicali del Vecchio Continente. Istituito nel 1961, il Festival sito in questa cittadina della Norvegia situata nella contea di Møre og Romsdal, ha visto transitare nel corso degli anni alcuni dei più bei nomi del jazz internazionale, oltre ovviamente i “campioni” del jazz norvegese quali, tanto per fare qualche esempio, Jon Balke (1975), Karin Krog (1978), Knut Riisnæs (1984), Terje Rypdal (1985, 1986, 1988) e Jon Eberson. Anche il cartellone del 1996 è di tutto rispetto con la presenza, tra gli altri, di Meredith D’Ambrosio, James Carter, Søyr, Bob Dylan… ma l’evento clou è rappresentato dalla performance del gruppo di McCoy Tyner con Avery Sharpe al contrabbasso, Aaron Scott alla batteria, e, in veste di ospite, Michael Brecker al sax tenore.

Tyner era da sempre uno di quei musicisti che avrei voluto intervistare per cui prima del concerto mi rivolgo all’ufficio stampa del festival per vedere se fosse possibile organizzare un incontro con il pianista all’ora e nel luogo in cui egli avesse deciso. Dopo appena un’oretta l’ufficio stampa mi risponde dicendomi che McCoy Tyner era disponibile e che mi attendeva in camerino un quarto d’ora dopo il concerto.

Sinceramente non stavo nella pelle; il concerto è straordinario come sempre: il pianista non si risparmia dando un saggio più che eloquente del perché venisse considerato uno dei più grandi pianisti del jazz di tutte le epoche.

Emozionato come un bambino, trascorso il quarto d’ora convenuto, mi reco nel camerino ma lui non c’è; passano dieci minuti ed ecco comparire sulla soglia McCoy Tyner in maniche di camicia, visibilmente affaticato ma sorridente. Mi tende la mano e mi dice “I’m sorry, I’m late” dopo di che si siede accanto a me e mi spiega per filo e per segno i motivi del suo ritardo.

Ma vi rendete conto? Un gigante come McCoy Tyner che chiede scusa per un leggero ritardo quando mi è capitato diverse volte di aspettare per un’intervista mezz’ore intere con personaggi che non valgono un’unghia di Tyner.

ph_Tom_Copi

Quasi inutile dire che l’intervista si è svolta in un clima particolarmente caldo, quasi affettuoso, con il pianista che ha risposto a tutte le mie domande.

Ecco un episodio forse piccolo ma per chi conosce il mondo della musica credo possa essere significativo di ciò che era McCoy Tyner e di come amava rapportarsi con gli altri.

Gerlando Gatto

Gente di Jazz: una nuova recensione del critico musicale Neri Pollastri pubblicata su All About Jazz Italia

Il libro del nostro direttore Gerlando Gatto continua a far parlare di se. Dopo la seconda ristampa e numerosi riscontri da parte della critica e dei lettori, arriva questa pregevole ed accurata recensione scritta dal critico musicale toscano Neri Pollastri e pubblicata sul sito All About Jazz Italia (qui il link), che ringraziamo per averci concesso l’autorizzazione a pubblicarla anche sul nostro portale. Ecco la versione integrale:

Gerlando Gatto: Gente Di Jazz

 

Neri Pollastri By NERI POLLASTRI

Gente di Jazz
Gerlando Gatto
232 pagine
KappaVu
2017

“In questo volume Gerlando Gatto -catanese trapiantato a Roma, che di jazz si è occupato fin dai suoi esordi giornalistici risalenti ai primi anni Settanta e oggi una delle firme storiche del jazz italiano -raccoglie alcune delle sue numerosissime interviste con musicisti realizzate nel corso degli anni, selezionandole sulla base di un criterio solo in parte accidentale: la loro partecipazione a Udin&Jazz, festival che si tiene nella città friulana da oltre un quarto di secolo.

Le interviste, raccolte secondo l’ordine alfabetico degli interlocutori, hanno datazioni assai diverse tra loro: talune sono recentissime, molte risalgono agli anni Novanta, talaltre sono ancora precedenti. In alcuni casi -per esempio quelli Enrico Pieranunzi e Gonzalo Rubalcaba -le interviste sono più di una per musicista e permettono così di confrontare periodi diversi della loro carriera artistica.

Gli artisti intervistati sono sia italiani, sia stranieri, spesso di primissimo piano -come nel caso di Enrico RavaStefano BattagliaStefano BollaniPaolo FresuFranco D’AndreaGiancarlo SchiaffiniFrancesco Bearzatti -sia meno noti ma non per questo meno valenti -come Claudio CojanizDario Carnovale, Antonio Onorato, Massimo De MattiaEnzo Favata. Non mancano altri nomi storici del jazz italiano, come Claudio FasoliRoberto GattoRosario BonaccorsoMaurizio Giammarco, mentre tra gli stranieri si trovano alcune autentiche “chicche,” quali Mino CineluMcCoy TynerMartial SolalMichel Petrucciani e Joe Zawinul.

Lo stile delle interviste è estremamente semplice, diretto e colloquiale, frutto anche della modalità in cui sono state effettuate: spesso a margine dei concerti, con un approccio ai musicisti aperto ma anche di timido rispetto, talvolta addirittura a casa dell’intervistatore, a Roma, come nel caso di quelle di apertura -con Battaglia -e chiusura -con Zawinul, diventato quasi un amico di famiglia con un curioso rapporto con la madre di Gatto, pur nella totale incomunicabilità linguistica. Un tal tipo di approccio da un lato favorisce la stesura di pagine molto vive e per il lettore assai stimolanti, dall’altro è molto produttivo nella relazione con gli artisti, i più riflessivi e/o brillanti dei quali, infatti, offrono nel dialogo dei contributi decisamente interessanti.

Ciò accade per esempio nel caso di Battaglia, che parlando del suo passaggio da musicista classico a improvvisatore offre interessanti spunti sulla continuità e la differenza tra i due ambiti musicali; in quello di Bollani, che con le sue modalità schiette e paradossali si spinge anche oltre la musica e prende singolari e interessanti posizioni in campo sociale e, in un certo senso, anche politico; di D’Andrea, che con poche pennellate spiega da dove provenga il suo così rigoroso e al tempo stesso originalissimo mondo musicale; di Rava, che regala alcuni illuminanti aneddoti tratti dalla storia dell’ultimo mezzo secolo di questa musica; di Schiaffini, che condivide alcune lucide riflessioni, tra l’ironico e l’amaro, sullo stato del pubblico e delle istituzioni musicali, ma anche delle belle parole sul senso dell’improvvisazione.

Tutte le interviste sono godibili e interessanti, possibile strumento di comprensione di questa musica non solo per chi ne sia appassionato, ma anche per chi voglia avvicinarla -cosa, com’è noto, spesso per i più non semplicissima -grazie alla presenza di alcuni “fili rossi” che tornano spesso nelle conversazioni, quali lo sviluppo della musica jazz e i suoi rapporti con il pop e la classica, il senso dell’improvvisazione e le sue diverse forme, le ragioni della difficile diffusione di questa musica, le perversioni del mercato e delle istituzioni musicali. Temi, questi, toccati in modo spesso molto diverso (anche per la diversità dei momenti in cui ciascuna intervista è stata effettuata), ma che proprio per questo possono essere compresi in modo più sfaccettato.

Il bel volume, pubblicato dalla casa editrice KappaVu di Udine e già arrivato alla seconda edizione, è completato da una prefazione di Paolo Fresu e da una postfazione di Fabio Turchini, collaboratore di Udin&Jazz che ne riassume lo spirito delle ventisei edizioni, ed è corredato dalle foto di Luca D’Agostino, fotografo storico della rassegna.

In questo volume Gerlando Gatto – catanese trapiantato a Roma, che di jazz si è occupato fin dai suoi esordi giornalistici risalenti ai primi anni Settanta e oggi una delle firme storiche del jazz italiano – raccoglie alcune delle sue numerosissime interviste con musicisti realizzate nel corso degli anni, selezionandole sulla base di un criterio solo in parte accidentale: la loro partecipazione a Udin&Jazz, festival che si tiene nella città friulana da oltre un quarto di secolo.

Le interviste, raccolte secondo l’ordine alfabetico degli interlocutori, hanno datazioni assai diverse tra loro: talune sono recentissime, molte risalgono agli anni Novanta, talaltre sono ancora precedenti. In alcuni casi -per esempio quelli Enrico Pieranunzi e Gonzalo Rubalcaba -le interviste sono più di una per musicista e permettono così di confrontare periodi diversi della loro carriera artistica.

Gli artisti intervistati sono sia italiani, sia stranieri, spesso di primissimo piano -come nel caso di Enrico RavaStefano BattagliaStefano BollaniPaolo FresuFranco D’AndreaGiancarlo SchiaffiniFrancesco Bearzatti -sia meno noti ma non per questo meno valenti -come Claudio CojanizDario Carnovale, Antonio Onorato, Massimo De MattiaEnzo Favata. Non mancano altri nomi storici del jazz italiano, come Claudio FasoliRoberto GattoRosario BonaccorsoMaurizio Giammarco, mentre tra gli stranieri si trovano alcune autentiche “chicche,” quali Mino CineluMcCoy TynerMartial SolalMichel Petrucciani e Joe Zawinul.

Lo stile delle interviste è estremamente semplice, diretto e colloquiale, frutto anche della modalità in cui sono state effettuate: spesso a margine dei concerti, con un approccio ai musicisti aperto ma anche di timido rispetto, talvolta addirittura a casa dell’intervistatore, a Roma, come nel caso di quelle di apertura -con Battaglia -e chiusura -con Zawinul, diventato quasi un amico di famiglia con un curioso rapporto con la madre di Gatto, pur nella totale incomunicabilità linguistica. Un tal tipo di approccio da un lato favorisce la stesura di pagine molto vive e per il lettore assai stimolanti, dall’altro è molto produttivo nella relazione con gli artisti, i più riflessivi e/o brillanti dei quali, infatti, offrono nel dialogo dei contributi decisamente interessanti.

Ciò accade per esempio nel caso di Battaglia, che parlando del suo passaggio da musicista classico a improvvisatore offre interessanti spunti sulla continuità e la differenza tra i due ambiti musicali; in quello di Bollani, che con le sue modalità schiette e paradossali si spinge anche oltre la musica e prende singolari e interessanti posizioni in campo sociale e, in un certo senso, anche politico; di D’Andrea, che con poche pennellate spiega da dove provenga il suo così rigoroso e al tempo stesso originalissimo mondo musicale; di Rava, che regala alcuni illuminanti aneddoti tratti dalla storia dell’ultimo mezzo secolo di questa musica; di Schiaffini, che condivide alcune lucide riflessioni, tra l’ironico e l’amaro, sullo stato del pubblico e delle istituzioni musicali, ma anche delle belle parole sul senso dell’improvvisazione.

Tutte le interviste sono godibili e interessanti, possibile strumento di comprensione di questa musica non solo per chi ne sia appassionato, ma anche per chi voglia avvicinarla -cosa, com’è noto, spesso per i più non semplicissima -grazie alla presenza di alcuni “fili rossi” che tornano spesso nelle conversazioni, quali lo sviluppo della musica jazz e i suoi rapporti con il pop e la classica, il senso dell’improvvisazione e le sue diverse forme, le ragioni della difficile diffusione di questa musica, le perversioni del mercato e delle istituzioni musicali. Temi, questi, toccati in modo spesso molto diverso (anche per la diversità dei momenti in cui ciascuna intervista è stata effettuata), ma che proprio per questo possono essere compresi in modo più sfaccettato.

Il bel volume, pubblicato dalla casa editrice KappaVu di Udine e già arrivato alla seconda edizione, è completato da una prefazione di Paolo Fresu e da una postfazione di Fabio Turchini, collaboratore di Udin&Jazz che ne riassume lo spirito delle ventisei edizioni, ed è corredato dalle foto di Luca D’Agostino, fotografo storico della rassegna. ”

courtesy: All About Jazz Italia – thanks to Neri Pollastri, author