L’Arcadia Trio presenta l’album “Don’t call it justice” al NOF di Firenze per Mondieux Jazz

Lunedì 6 maggio arriva a Firenze il tour dell’Arcadia Trio del sassofonista Leonardo Radicchi: dopo una esaltante serie di concerti insieme al trombonista Robin Eubanks (vincitore di 2 Grammy Awards), il trio – completato dal contrabbassista Ferdinando Romano e dal batterista Giovanni Paolo Liguori – continua a conquistare i palchi italiani con il nuovo album “Don’t Call it Justice” uscito lo scorso febbraio per l’etichetta AlfaMusic (distr. EGEA Music/Believe digital). Il 6 maggio alle ore 22 la formazione salirà sul palco del club NOF (Borgo San Frediano 17r) per l’8a edizione della rassegna Mondieux Jazz, a ingresso gratuito.
Talentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Leonardo Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato “politico” alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.
Così l’Arcadia Trio racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano “Child Song”, ad esempio, racconta di bambini che “devono” essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack “Don’t call it Justice” urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; “Necessary Illusions” è un omaggio alla visione dell’intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia – A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity – Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.
Prodotto da Leonardo Radicchi insieme a Rosso Fiorentino, l’album è stato registrato dal trio, insieme a un piccolo ensemble, lo scorso giugno presso la Sala del Rosso di Firenze e masterizzato alla White Sound Mastering Studio. Ospite del disco è Marco Colonna, impegnato al clarinetto basso.

Leonardo Radicchi, che negli ultimi anni è impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana, ha raccontato le sue storie anche nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
Con questo disco, e quindi attraverso il jazz, vuole raccontare, far riflettere, incitare a un senso di riscossa della mente e del cuore di fronte a una costante di ogni società: l’ingiustizia. Tutto questo attraverso il jazz e la musica, con note portatrici di energia e di un messaggio positivo, che ritroviamo nella track n. 3: our anger is full of joy – la nostra rabbia è piena di gioia.
Secondo Radicchi “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Le esperienze che ha scelto di vivere, e di condividere attraverso questo album, hanno cambiato il suo modo di vedere la vita, rafforzando un sentimento di riscossa e operatività.

Che impatto può avere una musica non di massa sulle grandi dinamiche del nostro tempo? La stessa dei saggi, della poesia, della letteratura, dell’arte in generale. Questo è ciò che muove l’Arcadia Trio.

Le date precedenti del tour 2019: il 7 febbraio al Padova Jazz Club, l’8 febbraio a Perugia, il 9 febbraio a Modena, il 10 febbraio a Pisa Jazz, il 12 febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il 13 febbraio al Teatro Dante Carlo Monni di Campi Bisenzio (Firenze), il 14 febbraio a Mestre, il 15 marzo a Challand-Saint-Victor (Aosta); il 16 marzo a Reggio Emilia; il 12 aprile a Cremona, il 13 aprile a Milano.

CONTATTI
Info e prenotazioni: www.nofclub.it – tel. 3336145376
Facebook > Leonardo Radicchi Music
Ufficio stampa Arcadia Trio > Fiorenza Gherardi De Candei info@fiorenzagherardi.com  tel. 3281743236
Booking > leonardoradicchi@gmail.com –  arcadiatriobooking@gmail.com tel. 320.4233404

 

L’Arcadia Trio in concerto a Milano

Sabato 13 aprile il tour dell’Arcadia Trio del sassofonista Leonardo Radicchi farà tappa a Milano: dopo una splendida serie di concerti con special guest il trombonista (vincitore di 2 Grammy Awards) Robin Eubanks, il trio – completato dal contrabbassista Ferdinando Romano e dal batterista Giovanni Paolo Liguori – torna a calcare i palchi italiani per presentare il nuovo album “Don’t call it Justice” uscito lo scorso febbraio con l’etichetta AlfaMusic (distr. EGEA Music/Believe digital). Il 13 aprile alle 21.30 la formazione sarà in concerto alla Corte dei Miracoli (via Mortara, 4).
Talentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Leonardo Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato “politico” alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.
Così l’Arcadia Trio racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano “Child Song”, ad esempio, racconta di bambini che “devono” essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack “Don’t call it Justice” urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; “Necessary Illusions” è un omaggio alla visione dell’intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia – A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity – Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.
Prodotto da Leonardo Radicchi insieme a Rosso Fiorentino, l’album è stato registrato dal trio, insieme a un piccolo ensemble, lo scorso giugno presso la Sala del Rosso di Firenze e masterizzato alla White Sound Mastering Studio. Ospite del disco è Marco Colonna, impegnato al clarinetto basso.

Leonardo Radicchi, che negli ultimi anni è impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana, ha raccontato le sue storie anche nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
Con questo disco, e quindi attraverso il jazz, vuole raccontare, far riflettere, incitare a un senso di riscossa della mente e del cuore di fronte a una costante di ogni società: l’ingiustizia. Tutto questo attraverso il jazz e la musica, con note portatrici di energia e di un messaggio positivo, che ritroviamo nella track n. 3: our anger is full of joy – la nostra rabbia è piena di gioia.
Secondo Radicchi “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Le esperienze che ha scelto di vivere, e di condividere attraverso questo album, hanno cambiato il suo modo di vedere la vita, rafforzando un sentimento di riscossa e operatività.

Che impatto può avere una musica non di massa sulle grandi dinamiche del nostro tempo? La stessa dei saggi, della poesia, della letteratura, dell’arte in generale. Questo è ciò che muove l’Arcadia Trio.

Le date precedenti del tour 2019: il 7 febbraio al Padova Jazz Club, l’8 febbraio a Perugia, il 9 febbraio a Modena, il 10 febbraio a Pisa Jazz, il 12 febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il 13 febbraio al Teatro Dante Carlo Monni di Campi Bisenzio (Firenze), il 14 febbraio a Mestre, il 15 marzo a Challand-Saint-Victor (Aosta); il 16 marzo a Reggio Emilia.

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Il carisma e la generosità di Alan Stivell

Nella storia della musica ci sono artisti che ne entrano a far parte anche se sono ancora in piena attività: tra questi c’è Alan Stivell, compositore, cantante, flautista e arpista, ambasciatore nel mondo della musica bretone e di ciò che la stessa rappresenta.

Alan Stivell, nome d’arte in bretone di Alain Cochevelou (Riom, 6 gennaio 1944), è quel che si dice un vero e proprio animale da palcoscenico. Fisico asciutto, assoluta padronanza della scena, è in grado ancora oggi di entusiasmare il pubblico nonostante la voce non sia più quella di un tempo, denotando qualche incertezza, qualche calo d’intonazione. Viceversa il fraseggio sull’arpa celtica è sempre il solito, preciso, distinto, scevro da ogni pretesa di funambolismo, tutto teso, viceversa, a sottolineare il peso dei testi, l’importanza della parole.

Stivell ha un particolare rapporto con il nostro Paese dal momento che, come lui stesso ama ricordare, l’Italia è l’unico paese in cui ha potuto fare un giro di stadi e luoghi all’aperto per migliaia di persone all’inizio degli anni ’80, senza considerare che a Portofino ha tenuto il primo concerto oltre i confini francesi, nel lontano 1966.  Di qui la gioia con cui Stivell ritorna in Italia, gioia del tutto ricambiata dal pubblico che ogni volta gli tributa un vero e proprio trionfo. E la stessa cosa è accaduta la sera del 21 marzo, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, prima tappa di un mini tour di tre concerti (Mestre 22 marzo, Teatro Corso, Venezia e Morbegno 23 marzo, Auditorium Sant’Antonio, Sondrio).

Al concerto di Roma c’era anche il vostro cronista e devo dire che per me è stata una serata davvero emozionante, sia perché ho ritrovato un artista che non sentivo live da un sacco di tempo, sia perché accanto a me c’era mio figlio Beniamino quindicenne che conosce Stivell assai meglio di me; infatti, nonostante la giovane età è già da qualche anno che segue con attenzione questo artista tanto da conoscerne a menadito tutti i dischi e così è stato un piacere sentirlo pronunciare il titolo di ogni singolo pezzo dopo aver ascoltato solo poche note intonate dai musicisti. E’ quindi grazie a lui che sono in grado di indicarvi tutti i brani che Stivell ha eseguito in oltre un’ora e mezzo di concerto, dedicato in massima parte ai pezzi che l’hanno reso celebre in tutto il mondo.

In coerenza con la strada scelta negli ultimi tempi, Stivell si è presentato in trio con Robert Le Gall, chitarra e Marc Hazon (al secolo Marc De Poncallec) drums machines,

un organico quindi estremamente ridotto ma che, grazie anche alle precedenti esperienze nella musica bretone,  gli consente di ottenere quelle sonorità tra il moderno e il tradizionale che in questo momento costituiscono la sua cifra stilistica. Il tutto impreziosito da input derivanti dalle musiche tradizionali di universi “altri”, come quelli indiani e africani.

L’apertura è affidata a “Reflets” tratto dall’omonimo primo album di Alan Stivell, pubblicato dalla Fontana Records nel 1970. E già da questa prima esecuzione si ha un quadro chiaro di ciò che ascolteremo: riproposizione in chiave moderna di classici del repertorio “stivelliano”. E altrettanto immediatamente si avverte come l’intesa fra i tre sia assoluta, perfetta, con i suoni elettronici che si inseriscono compiutamente nel clima disegnato dal leader.

A seguire “Cease Fire” da “Brian Boru” del 1995. Si tratta di una delle canzoni più significative di Stivell: malgrado il titolo sia in inglese, il testo è in gaelico. E il titolo, “Cessate il fuoco!”, è un chiaro invito a cessare il fuoco in Irlanda del Nord, specialmente dopo il sanguinoso 1994. In questo caso l’esecuzione è forte, decisa, abbastanza simile all’originale con Stivell che suona uno dei suoi piccoli flauti.

Brian Boru” è il terzo brano; Stivell lo inizia dal ritornello con sound africaneggianti e lo conclude con un solo di arpa. Il fatto che l’artista non segua il classico schema strofa-ritornello non stupisce dato che proprio questa prassi costituisce un’altra delle sue note caratterizzanti.

Rilassante come la primavera cui è dedicato “NEw’ AMzer (Spring)” tratto da “AMzer: Seasons” del 2015) mentre con “Ys” facciamo un salto all’indietro di qualche decennio dal momento che il pezzo è tratto da “Renaissance Of the Celtic Harp” del 1972; anche in questo caso il percussionista si pone in particolare evidenza per la capacità di introdurre nel discorso sonorità piuttosto orientaleggianti. Dallo stesso album del ’72 è tratto “Airde Cuan”.

E torniamo all’album d’esordio con la «Suite Irlandaise» che combina la melodia di “Caitlin Triall” et la jig “Porth Mhuirgheasa” (aria danzante meglio conosciuta come “Morrison’s Jig”). Stivell la interpreta alla grande sciorinando uno scat da far invidia ai migliori jazzisti.

The Foggy Dew” e “An Alarc’h” sono tratti dall’album registrato dal vivo all’Olympia di Parigi nel 1971. Il primo brano si riferisce ancora una volta alle violenze nell’Irlanda e Stivell la interpreta, all’inizio, a cappella inserendo solo in un secondo tempo l’accompagnamento strumentale per altro piuttosto sostenuto. “An Alarc’h” viene impreziosito da due centrati assolo, il primo di Robert Le Gall alla chitarra e in chiusura di Stivell alla bombarda.

Su ritmi sostenuti e coinvolgenti “La hargne au cœur – Liberté Armorique” dall’album “Breizh Eo Ma Bro,” del 2017.

Brezhoneg’ Raok ‘ da «Chemins De Terre» 1973 è un vero e proprio inno alla lingua bretone senza di cui non c’è Bretagna, canta Stivell con la solita forza, supportato da un arrangiamento scarno ma efficace.

Son Ar Chistr”, “La canzone del cedro”, tratta anch’essa da “Reflets” ha una storia particolare: contrariamente a quanto si crede, non si tratta di un’antica aria bretone ma di una composizione popolare di Jean-Bernard e Jean-Marie Prima, due giovanissimi agricoltori di Guiscriff (Morbihan), che la composero nel 1929. Stivell la riprese e ne fece una hit mondiale.

Gouel Hollvedel IV’ (da «Symphonie Celtique» 1980) è la quarta e ultima parte della suite Gouel Hollvedel e presenta un testo che è diventato la “canzone più ballata di Bretagna”. Stivell la interpreta con grande forza richiamando più volte, e certo non ccasualmente, il concetto di “rispetto”, rispetto per l’uomo, rispetto per la natura umana, rispetto per la Bretagna, rispetto per la lingua bretone.

A questo punto la temperatura tra il pubblico sale e di pari passo salgono d’intensità gli applausi del pubblico tra cui alcuni bretoni che di lì a poco sarebbero scesi davanti al palco per ballare sulle note di Stivell.

Proseguendo nel suo programma l’artista presenta in rapida successione “Suite Sudarmoricaine” e “Kimiad”, canzone bretone scritta da Prosper Proux dedicata ai giovani che abbandonano le proprie case per andare in guerra; ancora una volta Stivell ne fornisce una interpretazione toccante dedicandola ad un amico scomparso poche settimane prima.

Il concerto si chiude con una trascinante versione di “Tri Martolod”, l’immaginaria storia di tre marinai tratta dalla tradizione folk della Bretagna.

A questo punto, come accennato, molti – giovani e meno giovani – hanno già abbandonato i propri posti accalcandosi sotto il palco a cantare e bellare in gruppo…ad un certo punto lo stesso Stivell scende dal palco e si mette a danzare con il pubblico suscitando una vera e propria ovazione.

Il concerto si è chiuso con un acclamato bis, “Bro Gozh Ma Zadoù”, Inno nazionale bretone, eseguito a cappella con grande, grande partecipazione emotiva sia dell’artista sia del pubblico.

Gerlando Gatto

L’Arcadia Trio ricomincia il tour da Challand-Saint-Victor

Venerdì 15 marzo l’Arcadia Trio del sassofonista Leonardo Radicchi torna in tour: dopo una splendida serie di concerti con special guest il trombonista Robin Eubanks, il trio (completato dal contrabbassista Ferdinando Romano e dal batterista Giovanni Paolo Liguori) torna a calcare i palchi italiani per presentare il nuovo album “Don’t call it Justice” uscito lo scorso febbraio con l’etichetta AlfaMusic (distr. EGEA Music/Believe digital).
Il 15 marzo, la formazione sarà live al Bistrot Ramet di Challand-Saint-Victor (Frazione Villa 226, provincia di Aosta). Tra le prossime date: il 16 marzo al The Craftsman di Reggio Emilia.

Talentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Leonardo Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato “politico” alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.

Così l’Arcadia Trio racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano “Child Song”, ad esempio, racconta di bambini che “devono” essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack “Don’t call it Justice” urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; “Necessary Illusions” è un omaggio alla visione dell’intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia – A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity – Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.
Prodotto da Leonardo Radicchi insieme a Rosso Fiorentino, l’album è stato registrato dal trio, insieme a un piccolo ensemble, lo scorso giugno presso la Sala del Rosso di Firenze e masterizzato alla White Sound Mastering Studio. Ospite del disco è Marco Colonna, impegnato al clarinetto basso.

Leonardo Radicchi, che negli ultimi anni è impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana, ha raccontato le sue storie anche nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
Con questo disco, e quindi attraverso il jazz, vuole raccontare, far riflettere, incitare a un senso di riscossa della mente e del cuore di fronte a una costante di ogni società: l’ingiustizia. Tutto questo attraverso il jazz e la musica, con note portatrici di energia e di un messaggio positivo, che ritroviamo nella track n. 3: our anger is full of joy – la nostra rabbia è piena di gioia.
Secondo Radicchi “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Le esperienze che ha scelto di vivere, e di condividere attraverso questo album, hanno cambiato il suo modo di vedere la vita, rafforzando un sentimento di riscossa e operatività.

Che impatto può avere una musica non di massa sulle grandi dinamiche del nostro tempo? La stessa dei saggi, della poesia, della letteratura, dell’arte in generale. Questo è ciò che muove l’Arcadia Trio.

Le date precedenti del tour 2019: 7 febbraio al Padova Jazz Club @Cockney London Pub, l’8 febbraio live a Il Birraio di Perugia, il 9 febbraio allo Smallet Jazz Club di Modena, il 10 febbraio al Teatro Sant’Andrea di Pisa per il festival Pisa Jazz, il 12 febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il 13 febbraio al Teatro Dante Carlo Monni – Campi Bisenzio (Firenze), il 14 febbraio all’Argo16 di Mestre.

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Info album > http://www.ijm.it/component/music/display/796
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Ufficio stampa > Fiorenza Gherardi De Candei info@fiorenzagherardi.com  tel. 3281743236
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Alla Casa del Jazz di Roma live l’Arcadia Trio con il Grammy Award Robin Eubanks

La bellezza senza dubbio non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di bellezza.”
E’ proprio da questo concetto di Albert Camus che ha preso vita il progetto del sassofonista Leonardo Radicchi: Arcadia Trio, di cui l’8 febbraio è uscito con l’etichetta AlfaMusic l’album “Don’t call it Justice” (distr. EGEA Music/Believe digital).
Martedì 12 febbraio alle ore 21 il trio (completato dal contrabbassista Ferdinando Romano e dal batterista Giovanni Paolo Liguori) presenterà il disco alla Casa del Jazz di Roma, nell’ambito del suo tour italiano insieme a grande special guest: Robin Eubanks, uno dei più importanti trombonisti del panorama mondiale, vincitore di 2 Grammy Awards.
Biglietti €10 in prevendita al link http://bit.ly/BIGLIETTI12febbraio.
Talentuoso ed eclettico musicista, uno dei più attivi e apprezzati a livello nazionale, Radicchi ha scelto di percorrere una strada alternativa a quella di molti suoi colleghi: dopo gli eccellenti studi presso il Berklee College of Music di Boston, di cui è stato Student Ambassador con la sua band Creative Music Front, è tornato in Italia evolvendosi in una ricerca musicale parallela alla crescita della sua consapevolezza come individuo nella società civile. Le sue attività in ambito sociale, tra cui una lunga esperienza in prima linea con Emergency per il progetto Ebola (in Sierra Leone) e il progetto War Surgery (in Afghanistan), hanno contribuito a conferire un significato “politico” alla sua musica. Non attraverso uno schieramento partitico, ma con una maturata consapevolezza dell’ingiustizia sociale e delle contraddizioni da cui essa deriva.

Così l’Arcadia Trio racconta la sua musica come un manifesto, articolato in 10 brani: 10 storie che raccontano fatti, persone e idee che lasciano il segno: il brano “Child Song”, ad esempio, racconta di bambini che “devono” essere adulti e di altri che potrebbero non diventarlo mai; la titletrack “Don’t call it Justice” urla forte che una legge non fa giustizia se rende illegale un essere umano; “Necessary Illusions” è un omaggio alla visione dell’intellettuale e filosofo statunitense Noam Chomsky. I titoli degli altri brani: “Utopia – A song for Gino Strada”, “Stop selling lies”, “Peace”, “Change and Necessity – Pointless Evolution”, “In memory of Idy Diene”, “Our anger is full of joy”, “Salim of Lash”.
Prodotto da Leonardo Radicchi insieme a Rosso Fiorentino, l’album è stato registrato dal trio, insieme a un piccolo ensemble, lo scorso giugno presso la Sala del Rosso di Firenze e masterizzato alla White Sound Mastering Studio. Ospite del disco è Marco Colonna, impegnato al clarinetto basso.

Il tour
7 febbraio al Padova Jazz Club @Cockney London Pub, l’8 febbraio live a Il Birraio di Perugia, il 9 febbraio allo Smallet Jazz Club di Modena, il 10 febbraio al Teatro Sant’Andrea di Pisa per il festival Pisa Jazz, il 12 febbraio alla Casa del Jazz di Roma, il 13 febbraio al Teatro Dante Carlo Monni – Campi Bisenzio (Firenze), il 14 febbraio all’Argo16 di Mestre.

Leonardo Radicchi, che negli ultimi anni è impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana, ha raccontato le sue storie anche nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole (collana Letteratura di Confine) e attualmente in ristampa.
Con questo disco, e quindi attraverso il jazz, vuole raccontare, far riflettere, incitare a un senso di riscossa della mente e del cuore di fronte a una costante di ogni società: l’ingiustizia. Tutto questo attraverso il jazz e la musica, con note portatrici di energia e di un messaggio positivo, che ritroviamo nella track n. 3: our anger is full of joy – la nostra rabbia è piena di gioia.
Secondo Radicchi “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani. Il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo.” Le esperienze che ha scelto di vivere, e di condividere attraverso questo album, hanno cambiato il suo modo di vedere la vita, rafforzando un sentimento di riscossa e operatività.

Che impatto può avere una musica non di massa sulle grandi dinamiche del nostro tempo? La stessa dei saggi, della poesia, della letteratura, dell’arte in generale. Questo è ciò che muove l’Arcadia Trio.

CONTATTI
www.casajazz.it
Info album > http://www.ijm.it/component/music/display/796
Facebook > Leonardo Radicchi Music
Ufficio stampa > Fiorenza Gherardi De Candei info@fiorenzagherardi.com  tel. 3281743236
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Laboratorio per fiabe sonore condotto da Patrizia Mattioli. “Electro Camp” festival 2017

Electro Camp V – Piattaforma sperimentale per le arti performative, avvia un nuovo progetto dedicato ai piccoli esploratori delle sonorità elettroniche:
Concerto per alberi – LABORATORIO DI FIABE SONORE
Per Bambini da 5 ai 10 anni
Il laboratorio si svolgerà
VENERDì 8 E SABATO 9 SETTEMBRE
DALLE 15:30 ALLE 17:30
A C32 performing art work space, Forte Marghera,
via Forte Marghera, Venezia Mestre
Concerto per alberi è un progetto a cura di Patrizia Mattioli (compositrice e musicsta) con il sostegno di Ilaria Pasqualetto (attrice ed educatrice).
Tratto dal libro “Concerto per Alberi” di Laëtitia Devernay
Per informazioni e iscrizioni:
Pagine di libri verranno sonorizzate adottando la memoria sonora da produrre con la voce, il corpo, e la magia degli strumenti musicali multimediali tablet, tastiere, scatolesonore,improvvisazioni vocali, paesaggi sonori, gioco all’aperto e immaginazione dei suoni. Un modo diverso di leggere le fiabe, attraverso le sonorità custodite all’interno di esse, un viaggio tra atmosfere e ambientazioni fantastiche per scoprire i segreti racchiusi nelle pagina e guardare così ogni libro da un punto di vista differente.
La partecipazione alla comunicazione è intesa come potenziamento delle capacità di ascolto, comprensione dei messaggi, scambio e dialogo attraverso le parole e il corpo, gli oggetti, le immagini, i ritmi e il silenzio.

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